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2024/06/07

Intervista all'ex Berretto Verde Mike Nelson sulla guerra al terrorismo

di Leonardo Salvaggio

È disponibile sul mio canale YouTube un'intervista all'ex Berretto Verde Mike Nelson, che tra il 2003 e il 2017 è stato più volte impiegato in Iraq e in Afghanistan. Nell'intervista parliamo della collaborazione con i leader locali, dell'insorgenza dell'ISIS, del ritorno dei Talebani al potere e di molti altri argomenti.

L'intervista è disponibile solo in inglese.


2022/11/04

La Rete Haqqani, uno dei principali gruppi terroristici attivi in Afghanistan

di Leonardo Salvaggio

Uno dei gruppi terroristici più attivi in Afghanistan è quello noto come Rete Haqqani, che nacque nella zona sudorientale al confine con il Pakistan nei primi anni '70, fondato dal miliziano afgano Jalaluddin Haqqani da cui l'organizzazione prende il nome. La rete ha fin dalla sua fondazione lo scopo di combattere per l'instaurazione di un regime che imponga la sharia in Afghanistan respingendo ogni forma di occidentalizzazione della nazione, per questo motivo osteggia dalla propria fondazione ogni regime non totalitario e le forze straniere che nei decenni hanno occupato l'Afghanistan.


Il primo obiettivo degli attentati della Rete Haqqani fu l'alleanza guidata da Mohammad Daoud Khan, che prese il potere nel 1973 con un colpo di stato con cui destituì il cugino Mohammed Zahir Shah. Nei primi anni i campi di addestramento della Rete Haqqani si trovavano il Pakistan nella regione del Waziristan del Nord. Il primo attentato condotto dall'organizzazione fu nel 1975 contro il governatore del distretto di Ziruk sostenuto dal governo; tuttavia la Rete Haqqani non ebbe un ruolo fondamentale nella caduta di Daud che venne ucciso nel 1978 durante il colpo di stato ordito dal Partito Democratico Popolare dell'Afghanistan. Nel 1979 l'Unione Sovietica invase l'Afghanistan e la Rete Haqqani combatté contro l'invasore al fianco di altri gruppi di guerriglieri locali ricevendo il supporto dell'intelligence di USA, Arabia Saudita e Pakistan. Durante questa alleanza contro un nemico comune il Presidente Ronald Reagan definì Haqqani un freedom fighter (combattente per la libertà) e si diffuse anche sui media la notizia secondo cui il terrorista sarebbe stato invitato alla Casa Bianca nel 1985, ma si trattò di un equivoco: l'uomo raffigurato in una celebre foto con il Presidente e scambiato per Haqqani era in realtà un altro miliziano di nome Mohammad Yunus Khalis (più vecchio di Haqqani di vent'anni e coerente con l'uomo nella foto).

Gli attentati della Rete Haqqani, analogamente a quelli di altri gruppi terroristici della zona, prevedono l'uso di attacchi suicidi, autobombe, ordigni esplosivi autoprodotti e razzi. La Rete trae il suo sostentamento da attività criminali quali rapine, estorsioni, rapimenti e traffico di droga, alle quali affianca fonti di denaro apparentemente legali quali la raccolta di offerte nelle madrase. Negli anni 80 la Rete Haqqani si alleò con al-Qaeda, con cui combatteva contro i sovietici, consentendo all'organizzazione di Osama bin Laden di costruire campi di addestramento e di formare i propri combattenti nelle zone controllate da Haqqani. Nel decennio successivo la rete aiutò anche la formazione dei Talebani, da un gruppo scoordinato nato nelle madrase fino all'organizzazione terroristica che riuscì a compiere un colpo di stato e a salire al potere. Durante il primo regime dei Talebani, Jalaluddin Haqqani ricoprì il ruolo di Ministro degli Affari Tribali, a riprova di quanto solida fosse l'alleanza tra i due gruppi. Nei primi vent'anni della propria esistenza, cioè circa fino alla presa del potere da parte dei Talebani, la Rete Haqqani mantenne un'organizzazione basata in gran parte su legami tribali e familiari e venne riconosciuta dagli altri gruppi jihadisti come un ente distinto e indipendente solo a metà degli anni 90.

Dopo l'inizio della guerra in Afghanistan successiva agli attentati dell'11/9, ufficiali americani e pakistani incontrarono Haqqani a Islamabad e gli chiesero di abbandonare l'alleanza con i Talebani e di unirsi ai guerriglieri alleati delle truppe angloamericane, tuttavia ottennero un rifiuto e la Rete Haqqani combatté contro le forze USA al fianco del regime. Haqqani aiutò anche Osama bin Laden a rifugiarsi a Tora Bora dopo la caduta del governo del Mullah Omar. Nei due decenni successivi le forze americane in Afghanistan e il nuovo governo di Kabul sostenuto dagli USA furono i primi obiettivi degli attentati della Rete Haqqani, che nel 2008 tentò anche di uccidere il presidente Hamid Karzai. Nel 2011 l'amministrazione Obama tentò di negoziare un accordo di pace con la Rete Haqqani tramite un incontro negli Emirati Arabi, ma le parti non giunsero a nulla. Si stima che nei primi dieci anni di guerra in Afghanistan, la Rete Haqqani sia stata responsabile del 10% degli attacchi contro forze USA e del 15% delle vittime.

Un documento pubblicato nel 2010 da Wikileaks riportò che Sirajuddin Haqqani, figlio di Jalaluddin, era considerato dall'International Security Assistance Force (missione della NATO, autorizzata dall'ONU, in supporto al governo) un soggetto da uccidere o catturare. Nel 2012 l'amministrazione Obama e il Consiglio di sicurezza dell'ONU inserirono la Rete Haqqani nella lista nera delle organizzazioni terroristiche; i Talebani risposero sul proprio sito internet che non esisteva nessuna organizzazione chiamata Rete Haqqani e che si trattava di un gruppo interno ai Talebani stessi.

La Rete Haqqani è responsabile di numerosi attentati contro obiettivi occidentali in Afghanistan anche negli anni recenti, tra cui l'esplosione di un camion bomba nel 2017 vicino all'ambasciata tedesca a Kabul che ha causato 150 morti e 413 feriti, risultando nell'attentato mortale più grave avvenuto nella capitale afgana negli ultimi decenni.

Manifesto propagandistico diffuso in Afghanistan dalle forze USA, il terzo da sinistra è Jalahuddin Haqqani. Fonte: PSY Warrior

Attualmente la Rete Haqqani è ancora fortemente legata ai Talebani e ad al-Qaeda, in violazione degli accordi di Doha che vietano al nuovo governo di Kabul di stringere accordi con l'organizzazione fondata da bin Laden. Sirajuddin Haqqani, attuale leader della Rete dopo la morte del padre nel 2018, è anche uno dei ministri del nuovo governo dei Talebani, nonostante sia ancora considerato dall'FBI uno dei terroristi più ricercati. Nel 2020 la Rete Haqqani contava circa 10.000 miliziani, per fare un paragone si tratta di circa il venti percento delle forze dei talebani, mentre l'ISIS-KHorasan si aggira intorno ai 5000 uomini.

La Rete Haqqani è anche il ramo dei Talebani più vicino ad alleanze con l'ISIS-Khorasan e in alcuni casi ha fatto da mediatore per l'organizzazione di attentati contro il regime sostenuto dagli USA caduto nel 2021. La pericolosità di questo gruppo è quindi concreta e non deve essere sottovalutata, anche se i media occidentali non le danno lo stesso risalto che viene dedicato ad al-Qaeda o allo Stato Islamico.



Fonti aggiuntive oltre a quelle citate nell'articolo:

2022/09/09

Intervista all'ex agente speciale dell’FBI Mark Rossini

di Leonardo Salvaggio

È disponibile sul mio canale YouTube una nuova intervista all'ex agente speciale dell'FBI Mark Rossini sulle responsabilità saudite negli attentati dell'11 settembre alla luce dei documenti emersi grazie all'ordine esecutivo 14040 con cui il Presidente Biden lo scorso anno ha ordinato la revisione e la desecretazione dei documenti relativi alle indagini sull'11/9.

L'intervista è disponibile solo in inglese.


2022/02/17

L'amministrazione Biden vuole destinare 3,5 milioni di fondi afghani alle famiglie delle vittime dell'11/9

di Leonardo Salvaggio

L'11 febbraio 2022 il Presidente Joe Biden ha emesso un ordine esecutivo in cui ordina il blocco dei fondi afghani depositati presso la Federal Reserve Bank di New York dal governo di Kabul caduto lo scorso agosto in seguito alla seconda salita al potere dei Talebani. L'amministrazione Biden chiederà quindi a un giudice il permesso di spostare metà del capitale, che assomma a sette milioni di dollari, ai fondi per gli aiuti umanitari per la popolazione afghana e l'altra metà alle famiglie delle vittime dell'11/9. Il precedente governo afghano, che è stato al potere fino ad agosto 2021, aveva depositato nove milioni di dollari, provenienti principalmente da donazioni di governi occidentali raccolte tra il 2001 e il 2021, in banche estere. Oltre a questi sette ve ne sono infatti altri due divisi tra Germania, Svizzera ed Emirati Arabi.


Il New York Times ha spiegato in un recente articolo che è estremamente inusuale che gli USA si impossessino di fondi appartenenti a governi esteri depositati sul suolo americano, tuttavia in questo caso la situazione è singolare. Il governo che li ha depositati, infatti, non esiste di fatto più da quando i Talebani hanno ripreso Kabul; al contempo sarebbe illegale restituire i fondi ai Talebani perché condurre transazioni finanziarie con loro è vietato dalle delle sanzioni antiterrorismo messe in atto proprio dagli USA. Un'altra ipotesi avrebbe potuto essere quella di lasciarli bloccati finché un governo legittimo possa rovesciare quello dei Talebani, ma non c'è alcuna certezza che questo possa mai succedere. Sempre il New York Times specifica che non è chiaro come il governo USA abbia ottenuto l'autorizzazione a disporre di quel denaro; una clausola del Federal Reserve Act, la legge costitutiva della banca centrale americana, permette di disporre di denaro depositato negli USA da un altro governo nel caso in cui un rappresentate di quest'ultimo, riconosciuto dal Segretario di Stato, ne dia il benestare. Tuttavia in questo caso il governo che ha depositato i fondi non esiste più e non è quindi chiaro chi possa averlo rappresentato.

I fondi da trasferire al popolo afghano verrebbero spostati attraverso un fondo fiduciario per evitare che finiscano nelle mani dei Talebani. Se il fatto di destinare parte dei fondi agli aiuti umanitari è stato accolto con unanime favore, la scelta di destinarli alle famiglie delle vittime dell'11/9 ha invece suscitato, come è ovvio, ampie polemiche. Un gruppo di 150 famiglie delle vittime ha chiesto parte dei fondi come risarcimento in seguito alla causa legale intentata contro al-Qaeda e i Talebani, vinta dalle famiglie nel 2012 in quanto la controparte ovviamente non si è presentata in tribunale. Le famiglie sostengono che il denaro depositato negli USA debba quindi essere bloccato e destinato a loro. Tale posizione si presta ovviamente a molte critiche, a partire dal fatto che i fondi nella Federal Reserve Bank non sono dei Talebani, ma del governo istituito a seguito della loro caduta nel dicembre 2001. Il portavoce dei Talebani Mohammad Naeem ha scritto su Twitter l'11 febbraio che quello che l'amministrazione Biden vuole compiere è un vero e proprio furto nei confronti dell'Afghanistan, anche alcuni dei rappresentanti delle famiglie delle vittime hanno definito la scelta di Biden un tradimento ai danni del popolo afghano e Shah Mohammad Mehrabi, membro del consiglio di amministrazione della banca centrale afghana ed ex professore di economia al Montgomery College nel Maryland, ha commentato che sarebbe meglio devolvere l'intera cifra alla Da Afghanistan Bank (la banca centrale di Kabul) affinché possa riprendere le proprie attività il modo indipendente dai Talebani, rispetto ai quali deve essere considerata un organo scollegato. Anche uno dei consiglieri del precedente governo afghano, Torek Farhadi, si è opposto alla decisione sostenendo che non sia legale che uno stato possa appropriarsi di fondi di un altro stato con una decisione unilaterale.

La scelta dell'amministrazione USA ha scatenato proteste in Afghanistan anche tra la popolazione, dove un gruppo di manifestanti si è radunato davanti alla moschea Eid Gah di Kabul per esprimere il proprio dissenso subito dopo l'emissione dell'ordine esecutivo. La strada per la destinazione dei sette milioni è ancora lunga, ma sembra già tracciata lungo un percorso che causerà polemiche e strascichi.



Fonti:

2021/12/17

Ritorno del Talebani al potere in Afghanistan: intervista all'ex funzionario della CIA Glenn Carle

di Leonardo Salvaggio

È disponibile sul mio canale YouTube personale un'intervista con l'ex funzionario della CIA Glenn Carle sul ritorno al potere dei Talebani in Afghanistan. Glenn Carle era già stato intervistato da Undicisettembre in passato sugli errori di intelligence che hanno portato all'11/9.

L'intervista è disponibile solo in inglese.

2021/11/24

Cos'è l'ISIS-Khorasan

di Leonardo Salvaggio

Dal ritiro delle truppe americane nel mese di agosto del 2021, in Afghanistan sono tornati al potere i Talebani e nel caos in cui la nazione è piombata nuovamente è cresciuta la minaccia dei gruppi terroristici. In questo secondo regime talebano, la principale potenza terroristica è costituita del gruppo noto come ISIS Khorasan, affiliato dell'ISIS attivo nell'Asia centrale.

L'ISIS, altresì noto come Stato Islamico o DAESH, è nato nel 2014 in Iraq in seguito alla frattura del preesistente gruppo denominato ISI, Stato Islamico dell'Iraq che era inizialmente una costola di al-Qaeda, dalla stessa organizzazione di Osama bin Laden; all'ISI si unirono anche gruppi separatisti di Jabhat al-Nusra, ramo di al-Qaeda attivo il Siria e Libano. Nello stesso anno alcuni emissari dell'ISIS fondarono in Afghanistan un gruppo affiliato unendo gruppi combattenti fuoriusciti dal al-Qaeda, dai Talebani e da Tehrik-i-Taliban Pakistan (ovvero i Talebani del Pakistan) denominato ISIS Kohrasan, che traeva il proprio nome dalla regione storica di Khorasan che comprendeva parte di Iran, Turkmenistan e Afghanistan. La regione fu stabilita nel terzo secolo dalla dinastia Sasanide durante il suo impero, l'ultimo regime iraniano prima della nascita dell'Islam, e fu conquistata nel settimo secolo dagli arabi che la annetterono al califfato omayyade. Il nome Khorasan in persiano significa "terra del sole", per via della sua posizione orientale. La presenza del riferimento geografico nel nome del gruppo è analogo a quella del gruppo principale dell'ISIS il cui nome per esteso significa Stato Islamico di Iraq e Siria; nomi simili hanno anche gli altri gruppi regionali affiliati all'ISIS.


Il primo leader dell'ISIS Khorasan fu Hafiz Saeed Khan, proveniente dal gruppo dei Talebani pakistani, che venne nominato dallo stesso Abu Bakr al-Baghdadi, leader supremo dell'ISIS. Saeed Khan restò in carica fino a luglio 2016, quando venne ucciso in un attacco aereo americano. Dopo di lui il gruppo ebbe altre cinque leader che furono tutti uccisi: Abdul Hasib morto nell'aprile 2017, Abu Sayed ucciso l'11 luglio del 2017, Abu Saad Orakzai fino al 25 agosto 2018, Ziya ul-Haq ucciso dai Talebani nell'aprile del 2019, Abdullah Orokza fino all'aprile 2020. Da allora la guida dell'ISIS Khorasan è l'iracheno Shahab al-Muhajir, ex membro dei Talebani e della rete Haqqani (un altro dei gruppi terroristici attivi in Afghanistan) nonché primo leader dell'ISIS Khorasan a non essere né afghano né pakistano.

I rapporti dell'ISIS Khorasan con i Talebani sono generalmente ostili, al punto che i Talebani sono numericamente il primo obiettivo degli attentati dei miliziani del Khorasan. Il motivo dell'ostilità sta principalmente nel fatto che i due gruppi hanno obiettivi diversi: i Talebani vogliono regnare e imporre la sharia nell'emirato dell'Afghanistan, mentre l'ISIS Khorasan vuole riunire tutta la regione del Khorasan sotto un nuovo califfato. In secondo luogo l'ostilità dell'ISIS Khorasan verso i Talebani risiede nella volontà di imporsi come principale gruppo militante dell'area e strappare guerriglieri agli antagonisti. Tuttavia come spesso accade i confini delle relazioni tra i due gruppi sono sfumati, perché i Talebani e l'ISIS Khorasan hanno collaborato in alcuni attentati contro il governo afghano, prima della caduta, grazie anche alla mediazione della rete Haqqani.

Fonte: Center for Strategic and International Studies

Gli attacchi dell'ISIS Khorasan sono condotti in modo simile a quelli del gruppo principale, con attacchi suicidi, assalti con armi da fuoco, rapimenti e decapitazioni. Oltre ai Talebani, sono obiettivi frequenti degli attacchi del'ISIS-K sia i civili sia le forze di sicurezza afghane e NATO.

Al momento si ritiene che il gruppo sia composto da un numero di guerriglieri compreso tra 4000 e 5000 e che sia cresciuto notevolmente negli ultimi mesi per via degli assalti alle prigioni seguiti alla partenza delle truppe americane che hanno fatto sì che molti terroristi detenuti venissero liberati. Per fare un confronto, nel periodo di massima espansione dell'ISIS la CIA stimava che i combattenti arruolati fossero in un numero imprecisato compreso tra 20.000 e 31.500

Una differenza notevole rispetto al precedente regime dei Talebani è costituita dal fatto che, come già spiegato, questo gruppo terroristico non è alleato del regime come fu al-Qaeda negli anni 90 e inoltre non sembra per ora avere interesse a compiere attentati al di fuori della propria regione. Ovviamente questo rende in alcun modo la minaccia rappresentata dall'ISIS Khorasan meno pericolosa di quella posta dallo Stato Islamico o da al-Qaeda.


Fonti:

2021/10/14

Afghanistan and the second rise of the Taliban: an interview with former NCIS agent Craig Covert

by Leonardo Salvaggio. An Italian translation is available here.

Since last August the Taliban are back in power in Afghanistan after the US withdrew their troops. To understand what happened and why, we invited former NCIS agent Craig Covert for an interview; Covert is also a Pentagon responder and we made a first interview with him about 9/11 a few years ago.

We would like to thanks Craig Covert for his kindness and help.





Undicisettembre: Would you like to tell us something about your mission to Afghanistan? What role did you have and what were the most striking aspects of Afghanistan back then?

Craig Covert:
In 2011, I was deployed with the Second Marine Expeditionary Force, or II MEF (Fwd), to Kabul, Afghanistan, where I was assigned as the United States Marine Corps Liaison Officer to the Drug Enforcement Administration. Not many people were aware that the DEA had a field office in north Kabul aboard a small Afghan compound just several miles from the Kabul International and military Airport. DEA’s mission was to train and mentor Afghan counter-narcotics police, known as the NIU or National Interdiction Unit, as well as Afghan investigators from the Special Investigations Unit, or SIU. Though mentored and trained by the DEA, NIU and SIU were Afghan led and run, reporting to their own Afghan chain of command.The DEA agents in Kabul were similarly supervised by their own executives, and despite working in close proximity with the NIU and SIU daily, lived in a separate compound housed within the larger NIU/SIU base. This location was ideally situated to give the DEA and NIU/SIU teams independence of movement, by virtue of their separation from the larger, bureaucratic coalition forces situated at the airport, the Embassy and the various US military FOB’s (forward operating base) in Kabul.

As you well know, the Taliban funded many of their operations through the export and sale of illicit opium products that were produced in the poppy-fields of Afghanistan, mostly growing in the provinces of Kandahar and Helmand to the south.As such, the NIU and SIU were learning not only how to identify and dismantle large, well-run drug labs, but also how to conduct complex drug investigations and how to cultivate informants and utilize technology in the exercise of those operations.Drug investigations can be highly complex, especially when targeting the dangerous drug networks that were spread throughout the provinces.

DEA utilized and deployed small strike force teams in the various Provinces, and were almost always embedded with a larger U.S. or coalition military unit. The strike force teams were manned by a small team of DEA agents who trained and mentored squad-sized units of NIU paramilitary troops. Often, the existing military units in a particular area were already aware of drug labs in the vicinities of their patrols or operations and were eager to embed the DEA/NIU teams into their patrols to handle not only drug lab encounters, but also to sweep up and arrest high profile drug targets who were identified during operational planning. DEA was far more directly involved in the on-ground military operations than most U.S. civilian organizations, as they embedded directly with Marine Corps and Army units.

As the liaison to the DEA, it was my job to coordinate and de-conflict DEA operations in Helmand Province, where the Marines of II MEF (Fwd) were living and operating. As the Province with the most active drug operations and investigations in the 2011/2012 timeframe, DEA recognized a need for having an on-ground Liaison Officer who could introduce a law enforcement perspective during military operational planning events. The military understood the rule of law, as dictated by their chain of command, but few career military planners had any understanding of drug investigations; the legalities of search and seizure; or the utilization of pen registers, trap and trace operations or informants.

Weekly, I would fly to Helmand to meet with the C-3 Operations cell and coordinate in the planning of operations against the Haqqani drug network, a major source of Taliban funding. As such, the Marine Corps was very interested in suppressing the drug trade in Helmand, knowing every dollar obtained by the Taliban through the export and sale of opium would be used to purchase another bullet that would potentially be aimed at US Marines.


Undicisettembre: The next inevitable question is, was what happened in the last weeks and months the only way to end this war? Was this the only inescapable conclusion?


Craig Covert:I believe the situation that occurred this summer was preventable, but only had the U.S. and her coalition partners maintained an indefinite presence in Afghanistan.History has proven that no matter how well-armed and financed an occupying force is, the will of the Afghan people will always outlive the perseverance of the military force attempting to tame them. The British attempted to colonize Afghanistan in the 1800’s and suffered miserably during the Anglo Afghan wars.In 1979, the Soviet Union conducted an invasion of Afghanistan that eventually led to a withdrawal and absolute failure, eerily similar to ours. It is often referred to in Russia as “the Soviet Union’s Vietnam.”

While we could have stayed and continued to fund and maintain the Afghan National Army (ANA) indefinitely, there was no political will to do so within the Biden Administration. The high financial cost has always been a lightning rod within the US Congress, and after 20 years, many Americans and politicians alike felt it was time to bring our troops home. Unfortunately, the President appears to have conducted a premature withdrawal that was clearly not in line with the recommendations of his most senior military advisors. The failure was exemplified with the unexpected withdrawal of US forces from Baghram Airbase under the cover of darkness, with troops leaving behind millions of items. They included everything from insignificant bottles of water, MRE’s and office furniture to hundreds of armored vehicles and thousands of civilian vehicles.

One could easily argue the beginning of the end actually goes back to 2014 when US forces turned over the massive forward operating base in Helmand Province, or “Camp Leatherneck”, to the ANA. Although the ANA technically took possession of the base, Leatherneck remained mostly deserted, as well as looted, thus leaving large swaths of land in the Province open to the return of the Taliban. To the east, the forward operating base in Khandahar slowly downsized and eventually closed her doors in 2021, leaving the entire southern region occupied by poorly led ANA forces with a minimal footprint.It came of little surprise that the Taliban quickly filled the vacuum created by the disappearance of coalition troops, and much like US politicians, the ANA had no will to continue the fight against them. As the Taliban presence grew, the provinces slowly returned to their old ways of life, plowing under the western-recommended wheat and cultivating new poppy fields. With the poppy, the Taliban once again had a steady source of income with which to finance their militias.

The hasty withdrawal of forces from Kabul absolutely emboldened the Taliban, who conquered Province after Province with lightning speed. All of the warning signs were there, but apparently those in charge of the Pentagon and the White House were asleep at the helm.Despite gathering at the outskirts of the city, I do not believe the Taliban would have entered Kabul had American personnel remained. Unfortunately, American politicians have no stomach for war. They only see diminishing polling percentages and short-lived careers in their current jobs. Today, American exceptionalism is measured in votes, nothing more. Hence, an immediate, unexpected and hastily conducted withdrawal was executed.Without an administration that was willing to sacrifice for the good of the Afghan government and her people, it was an inevitable conclusion.


Undicisettembre: Let's set the point straight on who made the worst mistakes on this: was it the previous administration by signing the peace deal with the Taliban or the incumbent one by withdrawing from Afghanistan so fast?

Craig Covert: Blame lies partially with both administrations, although it was indeed President Biden who made the ultimate decision to pull all troops out of Afghanistan.While it is true that President Trump started the downfall by signing the Doha Agreement with the Islamic Emirate of Afghanistan(Taliban), it can be argued that the agreement with a group that is not officially recognized by the United States cannot be considered valid and can, as a matter of record, be invalidated for good cause.

Many believe that had President Trump still been in power, he would have maintained a nominal presence of troops at KIA, if only to protect our military interests, assets and civilians still living in Kabul. What could have or would have happened had Trump been reelected will never be known, but what cannot be denied is which President ordered the actual that occurred in 2021.

President Biden had an opportunity to escape from the Doha agreement based on the failed Afghan peace talks, but for whatever reason, he chose not to do so. Unfortunately, President Biden was the Commander in Chief when the decision to withdraw was made. Therefore, the blame must rest with him and those General’s who failed to argue against his decision.It should be noted, however, that even General’s cannot make the decisions for POTUS – they can only advise. Ultimately, it is the civilian Commander in Chief – namely the President of the United States, who makes the call.

Recently, US Defense Secretary Lloyd Austin and Generals Mark Milley and Kenneth McKenzie, the Chairman of the Joint Chiefs of Staff and the Commander of Central Command respectively, all reported President Biden had been given recommendations to leave between 2,500 and 4,000 American troops on-ground. While America certainly had the military might and technology to keep the Taliban at bay and from taking over Kabul, at least for the short term, the President’s politically charged short-sightedness clearly led to the Taliban quickly taking Kabul. The President failed to grasp what nearly every military man and woman who’d served in Afghanistan already knew – if we left Afghanistan in the hands of the ANA without our support, they were doomed to fail.


Undicisettembre: How come the Afghan army collapsed so fast?

Craig Covert: There were many issues leading to the collapse of Afghanistan, with far too many to list. However, I will touch on a few.First, Afghanistan was never a country to be conquered by a foreign invader, for it isn’t a “country” in the sense that we as westerners think of a country. There is little to no sense of national unity. Afghanistan is truly a conglomeration of tribes and warlords, peasants and politicians, most of whom will fight for their tribe or clan before fighting for their government. Their true loyalty lies with the tribe, clan and group, not the capitol or political leadership. One may speak Pashto or Dari, or one of a dozen different dialects.In fact, Pashtun nationalism is believed to be as great as, if not greater than, political nationalism. This very real lack of national identity creates walls when soldiers and politicians from your country’s ruling government cannot even speak the same language as you or your neighbors. How can one expect national programs to work when dictated by one tribe or clan to another? It doesn’t. As with a lack of national identity, the value of western styled democracy falls on deaf ears throughout the provinces. One cannot introduce a constitutional republic, complete with its western business opportunities and expectations to be accepted by an Afghan national overnight, considering the history of Afghanistan. Westernization is a foreign concept to most Afghans, just as the 1700’s Samurai leadership of Japan would be unfathomable to Americans today.

Corruption within the civilian and military leadership was certainly a factor in the collapse of Afghanistan. We empowered warlords to garner provincial cooperation; we overlooked bribery among politicians; we allowed the Afghan government to by-pass safeguards against the smuggling of cash from Afghanistan to neighboring countries. For every pair of boots we gave to an Afghan Commander for his troops, a certain percentage ended up at the local bazaar, often sold by the Commander himself, with troops showing up to formation in slippers and sandals. Corruption was and remains wide-spread and a lack of will, combined with the lack of resources, to stop the corruption simply led to a deteriorating system of government that would never stand on its own for very long.

The collapse of the ANA itself was always on the mind of every soldier or Marine who had served with them. While there are certainly exceptions, most troops had little confidence in the abilities and the capabilities of the ANA, many of whom were illiterate, poorly educated, or who simply failed to show up for duty at specified places and times. The biggest worry among US forces was the tepid will of the average soldier, which seemed to come and go with no apparent reason beyond how hard the soldier was pushed or how difficult his mission was presumed to be.

There is an old adage that goes something like this:“Give a man a fish, he eats for a day. Teach a man to fish, he eats for a lifetime.” There couldn’t be a better explanation for the ANA’s failure. The US and our partners spoon-fed the ANA, day in and day out, for twenty years. We provided them with resources; we effectively paid their salaries. We allowed the ANA to place incapable and ineffective leaders within their ranks without saying anything for fear of offending them. We provided all logistical resources and combat equipment used by their units, from uniforms to small arms and vehicles. The ANA never took true “ownership” of their end-item equipment when it came to maintenance and caring for that equipment. American service members are expected to master their military occupational specialties and become experts in their field after the first three years of their enlistment, which results in advancement in rank and responsibility. Yet somehow, despite giving the ANA twenty years worth of training and equipment, they mastered little. It all boiled down to dependency. As long as US and coalition forces provided the beans, bullets and band-aids, maintained the vehicles and weapons and babysat the ANA on every patrol and route reconnaissance, the ANA would stay nothing more than a uniformed group of individuals who collected a semi-reliable paycheck, but were ineffective on their own as a fighting force. This became apparent when the ANA quickly laid down its arms at the first hint of an oncoming Taliban offensive. We created a monster that all of the money in the world couldn’t fix.


Undicisettembre: As far as you know are the Taliban in possession of American vehicles and weapons? If so, how come that happened?

Craig Covert: Absolutely! It only takes a quick search on YouTube, social media or any reputable online news agency to find dozens of videos proving US assets fell into the hands of the Taliban. Uniforms, armor, radios, vehicles, trucks, armored personnel carriers, munitions…. the list is endless. Naysayers will state that US troops ensured that the armored vehicles and aircraft at KIA were disabled before the pullout, and that may be true, but those actions have no bearing on the thousands of vehicles, the tens of thousands of weapons, nor the millions of rounds of small ammunition that were captured by the Taliban from surrendering ANA forces who simply dropped or handed over the equipment without a fight. The withdrawal of US forces from Afghanistan has effectively outfitted the Taliban with enough gear and weaponry to become a formidable military force that we will one day have to face on the battlefield.


Undicisettembre: The Taliban are somehow presenting themselves as more modern and maybe more moderate than before. In my opinion they are just faking it and they will prove themselves as violent as they were in the 90s. What do you think, are they somehow reliable in this case?

Craig Covert: The Taliban have proven themselves dishonest and disingenuous and were not in power for more than several weeks before showing their true colors. Barbershops can no longer cut men’s beards or play music.Convicted “prisoners” (for what crimes we may never know) have been strung up beneath cranes and displayed throughout Kabul. Women have been denied schooling and are being segregated from men throughout the city. Interpreters and others who worked for or alongside the US and former Afghan government have been hunted down and executed. The short answer to the question is apparent - the Taliban have never been reliable or truthful and will certainly mimic the fundamentalist savagery they displayed 2 decades ago.


Undicisettembre: One important difference that I see with respect to the past is that while the Taliban used to be allies with al-Qaeda, now ISIS Khorasan is their enemy therefore they probably won't allow the terrorists to build and run their bases. What do you think of this? Can this be an important difference?

Craig Covert: Certainly there will be factions of terrorist organizations in Afghanistan who consider other radical Islamist organizations their enemy, even if both consider the US their common enemy. It would be naïve to think that ISIS-K would submit to the Taliban and vice versa, as both wish to assume power within the country. Much like the divide between the Shia and Sunni in Iraq, or for that matter, the divide between ISIS Iraq and the Iraqi Government, Islam alone will not be enough to bring ISIS-K and the Taliban into partnership. I believe the US and her allies will continue to covertly target elements of ISIS-K in the near future should they exhibit any threat toward western civilians in Afghanistan, with the inevitable targeting of Taliban forces should they continue to tamp down on the freedoms of the Afghan people. I do not believe it will be long before we see the Taliban’s first offensive movement against groups of westerners still remaining within her borders.


Undicisettembre: Isn't it unfair to say the war was lost by the US? I mean, the reason why the US went to Afghanistan was to destroy terrorists' bases, which they did and another 9/11-like attack is now unlikely. What do you think?

Craig Covert: The last war won by the US was World War II. America withdrew her forces from Korea following the signing of the Korean Armistice in 1953. America left Vietnam following the signing of the Case-Church Amendment in 1973, officially ending US involvement. This resulted in the failure of the Paris Peace Accord and the eventual capture of Saigon. Since that time, America has done a great job winning battles, but winning wars has become a lost art. Some will argue that America and her allies “won” Desert Storm (the Gulf War), but Saddam Hussein remained in power and the war was reignited only a decade later.

It was not unexpected that once again, American politicians would bow to the will of the people (aka: the power of the vote) and withdraw her forces from Afghanistan.What was unexpected by most was the manner in which it was done and the speed of the withdrawal. In my opinion, it was done without forethought and thorough planning; in haste and with reckless disregard for the interpreters and Afghan civilians who’d previously assisted US forces.

We left before credible governance was accepted by her own people. We left an Afghanistan that was either unable, or perhaps unwilling to save itself from the Taliban.

Afghanistan e il ritorno al potere dei Talebani: intervista all'ex agente dell'NCIS Craig Covert

di Leonardo Salvaggio. L'originale inglese è disponibile qui.

Dallo scorso agosto i Talebani sono tornati al potere in Afghanistan, dopo il ritiro delle truppe americane. Per capire cosa è successo e perché abbiamo invitato per un'intervista l'ex agente dell'NCIS Craig Covert: Covert è stato anche un soccorritore dell'attacco al Pentagono e alcuni anni fa abbiamo già fatto un'intervista con lui sull'11/9.

Ringraziamo Craig Covert per la sua cortesia e disponibilità.





Undicisettembre: Ci racconti qualcosa della tua missione in Afghanistan? Che ruolo avevi e quali erano gli aspetti più importanti dell'Afghanistan di allora?

Craig Covert:
Nel 2011 sono stato inviato con la Second Marine Expeditionary Force [forza aeroterrestre dei Marines composta principalmente dalla seconda divisione, NdT], altresì detta II MEF (Fwd), a Kabul, in Afghanistan, dove avevo il ruolo di Ufficiale di Collegamento del Corpo dei Marines con la Drug Enforcement Administration. Non molti sapevano che la DEA aveva un ufficio sul campo a nord di Kabul, in un piccolo compound a pochi chilometri dall'aeroporto internazionale e militare. La missione della DEA era quella di addestrare e fare consulenza per la polizia antidroga afgana, nota come NIU o National Interdiction Unit, e agli investigatori afgani dell'Unità Investigativa Speciale, o SIU. Sebbene si avvalessero della formazione e della consulenza dalla DEA, NIU e SIU erano guidati e gestiti da afgani, che riportavano alla loro catena di comando afghana. Gli agenti della DEA a Kabul erano analogamente supervisionati dai propri dirigenti e, nonostante lavorassero quotidianamente in stretta vicinanza con la NIU e la SIU, vivevano in un complesso separato all'interno della base principale della NIU e della SIU. Questa posizione era idealmente situata per dare alle squadre DEA e NIU/SIU indipendenza di movimento, per via della loro separazione dalle più numerose forze burocratiche della coalizione situate all'aeroporto, all'ambasciata e nelle varie basi operative avanzate dei militari statunitensi a Kabul.

Come ben sai, i talebani finanziavano molte delle loro operazioni con l'esportazione e la vendita di prodotti illeciti dell'oppio che venivano prodotti nei campi di papaveri dell'Afghanistan, per lo più ​​nelle province di Kandahar e Helmand a sud. Pertanto, la NIU e la SIU stavano imparando non solo come identificare e smantellare grandi laboratori di droga ben gestiti, ma anche come condurre complesse indagini antidroga e come ottenere informatori e utilizzare la tecnologia in tali operazioni. Le indagini antidroga possono essere molto complesse, soprattutto se si prendono di mira le pericolose reti della droga diffuse in tutte le province.

La DEA utilizzava e dispiegava piccole squadre di forze d'attacco nelle varie province, quasi sempre in collaborazione con una più grande unità militare statunitense o della coalizione. Le squadre delle forze d'attacco erano gestite da una piccola squadra di agenti della DEA che addestravano e guidavano unità di truppe paramilitari della NIU. Spesso, le unità militari di in una particolare area erano già a conoscenza di laboratori di droga nelle vicinanze delle loro pattuglie o di dove operavano ed erano ansiose di collaborare con le squadre DEA/NIU non solo per gestire gli incontri con i laboratori di droga, ma anche per spazzare via e arrestare narcotrafficanti di alto profilo che erano stati identificati durante la pianificazione operativa. La DEA era molto più direttamente coinvolta nelle operazioni militari a terra rispetto alla maggior parte delle organizzazioni civili statunitensi, poiché lavoravano direttamente all’interno delle unità del Corpo dei Marines e dell'Esercito.

Come collegamento con la DEA, era compito mio coordinare e risolvere i conflitti delle operazioni della DEA nella provincia di Helmand, dove stavano e operavano i Marines del II MEF (Fwd). Siccome era la provincia con le operazioni e indagini antidroga più attive nel periodo 2011/2012, la DEA riconobbe la necessità di disporre di un Ufficiale di Collegamento a terra che potesse introdurre una visione da forze dell’ordine durante la pianificazione di operazioni militari. I militari capivano il ruolo delle forze dell’ordine, come dettato dalla loro catena di comando, ma pochi militari di carriera avevano una qualche comprensione di come funzionano le indagini antidroga; la legittimità di perquisizioni e sequestri, o l'uso di registri cartacei, operazioni di intercettazioni e tracciamento o informatori.

Ogni settimana volavo a Helmand per incontrare la cellula operativa C-3 e coordinarmi nella pianificazione delle operazioni contro la rete di droga Haqqani, una delle principali fonti di finanziamento dei talebani. Per questo motivo, il Corpo dei Marines era molto interessato a sopprimere il traffico di droga a Helmand, sapendo che ogni dollaro ottenuto dai talebani attraverso l'esportazione e la vendita di oppio sarebbe stato utilizzato per acquistare altre armi che avrebbero potuto essere usate contro i Marines statunitensi.


Undicisettembre: La prossima inevitabile domanda è: quello che è successo nelle ultime settimane e negli ultimi mesi era l'unico modo in cui si poteva concludere questa guerra? Era questa l'unica conclusione inevitabile?

Craig Covert: Credo che la situazione che si è verificata quest'estate fosse evitabile, ma solo nel caso in cui gli Stati Uniti e i loro alleati fossero rimasti in Afghanistan per un tempo indefinito. La storia ha dimostrato che non importa quanto ben armata e finanziata sia una forza di occupazione, la volontà del popolo afghano sopravvivrà sempre alla perseveranza della forza militare che tenta di domarli. Gli inglesi tentarono di colonizzare l'Afghanistan nel 1800 e soffrirono miseramente durante le guerre anglo-afghane. Nel 1979, l'Unione Sovietica invase l'Afghanistan e finì con un ritiro e un fallimento assoluto, stranamente simile al nostro. In Russia viene spesso definito "il Vietnam dell'Unione Sovietica".

Avremmo potuto restare e andare avanti a finanziare e mantenere l'esercito afghano a tempo indeterminato, ma non c'era alcuna volontà politica di farlo all'interno dell'amministrazione Biden. L'alto costo finanziario è sempre stato un parafulmine all'interno del Congresso degli Stati Uniti e, dopo 20 anni, molti americani e politici ritenevano allo stesso modo che fosse giunto il momento di riportare a casa le nostre truppe. Sfortunatamente, il presidente sembra aver condotto un ritiro prematuro che chiaramente non era in linea con le raccomandazioni dei suoi consiglieri militari di più alta esperienza. Il fallimento è stato esemplificato con il ritiro inaspettato delle forze statunitensi dalla base aerea di Baghram con il favore dell'oscurità, con le truppe che hanno lasciato dietro di sé milioni di oggetti. C’era di tutto, da insignificanti bottiglie d'acqua, cibo militare e mobili da ufficio a centinaia di veicoli blindati e migliaia di veicoli civili.

Si potrebbe facilmente sostenere che l'inizio della fine risale in realtà al 2014, quando le forze statunitensi consegnarono la grande base operativa avanzata nella provincia di Helmand, o "Camp Leatherneck", all'esercito afghano. Sebbene l'esercito afghano abbia tecnicamente preso possesso della base, Leatherneck è rimasta per lo più deserta, oltre che saccheggiata, lasciando così ampie aree di terra nella provincia aperte al ritorno dei talebani. A est, la base operativa avanzata a Khandahar si è lentamente ridimensionata e alla fine ha chiuso i battenti nel 2021, lasciando l'intera regione meridionale occupata da forze dell'esercito mal governate e con una minima presenza. Non è stata una sorpresa che i talebani abbiano rapidamente riempito il vuoto creato dalla scomparsa delle truppe della coalizione e, proprio come i politici statunitensi, l’esercito afghano non aveva alcuna volontà di continuare la lotta contro di loro. Man mano che la presenza dei talebani cresceva, le province tornarono lentamente ai loro vecchi stili di vita, abbandonando le coltivazioni di grano, raccomandate dall'Occidente, e coltivando nuovi campi di papavero. Con il papavero, i talebani avevano di nuovo una fonte di reddito costante con cui finanziare le loro milizie.

Il ritiro precipitoso delle forze da Kabul ha sicuramente dato forza ai talebani, che hanno conquistato una provincia dopo l'altra alla velocità della luce. Tutti i segnali di pericolo c'erano, ma a quanto pare i responsabili del Pentagono e della Casa Bianca dormivano mentre erano alla guida. Nonostante si siano radunati alla periferia della città, non credo che i talebani sarebbero entrati a Kabul se il personale americano fosse rimasto. Sfortunatamente, i politici americani non hanno stomaco per la guerra. Vedono solo percentuali di sondaggi in diminuzione e carriere di breve durata nei loro lavori attuali. Oggi l'eccezionalità americana si misura in voti, niente di più. Quindi, è stato eseguito un ritiro immediato, inaspettato e condotto troppo in fretta. Senza un'amministrazione disposta a sacrificarsi per il bene del governo afghano e del suo popolo, era una conclusione inevitabile.


Undicisettembre: Chiariamo subito chi ha commesso gli errori peggiori al riguardo: è stata la precedente amministrazione, firmando l'accordo di pace con i talebani, o quella in carica che si è ritirata così velocemente dall'Afghanistan?

Craig Covert: La colpa è in parte di entrambe le amministrazioni, sebbene sia stato proprio il presidente Biden a prendere la decisione finale di ritirare tutte le truppe dall'Afghanistan. Se è vero che il presidente Trump ha dato il via al precipitarsi degli eventi firmando l'accordo di Doha con l'Emirato islamico dell'Afghanistan (i Talebani), si può sostenere che l'accordo con un gruppo non ufficialmente riconosciuto dagli Stati Uniti non può essere considerato valido e può, di fatto, essere invalidato per giusta causa.

Molti credono che se il presidente Trump fosse ancora al potere, avrebbe mantenuto una presenza nominale di truppe all'aeroporto di Kabul, se non altro per proteggere i nostri interessi militari, i beni e i civili che ancora vivono a Kabul. Cosa sarebbe potuto o sarebbe successo se Trump fosse stato rieletto non si saprà mai, ma ciò che non si può negare è quale presidente ha ordinato l'effettivo avvenuto nel 2021.

Il presidente Biden ha avuto l'opportunità di sfuggire all'accordo di Doha sulla base dei falliti colloqui di pace afghani, ma per qualche motivo ha scelto di non farlo. Sfortunatamente, il presidente Biden era il comandante in capo quando è stata presa la decisione di ritirarsi. Pertanto, la colpa deve spettare a lui e ai generali che non hanno dibattuto contro la sua decisione. Va notato, tuttavia, che nemmeno i generali possono prendere le decisioni per conto del Presidente: possono solo consigliare. In definitiva, è il comandante in capo civile, cioè il presidente degli Stati Uniti, che dà l’ordine.

Recentemente, il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin e i generali Mark Milley e Kenneth McKenzie, rispettivamente presidente degli Stati Maggiori Riuniti e comandante del Comando Centrale, hanno riferito che al presidente Biden era stato consigliato di lasciare a terra tra 2.500 e 4.000 soldati americani. Mentre l'America aveva certamente la potenza militare e la tecnologia per tenere a bada i talebani affinché non conquistassero Kabul, almeno a breve termine, la miopia politicamente carica del presidente ha chiaramente portato i talebani a conquistare rapidamente Kabul. Il presidente non aveva capito ciò che quasi tutti i militari che avevano prestato servizio in Afghanistan sapevano già: se avessimo lasciato l'Afghanistan nelle mani dell'esercito afghano senza il nostro sostegno, sarebbero stati destinati a fallire.


Undicisettembre: Perché l'esercito afghano è crollato così velocemente?

Craig Covert: Ci sono stati molti problemi che hanno portato al crollo dell'Afghanistan, troppi da elencare. Ne descriverò alcuni. Primo, l'Afghanistan non è mai stato una nazione facile da conquistare da parte di un invasore straniero, perché non è una "nazione" nel senso in cui noi occidentali intendiamo una nazione. C'è poco o nessun senso di unità nazionale. L'Afghanistan è un agglomerato di tribù e signori della guerra, contadini e politici, la maggior parte dei quali combatte per la propria tribù o clan prima di combattere per il governo. Sono fedeli alla tribù, al clan e al gruppo, non alla capitale o alla leadership politica. Si parlano Pashto, Dari e un’altra dozzina di dialetti diversi. Si ritiene che il nazionalismo pashtun sia importante tanto quanto, se non di più, il nazionalismo politico. Questa reale mancanza di identità nazionale crea muri quando soldati e politici del governo al potere non parlano nemmeno la stessa lingua del popolo. Come ci si può aspettare che i programmi nazionali funzionino quando sono imposti da una tribù o da un clan a un altro? Non è possibile. Come per la mancanza di identità nazionale, il valore della democrazia di stampo occidentale cade nel vuoto in tutte le province. Non si può introdurre una repubblica costituzionale, con le sue opportunità commerciali in stile occidentale e con l’aspettativa di essere accettata da un cittadino afghano dall'oggi al domani, considerando la storia dell'Afghanistan. L'occidentalizzazione è un concetto estraneo alla maggior parte degli afgani, proprio come la leadership dei samurai giapponesi del 1700 sarebbe incomprensibile per gli americani di oggi.

La corruzione all'interno della leadership civile e militare è stata certamente un fattore nel crollo dell'Afghanistan. Abbiamo dato ai signori della guerra gli strumenti per ottenere la cooperazione delle province; abbiamo trascurato la corruzione dei politici; abbiamo permesso al governo afghano di aggirare i controlli contro il contrabbando di denaro contante dall'Afghanistan ai paesi vicini. Per ogni paio di stivali che davamo a un comandante afghano per le sue truppe, una certa percentuale finiva al bazar locale, spesso venduto dal comandante stesso, con truppe che si presentavano in formazione in ciabatte e sandali. La corruzione era e rimane molto diffusa e la mancanza di volontà, combinata alla mancanza di risorse, di fermare la corruzione ha semplicemente portato al deterioramento del sistema di governo che non sarebbe mai rimasto in piedi a lungo da solo.

Il crollo dello stesso esercito afghano era atteso da ogni soldato o Marine che aveva prestato servizio con loro. Sebbene ci siano certamente delle eccezioni, la maggior parte delle truppe aveva poca fiducia nell’abilità e nella capacità dell'esercito, perché molti erano analfabeti, scarsamente istruiti o semplicemente non si presentavano in servizio nei luoghi e orari negli orari stabiliti. La più grande preoccupazione tra le forze statunitensi era la tiepida volontà del soldato medio, che sembrava andare e venire senza una motivazione oltre all’insistenza con cui gli veniva chiesto e quanto difficile si presumeva fosse la sua missione.

C'è un vecchio modo di dire che dice qualcosa del genere: “Dai un pesce a un uomo, mangerà per un giorno. Insegna a un uomo a pescare, mangerà per tutta la vita”. Non potrebbe esserci spiegazione migliore per il fallimento dell’esercito afghano. Gli Stati Uniti e i nostri alleati hanno dato da mangiare all’esercito afghano ogni giorno per vent’anni. Abbiamo fornito loro risorse; abbiamo pagato i loro stipendi. Abbiamo permesso loro di inserire nei propri ranghi leader incapaci e inefficaci senza dire nulla per paura di offenderli. Abbiamo fornito tutte le risorse logistiche e l'equipaggiamento da combattimento utilizzato dalle loro unità, dalle uniformi alle armi leggere e ai veicoli. L'esercito afghano non ha mai preso la vera "proprietà" della propria attrezzatura in termini di cura e manutenzione. I membri del servizio americano imparano a padroneggiare le loro specialità professionali militari e diventano esperti nel loro campo dopo i primi tre anni dall’arruolamento, il che si traduce in un avanzamento di grado e responsabilità. Eppure, nonostante abbiano dato all'esercito afghano vent’anni di formazione e di attrezzature, questi hanno imparato poco. Tutto si riduceva alla dipendenza. Fintanto che le forze statunitensi e della coalizione fornivano cibo, munizioni e cerotti, facevano manutenzione ai veicoli e alle armi e facevano da babysitter all'esercito in ogni giro di pattuglia o di ricognizione, l'esercito afghano è rimasto solo che un gruppo di individui in uniforme che prendeva uno stipendio più o meno sicuro, ma erano inefficaci da soli come forza combattente. Ciò è diventato evidente quando l'esercito ha rapidamente deposto le armi al primo accenno di un'offensiva talebana in arrivo. Abbiamo creato un mostro che neanche tutti i soldi del mondo non avrebbero potuto aggiustare.


Undicisettembre: Che tu sappia i talebani sono in possesso di veicoli e armi americani? Se sì, come è successo?

Craig Covert: Assolutamente! Basta una rapida ricerca su YouTube, sui social media o su qualsiasi agenzia di stampa online credibile per trovare dozzine di video che mostrano che i materiali statunitensi sono caduti nelle mani dei talebani. Uniformi, armature, radio, veicoli, camion, mezzi corazzati, munizioni… la lista è infinita. Gli oppositori affermeranno che le truppe statunitensi si sono assicurate che i veicoli corazzati e gli aerei siano stati disabilitati prima del ritiro, e ciò potrebbe essere vero, ma tali azioni non hanno alcuna influenza sulle migliaia di veicoli, sulle decine di migliaia di armi, né sui milioni di proiettili che sono stati presi dai talebani dalla resa delle forze afghane che hanno semplicemente lasciato cadere o consegnato l'equipaggiamento senza combattere. Il ritiro delle forze statunitensi dall'Afghanistan ha effettivamente dotato i talebani di equipaggiamento e armi sufficienti per diventare una formidabile forza militare che un giorno dovremo affrontare sul campo di battaglia.


Undicisettembre: I talebani si presentano oggi come più moderni e forse più moderati di prima. Secondo me stanno solo fingendo e si dimostreranno violenti come lo erano negli anni '90. Cosa ne pensi, sono in qualche modo affidabili in questo secondo regime?

Craig Covert: I talebani si sono dimostrati disonesti e falsi e già dopo poche settimane hanno mostrato il loro vero volto. I barbieri non possono più tagliare la barba agli uomini o accendere la radio nei negozi. I “prigionieri” condannati (per quali crimini forse non sapremo mai) sono stati impiccati a delle gru ed esposti in tutta Kabul. Alle donne è stata negata l’istruzione e vengono segregate dagli uomini in tutta la città. Interpreti e altri che hanno lavorato per o al fianco degli Stati Uniti e dell'ex governo afghano sono stati braccati e giustiziati. La risposta breve alla domanda è evidente: i talebani non sono mai stati affidabili o sinceri e certamente replicheranno la ferocia fondamentalista che hanno mostrato vent'anni fa.


Undicisettembre: Una differenza importante che vedo rispetto al passato è che mentre i talebani erano alleati di al-Qaeda, ora l'ISIS Khorasan è loro nemico quindi probabilmente non permetteranno ai terroristi di costruire e gestire le loro basi. Cosa ne pensi? Può essere una differenza importante?

Craig Covert: Certamente ci saranno fazioni di organizzazioni terroristiche in Afghanistan che considerano le altre organizzazioni islamiche radicali come loro nemico, anche se entrambi considerano gli Stati Uniti il ​​loro nemico comune. Sarebbe ingenuo pensare che l’ISIS-K si sottometta ai talebani e viceversa, poiché entrambi desiderano assumere il potere all'interno del paese. Proprio come ci sono divisioni tra sciiti e sunniti in Iraq, o tra l’ISIS in Iraq e il governo iracheno, l'Islam da solo non basta a per portare l’ISIS-K e i talebani a un accordo. Credo che gli Stati Uniti e i suoi alleati continueranno a prendere di mira segretamente elementi dell'ISIS-K nel prossimo futuro se dovessero costituire una minaccia ai civili occidentali in Afghanistan, inevitabilmente prenderanno di mira anche le forze talebane se dovessero continuare a calpestare le libertà dei popolo afghano. Non credo che passerà molto tempo prima di vedere il primo movimento offensivo dei talebani contro gruppi di occidentali che restano all'interno dei suoi confini.


Undicisettembre: Non è ingiusto dire che la guerra è stata persa dagli USA? Voglio dire, il motivo per cui gli Stati Uniti hanno invaso l’Afghanistan era distruggere le basi dei terroristi, cosa che hanno fatto al punto che un altro attacco simile all'11 settembre è ora improbabile. Cosa ne pensi?

Craig Covert: L'ultima guerra vinta dagli Stati Uniti è stata la seconda guerra mondiale. L'America ha ritirato le sue forze dalla Corea in seguito alla firma dell'armistizio coreano nel 1953. L'America ha lasciato il Vietnam dopo la firma dell'emendamento Case-Church nel 1973, ponendo ufficialmente fine al coinvolgimento degli Stati Uniti. Ciò ha provocato il fallimento dell'accordo di pace di Parigi e infine la caduta di Saigon. Da quel momento, l'America ha fatto un ottimo lavoro vincendo battaglie, ma vincere le guerre è diventata un'arte perduta. Alcuni sosterranno che l'America e i suoi alleati "vinsero" Desert Storm (la Guerra del Golfo), ma Saddam Hussein rimase al potere e la guerra ripartì solo un decennio dopo.

Non era inaspettato che ancora una volta i politici americani si piegassero alla volontà del popolo (in altre parole: il potere del voto) e ritirassero le truppe dall'Afghanistan. Ciò che è stato inaspettato per molti è stato il modo in cui è stato fatto e la velocità del ritiro. A mio parere, è stato fatto senza lungimiranza e pianificazione approfondita; in fretta e con sconsiderato disprezzo per gli interpreti e i civili afgani che in precedenza avevano aiutato le forze statunitensi.

Ce ne siamo andati prima che un governo credibile fosse accettato dal suo stesso popolo. Abbiamo lasciato un Afghanistan che non poteva, o forse non voleva, salvarsi dai talebani.

2021/09/28

Ventesimo anniversario dell'11/9, intervista all'ex agente speciale dell'FBI Mark Rossini

di Leonardo Salvaggio

È disponibile sul mio canale YouTube una nuova intervista all'ex agente speciale dell'FBI Mark Rossini (da noi già intervistato in passato e che svolge consulenza per Undicisettembre del 2016). Nell'intervista, disponibile solo im inglese, parliamo del coinvolgimento saudita negli attentati dell'11/9, anche alla luce dell'ordine esecutivo del Presidente Biden di desecretare i documenti relativi alle indagini, e della situazione attuale dell'Afghanistan.


2021/09/17

Ritorno dei Talebani al potere in Afghanistan: intervista all'ex agente della DIA Julie Sirrs

di Leonardo Salvaggio

È disponibile sul mio canale YouTube personale un'intervista all'ex agente della DIA Julie Sirrs sul ritorno dei Talebani al potere e sull'attuale situazione dell'Afghanistan. Julie Sirrs è già stata intervistata da Undicisettembre in passato.

L'intervista è disponibile solo in inglese.


2021/06/04

Il piano della CIA per rapire bin Laden nel 1998

di Leonardo Salvaggio

Tra il 1997 e il 1998 la Alec Station della CIA elaborò un piano per rapire bin Laden che fu scartato dai vertici dell'agenzia e mai messo in atto. Inizialmente il piano prevedeva un agguato al leader di al-Qaeda durante uno dei suoi frequenti spostamenti tra Kandahar, la capitale operativa deli Talebani, e Tarnak Farms, uno dei campi di addestramento di al-Qaeda dove bin Laden risiedeva per la maggior parte del suo tempo; tuttavia questo piano fu presto accantonato perché i combattenti afghani che avrebbero dovuto condurre l'operazione in supporto delle forze USA dissero di averci già provato e di aver fallito. La CIA cambiò quindi i propri piani in favore di un'operazione notturna proprio presso Tarnak Farms, nonostante non vi fosse alcuna certezza che i miliziani afghani avessero tentato un rapimento davvero.


Grazie all'intelligence e a foto satellitari la CIA era riuscita ad avere una buona conoscenza di Tarnak Farms: l'area conteneva circa ottanta costruzioni di cemento e fango da uno o due piani tra cui magazzini, dormitori, una moschea e una struttura adibita a clinica. L'area era circondata da un muro alto oltre tre metri. All'interno di Tarnak Farms la CIA aveva anche individuato l'edificio in cui bin Laden dormiva e dove avrebbe dovuto essere aggredito.

I guerriglieri afghani che avrebbero dovuto eseguire materialmente il rapimento erano alleati degli USA già dal decennio precedente in cui avevano combattuto contro l'Unione Sovietica. Un gruppo di loro sarebbe dovuto entrare nell'area da un canale di scolo che passava sotto al muro di cinta, mentre un secondo gruppo sarebbe entrato dal cancello anteriore armato di pistole con silenziatore per fronteggiare eventuali resistenze. I rapitori avrebbero dovuto sorprendere bin Laden nel sonno, rapirlo e portarlo in una zona desertica poco distante dove lo avrebbero ceduto a un secondo gruppo di combattenti afghani. Bin Laden sarebbe quindi rimasto nascosto in una grotta per circa un mese, a quel punto sarebbe stato consegnato alle forze USA che lo avrebbero trasportato in elicottero fino agli Stati Uniti o in una capitale di un paese alleato più vicino.

La CIA condusse due esercitazioni per l'esecuzione del piano nel 1997 e ne condusse un'altra nel marzo del 1998. Uno degli ufficiali della Alec Station intervistato dalla commissione di indagine sull'11/9 affermò che i militari approvarono il piano, ma dai vertici della CIA iniziò a trapelare dello scetticismo. Il consigliere per la sicurezza nazionale Sandy Berger commentò che il piano gli sembrava in stato embrionale, avanzò dubbi sull'affidabilità dei gruppi afghani che avrebbero dovuto tenere bin Laden recluso per molto tempo, e dubitava anche dell'esito dell'intera operazione in quanto vi era il serio rischio che bin Laden venisse portato negli USA solo per poi essere assolto da un tribunale, perché le evidenze sul fatto che stesse organizzando attacchi contro gli Stati Uniti con armi di distruzione di massa erano al tempo deboli.

Una quarta esercitazione si svolse intorno al 20 di maggio e coinvolse anche l'FBI e parte dei guerriglieri afghani che avrebbero dovuto compiere il rapimento. Gli organizzatori proposero che l'agguato si svolgesse tra il 23 di giugno e il 23 di luglio. Il 29 maggio si svolse un incontro dei vertici della CIA per decidere se proseguire con il piano o abbandonarlo, e la decisione finale fu la seconda. Oltre ai dubbi già avanzati sulla difficoltà tecnica della missione come era stata concepita, il direttore della CIA George Tenet sostenne che il rischio di vittime civili sarebbe stato troppo alto e che la missione avrebbe avuto conseguenze negative di carattere geopolitico nel caso in cui bin Laden fosse rimasto ucciso durante le missione. La CIA decise quindi di abbandonare la missione, che non venne nemmeno proposta alla Casa Bianca.

Nel giro di pochi mesi lo scenario cambiò radicalmente e l'obiettivo principale divenne eliminare bin Laden e non più catturarlo. Dopo gli attentati contro le ambasciate in Africa del 7 agosto 1998 le forze USA tentarono di uccidere il leader di al-Qaeda con un attacco missilistico, ma bin Laden riuscì a sfuggire a questo primo tentativo. Dall'11/9 iniziò una caccia all'uomo durata poco meno di dieci anni, che si concluse ad Abbottabad nella notte tra l'1 e il 2 maggio del 2011.



Fonti:
  • The 9/11 Commission Report
  • "The Looming Tower" di Lawrence Wright
  • "Ghost Wars" di Steve Coll

2021/05/21

I Buddha di Bamiyan distrutti dai Talebani

di Leonardo Salvaggio

Sei mesi prima dell'11 settembre l'Afghanistan dei Talebani divenne noto per un altro atto increscioso di cui il regime di Kabul si rese protagonista: due gigantesche statue del Buddha risalenti al sesto e al settimo secolo furono distrutte con esplosivi e razzi antiaerei.


Le due statue furono costruite intorno all'anno 600 d.C. nella valle di Bayman, provincia afghana che ha per capoluogo l'omonima città, lungo la Via della Seta, crocevia di culture che favorì l'insediamento di una comunità buddhista. Il luogo dove sorgevano i due colossi, alti cinquantatré e trentotto metri e distanti circa ottocento metri l'uno dell'altro, è a poco meno di duecento chilometri da Kabul. Il corpo principale delle due state era stato scavato direttamente dentro la montagna, mente i dettagli erano stati realizzati con fango, paglia e stucco; infatti gran parte della copertura è andata perduta già da secoli per via degli agenti atmosferici. Fin dall'invasione di Gengis Khan nel tredicesimo secolo le statue resistettero a numerosi tentativi di distruzione da parte dei sovrani che si succedettero; tuttavia la struttura generale delle due statue resistette fino all'ascesa al potere dei Talebani.

Nel 1999 il Mullah Omar annunciò che le due statue del Buddha sarebbero state risparmiate, perché in Afghanistan non vi era popolazione buddhista, pertanto non avrebbero potuto essere utilizzate come oggetti di culto, ma al contrario avrebbero potuto portare benefici economici all'Afghanistan come luogo di interesse culturale e turistico. Tuttavia a febbraio del 2001 lo stesso regime annunciò che avrebbe in breve tempo distrutto le statue. La dichiarazione suscitò lo sdegno di tutta la comunità internazionale, compresi molti paesi musulmani come l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi e il Pakistan; il museo Metropolitan di New York si offrì anche, attraverso l'allora segretario dell'ONU Kofi Annan, di salvare le statue e trasportarle negli Stati Uniti.

Le proteste internazionali furono vane e il 2 marzo del 2001 i talebani iniziarono la distruzione dei due Buddha giganti, operazione che richiese settimane di bombardamenti e di cui non si conoscono le date e le fasi precise. Il 19 marzo il diplomatico Sayed Rahmatullah Hashemi disse al New York Times che la decisione del regime fu presa come ritorsione dopo che una delegazione estera aveva offerto fondi all'Afghanistan per salvare le statue, mentre non riceveva mai offerte di sovvenzioni per la popolazione afflitta dalla povertà; Hashemi al tempo era inviato dei Talebani negli USA per migliorare le relazioni tra i due paesi, esacerbate dall'ospitalità che il regime di Kabul offriva a Osama bin Laden e ad al-Qaeda.

Photo credit: CIPA Heritage Documentation

Tuttavia esiste una spiegazione diversa sul perché il i Talebani abbiano compiuto un simile abominio. Alcuni testate, come il giornale pakistano Dawn e quello nepalese The Himalayan Times, riportarono che dopo la caduta dei talebani vennero trovati dei documenti a Kabul che dimostrerebbero che i due Buddha furono distrutti a causa delle pressioni di Osama bin Laden verso il Mullah Omar affinché le abbattesse. Per i Talebani le statue avrebbero potuto rimanere in piedi, ma il leader di al-Qaeda chiese e ottenne dal regime che venissero distrutte in quanto incompatibili con l'Islam radicale salafita da loro praticato. L'ex calciatore e miliziano di al-Qaeda tunisino Nizar Trabelsi disse agli investigatori dopo il suo arresto in Belgio che al-Qaeda usava le statue del Buddha come obiettivo per esercitarsi con le armi da fuoco già da tempo.

La distruzione delle statue millenarie di Bamiyan compromise definitivamente i rapporti tra i Talebani e la comunità internazionale; rapporti che solo sei mesi dopo precipitarono in una guerra che non si è ancora conclusa dopo due decenni.

2020/10/26

Ucciso in Afghanistan Abu Muhsin al-Masri, alto leader di al-Qaeda

di Leonardo Salvaggio

Il National Directorate of Security (anche noto come NDS, il servizio di sicurezza e intelligence afghano) ha annunciato il 24 ottobre su Twitter di aver ucciso in un'operazione delle forze speciali il terrorista Husam Abd-al-Ra'uf, noto anche con il nome di guerra Abu Muhsin al-Masri, considerato il leader di al-Qaeda nel subcontinente indiano e il secondo in comando dell'intera organizzazione dietro a Ayman al-Zawahiri. L'uccisione di al-Masri è stata confermata anche dal direttore dello US National Counterterrorism Center, ente federale americano preposto a coordinare tutte le attività antiterrorismo, Chris Miller.


Il terrorista era dal 2018 nella lista dei terroristi più ricercati dall'FBI. L'NDS ha pubblicato in un altro tweet (ATTENZIONE - foto impressionante) la foto di un uomo deceduto che effettivamente corrisponde alla persona che compare sul sito dell'FBI. Il vice governatore della provincia di Ghazni, dove è avvenuta l'operazione, ha comunicato all'Associated Press che i militari avrebbero invaso la casa in cui vivevano sette terroristi, tra cui al-Masri, nel villaggio di Kunsaf. Secondo l'NDS e secondo il governatore della provincia, al-Masri viveva sotto la protezione dei Talebani, in quanto il villaggio in cui si nascondeva era sotto il loro controllo. Sempre secondo l'Associated Press, anche i Talebani starebbero conducendo indagini, non meglio chiarite, sull'accaduto.

Se fosse confermato che al-Marsi viveva sotto la protezione dei Talebani, questi ultimi avrebbero violato il trattato di pace firmato a febbraio con gli USA, in quanto il secondo punto della sezione che elenca gli obblighi dei Talebani (denominati nel documento Islamic Emirate of Afghanistan) vieta espressamente di cooperare con gruppi che minaccino la sicurezza degli Stati Uniti e dei loro alleati.

2019/10/14

9 settembre 2001: l'attentato che uccise il leader dell'Alleanza del Nord Ahmad Shah Massoud

di Hammer

Il 9 settembre del 2001, solo due giorni prima degli attentati dell'11/9, il leader dell'Alleanza del Nord Ahmad Shah Massoud fu ucciso in un attentato terroristico nel villaggio afghano di Khvajeh Baha od Din, vicino al confine con il Tajikistan. I perpetratori dell'attentato furono i tunisini Dahmane Abd al-Sattar e Bouraoui el-Ouaer, i quali entrarono in Afghanistan tre settimane prima spacciandosi per giornalisti belgi di origine marocchina intenzionati a intervistare Massoud per il canale Arabic News International, che nella realtà non è mai esistito. I due terroristi riuscirono a entrare nello stato asiatico grazie a passaporti rubati e alterati che recavano i nomi fittizi di Karim Touzani e Kacem Bakkali. Durante il periodo che trascorsero in Afghanistan come falsi giornalisti intervistarono anche l'ex presidente Burhanuddin Rabbani e il miliziano dell'Alleanza del Nord Abd al-Rasul Sayyaf.


Gli attentatori ottennero il permesso per l'intervista a Massoud solo l'8 settembre per il giorno dopo e lo incontrarono in una casa di Khvajeh Baha od Din. L'intervista si svolse alla presenza del giornalista Mohammad Fahim Dashty, dell'ambasciatore afghano in India Massoud Khalili e del miliziano dell'Alleanza del Nord Mohammed Asim Suhail. Dasthy aveva incontrato gli attentatori anche nei giorni precedenti e in seguito riferì che i due si erano comportato in modo normale e gentile e non avevano destato nessun sospetto.

Mohammad Fahim Dashty raccontò nel documentario olandese Who Killed Massoud, che mostra anche gli interni del luogo dell'attentato, che poco dopo l'inizio dell'intervista il finto cameraman Bouraoui el-Ouaer fece esplodere degli ordigni che erano nascosti nella videocamera e nella cintura con cui portava la batteria di riserva.

L'esplosione uccise Mohammed Asim Suhail, mentre Mohammad Fahim Dashty e Massoud Khalili rimasero feriti, in particolare quest'ultimo rimase cieco da un occhio e sordo da un orecchio. Anche l'attentatore Bouraoui el-Ouaer, che teneva in mano gli ordigni al momento dell'esplosione, rimase ucciso nell'attentato; mentre il secondo attentatore fu catturato da alcune guardie di Massoud, richiamate sulla scena dal rumore dell'esplosione, e rinchiuso in una stanza accanto. Al-Sattar tentò quindi la fuga da una finestra ma poco dopo essersi allontanato fu ucciso dalle guardie con colpi di arma da fuoco.

L'esplosione non uccise sul colpo Massoud, ma lo ferì gravemente. Due delle guardie presero il leader ferito e lo caricarono su un'auto, guidata da Dashty, che lo portò a un eliporto, dove fu spostato su un elicottero che avrebbe dovuto portarlo a un ospedale di Farkor, in Tajikistan, ma Massoud morì durante il volo. L'Alleanza del Nord sulle prime non comunicò alla stampa la morte del proprio leader, infatti un articolo del New York Times del 10 settembre 2001 riporta che Ahmad Shah Massoud era stato ferito in un esplosione.

In un'intervista rilasciata al network tedesco multilingue Deutsche Welle Massoud Khalili disse di essere stato sicuro fin dal primo momento che il mandante dell'attentato fosse Osama bin Laden e le indagini successive confermarono la prima ipotesi del diplomatico.

Gli inquirenti riscontrarono infatti che la telecamera usata dai due finti giornalisti era stata rubata a un reporter francese a Grenoble a dicembre del 2000 e che i documenti che i terroristi usarono per entrare in Afghanistan furono rubati e modificati in Belgio da cellule jihadiste legate ad al-Qaeda. Inoltre un cablogramma della CIA reso pubblico in seguito a una richiesta FOIA (Freedom of Information Act) nel 2003 confermò che i due attentatori erano miliziani di al-Qaeda e nello stesso anno la CNN riportò che sulla rivista online Voice of Jihad al-Qaeda aveva rivendicato l'uccisione di Massoud. I legami tra i due terroristi e al-Qaeda sono riscontrabili anche a livello personale, in quanto Dahmane Abd al-Sattar era il marito dell'attivista marocchina Malika El Aroud che ammise in un'intervista alla CNN la propria devozione verso Osama bin Laden.

Ovviamente il fatto che al-Qaeda abbia voluto eliminare uno dei capi dell'Alleanza del Nord due giorni prima dell'11/9 non è casuale. Commissionando l'assassino di uno dei più strenui oppositori dei Talebani, Osama bin Laden si assicurò la protezione del regime per i mesi successivi nei quali la reazione militare americana si sarebbe abbattuta sull'Afghanistan. Inoltre privando l'Alleanza del Nord della guida di Massoud indebolì i possibili alleati delle forze statunitensi.

Secondo quanto riportato dal giornalista Steve Coll nel libro Ghost Wars del 2005, che vinse anche un premio Pulitzer, la CIA teneva Massoud in grande considerazione per le sue doti di leadership e per le sue capacità militari. Ahmad Shah Massoud è sepolto a Bazarak, sua città natale nella provincia afghana del Panjshir, e a Kabul gli è stata intitolata la strada in cui si trova l'ambasciata degli Stati Uniti.

2019/05/10

Aimen Dean - Nine Lives: My time as the West's top spy inside al-Qaeda

di Hammer

Nel 2018 è stato pubblicato il libro intitolato Nine Lives: My time as the West's top spy inside al-Qaeda, autobiografia dell'ex miliziano di al-Qaeda, e collaboratore dell'MI6, noto come Aimen Dean. L'uomo è nato in Bahrein nel 1978 e trascorse i primi anni della propria vita in Arabia Saudita. A quindici anni partì per la Bosnia dove si unì alla jihad per la prima volta, assistendo più volte ai massacri compiuti dai jihadisti sui prigionieri di guerra.

Dopo aver lasciato i Balcani, Dean si unì ai campi di reclutamento di al-Qaeda in Afghanistan dove conobbe Osama bin Laden, di cui ricorda le doti di leader e le capacità di convincimento, e Khalid Sheikh Mohammed che in seguito sarebbe diventato l'ideatore e pianificatore dell'11/9. Durante il periodo trascorso in Afghanistan, Dean assistette di persona alla conquista di Kabul da parte dei Talebani e degli scontri di questi ultimi con l'Alleanza del Nord guidata da Ahmad Shah Massoud, che verrà ucciso in un attentato due giorni prima degli attentati contro le Torri Gemelle e il Pentagono. Dean assistette anche varie volte agli esperimenti di al-Qaeda per la predisposizione di armi chimiche che vennero testate sotto ai suoi occhi su animali che vide morire tra atroci sofferenze.

La brutalità della jihad provocò sempre più dubbi in Aimen Dean, che decise di lasciare definitivamente al-Qaeda dopo gli attentati contro le ambasciate americane in Kenya e Tanzania nel 1998. Pochi giorni dopo sopravvisse ai bombardamenti americani contro alcuni campi di addestramento di al-Qaeda in Afghanistan banalmente perché si trovava a una latrina ai confini del campo durante l'inizio degli attacchi.

Con la scusa di un controllo medico Dean riuscì a scappare in Qatar, da cui fuggì verso il Regno Unito, dove prese contatti con l'MI6 diventando così uno dei più importanti informatori dei servizi segreti occidentali.

Dean iniziò quindi per un lungo periodo a viaggiare tra il Bahrein, Londra e Afghanistan, unendosi a cellule terroristiche e riportando le informazioni acquisite all'MI6. Nel 1999 la Russia attaccò militarmente i separatisti ceceni come rappresaglia a seguito di attentati dinamitardi contro palazzi abitativi a Mosca e Volgodonsk. Dapprima l'MI6 temette che gli attacchi in Russia fossero un false flag ordito dal governo per giustificare i bombardamenti contro i ceceni, ma grazie alla presenza di Dean nei gruppi jihadisti l'intelligence dl Regno Unito ebbe invece la certezza che si trattò di un vero atto terroristico.

Pochi giorni prima dell'11/9 Dean riportò di aver sentito Osama bin Laden promettere imminenti attacchi contro obiettivi americani, tuttavia le informazioni furono molto vaghe e Dean pensò sulle prime che si trattasse di nuovi attentati contro sedi americane in Africa o in Asia. Del resto, aggiunge l'autore, le informazioni sulla natura degli attentati erano così riservate che anche i muscle hijacker conobbero i dettagli solo pochi giorni prima. In seguito all'11/9 Dean collaborò a sventare una nuova catena di attentati, come un attacco chimico contro la metropolitana di New York e un attentato contro la flotta americana nota come US Fifth Fleet in Bahrein.

Aimen Dean fu costretto a lasciare al-Qaeda quando nel 2006 la presenza di un importante fonte di informazioni per l'intelligence all'interno di al-Qaeda fu rivelata nel libro The One Percent Doctrine del giornalista Ron Suskind. Nonostante il libro contenga molti errori, ad esempio dice che la fonte lavorava per la CIA anziché per l'MI6, la descrizione di Suskind rendeva Dean perfettamente identificabile. Dean si dice sicuro che l'MI6 non abbia rivelato a Suskind alcuna informazione; l'ipotesi più probabile, che l'MI6 spiegò a Dean, è che dopo che l'MI6 stesso informò la CIA di avere un collaboratore in al-Qaeda, l'agenzia americana lo avrebbe rivelato alla Casa Bianca e qualcuno nello staff presidenziale lo avrebbe riportato a Suskind. Dean iniziò quindi un nuovo lavoro come consulente sulle condizioni dei paesi arabi per un gruppo bancario internazionale.

Dean chiude il proprio volume con un capitolo di considerazioni sulle guerre intestine al mondo islamico, sulla guerra in Siria e sulle differenze di scopi e di mezzi tra al-Qaeda e l'ISIS. In ultimo, conclude Dean, per sconfiggere il terrorismo islamico servono sicuramente interventi militari e intelligence occidentali, ma anche il mondo islamico stesso dovrebbe impegnarsi maggiormente nell'isolare i fomentatori di odio.

Quella di Aimen Dean non è certamente l'unica autobiografia di un informatore dei servizi segreti sul mondo della jihad; ma a differenza di altri come Omar Nasiri o Morten Storm, Dean conobbe bin Laden di persona e diede un contributo ineguagliato agli investigatori occidentali. Nine Lives è quindi una lettura fondamentale per chiunque voglia capire come funziona il terrorismo islamico, e soprattutto per chi crede che al-Qaeda non esista e sia un'invenzione della CIA, perché la testimonianza di Dean smentisce alla radice questi folli vaneggiamenti.