2020/11/21

Secondo Arab News Pakistan al-Zawahiri, il più alto leader di al-Qaeda, è morto

di Leonardo Salvaggio

Il giornale online Arab News Pakistan, edizione online con sede a Islamabad del giornale saudita Arab News, ha riportato oggi la notizia che il leader di al-Qaeda Ayman al-Zawahiri è morto in Afghanistan, nella città di Ghazni poche settimane fa. Il decesso è avvenuto per cause naturali legate all'asma, che non ha potuto curare adeguatamente viste le condizioni precarie del paese asiatico. Il giornale cita come propria fonte primaria un traduttore di al-Qaeda, la circostanza è stata confermata anche da un ufficiale della sicurezza pakistana. Entrambe le fonti rimangono anonime.


La notizia è stata riportata su Twitter anche dal giornalista del New York Times Hassan Hassan, autore nel 2015 di uno dei più completi libri sulla storia dell'ISIS, il quale ne è venuto a conoscenza da fonti vicine ad al-Qaeda. Hassan nei suoi tweet invita alla cautela fino a un riscontro indipendente; tuttavia aggiunge che una delle fonti che gli ha riportato il decesso di al-Zawahiri lo aveva anche informato della morte di Abdullah Ahmed Abdullah, confermata poi anche dal New York Times. Hassan aggiunge che non è da scartare l'ipotesi che al-Zawahiri abbia contratto il COVID-19 che lo avrebbe portato alla morte aggravando l'asma.

Se la notizia della morte di al-Zawahiri fosse confermata si aprirebbe per al-Qaeda un notevole vuoto di potere, perché ultimamente sono stati uccisi i due uomini ritenuti i numeri due, Abdullah Ahmed Abdullah e Abu Muhsin al-Masri, e anche Hamza bin Laden, figlio di Osama, era stato ucciso nel 2019. Secondo Arab News Pakistan il prossimo leader di al-Qaeda potrebbe essere l'egiziano Saif al-Adel, uno degli organizzatori degli attentati in Africa del 1998 che è sulla lista dei terroristi più ricercati dall'FBI sin dalla sua creazione nel 2001. Secondo il 9/11 Commission Report al-Adel fu una delle alte figure di al-Qaeda che nel luglio del 2001 si opposero agli attentati che all'epoca erano programmati per l'11 settembre.

2020/11/16

Storia del World Trade Center - seconda parte

di Leonardo Salvaggio

La prima parte di questo articolo è disponibile qui.

Una volta individuata la sede per la realizzazione, la Port Authority iniziò a cercare locatari per il complesso. La prima agenzia ad essere contattata nel 1962 fu lo United States Custom Service (il servizio federale delle dogane) che avrebbe costituito un primo occupante il cui prestigio ne avrebbe attirati altri e che al contempo non era soddisfatta della sede che occupava; al tempo infatti la sede dell'agenzia era l'Alexander Hamilton U.S. Custom House, poco distante dalla sede designata del World Trade Center, considerata troppo piccola e vetusta. La Port Authority, mentre si impegnava a trovare locatari nelle agenzie statali, chiese anche aiuto allo stato di New York affinché ricercasse aziende private a cui affittare lo spazio.

Lower Manhattan nei primi anni 60.

Nel dicembre del 1962 anche il presidente John Fitzgerald Kennedy tenne un discorso all'Economic Club di New York (organizzazione non profit dedita alla discussione di problemi economici, sociali e politici) in cui spese parole di elogio verso il World Trade Center. Grazie anche al vigore dato dal discorso presidenziale, la Port Authority riuscì nei tre anni successivi ad affittare lo spazio del complesso ad alcuni uffici dello stato di New York, ad aziende private tra cui molte banche e anche allo United States Custom Service.

Al fine di attirare più compagnie private, i direttor della Port Authority Guy Tozzoli e Austin Tobin capirono che il modo migliore di aumentare il prestigio del complesso sarebbe stato renderlo il più grande al mondo. Al tempo l'edificio più vasto del mondo era il Pentagono, con i suoi seicento mila metri quadri, la Port Authority decise quindi che il nuovo complesso sarebbe stato di oltre novecento mila metri quadrati di spazio.

Per il disegno degli edifici, Tobin e Tozzoli non diedero l'incarico ai tre architetti che erano stati coinvolti nello studio di fattibilità, ma incaricarono l'architetto Minoru Yamasaki di Seattle, figlio di immigrati giapponesi. Fino ad allora l'edificio più alto realizzato da Yamasaki era il Michigan Consolidated Gas Company di Detroit, alto trenta piani. Vista la scarsa esperienza in grattacieli, l'architetto pensò sulle prime che l'offerta della Port Authority di duecentottanta milioni di dollari fosse un errore di battitura: chiarito l'equivoco, Yamasaki accettò l'incarico. L'architetto di Seattle sarebbe stato aiutato dallo studio Emery Roth & Sons, fondato dallo stesso Emery Roth, che era figlio di immigrati ebrei ungheresi, a New York.

Yamasaki fu il primo a proporre l'idea di una coppia di edifici uguali con una piazza tra di loro che fungesse da luogo di aggregazione, perché, disse l'architetto, l'unica alternativa sarebbe stato un complesso di tanti edifici alti e larghi che avrebbero ricordato le case popolari. Dapprima Yamasaki propose una coppia di edifici di ottanta piani, ma così facendo non avrebbe soddisfatto il requisito di creare il complesso più vasto del mondo in termini di metratura. Yamasaki dovette quindi aumentare l'altezza delle torri che stava disegnando, ma si trovò davanti un nuovo problema: gli ascensori. Infatti palazzi molto alti richiedono molti e larghi ascensori che portano via spazio disponibile per gli uffici. I progettisti allora adottarono una soluzione che all'epoca era stata utilizzata solo per il John Hancock Center di Chicago che era in fase di realizzazione in quegli stessi anni, cioè aggiunsero al progetto dei piani intermedi a un terzo e due terzi di altezza chiamati Sky Lobbies dove si fermavano degli ascensori più grandi che non si fermavano ai piani intermedi e da cui si potevano prendere degli ascensori locali che andavano ai singoli piani. Questo accorgimento consentì a Yamasaki di arrivare a centodieci piani di altezza.

Schema di funzionamento degli ascensori.
Fonte: NIST.

Il progetto originale, che comprendeva le Torri Gemelle e i quattro palazzi più piccoli, fu svelato per la prima volta il 18 gennaio del 1964 durante una conferenza stampa al New York Hilton alla presenza di rappresentanti dei governi degli stati di New York e New Jersey e dei comuni di New York, Jersey City e Hoboken (città del New Jersey che si affaccia sul fiume Hudson). Secondo alcuni racconti, come sosteneva ad esempio il New York Times all'epoca, la piazza al centro del complesso era ispirata a quella di San Marco a Venezia, secondo altri era invece ispirata a quella della Mecca anche per via della sua struttura circolare. Yamasaki aveva comunque esperienza di architettura orientale, avendo realizzato anche l'aeroporto di Dhahran insieme al gruppo industriale della famiglia bin Laden (proprio quello fondato dal padre di Osama bin Laden).

Il disegno iniziale delle Torri si attirò da subito molte critiche: da quelle estetiche, a quelle di chi pensava che i due palazzi avrebbero creato problemi alla migrazione degli uccelli. Ma l'opposizione più aspra venne dall'imprenditore Lawrence Wien, proprietario dell'Empire State Building, il quale temeva che l'eccesso di spazio affittabile ne avrebbe fatto crollare i prezzi e ovviamente anche il palazzo che amministrava perdesse prestigio. Wien fondò il Committee for a Reasonable World Trade Center (Comitato per un World Trade Center ragionevole) che includeva i costruttori Harod Uris, fondatore della Uris Building Corporation, ed Erwin Wolfson, che aveva da pochi anni realizzato il Pan Am Building, oggi noto come MetLife Building.

Modello originale del 1964, oggi conservato al 9/11 Memorial Museum.
Fonte: Wikipedia.

La diatriba tra la Port Authority e il comitato portò a uno stallo di due anni, e nel 1966 Wien trovò un potente alleato nel neoeletto sindaco di New York John Lindsay che sosteneva che la città di New York non avesse un adeguato livello di coinvolgimento nella progettazione e che la Port Authority dovesse limitare il proprio ambito al porto ai trasporti. Sotto a questi due problemi se ne celava ovviamente un terzo di fondamentale importanza: le tasse che la Port Authority doveva pagare alla citta di New York. Le due parti raggiunsero un accordo nell'agosto del 1966. La Port Authority avrebbe pagato alla città parte degli introiti degli affitti; inoltre la città avrebbe costruito il Manhattan Cruise Terminal (terminal navale a Midtown) e la Port Authority avrebbe invece costruito il South Brooklyn Marine Terminal (terminal navale a Brooklyn).


La terza parte di questo articolo verrà pubblicata in seguito.


Fonti:
  • Twin Towers: The Life of New York City's World Trade Center di Angus Kress Gillespie, 2002
  • Up from Zero: Politics, Architecture, and the Rebuilding of New York di Paul Goldberger, 2004
  • City in the Sky: The Rise and Fall of the World Trade Center di James Glanz ed Eric Lipton, 2003
  • The World Trade Center: A Modern Marvel: 1973-2001 di History Channel, 2002

2020/11/14

Alto leader di al-Qaeda, organizzatore degli attentati del 1998, ucciso in Iran

di Leonardo Salvaggio

Secondo quanto riportato dal New York Times alcuni ufficiali di non meglio precisate agenzie di intelligence statunitensi avrebbero comunicato che il 7 agosto scorso è stato ucciso in Iran il terrorista di al-Qaeda Abdullah Ahmed Abdullah, noto anche con il nome di guerra di Abu Muhammad al-Masri. L'uomo sarebbe anche stato il secondo leader più alto di al-Qaeda dietro a Ayman al-Zawahiri, anche se lo stesso titolo è stato attribuito anche a Abu Muhsin al-Masri, ucciso a ottobre in Pakistan.


L'uomo è stato ucciso per le strade del distretto Pasdaran di Tehran intorno alle nove di sera mentre si spostava sulla sua Renault L90 bianca (modello venduto in Europa come Dacia Logan), quando è stato affiancato da due uomini su una moto che lo hanno ucciso con cinque colpi di pistola. Gli esecutori dell'operazione sono agenti israeliani che agivano per conto degli Stati Uniti. L'uomo è morto insieme alla figlia Miriam, moglie del deceduto Hamza bin Laden, figlio di Osama. Al-Masri era stato uno degli organizzatori degli attentati contro le ambasciate americane in Africa nel 1998 ed è sulla lista dei terroristi più ricercati dell'FBI dalla sua creazione nel 2001.

Ciò che non è ancora chiaro è perché l'Iran offrisse protezione a un leader di al-Qaeda, che secondo l'intelligence USA si nascondeva lì dal 2003, visto che il governo di Tehran è sempre stato uno strenuo oppositore dell'organizzazione fondata da Osama bin Laden; il primo è infatti una teocrazia sciita, mentre la seconda è un gruppo jihadista sunnita.

Dapprima, quando si sparse la notizia della sparatoria, i media Iraniani riportarono che l'uomo morto nell'incidente era un professore universitario libanese di storia chiamato Habib Daoud legato agli Hezbollah. Per quanto questa versione potesse sembrare plausibile, i media libanesi indagarono e chiarirono che non esisteva nessun professore con quel nome; inoltre gli agenti israeliani sono soliti non colpire gli Hezbollah per evitare di causare guerre. Uno degli ufficiali dell'intelligence consultati sostiene che Habib Daoud possa essere uno pseudonimo di al-Masri datogli dal governo iraniano come copertura.

La spiegazione più probabile avanzata dal New York Times è che Tehran abbia offerto protezione al alcuni leader di al-Qaeda per avere in cambio la garanzia che l'organizzazione jihadista non colpisca in Iran.

Per ora non ci sono conferme ufficiali dell'uccisione del miliziano né da parte degli USA, né di Israele, né dell'Iran. Quest'ultimo al contrario ha smentito l'uccisione di al-Masri definendo la ricostruzione del New York Times come uno scenario da Hollywood. Al momento le informazioni sono quindi lacunose e provengono da una sola fonte.

2020/11/02

World Trade Center: an interview with survivor Lila Nordstrom

by Leonardo Salvaggio. An Italian translation is available here.

Undicisettembre is offering today its readers the personal account of survivor Lila Nordstrom who was a senior in high school three blocks away from the World Trade Center when the attacks happened.

We would like to thank Lila Nordstrom for her kindness and availability.




Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on 9/11?

Lila Nordstrom: I was a senior in high school on 9/11, my high school was about three blocks from the World Trade Center and we were in class when the first tower was hit. We stayed in class until just before the North Tower fell. When the first tower was hit we were not sure what was going on, then the second tower was hit and we were watching all of that from a panorama view out of our classroom. When the South Tower fell they told everyone to go to the homerooms and wait for further instruction, I think the administration was getting contradictory advice from different officials about whether they should evacuate or was safer to stay inside; since we were so close it would have been possible we were going to be caught in the dust cloud if we evacuated.

After the first tower fell the police or somebody else told them we should evacuate so they suddenly evacuated us in this very chaotic evacuation where they just opened the doors to the north of the school and told everyone to run. There were about three thousand students at our school, so it was a lot of people to get out of the building. I was one of the first students out, because instead of going to my homeroom I went to the nurse’s office, which was kind of near to the exit. I’m asthmatic, so when the first tower collapsed and the dust cloud rushed towards our building I realized I needed to get to the other side of the building and away from the windows. The moment that I stepped outside, literally the moment I put foot to pavement, the second tower started to fall and all the evacuees that I was with started running. We ran for a quarter of a mile and then ran out of breath. When I stopped I found one of my teachers and we started walking uptown together, acquiring other students as we went. I think I walked ten miles – all the way to Queens. I lived in Manhattan but I walked passed my own house because I lived under the Empire State Building and I had heard on the radio before I left that there was a chance a plane was going to hit it too, so we kept walking and I decided not to go home. Since I was with a friend who lived in Queens, I walked with her. We walked across 59th Street Bridge with thousands of other people and then we made it to her house. I spent the night there and came back to the city the next day.


Undicisettembre: What happened to you on the next day?

Lila Nordstrom: The next day was scary. I immediately wanted to leave the city and go to upstate New York, where my grandparents lived. My friends took the subway with me till 60th street, my parents met me up there and we walked to Downtown. It was alarming, we walked through these different stages of New York City disaster zones where up in the sixties it seemed kind of normal but in Time Square is was quieter than usual, in Herald Square it was kind of eery. We walked to 14th street and there was a cut off. I lived in the twenties so we walked a bit further just to see what was going on: it was smokey, eerie. There was a line at an armory near our house, people looking for missing people. There were missing posters already up.

We went back to our house and we just sat and I insisted that we leave the city right away, and my parents said “No, we are going to do it in two days” and I replied “We have to leave right now. We can’t stay here. Anything can happen.” There also were these fighter jets flying overhead and the sound of the airplanes was making me jump, it was a common thing for people who were at school with me. So I just sat for two days in my apartment and we finally left the city and we went upstate New York.


Undicisettembre: How long did you stay there?

Lila Nordstrom: We stayed there for like a week. I just needed to leave the city at that moment, it was just too alarming and noisy. I grew up in an industrial block so there were always a lot of loud crashes and bangs, but I was finding the noise in the city and sound of airplanes a little bit too much. I think it was a common thing, many people from my school said they felt that after the attack, and to some extent I still feel that now.

We didn’t really understand what happened. We didn’t know why terrorists attacked us, we didn’t know if there was more coming, I though we should just get out of there.


Undicisettembre: You were very young in 2001, do you consider yourself part of the 9/11 generation? I mean, did it affect your life and the lives of people your age?

Lila Nordstrom: Yes, I think so. I was 17, about to turn 18, so that was the moment that separated my childhood from my adulthood. It was a very impactful time because next year I was going off to college: all the things that happen when you are 18 were right around the corner for me and then this huge thing happened, meaning the adult world I was entering into changed fully. We are the oldest of this “9/11 generation”. We remember what things were like before 9/11. For me the adult world I was entering into became much scarier, darker and more violent than I expected, because immediately after that they tried to send us to war and were using our experience as an example of why we should fight. The argument didn’t really make sense because they got very obsessed with Iraq and starting building the case against Iraq pretty soon after 9/11 and it was clear to anyone who was listening that Iraq had nothing to do with 9/11. We became the excuse for this horrible mission the US embarked on.

I think it was a rude awakening to adulthood and we were able to understand all of these mechanics, whereas as a I kid I don’t think I would have understood exactly what was going on.

We felt like we were the symbol they were using to justify all of this violence while we were just sitting there saying “Wait a minute, don’t use us, this is not true.”

One interesting thing I noticed when I moved to California after college is that everyone in the US thinks they’ve experienced 9/11 personally, and because of that they have a hard time distinguishing between actually experiencing it in a tangible sense and experiencing it theoretically. That’s behind a lot of my frustration with the era right after 9/11 where we were used as symbols that the rest of America was heating up with “You are either with us or against us” and all this crazy rhetoric.

At the same time they were sending us to school in a dangerous neighborhood where the air wasn’t safe while they were justifying all this terrible stuff on our backs.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life even today?


Lila Nordstrom: For one thing I founded a group called StuyHelth that does work around this issue, and the reason I do this is there were tremendous health impacts in my community from our exposures. Actually one thing I think is not well understood outside of New York City is that the day of 9/11 itself isn’t really the reason why we have these health impacts. I mean people have PTSD and people who were in the dust cloud on 9/11 have health impacts from that experience, but most of us got sick because we were sent back. The clean up went on for months and we were going to school right in the middle of the clean up, so they were dumping debris from the site right next to our school.

We were going through multiple police checkpoints to go into our school. At the time we were dimly aware that part of the reason we were sent back was symbolism - to make it look like things went back to normal. I see a real parallel with the kind of rhetoric that is being used to justify opening the schools here during COVID and, like what happened to us, it’s clear that a lot of the argument has to do with the economy and has nothing to do with the safety of kids. We haven’t really done the work to make the schools safe here, we are just sending kids back. That’s basically what happened to us as well, so our health impacts are largely related to what happened in the months after 9/11: we returned to our school three blocks away from the World Trade Center on October 9th, our school wasn’t fully cleaned until the following summer, so we attended school in a contaminated building for a full school year. That’s how we ended up being impacted, it would have been nothing more than a traumatic memory if it wouldn’t been for the fact that it became a part of our everyday life for months.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories according to which 9/11 was an inside job?

Lila Nordstrom: Well, I don’t believe them. I am aware of why those theories were compelling to people. This era is the first parallel on the scale of 9/11 that I’ve experienced in my life. After 9/11 there was already a sense of distrust in the Bush administration; Bush was not a popular president, so people were willing to believe that somehow the administration had had knowledge of it because of the incompetence we had been living with for a really long time. And it was also such a bizarre shock to everyone because something like that never happened here. We like to go to war elsewhere, World War 2 was fought entirely elsewhere. We were not used to being the target of something like that and there was a sense that no one could fully explain what happened. So I understand why those theories were compelling.

In the immediate aftermath of the attack we saw an administration floundering to explain what had gone on, searching for ways to make it fit into an agenda that they already had and that had nothing to do with anything. Especially the fact that they used this to justify a war that had nothing to do with it made people feel the official story was not something they could trust.

I remember Loose Change, the movie that was an early viral sensation: that was all fake science information, but no one had any background in those topics, so if someone tells you steel can’t collapse like that, you really don’t know, you don’t have the information to say “I know better than them” so people believed that video. The same way, I don’t know better than doctors how COVID spreads, but for some reasons people seem to believe that they do know better than doctors.

So, there was information vacuum, they were scary times. People wanted answers and official channels were not providing them. And people do crazy stuff when they are scared. I saw that on 9/11 and I’m seeing that now too.


Undicisettembre: How would you compare the crisis after 9/11 to the COVID crisis the country is living now?

Lila Nordstrom: I’m seeing a lot of the same themes emerge. First of all, not taking appropriate public health preventive measures and then endangering people’s lives in order to reopen the economy. 9/11 had an environmental crisis which was very different from 9/11 as a terrorist attack; as someone who experienced it as an environmental crisis I see a lot of parallels that have to do with the broken ways our public health infrastructure functions and the priority that it has. The reason to live in a society at all is that when something this big happens you can take care of each other; this mandate of rugged individualism that we were so proud of does not serve us well in a crisis like this and we are seeing the results of that with COVID.

The thing I think is unique about how a crisis like that affect people here in the USA is that we don’t have a guaranteed health care of any sort; a crisis like this has really long lasting consequences for people in a way that it doesn’t if you have universal healthcare. If you ask students to return to school or people to return to work here and you are not positive that it’s safe you might not just be sentencing them to a future of health issues but also to a future of massive medical debts or bankruptcy because of their medical bills where they are unable to see a doctor because of the costs.

We fought for twenty years to have a healthcare program that maybe takes care of 30% of our needs related to 9/11. The fact that I had to fight for twenty years in a country that supposedly has the best healthcare system in the world is astonishing. And I think the same is going to happen after COVID because we don’t have a system that allows us to address ongoing aspects of a health crisis like this. We are going to constantly find it as a drain on our economy, our society, our healthcare system in ways that it just doesn’t have to be. We are seeing the same ignorance about the problem and the refusal to address the obvious solution that we saw after 9/11. And 9/11 as an environmental crisis happened on a much smaller scale, it happened to three hundred or four hundred thousand people in Lower Manhattan, not to millions of people all over the nation. But little 9/11’s happen constantly here. Flint, Michigan is a little 9/11, they are having an environmental crisis that is going to have long lasting consequences and we have done nothing to take care of the problem. The gun violence is another example of this, we ask people to pay their medical bills after they are shot in acts of mass violence in this country. The number of medical claims on GoFundMe counts for a third of their business.

We sort of allowed these crisis to go on for much longer than it’s necessary because we refuse to take care of the consequences of them. I can see that emerging right now with COVID, we are doing the exact same thing. We’ve never done it on a scale this big, we’re about to refuse to take care of the long term consequences of something that touched the lives of every single person in America, not something that’s just in Lower Manhattan or Flint, Michigan, or whatever. We have not taken any steps to address those mistakes; so I feel like for me watching the COVID crisis emerge has been like a slow motion car wreck where I see all these mistakes and how they all impact us in the long term and how these gaps in our disaster response are going not just to impact us right now. It’s pretty inconvenient right now that no one can work and we are still stuck at home seven months after we first went inside; but I also see how twenty years down the line this is going to impact us and continue to, and I see no one making any steps to address that, which is frustrating.

World Trade Center: intervista alla sopravvissuta Lila Nordstrom

di Leonardo Salvaggio. L'originale inglese è disponibile qui.

Undicisettembre offre oggi ai propri lettori il racconto personale della sopravvissuta Lila Nordstrom che era all'ultimo anno di scuola superiore a pochi isolati dal World Trade Center quando avvennero gli attacchi.

Ringraziamo Lila Nordstrom per la sua cortesia e disponibilità.




Undicisettembre: Puoi farci un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto l'11 settembre?

Lila Nordstrom: L'11 settembre ero all’ultimo anno di scuola superiore, la mia scuola era a circa tre isolati dal World Trade Center ed eravamo in classe quando la prima torre è stata colpita. Rimanemmo in classe fino a poco prima che la Torre Nord crollasse. Quando la prima torre fu colpita non sapevamo cosa stesse succedendo, poi fu colpita anche la seconda e guardavamo tutto ciò da una vista panoramica fuori dalla nostra classe. Quando la Torre Sud crollò, dissero a tutti di andare nelle aule magne e attendere nuove istruzioni, penso che l'amministrazione stesse ricevendo indicazioni contraddittorie da diversi funzionari sulla possibilità di evacuare o se fosse più sicuro rimanere all'interno; dato che eravamo così vicini era possibile che rimanessimo travolti dalla nube di polvere in caso di evacuazione.

Dopo il crollo della prima torre, la polizia o qualcun altro disse loro che dovevamo evacuare la scuola, così improvvisamente ci fecero uscire e l’evacuazione fu molto caotica perché aprirono solo l’uscita a nord della scuola e dissero a tutti di scappare. C'erano circa tremila studenti nella nostra scuola, quindi c’erano molte persone che uscivano dall'edificio. Fui tra i primi studenti a uscire, perché invece di andare nell’aula magna andai in infermeria, che era vicino all'uscita. Sono asmatica, quindi quando la prima torre crollò e la nube di polvere corse verso il nostro edificio, capii che dovevo andare dall'altra parte dell'edificio e lontano dalle finestre. Nel momento in cui uscii, letteralmente nel momento in cui misi un piede a terra, la seconda torre iniziò a crollare e tutti le persone in fuga con cui mi trovavo iniziarono a correre. Corremmo per circa quattrocento metri finché non rimanemmo senza fiato. Quando mi fermai trovai una delle mie insegnanti e iniziammo a camminare insieme verso i quartieri più a nord, altri studenti si unirono a noi durante la strada. Penso di aver camminato per oltre quindici chilometri, fino al Queens. Vivevo a Manhattan, ma passai oltre casa mia perché vivevo sotto l'Empire State Building e prima di uscire dalla scuola avevo sentito alla radio che c'era la possibilità che un altro aereo lo colpisse, quindi continuammo a camminare e decisi di non tornare a casa. Dato che ero con un'amica che viveva nel Queens, feci la strada con lei. Attraversammo il 59th Street Bridge [ponte che collega Manhattan al Queens, NdT] con migliaia di altre persone e arrivammo a casa sua. Passai la notte lì e tornai in città il giorno successivo.


Undicisettembre: Cosa ti è successo il giorno dopo?

Lila Nordstrom: Il giorno successivo era spaventoso. Volevo immediatamente lasciare la città e andare a nord dello stato di New York, dove vivevano i miei nonni. I miei amici presero la metropolitana con me fino alla 60esima strada, i miei genitori mi incontrarono là e andammo insieme a Downtown. Era allarmante, attraversammo diverse zone con diversi livelli di devastazione, tra la sessantesima e la settantesima strada sembrava abbastanza normale, ma a Time Square c’era più silenzio del solito, a Herald Square era inquietante. Camminammo fino alla quattordicesima dove c'era uno sbarramento. Vivevo tra la ventesima e la trentesima strada, quindi abbiamo camminato un po’ oltre solo per vedere cosa stava succedendo: c’era fumo ed era spaventoso. C'era una fila davanti un'armeria vicino a casa nostra, gente che cercava persone scomparse. C'erano già i manifesti per gli scomparsi.

Tornammo a casa e ci sedemmo e io insistetti perché lasciassimo la città subito, i miei genitori dicevano “No, ce ne andremo tra un paio di giorni” e io rispondevo “Dobbiamo andarcene subito. Non possiamo restare qui. Può succedere di tutto." C'erano anche jet militari che passavano sopra di noi e il rumore di quegli arei mi faceva sobbalzare, succedeva a molti di quelli che erano a scuola con me. Così rimasi in casa per due giorni e poi finalmente lasciammo la città e andammo a nord.


Undicisettembre: Quanto tempo sei rimasta lì?

Lila Nordstrom: Rimanemmo lì per una settimana. In quel momento avevo solo bisogno di lasciare la città, era semplicemente troppo spaventoso e rumoroso. Sono cresciuta in una zona industriale, quindi c'erano sempre molti rumori e scoppi, ma trovavo insopportabile il rumore in città e il suono degli aeroplani. Penso che fosse una cosa comune, molte persone della mia scuola hanno detto di aver provato le stesse sensazioni dopo l'attentato, e in una certa misura è ancora così.

Non avevamo capito cosa fosse successo. Non sapevamo perché i terroristi ci avessero attaccato, non sapevamo se ci fossero altri attacchi in arrivo, pensavo solo che dovevamo semplicemente andarcene.


Undicisettembre: Eri molto giovane nel 2001, ti consideri parte della generazione dell'11 settembre? Voglio dire, ha influenzato la tua vita e quella delle persone della tua età?

Lila Nordstrom: Sì, penso di sì. Avevo 17 anni, quasi 18, quindi quello è stato il momento che ha separato la mia infanzia dalla mia età adulta. Fu un periodo di grande impatto perché l'anno successivo sarei andata al college: tutte le cose che accadono quando hai 18 anni erano proprio dietro l'angolo per me e poi accadde questa cosa enorme, il che significa che il mondo degli adulti in cui stavo entrando cambiò completamente. Siamo i più vecchi di questa "generazione dell'11 settembre". Ricordiamo com'erano le cose prima dell'11 settembre. Per me il mondo degli adulti in cui stavo entrando divenne molto più spaventoso, più oscuro e più violento di quanto mi aspettassi, perché subito dopo cercarono di mandarci in guerra e usarono quello che ci era accaduto come esempio del perché avremmo dovuto andare in guerra. L'argomentazione era insensata perché erano ossessionati dall'Iraq e iniziarono a costruire il caso contro l'Iraq subito dopo l'11 settembre ed era chiaro a chiunque ascoltasse che l'Iraq non aveva nulla a che fare con l'11 settembre. Diventammo la scusa per questa orribile missione che gli Stati Uniti hanno intrapreso.

Penso che sia stato un brusco risveglio nell'età adulta e fummo in grado di capire tutti questi meccanismi, al contrario da bambina non credo che avrei capito esattamente cosa stava succedendo.

Ci siamo sentiti come se fossimo il simbolo che stavano usando per giustificare tutta questa violenza mentre eravamo seduti lì a dire "Aspetta un minuto, non usateci, questo non è vero".

Una cosa interessante che notai quando mi trasferii in California dopo il college è che tutti negli Stati Uniti pensano di aver vissuto personalmente l'11 settembre, e per questo motivo hanno difficoltà a distinguere tra viverlo effettivamente in senso tangibile e viverlo teoricamente. Questo è alla base di gran parte della mia frustrazione riguardo al periodo subito dopo l'11 settembre in cui fummo usati come simbolo del fatto che il resto dell'America si stava scaldando con frasi tipo "O sei con noi o contro di noi" e tutta questa folle retorica.

Allo stesso tempo ci stavano facendo tornare a scuola in un quartiere a rischio dove l'aria non era sicura mentre giustificavano tutte queste cose terribili sulle nostre spalle.


Undicisettembre: L'11 settembre come influisce sulla tua vita quotidiana anche oggi?


Lila Nordstrom: Per prima cosa ho fondato un'associazione chiamata StuyHelth che si occupa di questo problema, e il motivo per cui lo faccio è che ci sono stati enormi impatti sulla salute nella mia comunità a causa di ciò a cui siamo stati esposti. In realtà una cosa che penso non sia ben compresa al di fuori di New York City è che il giorno dell'11 settembre in sé non è il vero motivo per cui abbiamo queste conseguenze per la salute. Voglio dire che c’è chi soffre di stress post-traumatico e chi si è trovato nella nube di polvere ha avuto conseguenze di salute, ma la maggior parte di noi si è ammalata perché siamo stati rimandati a scuola. La rimozione delle macerie andò avanti per mesi e noi stavamo andando a scuola proprio nel bel mezzo di quell’operazione, scaricavano i detriti del sito proprio accanto alla nostra scuola.

Attraversavamo vari posti di blocco della polizia per entrare a scuola. All'epoca avevamo poca consapevolezza del fatto che parte del motivo per cui siamo siamo tornati a scuola era simbolico, per far sembrare che fosse tutto tornato alla normalità. Vedo un vero parallelo con il tipo di retorica utilizzata per giustificare l'apertura delle scuole ora durante il COVID e, come successe a noi, è chiaro che gran parte delle argomentazioni hanno a che fare con l'economia e non con la sicurezza degli studenti. Le scuole qui non sono state messe in sicurezza, stiamo semplicemente rimandandoci i ragazzi. Questo è fondamentalmente ciò che è accaduto anche a noi, pertanto gli impatti sulla nostra salute sono in gran parte dovuti a ciò che è accaduto nei mesi dopo l’11 settembre: siamo tornati a scuola a tre isolati di distanza dal World Trade Center il 9 ottobre, la nostra scuola non venne completamente ripulita fino all'estate successiva, quindi frequentammo la scuola in un edificio contaminato per un intero anno scolastico. È così che siamo stati colpiti, sarebbe stato solo un ricordo traumatico se non fosse stato per il fatto che è diventato parte della nostra vita quotidiana per mesi.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l'11 settembre è stato un inside job?

Lila Nordstrom: Beh, non ci credo. Capisco il motivo per cui queste teorie sono convincenti. Questo periodo è il primo parallelo sulla scala dell'11 settembre che ho vissuto nella mia vita. Dopo l'11 settembre c'era un senso di sfiducia nell'amministrazione Bush; Bush non era un presidente popolare, quindi le persone erano disposte a credere che in qualche modo l'amministrazione ne fosse a conoscenza a causa dell'incompetenza con cui convivevamo da molto tempo. Ed è stato anche uno shock stranissimo per tutti perché una cosa del genere non era mai successa qui. A noi piace andare in guerra altrove, la seconda guerra mondiale è stata combattuta interamente altrove. Non eravamo abituati a essere l'obiettivo di una cosa del genere e c'era la sensazione che nessuno fosse in grado di spiegare completamente cosa fosse successo. Quindi capisco perché quelle teorie fossero convincenti.

Immediatamente dopo l'attacco abbiamo visto un'amministrazione annaspare nel tentativo di spiegare cosa fosse successo, alla ricerca di modi per inserirlo in un'agenda che avevano già e che non aveva nulla a che fare con ciò che era successo. Soprattutto il fatto che lo usassero per giustificare una guerra che non aveva c’entrava nulla faceva credere a molti che la storia ufficiale non era affidabile.

Ricordo Loose Change, il film che è stato uno dei primi successi virali: era pieno di falsa scienza, ma nessuno aveva alcun background di quegli argomenti, quindi se qualcuno diceva che l'acciaio non può collassare in quel modo, nessuno sapeva valutare, nessuno aveva le conoscenze per dire "Ne so più di loro", quindi molti credettero a quel video. Allo stesso modo, io non so più dei medici su come si diffonde il COVID, ma per qualche motivo molti sembrano credere di saperne più dei medici.

Quindi, c'era un vuoto di informazioni, erano tempi spaventosi. La gente voleva risposte e i canali ufficiali non le fornivano. E le persone fanno cose folli quando hanno paura. L'ho visto l'11 settembre e lo vedo anche adesso.


Undicisettembre: Come paragoneresti la crisi dopo l'11 settembre alla crisi per il COVID che il paese sta vivendo adesso?

Lila Nordstrom: Sto vedendo emergere molti degli stessi temi. Prima di tutto, non adottare adeguate misure preventive per la salute pubblica e poi mettere in pericolo la vita delle persone per rilanciare l'economia. L'11 settembre ha causato una crisi ambientale che era molto diversa dall'11 settembre inteso come attacco terroristico; da persona che l'ha vissuto come crisi ambientale, vedo molti paralleli in come funziona la nostra infrastruttura sanitaria pubblica e le priorità che ha. La ragione per voler vivere in una società è che quando succede qualcosa di così grande ci si può prendere cura l'uno dell'altro; questo richiamo al ruvido individualismo di cui eravamo così orgogliosi non ci è d’aiuto in una crisi come questa e ne stiamo vedendo i risultati con il COVID.

La cosa che penso sia unica al modo in cui una crisi del genere colpisce le persone qui negli Stati Uniti è che non abbiamo alcuna assistenza sanitaria garantita; una crisi come questa ha conseguenze molto durature che non avrebbe se ci fosse di un'assistenza sanitaria completa. Se chiedi agli studenti di tornare a scuola o alle persone di tornare al lavoro e non sai per certo se sia sicuro, potresti non solo condannarli a un futuro di problemi di salute, ma anche a un futuro di enormi debiti medici o fallimento a causa della spese mediche per le quali non possono vedere un medico a causa dei costi.

Abbiamo lottato per vent'anni per avere un programma sanitario che si facesse carico di almeno il 30% delle nostre necessità dovute all'11 settembre. Il fatto che ho dovuto combattere per vent'anni in un paese che in teoria ha il miglior sistema sanitario del mondo è sorprendente. E penso che lo stesso accadrà dopo il COVID perché non abbiamo un sistema che ci consenta di affrontare gli aspetti in corso di una crisi sanitaria come questa. Drenerà costantemente la nostra economia, la nostra società, il nostro sistema sanitario in modi che semplicemente non dovrebbero verificarsi. Stiamo assistendo alla stessa ignoranza del problema e al rifiuto di affrontare l'ovvia soluzione che abbiamo visto dopo l'11 settembre. E l'11 settembre come crisi ambientale è avvenuta su scala molto più piccola, ha colpito trecento o quattrocentomila persone a Lower Manhattan, non milioni di persone in tutta la nazione. Ma piccoli 11/9 accadono costantemente qui. Flint nel Michigan [città dove è avvenuta una crisi sanitaria dovuta a contaminazione delle acque, NdT] è un piccolo 11 settembre, stanno attraversando una crisi ambientale che avrà conseguenze di lunga durata e non abbiamo fatto nulla per risolvere il problema. Il problema delle armi da fuoco è un altro esempio di ciò, in questo paese chiediamo alle persone di pagare le spese mediche dopo essere state colpite da colpi di arma da fuoco in atti di violenza di massa. Il numero di richieste di risarcimento mediche su GoFundMe rappresenta un terzo della loro attività.

Abbiamo consentito a queste crisi di protrarsi per molto più tempo del necessario perché ci rifiutiamo di prenderci cura delle loro conseguenze. Lo vedo che sta arrivando proprio ora con il COVID, stiamo facendo la stessa identica cosa. Non l'abbiamo mai fatto su una scala così grande, stiamo per rifiutarci di prenderci cura delle conseguenze a lungo termine di qualcosa che ha toccato la vita di ogni singola persona in America, non qualcosa che ha toccato solo Lower Manhattan o Flint nel Michigan, o un altro posto qualsiasi. Non abbiamo fatto nulla per affrontare questi errori; quindi per me vedere arrivare la crisi da COVID è come un incidente d'auto al rallentatore in cui vedo tutti questi errori e il modo in cui hanno un impatto su di noi di lungo termine, e come queste lacune nella reazione ai disastri avranno impatti su di noi non solo adesso. È brutto adesso che nessuno possa lavorare e che siamo ancora bloccati a casa sette mesi dopo esserci chiusi dentro per la prima volta; ma vedo anche come tra vent'anni continuerà ad avere un impatto su di noi, e non vedo nessuno fare un passo per affrontare la questione, il che è frustrante.

2020/10/26

Ucciso in Afghanistan Abu Muhsin al-Masri, alto leader di al-Qaeda

di Leonardo Salvaggio

Il National Directorate of Security (anche noto come NDS, il servizio di sicurezza e intelligence afghano) ha annunciato il 24 ottobre su Twitter di aver ucciso in un'operazione delle forze speciali il terrorista Husam Abd-al-Ra'uf, noto anche con il nome di guerra Abu Muhsin al-Masri, considerato il leader di al-Qaeda nel subcontinente indiano e il secondo in comando dell'intera organizzazione dietro a Ayman al-Zawahiri. L'uccisione di al-Masri è stata confermata anche dal direttore dello US National Counterterrorism Center, ente federale americano preposto a coordinare tutte le attività antiterrorismo, Chris Miller.


Il terrorista era dal 2018 nella lista dei terroristi più ricercati dall'FBI. L'NDS ha pubblicato in un altro tweet (ATTENZIONE - foto impressionante) la foto di un uomo deceduto che effettivamente corrisponde alla persona che compare sul sito dell'FBI. Il vice governatore della provincia di Ghazni, dove è avvenuta l'operazione, ha comunicato all'Associated Press che i militari avrebbero invaso la casa in cui vivevano sette terroristi, tra cui al-Masri, nel villaggio di Kunsaf. Secondo l'NDS e secondo il governatore della provincia, al-Masri viveva sotto la protezione dei Talebani, in quanto il villaggio in cui si nascondeva era sotto il loro controllo. Sempre secondo l'Associated Press, anche i Talebani starebbero conducendo indagini, non meglio chiarite, sull'accaduto.

Se fosse confermato che al-Marsi viveva sotto la protezione dei Talebani, questi ultimi avrebbero violato il trattato di pace firmato a febbraio con gli USA, in quanto il secondo punto della sezione che elenca gli obblighi dei Talebani (denominati nel documento Islamic Emirate of Afghanistan) vieta espressamente di cooperare con gruppi che minaccino la sicurezza degli Stati Uniti e dei loro alleati.

2020/10/19

Storia del World Trade Center - prima parte

di Leonardo Salvaggio

Le Torri Gemelle del World Trade Center svettarono nello skyline di Lower Manhattan per tre decenni, soppiantando come simbolo della città molti edifici iconici preesistenti, come l'Empire State Building, la Statua della Libertà, il Chrysler Building e il Rockefeller Center. La loro costruzione durò dal 1968 al 1973, ma la loro realizzazione affonda le proprie radici fino agli anni quaranta, poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Lower Manhattan nel 1947.
Fonte: New York State Archives

Già negli anni 30 Lower Manhattan, la punta meridionale di Manhattan, vide una significativa crisi economica, perché il centro nevralgico della città si stava spostando verso Midtown, la zona centrale, che per i lavoratori provenienti dal Queens, dal New Jersey o dal nord dello stato di New York era più facilmente raggiungibile rispetto alla zona a sud dove si trova Wall Street. Per rilanciare l'economia della zona, e per iniziare un periodo di floridi scambi commerciali con l'Europa che stava risorgendo dalla guerra, lo stato di New York creò nel 1946 l'agenzia statale World Trade Corporation che aveva lo scopo di valutare la fattibilità della realizzazione di un world trade center (centro del commercio mondiale) a Lower Manhattan. L'agenzia in pochi mesi propose un progetto che vedeva la costruzione di ventuno edifici in un'area di dieci isolati, tuttavia non fu ritenuto sostenibile dal punto di vista economico, e quindi l'idea della costruzione del World Trade Center fu accantonata e nel 1949 la World Trade Corporation venne chiusa.

Fu solo verso la fine degli anni 50 che David Rockfeller, all'epoca vicepresidente della Chase Manhattan Bank, tentò nuovamente di risvegliare l'economia dell'area attorno a Wall Street commissionando allo studio Skidmore, Owings & Merrill la nuova sede della banca che presiedeva. Curiosamente uno degli edifici che contribuì allo sviluppo economico di Midtown a discapito di Lower Manhattan fu proprio il Rockefeller Center, ultimato nel 1939 e commissionato da John Rockefeller, padre di David. Il palazzo voluto da David Rockefeller aprì i battenti nel 1960 con il nome di One Chase Manhattan Plaza (in seguito cambiò nome in 28 Liberty Street nel 2013), ma attirò meno affittuari del previsto, e quindi diede solo una piccola spinta alla ripresa economica, che non bastò a invertire le sorti dell'area.

Nel 1958 Rockefeller aveva fondato la Downtown-Lower-Manhattan Association, associazione che aveva come scopo il rilancio dell'area, a cui diede l'incarico di commissionare allo studio Skidmore, Owings & Merrill un progetto che realizzasse il loro mandato. Lo studio produsse una prima proposta per la realizzazione di un complesso di edifici sulla costa est di Manhattan, appena a sud del ponte di Brooklyn. Nelson Rockefeller, governatore dello stato di New York e fratello di David, propose che fosse la Port Authority di New York e New Jersey (nata nel 1921 allo scopo di gestire le infrastrutture dei trasporti nella zona del porto) a realizzare il progetto, in modo anche da sgravare i conti dello stato dalla costruzione di un complesso di tali dimensioni. Nelle prime settimane del 1961 il direttore generale della Port Authority Austin Tobin commissionò al proprio collaboratore Richard Sullivan la redazione di uno studio di fattibilità, il documento intitolato A World Trade Center in the Port of New York fu redatto in meno di un mese e inviato al sindaco di New York e ai governatori di New York e New Jersey.

Proposta originale per la costruzione del WTC sulla costa orientale.
Fonte: Wall Street: A Pictorial History di Leonard Louis Levinson del 1961.

Tuttavia Rockefeller non poteva incaricare la Porth Authority della realizzazione senza coinvolgere nella decisione il governatore del New Jersey Robert Meyner, perché la Port Authority è un ente trans-statale. Meyner si dimostrò interessato al progetto solo nel caso in cui ci fossero stati vantaggi anche per il suo stato; Mayner aveva particolare interesse nella linea ferroviaria Hudson & Manhattan Railroad (oggi nota come PATH) che molti abitanti dei New Jersey utilizzavano per spostarsi per lavoro a Manhattan e che versava in condizioni di degrado. Meyner allora propose, e ottenne dopo mesi di trattative, che la Port Authority acquistasse la Hudson & Manhattan, con la promessa di lauti investimenti, e accettò la proposta di Rockefeller per la costruzione del World Trade Center.

Nel 1962 Richard Hughes subentrò a Mayner come governatore del New Jersey e lo stesso anno i due governatori e Tobin decisero di spostare la sede designata alla costruzione del complesso sulla costa occidentale di Manhattan, in un area trapezoidale che fosse più vicina al New Jersey e che includeva anche una stazione dell'Hudson & Manhattan. Tobin ottenne anche che la linea ferroviaria cambiasse nome in PATH, Port Authority Trans-Hudson, nome che conserva ancora adesso. La scelta della nuova sede non fu comunque priva di conseguenze, perché il lotto di terra dove avrebbe dovuto sorgere il complesso era fino ad allora denominato Radio Row ed era sede di oltre trecento attività commerciali e industriali, più di mille uffici e vi abitavano circa cento persone.

La zona di Radio Row nel 1936 in una foto di Berenice Abbott.

I commercianti e gli imprenditori dell'area si riunirono e avviarono una lunga causa legale contro la Port Authority, il cui progetto prevedeva l'esproprio dell'area e lo spostamento in altre zone delle attività di Radio Row. Dopo una lunga disputa legale tra vari tribunali, nel 1963 la corte d'appello di New York permise l'esproprio purché la Port Authority aiutasse le attività di Radio Row a trovare una nuova sede. Lo stesso anno il consorzio di Radio Row si appellò alla Corte Suprema degli Stati Uniti che rigettò la causa, in quanto non c'erano i requisiti perché passasse a una corte federale.


La seconda parte di questo articolo è disponibile qui.


Fonti:
  • Twin Towers: The Life of New York City's World Trade Center di Angus Kress Gillespie, 2002
  • Up from Zero: Politics, Architecture, and the Rebuilding of New York di Paul Goldberger, 2004
  • City in the Sky: The Rise and Fall of the World Trade Center di James Glanz ed Eric Lipton, 2003
  • The World Trade Center: A Modern Marvel: 1973-2001 di History Channel, 2002

2020/10/05

World Trade Center: an interview with first responder Paul Seldes

by Leonardo Salvaggio. An Italian translation is available here.

Undicisettembre is offering today to its readers the personal account of first responder Paul Seldes, who worked at Ground Zero for nine months after the attacks.

We would like to thank Paul Seldes for his kindness and availability.





Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on 9/11?

Paul Seldes: At the time I was working for a consulting company, we worked on military and law enforcement training and contracts. My team and I were on our way to One Police Plaza, where NYPD is, to start a counter terrorism training program for NYPD. Before going there we had to go to the World Trade Center because we were picking up one of my team members there. We were in front of the World Trade Center and we literally saw the first plane veer off and hit. I was driving my car around there and the guy sitting in the rear seat said “What the fuck is that?”, we looked up and we saw the plane level off and plow into the building. Immediately there was debris coming down.

All of us had military or intelligence community experience and we knew right away there was something really bad happening; the fellow sitting next to me was a decorated military veteran for the US Army and he immediately said “We are at war”. I was trying to keep my car going around the flaming debris that was falling down around us. As we swerved around driving over the sidewalk, there was a woman who had been hit by something, she was bleeding heavily and one of the guys threw her into the car. We drove around lower Manhattan and we passed her off to an EMS crew that was down there.

While all this happened, my wife was home in our Manhattan apartment and she called me on my cellphone and said “I’ve just heard on the news a small plane hit the World Trade Center.” I answered her calmly “Yes, I know. I’m a little busy right now. I’ll call you back later” and I hung up. Her first reaction was “My idiot husband is right in the middle of it!” She did not hear from me for the next twelve hours and in the meantime all my family called her asking her how I was and where I was and she lied to them saying “He’s fine.”

My first goal was to get my team and I to safety, so we started out of Manhattan into Brooklyn and at that point we saw the second plane hit the second tower. Neither of the two members of my team were from New York; I was living in New York at the time but they weren’t: one guy was from New Jersey and the other was from Virginia and he had come in for this meeting. So, I wanted to get these guys back to their homes because we knew this was bad. I got to a car rental location and by early afternoon they were heading back to Virginia and New Jersey; I made my way back to Manhattan.

We heard the reports that the towers had collapsed over the radio once in Brooklyn and we could see the dust plume rise up.

I finally got back home twelve hours later, grabbed my gear and went down to Ground Zero, so in the wee hours of September 12th I was in downtown Manhattan with my equipment ready, pitching in and assisting in various ways. I spent nine months working there.


Undicisettembre: What did you do during those nine months?

Paul Seldes: A variety of roles. The company I worked for had a number of government contracts. During the first few weeks I was just helping coordinate search and rescue operations. After the first couple of months I moved into a logistics coordination role: coordinating between different agencies that were there working, coordinating the flow of stuff into the workers at Ground Zero and handling logistical needs like that.


Undicisettembre: How long did it take you to get your life back to normalcy?

Paul Seldes: In some ways it never did. In November 2001 the company I worked for shut down our New York and New Jersey office and laid off all the personnel, myself included. I started working under contract for the US Government to continue my work at Ground Zero and continued there until June 2002.
My parents had been living in Florida for a number of years and sometime as we were winding things down in 2002 my wife said “We are leaving New York and we are going to Florida” and we moved to Vero Beach, Florida, which is really nowhere, there’s nothing here, but that’s where my parents were and we ended up here. My intent was to get away from the world of public safety and bad things happening, but I got sucked back into it.. In the fall of 2002, I started having significant respiratory and lung issues and it took a lot of doctoring here, steroids and exercise. Fortunately, I seem to have cleared those problems behind me. I’m healthy and I hope I’ll remain so.

I still have PTSD, I have a sleep disorder which hasn’t gone away, I’m on medication for sleep. So definitely there are some long-term issues that are still with me but otherwise I’m back to normal.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life even today?

Paul Seldes: Well, the PTSD kicked in, I couldn’t sleep more than two hours and then I was wide awake for some years after 9/11. It took a while and several different doctors before we hit on something that actually works. There’s a prescription sleep aid called Ambien which is great for once in a while but terrible for long term use so that was not an option for very long. It took some time to find a low dose anti depression pill which works fine for me. That’s something I’ll be living with for a long time.

My pulmonologist for the respiratory issues has me on a steady long-term doses of respiratory medications just to make sure everything stays normal in the way it’s supposed to be, even if there’s no sign of anything these days. So, these are the long term issues and life adjustments to be made.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories according to which 9/11 was an inside job?

Paul Seldes: This is one of the most insane things I hear. It’s clear to anyone who has been in there and anyone who’s been involved in the recovery operation what happened and how it happened. There’s absolutely no question.

Anyone who’s touting these conspiracy theories are doing a disservice and disparaging the memories of all those who lost their lives on that day.


Undicisettembre: What’s your role now in the COVID-19 crisis?

Paul Seldes: I am an emergency manager here in Florida, I work for one of the larger counties and also support state wide operations. I’m a planner, I am the guy who puts together planning, data and analysis to help workout what we are doing.


Undicisettembre: How would you compare the crisis after 9/11 with the COVID-19 crisis?

Paul Seldes: It’s very different, COVID is a natural occurring thing while 9/11 was pure evil. So there’s a difference in that sense. And there’s a cultural difference here in the United States: after 9/11 everyone was together, people were cheering the responders and honoring them all over the country; now with COVID there seems to be a lot of arguing about what our government response agencies are saying, people are denying that this exists, are denying that masks work, denying everything we know being scientifically and medically accurate. There are more conspiracy theories now than after 9/11.

World Trade Center: intervista a Paul Seldes, membro delle squadre di primo intervento

di Leonardo Salvaggio. L'originale inglese è disponibile qui.

Undicisettembre offre oggi ai suoi lettori il racconto personale del membro delle squadre di primo intervento Paul Seldes, che lavorò a Ground Zero per nove mesi dopo gli attacchi.

Ringraziamo Paul Seldes per la sua cortesia e disponibilità.





Undicisettembre: Puoi farci un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto l'11 settembre?

Paul Seldes: All'epoca lavoravo per una società di consulenza, lavoravamo a contratto per la formazione del personale militare e delle forze dell'ordine. Io e il mio team stavamo andando al One Police Plaza, dove si trova la sede dell’NYPD, per avviare un programma di formazione antiterrorismo per l’NYPD. Prima di andare lì dovevamo passare dal World Trade Center per andare a prendere uno dei membri del mio team. Eravamo di fronte al World Trade Center e vedemmo letteralmente il primo aereo virare e colpire. Stavo guidando e il collega seduto sul sedile posteriore disse ”Che cazzo è?", guardammo in alto e vedemmo l'aereo mettersi in piano e schiantarsi contro l'edificio. Immediatamente ci furono detriti che cadevano.

Tutti noi avevamo esperienza militare o della comunità di intelligence e capimmo subito che stava succedendo qualcosa di terribile; il collega seduto accanto a me era un veterano militare decorato dell'esercito americano e disse subito "Siamo in guerra". Cercavo di continuare a guidare tra i detriti in fiamme che cadevano intorno a noi. Mentre guidavo passando anche sui marciapiedi, vedemmo una donna che era stata colpita da qualcosa, sanguinava copiosamente e uno dei miei colleghi la caricò in macchina. Passammo attorno alla punta meridionale di Manhattan e la passammo a un’ambulanza che si trovava lì.

Mentre tutto questo accadeva, mia moglie era a casa nel nostro appartamento di Manhattan e mi chiamò al cellulare e mi disse "Ho appena sentito al telegiornale che un piccolo aereo ha colpito il World Trade Center". Le risposi con calma “Sì, lo so. Sono un po’ occupato adesso. Ti richiamo più tardi" e riattaccai. La sua prima reazione fu "Quell’idiota di mio marito è proprio lì nel mezzo!” Non ebbe mie notizie per le successive dodici ore e nel frattempo tutta la mia famiglia la chiamava chiedendole come stavo e dove fossi e lei mentì dicendo "È al sicuro".

Il mio primo obiettivo era portare me e la mia squadra in salvo, quindi andammo da Manhattan verso Brooklyn e lì vedemmo il secondo aereo colpire la seconda torre. Nessuno dei due membri della mia squadra era di New York; all'epoca io vivevo a New York ma loro no: uno era del New Jersey e l'altro della Virginia ed era venuto per l’incontro che avevamo. Quindi volevo che questi ragazzi tornassero a casa perché sapevamo che ciò che stava succedendo era terribile. Arrivammo a un autonoleggio e nel primo pomeriggio partirono per la Virginia e il New Jersey; io tornai a Manhattan.

Sentimmo alla radio che le torri erano crollate mentre eravamo a Brooklyn e vedemmo la nuvola di polvere alzarsi.

Alla fine arrivai a casa dodici ore più tardi, presi la mia attrezzatura e tornai a Ground Zero, quindi alle prime ore del 12 settembre ero già a downtown Manhattan con la mia attrezzatura pronta, rimboccandomi le maniche e dando assistenza in molti modi. Lavorai lì per nove mesi.


Undicisettembre: Cosa hai fatto in quei nove mesi?

Paul Seldes: Ebbi ruoli diversi. L'azienda per cui lavoravo aveva vari contratti con il governo. Durante le prime settimane aiutavo solo a coordinare le operazioni di ricerca e soccorso. Dopo i primi due mesi passai a un ruolo di coordinamento logistico: coordinavo le diverse agenzie che erano lì a lavorare, coordinavo il flusso del materiale verso i lavoratori a Ground Zero e gestivo questioni logistiche del genere.


Undicisettembre: Quanto tempo ti ci è voluto per riportare la tua vita alla normalità?

Paul Seldes: Per certi versi non è mai successo. Nel novembre 2001 la società per cui lavoravo chiuse i nostri uffici di New York e New Jersey e licenziò tutto il personale, me compreso. Iniziai a lavorare sotto contratto per il governo degli Stati Uniti in modo da continuare il mio lavoro a Ground Zero e rimasi fino a giugno 2002.

I miei genitori vivevano in Florida da anni e una volta, mentre stavamo per concludere i lavori nel 2002, mia moglie mi disse "Andiamo via da New York e andiamo in Florida" e ci trasferimmo a Vero Beach, in Florida, che è davvero in mezzo al nulla, non c'è niente qui, ma c’erano i miei genitori e siamo finiti qui. Il mio intento era quello di allontanarmi dal mondo della sicurezza pubblica e di questi eventi tragici, ma ci sono stato risucchiato dentro di nuovo. Nell'autunno del 2002 iniziai ad avere problemi respiratori e polmonari importanti e dovetti fare molte cure, prendere steroidi e fare esercizio. Fortunatamente mi sembra di aver risolto questi problemi e di essermeli lasciati alle spalle. Sto bene e spero di continuare così.

Soffro ancora di disturbo da stress post-traumatico, ho problemi a prendere sonno che non sono scomparsi, prendo farmaci per dormire. Quindi ho ancora problemi di lungo termine, ma per il resto sono tornato alla normalità.


Undicisettembre: In che modo l'11 settembre influisce sulla tua vita quotidiana anche oggi?

Paul Seldes: Beh, ho avuto il disturbo da stress post-traumatico e non riuscivo a dormire più di due ore, per poi rimanere completamente sveglio, per alcuni anni dopo l'11 settembre. Ci è voluto un po' di tempo e vari medici differenti prima di trovare un rimedio che funzionasse. C'è un medicinale su prescrizione che aiuta a dormire, si chiama Ambien, che è ottimo se preso una volta ogni tanto ma terribile per l'uso a lungo termine, quindi come opzione non è durato molto tempo. Ci è voluto del tempo per trovare una pillola anti-depressione a basso dosaggio che funzionasse bene per me. È una cosa con cui dovrò convivere a lungo.

Lo pneumologo da cui sono in cura per i problemi respiratori mi ha fatto assumere dosi costanti a lungo termine di farmaci respiratori per essere sicuro che tutto rimanga come dovrebbe essere, anche se non c'è segno di nulla di anomalo al momento. Quindi questi sono i problemi a lungo termine e gli adeguamenti alla vita che ho dovuto attuare.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l'11 settembre sarebbe stato un inside job?

Paul Seldes: Questa è una delle cose più folli che sento. Cosa e come è successo è chiaro a chiunque era presente e a chiunque sia stato coinvolto nelle operazioni di recupero. Non ci sono assolutamente dubbi.

Chi diffonde queste teorie del complotto sta facendo un disservizio e sta denigrando la memoria di tutti coloro che hanno perso la vita quel giorno.


Undicisettembre: Qual è il tuo ruolo ora nella crisi da COVID-19?

Paul Seldes: Sono un responsabile delle emergenze qui in Florida, lavoro per una delle contee più grandi e do supporto anche alle operazioni in tutto lo stato. Sono un pianificatore, sono colui che mette insieme le pianificazioni, dati e analisi per aiutare a realizzare ciò che stiamo facendo.


Undicisettembre: Come paragoneresti la crisi dopo l'11 settembre alla crisi da COVID-19?

Paul Seldes: È molto diverso, il COVID è una cosa naturale mentre l'11 settembre è stato il male allo stato puro. Quindi c'è differenza in questo senso. E c'è una differenza culturale qui negli Stati Uniti: dopo l'11 settembre tutti erano uniti, la gente sosteneva i soccorritori e li onorava in tutto il paese; ora con il COVID sembra che ci siano molte discussioni su ciò che dicono le nostre agenzie governative impiegate nella reazione, le persone negano anche che esista, negano che le mascherine funzionino, negano che tutto ciò che sappiamo sia scientificamente e clinicamente accurato. Ci sono più teorie del complotto adesso che dopo l'11 settembre.

2020/09/21

La finale mondiale di scacchi giocata al World Trade Center nel 1995

di Leonardo Salvaggio

Le Torri Gemelle hanno dominato lo skyline di Lower Manhattan per tre decenni ed ovviamente al loro interno si sono svolti numerosi eventi di rilievo tra i quali trova spazio anche un evento sportivo: la finale del campionato del mondo di scacchi PCA del 1995.

La sfida ebbe una genesi singolare. Nel 1993 il campione russo Garry Kasparov avrebbe dovuto difendere il proprio titolo contro il contendente Nigel Short, che aveva vinto il torneo dei candidati, qualificandosi come sfidante contro il campione in carica. I due tuttavia ebbero uno scontro con la federazione organizzatrice, la FIDE, che secondo i due campioni aveva deciso la sede della competizione, a Manchester, senza consultarli come invece avrebbe previsto il regolamento. I due fondarono quindi una nuova federazione, la PCA (Professional Chess Association) e la sfida per il titolo, che vide la conferma di Kasparov, fu giocata sotto l'egida della nuova federazione.


La PCA a quel punto, ponendosi come alternativa alla FIDE, decise di organizzare un campionato del mondo analogamente a quanto faceva la federazione rivale, con un torneo di qualificazione dal quale sarebbero usciti i qualificati per la fase a eliminazione diretta che avrebbe poi sancito chi avrebbe sfidato nuovamente Kasparov per il titolo. Il torneo di qualificazione si svolse a Groningen, nei Paesi Bassi, nel dicembre del 1993 e stabilì chi erano i sette qualificati, ai quali si aggiunse anche Nigel Short direttamente dai quarti.

I quarti di finale si giocarono nella Trump Tower, a New York, a giugno del 1994 con la cerimonia di apertura presieduta dall'attuale presidente degli USA. Le semifinali furono disputate a Linares, in Spagna, a settembre del 1994 e la finale a Las Palmas, nell'isola spagnola di Gran Canaria, a marzo del 1995. Short perse in semifinale e il candidato a sfidare Kasparov fu l'indiano Anand Viswanathan.

La sfida per il titolo contro Kasparov si giocò al centosettesimo piano della Torre Sud e iniziò in una data che oggi suona come uno strano scherzo del destino: l'11 di settembre. Lo scontro si sarebbe deciso al meglio delle venti partite; secondo il racconto del giocatore della FIDE Jason Luchan che assistette alla sfida, il calendario prevedeva quattro partite a settimana di lunedì, martedì, mercoledì e venerdì. Kasparov vinse in diciotto partite. Dopo una serie di otto pareggi consecutivi Anand vinse una partita, Kasparov pareggiò i conti alla successiva, andò in vantaggio subito dopo e chiuse con quattro vittorie, una sconfitta e tredici pareggi. L'ultima partita si svolse il 16 ottobre.

Le diciotto partite furono giocate all'Observation Deck della Torre, un luogo insolito per una sfida scacchistica: infatti le foto dei due contendenti mostrano sullo sfondo la città di New York vista dall'alto.

La PCA ebbe comunque vita molto breve. Nel 1996 perse l'alleanza con il proprio sponsor principale, la Intel, e fu costretta a chiudere le attività. Al tempo si vociferò che il motivo fu che Kasparov avrebbe nei mesi successivi sfidato il supercomputer della IBM Deep Blue, ma fu lo stesso Kasparov a smentire la voce chiarendo che Intel aveva ritirato la propria disponibilità prima che lui prendesse accordi con IBM.

Non avendo più una federazione che organizzasse gli eventi, Kasparov nel 2000 scelse il proprio sfidante autonomamente e perse la gara contro il connazionale Vladimir Kramnik. Kramnik nel 2005 sfidò il campione in carica della FIDE, di fatto unendo i due titoli e ponendo fine al dualismo delle federazioni.

La federazione creata da Garry Kasparov e Nigel Short ebbe quindi poca fortuna e durò pochi anni, che però bastarono a organizzare una finale in un luogo memorabile.

2020/09/10

World Trade Center: an interview with former NYPD sergeant Darrin Porcher

by Leonardo Salvaggio. An Italian translation is available here.

For the nineteenth anniversary of the attacks of September 11th 2001, Undicisettembre offers today to its readers the personal account of former NYPD sergeant Darrin Porcher, who responded to the scene after the crash of the second plane.

We would like to thank Darrin Porcher for his kindness and availability.





Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on 9/11?

Darrin Porcher: On 9/11 I was a sergeant with the NYPD and I was assigned to the Police Academy, which is relatively close to the World Trade Center. I was working at a day tour which started at 7:07 AM so I was probably there at 6:30 to get dressed, because it was a uniformed assignment. I conducted a series of inspections on the recruits that were under my control that day, after the inspection was done the recruits went into the classroom. It was 7:40 and I went through a block on instructions, at the end of the instructions I went into my office and one of the counterparts mentioned me that a plane struck the World Trade Center. I clearly saw this as an accident and didn’t think of it much further, I saw the damage from the first plane and thought “Wow, this is pretty big.” But I thought this was outside my span of control, I didn’t foresee the need to respond because we had patrol units and fire department who I thought had already been detached to the location.

Shortly after the second plane struck the second tower, I was right outside of my office and another one of my counterparts told me that a second plane struck the World Trade Center. At the point in time it was clear it was a terrorist attack. I went back to my locker and although I was wearing a uniform I put on my bulletproof vest and an attire that was suited for me to go into the streets because I clearly knew I was going to be rotating in the direction of the disturbance and sure enough there would have been a mobilization among the recruits.

I was sent outside and I was tasked to stop every city bus that was coming in the area and have all the passengers in those buses exit; those buses were commandeered for the use of the police department and we used them to transport the officers to the World Trade Center site which was maybe half a mile away. When we got there, it was primarily crowd control and setting up a traffic perimeter. While I was there the towers fell. I saw a lot of pictures and videos of the collapses, but they all pale in comparison to the on-site visual; the destruction was massive and it’s very difficult for me to explain the magnitude.

After the towers fell mass pandemonium started, there was no contingency plan that was effectively suited for a mass casualty event of that magnitude. We were waiting for directions. One of the guys who worked for me had gone into the towers and unfortunately lost his life, and another female officer who worked in the same building as me succumbed in the same horrific experience. You had a multitude of officers in the NYPD and some 300 firemen who went in and lost their lives. It was a horrid day for us, not just New Yorkers, not just NYPD, but as a nation. There was a lot of confusion, no one understood how to manage a destruction of that magnitude, we had never experienced something that was that great in stature.

I don’t remember what time I went home, that was the longest tour of my career; I started at 6:30 and I can’t tell you precisely what time I went home but I was beat tired. I had to go back the next day and just continue the rescue operation.


Undicisettembre: How long did you stay at Ground Zero after 9/11?

Darrin Porcher: I can’t really tell you, it was an extended period of time. The mission changed, firstly it was search and rescue and then it changed into making sure the supply chain was adequate to get the materials and the resources to the location, such as construction vehicles that could remove the debris or things of that effect, getting in the proper medical personnel and the family members of the deceased.


Undicisettembre: How long did it take before the situation got back to normalcy?

Darrin Porcher: Well, the term normal is very difficult to assess. What we perceived as normal back then changed drastically. One of the first things was counter-terrorism, two months after 9/11 President George Bush implemented a series of changes and the Patriot Act and that revolutionized policing and how we dealt with things, it bestowed a series of powers and authorities upon the Attorney General. And we created the Department of Homeland Security, so we since had a Secretary of Homeland Security who had a multitude of different resources to protect us as a society. Also countries all over the world begun to ramp up their fortifications in terms of anti-terrorism measures.

As far as how things changed here in New York, it’s still revolutionizing as we speak. We became more vigilant, one of the statements that came about from that was “If you see something, say something”; the paying attention to things totally changed in comparison to what we were in the past.


Undicisettembre: How does 9/11 affect the everyday work of NYPD even today?

Darrin Porcher: There were two bureaus that were created as a result of 9/11: the Counterterrorism Bureau and the Intelligence Bureau. The Intelligence Bureau was always there but its mission was diametrically different, now they look into terrorism related activities coupled with the day-to-day instances they focused on here in the US. After 9/11 they also send officers all over the world where terrorist attacks have occurred where they can capture information and send that information back to NYPD to assess and keep eight and a half million residents of New York City safe.

The Counterterrorism Bureau is something that was erected and it was a collaborative unit that teamed up members of the NYPD and the FBI with the concern of eradicating terrorist acts or fortifying us against them.

And there are so many other things that trickled down to the granular level, meaning ground level, to the officers that are on the beat walking around and gave them certain indicators to look for to prevent terror activities. We focused more on preventing terror activities than to reacting to terrorist activities.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

Darrin Porcher: We don’t take things for granted anymore here in New York, I’ll give you an example: in the past when someone left unattended bags in the street or in a subway platform, people would just walk by those things and paid no attention. But now when people see an unattended bag they call 911 and have the police respond to ensure this is not a bomb. We became more of a cohesive unit, law enforcement partnering with the public to introduce the information to the appropriate avenue to ensure that these things don’t happen.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories according to which 9/11 is an inside-job?

Darrin Porcher: There’s no empirical evidence to support that. Khalid Sheikh Mohammed, who was the architect of 9/11, introduced information when he was captured in Pakistan that he did orchestrate this attack deeming the United States as the evil state and the enemy of Islam. Other members of al-Qaeda have since given testimony that depicted that this was not an inside job. We have hundreds of detainees at Guantanamo which were arrested because they were part of that plot in terms of the 9/11 attack.


Undicisettembre: How would you compare the crisis after 9/11 with the COVID-19 crisis in New York?

Darrin Porcher: They are two diametrically different instances. 9/11 had an immediate attack on a day incident: planes crashed into buildings, almost three thousand victims and many injuries. COVID-19 pandemic is a progressive state of emergency. This was not a calculated attack on society but a medical issue that started in Wuhan, China, and migrated throughout the world, New York City has been the epicenter of the COVID-19 pandemic in the world, not just the United States but the world: the number of deaths for the pandemic far exceeds the number of deaths caused by the 9/11 attacks.

World Trade Center: intervista all'ex sergente dell'NYPD Darrin Porcher

di Leonardo Salvaggio. L'originale inglese è disponibile qui.

In occasione del diciannovesimo anniversario degli attentati dell'11 settembre 2001, Undicisettembre offre ai suoi lettori il racconto personale dell'ex sergente dell'NYPD Darrin Porcher, che è intervenuto sulla scena dopo lo schianto del secondo aereo.

Ringraziamo Darrin Porcher per la sua cortesia e disponibilità.





Undicisettembre: Puoi farci un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto l'11 settembre?

Darrin Porcher: L'11 settembre ero un sergente dell’NYPD ed ero assegnato all'Accademia di Polizia, che è abbastanza vicina al World Trade Center. Dovevo fare il turno diurno che iniziava alle 7:07, quindi probabilmente arrivai alle 6:30 per vestirmi, perché era un incarico in uniforme. Ho condotto una serie di ispezioni sulle reclute che erano sotto il mio controllo per quel giorno e dopo che terminai l'ispezione le reclute entrarono in classe. Erano le 7:40 e lessi una lista di istruzioni, alla fine delle istruzioni andai nel mio ufficio e uno dei miei colleghi mi disse che un aereo aveva colpito il World Trade Center. Pensai chiaramente che fosse stato un incidente e non ci pensai più, vidi il danno causato dal primo aereo e pensai "Wow, è piuttosto grande." Ma pensai che la cosa fosse al di fuori del mio controllo, non previdi la necessità di doverci andare perché avevamo unità di pattuglia e vigili del fuoco che pensai fossero già stati inviati sul luogo.

Poco dopo che il secondo aereo colpì la seconda torre, mi trovavo proprio fuori dal mio ufficio e un altro dei miei colleghi mi disse che un secondo aereo aveva colpito il World Trade Center. A quel punto fu chiaro che si trattasse di un attacco terroristico. Tornai al mio armadietto e sebbene indossassi un'uniforme, mi misi il giubbotto antiproiettile e un abbigliamento adatto ad andare in strada perché sapevo chiaramente che sarei stato inviato verso la scena e probabilmente ci avrebbero inviato anche le reclute.

Fui inviato sulla scena e mi fu assegnato il compito di fermare tutti gli autobus che arrivavano in zona e di far scendere tutti i passeggeri; quegli autobus furono requisiti dal Dipartimento di Polizia e li usammo per trasportare gli agenti al sito del World Trade Center, che era a circa ottocento metri di distanza. Quando arrivammo lì, il mio compito fu principalmente il controllo della folla e la creazione di un perimetro per il traffico. Mentre ero lì, le torri crollarono. Ho visto molte foto e video dei crolli, ma impallidiscono tutti rispetto a ciò che vedemmo lì; la distruzione fu enorme ed è molto difficile per me spiegarne l'entità.

Dopo il crollo delle torri iniziò il pandemonio di massa, non c’era alcun piano di emergenza che fosse efficacemente adatto per un evento di tale portata. Aspettavamo indicazioni. Uno dei ragazzi che lavoravano per me era entrato nelle torri e sfortunatamente aveva perso la vita, e un'altra agente che lavorava nello stesso edificio in cui lavoravo era deceduta nello stesso orribile modo. Molti agenti dell’NYPD e circa trecento pompieri entrarono nelle torri e persero la vita. Fu una giornata orribile per noi, non solo per i newyorkesi, non solo per l’NYPD, ma per la nazione. Ci fu molta confusione, nessuno capiva come gestire una distruzione di quella portata, non avevamo mai sperimentato nulla di quelle dimensioni.

Non ricordo a che ora tornai a casa, fu il turno più lungo della mia carriera; iniziai alle 6:30 e non so dirti esattamente a che ora tornai a casa, ma ero esausto. Dovetti tornare il giorno successivo per continuare l'operazione di salvataggio.


Undicisettembre: Quanto tempo sei stato a Ground Zero dopo l'11 settembre?

Darrin Porcher: Non lo ricordo con precisione, fu un periodo lungo. La missione cambiò, dapprima fu ricerca e soccorso e poi divenne assicurarsi che la catena di approvvigionamento funzionasse in modo da portare sul posto i materiali e le risorse, come i  veicoli da cantiere con cui rimuovere i detriti o cose del genere, e far entrare il personale medico e i familiari delle vittime.


Undicisettembre: Quanto tempo ci volle prima che la situazione tornasse alla normalità?

Darrin Porcher: Beh, il termine normale è molto difficile da valutare. Ciò che percepivamo come normale allora cambiò drasticamente. Una delle prime cose fu l'antiterrorismo, due mesi dopo l'11 settembre il Presidente George Bush attuò una serie di cambiamenti e il Patriot Act, e questo rivoluzionò la polizia e il modo in cui gestivamo molte cose e conferì una serie di poteri e autorità al Procuratore Generale. Fu anche creato il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, quindi da allora c’è un segretario alla Sicurezza Nazionale che ha molte e varie risorse per proteggerci come società. Anche i paesi di tutto il mondo iniziarono a rafforzare le loro misure di sicurezza in termini di antiterrorismo.

Per quanto riguarda il modo in cui le cose sono cambiate qui a New York, la rivoluzione è ancora in corso mentre parliamo. Siamo diventati più vigili, uno dei modi di dire che è nato è "Se vedi qualcosa, di’ qualcosa"; l'attenzione è totalmente cambiata rispetto a come eravamo in passato.


Undicisettembre: In che modo l'11 settembre influisce sul lavoro quotidiano dell’NYPD anche oggi?

Darrin Porcher: Sono state create due nuove unità a seguito dell'11 settembre: l'Unità Antiterrorismo e l'Unità di Intelligence. L'Unità di Intelligence c’era anche prima, ma il suo mandato era diametralmente diverso, ora esamina le attività legate al terrorismo oltre alle attività quotidiane su cui operavano anche prima qui negli Stati Uniti. Dopo l'11 settembre mandano anche ufficiali in tutto il mondo laddove si sono verificati attacchi terroristici in modo che possano acquisire informazioni e inviarle all’NYPD affinché le valutino e tengano al sicuro gli otto milioni e mezzo di residenti di New York City.

L'Unità Antiterrorismo è stata creata apposta ed è un'unità collaborativa che unisce membri dell’NYPD e dell'FBI allo scopo di sradicare gruppi terroristici o prepararci contro i loro attacchi.

E ci sono molti altri aspetti fino al livello granulare, cioè al livello della strada, degli agenti di pattuglia che danno loro degli indicatori da cercare per prevenire le attività terroristiche. Ci concentriamo più sulla prevenzione delle attività terroristiche che sulla reazione alle stesse.


Undicisettembre: L'11 settembre come influisce sulla tua vita quotidiana?

Darrin Porcher: Non diamo più nulla per scontato qui a New York, ti faccio un esempio: in passato quando qualcuno lasciava una borsa incustodita per strada o su una banchina della metropolitana, la gente ci passava accanto senza prestare attenzione. Ma ora se qualcuno vede una borsa incustodita chiama il 911 in modo che la polizia intervenga e si assicuri che non sia una bomba. Siamo diventati più coesi, le forze dell'ordine collaborano con la popolazione in modo da dare le informazioni sui canali corretti in modo che queste cose non accadano.


Undicisettembre: Cosa ne pensi delle teorie della cospirazione secondo cui l'11 settembre è stato un inside job?

Darrin Porcher: Non ci sono prove empiriche a supporto di queste teorie. Khalid Sheikh Mohammed, che è stato l’organizzatore dell'11 settembre, ha dato delle informazioni quando è stato catturato in Pakistan su come aveva orchestrato l’attacco, perché riteneva gli Stati Uniti uno stato malvagio e un nemico dell'Islam. Da allora, altri membri di al-Qaeda hanno rilasciato testimonianze che confermano che non è stato un inside job. Ci sono centinaia di detenuti a Guantanamo che sono stati arrestati perché facevano parte dell’organizzazione dell’attentato dell’11 settembre.


Undicisettembre: Come confronteresti la crisi successiva all'11 settembre con la crisi del COVID-19 a New York?

Darrin Porcher: Sono due casi diametralmente opposti. L'11 settembre è stato un attacco istantaneo in un giorno: aerei schiantati contro edifici, quasi tremila vittime e molti feriti. La pandemia da COVID-19 è uno stato di emergenza progressivo. Questo non è stato un attacco deliberato alla società ma un problema medico che è iniziato a Wuhan, in Cina, e si è diffuso in tutto il mondo, New York City è stata l'epicentro della pandemia da COVID-19 nel mondo, non solo negli Stati Uniti ma nel mondo: il numero di morti per la pandemia supera di gran lunga il numero di morti causate dagli attacchi dell'11 settembre.