2021/05/21

I Buddha di Bamiyan distrutti dai Talebani

di Leonardo Salvaggio

Sei mesi prima dell'11 settembre l'Afghanistan dei Talebani divenne noto per un altro atto increscioso di cui il regime di Kabul si rese protagonista: due gigantesche statue del Buddha risalenti al sesto e al settimo secolo furono distrutte con esplosivi e razzi antiaerei.


Le due statue furono costruite intorno all'anno 600 d.C. nella valle di Bayman, provincia afghana che ha per capoluogo l'omonima città, lungo la Via della Seta, crocevia di culture che favorì l'insediamento di una comunità buddhista. Il luogo dove sorgevano i due colossi, alti cinquantatré e trentotto metri e distanti circa ottocento metri l'uno dell'altro, è a poco meno di duecento chilometri da Kabul. Il corpo principale delle due state era stato scavato direttamente dentro la montagna, mente i dettagli erano stati realizzati con fango, paglia e stucco; infatti gran parte della copertura è andata perduta già da secoli per via degli agenti atmosferici. Fin dall'invasione di Gengis Khan nel tredicesimo secolo le statue resistettero a numerosi tentativi di distruzione da parte dei sovrani che si succedettero; tuttavia la struttura generale delle due statue resistette fino all'ascesa al potere dei Talebani.

Nel 1999 il Mullah Omar annunciò che le due statue del Buddha sarebbero state risparmiate, perché in Afghanistan non vi era popolazione buddhista, pertanto non avrebbero potuto essere utilizzate come oggetti di culto, ma al contrario avrebbero potuto portare benefici economici all'Afghanistan come luogo di interesse culturale e turistico. Tuttavia a febbraio del 2001 lo stesso regime annunciò che avrebbe in breve tempo distrutto le statue. La dichiarazione suscitò lo sdegno di tutta la comunità internazionale, compresi molti paesi musulmani come l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi e il Pakistan; il museo Metropolitan di New York si offrì anche, attraverso l'allora segretario dell'ONU Kofi Annan, di salvare le statue e trasportarle negli Stati Uniti.

Le proteste internazionali furono vane e il 2 marzo del 2001 i talebani iniziarono la distruzione dei due Buddha giganti, operazione che richiese settimane di bombardamenti e di cui non si conoscono le date e le fasi precise. Il 19 marzo il diplomatico Sayed Rahmatullah Hashemi disse al New York Times che la decisione del regime fu presa come ritorsione dopo che una delegazione estera aveva offerto fondi all'Afghanistan per salvare le statue, mentre non riceveva mai offerte di sovvenzioni per la popolazione afflitta dalla povertà; Hashemi al tempo era inviato dei Talebani negli USA per migliorare le relazioni tra i due paesi, esacerbate dall'ospitalità che il regime di Kabul offriva a Osama bin Laden e ad al-Qaeda.

Photo credit: CIPA Heritage Documentation

Tuttavia esiste una spiegazione diversa sul perché il i Talebani abbiano compiuto un simile abominio. Alcuni testate, come il giornale pakistano Dawn e quello nepalese The Himalayan Times, riportarono che dopo la caduta dei talebani vennero trovati dei documenti a Kabul che dimostrerebbero che i due Buddha furono distrutti a causa delle pressioni di Osama bin Laden verso il Mullah Omar affinché le abbattesse. Per i Talebani le statue avrebbero potuto rimanere in piedi, ma il leader di al-Qaeda chiese e ottenne dal regime che venissero distrutte in quanto incompatibili con l'Islam radicale salafita da loro praticato. L'ex calciatore e miliziano di al-Qaeda tunisino Nizar Trabelsi disse agli investigatori dopo il suo arresto in Belgio che al-Qaeda usava le statue del Buddha come obiettivo per esercitarsi con le armi da fuoco già da tempo.

La distruzione delle statue millenarie di Bamiyan compromise definitivamente i rapporti tra i Talebani e la comunità internazionale; rapporti che solo sei mesi dopo precipitarono in una guerra che non si è ancora conclusa dopo due decenni.

2021/05/08

Il dirottamento del volo Lufthansa 592 del 1993: l'ultimo caso di cooperazione tra FAA e NORAD prima dell'11/9

di Leonardo Salvaggio

L'11 febbraio del 1993 il ventenne egiziano Nebiu Zewolde Demeke dirottò il volo Lufthansa 592, un Airbus A310-300 diretto da Francoforte ad Addis Abeba con uno scalo intermedio al Cairo, costringendo il pilota a volare fino all'aeroporto JFK di New York dove intendeva chiedere asilo politico. Il dirottamento del volo Lufthansa 592 fu l'ultimo caso di cooperazione tra FAA e NORAD prima dell'11 settembre 2001 e rappresenta tuttora l'ultimo dirottamento intercontinentale della storia. Un dirottamento transoceanico era comunque anche all'epoca rarissimo, l'ultimo prima del 1993 risaliva infatti al 1976, quando un gruppo di nazionalisti croati dirottò il volo TWA 355 dal Canada a Parigi.

L'Airbus 310-300 coinvolto nel dirottamento, fotografato nel 2003

Al tempo i controlli di sicurezza negli aeroporti non erano rigidi come quelli messi in atto dopo l'11/9, pertanto Demeke riuscì a portare con sé una pistola. L'arma era nascosta nel cappello fedora che l'uomo indossava; quando al metal detector gli fu chiesto di toglierlo, lo prese con pollice e indice bloccando anche la pistola al suo interno, quindi lo appoggiò su un tavolo accanto al varco di controllò e lo indossò nuovamente dopo essere passato. Demeke riuscì così a non far passare il cappello con dentro la pistola attraversi i controlli del metal detector.

L'aereo con centoquattro persone a bordo, novantaquattro passeggeri e dieci di equipaggio, partì da Francoforte alle 10:15 locali e dopo circa trentacinque minuti di volo il dirottatore si alzò per andare in uno dei bagni nella parte anteriore del velivolo dove estrasse la pistola e indossò un passamontagna. Demeke uscì dal bagno e, minacciandola con la pistola, intimò a un'assistente di volo di aprirgli la cabina di pilotaggio; la donna rifiutò, quindi il dirottatore si fece strada da solo ed entrò nella cabina che trovò aperta. Il dirottatore puntò la pistola contro il pilota e il copilota ordinando loro di dirigersi a ovest verso gli Stati Uniti.

Il pilota, il tedesco Gerhard Goebel, non ebbe altra che scelta che tentare di accontentare il dirottatore, ma il primo problema che si presentò fu che l'aereo non aveva abbastanza carburante per attraversare l'Atlantico. Demeke si convinse della necessità quando il copilota gli mostrò su una mappa quanto New York fosse più distante del Cairo rispetto a dove si trovavano, cioè sopra l'Austria. Il pilota si accordò con i controllori di volo per trovare un aeroporto dove potesse atterrare per un rifornimento, il luogo scelto fu l'aeroporto di Hannover.

Una volta atterrato ad Hannover, l'aereo venne circondato dalle teste di cuoio nascoste tra le piantagioni accanto alla pista, ovviamente all'insaputa del dirottatore il quale voleva che l'aereo ripartisse prima possibile. Il camion del rifornimento arrivo quaranta minuti dopo l'atterraggio causando molto nervosismo da parte di Demeke che tenne la pistola puntata alla testa del pilota durante tutto il tempo dello scalo e minacciò di uccidere un assistente di volo ogni cinque minuti se le operazioni non si fossero svolte in fretta. I controllori del traffico fecero ripartire il velivolo nel minor tempo possibile e l'intera operazione di rifornimento si svolse senza incidenti.

Durante il volo intercontinentale Demeke si tolse il passamontagna e il pilota tentò di stabilire con lui un dialogo. Il dirottatore non volle rivelare il suo nome e si fece chiamare semplicemente Jack, spiegò anche ai piloti che tutta la sua famiglia viveva negli USA ma lui non riusciva ad ottenere il visto per entrare, pertanto aveva architettato un dirottamento per forzare le autorità a lasciarlo entrare nel paese. Il dirottatore mostrò interesse per gli occhiali da sole del pilota e i due si accordarono che una volta arrivati all'aeroporto JFK il pilota li avrebbe regalati a Demeke in cambio della pistola, che a quel punto non gli sarebbe più servita perché il dirottatore aveva comunque intenzione di consegnarsi pacificamente alle autorità.

A New York nel frattempo si stavano radunando forze di varie agenzie, come il Dipartimento di Stato, l'agenzia delle dogane, l'FBI, l'NYPD e la Port Authority per avviare i negoziati e organizzare l'intervento sulla scena nel caso fosse stato necessario. In ogni caso, anche se le intenzioni di Demeke erano pacifiche, il giornalista Eric Margolis, che era uno dei novantaquattro passeggeri, riportò in seguito che molti dei passeggeri temevano che volesse far schiantare il velivolo in mezzo a Manhattan.

Il celebre libro Touching History di Lynn Spencer (che narra in dettaglio come avvenne la reazione militare agli attacchi dell'11/9) cita il caso come uno degli esempi più tipici di come avveniva la cooperazione tra FAA e NORAD. Robert Marr del NORAD (che ebbe un ruolo chiave anche nel coordinamento tra le due agenzie l'11 settembre 2001) contattò la sua controparte dell'FAA e gli chiese di far partire subito la richiesta di intervento militare lungo la sua catena gerarchica, perché l'ottenimento delle autorizzazioni avrebbe richiesto ore. Al contempo Marr si mosse all'interno del NORAD informando i propri responsabili del fatto che sarebbe arrivata una richiesta da parte dell'FAA. L'autorizzazione arrivò dopo ore, il libro di Lynn Spencer non specifica quante ma dice chiaramente several hours (molte ore). Quando arrivò l'autorizzazione si alzarono in volo gli F-15 dalla base di Otis, nel Massachusetts, e gli F-16 da quella di Atlantic City; uno dei velivoli era pilotato da Timothy Duffy, detto Duff, che intervenne come pilota di caccia anche l'11 settembre.

I militari intercettarono il volo Lufthansa 592 quando questo si trovava vicino alle coste orientali del Canada rimanendo dapprima a una distanza di circa dieci miglia; quando l'aereo si avvicinò all'aeroporto JFK si avvicinarono fino a circa cinque miglia e quando atterrò rimasero in volo circolare sopra all'aeroporto.

Durante il volo transatlantico la squadra dei negoziatori aveva preso contatti con il dirottatore il quale chiese solo di poter entrare negli Stati Uniti confermando che una volta atterrato si sarebbe consegnato senza resistenze. Il volo atterrò all'aeroporto JFK intorno alle 16. Demeke consegnò la propria pistola (che si rivelò essere una pistola da starter, cioè quelle utilizzate per dare l'avvio a competizioni sportive, caricata a salve) al pilota e scese dalla scaletta per lo sbarco con il passamontagna addosso e con uno zaino sulle spalle, circostanza che destò timori da parte delle forze dell'ordine; una squadra di cecchini lo teneva sotto tiro ed era pronta a intervenire se il dirottatore non avesse rispettato gli accordi. Tuttavia dopo pochi passi l'uomo alzò le mani e si consegnò agli agenti che gli tolsero il passamontagna e lo zaino. Il dirottatore si arrese e la crisi terminò senza incidenti per i passeggeri dopo undici ore dall'inizio del dirottamento.

Come è evidente quello del volo Lufthansa 592 fu un caso completamente diverso rispetto a quanto avvenne l'11 settembre: il dirottatore non prese i comandi del volo, il tempo per organizzare la reazione era consistente e soprattutto non si trattava di una missione suicida. Purtroppo otto anni più tardi i dirottatori riuscirono a prendere la difesa aerea completamente impreparata, proprio perché gli scenari previsti dalle procedure erano molto diversi e più semplici.



Fonti (oltre a quelle citate nell'articolo):