2026/08/13

Visita al 9/11 Memorial & Museum

Sono a New York per la quinta volta dopo l'11/9 e dopo quattro anni dall'ultima volta. Anche in questa occasione, la tappa al 9/11 Memorial & Museum è per me obbligata. Ogni viaggio a New York è anche un'occasione per incontrare i sopravvissuti e i soccorritori che ho conosciuto in questi anni grazie alle mie ricerche, questa volta incontro anche il collega ricercatore Adam Fitzgerald con cui faccio il tragitto di metropolitana da midtown al World Trade Center e con cui visito il museo.

La Plaza è molto simile a come me la ricordo e negli ultimi quattro anni non è cambiata molto, tuttavia ci sono anche differenze importanti. Il performing center a nord della Plaza, verso il World Trade Center 7, è stato aperto e gli è stato dato il nome di World Trade Center 6, nonostante non sia un edificio di uffici, ma ripristinando così la numerazione iniziale. Inoltre i lavori per la costruzione del World Trade Center 2 sono ripresi, anche se per ora si vede solo l'armatura del cemento spuntare dalla base; l'unico affittuario per ora previsto sarà American Express, ma tanto è bastato per riavviare i lavori. Il World Trade Center 5 è invece ancora fermo, nonostante ci siano state discussioni nei mesi recenti sulla destinazione parziale o totale della struttura a residenze, il cui costo è però per ora proibitivo.

Ormai conosco il museo, ci sono stato già altre tre volte e quindi so cosa mi aspetta una volta varcata la soglia sulla Plaza e scese le scale mobili, eppure ogni volta dal punto di vista emotivo sembra la prima, perché anche se ho sentito centinaia di racconti di sopravvissuti e soccorritori, la violenza con cui arriva al cuore risentire la storia dalle loro dirette parole è inimmaginabile. Mi accorgo per la prima volta, ad esempio, che tra le foto delle vittime ci sono la hostess del volo American Airlines 11 Betty Ong, le cui parole disperate al telefono sono una delle voci più iconiche del disastro che si stava compiendo, e una bambina di quattro anni, Juliana Valentine McCourt, che viaggiava sul medesimo aereo insieme alla madre. Tanto per ricordare che i terroristi non hanno fatto sconti a nessuno nel loro piano folle e distruttivo.

Nel museo ci sono sempre novità, noto che alcuni degli oggetti che ricordavo non si trovano, ad esempio la casacca di uno dei Navy SEALs che condussero l'operazione di Abbottabad; la guardia a cui chiedo dove sia mi spiega che gli oggetti esposti cambiano e vengono spostati per fare spazio a quelli nuovi, infatti neanche lui ricorda di averla vista. Noto anche la bandiera che fu issata a Ground Zero dopo gli attentati e non ricordavo di averla vista nelle visite precedenti. Anche la parte dedicata alla missione che uccise bin Laden mi sembra più completa e questa volta c'è anche un mattone del compound in cui il terrorista si nascondeva.

Grazie ad Adam scopro anche un dettaglio importante che non conoscevo: nel museo c'è una stanza a cui hanno accesso solo le famiglie delle vittime in cui sono conservati i resti non identificati delle vittime. Possiamo solo ovviamente guardarlo da fuori, anche se la guardia a cui chiediamo conferma che quella stanza esista e si stupisce che noi ne siamo a conoscenza.

Usciamo dopo aver trascorso nel museo più di due ore, ma solo perché entrambi ci siamo già stati, altrimenti il tempo da dedicare è sicuramente più lungo. E dopo aver visto il dolore e l'eroismo raccontati dalle voci che si susseguono nelle testimonianze conservate al museo, varcare in uscita la soglia del museo sembra portare in un'altra dimensione, perché sulla Plaza la vita è ripresa a pieno ritmo e il resto della città corre e produce come prima dell'11/9. Mentre il museo celebra il ricordo di chi è morto e il coraggio di chi è intervenuto, il resto della città conferma che i terroristi non hanno vinto.

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