2022/06/15

L'unico omicidio irrisolto dell'11 settembre 2001: la strana morte di Henryk Siwiak

di Leonardo Salvaggio. Si ringrazia la giornalista Ewa Kern-Jedrychowska per la consulenza fornita per la redazione di questo articolo.

Tra le persone morte a New York l'11 settembre del 2001 ce n'è una sola il cui decesso non ha ancora dei colpevoli accertati. La vittima, in questo caso, è stata uccisa lontano da downtown Manhattan e in circostanze completamente diverse, eppure il suo omicidio può essere collegato agli attentati da un tortuoso percorso.

Il quarantaseienne di Cracovia Henryk Siwiak aveva lasciato la Polonia nel 2000, dopo aver perso il lavoro come ispettore delle ferrovie statali, e si era trasferito a casa della sorella che viveva nel quartiere di Far Rockaway, nel Queens, da sei anni. Emigrando negli USA, Henryk lasciò in Polonia la moglie con i due figli di dieci e diciassette anni. Nonostante non avesse un visto per lavorare Henryk rimase negli USA più a lungo di quanto consentito dal visto turistico svolgendo lavori saltuari, grazie ai quali riusciva a spedire dei soldi alla famiglia in Polonia nella speranza di potervi un giorno tornare.


Nel 2001 Henryk lavorava come operaio in un cantiere nella punta meridionale di Manhattan. Dopo gli schianti dei due aerei dirottati contro le Torri Gemelle il cantiere venne evacuato e Henryk attraversò a piedi il Ponte di Brooklyn per poi prendere la metropolitana e tornare nel Queens a casa della sorella. Non potendo attendere per motivi economici i tempi lunghi della riapertura del cantiere, consultò gli annunci di lavoro sul giornale della comunità polacca di New York Nowy Dziennik (noto in inglese come Polish Daily News) e ne trovò uno in una società di pulizie che cercava personale per il supermercato della catena Pathmark ad Albany Avenue, nel quartiere Farragut di Brooklyn. Per candidarsi al ruolo dovette andare presso un'agenzia per il collocamento che seguiva la comunità polacca a Bay Ridge, nell'estremità sudoccidentale di Brooklyn.

Henryk trovò la proprietaria dell'agenzia sconvolta per il fatto che il marito era morto nei crolli delle torri; ciò nonostante la donna gli disse che avrebbe potuto iniziare il lavoro nuovo quella stessa sera. Siccome non conosceva la persona che avrebbe dovuto incontrare, Henryk disse all'agenzia di collocamento che avrebbe indossato abiti facilmente identificabili: una tuta mimetica militare e degli stivali neri, si sarebbe portato in uno zaino i vestiti da lavoro con l'intenzione di cambiarsi appena prima di prendere servizio. Henryk quindi tornò a Far Rockaway dove chiamò la moglie a cui disse di non essere rimasto coinvolto negli attentati anche se aveva visto uno dei due velivoli schiantarsi contro la torre.

Henryk non era mai stato a Farragut, quindi consultò una mappa della metropolitana con l'aiuto della padrona di casa e insieme valutarono che per giungere alla propria destinazione avrebbe dovuto prendere la linea A e scendere alla fermata di Utica Avenue, che era quella più vicina ad Albany Avenue. Tuttavia i due omisero di verificare a che numero civico si trovasse il supermercato, che era al 1525 di Albany Avenue, cioè all'estremità opposta e a circa cinque chilometri dalla fermata della metropolitana scelta. La proprietaria tentò di dissuaderlo, dicendogli che Farragut era un quartiere malfamato e che non era raccomandabile andarci di sera, ancor meno lo sarebbe stato quella sera in cui la popolazione era in preda alla paura. In ogni caso Henryk decise di andare e, ignaro del proprio errore nella scelta della fermata, scese dalla metropolitana lontanissimo dal luogo di lavoro.

Uscì dalla metro intorno alle 23 e percorse a piedi Fulton Street verso Albany Avenue. All'incrocio invece di girare a sinistra verso il numero 1525, che comunque era a circa un'ora di cammino, prese la strada alla propria destra trovandosi così nel quartiere di Bedford–Stuyvesant dove, secondo quanto riportato dai testimoni interrogati dalla stampa su questo caso, non è raccomandabile camminare da soli di notte.


Intorno alle 23:40 una donna residente in Decatur Street che stava accudendo la madre anziana e malata sentì le voci di un alterco provenire dalla strada, seguite da uno o due colpi di pistola, la donna stessa non ricorda l'esatto numero, ma non si affacciò alla finestra per guardare perché era troppo spaventata per farlo. Poco dopo un'altra residente della zona sentì qualcuno suonare al campanello di casa, ma non rispose per lo stesso motivo: era troppo spaventata e aveva anche appena udito gli stessi spari per strada.

Alle 23:42 qualcuno chiamò il 911, ma le forze di polizia erano quasi interamente dedicate a Ground Zero e quindi un numero ridotto di agenti poté intervenire a Decatur Street. Trovarono Henryk Siwiak, con indosso la tuta mimetica, steso a terra ai piedi degli scalini di ingresso del civico 119 ucciso da un colpo al petto. Seguendo la striscia di sangue al suolo gli agenti poterono subito capire i primi dettagli. Qualcuno aveva sparato a Siwiak sette proiettili calibro .40, uno dei quali lo raggiunse a un polmone. Nonostante fosse ferito, riuscì ad attraversare la strada, salire i pochi gradini del numero 119 e suonare al campanello in cerca di aiuto, non avendo ricevuto risposta ridiscese i gradini per poi cadere a terra morto.

Di norma in un caso di omicidio sarebbe dovuta intervenire la Crime Scene Unit, ma essendo tutti gli agenti impegnati a Ground Zero fu mandata invece la Evidence Collection Unit, quella che di norma ispeziona la scena in caso di crimini non fatali, come le effrazioni nelle proprietà private. Inoltre anziché la consueta squadra di nove detective ne furono inviati non più di tre. Il caso fu assegnato al detective della squadra omicidi Michael Prate che interrogò criminali arrestati per altri crimini nella zona e cercò testimoni, ma non emerse mai nulla nonostante fosse stata offerta una ricompensa di 12.000 dollari a chi fosse stato in grado di aiutare. Gli unici testimoni che si fecero avanti riportarono di aver visto Henryk camminare lungo Fulton Street, ma nulla di più di questo. Ad oggi il caso rimane insoluto.

La sorella di Henryk sostiene dal 2001 che il fratello possa essere stato scambiato per un terrorista per via del suo abbigliamento insolito, la sua carnagione scura e il suo inglese stentato. Michael Prate, che indagò sull'omicidio di Siwiak fino al suo ritiro nel 2011, sostiene invece che la teoria più probabile sia che non si sia trattato di un crimine d'odio ma di una rapina finita in tragedia, per via del fatto che Henryk potrebbe non aver capito le minacce dei suoi rapitori e non aver così consegnato loro i propri pochi averi. Il fatto che non sia morto sul colpo e che gli spari hanno attirato l'attenzione dei residenti, spiegherebbe perché i rapinatori sono fuggiti senza prelevare i circa ottanta dollari che l'uomo aveva con sé.

La morte di Henryk Siwiak resta oggi uno dei misteri dell'11 settembre, ma su questo caso difficilmente verrà mai fatta luce. Resta comunque un esempio emblematico di come gli attentati più devastanti della storia abbiamo avuto un impatto anche sulle vite e sulle morti di chi si trovava lontano e in tutt'altro contesto.


Fonti:

2022/05/28

Nuovo video mostra al-Bayoumi a una festa con due dei dirottatori

di Leonardo Salvaggio

Nello scorso mese di aprile la CBS ha riportato la notizia che un tribunale del Regno Unito ha ordinato la desecretazione di un lotto di documenti, tra cui nastri VHS e appunti manoscritti, rinvenuti tra i materiali sequestrati a Omar al-Bayoumi in seguito al suo arresto a Birmingham avvenuto dopo l'11 settembre su richiesta dell'FBI. Tra le evidenze emerse vi è un video, registrato nel 2000, che mostra le immagini di una festa nell'appartamento di Parkwood Apartments, a San Diego, dove risiedevano Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mihdhar, due dei dirottatori del volo che si schiantò contro il Pentagono, alla quale partecipò lo stesso al-Bayoumi che la CBS definisce the party host, ovvero l'organizzatore della festa stessa.

Foto credit: CBS News

Nel video i due dirottatori si vedono in faccia raramente in quanto sembrano molto attenti ad evitare la telecamera, solo al-Mihdhar è ripreso in un frammento di profilo mentre si trova in cucina. Al contrario, al-Bayoumi è visibile in viso più volte e molto chiaramente.

Tra il materiale pubblicato c'è anche un blocchetto per appunti che mostra dei calcoli eseguiti a mano accanto al disegno di un aereo; secondo quanto dichiarato da un pilota della Marina degli Stati Uniti davanti al tribunale si tratterebbe di calcoli eseguiti per valutare il raggio di discesa necessario a colpire un obiettivo a terra.

Foto credit: CBS News

La pubblicazione del materiale nel Regno Unito è avvenuta mentre l'FBI sta continuando il proprio lavoro di desecretazione di documenti (analizzati in più fasi su questo blog) relativi alle indagini sul coinvolgimento del governo saudita negli attentati dai quali è emerso che al-Bayoumi era effettivamente, come a lungo sospettato, un agente dell'intelligence di Riyadh che riceveva il proprio stipendio tramite il principe e ambasciatore Bandar bin Sultan Al Saud. Nella pianificazione originale al momento della firma dell'ordine di desecretazione da parte del Presidente Biden il lavoro avrebbe dovuto concludersi all'inizio dello scorso marzo, al contrario la desecretazione è ancora in corso e al momento i documenti più recenti sono stati rilasciati il 29 aprile.

La CBS aggiunge che si ritiene che al-Bayoumi, che oggi dovrebbe avere 64 o 65 anni, al momento viva in Arabia Saudita e di aver tentato di contattarlo senza successo attraverso l'ambasciata. Con l'avvicinarsi del ventunesimo anniversario i nodi da sciogliere sono ancora molti, ma negli ultimi mesi sembra che finalmente il percorso verso la verità abbia preso una netta accelerazione.

2022/04/29

World Trade Center: intervista all'ex cuoco del Windows on the World Sekou Siby

di Leonardo Salvaggio. L'originale in inglese è disponibile qui.

Undicisettembre offre oggi ai suoi lettori il racconto personale di Sekou Siby, che è un ex cuoco del ristorante Windows on the World, ai piani più alti della Torre Nord, e che l'11/9 perse il lavoro a causa del crollo delle torri. Siby si unì quindi all'organizzazione senza scopo di lucro Restaurant Opportunities Center di cui divenne negli anni l'amministratore delegato.

Ringraziamo Sekou Siby per la sua cortesia e disponibilità.





Undicisettembre: L'11 settembre ha cambiato la tua vita: hai perso il lavoro da cuoco al Windows on the World e dopo un lungo percorso sei diventato un amministratore delegato. Puoi spiegarci cosa è successo e come l'11 settembre ha cambiato la tua vita?

Sekou Siby:
Nel 2001 ero un cuoco per banchetti al ristorante Windows on the World. Quello che generalmente facevo era sbucciare patate e carote, in seguito sono diventato un cuoco garde-manger [cuoco specializzato nella realizzazione di piatti freddi, NdT]. Quando c'era una festa, perché ospitavamo feste con due o tremila ospiti, preparavamo tre cibi caldi e tre freddi e li davamo agli avventori prima che iniziassero il pasto.

Al tempo vivevo nel Bronx. La mattina dell'11 settembre ero a casa con mia moglie. Stavo dormendo quando ricevetti la telefonata della moglie di un mio collega che stava cercando suo marito. Fu così che mi svegliai. Mi disse che il nostro palazzo era in fiamme e voleva sapere se potevo aiutarla a chiamare suo marito. Poi mi disse di accendere la TV. Quando lo feci, fu scioccante perché vidi il fumo che usciva dall'edificio. Provai a chiamare la cucina del Windows on the World. Il collega che cercavo era un cuoco per banchetti; il telefono squillava. Chiamai fino a quando l'edificio crollò, a quel punto il telefono smise di suonare. La moglie del mio amico richiamò e mi chiese "Pensi che sia uscito?" dissi "Sì, è un ragazzo intelligente, avrà trovato il modo di uscire". Le promisi che se non avesse chiamato a casa entro la fine della giornata, il giorno dopo saremmo andati in tutti gli ospedali a cercarlo. Le dissi "Avremo sue notizie". Purtroppo non accadde.

Il giorno dopo mi svegliai, mi vestii e uscii di casa ma quando arrivai alla stazione della metropolitana capii di aver perso il lavoro perché l'edificio era crollato. L'11 settembre non me ne ero reso conto. Tornai indietro e mi domandai "Cosa faccio?" Ero un immigrato, non guadagnavo molto e avevo pochi risparmi.

Eravamo tutti dipendenti del sindacato, quindi quando perdemmo il lavoro il sindacato ci disse che ci avrebbero dato dei fondi per organizzarci. Organizzarono un centro chiamato Immigrant Workers Center che durò sei mesi, in modo che potessimo ottenere aiuto per trovare un altro lavoro. Nel 2002 quell'istituto si trasformò in un'organizzazione senza scopo di lucro chiamata ROC-NY, Restaurant Opportunities Center di New York. Nel 2003 vi entrai come direttore di comunità. Poi sono diventato direttore capo, cioè direttore di una sede, e poi nel 2008 l'organizzazione si espanse a livello nazionale per via delle similitudini con quanto accadde a New Orleans. La persone della Louisiana ci chiamarono per chiederci se potevamo creare una filiale della ROC nella loro zona e così diventammo un'organizzazione nazionale. Nel 2012 diventai vicedirettore nazionale, salii nella gerarchia. Diventai direttore della finanza, direttore delle risorse umane e infine divenni presidente e amministratore delegato.

Durante quel percorso, mi resi conto conto che "mi serve una laurea a supporto di ciò che sto facendo", quindi tornai a studiare e conseguii un master e un dottorato in economia aziendale.


Undicisettembre: Da quanto tempo vivevi negli Stati Uniti quando avvennero gli attacchi dell'11 settembre?

Sekou Siby: Arrivai qui nel 1996. Vengo dalla Costa d'Avorio, la mia lingua madre è il francese e quando arrivai qui parlavo a malapena inglese. Per essere in questa posizione oggi mi ci è voluto molto duro lavoro.

Il World Financial Center visto dal Windows on the World

Undicisettembre: Quali sono i tuoi ricordi del World Trade Center prima dell'11 settembre?

Sekou Siby: Era un posto molto bello: dall'interno degli edifici si vedeva tutta Manhattan, la Statua della Libertà, il New Jersey. È stato tutto molto bello, ma lavorare lì era una sensazione speciale perché le persone che ci lavoravano erano così diverse! Il proprietario dell'azienda voleva davvero creare una finestra sul mondo, nel senso che voleva dipendenti da tutto il mondo. Come musulmano, durante il Ramadan, digiunavo e mangiavo al tramonto; la cosa incredibile era che persone provenienti da luoghi diversi, Africa occidentale, India, Bangladesh, Pakistan, arrivavano con i loro piatti locali per interrompere il digiuno. Era una comunità di persone che si vedevano l’un l’altro come persone. Pregavamo insieme in uno spazio enorme messo a disposizione, non importava di che nazionalità fossi. Anche alla mensa avevamo cibo da tutto il mondo: messicano, africano, australiano. Tutto questo ci ha fatto sentire davvero bene perché era un gruppo molto vario.


Undicisettembre: All'epoca vivevi nel Bronx, com'era la vita nel Bronx in quegli anni?

Sekou Siby: Costava poco, molto meno di adesso! [Ride – NdR] Ma era comunque difficile per un immigrato dall'Africa occidentale che guadagnava 8,25 dollari l'ora e al tempo mia moglie era incinta di otto mesi, mia figlia è nata tre settimane dopo l'11 settembre. Era un posto difficile dove stare! Il Bronx non era, e non è, un quartiere ad alto reddito, ma ce la cavavamo.


Undicisettembre: L'11 settembre influisce ancora sulla tua vita anche oggi?

Sekou Siby: Influenza molto la mia vita, non sono cambiamenti si dimenticano facilmente. Non ho più lavorato per un ristorante dopo l'11 settembre perché mi avrebbe ricordato ciò che mi era successo e non voglio pensarci, non voglio trovarmi nella situazione di farmi di nuovo delle amicizie in una cucina o godermi la vita come dipendente di un ristorante, riporterebbe molti ricordi.

Tre giorni prima dell'11 settembre, sabato, ero andato a giocare a calcio con i miei colleghi sudamericani. Eravamo sedici persone e abbiamo giocato a Corona Park, nel Queens, e da lì sono tornato a casa. Tre giorni dopo, erano tutti morti tranne due persone: un ragazzo dal Messico di nome Luis e io. Te lo immagini? Giochi a calcio con degli amici e tre giorni dopo sono tutti morti.

L'11 settembre per me è questo tipo di esperienza: molto difficile da spiegare, molto difficile da dimenticare perché fa parte di me e a cui è molto difficile dare un senso, perché è impossibile dargli un senso.


Undicisettembre: Sei stato alla celebrazione per il 20° anniversario?

Sekou Siby: Beh, ora vivo nel Queens e vado al World Trade Center almeno una volta all'anno uno o due giorni prima dell'11 settembre, perché il giorno dell'anniversario è molto affollato. Se deve essere un luogo in cui vuoi commemorare i tuoi amici, ci vai in un giorno in cui non è troppo affollato. Quindi ci vado, ma non l'11 settembre.


Undicisettembre: Sei sia americano che immigrato, cosa pensi della politica estera degli USA in Africa?

Sekou Siby: In Africa credo si debba fare di più, investire in infrastrutture. So che c'è molto supporto militare, ma penso che la politica estera in Africa dovrebbe basarsi maggiormente sulla costruzione di infrastrutture. Ora americani ed europei sono più interessati a farlo perché la Cina ha scombinato molti paesi africani. Le aziende più grandi possono acquistare qualsiasi cosa in Africa al prezzo che vogliono, ma questo non aiuta i paesi africani. Ad esempio, la Costa d'Avorio è il numero uno per la produzione di cacao, ma il paese non è diventato ricco per via di questo. La materia prima è estremamente economica, il prodotto finale è molto costoso, ma portare le fabbriche in Africa è molto problematico perché non è l'investimento che si vuole fare. Se non lo si fa, se non si aiutano a creare fabbriche che creerebbero buoni posti di lavoro, l'aiuto estero non libererà questi paesi dai loro problemi.

World Trade Center: an interview with former Windows on the World cook Sekou Siby

by Leonardo Salvaggio. An Italian translation is available here.

Undicisettembre is offering today its readers the personal account of Sekou Siby, who is a former cook for the Windows on the World restaurant, at the top floors of the North Tower, and lost his job on 9/11 because of the collapse of the two towers. Siby then joined non-profit organization Restaurant Opportunities Center and eventually became the CEO.

We would like to thank Sekou Siby for his kindness and his time.





Undicisettembre: 9/11 changed your life: you lost your job as cook for Windows on the World and after a long process you became a CEO. Can you explain us what happened and how 9/11 changed your life?

Sekou Siby:
In 2001 I was a banquet cook for the Windows on the World restaurant. What I generally did was peel potatoes and carrots, it later evolved into being a garde-manger cook. It means that when there was a party, because we would have parties with two to three thousand guests or so, we would prepare three hot and three cold foods, and give them to the customers before they started their meal.

Back then, I lived in the Bronx. On the morning of 9/11, I was at home with my wife. I was sleeping when I received the phone call by a colleague of mine’s wife who was looking for her husband. This is how I woke up. She said that our building was burning. she wanted to know if I could help her call her husband. Then, she asked me to turn the TV on. When I did, it was shocking because I saw the smoke coming from the building. I tried to call in the kitchen of the Windows on the World restaurant. The colleague I was looking for was a banquet cook; the phone was ringing repeatedly. I called until the building collapsed, at that point the phone went dead silent. My friend’s wife called me back and asked “Do you think he got out?” I said “Yes, he’s a smart guy, he would get out.” I promised her if he does not call home by the end of the day, the following day we would go to all hospitals to check. I said “We will hear from him.” Unfortunately that didn’t happen.

The following day, I woke up, I got dressed, I got out but when I reached the subway station, I realized that I lost my job because the building had collapsed. On 9/11, I hadn’t realized that. I walked back and asked myself “What am I going to do?” I was an immigrant, not making a huge salary and my savings were not significant.

We were all union employees, so when we lost our job the union said that they will give us some funding to organize ourselves. They organized a center called Immigrant Workers Center for six months, so we could get help to find another job. In 2002 that institute changed into a non-profit called ROC-NY, Restaurant Opportunities Center of New York. In 2003, I joined as a community organizer. From there I moved to being a lead organizer, a chapter director, and then in 2008 the organization became national because of similarities with what happened in New Orleans. People there in Louisiana called us to ask if we could create a branch of ROC there and we became a national organization. In 2012 I became the national a deputy director, I rose through the ranks. I became finance director, human resources director and I ultimately became president and CEO.

During that process, I realized “I need a degree to back what I’m doing”, so I went back to school and I earned a master degree and a doctoral degree in business administration.


Undicisettembre: How long had you been living in the United States when 9/11 happened?

Sekou Siby: I came here in 1996. I’m from Ivory Coast, my first language is French and when I came here I was barely speaking English at all. Today to be in this position required a lot of hard work.

View of World Financial Center from the Windows on the World

Undicisettembre: What are your recollections of the World Trade Center before 9/11?

Sekou Siby: It was a very nice place: from inside the buildings you could see all Manhattan, the Statue of Liberty, New Jersey. It was all great, but working there was a different kind of feeling because people working there were so diverse! The owner of the company was really trying to create a window on the world, meaning that he wanted employees from all over the world. As a Muslim, during Ramadan, I would fast and eat at sundown; the amazing thing was that people from different places, West Africa, India, Bangladesh, Pakistan, would come with their local dishes to break their fast. It was a community of people who saw each other as people. We used to pray together in a huge space that was there, it didn’t matter what nationality you were. Even at the cafeteria we had food from all over the world: Mexican, African, Australian. This all made us feel really good because it was a very diverse group.


Undicisettembre: You were living in the Bronx back then, how was life in the Bronx in those years?

Sekou Siby: It was cheaper, much cheaper than now! [Laughs - editor's note] But it was still a struggle for an immigrant from west Africa earning 8,25$ per hour and at that time my wife was eight months pregnant, my daughter was born three weeks after 9/11. It was a tough place to be! Bronx was not, and is not, a high-income neighborhood, but we were managing.


Undicisettembre: Does 9/11 still affect your life even today?

Sekou Siby: It absolutely affects my life, these are not changes that you can forget about easily. I hadn’t worked for another restaurant after 9/11 because it was a reminder of what happened to me and I don’t want to think about it, I don’t want to be in the context of making friends in a kitchen space, enjoying life in a restaurant again as a worker, it would bring a lot of memories back.

Three days before 9/11, on Saturday, I went to play soccer with my colleagues from Latin America. We were sixteen people playing in Corona Park, Queens, and from there I went home. Three days later, everybody would be dead but two people: a guy from Mexico called Luis and me. Can you imagine that? You are playing soccer with my friends and a three days later they are all dead.

9/11 for me is this kind of experience: very difficult to explain, very difficult to forget about because it’s part of me and very difficult to make sense of, because it’s something you can’t make sense of.


Undicisettembre: Have you been to the 20th anniversary celebration?

Sekou Siby: Well, I live in Queens now and I go to the World Trade Center at least once a year one or two days before 9/11, because on the anniversary it’s very crowded. If it’s a place where you want to commemorate your friends you want to go on a day when it’s not too crowded. So I go there, but not on 9/11.


Undicisettembre: You are both an American and an immigrant, so what do you think of the foreign politics of the USA in Africa?

Sekou Siby: In Africa I think more should be done, to invest in infrastructures. I know there’s a lot of military support, but I think the foreign politics in Africa should be based more on building infrastructures. Now Americans and Europeans are more interested in doing that because China screwed up a lot of African countries. Larger corporations can buy anything in Africa at whatever price they want, but that’s not helping African countries. For instance Ivory Coast in number one for production of cocoa, but the country is not significantly wealthy because of that. The raw material is extremely cheap, the final product is very expensive but getting factories to Africa is very problematic because that’s not the investment that people want to make. If they don’t do that, if you don’t help create factories that would create good jobs, foreign help is not going to get these countries out of the hook.

2022/04/09

World Trade Center: an interview with survivor Thomas Grassi

by Leonardo Salvaggio. An Italian translation is available here.

We are today offering our readers the personal account of survivor Thomas Grassi who used to work for the Port Authority at the 82nd floor of Tower 1 and was in his office when the first plane struck.

We would like to thank Thomas Grassi for his kindness and willingness to help.





Undicisettembre: Can you give us an account of what happened to you on 9/11? What do you remember of that day?

Thomas Grassi:
I was an employee of the Port Authority of New York and New Jersey, who owns the site and the buildings, and I was on the 82nd floor of Tower 1. It was a fairly average morning. I was not looking out of the window, I was talking to somebody and suddenly came a crash and a thunderous sound and the feeling that the building was shaking; we had no idea what had happened but it was so big everybody just started to run. I immediately run for the exit stairs. After two or three minutes everybody started to calm down; we stopped going down and went into the 78th floor to kind of regroup. People were trying to find a television to understand what had just happened and figure out “Should we leave or should we stay?” because I was there during the attack in 93 and to a great degree it turned out the best thing to do was to stay in place.

So we didn’t know what to do, we even considered going back to the office because things seemed kind of normal: the air conditioning was on, the lighting was on. We turned on the radio and after lingering a bit we decided we would try to get out. We walked down slowly because the stairs at times got very crowded, sometimes there were people being carried coming behind us because they were very badly injured so we would get out of the way. It was a slow walk down but there was no sense of panic or urgency. At a certain point firefighters started coming up the stairs, so were getting out of their way too, but in good spirit like “Good luck guys, hang in there”. I had come across a Snapple bottle at some point and I gave it to one of these firefighters on his was up and said, “I think you are going to need this more than I do”. He seemed very grateful, took it and kept walking up.

Communications then were not like they are now, with social media and texting, but several people had pagers and were getting messages that a plane may have hit the World Trade Center and some were saying that planes had hit both Towers 1 and 2. I never heard Tower 2 being hit and the pager reports seemed somewhat unconfirmed.

We continued down very slowly; we were around the 7th floor when another thunderous roar came. I had no clue at that point, but it was Tower 2 collapsing right next to us. A prolonged rumble came and our building shook, it felt like our building was collapsing, a big gush of smoke also came up from the stairs from below. The lights then went out, it was total darkness and a lot of panic and people kind of swarmed back upstairs a flight or two, I then tapped into an office just to get out of the stairs because there were so many people and smoke. I followed the firefighters’ flashlights as they directed me to a different stair, and we were able to then get out. I got out around five minutes before Tower 1 collapsed, it was quite shocking when I saw the lobby and plaza because even at that point, I didn’t really know what was going on. I got out and saw the plaza in great disarray, there was a lot of smoke and dust, various pieces were collapsing or falling to the ground.

I was looking up and I couldn’t see Tower 2, somebody said, “You just can’t see it because of all the smoke” and somebody else said “No, Tower 2 collapsed, we just have to get out of here.” I was debating “What did you just say?? Tower 2 what??” because it was still completely unbelievable. It was hard to believe, but apparently, the earlier pager reports about both Towers being hit by planes was true. While I was there debating Tower 2, I looked up at Tower 1 and it slowly began to collapse.


I then made my way home, I lived in New Jersey across the Hudson River, there were ferryboats taking people off the island of Manhattan. It took me hours to get back to my home, but I did. Shortly thereafter there was a lot of phone calls, people asking who I had heard from or about people who were missing, who made it, who didn’t make it.

A couple of days after I was asked to go back to work, to work at the reconstruction effort. I worked on the reconstruction of the World Trade Center for fifteen years, until 2016, mostly on the transportation components because I’m an architect and have a lot of history in the transit architecture. I was very happy and proud to work on reconstructing for a long time until the Transportation Hub opened in 2016.


Undicisettembre: Well, this is very interesting, would you like to elaborate a bit on what you did in those fifteen years?

Thomas Grassi: As I mentioned I was an employee of the Port Authority of New York and New Jersey who owns the site; they became in charge of the reconstruction effort with a lot of input from other entities of course. There is a Port Authority run train system within the World Trade Center site called PATH, it stands for Port Authority Trans Hudson. The agency wanted to restore the PATH operations to help bring commerce and people in Lower Manhattan and to regain a sense of normalcy as quickly as possible. I was the project manager for the Temporary PATH Station; it opened in November 2003, just over two years after the attacks. It was in the middle of an otherwise empty sixteen-acre site, but we did reopen the PATH station – with new tracks and platforms as it had pre-9/11, but in the same placations and with a new entrance and a new facility. It did a great job with bringing people back to Lower Manhattan.

Once that opened, we transitioned immediately into working on the design of the permanent Transportation Hub and the master plan of the entire site. The site was ultimately built with a series of skyscrapers and the memorial; these projects were going on simultaneously but somewhat separately. The Port Authority hired a European architect, Santiago Calatrava, as the lead architect to design of the Transportation Hub and he, with some local engineering and architecture firms, was the visionary designer for the transportation components. Working very closely with him was a real thrill and very exciting; the building that we ultimately built did a lot for the healing and the reconstruction of the site. The building itself, and primarily the primary entrance building, the Oculus, has become kind of famous, it’s featured in commercials and is already great a landmark.

I work now for and Engineering and Architecture company, HNTB, in the Empire State Building, and every day I have a great view out my window of the World Trade Center [Thomas Grassi turns his webcam and shows me the World Trade Center view from his window – editor’s note].


Undicisettembre: You survived both attacks: 1993 and 9/11. After 93 were you expecting that to happen again?

Thomas Grassi: Well, probably not exactly “expecting”. 1993 was a shock to us, we who worked in the building didn’t know there was such a thing, but we recovered pretty quickly. We got back to work within a couple of months and new features were put in place in terms of egress stairs or the ability to get in and out of the building became stricter with new ID cards and turnstiles. Also to get into the garage underneath the building became more difficult. But as time went by, while nobody forgot about that, it was not on our minds everyday. We had fire drills and that type of things, but it sort of felt like a thing of the past. I don’t think that we had a sense that it might happen again.

Some of the features put in place as a result of the ’93 bombing saved a lot of lives on 9/11. For instance, glow-in the dark paint was applied to the stairs and handrails in the egress stairs, Those features were a great help as everything went dark when Tower 2 collapsed.



Undicisettembre: Was working on the reconstruction healing for you?

Thomas Grassi: Absolutely! Everyone reacts differently, there are people I worked with before 9/11 or that I was with on 9/11 who did not really want to go back or at least not so quickly, but I wanted to get back as quickly as possible.

My first time back at the site was October 12th, 2001. The Port Authority rented an office very close by the site for those of us involved in the reconstruction. The ability to get back and to play my little role and do whatever I could do to help clean up and recover became something very important to me and part of my personal healing.


Undicisettembre: What do you think of the choice of what the World Trade Center actually looks like now? Could it have been any better than this?

Thomas Grassi: The agency first made an initial decision not to put the towers back as they were, and that’s something that still comes up in discussion on social media or wherever else. I guess we’ll forever debate that and wonder. But there was a sense that people wouldn’t want to go back into buildings that looked exactly like the Twin Towers, I don’t know whether that’s true or not.

A lot of great things were done with the new design, some streets that the original complex interrupted were brought back. The original WTC site was designed in the late 60s with a super-block concept, so the site is now better integrated into the city’s grid. There’s a lot more of street life and street level activity. The World Trade Center, after 5 or 6 PM or during the weekends was generally a deserted place, it wasn’t a 24 hour campus. Now we have a performing art center soon to be completed on the site, another tower to be built, and the reconstruction of the streets has done a lot of positive things. A tremendous amount of people have moved downtown, I believe there’s about three times as many residents in that area today than pre-9/11.

So the reconstruction of the site, the improvements in public transit, the reintegration of the streets and the robust city life in general have done a long way for all that. It has been very successful.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life even today?

Thomas Grassi: Well, for the first 15 years I was involved with the reconstruction. I ultimately retired from the Port Authority and took a job in the private sector, from which I can fortunately see the World Trade Center from my window. I now work for an architecture and engineering company called HNTB, we work on transit projects all across the United States. So I’ve entered a new phase of life, but it certainly still comes back, when I get up just to go to talk to somebody, even briefly, I always take my cellphone with me because I always think “If it happens again now and I have got to run I want to make sure I have my cellphone with me.”

There are certain things like that that stick with me, small modifications to my behavior; it is always on the back of my mind that if it happens again I have to be ready to run.

Then on the anniversaries there are great memorial events that happen. In the fifteen years I was still in the neighborhood I was very involved with the Tribute Center and the 9/11 Museum, I was a docent there and my drawings of the reconstruction were exhibited there for a couple of years. So for those years I was connected not only for my workday to day but also because of the museum.

So it always stays with me, is small subtle ways.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories according to which 9/11 is an inside job?

Thomas Grassi: I’ve read, listened and looked into those theories but I’ve never found any realistic or convincing evidence that would bring me over to that point of view. I see no reason to believe them.


Undicisettembre: Have you been to the twentieth anniversary?

Thomas Grassi: I wasn’t physically there on the twentieth anniversary, there are years when I have returned for the anniversary and years when it’s a more private event. The memorial opened on the tenth anniversary and before that I started a charity called “Memorial Miles”; I with a lot of my coworkers, who were also working on the reconstruction, committed to walk or run a mile a day for the year leading up to the tenth anniversary and we raised money for the memorial’s opening. So for the tenth anniversary I was physically still there and very much involved. They still have some great memorials and anniversary commemorative events to make sure that we never forget which is very important, but I was not physically there for that anniversary though.

World Trade Center: intervista al sopravvissuto Thomas Grassi

di Leonardo Salvaggio. L'originale in inglese è disponibile qui.

Offriamo oggi ai nostri lettori il racconto personale del sopravvissuto Thomas Grassi che lavorava per la Port Authority all'ottantaduesimo piano della Torre 1 ed era nel suo officio quando il primo aereo colpì.

Ringraziamo Thomas Grassi per la sua cortesia e disponibilità.





Undicisettembre: Puoi farci un racconto generale di ciò che ti è successo l'11 settembre? Cosa ricordi di quel giorno?

Thomas Grassi:
Lavoravo per la Port Authority di New York e New Jersey, che era proprietaria del sito e dei palazzi, ed ero all'ottantaduesimo piano della Torre 1. Era una mattina normale. Non stavo guardando fuori dalla finestra, parlavo con qualcuno e all'improvviso ci fu uno schianto e un suono fragoroso e la sensazione che l'edificio tremasse; non avevamo idea di cosa fosse, ma era stato così grande che iniziammo tutti a correre. Corsi subito verso le scale per uscire. Dopo due o tre minuti cominciammo a calmarci; smettemmo di scendere ed entrammo al settantottesimo piano per riprenderci. Cercammo un televisore per capire cosa fosse appena successo e sapere "Dobbiamo andarcene o restare?" perché io ero presente anche quando avvenne l'attacco del 93 e in larga misura capimmo che la cosa migliore da fare era rimanere negli uffici.

Non sapevamo cosa fare, pensammo anche di tornare in ufficio perché la situazione sembrava tornata normale: l'aria condizionata era accesa, l'illuminazione era accesa. Accendemmo una radio e dopo aver atteso un po' decidemmo di provare a uscire. Scendevamo lentamente perché le scale in alcuni punti erano molto affollate; c'erano persone che venivano trasportate, in quanto gravemente ferite, che arrivavano dietro di noi, quindi dovevamo spostarci per farle passare. Fu una discesa lenta ma non c'era alcun senso di panico o fretta. Ad un certo punto iniziarono a salire i vigili del fuoco, anche loro si spostavano per far passare i feriti, ma l’umore era buono, ci dicevamo cose tipo "Buona fortuna ragazzi, tenete duro". Ad un certo punto avevo raccolto da terra una bottiglia di Snapple [una popolare bibita analcolica, NdR] e la diedi a uno dei pompieri e gli dissi: "Penso che ne avrai bisogno più di me". Sembrava molto grato, la prese e continuò a salire.

Le comunicazioni allora non erano come oggi, con i social media e le applicazioni per chattare. Ma molte persone avevano dei cercapersone e ricevevano messaggi che dicevano che forse un aereo aveva colpito il World Trade Center, alcuni dicevano che degli aerei avevano colpito entrambe le Torri. Io non avevo sentito che la Torre 2 fosse stata colpita e quindi i messaggi dei cercapersone sembravano non confermati.

Continuammo a scendere molto lentamente; eravamo al settimo piano circa quando arrivò un altro fragoroso boato. In quel momento non lo sapevo, ma era la Torre 2 che stava crollando proprio accanto a noi. Ci giunse un rombo prolungato e il palazzo tremò, sembrava che il nostro edificio stesse crollando, un’imponente nuvola di fumo salì dalle scale dal basso. Poi le luci si spensero, ci fu buio totale e si diffuse il panico e la gente tornò su un paio di rampe, entrai in un ufficio solo per togliermi dalle scale perché c'erano tante persone e tanto fumo. Seguii le torce elettriche dei vigili del fuoco che mi indirizzarono verso un'altra scala e riuscimmo a scendere. Uscii circa cinque minuti prima che la Torre 1 crollasse, già in quel momento era scioccante vedere la lobby e la piazza, e sapevo bene cosa stesse succedendo. Uscii e vidi la piazza nel caos, c'erano fumo e polvere, pezzi di edificio crollavano o cadevano a terra.

Guardai in alto e non vedevo la Torre 2, qualcuno mi disse "Non si vede per via del fumo" e qualcun altro disse "No, la Torre 2 è crollata, dobbiamo solo andarcene da qui." Ribattei "Cosa hai appena detto?? Torre 2 cosa??” perché era ancora completamente incredibile. Era difficile da credere, ma evidentemente i messaggi ricevuti in precedenza sui cercapersone sul fatto che entrambe le Torri fossero state colpite da aerei erano corretti. Mentre ero lì a discutere della Torre 2, guardai la Torre 1 e lentamente cominciò a crollare.


Più tardi a casa, vivevo nel New Jersey dall'altra parte del fiume Hudson, c'erano dei traghetti che portavano le persone fuori dell'isola di Manhattan. Mi ci vollero ore per tornare a casa, ma ci riuscii. Poco dopo ricevetti molte telefonate di persone che mi chiedevano di chi avevo ricevuto notizie o chi era scomparso, chi ce l'aveva fatta e chi non ce l'aveva fatta.

Un paio di giorni dopo mi fu chiesto di tornare al lavoro, per lavorare alla ricostruzione. Lavorai alla ricostruzione del World Trade Center per quindici anni, fino al 2016, principalmente ai componenti dei trasporti perché sono un architetto e ho esperienza nell'architettura dei trasporti. Fui molto felice e orgoglioso di lavorare per così tanto alla ricostruzione fino all'apertura del Transportation Hub nel 2016.


Undicisettembre: Beh, è molto interessante, ci racconti qualcosa di ciò che hai fatto in quei quindici anni?

Thomas Grassi: Come ho detto, ero un dipendente della Port Authority di New York e New Jersey, proprietaria del sito che divenne poi responsabile della ricostruzione, ovviamente con la collaborazione di altri enti. Sotto al World Trade Center passa un sistema ferroviario gestito dalla Port Authority chiamato PATH, che sta per Port Authority Trans Hudson. L'agenzia volle ripristinarlo subito per aiutare a riportare il commercio e le persone a Lower Manhattan e per ritrovare un senso di normalità il più rapidamente possibile. Ero il project manager per la stazione temporanea del PATH; è stata inaugurata nel novembre 2003, poco più di due anni dopo gli attentati. Era al centro di un sito di sedici acri in cui non c’era nient’altro, ma riaprimmo la stazione del PATH con i nuovi binari che erano uguali a quelli che c’erano prima dell'11 settembre, nelle stesse posizioni ma con un nuovo ingresso e una nuova struttura. Fu molto utile per riportare le persone a Lower Manhattan.

Una volta aperto, ci mettemmo subito al lavoro alla progettazione dell'hub di trasporto definitivo e al master plan dell'intero sito. Il sito fu poi costruito con una serie di grattacieli e con il memoriale; questi progetti andavano avanti simultaneamente ma separatamente. La Port Authority ha assunto un architetto europeo, Santiago Calatrava, come direttore della progettazione dell'hub dei trasporti e fu lui, con il contributo di studi di ingegneria e architettura locali, il progettista dei componenti per il trasporto. Lavorare a stretto contatto con lui fu un vero brivido e fu entusiasmante; la struttura che abbiamo costruito ha fatto molto per la guarigione e la ricostruzione del sito. La struttura stessa, e soprattutto la parte di ingresso principale, l'Oculus, è diventata piuttosto famosa, è presente negli spot pubblicitari ed è già un simbolo.

Ora lavoro per un’azienda di ingegneria e architettura, HNTB, all'Empire State Building, e ogni giorno ho una splendida visuale dalla mia finestra del World Trade Center [Thomas Grassi gira la webcam e mi mostra la vista del World Trade Center dalla sua finestra – NdR].


Undicisettembre: Sei sopravvissuto a entrambi gli attacchi: 1993 e 9/11. Dopo il 93 ti aspettavi che accadesse di nuovo?

Thomas Grassi: Beh, non direi che proprio me lo “aspettassi”. L’attentato del 1993 fu uno shock, noi che lavoravamo nell'edificio non sapevamo che esistesse una cosa del genere, ma ci riprendemmo in fretta. Tornammo al lavoro nel giro di un paio di mesi e le scale di uscita furono dotate di nuove misure di sicurezza e le regole per l’ingresso e l’uscita dai palazzi divennero più rigide con tesserini di identificazione e tornelli. Anche entrare nei garage sotterranei divenne più difficile. Ma con il passare del tempo, anche se nessuno se ne è dimenticato, non ci pensavamo più tutti i giorni. Facevamo esercitazioni antincendio e cose del genere, ma sembrava un ricordo del passato. Non credo che avessimo la sensazione che potesse succedere di nuovo.

Alcune delle misure attuate in seguito all'attentato del'93 hanno salvato molte vite l'11 settembre. Ad esempio era stata applicata vernice fosforescente che si illumina al buio sui gradini e ai corrimani delle scale di uscita. Fu molto utile perché quando la Torre 2 crollò divenne tutto buio.



Undicisettembre: Lavorare alla ricostruzione è stato catartico per te?

Thomas Grassi: Assolutamente! Ognuno reagisce a modo suo, ci sono persone con cui ho lavorato prima dell'11 settembre o con cui ero l'11 settembre che non hanno voluto tornare nella zona o almeno non subito, ma io volevo tornarci prima possibile.

La prima volta che ci tornai fu il 12 ottobre 2001. La Port Authority prese in affitto un ufficio molto vicino al sito per quelli di noi che erano coinvolti nella ricostruzione. La possibilità di tornarci e di svolgere il mio piccolo ruolo e fare tutto ciò che potevo per contribuire ai lavori di sgombero e ripristino divenne molto importante per me e parte della mia guarigione personale.


Undicisettembre: Cosa pensi della scelta dell'aspetto attuale del World Trade Center? Poteva essere migliore di così?

Thomas Grassi: L'agenzia ha da subito deciso di non ripristinare le torri come erano, e di questo si discute ancora nei social media o altrove. Immagino che ne discuteremo per sempre e ci chiederemo se sia stata la decisione giusta. Ma c'era la sensazione che la gente non volesse tornare in edifici che avevano lo stesso aspetto delle Torri Gemelle, non so se sia vero o no.

Il nuovo design include molte ottime cose, alcuni percorsi che il complesso originale interrompeva sono stati ripristinati. Il sito originale del WTC era stato progettato alla fine degli anni '60 con un concetto di super-blocco, il sito attuale invece è meglio integrato nella rete cittadina. C'è molta più vita e attività a livello di strada. Il World Trade Center, dopo le 17 o le 18 o durante i fine settimana era di solito deserto, non era un campus aperto 24 ore su 24. Ora c’è un centro per le arti performative che sarà presto completato, un'altra torre da costruire, e la ricostruzione delle strade ha dato un ottimo contributo positivo. Tantissime persone si sono trasferite a downtown, credo che ci siano circa tre volte più residenti in quella zona oggi rispetto a prima dell'11 settembre.

Quindi la ricostruzione del sito, il miglioramento del trasporto pubblico, il reinserimento delle strade e la fervente vita cittadina hanno fatto molto. Ha avuto molto successo.


Undicisettembre: In che modo l'11 settembre influisce sulla tua vita quotidiana anche oggi?

Thomas Grassi: Beh, per i primi 15 anni mi sono occupato della ricostruzione. Alla fine mi sono dimesso dalla Port Authority e ho accettato un lavoro nel settore privato, nel quale fortunatamente posso vedere il World Trade Center dalla finestra. Ora lavoro per una società di architettura e ingegneria chiamata HNTB, lavoriamo a progetti di trasporto in tutti gli Stati Uniti. Quindi sono entrato in una nuova fase della vita, ma sicuramente il ricordo ritorna, quando mi alzo anche solo per andare a parlare con qualcuno, anche per poco, porto sempre con me il cellulare perché penso sempre “Se succedesse ancora e dovessi scappare voglio assicurarmi di avere con me il cellulare”.

Ci sono cose del genere che restano impresse, piccole modifiche al mio comportamento; ho sempre in mente che se dovesse succedere di nuovo devo essere pronto a scappare.

In occasione degli anniversari ci sono grandi commemorazioni. Nei quindici anni in cui sono stato nel quartiere sono stato molto coinvolto con il Tribute Center e il 9/11 Museum, sono stato una delle guide e sono stati esposti i miei disegni della ricostruzione per un paio d'anni. Quindi in quegli anni ero collegato non solo per il mio lavoro quotidiano, ma anche per il museo.

Me lo porto sempre appresso, in modi piccoli e sottili.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l'11 settembre è stato un inside job?

Thomas Grassi: Ho letto, ascoltato e approfondito quelle teorie, ma non ho mai trovato alcuna prova realistica o convincente che mi portasse verso quel punto di vista. Non vedo alcun motivo di crederci.


Undicisettembre: Sei stato alle celebrazioni per il ventesimo anniversario?

Thomas Grassi: Non fisicamente lì per il ventesimo anniversario, ci sono stati anni in cui sono andato alle celebrazioni per l'anniversario e anni in cui lo vivo come un evento più personale. Il memoriale è stato aperto nel decimo anniversario e prima ancora avevo avviato un'organizzazione benefica chiamata "Memorial Miles"; io e molti dei miei colleghi, che stavano lavorando con me alla ricostruzione, ci siamo impegnati a camminare o correre un miglio al giorno nell'anno che ha preceduto il decimo anniversario e abbiamo raccolto fondi per l'apertura del memoriale. Quindi nel decimo anniversario ero fisicamente lì e ed ero ancora molto coinvolto. Ci sono ancora celebrazioni importanti agli anniversari per fare in modo che la gente non dimentichi mai cosa è successo ed è una cosa molto importante, ma non sono andato a quest’ultimo anniversario.

2022/03/31

L'FBI ha rilasciato altri lotti di documenti sulle indagini sull'11/9

di Leonardo Salvaggio

A seguito dell'ordine esecutivo firmato dal Presidente Joe Biden lo scorso 3 settembre, l'FBI ha recentemente pubblicato numerosi altri lotti di documenti relativi alle indagini sull'11/9 che si aggiungono a quelli resi pubblici lo scorso autunno. I documenti rilasciati sono fin qui oltre novecento e assommano a oltre quattromila pagine la cui lettura e analisi richiederà molto tempo. La revisione finalizzata alla desecretazione, comunque, non è finita nonostante l'ordine esecutivo inizialmente prevedesse che il lavoro dovesse essere completato in 180 giorni dall'emissione, cioè entro il 2 marzo 2022; al contrario al momento in cui scriviamo la pubblicazione più recente è del 29 marzo.


La documentazione si concentra sul ruolo dei facilitatori sauditi, guidati da Omar al-Bayoumi, che a San Diego assistettero e aiutarono Nawaf al-Hazmi e Khalid al Mihdhar, due dei dirottatori del volo American Airlines 77 che si schiantò contro il Pentagono. Il materiale è ancora in gran parte censurato e per ciascun segmento oscurato e specificato in quale casistica ricade, vengono ad esempio omesse le informazioni che devono rimanere riservate per non compromettere le indagini ancora in corso o quelle che possano consentire di identificare le fonti che devono rimanere anonime. Nelle ultime settimane sono anche stati resi pubblici segmenti precedentemente censurati di documenti già desecretati, ad esempio nei casi in cui mancava l'autorizzazione di un giudice che nel frattempo è arrivata.

Tra i file PDF resi disponibili ce n'è uno di 510 pagine che contiene informazioni rilevanti su al-Bayoumi e sui suoi legami con il governo di Riyadh, e sul principale dei suoi collaboratori, un altro cittadino saudita chiamato Osama Bassnan.

Un documento redatto dall'ufficio dell'FBI di Washington nel 2017 (a pagina 506 del PDF) afferma che prima dell'11/9 Omar al-Bayoumi riceveva uno stipendio dall'Al-Mukhabarat al-'Amma, la principale agenzia di intelligence saudita nota in inglese come General Intelligence Presidency, confermando così per la prima volta che l'uomo era un agente dell'intelligence saudita, attraverso il principe e ambasciatore Bandar bin Sultan Al Saud, il quale aveva stretti rapporti con la Casa Bianca e con il Presidente George W. Bush, al punto che veniva soprannominato "Bandar Bush". Al-Bayoumi riportava le informazioni che riusciva a trarre sui terroristi che stava seguendo allo stesso ambasciatore, il quale a sua volta li riportava all'Al-Mukhabarat al-'Amma. L' ufficio di Washington scrisse in un'altra nota dello stesso anno (a pagina 451) che le probabilità che al-Bayoumi conoscesse i piani dei due dirottatori prima degli attacchi è del 50%, di fatto non giungendo a una risposta certa.

Lo stesso file PDF contiene il verbale di un interrogatorio condotto dall'ufficio di San Diego a una fonte che rimane anonima il 24 settembre 2001 (a pagina 79), cioè pochi giorni dopo gli attentati. La fonte, che conosceva Bassnan e al-Bayoumi da prima degli attentati, riporta che Bassnan diede l'impressione di essere stato a conoscenza delle intenzioni dei terroristi già da prima che gli attentati avvenissero, tuttavia ogni volta che discuteva di questi aspetti tendeva a cambiare discorso, contraddirsi e trattenersi dal rivelare altro. Se non vi è certezza, quindi, che al-Bayoumi sapesse cosa i due terroristi stavano per compiere, ci sono alte probabilità che Osama Bassnan lo sapesse. Come riportato dalle ormai celebri 28 pagine del Joint Inquiry, l'indagine governativa sull'11/9, pubblicate nel 2016, anche Bassnan ricevette in varie occasioni somme di denaro dal principe Bandar.

Il mistero sul coinvolgimento dell'Arabia Saudita è quindi ancora molto intricato, la strada verso il chiarimento di questi aspetti rimane lunga ma almeno è iniziata grazie all'ordine esecutivo firmato da Biden. Il lavoro dell'FBI e quello dei tribunali continua, nella speranza che le famiglie delle vittime possano prima o poi avere una risposta sulle responsabilità di chi ha favorito i terroristi che hanno ucciso i loro familiari.

2022/03/11

Il designato ventesimo dirottatore, che non prese parte agli attentati, è stato trasferito da Guantanamo all'Arabia Saudita

di Leonardo Salvaggio

Il Pentagono ha annunciato lo scorso 4 febbraio la scarcerazione dalla prigione di Guantanamo di Mohammed al-Qahtani, cittadino saudita che con ogni probabilità era il designato ventesimo dirottatore dell'11/9, l'uomo avrebbe dovuto completare la squadra del volo United Airlines 93 su cui viaggiavano solo quattro dirottatori e non cinque come sugli altri tre voli. Al momento di entrare negli USA, il 4 agosto del 2001, gli fu negato il permesso all'ingresso e per questo non fece parte del gruppo finale degli attentatori.


In una nota il Ministero della Difesa chiarisce che la decisione è stata presa da un comitato periodico che si riunisce allo scopo di verificare le condizioni dei detenuti di Guantanamo. Al-Qahtani è stato trasferito in un ospedale psichiatrico in Arabia Saudita in quanto soffre di stress post traumatico e schizofrenia e non può ricevere le cure necessarie in un penitenziario americano, in tali condizioni non è ritenuto pericoloso per la sicurezza degli Stati Uniti.

Al-Qahtani, che è detenuto a Guantanamo da dicembre 2001, non è mai stato processato. Dopo essere stato recluso, è stato sottoposto a torture quali privazione del sonno, pestaggi, esposizione a temperature estreme, isolamento o essere costretto ad abbaiare o indossare sul capo indumenti intimi da donna. I dettagli sono riportati in un verbale ottenuto e pubblicato dalla rivista Time nel 2006. Nel 2002 un ufficiale dell'FBI riportò di averlo visto parlare da solo, sentire voci inesistenti o passare ore rannicchiato in un angolo; gli stessi comportamenti sono stati riscontrati recentemente dai suoi legali e da uno psichiatra che lo ha visitato in cella. Nel 2009 un alto ufficiale del Pentagono responsabile delle commissioni militari di Guantanamo stabilì che per via delle torture subite al-Qahtani non potesse essere processato, ammettendo per la prima volta ufficialmente che i detenuti di Guantanamo avevano subito delle torture.

Ovviamente la decisione di scarcerarlo ha scatenato ampie polemiche, perché se in rimpatrio dei detenuti a Guantanamo è iniziato da anni, al-Qahtani occupa tra di loro un posto di rilievo essendo l'uomo che doveva diventare il ventesimo dirottatore. I legali del saudita ne avevano chiesto la scarcerazione già nel 2020, ottenendo un rifiuto dall'amministrazione Trump, al contrario l'amministrazione Biden ha abbandonato la disputa legale accettando il trasferimento. A seguito della recente decisione di scarcerazione tre senatori repubblicani, James Inhofe dell'Oklahoma, Jim Risch dell'Idaho e Marco Rubio della Florida, hanno mandato al Presidente Biden una lettera chiedendogli di sovvertire la decisione in quanto al-Qahtani può essere ancora un pericoloso terrorista.

Il Pentagono ha emesso una nota in cui ringrazia l'Arabia Saudita e gli altri partner per l'impegno nella ricezione dei detenuti che contribuisce a ridurre il numero degli occupanti del penitenziario, con lo scopo finale di chiudere la struttura come annunciato da Obama nel 2014. Al momento la prigione di Guantanamo ospita altri trentotto detenuti, di cui diciannove per i quali è già stato autorizzato il rimpatrio. Nel 2003 i detenuti erano quasi settecento, il percorso intrapreso a partire dall'amministrazione Obama è quindi molto chiaro.



Fonti:

2022/03/03

Pubblicato un presunto nuovo video dello schianto del volo United Airlines 175 contro la Torre Sud del World Trade Center

di Leonardo Salvaggio


Circa una settimana fa, a fine febbraio 2022, lo YouTuber Kevin Westley ha pubblicato sul proprio canale YouTube un video probabilmente inedito dello schianto del volo United 175 contro la Torre Sud. Il video è girato dalla zona di Battery Park, come si capisce dal fatto che il palazzo al 39 di Battery Place (che ospita anche lo Skyscraper Museum) è, rispetto all'osservatore, a sinistra delle torri. Il filmato mostra il velivolo, ripreso da terra da sud, volare sopra la folla e schiantarsi contro la torre tra le urla di chi assiste all'attentato.

Secondo quanto dichiarato da Westley nella descrizione, il video è su YouTube da anni, ma l'autore avrebbe dimenticato di impostarlo come public, tenendolo pertanto privato per sé e si sarebbe accorto dell'errore solo recentemente. Il video dura 8:46 minuti, ma il girato è di poco più di cinque minuti, dopo i quali si vedono circa quindici secondi verosimilmente successivi ai crolli e poi lo schianto dell'aereo a velocità rallentata.

Al momento il video sembra effettivamente inedito, in quanto né a Undicisettembre né ad altri ricercatori a livello internazionale risulta di averlo visto in precedenza.

2022/02/23

World Trade Center: intervista al sopravvissuto Aris Papadopoulos

di Leonardo Salvaggio

È disponibile sul mio canale YouTube l'intervista al sopravvissuto Aris Papadopoulos che si trovava nel World Trade Center 3, l'hotel Marriot che sorgeva tra le Torri, quando il primo aereo colpì. L'intervista è disponibile solo in inglese.

Ringraziamo Aris Papadopoulos per la sua cortesia e disponibilità.


2022/02/17

L'amministrazione Biden vuole destinare 3,5 milioni di fondi afghani alle famiglie delle vittime dell'11/9

di Leonardo Salvaggio

L'11 febbraio 2022 il Presidente Joe Biden ha emesso un ordine esecutivo in cui ordina il blocco dei fondi afghani depositati presso la Federal Reserve Bank di New York dal governo di Kabul caduto lo scorso agosto in seguito alla seconda salita al potere dei Talebani. L'amministrazione Biden chiederà quindi a un giudice il permesso di spostare metà del capitale, che assomma a sette milioni di dollari, ai fondi per gli aiuti umanitari per la popolazione afghana e l'altra metà alle famiglie delle vittime dell'11/9. Il precedente governo afghano, che è stato al potere fino ad agosto 2021, aveva depositato nove milioni di dollari, provenienti principalmente da donazioni di governi occidentali raccolte tra il 2001 e il 2021, in banche estere. Oltre a questi sette ve ne sono infatti altri due divisi tra Germania, Svizzera ed Emirati Arabi.


Il New York Times ha spiegato in un recente articolo che è estremamente inusuale che gli USA si impossessino di fondi appartenenti a governi esteri depositati sul suolo americano, tuttavia in questo caso la situazione è singolare. Il governo che li ha depositati, infatti, non esiste di fatto più da quando i Talebani hanno ripreso Kabul; al contempo sarebbe illegale restituire i fondi ai Talebani perché condurre transazioni finanziarie con loro è vietato dalle delle sanzioni antiterrorismo messe in atto proprio dagli USA. Un'altra ipotesi avrebbe potuto essere quella di lasciarli bloccati finché un governo legittimo possa rovesciare quello dei Talebani, ma non c'è alcuna certezza che questo possa mai succedere. Sempre il New York Times specifica che non è chiaro come il governo USA abbia ottenuto l'autorizzazione a disporre di quel denaro; una clausola del Federal Reserve Act, la legge costitutiva della banca centrale americana, permette di disporre di denaro depositato negli USA da un altro governo nel caso in cui un rappresentate di quest'ultimo, riconosciuto dal Segretario di Stato, ne dia il benestare. Tuttavia in questo caso il governo che ha depositato i fondi non esiste più e non è quindi chiaro chi possa averlo rappresentato.

I fondi da trasferire al popolo afghano verrebbero spostati attraverso un fondo fiduciario per evitare che finiscano nelle mani dei Talebani. Se il fatto di destinare parte dei fondi agli aiuti umanitari è stato accolto con unanime favore, la scelta di destinarli alle famiglie delle vittime dell'11/9 ha invece suscitato, come è ovvio, ampie polemiche. Un gruppo di 150 famiglie delle vittime ha chiesto parte dei fondi come risarcimento in seguito alla causa legale intentata contro al-Qaeda e i Talebani, vinta dalle famiglie nel 2012 in quanto la controparte ovviamente non si è presentata in tribunale. Le famiglie sostengono che il denaro depositato negli USA debba quindi essere bloccato e destinato a loro. Tale posizione si presta ovviamente a molte critiche, a partire dal fatto che i fondi nella Federal Reserve Bank non sono dei Talebani, ma del governo istituito a seguito della loro caduta nel dicembre 2001. Il portavoce dei Talebani Mohammad Naeem ha scritto su Twitter l'11 febbraio che quello che l'amministrazione Biden vuole compiere è un vero e proprio furto nei confronti dell'Afghanistan, anche alcuni dei rappresentanti delle famiglie delle vittime hanno definito la scelta di Biden un tradimento ai danni del popolo afghano e Shah Mohammad Mehrabi, membro del consiglio di amministrazione della banca centrale afghana ed ex professore di economia al Montgomery College nel Maryland, ha commentato che sarebbe meglio devolvere l'intera cifra alla Da Afghanistan Bank (la banca centrale di Kabul) affinché possa riprendere le proprie attività il modo indipendente dai Talebani, rispetto ai quali deve essere considerata un organo scollegato. Anche uno dei consiglieri del precedente governo afghano, Torek Farhadi, si è opposto alla decisione sostenendo che non sia legale che uno stato possa appropriarsi di fondi di un altro stato con una decisione unilaterale.

La scelta dell'amministrazione USA ha scatenato proteste in Afghanistan anche tra la popolazione, dove un gruppo di manifestanti si è radunato davanti alla moschea Eid Gah di Kabul per esprimere il proprio dissenso subito dopo l'emissione dell'ordine esecutivo. La strada per la destinazione dei sette milioni è ancora lunga, ma sembra già tracciata lungo un percorso che causerà polemiche e strascichi.



Fonti:

2022/02/01

Come al-Qaeda finanziò gli attentati dell'11 settembre

di Leonardo Salvaggio

Uno degli aspetti meno noti degli attentati dell'11 settembre è come al-Qaeda abbia trovato le risorse economiche per finanziare le attività necessarie a compiere un attacco su tale vasta scala. Secondo la monografia Terroris Financing della commissione di indagine sull'11/9, il costo totale dell'operazione era compreso tra 400.000 e 500.00 dollari; si tratta ovviamente di una cifra molto significativa che richiede sforzi e organizzazione per essere raccolta.


La commissione nel proprio testo chiarisce anzitutto come al-Qaeda fosse finanziata in generale. Secondo una diffusa credenza Osama bin Laden avrebbe ereditato 300 milioni di dollari dalla morte del padre; tuttavia si tratta di una notizia infondata in quanto quando l'Arabia Saudita gli revocò la cittadinanza nel 1994 costrinse la famiglia bin Laden a vendere a terzi le quote dei beni della famiglia che sarebbero stati di Osama; pertanto i 300 milioni finirono altrove e non nelle casse del terrorista. Osama bin Laden ricevette un milione all'anno dal 1970 al 1993, che assommano comunque a una somma importante, ma lontanissima dai presunti 300 milioni.

Secondo la commissione i fondi di al-Qaeda provenivano da donazioni raccolte nelle moschee e dagli imam, e da organizzazioni di beneficienza deviate o nelle quali al-Qaeda si era infiltrata; essendo la beneficenza uno dei cinque pilastri dell'Islam, era molto facile per al-Qaeda ottenere versamenti da parte del popolo. Le donazioni arrivavano principalmente dall'Arabia Saudita e da altre nazioni della zona del Golfo Persico. Il rapporto chiarisce anche che, contrariamente a quanto si può pensare, al-Qaeda non traeva i propri fondi da enti statali o dal traffico di droga o di diamanti insanguinati (noti in inglese come conflict diamonds, secondo la definizione delle Nazioni Unite si tratta di diamanti estratti da zone controllate da fazioni opposte ai governi legittimi e venduti clandestinamente per finanziare azioni contro i governi stessi).

La monografia spiega quindi quali mezzi al-Qaeda abbia utilizzato per muovere il denaro necessario a finanziare gli attentati. Prima che entrassero negli USA i dirottatori non ricevettero somme significative da al-Qaeda ma si mantennero da soli. Una volta entrati negli Stati Uniti al-Qaeda mise a disposizione dei propri uomini circa 300.000 dollari. Il denaro non era destinato solo ai diciannove dirottatori ma anche ai coordinatori come Ramzi Binalshibh e Mustafa al-Hawsawi. Secondo l'indagine governativa, nota per brevità come Joint Inquiry, la cifra è invece compresa tra 175.000 e 250.000 dollari, probabilmente perché considera solo il denaro inviato ai diciannove dirottatori. Le principali spese coperte da questa somma furono principalmente vitto e alloggio per terroristi, l'iscrizione alle scuole di volo, i viaggi necessari per gli incontri tra gli organizzatori e gli stessi biglietti aerei dell'11 settembre 2001.

Per inviare il denaro ai terroristi negli USA, al-Qaeda utilizzò tre canali: bonifici bancari provenienti dagli Emirati verso i conti correnti che i dirottatori avevano aperto presso banche americane, carte di credito o prepagate legate a conti correnti esteri principalmente in Arabia Saudita e negli Emirati, denaro importato dall'estero sotto forma di contante o di traveler's cheque. Il primo dei tre canali fu quello maggiormente utilizzato, in quanto servì a spostare circa la metà dell'intero ammontare.

I dirottatori non ricevettero, secondo il rapporto, sovvenzioni da dentro gli USA, se non in un singolo caso di poco rilievo: il saudita Yazeed al Salmi, che si trovava negli Stati Uniti con un visto per studenti, versò 1900 dollari sul contro che Nawaf al-Hazmi (uno dei dirottatori del volo che finì contro il Pentagono) aveva aperto alla Bank of America a San Diego, prendendoli da 4000 dollari in traveler's cheque acquistati a Riyahd. Il rapporto specifica anche che al-Qaeda non utilizzò mezzi di spostamento di denaro che potrebbero apparire ovvi o semplici: ad esempio, i dirottatori non si finanziarono da soli, né con lavori legali né con attività criminali, non ricevettero fondi governativi e non fu utilizzata l'hawala (sistema di scambio di valori basato su una rete di mediatori diffuso nel mondo islamico che al-Qaeda aveva utilizzato in passato per spostare denaro dal Golfo Persico all'Afghanistan o al Pakistan).

La commissione si è anche interrogata sul perché l'intelligence non abbia intercettato questi scambi di denaro prima degli attentati. Il motivo risiede nel fatto che le indagini sul finanziamento al terrorismo non erano considerate prioritarie prima del 2001 e quindi le informazioni raccolte erano spesso lacunose e non condivise tra le agenzie, inoltre i controlli sul riciclaggio di denaro erano concentrati sulle indagini sul traffico di narcotici e sulle frodi finanziarie e non sul terrorismo o sugli omicidi di massa. In ultimo i terroristi riuscirono a eludere i controlli delle banche perché spostavano piccole somme ogni volta, rendendo così impossibile distinguere le transazioni lecite da quelle legate alla pianificazione di atti criminali.



Fonti:

2022/01/08

World Trade Center: an interview with survivor Nicholas Cagliuso

by Leonardo Salvaggio. An Italian translation is available here.

On the morning of September 11th Nicholas Cagliuso was in his office on the 86th floor of the North Tower when the first plane crashed. To tell us his story about that they and its consequences, Cagliuso accepted our proposal for an interview we are today offering our readers.

We would like to thank Nicholas Cagliuso for his kindness and his time.





Undicisettembre: Can you give us an account of what happened to you on 9/11?

Nicholas Cagliuso:
At that time, I was working as a management associate for the Port Authority at the World Trade Center. On that morning, my father, who also had worked for the Port Authority and had retired in 1996, drove me from our home in Brooklyn to the front of One World Trade Center as he had done many times. I was married with a young child and my wife was expecting our second child. He dropped me off and he went to Jersey City, New Jersey, to visit his former colleagues.

I went up to the offices and it was maybe 8:20 or 8:30. I was at the 86th floor, 8647 was the suite we were in; I had only begun in July, so I had been there for only two months. I was in the office with one of my colleagues and our manager; we had an interior office with no windows. When the first plane struck rather than the sound, which was of course very loud, what I recall is the movement. At that moment I thought it was an air conditioner that had exploded, of course never thinking it was a commercial airliner. Our manager had a heart condition, and I had an EMS background, so immediately my colleague and I went to see her. She was fine, but same as us she was wondering “What was that?”

There were no announcements, and we started to smell smoke and to hear sounds. As the smoke got a bit heavier, we thought “Maybe we should try and get some of these windows open”. My colleague and I went into a corner office of a gentleman who ended up being killed on that day; between two file cabinets there was a hammer. I thought with my EMS and fire science background we might be able to break some of those windows; we went down the hall, the windows were floor to ceiling, and with all my might I started smashing one particular window. I will never forget saying to my colleague “When we come back here next week, they are going to say, ‘Who the hell broke that window?’ I am a new employee, that’s going to be a year of salary to replace that window.”

Lo and behold the winds up there are quite significant compared to being on the ground and they almost blew a door off its hinges. The smoke was clearing somewhat, I went to another corner office from where I could see the Verrazano Bridge and the Statue of Liberty when I saw something striking office furniture such as tables and chairs was coming out from above us and falling out of the building. We understood that clearly something was going on. We went to our pantry area, and we could hear people screaming, we weren’t sure what it was until we realized one of the walls was the elevator shaft and there were people trapped in the elevator. I remember climbing on a small couch saying, again unrealistically, “If we could just open this wall and get to the top of this elevator car, we could get the hatch and get these people out”. Again, in that moment I was not thinking logically.

A few minutes later, the second plane hit and that precipitated things because it meant “Whatever it was, happened again” and it was more impactful than our building being hit. We said “Okay, let’s get out of here.” We ventured out to the nearest staircase; the staircase was empty, now of course we know why, because very few people were able to descend from floors above us. There were a man and a woman, he was covered in blood because he had been hit with something. My colleague, our manager, and I started going down; lights were on, there was no smoke, nothing was hitting us, there was no water pouring on us. We got down to one of the sky-lobbies and went across the floor; there the building was pitch black some of the elevator shafts were open with no car, there were Port Authority people telling us “Be careful, don’t fall down.”


We kept going and going and crisscrossing, meaning changing the staircase that we were in because the building had shaken enough you could not get some of the doors open, so when you were in a particular staircase you could only get so far. We got to the fifties and there was no clear information about what was going, you would hear people saying “It was a plane” but you would think “Maybe a little Cessna” because it was a beautiful crystal-clear day.

We kept going and we reached the twentieth floor and Port Authority police and NYPD asked for people who could do CPR; I stepped up, they gave me a helmet but thankfully no one needed CPR. There was an older woman who could not ambulate; with three other people we each took one of her limbs and carried her down a few flights, unfortunately I don’t remember what happened there.

We made it down to the third floor and we were hearing these thuds which I am retrospectively certain were bodies hitting the ground . At the third floor we heard a tremendous earthquake like sound and the lights started to flicker; that was Tower 2 falling. I got cell service and I called my wife to say, “I’m okay”. She thought I had gone to the Trade Center and took a pool car the Port Authority owned to go to a meeting in Staten Island, so she thought I was there.

When I got to the plaza level, I saw on the ground an airplane seat, which wasn’t a small plane seat but a commercial plane seat. I made it down the “Survivor’s Staircase” to Church Street and the debris was up to my calf of so.

I walked five blocks or so among people screaming and the second Tower came down. I walked to Canal Street, I walked over the bridge and into Brooklyn.


Undicisettembre: What time did you get home?

Nicholas Cagliuso: A few hours later, probably early afternoon or so.


Undicisettembre: What was the reaction of your family when they saw you?

Nicholas Cagliuso: My in-laws were there; my mother was there and our son Nick III was in his crib jumping up and down and screaming “The buildings fall down! The buildings fall down!”, he was processing it that way. He was a year and a half old. My uncle Benny, from Sicily, came to the side door saying “The poor fellow! The poor fellow!” thinking I was gone.

My father ended up driving through New Jersey and northern New York through Westchester. He got home and he did not say much to me, but there was no need to speak. We both knew what just happened. He was watching the smoke from the other side of the Hudson River.


Undicisettembre: What happened to you on the following days?

Nicholas Cagliuso: The following days are one big blur. I can’t give you details because I don’t recall them, I recall phone calls from the Port Authority because I was on the “missing” list and that went on for days. I would answer “It’s Nick, I’m fine, take me off the list”.

One thing I remember was the smell, even though we lived in Brooklyn , miles away. A smell I’ve never sensed before, it wasn’t just smoke, but also human remains and a unique pungent scent that I had never experienced. I don’t remember when it ended but I never sensed that again since.


Undicisettembre: When and how did you restart working after 9/11?

Nicholas Cagliuso: It became an all-hands effort because those were our buildings. To me it was also very personal because also my father had worked for the Port Authority from 1968 to 1996, he was a materials technician on the World Trade Center, he was part of sampling steel, paint, concrete and things of the sort. So, there was a very, very strong personal component.

We ended up going to the Port Authority Technical Center in Jersey City and essentially just working on emergency management, business continuity and disaster recovery. I was there for several months, it was taking me two and a half hours each way to drive from Brooklyn, through Staten Island and through New Jersey to get there. Even with the unimaginable loss, everyone pitched in. With our colleagues killed and our headquarters gone, people just pushed on and The Port Authority made sure not one of us ever never missed a paycheck. There was a real, real sense of commitment and unity that was unprecedented.


Undicisettembre: Did you go to Ground Zero for the twentieth anniversary celebration?

Nicholas Cagliuso: I did not. I deliberately avoided it for years and I’ve never been to any anniversary ceremony, it’s my personal emotional decision. I think about it every day, I think about my colleagues, and how it changed the world. I started working in Lower Manhattan again in 2014; one day I was walking, turned around and “Woo, there it is!” and I got very upset. A few years ago my wife, my kids and I had gone to a restaurant right outside the World Trade Center; they sat us at the table, and, I looked out of the window and there was one of the pools and I got very upset. So, I think of this as a coping mechanism, I avoid the area. I haven’t gone to the pools or the museum itself.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories according to which 9/11 was an inside job?

Nicholas Cagliuso: I am a very evidence-based person and I am not aware of any evidence that supports any conspiracy theory. Simply because somebody has an opinion it does not make it a universal fact or an absolute truth. In twenty years, I haven’t seen anything that convinces me about those theories and those ideas.

Moreover, the fact that those buildings withstood those impacts and fires, and that so many people made it out alive is extraordinary. My father is now 90 years old and I talk to him every day, I tip my hat to him and those people, you couldn’t fathom that scenario, yet the basic physics of what those buildings withstood, the load and the heat, to have that rescue mission thanks to the hands of God working through FDNY, NYPD, PAPD, EMS and so many others, is extraordinary. Absolutely extraordinary.


Undicisettembre: What is in your opinion the standing of the USA in the world twenty years after? Is the nation stronger or weaker than before?

Nicholas Cagliuso: Well, you can’t rest on your laurels, you can’t say “We are the USA and so on and so forth”, that alone doesn’t cut it. The social divisions have been very detrimental for the US. Our full name starts with “united”, so we should be one. Not necessarily the same, but one. The recent social issues have not strengthened us. The good news is that the pendulum swings towards equilibrium and we regress to the mean, but I do think the divisiveness had divided us internally and externally. And I am a firm believer that families, teams and nations largely succeed from the inside out; it’s very easy to play victim and point externally to blame somebody else, but I think strength and weakness largely comes from inside. There are significant opportunities, particularly on social issues that the US needs to continue work on.