Arrivo al memoriale verso le 11:30 dopo un'ora e mezza di strada dalla Steel City di cui una di autostrada e mezza nella Pennsylvania rurale. Ho appuntamento per vedere il memoriale con l'ex agente speciale dell'FBI Matt Hoke che intervenne sulla scena dopo il disastro (e che ho intervistato in passato per questo stesso blog); insieme a Matt c'è anche la sua famiglia, tra cui il padre anche lui ex agente dell'FBI che quel giorno era in servizio a Cleveland.
Grazie a Matt abbiamo il privilegio di poter fare una visita guidata con una guida d'eccezione: il sovrintendente ai Parchi Nazionali della Pennsylvania occidentale Steve Clark. La prima cosa che noto è che per tutta la lunghezza del memoriale si estende un camminamento nero in marmo che segue la rotta percorsa dall'aereo e, a intervalli regolari, si trovano lastre più lunghe che riportano la cronologia degli eventi. All'ingresso si trova un modello in rilievo dell'intero sito che mostra dove ci troviamo e dove si trova rispetto a noi il resto di ciò che vedremo a breve. Ci fermiamo lì almeno un'ora a sentire la spiegazione di Steve che racconta come il governo federale abbia dovuto comprare quel terreno per farne un Parco Nazionale e come questo sia un evento unico nella storia. Ci spiega quindi che il design del memoriale non è stato realizzato da un architetto locale, ma dallo studio californiano di Paul Murdoch, perché tutta la nazione, e non solo la Pennsylvania, doveva contribuire alla ricostruzione. Steve prosegue riassumendo i fatti di quella mattina dal dirottamento del volo American Airlines 11 allo schianto di United 93. Dalle parole di Steve emerge subito quale sia la peculiarità che rende speciale questo sito: se a New York e a Washington si celebra la resilienza di una nazione nel reagire a un attacco, qui a Shanksville si celebra l'eroismo dei passeggeri che hanno salvato migliaia di vite al Campidoglio.
Dopo aver sentito il racconto della reazione di persone comuni che decisero con i mezzi che avevano di opporsi ai terroristi ci spostiamo nel punto di osservazione, dove Steve ci indica un masso di pietra nel prato che indica il luogo in cui è avvenuto lo schianto, quello dove l'11 settembre 2001 si è creato il cratere che tutti abbiamo visto. Si fa fatica a far combaciare il campo che si vede nelle foto e nei video dell'11/9 con il prato e con il bosco che ho davanti agli occhi, ma grazie alla spiegazione di Steve riesco a capirlo.
Rimaniamo lì molti minuti, in cui Steve ci spiega dove e come sono stati trovati i resti umani, i pezzi dell'aereo e gli oggetti personali che sono sopravvissuti allo schianto. Ci spostiamo quindi nel museo, dove non si possono fare foto. La struttura è divisa in varie zone all'interno delle quai troviamo molti degli oggetti recuperati tra le macerie, come gli airphones, la carta di credito di Ziad Jarrah, un circuito stampato che con ogni probabilità proveniva da un PC portatile, posate, pezzi di cinture di sicurezza e molti altri oggetti quotidiani tra i più disparati. Guardando la rappresentazione grafica di come fossero disposti i passeggeri sul velivolo, spiccano due dettagli che è difficile cogliere altrimenti: quanto i terroristi fossero vicini alla cabina di pilotaggio e come il volo fosse per gran parte vuoto, solo quaranta passeggeri per un 757 che ne può portare più di duecento.
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| Io e Matt Hoke |
Tra il materiale esposto ci sono delle cuffie audio da cui si possono ascoltare alcune delle telefonate compiute dai passeggeri alle loro famiglie: le ascolto di nuovo e mi stupisco di quanto sembrino tranquilli e determinati, al punto che dallo loro voce emerge più il coraggio che la paura. Nel museo ci sono anche molti effetti personali dei passeggeri, come indumenti, attrezzatura sportiva o portachiavi, che le famiglie hanno donato al memoriale e che spiegano meglio di tante parole che i morti su quel volo erano persone comuni uscite di casa per vivere una giornata normale. Verso la fine dell'esposizione si trova anche un muro che riporta le foto di tutti i passeggeri, di fronte ad esso ci sono anche dei monitor con le loro foto su cui si può cliccare con le dita per leggerne la storia. È impossibile non notare che il primo in alto a sinistra sul muro è proprio Todd Beamer, colui che disse Let's Roll scatenando l'assalto ai terroristi.
Dopo il museo ci spostiamo al Wall of Names, che si trova a pochi minuti di guida ma più in basso, all'altezza del luogo dello schianto. Qui prosegue il camminamento di marmo che segue il percorso dell'aereo e accanto ad esso si erge il muro con incisi i nomi delle vittime. A terra si trovano anche dei piccoli ricordi che le famiglie hanno portato ai loro cari defunti, ad esempio un padre, ci spiega Steve, ha portato delle conchiglie alla figlia che ne era appassionata. Da qui arriviamo fino al cancello che è il punto più vicino da cui si possa vedere il masso che indica il luogo dello schianto.
Prima di allontanarci ci fermiamo alla Tower of Voices, una costruzione di 93 piedi, come il numero del volo, composta da quaranta campane tubolari, come il numero dei passeggeri, che suonano naturalmente grazie al vento e oggi anche alla pioggia, affinché la loro voce risuoni in eterno.
È indubbio che questo sia un memoriale diverso dagli altri due, perché è diversa la storia che racconta. Qui, purtroppo non ci sono vite salvate, qui c'è il coraggio di persone normali che hanno cambiato la storia salvando chi stava a Washington dalla seconda tragedia che avrebbe colpito la capitale quel giorno. Qui si celebra chi si è opposto ai terroristi con i mezzi che aveva, usando un carrello per le vivande e acqua bollente come armi per combattare contro chi voleva trasformarli in un missile contro dei civili.










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