2021/04/10

L'attentato al Pentagono del 1972 da parte di Weather Underground

di Leonardo Salvaggio

Quello dell'11 settembre 2001 non fu il primo attentato terroristico a colpire il Pentagono, quasi trent'anni prima infatti l'organizzazione di estrema sinistra Weather Underground piazzò una bomba in un bagno femminile nell'ala dell'edificio occupata dall'aviazione militare.


Weather Underground nacque nel 1969 come costola della Students for a Democratic Society (uno dei movimento studenteschi della New Left americana) con il nome di Weathermen. Il gruppo prese il proprio nome originale da un verso della canzone Subterranean Homesick Blues di Bob Dylan del 1965, ma lo cambio l'anno seguente quando pubblicò una dichiarazione di guerra contro il governo degli Stati Uniti. L'ideologia del gruppo abbracciava le tesi rivoluzionarie tipiche di quel periodo: l'opposizione alla guerra del Vietnam e l'intenzione di distruggere il presunto imperialismo americano. Gli esponenti di Weather Underground si professavano anche vicini ai movimenti del black power, ma i Black Panthers hanno al contrario negato la propria vicinanza all'organizzazione definendo le sue azioni opportunistiche, individualistiche e infantili.

Nei primi anni 70 Weather Underground compì attentati dinamitardi e incendiari contro obiettivi governativi e banche principalmente tra New York e Washington. Gli attacchi venivano di solito preceduti da avvertimenti in modo che gli obiettivi degli attentati venissero evacuati preventivamente, in altri casi gli attacchi avvennero di notte; in ogni caso gli attentati di Weather Underground non fecero mai vittime, gli unici a rimanere uccisi furono infatti proprio tre membri del movimento durante la predisposizione di ordigni esplosivi a Greenwich Village, a Manhattan.

Il primo di marzo del 1971 Weather Underground condusse un attentato contro il Campidoglio con una bomba lasciata in un bagno al piano terra poco dopo l'una di notte, anche in questo caso non ci furono vittime. L'anno dopo l'organizzazione condusse un attentato del tutto simile al Pentagono. Secondo il racconto di William Ayers, uno dei fondatori di Weather Underground, nel suo libro Fugitive Days una donna di nome Anna entrò in uno dei bagni del Pentagono nei primi minuti dopo la mezzanotte del 19 maggio 1972 e nascose la bomba che da lì a poco sarebbe esplosa. Ayers venne intervistato dal New York Times su questo tema in una data che oggi suona come uno strano scherzo del destino: l'11 settembre 2001.

Alcune testate giornalistiche, tra cui il New York Times, il New York Post e il Washington Post, furono raggiunti da telefonate che li avvertirono dell'attentato poco prima dello scoppio. In tutti e tre i casi il chiamante si indentificò come membro di Weather Underground. Inoltre al dipendente del New York Post che prese la telefonata fu indicata una cabina telefonica poco distante dalla sede del giornale, dove fu trovata una nota scritta che rivendicava l'attacco e dichiarava che la causa era l'escalation della guerra in Vietnam e le mire espansionistiche americane nella regione asiatica.

I danni causati dall'esplosione in un bagno

L'attentato avvenne in un orario in cui il personale era ridotto al minimo, infatti non ci furono vittime. Tuttavia nacque da subito il problema di capire come la donna fosse entrata e come avesse portato all'interno l'ordigno, che si ritiene fosse a base di dinamite; la procedura di sicurezza infatti prevedeva che il personale non governativo che portava pacchi dovesse essere fermato per un'ispezione di quanto trasportava. Inoltre l'attentato avvenne poche ore prima che misure di sicurezza più stringenti venissero messe in atto, visto che nel weekend successivo erano previste manifestazioni contro la guerra in Vietnam. Questi due aspetti fanno sospettare che l'attentatrice fosse una dipendente di un'agenzia che lavorava nel Pentagono.

L'esplosione causò danni nella zona circostante e la rottura delle tubature causò danni anche agli uffici al piano di sotto. Un sedicente testimone oculare delle operazioni di primo intervento, che non rivelò il suo nome ma che disse di essere una sorta di infiltrato nell'establishment, riportò in un racconto pubblicato su Quicksilver Times (rivista di controcultura underground dei primi anni 70) che i danni all'impianto idraulico e il conseguente riversamento di acqua negli uffici danneggiarono computer e memorie di massa a nastro su cui erano memorizzate informazioni altamente riservate sulla difesa del paese. Il New York Times al contrario dipinse un quadro molto meno disastroso menzionando solo diciotto dipendenti spostati in un altro ufficio.

Weather Underground durò solo pochi anni dopo l'attentato al Pentagono. Come tutte le organizzazioni della New Left iniziò il proprio declino dopo l'accordo di pace in Vietnam del 1973 e in pochi anni smise di esistere del tutto. Purtroppo decenni dopo un altro gruppo di terroristi tornò a colpire al Pentagono, e questa volta non si curarono di limitare i danni.


Fonti aggiuntive (oltre a quelle linkate nell'articolo):
  • Documentario "The Weather Underground" del 2003 di Bill Siegel e Sam Green
  • "The Way The Wind Blew: a History of thr Weather Underground" di Ron Jacobs
  • "The Weather Underground: Report of the Subcommittee to Investigate the Administration of the Internal Security Act and Other Internal Security Laws of the Committee on the Judiciary"
  • Galleria fotografica su Flickr di Washington Area Spark

2021/03/20

Il dry run degli attentati finanziato dall'Arabia Saudita nel 1999

di Leonardo Salvaggio

Nel novembre del 1999 due individui vicini al governo saudita compirono, durante un volo tra Phoenix e Washington, una sorta di dry run (cioè un test a basso rischio per verificare la fattibilità dell'azione che si sta pianificando) dei dirottamenti che si sarebbero concretizzati poco meno di due anni dopo. Come riportato nelle ormai celebri 28 pagine del Joint Inquiry (il rapporto delle commissioni di inchiesta congressuali) desegretate solo nel 2016, due uomini chiamati Mohammed al-Qudhaeein e Hamdan al-Shalawi, che si trovavano negli Stati Uniti con un visto di studi, si imbarcarono su un volo dell'America West Airways (compagnia oggi non più attiva e confluita nell'American Airlines) diretto dalla capitale dell'Arizona fino al District of Columbia, per partecipare a un simposio con l'Institute for Islamic and Arabic Sciences in America presso l'ambasciata Saudita che sarebbe stato presieduto dall'ambasciatore stesso.


Subito dopo essere saliti sull'aereo i due iniziarono a fare agli assistenti di volo domande tecniche sull'aereo, che lo staff trovò sospette. Durante il volo al-Qudhaeein chiese dove fosse il bagno e gli fu indicato quello in coda all'aereo; ciò nonostante l'uomo si spostò verso la cabina di pilotaggio dove cercò di entrare per due volte arrivando fino a spingere la porta con violenza. I piloti, spaventati dal comportamento dei due sauditi e dalla loro aggressività verso il personale di volo, decisero di fare un atterraggio di emergenza nell'Ohio, dove i due furono arrestati dall'FBI che però poco dopo li rilasciò non riscontrando evidenze sufficienti per trattenerli.

I due uomini dichiararono durante l'interrogatori che i loro biglietti aerei erano stati pagati dall'ambasciata saudita e l'FBI poté verificare che questo corrispondeva al vero. L'agenzia scoprì quindi che un individuo oggetto di indagine per antiterrorismo utilizzava a Phoenix l'autovettura di al-Shalawi e aprì quindi un'indagine anche su quest'ultimo. L'indagine portò a scoprire che al-Shalawi era stato addestrato nel campo di formazione di al-Qaeda a Masadat al Ansar, in Afghanistan, e che nello specifico aveva ricevuto istruzioni su come realizzare un attacco con esplosivi come quello condotto contro il complesso residenziale delle Khobar Towers di Dhahran, in Arabia Saudita. Il bureau sospettava anche che al-Qudhaeein fosse un agente dei servizi segreti sauditi.

Al-Shalawi lasciò gli USA nell'autunno del 2000 per spostarsi in Afghanistan; nel 2001 tentò di tornare negli Stati Uniti ma l'ambasciata americana di Riyadh gli negò il visto. Cosa sia successo ad al-Qudhaeein dopo l'11/9 è poco chiaro, perché il testo delle 28 pagine è ancora ampiamente censurato. L'unica informazione disponibile è che fu interrogato come testimone e che dapprima negò di aver tentato di entrare nella cabina di pilotaggio, nonostante gli assistenti di volo lo avessero visto; inoltre l'FBI accertò anche che l'uomo veniva regolarmente pagato dall'ambasciata saudita di Washington.

Purtroppo quello sui legami tra i diciannove dirottatori e il governo saudita resta il più fitto dei misteri sull'11 settembre 2001.



Fonti:

2021/02/27

United 93: an interview with former CBS journalist Christine Dobbyn

by Leonardo Salvaggio. An Italian translation is available here.

Undicisettembre offers today its readers the personal account of former CBS journalist Christine Dobbyn who covered the crash of United 93 on the day of the crash and in the following period.

We would like to thank Christine Dobbyn for her kindness and willingness to help.



Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on that day?

Christine Dobbyn:
I was working as a news reporter at the CBS station in Columbus, Ohio. It was fairly early in my journalism career and I was working the early morning shift. Anybody who watches morning news may not realize reporters are getting up at 2 a.m. to work. Columbus is right in the middle of the state of Ohio and we covered a lot of the state. On that particular day, there was a news conference about two hours east of Columbus about a murder case. After our morning live shots we were assigned to cover this news conference, I believe it was Grimes County. Not long before we got there we got a phone call from our assignment desk and they said "Start driving to New York" and then proceeded to give us a couple quick sentences about what was going on.

This was pre-smartphones, not pre-cellphones but we didn't have instant access to the news. That particular morning we were just talking and didn't have the radio on, it was myself and my photographer. Sometimes we might have the radio on a trip, sometimes we were just were just enjoying each other's company and it was quite a shock hearing what was happening. Completely unbelievable. We, of course, wanted more information but the directive at that point was "Start driving to New York.” We also had our satellite truck and the operator with us because he was coming to cover the original news conference. After we got maybe an hour down the road, we got another phone call from the assignment desk. This time they said, "Don't go to New York, there's been a crash in Shanksville, Pennsylvania. We want to divert you there and we are going to send other crews on further East."

Outside of the local Pennsylvania news we believe we were one of the first crews to the site. I remember looking up at this hill where all the emergency personnel were and I saw what looked like some metal blob on the top of the hill and I thought that that was the plane at that point, but I came to find out what I was looking had nothing to do with it, it was more like a scrap metal yard and the crash site was actually over the hill in a valley or a ravine on the other side. What was interesting is I've covered thousands of breaking news stories over the years and most of the time when you arrive at a scene it's very chaotic, there's a lot going on, you're rushing around trying to get interviews with eyewitnesses and first responders; but this was the complete opposite because this plane went down in the middle of rural Pennsylvania and there were no survivors. There were local emergency personnel up on the hill but as far as the news media we were just standing down there like looking up the hill like, "What do we do?"

That afternoon law enforcement did actually take media crews up the hill in small groups to shoot video. It was really shocking to see there was nothing there, the smoke was gone. It was just black from where the fire had happened. It was stunning to see that was all that's left. When you see videos from the Shanksville story there's not much in them from that initial situation because there wasn't local media close by, what you see in the videos was pretty much what I was looking at; emergency responders in hazmat suits down there just looking at the scene.

In the days to come we did a lot of stories in the community. We found some people who heard the noise, because it happened close to the backyard of a farmer's property; we talked to people in that community about what had happened and so on. That became our story there, it was just talking to the people of Shanksville and nearby Somerset about what had just happened in their backyard. Now people know the name Shanksville but back then it was just this small quaint town, so Americana. It’s a beautiful community, the people are beautiful and this tragedy put them on the map historically. Certainly, in a way they never expected.


Undicisettembre: Did you cover the event also in the next days?

Christine Dobbyn: Yes. In the days to come the scene did become much more active. The FBI came in and provided briefings a couple times a day. The information was very slow to come out and of course the family members of all those victims were spread across the country, so for our local news station it was difficult. The national outlets had resources and they were talking to the families across the country, but as far as family being right there to talk with it was difficult. There were some some experts from aviation and counterterrorism that came to the site. Some of the networks made arrangements for them to come, and then they would mill around and offer themselves up for interviews. From a journalistic perspective it was a challenging story to cover because at that particular scene there was this gravity of what had happened, but the resources and the content to really tell the story were not all right there, they were spread out.


Undicisettembre: You also mentioned talking to the families, what can you tell us about them? What stroke you about them?

Christine Dobbyn: That came later. Once back in Columbus we had a local family connection. Since then I’ve interviewed other families from across the country. There was the family of the pilot of Flight 93 Jason Dahl, he had relatives in Columbus, Ohio, as well as across the country. We've done several stories with his family over the years. One thing that sticks out in my mind is he was a pilot who just loved flying and if I recall he actually switched his shift with another pilot to be home early for his anniversary or birthday or something.

I remember the first time that I flew after 9/11 with the new restrictions, as I was going through security I got super emotional when taking my shoes off and doing all those new protocols which now we're completely used to. For a long time when I would walk through an airport, and especially when I would see a pilot, I would think of Captain Jason Dahl. I would think of that picture his family shared with us to use in our story.

After I came to Houston about fifteen years ago to work for the ABC station, I became acquainted with another family, the Catuzzi family, whose daughter Lauren Catuzzi Grandcolas was killed on the flight. Another kind of chance situation, she had been to the Northeast for her grandmother's funeral and decided to bump up her flight and take an earlier flight and ended up being on on Flight 93. She was living in the San Francisco area at the time. I've interviewed her parents and her sister and gotten to know what kind of person she was. She was in the process of writing a book and her family has since finished the book and published it in her honor. It's an interesting book, it's sort of like a Girl Scout book encouraging, particularly women, to go try these new adventurous things. She was just someone who really had this zest and adventure for life. I think that legacy has been carried on through her book.


Undicisettembre: What can you tell me about the crash site? Did anything in particular strike you?

Christine Dobbyn: Some of the family members said, "If it had to happen, there couldn't be a more beautiful place.” You know, those are the remains of their loved ones in that valley. It is truly a beautiful place. People in that community take it so seriously honouring them and protecting that site. I was there on the ten-year anniversary with Larry Catuzzi, Lauren's dad. He's been very involved with the committee to build the memorial and museum there. I interviewed him overlooking the site and he said, "It's serene, peaceful, tranquil." All those words have been used to describe the site. Even though it's just so difficult, it's a special place to those families.

The actual area where some of the remains are is sectioned off so only families can go there. Now they've got more structure in place, the whole memorial site and a wooded area in which only families can go. The last time I was there, up on the hill, they had built the wall of names and the memorial. The visitor center was also completed recently.

As far as the community and the town, I've spent time in the town of Somerset and Somerset County just talking with some of the shop owners and different people. They said they've met a lot of the families who come to town to visit the site or that are part of the committee to help build a memorial. They all just really took an important role in the development the site and making sure it's memorialized for always.

A couple of other thoughts come to mind. Once it happened people reacted in different ways, a lot of people wanted to come and see it in and share their sorrow and grief or leave a note here or there or something else. So for the first few years afterwards, they put a chain-link fence up at the site before anything was built and people came from all over. It’s a rural place, and off one of the major interstates. But when travelling to the east coast area people stop to see it and they would leave teddy bears, notes and just everything you can imagine. Initially this little county museum took responsibility and started caring for all the items. I remember the first year anniversary when I went again, they had taken these items and they were preserving them, curating them, dusting them off, cleaning them and putting them in archival boxes to go into the museum eventually. I thought that was tremendous foresight to start thinking that way and making sure that every person who left something feel like it really mattered.

The second thing that comes to mind was there is a priest that bought this abandoned chapel nearby, which is now called the Flight 93 Chapel. He's basically made this a memorial just through donations. I've also done a story or two with him. He has made a little individual memorial around the chapel, you can go around and read about each victim and their lives and their backgrounds.


Undicisettembre: Being you a journalist, how was this case unique in comparison to other you've been involved with?

Christine Dobbyn: I was very early in my journalism career so I think I kind of had shell shock that day. Just like everyone else but even from a career perspective thinking this might be the biggest story I'll ever cover.

Everyone remembers where they were and my "9/11 story" is Flight 93, all my experiences and being at the site. I think there is a general feeling that sometimes the Flight 93 site is forgotten; New York and DC get so much publicity and they are major areas where they get more visitors, but this is not to be forgotten. I also think it's a completely different story, not just in the way that it ended but also what transpired up to what we've learned about what the passengers did. They were heroes, they tried, and a lot of people believe they were close, to being successful to taking over the terrorists.


Undicisettembre: While you guys were working there, was anyone having doubts about the fact that a plane had crashed in that zone?

Christine Dobbyn: No. I don't believe anyone had doubts. I don't recall that being asked to the FBI at their news conferences. I think the big question at that point was what the target for that plane was; I think there was a theory the target was Camp David at the time, but we didn't know exactly. Eventually, the conclusion was the Capitol, but there were a lot of theories around that. There was more speculation and talk about that at the news conferences and of course everybody wanted the answers right away. Then, of course, the press corps asked how they located the black boxes, why it took them a while to do. I don’t mean to be too graphic here, but the answer was that it was heavily impacted into the ground. That was the line of questioning that I recall.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories according to which 9/11 was an inside job and that no plane crashed in Shanksville?

Christine Dobbyn: To be honest, I've never thought a lot about that. As a journalist I seek the truth, I was close to the story numerous times. I saw the crash site with my own eyes. I saw how shaken the local first responders were. Other than some questions that we will never have the answers to, I've never had any doubt about what's been reported to us and what I've reported. I always believed it and felt comfortable with what we were being told. I think as a reporter you get a gut feeling when something isn't right and as far as the information I compiled over the course of my trips to Shanksville, I've never felt that it wasn't right or accurate.


Undicisettembre: How would you compare the crisis after 9/11 to the crisis for COVID the country is living now?

Christine Dobbyn: I actually left journalism in 2019, I'm on the other side of things right now and it's been very different. I own my own media marketing company and right now I'm doing PR and media relations for two clinics in Houston conducting the COVID vaccine trials. I'm pitching media and working with media to tell the story, so it is completely different. I will say when COVID first hit, it was the first major crisis in my adult life in which I wasn't a reporter. I felt really helpless, because my superpower was always feeling like I could help communicate and inform people, be out there or be the eyes and ears for the public. I wasn't doing that this time.

So personally it's been a little bit difficult to watch it unfold. Then I started working with the vaccine trials which gives me some purpose and feeling of helping with the process and moving forward. But to me they're very different. I think after 9/11 with the grief and the sadness that the country felt we all came together. Right now from COVID to other crisis we’re very torn apart.

There was uncertainty and fear, but 9/11 was something you could process the timeline and see what had happened. It was a little more finite. The most difficult thing with COVID-19 is not knowing when it's going to end.

United 93: intervista con l'ex giornalista della CBS Christine Dobbyn

di Leonardo Salvaggio. L'originale inglese è disponibile qui.

Undicisettembre offre oggi ai suoi lettori il racconto personale della ex giornalista della CBS Christine Dobbyn che si è occupata del volo United 93 il giorno stesso dello schianto e nel periodo seguente.

Ringraziamo Christine Dobbyn per la sua cortesia e disponibilità



Undicisettembre: Puoi farci un racconto generale di quello che hai visto e vissuto quel giorno?

Christine Dobbyn:
Lavoravo come giornalista presso la stazione della CBS di Columbus, Ohio. Ero all’inizio della mia carriera giornalistica e avevo il turno del mattino. Chi guarda il notiziario del mattino potrebbe non rendersi conto che i giornalisti si alzano alle 2 del mattino per andare al lavoro. Columbus è proprio nel mezzo dello stato dell'Ohio e ci occupavamo degli eventi di quello stato. Proprio quel giorno c’era una conferenza stampa a circa due ore a est di Columbus su un caso di omicidio. Dopo la diretta del mattino avremmo dovuto occuparci di questa conferenza stampa, credo che fosse nella contea di Grimes. Poco prima che arrivassimo, ricevemmo una telefonata dalla direzione che ci disse "Andate a New York" e aggiunsero un paio di frasi veloci su quello che stava succedendo.

Non c’erano ancora gli smartphone, avevamo i cellulari, ma non avevamo l’accesso immediato alle notizie che abbiamo oggi. Quella mattina in particolare stavamo parlando tra di noi e non avevamo la radio accesa, eravamo io e il mio fotografo. A volte accendevamo la radio durante i viaggi, a volte ci facevamo compagnia tra di noi e basta e fu uno shock sentire cosa stava succedendo. Assolutamente incredibile. Ovviamente avremmo voluto maggiori informazioni, ma l’unica direttiva era "Andate a New York". Con noi c’era anche il camion satellitare con l'operatore perché anche ne avremmo avuto bisogno per la conferenza stampa di cui avremmo dovuto occuparci inizialmente. Dopo circa un'ora di strada, ricevemmo un'altra telefonata dalla direzione. Questa volta ci dissero "Non andate a New York, c'è stato un incidente a Shanksville, Pennsylvania. Andate lì, invieremo altre squadre per la conferenza stampa."

A parte i media locali della Pennsylvania, credo che fossimo tra i primi ad arrivare. Ricordo di aver guardato la collina dove si trovava il personale di emergenza e vidi quello che mi sembrava un rottame metallico sulla cima e pensai che fosse l'aereo, poi capii che quello che stavo guardando non c’entrava, era una discarica di rottami metallici e il luogo dell'incidente era in realtà oltre la collina in una valle o in un burrone sull'altro lato. Era interessante notare che mi ero occupata di migliaia di notizie dell'ultima ora negli anni e la maggior parte delle volte quando arrivi su una scena c’è molta confusione, succedono molte cose, devi correre in giro in cerca di interviste con testimoni oculari e primi soccorritori; ma questo caso era l'esatto contrario perché l’aereo precipitò in un’area rurale della Pennsylvania e non c'erano sopravvissuti. C'era il personale di emergenza locale sulla collina, ma noi dei mezzi di informazione eravamo lì a guardare la collina e a chiederci "Cosa facciamo?"

Nel pomeriggio le forze dell'ordine portarono alcune troupe dei media sopra la collina in piccoli gruppi per poter girare dei video. Fu davvero scioccante vedere che non c'era niente, neanche il fumo. Era tutto nero per via dell'incendio. Era sbalorditivo vedere che non c’era nient’altro. Quando vedi i video sull’incidente di Shanksville non si vede molto delle prime fasi perché non c'erano i media locali nella zona, quello che si vede nei video era più o meno quello che ho visto io; i soccorritori in tuta ignifuga nella buca che si guardano intorno.

Nei giorni successivi facemmo molti reportage dalla comunità. Trovammo persone che avevano sentito il rumore, perché l’aereo cadde vicino al cortile di una proprietà di un contadino; parlammo con le persone della zona di quello che era successo e cose del genere. Quello divenne ciò che raccontammo, parlavamo con la gente di Shanksville e della contea di Somerset di ciò che era appena successo nella loro zona. Ora la gente conosce il nome di Shanksville, ma allora era solo una piccola città pittoresca, tipica degli Stati Uniti. È una bella comunità, le persone sono gentili e questa tragedia le ha fissate sulla mappa da un punto di vista storico. Certamente, in un modo che non si sarebbero mai aspettati.


Undicisettembre: Ti sei occupata dell’evento anche nei giorni seguenti?

Christine Dobbyn: Sì. Nei giorni seguenti la scena divenne molto più attiva. Arrivò l'FBI e fece dei briefing due volte al giorno. Arrivavano poche informazioni e ovviamente le famiglie delle vittime erano sparse per tutto il paese, quindi per la nostra stazione locale fu complicato. I media nazionali avevano più risorse e parlavano con le famiglie in tutto il paese, trovare famiglie con cui parlare in zona era difficile. C'erano esperti di aviazione e antiterrorismo che vennero sulla scena. Alcune reti presero accordi per farli venire, e poi loro si offrirono per le interviste. Da un punto di vista giornalistico è stata un evento impegnativo da raccontare perché lì in particolare c'era la gravità di ciò che era successo, ma le risorse e il contenuto per raccontare l’evento non lo lì presenti, erano sparsi in giro.


Undicisettembre: Hai menzionato di aver parlato con le famiglie, cosa puoi raccontarci di loro? Cosa ti ha colpito?

Christine Dobbyn: Successe dopo. Una volta tornati a Columbus contattammo una famiglia della zona. In seguito intervistai anche famiglie da tutto il paese. C'era la famiglia del pilota del volo 93 Jason Dahl, aveva parenti a Columbus e nel resto del paese. Abbiamo fatto molte interviste con la sua famiglia negli anni. Una cosa che mi viene in mente è che era un pilota che amava il suo lavoro, aveva cambiato turno con un altro pilota per essere a casa prima per un anniversario o compleanno o qualcosa del genere.

Ricordo la prima volta che presi un aereo dopo l'11 settembre con le nuove restrizioni, mentre attraversavo i controlli di sicurezza mi sono emozionata molto quando mi tolsi le scarpe ed eseguii i nuovi protocolli a cui ora siamo totalmente abituati. Per molto tempo quando camminavo in un aeroporto, e soprattutto quando vedevo un pilota, pensavo al capitano Jason Dahl. Pensavo alla foto che la sua famiglia ci aveva dato e che avevamo usato per il nostro servizio.

Dopo essermi trasferita a Houston circa quindici anni fa per lavorare per la ABC, conobbi un'altra famiglia, la famiglia Catuzzi, la cui figlia Lauren Catuzzi Grandcolas rimase uccisa nello schianto. Un’altra situazione casuale, era stata nel nord-est per il funerale di sua nonna e aveva deciso di cambiare volo e prenderne uno prima e finì per trovarsi sul volo 93. Viveva nell'area di San Francisco all’epoca. Intervistai i suoi genitori e sua sorella e colsi che tipo di persona fosse. Stava scrivendo un libro e in seguito la sua famiglia completò il libro e lo pubblicò in suo onore. È un libro interessante, è una sorta di libro sulle ragazze scout che incoraggia, in particolare le donne, a provare queste nuove avventure. Era entusiasta e amava la vita avventurosa. Penso che questo suo lascito sia stato tramandato con il suo libro.


Undicisettembre: Cosa puoi dirci del luogo dell'incidente? C’è stato qualcosa in particolare che ti ha colpito?

Christine Dobbyn: Alcuni dei familiari dissero: "Se proprio doveva accadere, non avrebbe potuto esserci un posto più bello". In quella valle ci sono i resti dei loro cari. È davvero un posto bellissimo. Le persone di quella comunità lo curano molto seriamente, onorandoli e proteggendo quel sito. Ero lì nel decimo anniversario con Larry Catuzzi, il padre di Lauren. È stato uno dei membri più attivi del comitato per la costruzione del memoriale e del museo. Lo intervistai da una posizione da cui si vedeva il sito e mi disse: "È sereno, pacifico, tranquillo". Parole di questo tipo sono state usate per descrivere il sito. Anche se è molto triste, è un posto speciale per quelle famiglie.

L’area vera e propria in cui si trovano alcuni dei resti è delimitata in modo che solo le famiglie possano andarci. Adesso ci sono più strutture: il memoriale e un'area boschiva in cui solo le famiglie possono andare. L'ultima volta che ci sono andata sulla collina avevano costruito il muro dei nomi e il memoriale. Recentemente è stato completato anche il centro per i visitatori.

Per quanto riguarda la comunità e la città, passai del tempo nella città e nella contea di Somerset e parlai con proprietari di negozi e altre persone. Dissero di aver incontrato molte delle famiglie che vengono in città per visitare il sito o che fanno parte del comitato per la costruzione del memoriale. Hanno un ruolo importante nello sviluppo del sito e nell’assicurasi che non se ne perda la memoria.

Mi vengono in mente altra due cose. Dopo l’evento, le persone reagirono in modi diversi, molti volevano venire a vedere per condividere il loro dolore o lasciare una nota o un oggetto di altro tipo. Quindi, per i primi anni, misero una recinzione di metallo per delimitare il sito prima che ci fosse costruito qualcosa e che la gente arrivasse da ogni parte. È un luogo rurale e all’uscita di una delle principali autostrade interstatali. Chi viaggia nella zona della costa orientale si ferma per andare a vederlo e lasciare orsacchiotti, note e tutto ciò che si può immaginare. Inizialmente un piccolo museo della contea se ne assunse la responsabilità e iniziò a prendersi cura di questi oggetti. Ricordo il primo anniversario quando ci tornai, avevano raccolto questi oggetti e li conservavano, curandoli, spolverandoli, pulendoli e conservandoli in scatole per poi portarli nel museo. Pensai che fosse una mentalità di una lungimiranza incredibile l’assicurarsi che ogni persona che aveva lasciato qualcosa si sentisse davvero importante.

La seconda cosa che mi viene in mente è che c'è un prete che ha acquistato una cappella abbandonata nelle vicinanze, che ora si chiama Cappella del Volo 93. Fondamentalmente l’ha trasformata in un memoriale solo grazie alle donazioni. Ho scritto un paio di articoli su di lui. Ha realizzato un piccolo memoriale attorno alla cappella, puoi camminarci intorno e leggere le vite e le storie di ciascuna delle vittime.


Undicisettembre: Essendo una giornalista, in cosa questo caso è stato unico rispetto agli altri di cui ti sei occupata?

Christine Dobbyn: Ero agli inizi della mia carriera da giornalista, quindi penso di aver avuto un trauma quel giorno. Tutti lo hanno avuto, ma dal punto di vista della carriera pensai che avrebbe potuto essere l’evento più importante di cui mi sarei mai occupata.

Tutti ricordiamo dove eravamo e il mio 11 settembre è stato il volo 93, ciò che ho visto e l’essere stata sulla scena. Penso che la sensazione generale è che il sito del volo 93 non venga ricordato; New York e Washington ricevono molta attenzione e sono grandi città che hanno molti visitatori, ma questo luogo non deve essere dimenticato. Penso anche che sia un evento completamente diverso, non solo per come si è concluso, ma anche per ciò che abbiamo saputo che hanno fatto i passeggeri. Sono stati eroi, hanno tentato, e molti credono che fossero quasi riusciti a sconfiggere i terroristi.


Undicisettembre: Mentre eravate lì, qualcuno aveva dei dubbi sul fatto che un aereo si fosse schiantato in quell’area?

Christine Dobbyn: No. Non credo che nessuno avesse dubbi. Non ricordo che sia stato chiesto all'FBI durante le loro conferenze stampa. Penso che la principale domanda a quel punto fosse quale fosse l'obiettivo di quell'aereo; all'epoca la teoria più diffusa era che l'obiettivo fosse Camp David, ma non si sapeva con certezza. Alla fine, la conclusione fu il Campidoglio, ma c'erano molte ipotesi diverse. C'erano più congetture su questo tema nelle conferenze stampa e, naturalmente, tutti volevano risposte subito. Poi, ovviamente, la stampa chiese come avevano localizzato le scatole nere, perché ci volle tempo per trovarle. Non voglio dare dettagli cruenti, ma la risposta fu che era in profondità nel terreno. Questa era la linea di domande che ricordo.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l'11 settembre è stato un inside job e che nessun aereo si è schiantato a Shanksville?

Christine Dobbyn: Ad essere onesti, non ci ho mai badato molto. Come giornalista cerco la verità, mi sono occupata di questo caso molte volte. Ho visto il luogo dell'incidente con i miei occhi. Ho visto quanto erano scossi i primi soccorritori locali. A parte alcune domande a cui non avremo mai risposta, non ho mai avuto dubbi su ciò che ci è stato raccontato e su ciò che io ho raccontato. Ci ho sempre creduto e ho sempre trovato sensato ciò che veniva detto. Penso che come giornalista si maturi un istinto che ti fa capire quando qualcosa non va e per quanto riguarda le informazioni che ho raccolto nel corso dei miei viaggi a Shanksville, non ho mai sentito che non fossero corrette o precise.


Undicisettembre: Come paragoneresti la crisi dopo l'11 settembre alla crisi dei COVID che il paese sta vivendo ora?

Christine Dobbyn: Ho lasciato il giornalismo nel 2019, sono dall'altra parte adesso ed è molto diverso. Ho una mia società di media marketing e in questo momento mi occupo di pubbliche relazioni e relazioni con i media per due cliniche di Houston che conducono gli studi sul vaccino per il COVID. Tengo rapporti con i media e lavoro con loro per raccontare i fatti, quindi è completamente diverso. Ti dirò che quando il COVID ha colpito la prima volta, è stata la prima grande crisi nella mia vita da adulta in cui non ero una giornalista. Mi sono sentita davvero impotente, perché il mio superpotere era sentirmi sempre come se potessi aiutare a comunicare e a informare le persone, essere là fuori ed essere gli occhi e le orecchie del popolo. Questa volta non fu così.

Quindi personalmente è stato difficile assistere a ciò che avveniva. Poi ho iniziato a lavorare con le sperimentazioni sui vaccini, il che mi dà uno scopo e la sensazione di aiutare in questo processo nell’andare avanti. Ma per me sono molto diverse. Penso che dopo l'11 settembre, con il dolore e la tristezza che il paese ha provato, ci siamo uniti tutti. In questo momento siamo divisi dal COVID e da altre crisi.

C'erano incertezza e paura, ma l'11 settembre era qualcosa di cui si poteva elaborare la sequenza temporale e capire cosa fosse successo. Era un po’ più limitato. La cosa più difficile con il COVID-19 è non sapere quando finirà.

2021/02/14

Intervista all'ex corrispondente dell'ANSA da New York Marco Bardazzi

di Leonardo Salvaggio

Undicisettembre offre oggi ai suoi lettori la testimonianza del giornalista Marco Bardazzi che nel 2001 era corrispondente dell'ANSA da New York e che ci ha raccontato la sua singolare esperienza di quella giornata e dei mesi seguenti.

Ringraziamo Marco Bardazzi per la sua cortesia e disponibilità.




Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto l’11 settembre?

Marco Bardazzi:
Ero il corrispondente dell’ANSA da New York. All’epoca l’ANSA aveva un ufficio di corrispondenza da New York con tre giornalisti, uno in quel periodo era in ferie in Italia quindi eravamo in due. Quella mattina dovevo entrare al lavoro un po’ più tardi, verso le dieci perché avevo il turno di metà giornata, quindi ero rimasto a casa con la mia figlia più piccola mentre mia moglie portava le altre due figlie che sono gemelle a scuola.

Vidi alla CNN il primo schianto, parlai con la redazione, chiamai mia moglie e le dissi di tornare prima possibile. Lei restò anche bloccata in metropolitana perché iniziò il caos. Vidi il secondo aereo e quando tornò mia moglie le lasciai la figlia e da lì iniziò una giornata drammatica e complicatissima. Andai dapprima in redazione, che al tempo era accanto al palazzo delle Nazioni Unite quindi midtown, raccogliendo un po’ di racconti per la strada. Rimasi in redazione a scrivere le prime cose e nel frattempo arrivò anche l’attacco al Pentagono e ci evacuarono dalla redazione. Mandai da casa della collega dell’ANSA Alessandra Baldini che abitava lì di fronte il primo pezzo di riepilogo mettendo insieme le prime cose che avevamo e poi uscii a piedi, perché era tutto fermo, per andare al World Trade Center.

Arrivai dopo il crollo della seconda torre e trovai una downtown Manhattan, che conoscevo benissimo, che sembrava un panorama lunare con la polvere che mi arrivava alle ginocchia e tantissima carta, c’erano contratti, email private, tutta la carta che era nelle Torri Gemelle era sparsa fino al ponte di Brooklyn. C’era la prima mobilitazione delle forze di polizia e c’era un aria irrespirabile che – ahimè – respirai per mesi visto che continuai ad andare a Ground Zero.

Provai a chiamare con il cellulare la redazione a Roma e a Washington ma non prendevo la linea. Mi spostai sul ponte di Brooklyn ed ebbi la fortuna di prendere la linea con un dimafonista a Roma, cioè un poligrafico che scriveva mentre gli dettavo l’articolo, e per telefono raccontai tutto quello che vedevo e feci il reportage delle ore successive. La mia giornata è stata quindi impegnata a cercare di dare un racconto di ciò che vedevo. E per un giornalista la sproporzione tra quello che vedi e quello che riesci a raccontare è enorme.



Undicisettembre: Come sono stati per te i giorni successivi?

Marco Bardazzi: Il giorno che mi colpì di più è stato il 12 settembre. Premetto che io ho una fissa per i giornali, colleziono giornali importanti e ho un’emeroteca di prime pagine e di giornali interi di giorni storici. Ma il giornale più importante che ho di quei giorni non è quello del 12, che è quello con il racconto di quanto successo, ma quello dell’11: ho la copia del New York Times che raccontava un mondo completamente diverso e che alle 8:45 era già inutile perché il mondo era cambiato, però raccontava il mondo di prima in cui c’erano altre preoccupazioni rispetto a quelle che da allora e fino a oggi sono diventate le preoccupazioni del mondo.

Il 12 settembre però vidi un altro mondo e un’altra New York. Partii di nuovo all’alba da midtown a piedi e arrivai a Canal Street, che delimita l’inizio di downtown, e che era diventata l’ultima frontiera oltre cui diventava complesso proseguire. Prima di Canal Street New York era deserta come forse si è rivista solo in questo periodo di pandemia, ma nella storia di New York quella era la prima volta che la città era senza auto e senza rumori, nel pieno silenzio ma con una luce meravigliosa perché sia l’11 sia il 12 settembre erano giorni di sole spettacolari. Quel cielo azzurro era stato come una scenografia dell’orrore creata ad hoc per quegli aerei perché ha esaltato ulteriormente la drammaticità di quelle immagini.

Quindi ricordo un 12 settembre di totale disorientamento e ho visto la città rinascere un po’ più a nord, verso Union Square che è stato il posto dove New York ha ricominciato a vivere, dove si cominciavano a creare dei memoriali, delle Torri Gemelle di carta, e a elaborare il lutto in un certo senso.

Però la cosa che più ricordo delle settimane successive erano i volantini delle persone “missing” che erano sparsi dappertutto. Con tremila persone scomparse ciascuno metteva il proprio volantino dove chiedeva chi avesse visto o avesse notizie delle loro persone care; quei volantini ci accompagnarono per lungo tempo.

Un altro giorno che per me fu particolarmente significativo fu quando accompagnai gli operatori di borsa a riaprire Wall Street una settimana dopo. Fu il segno di ripartenza non solo della città ma di tutta la nazione. Partii con la metropolitana dalla Grand Central Station, arrivai al City Hall che era l’ultima fermata della metropolitana funzionante, e uscii dalla metropolitana insieme a una moltitudine di operatori di borsa avvolti nella bandiera americana. C’erano delle transenne che indirizzavano il traffico pedonale verso Wall Street con ai lati l’esercito con i fucili spianati mentre la folla in silenzio andava a riaprire la più importante borsa del mondo, senza sapere se sarebbe crollata, e teneva duro ma a ogni incrocio da cui si vedevano le rovine in fiamme del World Trade Center scoppiava in lacrime.

Poi ci furono le lettere all’antrace ed entrammo in un’altra dimensione di crisi, tra fine settembre e ottobre, che assomigliava un po’ al COVID visto che giravamo per la città con mascherine e guanti. Finita quella crisi cadde un altro aereo, di cui spesso ci dimentichiamo, quando il 12 novembre cadde un aereo dell’American Airlines diretto a Santo Domingo e io corsi a Rockaway dove si era schiantato il velivolo. Fu un tragico incidente, però è chiaro che per noi che abitavamo a New York fu un altro colpo al cuore. Arrivammo a Natale distrutti.


Undicisettembre: Come ha cambiato l’11 settembre il tuo modo di vedere il giornalismo? O quale lezione hai imparato che ti porti dietro ancora oggi?

Marco Bardazzi: In quei giorni il giornalismo ha dato gran prova di sé, soprattutto nei giornali americani. Ad esempio la redazione del Wall Street Journal fu spazzata via dall’attacco perché stava al World Financial Center, che è proprio accanto a dove stavano le Torri Gemelle, e ciò nonostante i giornalisti sono riusciti a spostarsi in un’altra parte della città e a pubblicare il giornale.

Io ricordo delle inchieste veramente eccezionali nel ricostruire la vita quotidiana delle persone che lavoravano nelle torri gemelle e la loro storia personale foto per foto e nome per nome. Il fatto che il giornalismo abbia cercato di dare un senso alla morte, alle vittime, a ciò che era successo a New York, a Washington e in Pennsylvania ma al contempo abbia provato a dare letture geopolitiche di ciò che era successo è stato molto importante. Era un periodo in cui non esistevano i social media e internet era agli inizi, quindi la carta stampata e le televisioni erano gran parte dell’informazione mondiale. Aver cominciato a spiegare cos’era al-Qaeda e chi era Osama bin Laden e cosa c’era dietro a quell’attacco ha aperto lo sguardo degli americani su un mondo da cui negli anni 90 si erano completamente allontanati. Io ricordo che all’inizio del 2001 si era aperto a Manhattan il processo contro Osama bin Laden per gli attentati contro le ambasciate americane in Africa del 1998 ed aveva pochissimo seguito anche da parte dei media, perché venivano visti come degli attentati in cui erano morti degli americani ma avvenuti in altre parti del mondo al pari degli attentati contro gli americani a Beirut nel 1983 o altri casi analoghi. Essere attaccati in casa fu invece uno shock paragonabile solo a Pearl Harbor ma fu anche un momento in cui si fecero molte domande su ciò che avveniva nel resto del mondo e in questo il giornalismo ha avuto un merito importante all’epoca.


Undicisettembre: L’11 settembre influisce ancora sulla tua vita quotidiana? Se sì, come?

Marco Bardazzi: Influisce molto nel diffidare di chiavi di lettura strane ogni volta che ci sia qualcosa che non sappiamo spiegare pienamente e dell’idea che ci siano sempre delle mani anonime, di solito legate al governo, che fanno cose strane di nascosto. Ho visto rifiorire queste chiavi di lettura anche su temi attuali come i vaccini per il COVID o nelle ultime elezioni americane con le teorie sui presunti brogli alimentate da Trump che poi hanno portato all’assalto a Capitol Hill. In questi casi mi torna spesso in mente l’11 settembre perché è stato un caso di banalità del male. Ogni volta che ho dovuto seguire anche da giornalista degli eventi drammatici mi sono accorto che alla fine la spiegazione più drammaticamente semplice è spesso la più credibile e quella più corroborata dai fatti.

Mi sono portato dietro l’11 settembre anche nel raccontare le guerre americane: la guerra in Iraq e la guerra in Afghanistan. Sono andato a visitare Guantanamo nel 2007 portato dal Pentagono ed era anche quella una conseguenza dell’11 settembre. Anche in Medio Oriente ci sono tuttora i segni delle conseguenze e di tantissimi errori che l’America ha fatto dopo l’11 settembre.

Continuiamo a vivere le conseguenze di quello che accadde vent’anni fa a tantissimi livelli. Anche gli attacchi dell’ISIS degli ultimi anni hanno un filo conduttore che li riconduce a quel momento storico.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l’11 settembre sarebbe stato un inside job?

Marco Bardazzi: Anzitutto penso che non abbiano mai avuto credito da parte dei media più autorevoli né da parte delle commissioni che hanno indagato sull’11/9, né da parte dell’FBI, né della magistratura. Sono fiorite sulla rete perché l’11/9 ha accompagnato la nascita anche dei nuovi strumenti di comunicazione, non a caso quelle teorie sono nate pochi anni dopo l’11/9 in una fase in cui la rete cominciava a offrire a un pubblico sempre più vasto cose che di solito passavano attraverso un filtro mediatico. Il che non è necessariamente un male anzi io sono un grande fautore della disintermediazione, cioè di nuovi strumenti come social network o blog che danno modo di raccontare la realtà senza passare dai media tradizionali, perché offre grandi opportunità come dimostra quello che fate con questo blog sull’11/9. Però questo fa sì che abbiano molto spazio anche persone che hanno delle agende particolari o delle manie di protagonismo.

In generale non ho mai trovato nessun fondamento che abbia una qualche credibilità in nessuna delle varie teorie cospirative sull’11 settembre: né quelle sulle Torri Gemelle, né quelle sull’edificio 7, né quelle sul Pentagono, né quelle sul volo 93. A me ha sempre aiutato stare di fronte alle storie delle persone. Tornando in Italia dopo essere stato dieci anni negli USA mi è capitato molto spesso di sentir dire anche da parte di persone insospettabili “Ah, ma nessun aereo si è schiantato sul Pentagono” o cose del genere. Io sono stato a molte cerimonie per le vittime del Pentagono e ho avuto l’occasione di conoscere alcuni dei genitori dei cinque bambini che stavano sul volo 77, due dei quali andavano con la famiglia a vivere in Australia e tre erano di una scuola molto povera di Washington e avevano vinto un premio del National Geographic per andare in California con un loro insegnante perché erano molto bravi. Il National Geographic tentava così di tenerli lontani da una certa criminalità che c’era nelle loro scuole e questi bambini di undici e dodici anni erano orgogliosissimi di ciò. Uno di loro, che si chiamava Bernard, era il figlio di un militare del Pentagono. Questi bambini andarono all’aeroporto Dulles, fecero tutte le procedure di imbarco e di questo esistono tutte le prove. Abbiamo anche tutte le tracce dei cinque dirottatori e sappiamo anche in che posti sedevano; sappiamo tutto di tutti i passeggeri di quell’aereo. Quando la madre di Bernard seppe che c’era stata un’esplosione al Pentagono pensò di aver perso il marito, al contrario il marito era in un altra ala e lei perse il figlio. Di Bernard fu trovato il DNA, così come degli altri quattro bambini; molto spesso si taglia via tutta questa parte. È stato raccolto tutto il materiale possibile, è stato portato in una base nel Delaware, è stato fatto un lavoro enorme ed è stato trovato il DNA di tutte le vittime.

Quindi io quando ho avuto occasione di parlare con persone che mi dicevano che l’aereo al Pentagono non è mai esistito rispondevo “Guardate, dovreste parlare con i genitori di Bernard e convincerli non del fatto che l’aereo non è mai esistito, ma che loro figlio non è mai esistito.” Queste sono le teorie cospirative: se ci metti le persone, la teoria crolla.


Undicisettembre: Che ruolo pensi possa avere oggi il giornalismo per contrastare le teorie del complotto?

Marco Bardazzi: Oggi il giornalismo è molto indebolito: non ha la credibilità né la potenza che aveva vent’anni fa. È in forte crisi come modello di business e si confronta con l’informazione che viaggia su tantissimi altri canali, la disintermediazione è un bene che ancora dobbiamo imparare ad usare che però ha diminuito molto l’autorevolezza dei giornali. Quindi il problema del giornalismo oggi è che spesso non ha le risorse per fare gli approfondimenti che faceva un tempo e al contempo viene visto da molte persone come non credibile a prescindere. Negli ultimi anni si è anche molto polarizzato, quindi l’indipendenza che i giornalisti si erano guadagnati è andata in buona parte persa. Nonostante questo il giornalismo non ha mai avuto i mezzi che ha oggi per raccontare le storie; anche l’attacco a Capitol Hill è stato raccontato dai giornali americani già dopo pochi giorni con grande ricchezza di immagini, ricostruzioni con infografiche, incrocio di dati tra gli orari delle varie immagini per capire chi si è mosso e dove è andato. Il giornalismo oggi ha la capacità di fare inchieste anche multimediali che al tempo dell’11/9 non avremmo mai immaginato.

Quindi diciamo che sono in crisi i giornali, non è in crisi il giornalismo. C’è da compiere un grandissimo lavoro educativo, soprattutto sulle nuove generazioni, per far capire di chi fidarsi sulla rete. Il lavoro di questo blog è preziosissimo da questo punto di vista, i giornali dovrebbero impegnarsi di più, invece molto spesso prestano il fianco perché si lasciano andare a lavori che non hanno la credibilità che dovrebbero avere.


Undicisettembre: A distanza di due decenni come pensi che ne sia uscita l’America? È più forte oggi o prima dell’11/9?

Marco Bardazzi: L’America di oggi è un paese in grandissima difficoltà, un paese da ricostruire sotto tanti punti di vista. Esce da un quadriennio e da una presidenza che verrà giudicata dalla storia come un’assoluta anomalia. A mio avviso la presidenza Trump non può essere giudicata né repubblicana, né democratica; il quarantacinquesimo presidente degli USA non c’entra niente con i quarantaquattro di prima. L’America ha due partiti che per motivi diversi sono entrambi in crisi e devono ricostruire un percorso.

Dall’11 settembre a oggi l’America è uscita indebolita dalla crisi del 2008. Continua ad avere un livello di ineguaglianze interne inaccettabile e un sottofondo di risentimento razziale che non ci aspettavamo più ma che invece è più forte di prima. Ma nonostante tutto questo l’America rimane e rimarrà in traino di tutto quello che riguarda l’innovazione e l’economia. Spesso diciamo che la Cina sta per superarla e che il futuro sarà cinese: francamente non ci credo. Credo che il futuro continuerà a essere occidentale a traino americano, soprattutto come capacità creativa di innovare e trovare nuove soluzioni.

Io spero che adesso l’America si riapra a quella folla di giovani immigrati che da tutto il mondo l’hanno arricchita negli ultimi anni. È sorprendente vedere come oggi i colossi della Silicon Valley sono guidati da indiani che vengono da università dell’India di non primo livello, eppure in America hanno avuto le loro opportunità e oggi uno guida Microsoft e uno guida Google. Quella è sempre stata la grandezza dell’America che forse negli ultimi anni ha dimenticato anche per colpa dell’11 settembre, che l’ha spinta a chiudersi a vedere nell’immigrato e nel diverso un nemico e a scontri quasi di religione, perché l’Islam è una realtà con cui l’America si è confrontata in modo molto complesso.

Di ferite l’11/9 ne ha lasciate tantissime e sono alla base della ricostruzione del paese che dovrà avvenire da adesso in poi.

2021/01/31

United 93: an interview with Red Cross volunteer Victoria Connor

by Leonardo Salvaggio. An Italian translation is available here.

Unidicisettembre is offering its readers today the personal account of Red Cross volunteer Victoria Connor who was among the first responders of flight United 93 after it crashed in rural area close to Shanksville, Pennsylvania after a revolt of the passengers and the crew stopped the terrorists from reaching their target.

We would like to thank Victoria Connor for her kindness and willingness to help.





Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on 9/11?

Victoria Connor: On 9/11 right around 9 o’clock in the morning me and two of my colleagues were visiting the York County fairgrounds, one of the oldest fairs that operates in the country. I worked for the American Red Cross and the night before, on September 10, a little boy was injured on a ride and was brought to our Red Cross first aid station. We wanted to speak to the workers to hear more about what had happened. Tragically, he died later that evening at the hospital.

While we were just pulling into the parking lot of the fairground, we heard on the radio the news of the first plane hitting the tower. At first, we thought it was a small plane accident. It was a beautiful, beautiful day. We got out of the car and as we were walking to the building where the first aid station was located, we started hearing the buzz of people talking. The fair was not open; it was just the workers setting up. We got this terrible sense that whatever they were hearing was not good.

We finished our conversation with the workers, and all was fine with them. As an aside, what was even more tragically sad is that the little boy happened to be the son of a friend of mine, but because we keep the cases so confidential, I did not know it until two weeks later when I returned from the assignment. Because they are a well-known family here, the story ended up being in the newspapers.

We got back into our vehicle to go back to the Chapter, which is what we call the building where we were working, and at that point the second plane had crashed. Our Emergency Services Manager had worked for the County Government before and he knew immediately it was no accident, when one plane hits it can be an accident, when there is more than one it is much more serious than that and his first thought was that this was a terrorist attack.

When we went back to our office, our team, there were about seventeen of us that worked together there, huddled around a small television trying to make sense of what was going on and it became quite clear that this was no accident, based on the news reports. My boss had been a career Red Cross worker, he was the Executive Director of the York County Chapter and he had worked for the Red Cross since Vietnam, he was also part of the Aviation Incident Response team, a group of highly trained people who were assigned to work by the month. If a maritime, rail, or aviation mass casualty incident would happen during your month you would be deployed to that location to manage the Red Cross relief efforts. He was immediately contacted because of our proximity to New York to be assigned there but when the plane crashed in Pennsylvania, he was redirected to go to manage the Red Cross operation in Somerset County.

I had only joined the American Red Cross eight months before. In the Red Cross, the ratio of volunteers to paid staff is thirty-six volunteers to every one person paid to do the work. The organization is driven by the work of volunteers. To become a disaster relief worker, you must go through many levels of training, in addition to learning CPR and first aid, you must go through a series of different courses and demonstrate your expertise. When 9/11 occurred, I was still learning about the organization, but I had a wide variety of skills. So, a few days later after my boss was deployed to Somerset, he called and asked if I would be able to come to work on the events team. Without hesitating I replied, “Of course I would!”. I quickly had to make sure my husband, who also worked full time, would be able to take care of our two young children while I would be away. We worked that all out and within the next 24-hours I packed a bag, got into my car and I drove to the location.

When you get sent or are deployed on a disaster relief assignment you do not know what resources will be available on arrival, so you typically bring your “go-kit”- a duffel bag with your Red Cross vest, your credentials, paper, pens, a stapler, and so on, things you need just to be up and running to start working immediately. When I arrived at the relief operations headquarters which was in a community room in a church, I checked in and I went to from table to table to be acclimated to what was going on by the different team leads including getting new identification that would be required to get from place to place because it was high security and a health screening.

The Red Cross role in disasters like this was to coordinate with National Transportation Safety Board, with the airline, local government and with local responders; help them best support the families and support the investigators, and emergency services personnel. The volunteers were helping all of that and because it can be incredibly emotionally and physically exhausting. There is also mental healthcare, medical care and spiritual care for the families and the workers. The Red Cross will also aid if requested to coordinate memorial services as we did in this case.

After 9/11 the whole country was shut down as far as flying and we ended up having two memorial services days apart because not all the families were able to attend the first one due to flying restrictions. That meant two different connections with personnel from the White House to represent our country had also to be organized. It was a crazy logistical thing, and still some of the families were not able to come at all. There is one family who had to call in so they could hear the services over the phone and see them on TV.

The services were held on a golf course that overlooked, from far away, the place where the plane crashed, it is called Indian Lake Lodge. The first one was held outdoors, under a tent, the view overlooked the lake and beyond the lake was the crash site. The second one ended up being held indoors because the weather turned, and it was a completely different experience. Each were equally solemn and healing events that we created as best as we could. It was intense and personal. The services were non-denominational; all religions were represented. We also gave everyone a little white box with a ribbon on top and inside the box was a vial of soil that was sifted by volunteers to represent their loved ones, because they had nothing to take away.

The families stayed at Seven Springs Mountain Resort and they were kind of sequestered there. There were albums put together of all the tributes that were coming in from people around the world like cards and many different things.

It was difficult for anybody to get near the crash scene, because it was a crime scene; but people would put flags and flowers along the fences, just like in New York. For me it was an honor just being there to convey to the families how much they were supported and how their family members really were heroes for what they did, because it was clear at that point that they tried to take over and to fight back.

September 14, 2001 – Community memorial service, Shanksville, Pa. 
Photo credit: Jason Plotkin, York Dispatch/York Sunday News.

Undicisettembre: How would you describe the crash site? Did anything strike you?

Victoria Connor: I did have the opportunity to go there with an FBI chaplain, we had a private little service at a location overlooking the actual crash site. It was incredible because it was like the plane itself had telescoped into the ground, it compacted in. There was nothing to see, just a crater of dirt. There were stakes with yellow flags on them on the various areas where debris was being collected from the FBI.

When I left the Red Cross, I became the CEO of the organization I work for now, the York County Bar Association and Foundation. I work with the attorneys and judges that practice law here in my community. It ended up that the then President of the Families of United Flight 93 organization, Patrick White, is an attorney from Florida who was the cousin of one of the passengers who died. He negotiated the land deal so that they could build the memorial. I have gone back for the five-year, the ten-year, the fifteen-year anniversaries; they do special commemorative celebrations every year, but I have gone back for the milestone ones.


Undicisettembre: How was this case unique in respect to others you have been involved with?

Victoria Connor: It was incredibly unique, because we had never experienced anything like this since Pearl Harbor, but I do not think anyone in this country had expected that this would have become our reality to face.


Undicisettembre: While you guys were at the crash site, was anyone having doubts that an airplane had crashed there?

Victoria Connor: No, no. There were no doubts. There were eyewitnesses and telephone recordings. In Somerset there is a beautifully done memorial and museum where you can listen to the phone and voice message recordings of some of the passengers and crew. You can pick up a phone that looks like an airfone from the plane and you can hear their last words, leaving messages for their loved ones. That is incredibly poignant and that is how we knew that they were heroes because they gave first-hand accounts of what was going on.

The location itself is beautifully serene, the spot of the crash is marked with a boulder, it is only accessible through a gate and only the family members are permitted to enter the sacred ground where the passengers are resting eternally. It is a beautiful thing to see and now more recently they installed the wind chimes, which are the tower of voices that represent the voices of the passengers.

September 11, 2011 - President Barack Obama and First Lady Michelle Obama
laid a wreath during the dedication ceremony for the Flight 93 National Memorial
at the 10th anniversary of the events of 9/11.
Photo credit: Victoria Connor

Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

Victoria Connor: It really had deepened my sense of patriotism, of what it means to be an American, my commitment to donating blood, to volunteering, to supporting organizations like the Red Cross and other response agencies that bring hope and help to people following disasters like this.

In May 2020, one of my friends from Boston died from COVID and I plan to do a blood drive in her honor. She was the director of national partnerships for blood services for the Red Cross and I cannot think of anything more fitting that that. There is no substitute for people helping other people. What happened on 9/11 on United Flight 93, the Pentagon, and inside the towers with the firefighters and others helping each other is a lesson that resonates throughout time.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories according to which 9/11 was an inside job and no plane crashed in Pennsylvania?

Victoria Connor: That is false and misinformed.


Undicisettembre: How would you compare the crisis after 9/11 to the crisis the country is living now for COVID-19?

Victoria Connor: It is a completely different scenario, COVID is an enemy that you cannot see and that we do not have an antidote for right now. I do not think there is any comparison other than to say people who can donate blood or plasma are incredibly needed, we must support our healthcare and frontline workers. It is a completely different type of disaster, but the need for people to help each other and to work together is the same, even more so.

United 93: intervista alla volontaria della Croce Rossa Victoria Connor

di Leonardo Salvaggio. L'originale inglese è disponibile qui.

Unidicisettembre offre oggi ai suoi lettori il racconto personale della volontaria della Croce Rossa Victoria Connor che fu tra i primi soccorritori del volo United 93 dopo lo schianto in una zona rurale vicino a Shanksville, in Pennsylvania, dopo che una rivolta dei passeggeri e dell'equipaggio impedì ai terroristi di colpire il proprio obiettivo.

Ringraziamo Victoria Connor for la sua cortesia e disponibilità.





Undicisettembre: Puoi farci un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto l'11 settembre?

Victoria Connor: L'11 settembre, intorno alle 9 del mattino, io e due miei colleghi stavamo visitando la zona fieristica della contea di York, una delle fiere più antiche del paese. Lavoravo per la Croce Rossa degli Stati Uniti e la sera prima, il 10 settembre, un ragazzino si fece male durante un giro su una giostra e fu portato alla nostra postazione di pronto soccorso. Volevamo parlare con gli operatori per capire cosa fosse successo. Tragicamente, morì la sera stessa in ospedale.

Proprio mentre stavamo entrando nel parcheggio del Luna Park, sentimmo alla radio la notizia del primo aereo che aveva colpito la torre. Inizialmente pensammo che fosse un incidente di un piccolo aereo. Era una bellissima giornata. Scendemmo dalla macchina e mentre camminavamo verso l’edificio dove si trovava il pronto soccorso, iniziammo a sentire il brusio della gente che ne parlava. La fiera non era aperta; c’erano solo gli operatori che stavano allestendo. Avevamo una terribile sensazione che ciò che stavano sentendo non fossero buone notizie.

Finimmo il colloquio con gli operatori, e appurammo che avevano agito correttamente. Ciò che rese l’episodio ancora più tragico era che il bambino era figlio di una mia amica, ma siccome mantenevamo i casi molto riservati non lo seppi fino a due settimane dopo quando ritornai. Essendo una famiglia nota nella zona, la storia finì sui giornali.

Risalimmo in macchina per tornare al Chapter, che è il modo in cui chiamiamo l'edificio dove lavoravamo, e a quel punto anche il secondo aereo si era schiantato. Il nostro responsabile dei servizi di emergenza aveva lavorato per il governo della contea in passato e capì subito che non era stato un incidente, se un aereo si schianta può essere un incidente, quando ce n’è più di uno è una cosa molto più grave e il suo primo pensiero fu che fosse un attacco terroristico.

Quando tornammo in ufficio, il nostro team, che era composto da circa diciassette persone, era radunato intorno a un piccolo televisore e cercavamo di dare un senso a ciò che stava succedendo e dalle notizie che sentivamo mi fu chiaro che non era un incidente. Il mio capo era stato una operatore della Croce Rossa professionista, era il direttore esecutivo di quella sede e lavorava per la Croce Rossa dal tempo della guerra del Vietnam, faceva anche parte dell’Aviation Incident Response, un gruppo di persone altamente qualificate che erano assegnate a dei compiti su base mensile. Se un incidente di grandi proporzioni ferroviario, marittimo o aereo fosse avvenuto durante quel mese sarebbero stati inviati a coordinare il lavoro della Croce Rossa. Fu immediatamente contattato e lo assegnarono a New York, perché eravamo vicini, ma quando l’aereo cadde in Pennsylvania, fu reindirizzato ad andare a coordinare i lavori della Croce Rossa a Somerset County.

Ero entrata nella Croce Rossa degli Stati Uniti solo otto mesi prima. Nella Croce Rossa il rapporto tra i volontari e il personale retribuito è di trentasei volontari per ogni professionista. È il lavoro dei volontari che guida l'organizzazione. Per diventare un soccorritore in caso di disastro, si devono superare vari livelli di formazione, oltre a imparare il massaggio cardiaco, si devono frequentare vari corsi e dare prova delle proprie capacità. Quando avvenne l’11 settembre stavo ancora facendo la formazione, ma avevo già una vasta gamma di competenze. Così, pochi giorni dopo che il mio capo era stato inviato a Somerset, mi chiamò e mi chiese se volessi andare a lavorare con la sua squadra. Senza esitazione risposi “Certo!” Mi accertai che mio marito, il quale pure lavorava a tempo pieno, riuscisse a prendersi cura dei nostri due bambini piccoli mentre ero via. Sistemai la situazione a casa e nel giro di 24 ore feci la valigia, presi la macchina e andai là.

Quando arrivi sul luogo di reazione a una catastrofe non sai quali risorse saranno disponibili, quindi di solito porti il “go- kit”, una borsa da viaggio con la tua divisa della Croce Rossa, i documenti, carta, penne, una cucitrice, e altre cose del genere, cose di cui hai bisogno per essere operativo e per iniziare a lavorare immediatamente. Quando arrivai al quartier generale dei soccorsi, che era in una chiesa, mi accreditai e andai da un tavolo un altro per informarmi su ciò che stavano facendo dai leader dei vari gruppi e per avere i nuovi documenti che mi servivano per spostarmi da un luogo ad un altro, perché era un luogo ad alta sicurezza.

Il ruolo della Croce Rossa in disastri come questo è stato quello di lavorare insieme all’NTSB, alla compagnia aerea, all’amministrazione locale e ai soccorritori e aiutarli a sostenere al meglio le famiglie, gli investigatori e il personale dei servizi di emergenza. I volontari aiutano in tutte queste funzioni, perché può essere estenuante emotivamente e fisicamente. C’è anche il supporto mentale e spirituale per le famiglie e per i lavoratori. La Croce Rossa collabora anche nell’organizzare i servizi commemorativi come successe in questo caso.

In seguito all’11 settembre il traffico aereo fu sospeso in tutto il paese e quindi dovemmo fare due commemorazioni a distanza di pochi giorni perché non tutte le famiglie poterono partecipare alla prima perché non si poteva viaggiare. Questo significò anche che dovemmo contattare due volte il personale della Casa Bianca per rappresentare il nostro paese. Dal punto di vista logistico fu un impegno enorme, e ciò nonostante alcune famiglie non riuscirono comunque a venire. Ci fu una famiglia che dovette collegarsi per telefono in modo che potessero ascoltare la cerimonia al telefono e vederla in televisione.

Le celebrazioni si svolsero su un campo da golf da cui, da lontano, si vedeva il luogo in cui l’aereo era precipitato, si chiama Indian Lake Lodge. La prima si tenne all'aperto, sotto una tenda, da cui si vedeva il lago e oltre il lago c'era il luogo dell'incidente. La seconda dovette essere fatta al chiuso perché il tempo cambiò, e fu un’esperienza completamente diversa. Entrambe furono eventi egualmente solenni e rasserenanti che organizzammo al meglio di quanto potemmo. Fu intenso e toccante. Le celebrazioni furono aconfessionali; tutte le religioni erano rappresentate. Donammo anche a tutti una piccola scatola bianca con un nastro e nella scatola c’era una fiala con un po’ di terra che era stata passata al setaccio dai volontari in ricordo dei loro cari, perché non c’era nulla che potessero portare via.

Le famiglie erano ospitate al Seven Springs Mountain Resort dove erano più o meno sequestrati. Erano stati realizzati anche degli album con i tributi che arrivavano da persone di tutto il mondo, come cartoline e molte altre cose diverse.

Era difficile per chiunque avvicinarsi alla scena dell'incidente, perché era una scena del crimine; ma la gente lasciava bandiere e fiori lungo la recinzione, proprio come a New York. Per me è stato un onore anche solo essere lì per fare sentire alle famiglie il nostro sostegno e perché sapessero che i loro familiari furono davvero eroi per quello che fecero, perché era chiaro a quel punto che cercarono di riprendersi l’aereo e di combattere.

14 settembre 2001 - Cerimonia di commemorazione a Shanksville, Pennsylvania. 
Photo credit: Jason Plotkin, York Dispatch/York Sunday News.

Undicisettembre: Come descriveresti il luogo dell'incidente? C’è stato qualcosa in particolare che ti ha colpito?

Victoria Connor: Ho avuto l'opportunità di andarci con un cappellano dell'FBI, tenemmo una piccola celebrazione privata in un luogo che si affaccia sul luogo dell'incidente. Era incredibile perché era come se l'aereo stesso si fosse accartocciato nel terreno, si fosse compattato. Non c'era niente da vedere, solo un cratere nella terra. C'erano paletti con bandiere gialle in vari punti dove venivano raccolti i detriti dall'FBI.

Quando ho lasciato la Croce Rossa, sono diventata l'amministratrice delegata dell'organizzazione per cui lavoro ora, la York County Bar Association and Foundation. Lavoro con gli avvocati e i giudici che operano nella mia comunità. Capitò che l'allora Presidente dell’associazione delle famiglie del volo United 93, Patrick White, era un avvocato della Florida che era il cugino di uno dei passeggeri morti sul volo. Fu lui che negoziò l'accordo per il terreno in modo che potessero costruirci il memoriale. Ci sono tornata per il quinto, decimo e quindicesimo anniversario; ci sono delle commemorazioni speciali ogni anno, ma io sono andata solo per quelle principali.


Undicisettembre: In cosa questo caso è stato unico rispetto agli altri in cui sei stata coinvolta?

Victoria Connor: È stato decisamente unico, perché non era mai accaduto niente del genere da Pearl Harbor, e penso che nessuno nella nostra nazione pensasse che quella sarebbe stata la realtà che avremmo dovuto affrontare.


Undicisettembre: Mentre eravate sul luogo dell'incidente, qualcuno aveva dei dubbi sul fatto che che un aereo si fosse schiantato lì?

Victoria Connor: No, no. Non c'erano dubbi. C'erano testimoni oculari e le registrazioni telefoniche. A Somerset è stato realizzato un bellissimo memoriale e un museo dove si possono ascoltare le telefonate e i messaggi lasciati sulle segreterie telefoniche dai passeggeri e dall’equipaggio. Ci sono dei telefoni, che hanno la forma degli airfone, da cui si possono ascoltare le loro ultime parole con cui hanno lasciato messaggi ai loro cari. È molto toccante ed è così che abbiamo saputo che sono stati degli eroi, perché ci hanno lasciato racconti diretti di ciò che stava succedendo.

La location in sé è splendidamente serena, il luogo dello schianto è contrassegnato da un masso, ci si può accedere solo attraverso un cancello e solo i membri delle famiglie possono entrare nel terreno sacro dove i passeggeri riposano eternamente. È bella da vedere e più recentemente sono state installate delle campane a vento, che sono delle torri di voce che rappresentano le voci dei passeggeri.

11 settembre 2011 - Il Presidente Barack Obama e la First Lady Michelle Obama
depositano una corona di fiori durante la cerimonia commemorativa
per il memoriale del volo 93 nel decimo anniversario degli attentato dell'11/9.
Photo credit: Victoria Connor

Undicisettembre: In che modo l'11 settembre influisce sulla tua vita quotidiana?

Victoria Connor: Ha acuito molto il mio senso di patriottismo, di cosa significa essere americana, il mio impegno a donare sangue, al volontariato, a sostenere organizzazioni come la Croce Rossa e altre agenzie di soccorso che portano speranza e aiuto alle persone che intervengono in disastri come questo.

A maggio del 2020, una mia amica di Boston è morta di COVID e ho intenzione di fare una raccolta di sangue in suo onore. Era la direttrice della partnership nazionali per i servizi del sangue della Croce Rossa e non riesco a immaginare nulla di più adatto di questo. Non c’è nulla che possa sostituire l’aiuto reciproco tra le persone. Ciò che è accaduto l'11 settembre sul volo United 93, al Pentagono e all'interno delle torri con i vigili del fuoco e altre agenzie che si aiutavano a vicenda è una lezione che risuona nel tempo.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo le quali l'11 settembre è stato un inside job e nessun areo si è schiantato in Pennsylvania?

Victoria Connor: È falso, è disinformazione.


Undicisettembre: Come paragoneresti la crisi dopo l'11 settembre alla crisi che il paese sta vivendo ora per il COVID-19?

Victoria Connor: È uno scenario completamente diverso, il COVID è un nemico che non si vede e per cui non esiste un antidoto al momento. Non è possibile fare un paragone, se non per il fatto che i donatori di sangue o di plasma sono incredibilmente necessari, dobbiamo sostenere i nostri assistenti sanitari e chi è impegnato in prima linea. È un’emergenza completamente diversa, ma la necessità per le persone di aiutarsi a vicenda e di lavorare insieme è la stessa, anzi forse è maggiore.