2023/02/02

Il Qatar ha corrotto il governo afghano affinché lasciasse prendere il potere ai Talebani

di Leonardo Salvaggio

Nell'edizione delle 20 dell'1 febbraio 2023 il TG1 ha mostrato documenti esclusivi provenienti dall'ambasciata qatariota in Afghanistan, ottenuti dal giornalista svizzero Filippo Rossi, dai quali emerge che il Qatar ha pagato milioni di dollari ad alti funzionari del governo afghano affinché non si opponessero ai Talebani dopo la partenza delle forze americane nell'agosto del 2021.

Tra le persone che hanno ricevuto questi pagamenti illeciti si trovano il governatore della banca centrale afghana Ajmal Ahmadi, in rappresentanza del presidente Ashraf Ghani, e due importanti leader della provincia settentrionale di Balk, dove si trova la città di Mazar-i Sharif, quali il maresciallo Abdul Rashid Dostum e l'ex governatore della provincia Atta Muhammad Nur (che il TG1 chiama Mohamed Atta Nur) che avrebbero dovuto guidare la resistenza contro i Talebani nella zona. I tre leader nominati dal servizio del TG1 hanno tutti lasciato l'Afghanistan dopo la presa del potere da parte dei Talebani: l'ex presidente è scappato negli Emirati, mentre i due leader del nord del paese di trovano in Uzbekistan.

Al momento in cui scriviamo la notizia non è riportata da nessun media americano, ce n'è una buona sintesi solo sul sito dell'agenzia di stampa afghana Khaama Press.

Quanto rivelato dal TG1 spiega uno dei motivi per cui l'Afghanistan è caduto nelle mani dei Talebani così in fretta, del resto che la corruzione fosse uno dei problemi della nazione che ha facilitato la presa della capitale era stato evidenziato a Undicisettembre anche da Craig Covert, ex agente dell'NCIS da noi intervistato su questo tema nel 2020, e dall'ex Sottufficiale della Marina Malcolm Nance. Di certo non è questo l'unico motivo: ad esempio anche la frammentarietà del paese, le scarse capacità militari delle forze armate e le loro scarse dotazioni hanno sicuramente avuto un ruolo importante.

Tuttavia la notizia riportata dal TG1 apre altri interrogativi, come che peso abbia avuto la corruzione da parte del Qatar, quanti sono gli ufficiali afghani coinvolti e in ultimo perché Doha abbia voluto facilitare la presa del potere da parte dei Talebani.

2023/01/27

Intervista all'ex agente speciale del Diplomatic Security Service Scott Stewart sull'attentato al World Trade Center del 1993

di Leonardo Salvaggio

È disponibile sul mio canale YouTube un'intervista all'ex agente speciale del Diplomatic Security Service Scott Stewart sul primo attentato alle Torri Gemelle, quando nel 1993 un gruppo di terroristi parcheggiò un camion bomba nei parcheggi sotterranei con l'intenzione di far crollare il complesso.

L'intervista è disponibile solo in inglese.


2023/01/16

11 gennaio 2023: l'FAA ordina il primo stop dei voli negli USA dopo l'11 settembre

di Leonardo Salvaggio

Lo scorso 11 gennaio l'FAA (l'ente americano che gestisce il trasporto aereo) ha disposto lo stop di tutti i voli in partenza dagli aeroporti degli Stati Uniti a causa di un problema di un software di gestione delle comunicazioni verso i piloti. Si è trattato del primo arresto totale dei voli dall'11 settembre 2001.

Il software interessato dal disservizio è noto come NOTAM (Notice to Air Missions) ed è utilizzato da varie agenzie governative per inviare ai piloti informazioni di sicurezza relative alla rotta che il velivolo deve percorrere o alla località di destinazione, ad esempio nell'elenco delle notifiche si trovano numerose segnalazioni di vulcani attivi da evitare. L'FAA ha annunciato la prima volta che il sistema era indisponibile alle 19:47 (ora della costa orientale) del 10 gennaio, quando il sistema aveva smesso di inviare aggiornamenti già da quattro ore. Un'ora dopo ha annunciato che i tecnici stavano lavorando alla risoluzione del problema, ma per tutta la notte il disservizio non è rientrato. La mattina dell'11 gennaio l'agenzia ha ordinato alle 7:30 lo stop di tutti i voli in partenza. Intorno alle 9 il divieto di decollo è stato revocato; in quel momento erano stati posticipati circa 8.500 voli e 1.200 erano stati cancellati. Ovviamente ci sono volute ore prima che i ritardi venissero smaltiti.

Tuttora le cause dell'incidente non sono chiare. L'FAA ha dichiarato che non si è trattato di un attacco informatico, ma di un errore umano di un ingegnere che durante una finestra di manutenzione ha sostituito uno dei file del database con una copia corrotta dello stesso in quanto non ha seguito correttamente la procedura. La spiegazione è di suo ragionevole, ma non spiega per quale motivo il Canada, che utilizza un software diverso anch'esso chiamato NOTAM, abbia avuto problemi simili nelle stesse ore; in ogni caso il disservizio in Canada e durato solo tre ore e non ha causato ritardi perché il sistema di backup ha sostituito il primario che era indisponibile. In ogni caso né l'FAA né l'omologo canadese Nav Canada hanno spiegato se i due eventi siano legati. Una seconda notevole stranezza è che soli dieci giorni prima, l'1 gennaio, nelle Filippine si è verificato un problema simile che ha causato il blocco totale dello spazio aereo.

Rispetto al blocco dei voli dell'11 settembre, questo caso recente presente comunque una notevole differenza: in questa occasione i velivoli già in volo hanno potuto completare il loro viaggio verso le loro destinazioni, mentre l'11 settembre 2001 tutti i voli dovettero atterrare nel più breve tempo possibile. Quello dell'11 settembre non fu comunque la prima chiusura dello spazio aereo, il quanto nel primi anni 60 i voli degli Stati Uniti furono bloccati tre volte nell'ambito di altrettante esercitazioni militari note come Sky Shield.

Il Segretario dei Trasporti Pete Buttigieg ha dichiarato alla CNN che le indagini dovranno proseguire per capire da dove è arrivato il file corrotto e perché la ridondanza dei sistemi non ha garantito il funzionamento. Fino a quando questi aspetti non verranno chiariti, quanto accaduto l'11 gennaio scorso resterà poco chiaro.

2023/01/03

World Trade Center: an interview with former NYPD detective Vic Ferrari

by Leonardo Salvaggio. An Italian translation is available here.

Undicisettembre is offering its readers today the personal account of former NYPD detective Vic Ferrari, who was on duty on 9/11 and arrived on the scene after the collapse of both towers.

We would like to thank Vic Ferrari for his kindness and time.




Undicisettembre: What happened to you on 9/11? Can you give us an account of what you saw and experienced on that day?

Vic Ferrari:
I had worked twenty years for the NYPD, when 9/11 happened I had fourteen years in. That day was Tuesday and it was election day, my office was in the Bronx which is a forty-five minutes to an hour drive from the Twin Towers. Previous to that I had arrested a guy who was selling stolen vehicles, he was in jail in Manhattan, and on that day I was going to the court in Manhattan with my sergeant and we were going to meet with his defense attorney. I was going to take him out of jail because he was going to become an informant, he was going to provide people who were selling stolen cars and he knew a guy who was working in the Department of Motor Vehicles who was selling phoney driver licenses.

We were going to meet at nine in Manhattan. So I came into the Bronx at seven. At eight o'clock my sergeant, who was supposed to come with me, was nowhere to be found. He arrived some minutes later and I was looking at my watch and said "Come one, we have got to go! It's going to take us an hour to go into Manhattan and find parking". He was taking his time, dragging his feet. Our office was at the second floor of the police station, one of the police officers ran upstairs, entered the detective squad and said "Turn the TV on, a plane has just hit the World Trade Center". We put the TV on and were watching it like everybody else. New York city has three major airports within 40 miles from each other, so we thought either the pilot had a heart attack or a small plane had hit the building; nobody knew anything. As we were watching this the second plane came and hit the second tower, then we knew it was terrorism.

We were told to get into our uniforms and stand by. Around noon we received the order to go, so we jumped into our unmarked police cars, drove through the west side highway of Manhattan, parked our cars and by 13 or 13:15 I was down there. It was chaos, they had us in uniforms but they didn't really know what to do with us; my lieutenant volunteered and said "I'll take my people from my team and we'll march in", which we did. They gave us these masks that we put on our mouths, but it was just a paper mask, not a very good one. We walked in and it was wild, there were a couple of buildings on fire, one of which was World Trade Center 7. We were a couple of blocks away and we could feel the heath and see flames coming out of the windows of these buildings.

The closer you got to the World Trade Center the darker it got, because when the buildings collapsed you had this volcanic ash and dust that was thrown into the air: concrete, asbestos, anything else that got pulverized went up into the air. So the closer you got the more difficult it was for sunlight to get through the particles, it was like a twilight in broad daylight. Everything was covered with this ash. And one thing I'll never forget is there were thousands and thousands of pairs of women high heel shoes, because a lot of women who worked in the financial district were wearing them but when you have to run you can't run in high heel shoes, so they took them off and just threw them in the street and took off. It looked like a movie: you had hot dog trucks abandoned, everything else you can think of was abandoned and covered with that ash. It was very hot and itchy in those polyester uniforms because of the toxic dust blowing all around us. It was a ghost town down there. For a while, it felt like my co-workers and I were the only people in the area.

As we got up to the World Trade Center, a piece of the facade had come down thousands of feet and embedded itself in the concrete in front of this tremendous pile. It looked like the last scene of "The Planet of the Apes" when Charlton Heston sees the head of the Statue of Liberty on the beach. I had seen many terrible things: car accidents, people stabbed or people shot, but I could not wrap my head around what I was looking at.


Nothing was open, so you couldn't get water or use the bathroom. So we started looking for a place to take a break, and that's where we found an office building on Broadway with some of the maintenance workers hadn't leaved. They let us into the building to take a break, to take our masks off and get some water. One of the guys who worked in that building was from Afghanistan but had worked in the United States more than twenty years and he explained us, chapter and verse, what was going on, he explained us about the Taliban and Osama bin Laden. I knew who the Taliban were and I knew about Osama bin Laden, that he was behind the two attacks to the embassies in Africa and that he was on the FBI most wanted terrorists list, I knew he was making noise about hitting the United States, but this man explained us the details about how the Taliban came in, took over his country and gave refuge to all these jihadists. Everything started to make sense, as much sense as it could make.

It was so chaotic. I remember when we walked up to the pile on day one a guy walked passed us in something that looker a space suit and he had some kind of device that looked like a Geiger counter. We looked at him and said "Does this guy work for the government or is he just a random nut with a Geiger counter who thought 'Today is the day I'm going to use my Geiger counter'?"

The first day we didn't have a perimeter set around the area like we had in following days when you couldn't get down there unless you could produce ID and explain what you had to do in the area.

I remained there till 5 or 6 the morning after, they told us to go home, run our clothes through a washing machine because the dust was toxic and we were required to show up at the Bronx at 5:30 pm. By 7:30 at night I was at Ground Zero again and stayed there till 6 o'clock in the morning, I did that for the first couple of days. But we didn't really do rescue and recovery because there was no real organization, it was still cahos. By the second day there were a lot of different police agencies from other states and some squads with cadaver dogs. A day or two later there was a Winnebago camper with a bunch of cops from Chicago, I remember thinking "Wow! How fast do these guys drive to be here in a day and a half?"

All the cars in the area that were not crashed had ash all over. Cops have like a gallows humor and I remember walking past a car and someone had written in the ash "Fuck you bin Laden. We are coming for you".

The days after they put a perimeter so that people couldn't get in and start stealing things, but that happened anyway and the police were catching imposters pretending to be off duty police officers, people showing up in firemen costumes, bogus charities that didn't exist trying to raise money. People would also go down there to try to steal motorized scooters or power generators and were getting caught.

There was nobody alive in the rubble, it was clear to us after a few days but we couldn't say that because there were thousands of people hoping that their loved ones could somehow get out of that. But being down there we knew no one was going to come out of that. It was like pulverization of humanity.

My team and I were going building to building in the outskirts of Ground Zero and we would go to the roof to look for remains of the aircrafts. We went on the roof of a building in Murray Street and we found a piece of landing gear, it went several blocks away from the Towers.

After a week they pulled us out, I was not there for a couple of weeks and then they sent us back to do the bucket brigade. We were like ants on a pile of sugar, we were a single line of a hundred cops and firemen, we were bringing debris down in a five gallon bucket and everybody was passing it down the line. At the certain point they said "We have to speed this up" and they brought in heavy equipment that started pulling large sections out. After that in Staten Island in an abandoned dump that the city had closed decades before they brought large sections of debris from the World Trade Center so that we could sift through them to look for evidence or remains. I got sent there and since my team worked in auto crime we were give special equipment like the Jaws of Life to cut and open cars, trucks and firetrucks that got pulled out to make sure no one had perished inside.

The NYPD treated us well during that period. There was a church a couple of blocks away from Ground Zero where you can go to take a break; there was a woman playing the piano and they had professional masseuses giving massages. We weren't used to that treatment in NYPD. Also famous people volunteered their time to came to visit us. I saw Robert De Niro who came while we were taking a break and he shook everybody's hands.


Undicisettembre: Have you seen World Trade Center 7 collapse?

Vic Ferrari: No, but we heard it. We went passed it while making our way to a bus a block or two away, we heard it and we jumped out of the bus, even out of the windows, and run for our lives because we didn't know if it was going to come over us. It was a tremendous sound.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life, if it does?

Vic Ferrari: Today it doesn't. It was a terrible and horrific thing, but I don't have nightmares from it. It was one of the worst things I've even seen, but to be successful in the line of work that I was in you have to be able to compartmentalize things. Especially when going through something like that you have to tell yourself "Yes, this is bad but I can't go to pieces; I have to fight through this, things will get better, I have to push through this".

There were people who had problems as a result of this and I can call myself very lucky. Probably it's my personality type. It's one of the worst days in American history and in my lifetime but I moved passed it.


Undicisettembre: You now live far away from New York so I understand you cannot easily attend celebrations like for the anniversaries, but what do you think of those?

Vic Ferrari: It's a good thing to remember so people don't forget it because in the United States we tend to forget about things and that day should not be forgotten. There are a lot of people who lost their lives as a result of that, I knew people who died on the first day and I know a lot of cops and firemen who died of cancer in the following years as a result of being down there. They told us in the first couple of days that the air was safe, but it wasn't. I also have to go every year to cancer screening, so it's always on the back of my mind.


Undicisettembre: What is your personal opinion about what happened in Afghanistan? Was going away like that the only possible thing to do or was there another option?

Vic Ferrari: There's always another option, we never learn from our mistakes. We pushed the Soviets out and provided Afghans with stinger missiles that ended up in the hands of the Taliban and of the other jihadists. We tend to leave something alone and create a vacuum, then some scumbag takes over and this is what happened this time too.

World Trade Center: intervista all'ex detective dell'NYPD Vic Ferrari

di Leonardo Salvaggio. L'originale in inglese è disponibile qui.

Undicisettembre offre oggi ai suoi lettori il racconto personale dell'ex detective dell'NYPD Vic Ferrari che l'11/9 era in servizio e arrivò sulla scena dopo il crollo di entrambe le torri.

Ringraziamo Vic Ferrari per la sua cortesia e disponibilità.




Undicisettembre: Cosa ricordi dell'11 settembre? Puoi farci un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto quel giorno?

Vic Ferrari:
Ho lavorato per la polizia di New York per vent'anni, quando avvenne l'11 settembre erano quattordici anni che ci lavoravo. Quel giorno era martedì e c'erano le elezioni, il mio ufficio era nel Bronx da cui si raggiungevano le Torri Gemelle in tre quarti d'ora o un'ora di macchina. Nei giorni prima avevo arrestato un uomo che vendeva veicoli rubati, era in prigione a Manhattan, e quel giorno dovevo andare in tribunale a Manhattan con il mio sergente e avremmo incontrato il suo avvocato difensore. Lo volevamo portare fuori di prigione perché sarebbe diventato un informatore, ci avrebbe portato a persone che vendevano auto rubate e conosceva un uomo che lavorava nel Dipartimento dei Veicoli a Motore che vendeva patenti false.

Ci saremmo incontrati alle nove a Manhattan. Così arrivai nel Bronx alle sette. Alle otto il mio sergente, che doveva venire con me, non era ancora arrivato. Arrivò pochi minuti dopo e io guardando l'orologio gli dissi "Dai, dobbiamo andare! Ci vorrà un'ora per andare a Manhattan e trovare parcheggio". Lui continuava a fare le cose con calma, senza fretta. Il nostro ufficio era al secondo piano della stazione di polizia, uno dei poliziotti corse di sopra, entrò nell'ufficio della squadra investigativa e disse "Accendete la TV, un aereo ha appena colpito il World Trade Center". Accendemmo la TV e iniziammo a guardare come chiunque altro stava facendo. La città di New York ha tre aeroporti principali entro un raggio di settanta chilometri l'uno dall'altro, quindi abbiamo pensato che un pilota avesse avuto un infarto o che un piccolo aereo avesse colpito l'edificio; nessuno sapeva niente. Mentre stavamo guardando, il secondo aereo arrivò e colpì la seconda torre, quindi capimmo che si trattava di terrorismo.

Ci venne detto di indossare le nostre uniformi e restare in attesa. Verso mezzogiorno ricevemmo l'ordine di partire, quindi salimmo sulle nostre auto della polizia senza loghi, attraversammo l'autostrada sul lato ovest di Manhattan, parcheggiammo le nostre auto e alle 13 o 13:15 ero là. C'era il caos, eravamo in divisa ma non sapevano proprio che incarico darci; il mio luogotenente si fece avanti e disse "Prendo la mia squadra e andiamo sulla scena", e così facemmo. Ci diedero delle maschere con cui ci coprimmo la bocca, ma erano semplici maschere di carta, non servivano a molto. Arrivammo ed era tutto folle, c'erano degli edifici in fiamme, uno dei quali era il World Trade Center 7. Eravamo a un paio di isolati di distanza eppure sentivamo il calore e vedevamo le fiamme uscire dalle finestre di questi edifici.

Più ci avvicinavamo al World Trade Center più diventava buio, perché quando gli edifici sono crollati hanno sollevato ceneri e polvere come in un'eruzione vulcanica che venivano lanciate in aria: cemento, amianto, qualsiasi altra cosa che era stata polverizzata volava nell'area. Quindi più ci avvicinavamo, più difficile era per la luce del sole passare attraverso il particolato, era come un crepuscolo in pieno giorno. Tutto era ricoperto da questa cenere. E una cosa che non dimenticherò mai è che c'erano migliaia e migliaia di paia di scarpe da donna con tacco alto, perché molte donne che lavoravano nel distretto finanziario le avevano indossate ma dovendo scappare e non potendo correre con i tacchi alti se le erano tolte, le avevano gettate in strada ed erano scappate. Sembrava un film: c'erano furgoni che vendano hot dog abbandonati, tutto ciò a cui si possa pensare era abbandonato e ricoperto da quella cenere. Faceva molto caldo e avevamo prurito in quelle uniformi di poliestere a causa della polvere tossica che volava tutto intorno a noi. Era una città fantasma. Per un po' mi sembrò che io e i miei colleghi fossimo le uniche persone della zona.

Quando arrivammo al World Trade Center vedemmo un pezzo della facciata che era caduto da centinaia di metri di piedi e si era incastrato al suolo di fronte al terribile cumulo di macerie. Sembrava la scena finale de "Il pianeta delle scimmie" quando Charlton Heston vede la testa della Statua della Libertà sulla spiaggia. Avevo già affrontato molte scene terribili: incidenti automobilistici, persone accoltellate o colpite da colpi di arma da fuoco, ma non riuscivo a a dare un senso a ciò che stavo guardando.


Non c'era nulla di aperto, quindi non potevamo prendere acqua da bere o usare un bagno. Così iniziammo a cercare un posto dove fermarci per una pausa, e trovammo un palazzo di uffici a Broadway in cui alcuni addetti alla manutenzione non erano usciti. Ci fecero entrare per fare una pausa, toglierci le mascherine e bere un po' d'acqua. Uno dei manutentori veniva dall'Afghanistan ma lavorava negli Stati Uniti da più di vent'anni e ci spiegò in dettaglio cosa stava succedendo, ci spiegò dei Talebani e di Osama bin Laden. Sapevo chi erano i talebani e sapevo di Osama bin Laden, che c'era lui dietro i due attentati alle ambasciate in Africa e che era nella lista dei terroristi più ricercati dell'FBI, sapevo che incitava i terroristi a colpire gli Stati Uniti, ma quest'uomo ci spiegò i dettagli su come i Talebani avevano preso il controllo del suo paese e avevano dato un rifugio a tutti questi jihadisti. Tutto iniziò ad avere un senso, per quanto potesse averne.

Era il caos totale. Ricordo che quando ci siamo avvicinammo alla pila il primo giorno, un uomo che indossava qualcosa che sembrava una tuta spaziale ci passò accanto, aveva con sé un dispositivo che sembrava un contatore Geiger. Lo guardammo e ci dicemmo "Quest'uomo lavora per il governo o è solo un matto a caso che ha un contatore Geiger e che ha pensato 'Oggi è il giorno in cui userò il mio contatore Geiger'?"

Il primo giorno l'area non era delimitata come lo sarebbe stato nei giorni successivi quando non si poteva entrare sulla scena senza un tesserino di identificazione e spiegando qual era il proprio ruolo.

Rimasi lì fino alle 5 o le 6 del mattino dopo, quindi ci dissero di andare a casa, di lavare i vestiti in lavatrice perché la polvere era tossica e di presentarci nel Bronx alle 17:30. Alle 19:30 ero di nuovo a Ground Zero e ci sono rimasto fino alle 6 del mattino, lo feci per i primi due giorni. Non prendemmo parte al soccorso e recupero perché non c'era una vera organizzazione, era ancora il caos. Il secondo giorno c'erano molte diverse agenzie di polizia di altri stati e alcune squadre con cani da cadavere. Un giorno o due dopo c'era un camper Winnebago con un gruppo di poliziotti di Chicago, ricordo di aver pensato "Wow! Quanto guidano veloce questi ragazzi per essere qui in un giorno e mezzo?"

Tutte le auto della zona che non erano rimaste schiacciate erano ricoperte di cenere. I poliziotti hanno un umorismo nero e ricordo di essere passato davanti a un'auto su cui qualcuno aveva scritto nella cenere "Fottiti bin Laden. Veniamo a prenderti".

I giorni dopo l'area era stata delimitata in modo che nessuno potesse entrare a rubare cose, ma è successo lo stesso e la polizia catturò impostori che fingevano di essere agenti di polizia fuori servizio, persone che si presentavano con costumi da pompiere, enti di beneficenza fasulli che non esistevano e che cercavano di raccogliere fondi. La gente andava nella zona anche per cercare di rubare monopattini elettrici o generatori di corrente e veniva scoperta.

Non c'era nessuno vivo tra le macerie, lo capimmo dopo pochi giorni ma non potevamo dirlo perché c'erano migliaia di persone che speravano che i loro cari potessero in qualche modo uscirne. Ma noi che eravamo lì sapevamo che nessuno ne sarebbe uscito. Era come la polverizzazione dell'umanità.

Io e la mia squadra andavamo da un edificio all'altro nelle vicinanze di Ground Zero per andare sui tetti a cercare resti degli aerei. Salimmo sul tetto di un edificio a Murray Street e trovammo un pezzo di carrello di atterraggio che era finito a vari isolati dalle Torri.

Dopo una settimana ci tolsero da quell'incarico, prima della fine della seconda settimana ci mandarono alla brigata del secchio. Eravamo come formiche su un mucchio di zucchero, eravamo un'unica fila di un centinaio di poliziotti e vigili del fuoco, riempivamo di detriti dei secchi da venti litri e li facevamo passare lungo la fila. A un certo punto dissero "Dobbiamo fare più in fretta" e portarono attrezzature pesanti con cui hanno estratto pezzi più grossi. Dopodiché a Staten Island, in una discarica abbandonata che era stata chiusa decenni prima, furono portati grandi pezzi di detriti dal World Trade Center in modo che potessimo setacciarli per cercare prove o resti. Venni mandato lì e, poiché la mia squadra lavorava nel crimine legato alle automobili, ci diedero strumenti speciali come gli utensili idraulici per il soccorso per tagliare e aprire auto, furgoni e camion dei pompieri che erano stati estratti per assicurarci che nessuno fosse morto all'interno.

La polizia di New York ci trattò bene durante quel periodo. C'era una chiesa a un paio di isolati da Ground Zero dove potevamo andare a fare una pausa; c'era una donna che suonava il pianoforte e c'erano massaggiatrici professioniste che facevano massaggi. Non eravamo abituati a quel trattamento alla polizia di New York. Anche personaggi famosi sono spontaneamente venuti a trovarci. Ho visto Robert De Niro che è venuto mentre facevamo una pausa e ha stretto la mano a tutti.


Undicisettembre: Hai visto crollare il World Trade Center 7?

Vic Ferrari: No, ma l'abbiamo sentito. Ci siamo passati accanto mentre ci dirigevamo verso un autobus a un isolato o due di distanza, l'abbiamo sentito crollare e siamo saltati giù dall'autobus, anche dai finestrini, per scappare e salvarci la vita perché non sapevamo se sarebbe crollato verso di noi. È stato un rumore tremendo.


Undicisettembre: In che modo l'11 settembre influisce sulla tua vita quotidiana, se lo fa?

Vic Ferrari: Oggi no. È stata una cosa terribile e orribile, ma non ho incubi. È stata una delle cose peggiori che abbia mai visto, ma per avere successo nella linea di lavoro in cui mi trovavo devi essere in grado di tenere divise le cose. Soprattutto quando affronti qualcosa del genere devi dire a te stesso "È vero, è brutto ma non posso andare in pezzi; devo lottare, le cose andranno meglio, devo farcela".

Ci sono persone che hanno avuto problemi a causa di quanto accaduto e posso ritenermi molto fortunato. Probabilmente è il mio tipo di personalità. È stato uno dei giorni peggiori della storia americana e della mia vita, ma l'ho superato.


Undicisettembre: Ora vivi lontano da New York quindi capisco che non puoi partecipare facilmente a celebrazioni come per gli anniversari, cosa ne pensi in ogni caso?

Vic Ferrari: È una buona cosa commemorare, così che la gente non lo dimentichi perché negli Stati Uniti tendiamo a dimenticarci delle cose e quel giorno non deve essere dimenticato. Ci sono molte persone che hanno perso la vita a causa di ciò che è successo, conoscevo persone che sono morte il giorno stesso e conosco molti poliziotti e vigili del fuoco che sono morti di cancro negli anni successivi per il fatto di essere stati lì. Ci hanno detto nei primi due giorni che l'aria era sicura, ma non lo era. Devo fare ogni anno lo screening del cancro, quindi rimane sempre nel retro della mia mente.


Undicisettembre: Qual è la tua opinione personale su quanto accaduto in Afghanistan? Andarsene in quel modo era l'unica cosa possibile o c'era un'altra possibilità?

Vic Ferrari: C'è sempre un'altra possibilità, non impariamo mai dai nostri errori. Abbiamo cacciato i sovietici e fornito agli afghani missili stinger che sono finiti nelle mani dei Talebani e degli altri jihadisti. Tendiamo ad abbandonare certe situazioni e a creare il vuoto, poi subentra qualche bastardo ed è quello che è successo anche questa volta.

2022/12/09

Pubblicato il verbale dell'intervista della 9/11 Commission a George Bush e Dick Cheney

di Leonardo Salvaggio

Lo scorso mese di novembre è stato desecretato il verbale dell'intervista al Presidente George Bush e al Vicepresidente Dick Cheney della 9/11 Commission, la Commissione di indagine istituita per indagare sugli attentati dell'11/9. L'intervista si è svolta il 29 aprile del 2004 e, come già emerso al tempo, non è stata registrata; il documento infatti non è una trascrizione ma un memorandum redatto da una persona presente durante la discussione che aveva il compito di prendere appunti su quanto veniva trattato. L'ordine di pubblicazione del documento è stato emesso dalla Interagency Security Classification Appeals Panel, ente creato dall'amministrazione Obama nel 2009 che include rappresentanti di vari dipartimenti federali e che ha il compito di decidere sulla desecretazione di documenti sensibili.


Il PDF pubblicato è di 31 pagine ed è ancora censurato in alcune parti, che sono comunque ridotte al minimo. L'incontro si svolse nello Studio Ovale della Casa Bianca, di cui il verbalizzante riporta anche dei dettagli sugli ornamenti, come la presenza di un ritratto di George Washington e dei busti di Abraham Lincoln e Winston Churchill. L'inizio della discussione è indicato alle 12:40 e la durata fu di poco superiore a tre ore. La discussione si aprì con la domanda del Presidente della Commissione Thomas H. Kean che chiese a Bush quale fosse lo stato delle segnalazioni sulle minacce terroristiche che riceveva nel President's Daily Brief (briefing quotidiano su temi di intelligence che richiedono particolare attenzione) che teneva con George Tenet, al tempo direttore della CIA, alle otto di ogni mattina. L'incontro avveniva alla presenza anche di Dick Cheney, Condoleezza Rice (chiamata con il soprannome Condi in tutto il documento, forse per la necessità di scrivere in fretta da parte del verbalizzante) e del capo di gabinetto Andy Card. Kean fece particolare riferimento alla riunione del 6 agosto 2001 il cui rapporto parlava esplicitamente dell'intenzione di bin Laden di colpire negli Stati Uniti. Il Presidente rispose che le minacce erano relative a obiettivi americani all'estero e di aver dato ordine di indagare ulteriormente sul rischio di attacchi sul suolo americano, ma che nulla di concreto gli arrivò in tempo.

La discussione si spostò quindi sui primi attimi cruciali seguenti agli attacchi alle Torri Gemelle. Da quanto riportato dal Presidente e dal suo vice emerge il caos che regnava in quei minuti tra falsi allarmi e informazioni incomplete. Vennero riportate alla Casa Bianca informazioni di un aereo dirottato schiantatosi al confine tra Kentucky e Ohio, dell'esplosione di un'autobomba (probabilmente in centro a Washington), di un attacco contro il Campidoglio (nelle cui vicinanze avrebbe dovuto trovarsi la First Lady) e di uno contro la residenza del Presidente a Ranch Crawford. Si susseguirono anche notizie errate di altri dirottamenti, tra cui un volo dirottato in ingresso dalla Corea del Sud e un altro da Madrid per il quale fu dato l'ordine di abbattimento e che pochi minuti dopo atterrò a Madrid da dove era partito. Fu riferito anche un volo dirottato diretto verso la Casa Bianca e anche per questo venne dato l'ordine di abbattimento, ma si trattò probabilmente del volo United 93 che i terroristi fecero schiantare a terra. Oltre a queste seguirono innumerevoli segnalazioni sbagliate che contribuirono a creare confusione tra i vertici del paese.

Il Presidente della Commissione chiese quindi quali fossero le strategie per affrontare il terrorismo e il Presidente Bush rispose che l'azione sarebbe stata in tre parti. Anzitutto sarebbe stato necessario combattere le organizzazioni terroriste, in secondo luogo potenziare la sicurezza interna e in ultimo attuare politiche tendenti a evitare le condizioni sociali che favoriscono la nascita del terrorismo.

L'intervista si spostò quindi sullo scenario internazionale e di come gli Stati Uniti avessero bisogno di alleati tra gli stati islamici, tra cui la Turchia, il Pakistan e l'Arabia Saudita. In particolare per quanto riguarda Islamabad il Presidente sottolineò come il Pakistan fu dapprima uno strenuo alleato dell'Afghanistan, ma i rapporti tra i due paesi iniziarono a incrinarsi dopo che i Talebani tentarono per due volte di uccidere il generale Pervez Musharraf, Presidente pakistano dal 1999.

La Commissione affrontò quindi il tema delle teorie del complotto. Chiese dapprima al Presidente perché avesse continuato la sua presentazione nella scuola Emma E. Booker di Sarasota, in Florida, dopo essere stato raggiunto dalla notizia dell'attacco; il Presidente rispose che fu un errore e di non aver immediatamente capito la gravità della situazione pensando che fosse lo schianto di un piccolo bimotore. La Commissione chiese quindi perché il governo non intervenne efficacemente dopo aver avuto notizia delle intenzioni di al-Qaeda di colpire sul suolo americano, Bush ribadì, come detto in precedenza, che le informazioni in suo possesso riguardavano solo la minaccia a obiettivi americani all'estero. In ultimo la Commissione chiese se il Presidente o il suo vice ebbero un ruolo nell'autorizzare l'uscita di cittadini sauditi dal pese dopo gli attentati, il Presidente rispose di non aver autorizzato la partenza e di averlo saputo dai giornali. Bush insistette sul tema delle teorie del complotto specificando che fosse compito della Commissione chiarire che gli attentati erano stati compiuti dai terroristi, su questo punto la Commissione espose il proprio favore sostenendo che fossero loro intenzione affrontare le teorie del complotto e mettere la nazione al sicuro.

Un'ampia parte delle discussione riguardò i rapporti tra gli USA e l'Arabia Saudita. Il Presidente Bush spiegò alla Commissione che la famiglia reale non deve essere vista come monolitica e che alcune frange effettivamente sono vicine a organizzazioni non governative legate al terrorismo. Il Presidente si disse preoccupato della situazione e del fatto che al-Qaeda potesse guadagnare più potere o che Riyadh potesse stringere alleanza con l'Iran.

L'intervista passò quindi a discutere la possibile uccisione di bin Laden, che al tempo dell'intervista era ancora in vita. Il Presidente risponde che un'operazione speciale non era in quel momento pianificabile perché non era noto dove il terrorista si nascondesse e che in ogni caso le operazioni speciali possono fallire, come accaduto nelle prime fasi della guerra mentre le forze USA davano la caccia al Mullah Omar.

L'ultima parte dell'intervista riguarda quanto fatto in termini di prevenzione prima dell'11/9 per fermare la minaccia di al-Qaeda prima che colpisse. Bush riporta che nel passaggio di consegne da parte dell'amministrazione Clinton la minaccia di al-Qaeda non fu trattata con particolare priorità, ma che al contrario il principale nemico fu indicato nella Corea del Nord. Bush aggiunse di aver discusso con il premier britannico Tony Blair se avessero perso l'occasione di distruggere al-Qaeda prima dell'11/9, Blair si trovò d'accordo sul fatto che all'epoca non era in alcun modo parte della discussione e che sarebbe stato impensabile iniziare una guerra preventiva senza un evento che la causasse.

In chiusura al Presidente venne chiesto di commentare le dichiarazioni di Condoleezza Rice secondo cui sarebbe stato impossibile prevedere l'uso di aerei come armi di distruzione di massa. Bush confermò che in assenza di una minaccia concreta lo scenario era impossibile da prevedere. La Commissione ribatté che il Presidente egiziano Mubarak aveva avvisato le autorità italiane di un possibile uso di aerei come missili durante il G8 di Genova. Bush rispose di non aver mai sentito questa notizia e che la chiusura dello spazio aereo su Genova non implicava la previsione dell'uso di aerei come missili contro edifici abitati.

La pubblicazione di questo memorandum, dal quale si evince quanto le autorità americane siano state colte impreparate, si aggiunge allo sforzo dell'amministrazione Biden, che ha anche ordinato la desecretazione di centinaia di documenti sulle indagini dell'FBI, di fare chiarezza su colpe, responsabilità e omissioni. Iniziativa lodevole che ci auguriamo prosegua su questa strada.

2022/11/04

La Rete Haqqani, uno dei principali gruppi terroristici attivi in Afghanistan

di Leonardo Salvaggio

Uno dei gruppi terroristici più attivi in Afghanistan è quello noto come Rete Haqqani, che nacque nella zona sudorientale al confine con il Pakistan nei primi anni '70, fondato dal miliziano afgano Jalaluddin Haqqani da cui l'organizzazione prende il nome. La rete ha fin dalla sua fondazione lo scopo di combattere per l'instaurazione di un regime che imponga la sharia in Afghanistan respingendo ogni forma di occidentalizzazione della nazione, per questo motivo osteggia dalla propria fondazione ogni regime non totalitario e le forze straniere che nei decenni hanno occupato l'Afghanistan.


Il primo obiettivo degli attentati della Rete Haqqani fu l'alleanza guidata da Mohammad Daoud Khan, che prese il potere nel 1973 con un colpo di stato con cui destituì il cugino Mohammed Zahir Shah. Nei primi anni i campi di addestramento della Rete Haqqani si trovavano il Pakistan nella regione del Waziristan del Nord. Il primo attentato condotto dall'organizzazione fu nel 1975 contro il governatore del distretto di Ziruk sostenuto dal governo; tuttavia la Rete Haqqani non ebbe un ruolo fondamentale nella caduta di Daud che venne ucciso nel 1978 durante il colpo di stato ordito dal Partito Democratico Popolare dell'Afghanistan. Nel 1979 l'Unione Sovietica invase l'Afghanistan e la Rete Haqqani combatté contro l'invasore al fianco di altri gruppi di guerriglieri locali ricevendo il supporto dell'intelligence di USA, Arabia Saudita e Pakistan. Durante questa alleanza contro un nemico comune il Presidente Ronald Reagan definì Haqqani un freedom fighter (combattente per la libertà) e si diffuse anche sui media la notizia secondo cui il terrorista sarebbe stato invitato alla Casa Bianca nel 1985, ma si trattò di un equivoco: l'uomo raffigurato in una celebre foto con il Presidente e scambiato per Haqqani era in realtà un altro miliziano di nome Mohammad Yunus Khalis (più vecchio di Haqqani di vent'anni e coerente con l'uomo nella foto).

Gli attentati della Rete Haqqani, analogamente a quelli di altri gruppi terroristici della zona, prevedono l'uso di attacchi suicidi, autobombe, ordigni esplosivi autoprodotti e razzi. La Rete trae il suo sostentamento da attività criminali quali rapine, estorsioni, rapimenti e traffico di droga, alle quali affianca fonti di denaro apparentemente legali quali la raccolta di offerte nelle madrase. Negli anni 80 la Rete Haqqani si alleò con al-Qaeda, con cui combatteva contro i sovietici, consentendo all'organizzazione di Osama bin Laden di costruire campi di addestramento e di formare i propri combattenti nelle zone controllate da Haqqani. Nel decennio successivo la rete aiutò anche la formazione dei Talebani, da un gruppo scoordinato nato nelle madrase fino all'organizzazione terroristica che riuscì a compiere un colpo di stato e a salire al potere. Durante il primo regime dei Talebani, Jalaluddin Haqqani ricoprì il ruolo di Ministro degli Affari Tribali, a riprova di quanto solida fosse l'alleanza tra i due gruppi. Nei primi vent'anni della propria esistenza, cioè circa fino alla presa del potere da parte dei Talebani, la Rete Haqqani mantenne un'organizzazione basata in gran parte su legami tribali e familiari e venne riconosciuta dagli altri gruppi jihadisti come un ente distinto e indipendente solo a metà degli anni 90.

Dopo l'inizio della guerra in Afghanistan successiva agli attentati dell'11/9, ufficiali americani e pakistani incontrarono Haqqani a Islamabad e gli chiesero di abbandonare l'alleanza con i Talebani e di unirsi ai guerriglieri alleati delle truppe angloamericane, tuttavia ottennero un rifiuto e la Rete Haqqani combatté contro le forze USA al fianco del regime. Haqqani aiutò anche Osama bin Laden a rifugiarsi a Tora Bora dopo la caduta del governo del Mullah Omar. Nei due decenni successivi le forze americane in Afghanistan e il nuovo governo di Kabul sostenuto dagli USA furono i primi obiettivi degli attentati della Rete Haqqani, che nel 2008 tentò anche di uccidere il presidente Hamid Karzai. Nel 2011 l'amministrazione Obama tentò di negoziare un accordo di pace con la Rete Haqqani tramite un incontro negli Emirati Arabi, ma le parti non giunsero a nulla. Si stima che nei primi dieci anni di guerra in Afghanistan, la Rete Haqqani sia stata responsabile del 10% degli attacchi contro forze USA e del 15% delle vittime.

Un documento pubblicato nel 2010 da Wikileaks riportò che Sirajuddin Haqqani, figlio di Jalaluddin, era considerato dall'International Security Assistance Force (missione della NATO, autorizzata dall'ONU, in supporto al governo) un soggetto da uccidere o catturare. Nel 2012 l'amministrazione Obama e il Consiglio di sicurezza dell'ONU inserirono la Rete Haqqani nella lista nera delle organizzazioni terroristiche; i Talebani risposero sul proprio sito internet che non esisteva nessuna organizzazione chiamata Rete Haqqani e che si trattava di un gruppo interno ai Talebani stessi.

La Rete Haqqani è responsabile di numerosi attentati contro obiettivi occidentali in Afghanistan anche negli anni recenti, tra cui l'esplosione di un camion bomba nel 2017 vicino all'ambasciata tedesca a Kabul che ha causato 150 morti e 413 feriti, risultando nell'attentato mortale più grave avvenuto nella capitale afgana negli ultimi decenni.

Manifesto propagandistico diffuso in Afghanistan dalle forze USA, il terzo da sinistra è Jalahuddin Haqqani. Fonte: PSY Warrior

Attualmente la Rete Haqqani è ancora fortemente legata ai Talebani e ad al-Qaeda, in violazione degli accordi di Doha che vietano al nuovo governo di Kabul di stringere accordi con l'organizzazione fondata da bin Laden. Sirajuddin Haqqani, attuale leader della Rete dopo la morte del padre nel 2018, è anche uno dei ministri del nuovo governo dei Talebani, nonostante sia ancora considerato dall'FBI uno dei terroristi più ricercati. Nel 2020 la Rete Haqqani contava circa 10.000 miliziani, per fare un paragone si tratta di circa il venti percento delle forze dei talebani, mentre l'ISIS-KHorasan si aggira intorno ai 5000 uomini.

La Rete Haqqani è anche il ramo dei Talebani più vicino ad alleanze con l'ISIS-Khorasan e in alcuni casi ha fatto da mediatore per l'organizzazione di attentati contro il regime sostenuto dagli USA caduto nel 2021. La pericolosità di questo gruppo è quindi concreta e non deve essere sottovalutata, anche se i media occidentali non le danno lo stesso risalto che viene dedicato ad al-Qaeda o allo Stato Islamico.



Fonti aggiuntive oltre a quelle citate nell'articolo: