2020/02/04

Able Danger: an interview with attorney Mark Zaid

by Hammer. An Italian translation is available here.

Military data mining project Able Danger is one of the grey areas surrounding the 9/11 attacks. To help shed some light on it, attorney Mark Zaid (who is Able Danger member Anthony Shaffer's attorney) accepted our proposal to answer some questions about it.

We would like to thank Mark Zaid for his kindness and willingness to help.


Undicisettembre: Did or didn't Able Danger identify Atta and three other hijackers when they were already in the USA?

Mark Zaid: Off the top of my head I do not recall that the assertions were beyond Atta, but certainly at least four members of the Able Danger team (three civil servants and one contractor) continued to claim that they had identified Atta and his photo was on a chart. Former Congressman Curt Weldon claimed he brought the chart to the White House but it was never located. Beyond their verbal statements, there was no other proof that I recall.


Undicisettembre: Could have 9/11 been avoided if Able Danger had been authorized to share its findings with the FBI?

Mark Zaid: My personal opinion is I highly doubt anything different would have occurred. As I understood what the chart reflected, there was no evidence that anyone on it was connected to criminal activity. It just meant there was some sort of associational relationship. Former Secretary of State Condoleezza Rice was on one of the charts dealing with Chinese espionage activity because of her work at Stanford. So while it is possible the FBI could have taken a closer look at those who were connected to the Blind Sheik, which is who I recall was claimed to be at the center of this particular chart, there is no indication that it would have led to the foiling of 9/11. But that is a question we will never have answered.


Undicisettembre: How come they did not share their information with the FBI? Who prevented them from doing this?

Mark Zaid: The Able Danger team claimed that Army lawyers prevented them from sharing the information with the FBI.

Able Danger: intervista all'avvocato Mark Zaid

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Il programma militare di data mining Able Danger è una delle zone grigie riguardo agli attentati dell'11/9. Per dare qualche chiarimento su questo argomento, l'avvocato Mark Zaid (che è l'avvocato del membro di Able Danger Anthony Shaffer) ha accettato la nostra proposta di rispondere ad alcune domande.

Ringraziamo Mark Zaid per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Puoi confermare che Able Danger ha identificato Atta e altri tre dirottatori quando erano già negli Stati Uniti?

Mark Zaid: A memoria non ricordo di aver sentito di altri oltre ad Atta, ma certamente almeno quattro membri del team di Able Danger (tre dipendenti pubblici e un fornitore) hanno continuato a sostenere di aver identificato Atta e che la sua foto era su uno dei grafici. L'ex membro del Congresso Curt Weldon ha affermato di aver portato il grafico alla Casa Bianca, ma non è mai stato individuato. Oltre alle loro dichiarazioni verbali, non c'erano altre prove che io ricordi.


Undicisettembre: L'11 settembre avrebbe potuto essere evitato se Able Danger fosse stato autorizzato a condividere le proprie scoperte con l'FBI?

Mark Zaid: La mia opinione personale è che dubito fortemente che sarebbe andata in modo diverso. Da ciò che ho capito che il grafico riportasse, non c'erano prove che le persone individuate fossero collegate ad attività criminali. Significava solo che c'era una sorta di relazione associativa. L'ex segretario di Stato Condoleezza Rice era in uno dei grafici relativi all'attività di spionaggio cinese a causa del suo lavoro a Stanford. Quindi, sebbene fosse possibile che l'FBI avrebbe fatto una verifica più da vicino sulle persone collegate a The Blind Sheik [Omar Abdel-Rahman, uno dei cospiratori dell'attentato al World Trade Center del 1993, N.d.T.], che secondo quanto dichiarato era al centro del grafico, non vi è alcuna indicazione che avrebbe portato a sventare l'11 settembre. Ma questa è una domanda a cui non avremo mai una risposta.


Undicisettembre: Perché non hanno condiviso le loro informazioni con l'FBI? Chi ha impedito loro di farlo?

Mark Zaid: Il team di Able Danger ha affermato che gli avvocati dell'Esercito [statunitense, N.d.T.] hanno impedito loro di condividere le informazioni con l'FBI.

2020/01/28

Able Danger: il programma di data mining per l'individuazione dei terroristi

di Hammer

Con il nome di Able Danger si identifica un programma militare condotto dallo United States Special Operations Command (il comando per le operazioni speciali controllato dal Dipartimento della Difesa) e dalla DIA (Defense Intelligence Agency) su richiesta degli Stati Maggiori Riuniti allo scopo di raccogliere informazioni sulle organizzazioni terroristiche e sui loro membri. Il programma utilizzava tecniche di data mining incrociando dati pubblicamente disponibili con altri secretati e in possesso dell'intelligence per identificare attività terroristiche.

Uno dei grafici sopravvissuti di Able Danger, reso più leggibile dal sito Intelwire.

La prima menzione pubblica dell'esistenza di Able Danger risale al 2005, quando il membro della Camera dei Rappresentanti Curt Weldon pubblicò il libro intitolato Countdown to Terror, nel quale scrisse che nel 2000 il programma aveva individuato Mohamed Atta, Marwan al-Shehhi, Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hazmi (la cosiddetta cellula di Brooklyn) come affiliati di al-Qaeda. Dopo la pubblicazione del libro, Weldon disse davanti alla Camera che Able Danger aveva individuato la cellula, ma fu impedito allo staff del programma di passare le informazioni all'FBI perché Atta era in possesso della green card e il Congresso ritenne che l'FBI non potesse fare azioni di forza contro qualcuno in possesso di tale autorizzazione per timore di ripercussioni sull'opinione pubblica simili a quelle causate dall'assedio di Waco.

Nel febbraio del 2006 Weldon ribadì in una conferenza stampa che Able Danger aveva individuato tredici volte attività sospette legate a Mohamed Atta prima dell'11/9 e citò un caso simile in cui il programma aveva segnalato possibili problemi (non meglio descritti) per la nave USS Cole nel porto di Aden, in Yemen, due settimane prima dell'attentato, ma anche in quel caso nessuna azione fu intrapresa. La testimonianza di Weldon fu riportata anche dal bimestrale Government Security News nell'agosto del 2005 e in quell'occasione Weldon aggiunse che i problemi riscontrati da Able Danger furono riportati anche alla commissione di inchiesta sull'11/9, che ignorò la segnalazione.

In risposta alle parole di Weldon, molti membri della commissione smentirono quanto detto dal membro del congresso. Timothy Roemer e John F. Lehman dissero entrambi di non essere stati messi a conoscenza dell'esistenza di Able Danger; Al Felzenberg smentì che la commissione avesse saputo di un'identificazione di Atta, e infine il presidente e il vicepresidente Thomas Kean e Lee Hamilton rilasciarono una dichiarazione secondo cui la commissione sapeva dell'esistenza di Able Danger ma nessuna delle informazioni in loro possesso indicava che il programma avesse individuato Mohamed Atta.

Ad aumentare la confusione su questo intricato caso Weldon dichiarò al Time di non essere più sicuro che Able Danger avesse identificato Atta e in quella dichiarazione aggiunse di non poterlo verificare, in quanto aveva consegnato l'unica copia che aveva del rapporto al vice consigliere per la sicurezza nazionale Steve Hadley. Lo stesso giorno dell'articolo del Time, il giornale del New Jersey The Record pubblicò un articolo del giornalista Mike Kelly in cui l'autore riportava di aver avuto una conversazione telefonica con un membro di Able Danger che confermò che il programma aveva individuato Atta e la cellula di Brooklyn ma che fu impedito loro dal governo di passare i dati all'FBI o alla polizia locale.

Pochi giorni dopo Weldon riprese l'argomento davanti alla Camera dei Rappresentanti, dapprima sottolineando le apparenti contraddizioni delle dichiarazioni dei membri della commissione e ribadendo quindi la sua posizione originale.

Weldon tornò sull'argomento un mese dopo, nel settembre del 2005, quando dichiarò all'Associated Press di essere entrato in contatto con un membro dello staff di Able Danger, di cui non fece il nome, che gli aveva comunicato che due anni prima dell'11/9 fu ordinato al programma di distruggere i dati in cui veniva menzionato Mohamed Atta. Tuttavia l'Associated Press raccolse anche il parere del portavoce del Pentagono Paul Swiergosz, che spiegò che la distruzione di quei dati rientrava nella normale procedura in base alla normativa vigente sui dati raccolti dall'intelligence.

Dopo le asserzioni di Weldon, il tenente Anthony Shaffer, uno dei membri del gruppo di Able Danger, partecipò come ospite alla trasmissione televisiva The Situation Room with Wolf Blitzer e in quella occasione si identificò come la fonte delle informazioni in possesso di Weldon. Aggiunse Shaffer che Able Danger aveva scoperto l'esistenza della cellula di Brooklyn nel settembre del 2000 e sostenne di aver tentato di avvisare l'FBI di quanto scoperto, ma i tre incontri in cui avrebbe dovuto riferire i dettagli furono bloccati dai legali del Dipartimento della Difesa. Shaffer aggiunse anche di averne riferito alla 9/11 Commission, ma che la sua testimonianza non finì nella stesura finale del rapporto. La versione di Anthony Shaffer venne corroborata dalle testimonianze di altri membri del programma, quali il capitano della marina Scott Phillpott e il fornitore esterno James Smith; inoltre il maggiore Erik Kleinsmith confermò di aver distrutto i dati raccolti da Able Danger.

Il Dipartimento della Difesa avviò un'indagine, i cui risultati furono resi pubblici l'1 settembre del 2005; l'indagine individuò tre ex membri del programma che confermarono di aver visto un diagramma creato con i dati raccolti dal programma che mostrava una foto di Mohamed Atta. Tuttavia non fu possibile produrne l'evidenza, probabilmente perché i documenti erano stati distrutti.

Anthony Shaffer

Una probabile ipotesi che fu avanzata per spiegare perché Able Danger non riuscì a fermare Mohamed Atta è quella nota come "Two Attas Theory", secondo cui il Mohamed Atta individuato dal programma non era il dirottatore del volo American Airlines 11 ma un altro terrorista vicino a Omar Abdel Rahman (uno dei cospiratori dell'attentato al World Trade Center del 1993, più noto come The Blind Sheikh), chiamato Mohamed el-Amir e quindi parzialmente omonimo di Atta, il cui nome per esteso era Mohamed Mohamed el-Amir Awad el-Sayed Atta. Tuttavia l'ipotesi è ovviamente molto debole, perché l'uomo individuato da Able Danger si chiama Atta e non el-Amir; inoltre questa teoria non dà alcuna spiegazione sull'individuazione degli altri terroristi.

Il 21 settembre 2005 il il Comitato Giudiziario del Senato condusse delle audizioni su Able Danger, ma in quell'occasione Shaffer non fu ammesso a testimoniare. Al suo posto fu ricevuto dal comitato l'avvocato Mark Zaid, il quale nel suo discorso spiegò brevemente cosa fosse Able Danger e confermò che il programma aveva individuato quattro dirottatori, tra cui Atta, come associati di The Blind Sheik, ma non era entrato in possesso di informazioni sufficienti per asserire che i quattro si trovassero negli Stati Uniti. Zaid aggiunse che le informazioni raccolte da Able Danger non bastavano a lasciar supporre che fosse in corso la pianificazione di un attentato su larga scala sul suolo americano. Nella stessa occasione testimoniò anche Erik Kleinsmith, a cui fu chiesto se tali dati avrebbero potuto prevenire l'11/9; il maggiore rispose che probabilmente sarebbero stati utili.

Nel 2006 anche il Dipartimento della Difesa condusse un'indagine su Able Danger. La commissione interrogò quattro ex membri di Able Danger che avevano sostenuto di aver identificato Mohamed Atta e ravvisò numerose contraddizioni nei racconti. Nel rapporto finale la commissione sostenne che il programma non aveva individuato nessuno dei terroristi che avrebbero compiuto gli attentati dell'11/9 e che a nessuno dei membri dello staff fu negata la possibilità di riferire le proprie scoperte all'FBI.

Se le indagini ufficiali chiarirono che Able Danger non raccolse informazioni che avrebbero potuto fermare i dirottatori in anticipo, le polemiche sull'argomento non si fermarono con la pubblicazione dei rapporti delle inchieste. Alcuni testimoni, tra cui proprio Anthony Shaffer, sostennero infatti anni dopo che l'Ispettore Generale del Dipartimento della Difesa distorse le loro parole e che la commissione ignorò molte delle informazioni da loro fornite.

Nel 2010 Shaffer pubblicò un libro intitolato Operation Dark Heart, in cui narrava la propria versione dei fatti; tuttavia poco dopo la pubblicazione l'editore St. Martin ricomprò tutte le 9.500 copie stampate e le distrusse su richiesta del Pentagono. Da allora il libro è stato ristampato più volte, ma solo in versioni censurate.

È quindi ad oggi molto difficile stabilire quale sia la verità in questa intricatissima vicenda. Le informazioni disponibile su Able Danger sono talmente confuse che non è facile capire se davvero i dati raccolti dal programma avrebbero potuto prevenire gli attentati. Quello di Able Danger è sicuramente uno dei lati meno chiari, e meritevoli di indagine, di quanto accaduto l'11 settembre del 2001.

2020/01/07

Pentagon: an interview with former Arlington police officer Isaac Betancourt

by Hammer. An Italian translation is available here.

Today we offer our readers the personal account of former Arlington police officer Isaac Betancourt who was deployed to the scene at the Pentagon after the crash of the plane.

We would like to thank Isaac Betancourt for his kindness and willingness to help.


Undicisettembre: First of all, what was your job in 2001?

Isaac Betancourt: I was working patrol at the time for the Arlington County Police Department, I was a regular police officer in a police car responding to calls and so forth. Hostage negotiation was my specialty; in every Police Department in the United States it is an extra job, like a part time job.


Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on 9/11?

Isaac Betancourt: That day, before the plane crashed into the Pentagon, I had been working nights. I lived in an area called Crystal City, in Arlington and right next to the Pentagon. I was already home and when the plane hit the Pentagon I was almost ready to go to bed; my sister called me and said “A plane just hit the Pentagon!” I looked outside the window and saw the smoke. I immediately got in my police car and I went to the scene.

There was chaos everywhere, there were cars, traffic jams, people panicking. For a few minutes I saw a congestion in one of the intersections and an ambulance was coming, so I stopped to allow the ambulance to pass by and then I proceeded to the Pentagon, and once I got there I remember there were parts of the plane everywhere. A big wheel had hit a construction trailer that was there and made a hole in it.

Firemen were trying to put the fire out and all of a sudden one of the FBI agents told us to run away because they thought another plane was coming. We started running away and he waved his hands to stop us and he said “No, it just crashed in Pennsylvania.”

All my colleagues of Arlington County Police started showing up. I was at the security post making sure that nobody unannounced would come in.

Later on they moved me outside of the post to “395”, the highway that overlooks the Pentagon, to move the people away from there, because at the time we didn’t know what was going on. We feared a sniper might be looking over so people there might have been unsafe. I stayed there till the next morning.

The next morning I needed to use the restroom and I said on the radio: “Hey guys, I’m over here at this post, can anyone come over so that I can use the restroom?” And they said “Where are you?” I said “Where you sent me yesterday, at the 395 post.” They said “We don’t have you on the list, we forgot that you were there.” So they forgot about me and they found out after twentyfour hours, only because I waited before asking to go to the restroom, because it seemed like a minor thing compared to all that was going on. So on the debriefing they reported that one of the things they had to be conscious of is where you send your people.


Undicisettembre: What happened to you on the next days?

Isaac Betancourt: I was assigned there everyday. They divided us into two teams: one team was recovery and the second team was security. I was in the security part, so I was not exposed as much as the recovery team which was in the midst of it. They were looking for belongings of people on the plane and I was hearing stories of what they found. During this period many people from the United States came to help, even people who were not authorized to come and I was the one who had to turn them away because if you were not authorized to be there, you could not go into the scene. But a lot of people came trying to help.


Undicisettembre: While you were there was anyone having doubts that a plane had hit the Pentagon?

Isaac Betancourt: No. Because everybody had seen what had happened. I heard it years later, but not in those days.


Undicisettembre: In your opinion how does 9/11 affect the everyday work of law enforcement agencies even today?

Isaac Bentancourt: Everything changed. Before 9/11 life was more relaxed, after 9/11 every day there was a threat call and you don’t even hear them anymore. As time goes by we are relaxing, and it’s natural for a society to do that. But even when I go to the airport things changed a lot since 2001.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

Isaac Betancourt: At the beginning anytime I heard a plane sound, and my area of patrol was around the Pentagon, it made me think maybe it was going to strike the Pentagon. Then it got better and now only when I really think about it, like on the anniversary, I feel sad. And let me tell you why I feel sad: it’s because when I got there I felt there was nothing I could do for them. I was powerless. My job was to protect people, but there was nothing I could do for them because it was too late.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories according to which 9/11 was an inside job?

Isaac Betancourt: I think it’s easy for somebody who wasn’t there to come up with these theories, which are only based on skepticism towards the system who should create this huge machine. About 9/11 I know what I saw and there’s no way it was made up. Conspiracy theories are spreading lies, the government did not make it happen.


Undicisettembre: What’s your reaction when you hear them?

Isaac Betancourt: I turn it into a teaching moment, because I’m lucky that I’m able to tell them what happened, because I was there. I don’t expect that their minds to change, but I think I give them a truthful thought to think about.


Undicisettembre: What do you think of security today? Is the nation safer than in 2001?

Isaac Betancourt: Yes. A lot of things changed regarding not only what we see. I was in the military also and I went to war and I see how the military operates. I don’t think the US is only protecting in the public eye but also in the private, there’s a lot of things going on people don’t hear about to prevent that from happening again.

If you look at the American history and you think of Pearl Harbor, the US did a great job to make Pearl Harbor not repeat itself, and with 9/11 they did the same.

Pentagono: intervista all'ex agente della polizia di Arlington Isaac Betancourt

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Offriamo oggi ai nostri lettori il racconto personale dell'ex agente della polizia di Arlington Isaac Betancourt che fu inviato sulla scena al Pentagono dopo lo schianto dell'aereo.

Ringraziamo Isaac Bentancourt per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Come prima cosa, che lavoro facevi nel 2001?

Isaac Betancourt: All'epoca lavoravo come agente pattuglia per il dipartimento di polizia della contea di Arlington, ero un normale ufficiale di polizia con un'auto della polizia che rispondeva alle chiamate e così via. La mia specialità era la negoziazione degli ostaggi; in tutti i dipartimenti di polizia degli Stati Uniti è un lavoro extra, come un incarico part-time.


Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto l'11 settembre?

Isaac Betancourt: Quel giorno, prima che l'aereo si schiantasse contro il Pentagono, avevo fatto il turno di notte. Vivevo in una zona chiamata Crystal City, ad Arlington e proprio accanto al Pentagono. Ero già a casa e quando l'aereo colpì il Pentagono ero quasi pronto per andare a letto; mia sorella mi chiamò e mi disse "Un aereo ha appena colpito il Pentagono!" Guardai fuori dalla finestra e vidi il fumo. Salii subito sulla mia macchina della polizia e andai sulla scena.

C'era caos ovunque, c'erano macchine, ingorghi, gente in preda al panico. Per alcuni minuti vidi una congestione a uno degli incroci e stava arrivando un'ambulanza, quindi mi fermai per consentire all’ambulanza di passare e poi proseguii verso il Pentagono, e una volta arrivato ricordo che c'erano parti dell'aereo ovunque. Una grande ruota aveva colpito un container che era lì e aveva fatto un buco.

I pompieri stavano cercando di spegnere l'incendio e all'improvviso uno degli agenti dell'FBI ci disse di scappare perché pensavano che stesse arrivando un altro aereo. Iniziammo a scappare e quindi ci richiamò per fermarci e disse "No, si è appena schiantato in Pennsylvania".

Iniziarono ad arrivare tutti i miei colleghi della polizia della contea di Arlington. Ero nel gabbiotto delle guardie e mi assicuravo che nessuno entrasse senza autorizzazione.

Più tardi mi spostarono alla guardiola della "395", l'autostrada che affianca il Pentagono, per allontanare la gente da lì, perché al momento non sapevamo cosa stesse succedendo. Temevamo che un cecchino potesse sparare sulla folla e che le persone non fossero al sicuro. Rimasi lì fino al mattino dopo.

La mattina dopo dovetti andare in bagno e dissi alla radio: "Ehi ragazzi, sono qui alla guardiola, qualcuno può venire in modo che io possa andare in bagno?" Mi risposero "Dove sei?" Dissi "Dove mi avete inviato ieri, alla guardiola della 395". Dissero "Non ti abbiamo in elenco, ci siamo dimenticati che eri lì." Si erano dimenticati di me e lo scoprirono dopo ventiquattro ore, solo perché ho aspettato prima di chiedere di andare in bagno, perché sembrava una cosa di poca importanza rispetto a tutto quello che stava succedendo. Quindi durante il debriefing riportarono che una delle cose di cui dovevano essere consapevoli era dove mandavano il personale.


Undicisettembre: Cosa ti è successo nei giorni successivi?

Isaac Betancourt: Fui assegnato lì tutti i giorni. Ci divisero in due squadre: una squadra faceva soccorso e la seconda sicurezza. Io ero nella parte della sicurezza, quindi non sono stato in prima linea come il team di soccorso. Loro cercavano effetti personali di passeggeri dell'aereo e sentivamo le storie di ciò che trovavano. Durante questo periodo molte persone da ogni parte degli Stati Uniti vennero per dare aiuto, anche persone che non erano autorizzate e le dovetti respingere perché se non erano autorizzati non potevano andare sulla scena. Ma molti vennero per cercare di aiutare.


Undicisettembre: Mentre eri lì c'era qualcuno che dubitava che un aereo avesse colpito il Pentagono?

Isaac Betancourt: No. Perché tutti avevano visto cosa era successo. Sentii questa storia anni dopo, ma non in quei giorni.


Undicisettembre: Secondo te in che modo l'11 settembre influisce sul lavoro quotidiano delle forze dell'ordine anche oggi?

Isaac Bentacourt: Tutto è cambiato. Prima dell'11 settembre la vita era più rilassata, dopo l'11 settembre ogni giorno c'era una minaccia e non ci facevi neanche più caso. Con il passare del tempo ci stiamo rilassando ed è naturale che una società lo faccia. Ma anche quando vado in aeroporto le cose sono cambiate molto dal 2001.


Undicisettembre: In che modo l'11 settembre influisce sulla tua vita quotidiana?

Isaac Betancourt: All'inizio ogni volta che sentivo un suono di aereo, e la mia area di pattuglia era attorno al Pentagono, pensavo che forse avrebbe colpito il Pentagono. Poi la situazione è migliorata e ora solo quando ci penso davvero, come in occasione dell'anniversario, mi sento triste. E ti dico perché mi sento triste: è perché quando arrivai lì sentii che non c'era nulla che potessi fare. Ero impotente. Il mio compito era proteggere le persone, ma non c'era nulla che potessi fare per loro perché era troppo tardi.


Undicisettembre: Cosa ne pensi delle teorie della cospirazione secondo cui l'11 settembre sarebbe stato un inside-job?

Isaac Betancourt: Penso che sia facile per qualcuno che non era lì elaborare queste teorie, che si basano solo sullo scetticismo nei confronti del sistema che dovrebbe creare questa enorme macchinazione. Sull'11 settembre so cosa ho visto e sicuramente non è stata una messinscena. Le teorie della cospirazione diffondono bugie, non è stato il governo.


Undicisettembre: Qual è la tua reazione quando le senti?

Isaac Betancourt: Lo trasformo in un momento di insegnamento, perché ho la fortuna di poter spiegare cosa è successo, perché ero lì. Non mi aspetto che cambino idea, ma penso di dar loro un pensiero veritiero su cui riflettere.


Undicisettembre: Cosa ne pensi della sicurezza oggi? La nazione è più sicura che nel 2001?

Isaac Betancourt: Sì. Molte cose sono cambiate non solo in ciò che il pubblico vede. Ero nell'esercito e sono andato in guerra e vedo come funziona l'esercito. Non credo che gli Stati Uniti si stiano proteggendo solo agli occhi del pubblico, ma anche in ciò che il pubblico non vede, ci sono molte cose che vengono fatte per evitare che accada di nuovo di cui la gente non sente parlare.

Se guardi alla storia americana e pensi a Pearl Harbor, gli Stati Uniti hanno fatto un ottimo lavoro per evitare che Pearl Harbor si ripetesse, e con l'11 settembre hanno fatto lo stesso.

2019/12/16

Garrett M. Graff - The Only Plane in The Sky: The Oral History of 9/11

di Hammer

In occasione del diciottesimo anniversario degli attentati dell'11/9, il giornalista Garrett Graff ha pubblicato il volume The Only Plane in The Sky: The Oral History of 9/11, in cui ricostruisce gli eventi drammatici di quel giorno attraverso i racconti in prima persona di testimoni, sopravvissuti, soccorritori, di chi ha perso i propri congiunti negli attentati e di persone coinvolte negli attacchi a vari livelli, come gli insegnanti di una scuola di Arlington.

Il libro di Graff costituisce davvero un lavoro monumentale, avendo raccolto centinaia di contributi che offrono uno spaccato completo e toccante dello svolgimento di quei tragici attentati. Grazie ai racconti raccolti da Graff riviviamo infatti le emozioni di chi si è trovato a dover evacuare dalle Torri Gemelle e dal Pentagono in fiamme, dei soccorritori che sono stati chiamati a intervenire e anche di chi ha assistito inerme allo svolgersi degli eventi.

Oltre a raccontare i fatti che si sono svolti nelle tre zone del disastro, narrati anche in numerosi altri libri e documentari, Graff ha raccolto testimonianze più rare come quelle dei controllori di volo, del personale del NORAD, di quello presente nel Presidential Emergency Operations Center (struttura interrata della Casa Bianca utilizzata come centro di comando in caso di emergenze nazionali), dei medici e degli infermieri che accolsero i feriti negli ospedali e di chi era presente sull'Air Force One (come personale della stampa, collaboratori del Presidente e ufficiali dello United States Secret Service) che volava in una zona mai precisamente chiarita al pubblico sul Golfo del Messico. Inoltre, Graff riporta le testimonianze anche di personalità di spicco come Dick Cheney, Condoleezza Rice, Richard Clarke e Rudy Giuliani, che servono a chiarire come l'evento fosse completamente imprevedibile anche per le autorità che dovettero prendere decisioni mai prese prima su come fronteggiare la crisi.

Il libro di Graff è quindi prezioso non solo perché approfondisce i fatti ampiamente noti, ma anche perché racconta aspetti meno conosciuti degli attenti, come ciò che è accaduto nel pomeriggio al World Trade Center e al Pentagono per la gestione della situazione e anche l'intervento dei soccorritori a Shanksville che hanno rinvenuto sul luogo dello schianto solo i frammenti dell'aereo e nessun ferito da soccorrere.

The Only Plane in The Sky: The Oral History of 9/11 è ad oggi uno dei migliori libri mai pubblicati sull'11/9, proprio per la sua completezza e per aver approfondito aspetti che spesso non vengono messi in luce. Garret Graff deve sicuramente essere encomiato per il suo sforzo e per il risultato della sua ricerca che aggiunge una pietra miliare utile a preservare la memoria di quanto avvenuto in quei tragici momenti.

2019/12/02

L'incendio al World Trade Center del 1975

di Hammer

Ventisei anni prima dell'11/9 e diciotto anni prima dell'attentato del 1993, il World Trade Center fu colpito da un incendio all’undicesimo piano della Torre Nord il 13 febbraio del 1975, in quello che fu il primo grave incidente occorso al complesso fino ai due attentati terroristici.


Di questo evento parla il libro Tall Building Criteria and Loading, scritto nel 1980 dal progettista delle Torri Gemelle, Leslie Robertson, insieme all'ingegnere giapponese Takeo Naka. Secondo quanto riportato, intorno alle 23:45 un facchino si accorse del fuoco all'undicesimo piano e attivò manualmente l'allarme. La squadra dei pompieri arrivò sulla scena e salì con il montacarichi fino al nono piano, i vigili del fuoco collegarono i tubi agli idranti al decimo piano per poi salire lungo le scale per affrontare l'incendio al piano superiore.

Arrivati all'undicesimo piano, si accorsero che il fuoco si era esteso al piano inferiore e ai piani superiori fino al sedicesimo, passando lungo le condutture per i cavi telefonici; tuttavia agli altri piani i danni furono limitati alle condutture dei cavi e le fiamme non raggiunsero gli uffici. I pompieri impiegarono tre ore a spegnere le fiamme. Inoltre incendi isolati furono trovati al nono e al diciannovesimo piano e furono spenti senza problemi.

Al tempo le condutture per i cavi non erano dotate di protezioni ignifughe e i palazzi stessi non avevano un impianto antincendio ad acqua, in quanto la Port Authority di New York e New Jersey non era tenuta a rispettare le norme di sicurezza locali. Inoltre il sistema di rilevamento del fumo, che pure era presente, non rilevò l'incendio prima che se ne accorgesse il facchino.

Al momento dell'incidente gli unici occupanti dell'edificio erano del personale delle pulizie e di servizio, che furono fatti evacuare; otto di loro dovettero essere curati per ferite o per esposizione al fumo. Dei 132 pompieri coinvolti, 28 rimasero feriti e 16 dovettero essere curati sul posto. Il capitano dei pompieri Harold Kull riferì in seguito che data la violenza dell'incendio, tutti gli uomini della sua squadra riportarono bruciature al collo e all'orecchio; inoltre il calore sprigionato fu sufficiente a causare l'imbarcamento di parte della soletta dell'undicesimo piano, che rimase danneggiato al 21%.

Il dipartimento dei vigili del fuoco chiarì subito che l'incendio era doloso: un piromane aveva imbottito di carta un quadro tecnico dell'apparato telefonico e aveva dato fuoco alla carta stessa. A conferma dell'ipotesi, alcuni giorni dopo la polizia della Port Authority e la Temco Industries (società incaricata della manutenzione dei palazzi) ricevettero telefonate anonime che minacciavano altri incendi se i lavoratori della Temco non avessero ricevuto i pagamenti arretrati che la società doveva loro.

Nella notte del 19 maggio dello stesso anno una nuova serie di incendi scoppiò nella Torre Sud: al ventiseiesimo, ventisettesimo, ventottesimo e trentaduesimo piano. In seguito a questo secondo atto di incendio intenzionale, il dipartimento dei vigili del fuoco, grazie alla presenza di due comandanti sotto copertura come addetti alle pulizie, riuscì a individuare il responsabile di entrambi gli atti nel diciannovenne Oswald Adorno, che lavorava come guardiano notturno alle dipendenze della Temco. Adorno ammise la propria colpevolezza e aggiunse che il motivo dell'assurdo e reiterato gesto stava nel non vedere opportunamente riconosciuto dall'azienda il proprio lavoro faticoso, in quanto l'uomo riteneva di essere responsabile di troppi piani dell'edificio.

Il rapporto del NIST sul crollo delle Torri Gemelle spiega che in seguito ai due incidenti la Port Authority avviò uno studio per il miglioramento della sicurezza negli edifici e questo portò all'installazione di porte tagliafuoco attivate da elettromagneti, al potenziamento del sistema di allarme e di quello di rilevazione dei fumi. Inoltre furono isolate maggiormente le scale, in modo che il fumo non potesse invaderle, e fu migliorata l'aerazione del core che, nel caso dell'incendio causato da Adorno, aveva funzionato come un camino, portando il fumo nei piani superiori, al punto che anche persone oltre il quarantesimo piano riferirono di aver sentito l'odore del fumo. Tra i miglioramenti introdotti ci fu ovviamente l'installazione di un sistema antincendio, che fu completato solo nel 1993.

Purtroppo tutte le contromisure prese non bastarono contro lo sfacelo causato dai terroristi l'11 settembre 2001: a riprova del fatto che l'orrore di quella mattina superò abbondantemente le peggiori previsioni dei progettisti e di chi doveva garantire la sicurezza degli edifici.