2018/05/14

L'Habbush memo: il documento artefatto che proverebbe i legami tra al Qaeda e l'Iraq

di Hammer

Il 13 dicembre del 2003, giorno della cattura di Saddam Hussein, il quotidiano londinese The Daily Telegraph pubblicò un articolo del famoso giornalista Con Coughlin secondo cui la redazione del giornale aveva ricevuto da fonti irachene non meglio specificate una nota manoscritta inviata da Tahir Jalil Habbush al-Tikriti, ex capo dell'intelligence irachena, al presidente Saddam Hussein.

La nota, datata 1 luglio 2001, riportava che Mohamed Atta aveva partecipato a un addestramento a Baghdad nell'estate del 2001 (quindi, ragionevolmente, pochi giorni prima della stesura del testo stesso) tenuto dal noto terrorista palestinese Abu Nidal (organizzatore, tra gli altri attentati, dell'attacco contro i banchi del check-in delle compagnie aree TWA ed El Al negli aeroporti di Vienna e Roma il 27 dicembre del 1985). Al-Tikriti, nel testo, loda la dedizione di Atta e le sue doti di leader del gruppo che aveva l'incarico di distruggere importanti obiettivi.

La seconda parte del testo menziona anche un carico di uranio che l'Iraq avrebbe ricevuto via nave dal Niger, facendo implicito riferimento al presunto programma di Saddam Hussein di sviluppare armi nucleari, argomento che il presidente George Bush aveva menzionato nel proprio discorso sullo stato dell'unione del 2003. La lettera in questione è nota come Habbush memo, dal nome del presunto autore.

Un secondo articolo dello stesso quotidiano e ancora di Coughlin, autore anche della biografia del leader iracheno Saddam: King of Terror del 2002, riporta maggiori dettagli sulla lettera insieme al commento dello stesso Coughlin secondo cui il documento proverebbe l'esistenza di legami tra il regime di Saddam Hussein e i dirottatori dell'11/9 e che il governo iracheno stava conducendo un piano per la produzione di armi di distruzione di massa.

L'articolo menziona anche un precedente ritrovamento di documenti nella sede di Baghdad dei servizi segreti iracheni che menzionerebbero un incontro avvenuto nel 1998 in Iraq tra un inviato di al Qaeda ed esponenti del governo. L'incontro avrebbe avuto successo, al punto che anche bin Laden stava pianificando un viaggio nello stato di Saddam Hussein.

Intervistato dalla trasmissione televisiva Meet The Press il giorno stesso della pubblicazione del primo articolo, Coughlin disse di aver ricevuto la lettera di al-Tikriti da un esponente del governo ad interim iracheno, di cui non rivelò il nome, aggiungendo che il documento stesso era stato autenticato e che la grafia era proprio quella di al-Tikriti (argomento sul quale negli articoli sul Telegraph era stato più cauto sostenendo invece che non fosse possibile asserire con sicurezza che il documento fosse autentico).

Pochi giorni dopo la pubblicazione dei due articoli, il settimanale americano Newsweek pubblicò un pezzo di Michael Isikoff in cui sollevava alcuni ragionevoli dubbi sul memo e sul suo contenuto. Anzitutto, riporta l'articolo, l'FBI aveva verificato minuziosamente gli spostamenti di Atta e risultava che nel periodo in cui avrebbe dovuto svolgersi l'addestramento a Baghdad, il terrorista si trovava invece negli Stati Uniti. Inoltre anche l'Iraqi National Congress (partito politico iracheno di opposizione fondato con il supporto dell'amministrazione americana nel 1992), che aveva sempre sostenuto che ci fossero legami tra Saddam Hussein e al Qaeda, aveva avanzato forti dubbi sull'autenticità della lettera. L'articolista di Newsweek aveva anche interpellato Coughlin sull'autenticità del memo, ma il giornalista inglese aveva risposto che la redazione del suo giornale non aveva modo di verificare l'autenticità del testo.

Un'altra indagine sull'Habbush memo fu condotta dal giornalista Ron Suskind nel libro The Way of the World, pubblicato il 5 agosto del 2008. Secondo Suskind la lettera sarebbe un falso realizzato appositamente dalla CIA e dalla Casa Bianca; l'autore scrive che la CIA aveva intenzione di far scrivere la lettera dallo stesso Habbush, il quale si rifiutò. Visto il diniego dell'iracheno, l'agenzia decise quindi di realizzare un falso. Suskind cita come proprie fonti Robert Richer e George Tenet della CIA e Nigel Inkster dell'MI6. Tutti e tre hanno però in seguito smentito di aver asserito quanto riportato da Suskind nel suo libro.

Tenet ammise che l'amministrazione Bush fece pressioni alla CIA affinché l'agenzia dipingesse i legami tra al Qaeda e l'Iraq in modo superiore a quanto emergeva dalle evidenze in suo possesso, ma smentì di aver appositamente creato un documento falso. La CIA prese anche una posizione pubblica e ufficiale, smentendo di aver ricevuto una richiesta di fabbricazione del documento.

Anche Nigel Inkster intervenne di nuovo sull'argomento, confermando di aver parlato con Suskind ma di aver detto al giornalista di non essere nella posizione di commentare l'Habbush memo perché non era a conoscenza dei dettagli dell'accaduto.

Due giorni dopo la pubblicizzazione del libro di Suskind, Philipp Giraldi, ex funzionario della CIA specialista di antiterrorismo, scrisse in un articolo su The American Conservative che alcune sue fonti confermavano quanto scritto da Suskind riguardo al fatto che la Casa Bianca aveva ordinato la realizzazione di un falso memo. Tuttavia Suskind sarebbe caduto in errore su chi era stato incaricato di realizzare il falso, in quanto questo non fu commissionato alla CIA ma all'Office of Special Plans (unità del Pentagono che visse per soli dieci mesi e che aveva il compito di fornire dati grezzi di intelligence sull'Iraq al Presidente), al tempo era diretto da Douglas Feith, che nel 2003 ricopriva anche l'incarico di Sottosegretario alla Difesa per la politica militare.

Ayad Allawi
L'8 agosto del 2008, un articolo di Joe Conason sulla rivista online Salon propose un interessante indizio a sostegno della teoria di Suskind, scagionando al contempo Coughlin da possibili accuse di aver partecipato a una falsificazione. L'autore identifica Ayad Allawi (che al tempo presiedeva il governo ad interim iracheno) come la fonte che aveva passato il documento originale a Coughlin aggiungendo che l'iracheno aveva visitato la sede della CIA a Langley pochi giorni prima del primo articolo del Telegraph sull'argomento.

Circa dieci giorni dopo la pubblicazione del volume di Suskind, lo stesso Coughlin tornò sull'argomento con un articolo fortemente critico nei confronti di Suskind nel quale confermava che Allawi fosse la fonte che gli aveva consegnato il documento ma che lo aveva incontrato a Baghdad nel novembre del 2003. Nel testo Coughlin ribadisce con forza che la CIA non ebbe alcun ruolo nel produrre il memo.

Al contempo il presidente del Comitato Giudiziario degli Stati Uniti (ente interno alla Camera dei Rappresentanti preposto a supervisionare l'amministrazione della giustizia) annunciò di aver commissionato al proprio staff un'indagine per verificare le ipotesi avanzate da Ron Suskind, nell'ambito di un'indagine più ambia sugli abusi dell'amministrazione Bush con particolare riferimento alla volontà di una guerra preventiva contro il regime di Saddam Hussein. In riferimento all'Habbush memo, però, la commissione concluse che, nonostante il documento sembrasse effettivamente un falso, non era stato possibile verificare chi lo avrebbe commissionato.

Ad oggi i contorni di questa vicenda restano molto fumosi. Non è noto chi abbia realizzato il memo, in che circostanza e perché. Non è chiaro che ruolo abbiano avuto la Casa Bianca e la CIA. Anche questa rientra tra le zone grigie dell'11/9, che non c'entrano nulla con le sciocchezze che ripetono i complottisti da più di un decennio.

2018/04/16

Il presunto incontro a Praga tra Mohamed Atta e il console iracheno

di Hammer

Nei giorni successivi agli attentati dell'11/9 si diffuse sulla stampa e all'interno dell'amministrazione USA la notizia secondo cui Mohamed Atta, leader del commando suicida, avrebbe nell'aprile del 2001 incontrato a Praga il console iracheno, e presunto agente dell'IIS (il servizio segreto iracheno), Ahmad Samir al-Ani. La notizia venne pubblicata per la prima volta dalla Reuters il 18 settembre del 2001, in un articolo che però non cita in quale città sarebbe avvenuto l'incontro e che non specifica da che fonte l'agenzia di stampa abbia ottenuto l'informazione. Lo stesso giorno la notizia, con gli stessi contenuti vaghi, fu riportata dall'Associated Press.

Il 20 ottobre del 2001 il New York Times pubblicò un articolo in cui smentiva che ci fosse evidenza di un incontro tra Atta e un esponente del governo iracheno a Praga, citando come fonte della smentita stessa il ministro dell'interno ceco Stanislav Gross e il deputato Petr Nečas; ma una settimana dopo il medesimo quotidiano scrisse invece che proprio Gross aveva asserito in una conferenza stampa che Atta aveva incontrato al-Ani nella capitale ceca l'8 aprile del 2001 e che il console sarebbe poi stato espulso per aver svolto attività non inerenti al suo mandato. In seguito emerse che l'attività sospetta svolta da al-Ani riguardava la pianificazione di un attentato contro la sede di Praga dell'emittente radiofonica americana Radio Free Europe, che al tempo si trovava nell'ex palazzo dell'Assemblea Federale.

Il 9 dicembre del 2001 Dick Cheney confermò in un'intervista alla trasmissione televisiva Meet The Press che il governo riteneva che Atta fosse stato a Praga nel mese di aprile e che vi incontrò un esponente del governo iracheno (curiosamente Cheney parla di Cecoslovacchia e non di Repubblica Ceca, incappando in un errore storico tanto grossolano quanto ingiustificabile). In seguito l'amministrazione Bush usò il presunto incontro tra Atta e al-Ani come uno dei pretesti per giustificare l'invasione dell'Iraq.

In realtà, nonostante l'apparente sicurezza di Cheney, il fatto che Atta si sia incontrato con al-Ani restava del tutto aneddotico. Infatti nel corso nel 2002 si susseguirono una serie di indagini giornalistiche che giunsero alle conclusioni più varie. Il 15 maggio il Washington Post scrisse che il primo ministro e il presidente cechi avevano messo in dubbio le parole di Gross, sostenendo che non vi era certezza che l'incontro fosse avvenuto e che questo, quand'anche venisse dato per certo, non aveva come argomento della discussione l'attentato che si sarebbe svolto l'11/9 ma la pianificazione di un attacco terroristico a Praga. Il 5 giugno The Prague Post riportò le parole dell'inviato ceco alle Nazioni Unite Hynek Kmoníček, secondo cui invece l'incontro ebbe luogo.

Il 20 ottobre un nuovo articolo del New York Times riportò che il presidente ceco Vaclav Havel aveva informato ufficialmente la Casa Bianca che non vi era alcuna evidenza di un incontro a Praga tra Atta e al-Ani. Tuttavia due giorni dopo un portavoce del presidente Havel smentì quanto scritto dal New York Times sostenendo che si trattasse di una notizia inventata.

Parallelamente a quelle giornalistiche, vennero condotte numerose indagini ufficiali per verificare la circostanza. Come riportato nel libro The One Percent Doctrine di Ron Suskind del 2006, il 19 settembre del 2001 Dick Cheney chiese a George Tenet, all'epoca direttore della CIA, di indagare su questo fatto. Tenet rispose a Cheney due giorni dopo, il 21 settembre, comunicando al vicepresidente che il loro ufficio di Praga era estremamente scettico sulla possibilità che Atta vi avesse incontrato al-Ani: dalle telefonate e dalle operazioni della carta di credito di Atta risultava infatti che in quel periodo il terrorista si trovasse negli Stati Uniti. Anche il rapporto della CIA Iraqi Support for Terrorism del gennaio 2003 riportò che ci fossero grossi dubbi sul fatto che un tale incontro avesse avuto luogo. Lo stesso Tenet confermò al Comitato delle Forze Armate del Senato che, sebbene non fosse possibile escluderlo con assoluta certezza, la CIA riteneva altamente improbabile che Atta avesse incontrato al-Ani a Praga.

Anche l'FBI condusse un'indagine analoga e giunse alle stesse conclusioni della CIA: cioè che dopo aver verificato tutte le attività di Atta di quel periodo non ci fosse motivo di credere che questi fosse uscito dagli USA nell'aprile del 2001.

Del fatto si occupò, ovviamente, anche la commissione d'inchiesta sull'11/9 che nel 9/11 Commission Report dedicò all'argomento una sezione apposita nella quale scrisse che le voci sul presunto incontro tra il terrorista e il console si basavano su una singola fonte dei servizi segreti cechi, ma la loro indagine portò a ritenere che Atta fosse negli USA in quella settimana. La commissione concluse che se Atta fosse andato a Praga in quei giorni, avrebbe dovuto viaggiare sotto falso nome, cosa che il dirottatore non aveva fatto in nessun'altra occasione.

Anche la polizia e l'intelligence ceche indagarono l'accaduto e già nel dicembre del 2001 il capo della polizia smentì che ci fossero evidenze dell'incontro tra i due. L'articolo del Telegraph che riporta la notizia aggiunge anche un dettaglio importate che può spiegare questo enorme equivoco: un uomo della comunità araba di Praga sostenne di aver più volte visto al-Ani insieme a un venditore d'auto iracheno (che gli aveva venduto delle automobili) che somigliava molto ad Atta, e quindi l'anonimo informatore dei servizi segreti cechi potrebbe aver scambiato il venditore d'auto per il terrorista. Nell'agosto del 2002 anche il capo dell'intelligence esterna ceca confermò che non ci fossero prove dell'incontro e che l'ipotesi era estremamente implausibile. Nel 2014 l'ex capo dell'intelligence interna rivelò nella sua autobiografia un altro dettaglio fondamentale: secondo quanto scrive, gli USA fecero pressioni sul governo ceco affinché questo confermasse l'incontro a Praga tra Atta e il console per giustificare l'invasione dell'Iraq.


Oltre alla somiglianza con il venditore di automobili, un altro evento può aver contribuito a creare confusione. Mohamed Atta entrò negli USA la prima volta il 3 giugno del 2000 con un volo proveniente proprio da Praga. Alcune indagini iniziali portarono a credere che Atta tentò di entrare a Praga anche il 30 maggio da Bonn ma fu respinto perché sprovvisto di visto, a quel punto prese un autobus l'1 giugno e riuscì e entrare in Repubblica Ceca. Questo dettaglio fecea pensare che Atta avesse fretta di entrare in Repubblica Ceca (forse per incontrare qualcuno), tanto da non poter aspettare un solo giorno per essere in regola con i visti. In realtà anche questo fu un equivoco: come spiegato dal Chicago Tribune nel 2004, l'uomo che tentò di entrare a Praga senza visto non era il terrorista Mohamed Atta, ma un uomo d'affari pachistano chiamato Mohammed Atta (con una "m" in più nel nome). Curiosamente, in alcune ricostruzioni giornalistiche Mohamed Atta incappò in un altro caso di quasi omonimia, quella con il terrorista Mahmoud Mahmoud Atta.

Al-Ani venne preso in custodia dagli USA nel luglio del 2003 e a dicembre dello stesso anno confermò di non aver mai incontrato Mohamed Atta. L'articolo del New York Times che riporta le parole di al-Ani aggiunge altre smentite notevoli, come quella di Abu Zubaydah (miliziano di al Qaeda) e quella di Khalid Sheikh Mohammed (organizzatore dell'11/9) che confermarono che al Qaeda non ebbe mai legami con il regime di Saddam Hussein.

Nel 2006 anche Dick Cheney ammise pubblicamente che si trattò di uno sbaglio. In un'intervista dichiarò che la fonte dell'informazione non era attendibile e che l'ipotesi più ovvia a quel punto era che l'incontro di Praga non fosse mai avvenuto (anche in questa occasione Cheney parla di Cecoslovacchia e non di Repubblica Ceca). Nello stesso anno Cheney ripeté di nuovo ancora a Meet The Press che non vi erano evidenze che Atta avesse incontrato esponenti iracheni a Praga e che il tutto si era basato su uno scambio di persona.

Nel settembre 2006 il comitato ristretto per l'intelligence del Senato degli Stati Uniti pubblicò la seconda versione del rapporto sull'Iraq. Il documento include un paragrafo apposito sull'argomento, intitolato Muhammad Atta Meeting with IIS in Prague, che ribadisce che l'unica fonte che ha riportato questo incontro è un singolo testimone vicino ai servizi segreti cechi, ma che le indagini di CIA ed FBI non hanno trovato nessun riscontro di ciò. Tuttavia gran parte del capitolo è tuttora segretato. Un indagine del periodico Newsweek dello stesso mese sostenne, grazie a degli informatori anonimi, che la parte segretata riguardasse una divergenza di opinioni tra la CIA e la Casa Bianca; lo staff presidenziale avrebbe infatti voluto insistere pubblicamente sull'argomento, inserendone una menzione anche in un discorso di Bush nel marzo 2003, mentre l'agenzia espresse dissenso perché la voce non aveva trovato riscontri. Il medesimo articolo di Newsweek riporta anche la smentita di un portavoce della CIA, Paul Gimigliano, che la segretazione di parte del testo servisse a difendere la Casa Bianca.

Ovviamente i contorni della vicenda sono ad oggi ancora molto confusi. È certo che non ci fossero legami tra al Qaeda e l'Iraq e diventa quindi estremamente improbabile che Mohamed Atta abbia incontrato un esponente del governo di Saddam Hussein. Tuttavia sono poco chiari i tentativi del governo americano di sostenere questa improbabile teoria, soprattutto alla luce del fatto che è servita come una delle giustificazioni della guerra in Iraq del 2003.

Questo caso, così come quello delle 28 pagine del Joint Inquiry rimaste segretate per quattordici anni, dimostra che effettivamente qualche mistero intorno all'11/9 esiste. Peccato che i complottisti distraggano l'opinione pubblica con le loro sciocchezze su aerei scambiati ed esplosivi, distogliendo così i ricercatori dalle vere zone d'ombra che andrebbero indagate.

2018/03/26

An interview with former CIA officer Glenn Carle

by Hammer. An Italian translation is available here.

Understanding 9/11 doesn't only mean knowing the events of that day, but also the mistakes that were made before that led to the terrorists fulfilling their plan, and even what happened afterwards with the War on Terrorism and the killing of Osama bin Laden. To further explore these topics Undicisettembre collected the account of former CIA office Glenn Carle.

We would like to thank Glenn Carle for his kindess and willingness to help.


Undicisettembre: Hi Glenn, thanks for the time you are giving us. Would you first like to introduce yourself?

Glenn Carle: My name is Glenn Carle, I was a career CIA officer, an operations officer. And my last position was as the Deputy National Intelligence Officer for Transnational Threats of the National Intelligence Counsel, it's a long title but that means that I was responsible for the intelligence community’s assessments of strategic threats to the United States, and in particular terrorism.


Undicisettembre: Could 9/11 have been avoided if CIA and FBI communicated better between each other? Reason why I'm asking this is I guess you know what happened with FBI agent Doug Miller’s memo to the FBI that was blocked by the CIA. Ali Soufan talks about this in details in his book The Black Banners.

Glenn Carle: Well, when you look at the pieces of information that the intelligence community had, we could have put them together and stopped 9/11. That is true. Yes, there were errors of omission and errors of commission and errors of understanding. That's easy to say but that's a meaningless statement, because it is like saying "If I didn't do anything wrong, nothing would have gone wrong."

Ali is a friend, I respect his professionalism and judgment and he's correct. I'm pretty sure of the facts that he presents even if I didn't know or live the facts that he presents exactly. But I think it's too easy to say we could have avoided it.


Undicisettembre: What do you think about the hunt for bin Laden and how your former colleagues tracked him down?

Glenn Carle: I was one of many many many intelligence officers who played some part in that as I worked in terrorism related issues. It was one of the triumphs of the intelligence community to piece the puzzle together and to find him. It was very good work.


Undicisettembre: What do you think of the decision not to show pictures of bin Laden dead?

Glenn Carle: It was a good idea not to show the pictures, just as when Hitler died and World War 2 ended the allies were concerned that there not be a grave site that could serve as a point for the sainthood of the fallen leader, as a rallying point for opposition-to-be against the victor, which in World War 2 were the Allies and the Soviets. In the fight against Islamic terrorism, to show pictures of bin Laden with a hole in his head and blood all over him would have served as a point to encourage and inspire hatred of the Americans as barbarians. I think it was a wise thing not to show the photos, even while understanding that not showing them would allow conspiracy theorists to say he’s alive somewhere... with Elvis maybe in the Bahamas. But that’s a lesser problem to deal with then creating the anger that would come by showing him as a tortured martyr.


Undicisettembre: In your opinion, or as far as you know, was Pakistan shielding him or were they totally unaware he was hiding in Abbottabad?

Glenn Carle: This is a big question, isn’t it? Surely ISI has had and continues to have connections to Islamic terrorist groups, to include al Qaeda. That doesn’t mean that they necessarily knew where bin Laden was or played a role in protecting him. It is possible, but then to my knowledge the American intelligence services were not aware of that. It appears that there’s support in the Pakistani intelligence services for terrorist groups for Pakistan’s own reasons, and that there’s support in Pakistani society to some extent for jihad, al Qaeda and for bin Laden as a Muslim man who poked his thumb in the eyes on the United States. To my knowledge we have no information to substantiate that the Pakistanis knew where bin Laden was or played a role in protecting him.


Undicisettembre: What are your thoughts about the use of torture during the so called War on Terrorism?

Glenn Carle: Torture is illegal, ineffective, unnecessary, un-American and counterproductive. It betrays the entire point of the saga of American history and culture. It betrays western civilization’s three thousand years of struggle to have the state serve the needs of individuals, freedom and the rights of individuals. It is an action of fear and anger, it’s an instinct of reaction: to hate your enemy, to demonize him, and to want to subjugate him. It’s similar to rituals that human society engaged in throughout history, like pulling the hearts out of the victims if you were an Aztec or sacrificing people if you were an ancient Greek.

There’s no reason ever to do it and there’s every civilized reason not to; it does not give you strength, it does not make you safer, we do not need to do it. It undermines who we are and it makes us less as a society and as a nation. It truly contributed to the decay and the decline of American civilization and American democracy. It never ever should be part of any civilized state’s behavior.


Undicisettembre: Apart from being inhuman has torture been useful in finding bin Laden or Khalid Sheikh Mohammed?

Glenn Carle: No. The claims by the parties that defend it and say it has provided intelligence come from two types of people: those who are sincere but misled by people to whom they look for guidance and in whom they believe, and those who don’t want to be charged as war criminals and can’t accept that they made a terrible error in judgment. The claims by CIA, some of my former colleagues, of instances about when torture provided critical intelligence have all been shown to be spurious and completely not true.


Undicisettembre: What are your thoughts about the war in Iraq? Was it a mistake or was it justified?

Glenn Carle: It certainly turned out to be a catastrophic mistake. At the time I had worked on Iraqi issues, on their weapons of mass destruction program: biological, chemical and nuclear. I personally accepted, and I was in a good position to know, that Saddam continued to have programs to develop biological and nuclear weapons; that turned out to be completely wrong. The invasion as it was conceived and carried out was a catastrophic mistake because we literally had no plan for what would happen after Saddam’s fall.

America can destroy any army in any country, that’s the easy part. But what happens then? We had no plans and the assumptions of our leaders were insanely wrong. It’s one of the great blunders in American history.


Undicisettembre: Do you think that war in Iraq was also the cause for the rise of ISIS?

Glenn Carle: Oh, absolutely! There’s no question about it. Radical Islam precedes invasion of Iraq, but the invasion of Iraq, by breaking Iraq as it has existed, destroyed the dominance of the Sunni in Iraq and gave the Shia, who had been the majority in population but was a subjugated group, the upper hand; it extended the influence of Iran and took power away from Sunni tribal leaders in the west of Iraq in particular, which they resented and opposed. Also the Saudis in the great game of Sunni and Shia rivalry were not happy with the extension of Shia influence.

The destabilization of the traditional power structure aggrieved and angered the Sunni in Iraq and contributed to the destabilization of Syria and the radicalization of the Sunni in particular. Then you combine that with Assad’s history of ruthless oppression of any dissent and with a terrible series of droughts that led to some crop failures and water shortages that led to civil unrest in Syrian society, and the demand by different fractions that they be given a greater say, and the ruthless insurgency, all of which was exploited by jihadists. That led to the collapse and disruption of Iraq and Syria, the jihadists contributed to that, and they took over.

So yes, the destabilization caused by the invasion was one of the important factors leading to the rise of ISIS.


Undicisettembre: Linking two topics we have discussed so far, do you think there was any connection between Saddam Hussein and Osama bin Laden? The invasion of Iraq was also based on this.

Glenn Carle: There was no connection whatsoever. Zero. Al Qaeda had nothing to do with Saddam Hussein and Saddam Hussein had nothing to do with al Qaeda. Saddam Hussein was secular, he opposed Islamic radicalization and terrorist groups. The association by the Bush administration that Saddam Hussein was connected to bin Laden is wrong. We know for certain that there’s no connection at all.


Undicisettembre: What are your thoughts about the alleged connections between the Saudis and the 19 hijackers?

Glenn Carle: It is true that there are rich Saudis who contributed and continue to contribute to radical Islamic and terrorist organizations like al Qaeda; but that the Saudi government formally supported bin Laden or al Qaeda, no. That’s not true.


Undicisettembre: What are your thoughts about conspiracy theories that claim that 9/11 was an inside job?

Glenn Carle: Well, you know, the Moon is made of cream cheese, the Earth is flat, you shouldn’t go out at night because there are werewolves. And of course the CIA did 9/11 and then killed bin Laden to make it look like we didn’t. These statements are equally insane.

The CIA has thousand of employees, there are countless very good journalists but still no one of the persons involved in this huge plot left any record, never had any conversation, no one said anything to anybody and they are all perfect in their silence about this. That’s absolutely impossible, it’s completely crazy. But there are a lot of crazy people. I said one time to my son when he was driving and a person cut us off, we almost had an accident and he was getting angry “Remember that by definition one half of the people surrounding you have IQ’s that are below 100.” So it’s not a surprise that there are a lot of conspiracy theories because there are a lot of people around who... aren’t very bright.


Undicisettembre: I guess you have the same thoughts about conspiracy theories about the killing of Osama bin Laden, right?

Glenn Carle: Yes, I have the same thoughts. Surely.


Undicisettembre: What do you think of ISIS today? What should the West do with them?

Glenn Carle: This is a very difficult question. There are a lot of problems that you can’t fix and that’s frustrating to us all, but I think that at a strategic level from the point of view of the United States and the west we have handled the ISIS problem under Obama as we should. The United States could have destroyed ISIS in three weeks, but then what? We don’t want Assad, we don’t want radical Sunnis, the Sunnis don’t want the Shia, we don’t want the Iranians, no one wants the Kurds, we don’t want the Turks, we don’t want the Russians and we don’t want to be there either.

So unless the USA, or the west, or NATO, accept to make Syria an eternal colony occupied by our army and suffering insurgencies and murders forever, until we change the entire society to embrace secular norms, that’s not acceptable to anybody. That would be the consequence of invasion and none of that would be acceptable to anybody.

So what do you do? We don’t want ISIS to expand and there’s no one who is acceptable to anyone who’s strong enough to destroy ISIS. So we work with local forces and help them destroy ISIS. Now the question is: what’s next? No one likes the answers because they are all bad. Assad is the only realistic power that can rule the country, but we consider Assad horrible and a murderer. But the alternative is zero, so we got the least bad of a list of bad solutions. Now Trump has handed over whatever outside influence there is to Russia and that’s the exact opposite of what the United States should want to accomplish. But that’s where our president is and that’s where we are.

Intervista con l'ex funzionario della CIA Glenn Carle

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Capire l'11/9 non significa solo conoscere i fatti di quel giorno, ma anche gli errori che sono stati fatti in precedenza e che hanno permesso ai terroristi di agire e anche quanto avvenuto dopo con la guerra al terrorismo e l'uccisione di Osama bin Laden. Per discutere di questi temi Undicisettembre ha raccolto il racconto dell'ex funzionario della CIA Glenn Carle.

Ringraziamo Glenn Carle per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Ciao Glenn, grazie del tempo che ci stai dedicando. Ti va anzitutto di presentarti?

Glenn Carle: Mi chiamo Glenn Carle, ero un funzionario di carriera della CIA, un funzionario operativo. E la mia ultima posizione è stata di Vice Ufficiale per le minacce internazionali del Consiglio d’Intelligence Nazionale, è un titolo lungo ma significa che ero responsabile delle valutazioni della comunità di intelligence sulle minacce strategiche verso gli Stati Uniti, e in particolare il terrorismo.


Undicisettembre: L’11/9 avrebbe potuto essere evitato se la CIA e l’FBI avessero comunicato meglio tra loro? Il motivo per cui faccio questa domanda è che credo tu sappia cosa è successo con il memo dell’agente dell’FBI Doug Miller che era destinato all’FBI e che fu bloccato dalla CIA. Ali Soufan ne parla in dettaglio nel suo libro The Black Banners.

Glenn Carle: Beh, se guardi tutte le informazioni che la comunità di intelligence aveva, avremmo potuto metterle insieme e fermare l’11/9. Questo è vero. Sì, sono stati fatti errori di omissione ed errori di commissione ed errori di comprensione. E’ facile dirlo ma è un'asserzione senza significato, perché è come dire “Se non avessi fatto nulla di sbagliato, nulla sarebbe andato male.”

Ali è un amico, rispetto la sua professionalità e il suo giudizio e ha ragione. Sono piuttosto sicuro dei fatti che lui presenta anche se non li ho conosciuti o vissuti in dettaglio. Ma penso che sia troppo semplice dire che avremmo potuto evitarlo.


Undicisettembre: Cosa pensi della caccia a bin Laden e di come i tuoi colleghi lo hanno trovato?

Glenn Carle: Sono uno dei tanti tanti ufficiali dell'intelligence che hanno avuto un ruolo in questo perché ho lavorato su questioni legate al terrorismo. Mettere insieme i pezzi del puzzle e trovarlo è stato uno dei trionfi della comunità di intelligence. E’ stato un ottimo lavoro.


Undicisettembre: Cosa pensi della decisione di non mostrare foto di bin Laden morto?

Glenn Carle: E’ stata una buona idea non mostrare le foto, così come appena dopo che Hitler morì e la Seconda Guerra Mondiale finì gli alleati erano preoccupati che non ci dovesse essere una tomba che servisse come punto per la santificazione del leader caduto, come un punto di raccolta per la futura opposizione al vincitore, che nella Seconda Guerra Mondiale erano gli Alleati e i Sovietici. Nella lotta contro il terrorismo islamico, mostrare le foto di bin Laden con un buco in faccia e coperto di sangue sarebbe servito come incoraggiamento e ispirazione dell'odio contro gli americani come barbari. Penso che sia stato saggio non mostrare le foto, pur capendo che non mostrarle avrebbe permesso ai complottisti di dire che è vivo da qualche parte... con Elvis magari alle Bahamas. Ma è un problema minore da affrontare che creare la rabbia che scaturirebbe dal mostrare le foto di lui come un martire torturato.


Undicisettembre: Secondo te, o per quanto ne sai, il Pakistan lo stava proteggendo o erano totalmente all’oscuro che si nascondeva ad Abbottabad?

Glenn Carle: È una bella domanda, vero? Sicuramente l’ISI ha avuto e continua ad avere legami con i gruppi terroristici islamici tra cui al Qaeda. Questo non significa che necessariamente sapevano dove fosse o che abbiano avuto un ruolo nel proteggerlo. E’ possibile, ma in questo caso che io sappia l'intelligence americana non ne era a conoscenza. Sembra che ci sia supporto nei servizi di intelligence pakistani per i gruppi terroristici per motivi interni al Pakistan, e c'è supporto nella società pakistana a un certo livello per la jihad, per al Qaeda e per bin Laden come un uomo musulmano che ha infilato le dita negli occhi agli Stati Uniti. Che io sappia non abbiamo informazioni a sostegno del fatto che i pakistani sapessero dov'era bin Laden e che abbiano avuto un ruolo nel proteggerlo.


Undicisettembre: Cosa pensi dell’uso della tortura nella cosiddetta Guerra al Terrorismo?

Glenn Carle: La tortura è illegale, inefficace, non necessaria, antiamericana e controproducente. Tradisce il principio della saga della storia e della cultura americane. Tradisce i tremila anni di sforzo della società occidentale per avere lo stato che serva le necessità degli individui, la libertà e i diritti degli individui. E’ un atto di paura e rabbia, è un istinto di reazione: odiare il nemico fino a demonizzarlo e volerlo soggiogare. È simile ai rituali che le società umane hanno compiuto nella storia come estrarre il cuore dalle vittime per gli Aztechi o sacrificare le persone per gli antichi Greci.

Non c'è alcuna ragione per farlo e c'è ogni ragione civilizzata per non farlo; non rende forti, non rende più sicuri, non abbiamo bisogno di farlo. Mina alla base chi siamo e ci deprime come società e come nazione. Ha veramente contribuito al decadimento e al declino della civilizzazione americana e della democrazia americana. Non dovrebbe mai essere parte del comportamento di uno stato civile.


Undicisettembre: Oltre a essere disumana la tortura è stata utile a trovare bin Laden o Khalid Sheikh Mohammed?

Glenn Carle: No. Le asserzioni da parte di chi l’ha difesa sostenendo che ha fornito informazioni arrivano da due tipi di persone: quelli che sono sinceri ma male informati dalle persone di cui si fidano e in cui credono, e quelli che non vogliono essere accusati di crimini di guerra e non possono accettare di aver fatto un terribile errore di giudizio. Le asserzioni degli agenti della CIA, alcuni miei ex colleghi, riguardo a casi in cui la tortura ha fornito informazioni rilevanti sono state mostrate essere fasulle e completamente false.


Undicisettembre: Cosa pensi della guerra in Iraq? E’ stato un errore o era giustificata?

Glenn Carle: Certamente si è dimostrata essere un errore catastrofico. Al tempo avevo lavorato sull’Iraq, sul loro programma per le armi di distruzione di massa: biologiche, chimiche e nucleari. Personalmente avevo accettato, ed ero in una buona posizione per saperlo, che Saddam aveva continuato ad avere programmi per sviluppare armi biologiche e nucleari; questo si è dimostrato essere completamente falso. L'invasione per come è stata concepita e condotta è stata un errore catastrofico perché letteralmente non avevamo alcun piano per ciò che sarebbe successo dopo la caduta di Saddam.

L'America può distruggere qualunque esercito in qualunque nazione, questa è la parte facile. Ma poi cosa succede? Non avevamo alcun piano e le assunzioni dei nostri governanti erano incredibilmente sbagliate. E’ uno dei grossi abbagli nella storia americana.


Undicisettembre: Pensi che la guerra in Iraq sia una delle cause della nascita dell’ISIS?

Glenn Carle: Oh, sicuramente! Non c’è dubbio. L’Islam radicale precede l’invasione dell’Iraq, ma l’invasione dell’Iraq, spaccando l’Iraq come era esistito, ha distrutto la dominazione dei Sunniti in Iraq e ha dato il controllo agli Sciiti, che erano stati la maggioranza della popolazione ma soggiogata; ha esteso l’influenza dell’Iran e ha tolto il potere dai leader tribali Sunniti nell’ovest dell’Iraq in particolare, che loro detestavano e a cui si opponevano. Inoltre i Sauditi nel grande gioco della rivalità tra Sunniti e Sciiti non erano contenti dell’allargamento dell’influenza degli Sciiti.

La destabilizzazione della struttura tradizionale del potere ha danneggiato e ha fatto infuriare i Sunniti in Iraq e ha contribuito alla destabilizzazione della Siria e alla radicalizzazione dei Sunniti in particolare. Poi mischia questo con la storia di Assad di oppressione spietata di ogni dissenso e con una terribile serie di siccità che hanno portato a mancati raccolti e mancanze di acqua che hanno portato a disordini sociali in Siria, e alla richiesta da parte di diverse fazioni di avere maggiore voce in capitolo, e le spietate insurrezioni che sono state tutte sfruttate dai jihadisti. Questo ha portato al crollo e alla distruzione dell'Iraq e della Siria, i jihadisti hanno vi contribuito, e hanno preso il controllo.

Quindi sì, la destabilizzazione causata dall'invasione è stata uno degli importanti fattori che hanno portato alla nascita dell'ISIS.


Undicisettembre: Collegando due degli argomenti che abbiamo discusso fin qui, credi che ci sia stato qualche legame tra Saddam Hussein e Osama bin Laden? L’invasione dell’Iraq era basata anche su questo.

Glenn Carle: Non c'era alcun legame. Zero. Al Qaeda non aveva nulla in comune con Saddam Hussein e Saddam Hussein non aveva nulla in comune con al Qaeda. Saddam Hussein era un laico, si opponeva all'Islam radicale e ai gruppi terroristi. L'associazione fatta dall'amministrazione Bush secondo cui Saddam Hussein aveva legami con bin Laden è sbagliata. Sappiamo per certo che non c'era alcun legame.


Undicisettembre: Cosa pensi delle presunte connessioni tra i Sauditi e i 19 dirottatori?

Glenn Carle: È vero che ci sono dei ricchi Sauditi che hanno contribuito e continuano a contribuire all'Islam radicale e alle organizzazioni terroristiche come al Qaeda; ma che il governo Saudita formalmente abbia supportato bin Laden o al Qaeda, no. Questo non è vero.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l’11/9 fu un autoattentato?

Glenn Carle: Beh, sai, la Luna è fatta di formaggio spalmabile, la Terra è piatta, non dovresti uscire di notte perché ci sono i licantropi. E ovviamente la CIA ha realizzato l’11/9 e poi ha ucciso bin Laden per far sembrare che non siamo stati noi. Tutte queste asserzioni sono egualmente folli.

La CIA ha migliaia di impiegati, ci sono innumerevoli bravissimi giornalisti eppure nessuna delle persone coinvolte in questo immenso complotto ha lasciato una traccia, non ha mai avuto una conversazione a riguardo, nessuno ha detto nulla a nessuno e sono tutti perfetti nel loro silenzio su questo argomento. E’ completamente impossibile, è completamente folle. Ma c'è molta gente folle. Una volta ho detto a mio figlio mentre stava guidando e una persona ci ha tagliato la strada, abbiamo quasi fatto un incidente e lui si stava arrabbiando “Ricorda che per definizione metà delle persone intorno a te hanno un quoziente intellettivo inferiore a 100.” Quindi non è una sorpresa che ci siano molte teorie del complotto perché ci sono molte persone in giro che... non sono molto intelligenti.


Undicisettembre: Immagino che pensi le stesse cose sulle teorie del complotto sull’uccisione di Osama bin Laden, giusto?

Glenn Carle: Sì, la penso allo stesso modo. Certamente.


Undicisettembre: Cosa pensi dell’ISIS oggi? L’occidente come dovrebbe gestire la situazione?

Glenn Carle: Questa è una domanda molto difficile. Ci sono molti problemi che non puoi risolvere ed è frustrante per tutti noi, ma credo che sul piano strategico dal punto di vista degli Stati Uniti e dell'occidente abbiamo trattato il problema dell'ISIS sotto Obama come dovevamo. Gli Stati Uniti avrebbero potuto distruggere l'ISIS in tre settimane, ma poi? Non vogliamo Assad, non vogliamo i Sunniti radicali, i Sunniti non vogliono gli Sciiti, non vogliamo gli Iraniani, nessuno vuole Curdi, non vogliamo i Turchi, non vogliamo i Russi e non vogliamo nemmeno restare lì noi.

Quindi a meno che gli Stati Uniti, o l'occidente, o la NATO, accettino di rendere la Siria una colonia permanente occupata dal nostro esercito e di subire rivolte e omicidi in eterno, finché non cambiamo l'intera società facendo in modo che adottino norme laiche, questo non è accettabile per nessuno. Questa sarebbe la conseguenza di un'invasione e nulla di tutto ciò sarebbe accettabile per nessuno.

Quindi cosa facciamo? Non vogliamo che l'ISIS si espanda e non c'è nessuno che sia accettabile per qualcuno che sia abbastanza forte da distruggere l'ISIS. Quindi lavoriamo con le forze locali per aiutarle a distruggere l'ISIS. Ora la questione è: cosa succede dopo? A nessuno piacciono le risposte perché sono tutte brutte. Assad è l'unico potere realistico che può governare la nazione, Ma noi consideriamo Assad orribile e un assassino. Ma le alternative sono zero, quindi ci teniamo il minore dei mali di una lista di brutte soluzioni. Ora Trump ha lasciato tutta l'influenza esterna che c'è alla Russia ed è esattamente il contrario di ciò che gli Stati Uniti dovrebbero volere. Ma questo è so che sta facendo il nostro presidente e queste sono le condizioni in cui siamo.

2018/03/12

Le teorie del complotto sull'attentato alla maratona di Boston - seconda parte

di Hammer

In occasione di ogni attentato terroristico di matrice islamica si sviluppano delle teorie del complotto che vorrebbero che l'attentato stesso sia stato orchestrato dal governo del paese dove è avvenuto anziché da un gruppo di terroristi. Un caso in cui le teorie alternative sono particolarmente fervide è quello dell'attentato alla maratona di Boston avvenuto il 15 aprile del 2013. Abbiamo già mostrato recentemente come l'analisi delle foto dell'attentato smentisca la teoria secondo cui alcuni dei feriti sarebbero in realtà prezzolati attori. Ma i complottisti non si fermano a questo aspetto e sostengono anche che i due fratelli Tsarnaev, perpetratori dell'attentato, siano stati manipolati dall'FBI affinché facessero esplodere le due bombe.

Questa teoria si basa su un'intervista rilasciata dalla madre dei due a Russia Today nella quale, secondo chi crede alle teorie del complotto, la donna avrebbe rivelato che i suoi figli erano sotto il controllo dell'FBI. I fratelli Tsarnaev sarebbero quindi capri espiatori, scelti dall'FBI affinché venissero loro addossate le colpe di un autoattentato. Oltre al video integrale dell'intervista Russia Today ha pubblicato anche un articolo che ne riassume i contenuti.


Ascoltando la testimonianza della madre per intero si capisce che questa sta in realtà dicendo che l'FBI seguiva i suoi figli da anni sorvegliandone l'attività in quanto ritenuti soggetti a rischio di coinvolgimento in atti di terrorismo. La donna sostiene che i suoi figli siano innocenti perché l'FBI li controllava assiduamente e pertanto non avrebbero potuto organizzare un attentato indisturbati; non sta dicendo che i due venivano manipolati dall'FBI, al contrario sta confermando che l'FBI li riteneva pericolosi.

La realtà dei fatti è che già nel 2011 l'FBI aveva iniziato a seguire Tamerlan Tsarnaev su indicazione di un'agenzia estera (l'FBI non specifica di quale agenzia si tratta, ma l'Associated Press completa informazione chiarendo che si tratta dell'FSB russo) in quanto questa aveva informazioni secondo cui Tsarnaev aveva intenzione di compiere un viaggio in Russia per unirsi a gruppi jihadisti non specificati. La segnalazione portò l'FBI a interrogare Tsarnaev nel 2011, ma dall'interrogatorio non emerse nulla che giustificasse un arresto.

Il Moscow Times aggiunge che non avendo trovato nulla contro Tsarnaev, l'FBI chiese maggiori informazioni all'FSB che non rispose. Secondo NBC News invece il problema di comunicazione tra le due agenzie fu dovuto a una diversa (o forse erronea) trascrizione del nome del terrorista. L'attentato di Boston avrebbe quindi potuto essere evitato se le due agenzie avessero collaborato in modo più stretto. Scenario ben diverso da quello previsto dai complottisti secondo cui i due fratelli sarebbero solo dei burattini usati allo scopo di nascondere le colpe di altri.

Inoltre Tamerlan Tsarnaev, il più vecchio dei due che aveva un ruolo dominante nella coppia, non era nuovo a gesti di estrema violenza.

Poco dopo gli attentati alla maratona emerse infatti il coinvolgimento di Tamerlan Tsarnaev anche in un triplice omicidio commesso a Waltham, nel Massachusetts poco lontano da Boston, l'11/9 del 2011 (proprio il giorno del decimo anniversario degli attentati dell'11/9). Le vittime furono tre uomini di religione ebraica e il massacro fu commesso a casa di uno dei tre. L'omicidio rimase insoluto per un anno e mezzo fino a quando l'indagine si sbloccò quando emerse che Tamerlan era molto amico di Brenadan Mess, una delle vittime e proprietario della casa in cui si svolse il fatto (foto sotto), ma in seguito all'omicidio ebbe comportamenti strani, come ridere della notizia della morte dell'amico e non andare alla celebrazione funebre. Inoltre prima dell'omicidio Tamerlan aveva discusso animatamente con l'amico per via dello stile di vita di quest'ultimo.


Le indagini così sbloccate identificarono come sospetti il ceceno Ibragim Todashev e Tamerlan Tsarnaev, che rimase ucciso pochi giorni prima in un conflitto a fuoco con la polizia il 19 aprile del 2013. Todashev fu interrogato dalla polizia il 22 maggio nel suo appartamento di Orlando, in Florida, e durante l'interrogatorio confessò di avere ucciso i tre uomini insieme a Tamerlan Tsarnaev. Todashev tentò di aggredire uno degli agenti che lo stavano interrogando, l'agente si difese sparando e uccidendo Todashev. Tuttora le circostanze della morte di Todashev sono poco chiare, non è noto quante persone ci fossero nella stanza, che tipo di oggetto avesse impugnato lo stesso Todashev per colpire l'agente e quanti colpi quest'ultimo avrebbe sparato.

Il fratello minore Džochar Tsarnaev apparentemente non prese parte all'omicidio, ma era comunque a conoscenza delle responsabilità del fratello.

I due fratelli Tsarnaev non hanno proprio il profilo di due burattini a cui l'FBI tirava i fili, come vorrebbero i complottisti. I dubbi dei complottisti nascono di nuovo dalla loro incapacità di verificare le loro stesse asserzioni.

2018/02/21

World Trade Center: an interview with ATF agent Peter Forcelli

by Hammer. An Italian translation is available here.

Undicisettembre continues its effort to preserve the memories of the tragic events of 9/11. Today we offer our readers the account of AFT agent Peter Forcelli who used to work at 6 World Trade Center and that after the plane crashes became one of the first rescuers on the scene.

We would like to thank Peter Forcelli for his kindness and willingness to help.


Undicisettembre: Can you give us a general account of what happened to you on 9/11?

Peter Forcelli: That morning I was driving to work just like any other day and two things happened on the drive. At the time I lived in a city called Yonkers, New York, which had a lot of Italians. While I was driving my wife called me on the phone to tell me she was watching the news and a plane had hit the World Trade Center, I continued the drive because I was heading down there anyway but in my mind I thought a small plane had hit the World Trade Center. I work for ATF and our offices were at 6 World Trade Center.

Shortly after my wife called me, also my boss called my on my cellphone and said "Hey, you need to get down here quick because a plane hit the World Trade Center." I continued to drive and I put the lights and the sirenes, I got there in about half an hour and for the first time ever I found a parking space very quickly behind 7 World Trade Center. I got out and walked towards the scene itself and the first thing I saw when I was walking towards Vesey Street was a plane engine. I looked up at the building and you could see a huge, huge gash and it was very clear that this was a big plane, like a commercial plane and the smoke was coming out of that hole.

I was looking around, there were a lot of police officers, a lot of people from other agencies. It was overwhelming. I had been a police office in New York City for fifteen years before 9/11 and I had just started my job at ATF three months earlier, so I had a lot of experience in law enforcement and the scene was overwhelming, like you didn't know where to start. I saw a police officer named John I used to work with and we started to get people away, towards north, because we didn't know what else to do. The rescue workers were still coming and at that point no one thought that the towers would fall.

Occasionally I looked up and saw people trapped and I worried about them, I knew I couldn't get to them and in my mind I though that maybe they could rescue them by helicopter because in 1993 when the World Trade Center was bombed I remember that the helicopters were able to get to the building. So I worried more about people that were down below to get them away, get them safely away from the area and let the firemen and police continue with the rescue.

After fifteen or twenty minutes that I was down there my supervisor, which in ATF is called the Assistant Special Agent in charge, grabbed me and said "Hey, listen, we haven't accounted for all our people so can you go into the side of the Trade Center and find our people and have them meet at 90 Church Street?" Myself and another agent called Jason went down there and began to see if we could find our people. At a point we stopped; across the street there was a store called Century 21, a big department store that sells clothes. Me and Jason stopped for a second in front of Century 21 to catch our breath and while we were standing right across the street from the south tower I saw a colleague that I used to work with, a detective named Steven Martinez, and he was crying because his wife was in the building and he couldn't account for her. He had no idea where she was and he was worried, they weren't letting anybody in and he wasn't in uniform. So he was trying to find her, I felt bad and I was trying to console him and at the same time I looked across the street and I saw six police officers I used to work with walk into the south tower. One of them looked across the street at me and I was wearing an ATF windbreaker, he grabbed his shirt, shook it and looked at me like inquiring "Why are you wearing that?" because he didn't know I had left NYPD to go and join ATF. I just had to throw my hands up like "Hey, what are you going to do?" because obviosly I didn't have time to have a conversation. I watched him and the other guys walk into the building and all of a sudden I started to hear this rumbling that sounded like a subway car. I was fixated with these guys who entered the building and Jason grabbed me by my shirt and just screamed "Run!"

I looked up and the South Tower was falling, I run north and while I was running I got hit right at the center of my back with something the size of a golf ball. I jumped under a car, as far as under the car as I could get, because I'm not that skinny, it felt like a minute even if it was more like seconds and things were hitting the car and I came to the realization "I'm going to die under this car, I can't stay here." I got up and by this time the dust cloud had completely enveloped the area so I couldn't see anything and I was trying to go north. I heard a voice saying "Hey, over here, come over here." and I went into a building, there were many people there just telling people in the street to come inside because I guess they realized that people couldn't see or breath in this cloud.


The chief of NYPD's detectives at the time was a detective whose name was William Allee, he was not a nice man, a very stern guy but he had a lot of experience, he had seen a lot of things in his career so I respected him to that. When I came in I was covered in dust and a was coughing horribly because the dust was so, so thick, the dust was in my eyes, I rinsed out my eyes because a gentleman brought me to a water fountain and William Allee who was hanging around said "Ok, what's going on?" he was annoyed because he didn't know what had just happened. I looked at him and said "The South Tower just fell." he was a man who had seen thirty years of police, I would imagine, he had seen murders and horrible things in his career, he looked at me and his face went blank. The image of disbilief in his face is etched in my brain. He didn't even go out to see it, you couldn't see it because it looked like nightime had fallen because it was so dark outside.

We waited for the dust to clear and at that point the North Tower was still standing, we went back out to see if we could find anybody. It wasn't perfectly clear obviously. It was weird because when we went out there we couldn't find anybody that was hurt, they were either gone from the scene or dead. By this time most of the people from the North Tower had left. I was still out there trying to figure "Let me see what I can do". Before the South Tower fell occasionaly you would see someone jump from the building and it was something very disturbing to see, depending on wether they hit the ground or the overhang the sound would be very different: when they would hit the pavement it almost sounded like dropping an egg, when they would hit the overhang it would sound like a thouderous noise. When you would see a body fall you would brace yourself almost as if somebody would punch you because it was such a troblesome sight you would almost recoil as if you were to take a punch, first for the fear of watching someone fall to their death, second wondering "Oh my God what sound is it going to make?"

When the North Tower was still standing people who were out were either cops or firemen, so not people who necessarly needed rescue, other than maybe water to wash the dust out of their eyes. As the dust began to settle more you would see more people jumping from the North Tower and they were jumping more frequently than the South Tower, and I remember thinking to myself "Why are these people jumping? Is it because they lost all their hope, or is it the heat? What is going on in their minds?" Then we heard again the same sound we heard when the South Tower came down and the North Tower came crumbling down. I run into another store where were many other people hiding from the dust cloud and I hid as well. I once again went out to see if we could find someone who needed help and it was the same as the previous time, there was nobody injured.

Short time later someone told me they heard on the radio that one of my colleagues who was pregnant was trapped in her car, her name is Kara. So me an another agent, I think it was Bob Schmitt, went and found Kara and had to carry her. She wasn't injured, but she was in her car and she was overwhelmed, we had to carry her to the Lower Manhattan Hospital, which is not that far. When we got there, outside of the hospital there were gurneys, doctors and nurses and there were no patients. I was expecting seeing people being treated and there was nobody. It was overwhelming emotionally, there were hospital professionals waiting for their patients and it was apparent to me at this point that people either died or run away relatively uninjured. It made you feel very bad because it made you realize how many people were trapped in those buildings and couldn't get out.

We went back to the scene to try to see who we could help, there were firemen and policemen missing, still trying to make sense of what was going on. People were saying there were more hijacked planes. I remember seeing jetfighters flying around Manhattan protecting the island. Some time later 7 World Trade Center collapsed.

We stayed there two days straight trying to see if we could find policemen and firemen who were missing. We dug around what we could with our bare hands because there was no equipment at that point, we didn't have respiratory equipment because nobody expected this to happen. We didn't really rescue anybody for the first two days, the third day I went home and it was very emotional. When the towers collapsed they destroyed the cells that made the cellphones work in lower Manhattan, so my wife didn't even know that I was still alive. When I got home three days later my wife had thought that I had perished when the buildings collapsed, she sent her mother to go get the kids from school and they were expecting to see a police chaplain to come and knock on the door to tell them that I was gone.

My kids where on their way to go to school three days later and I happened to pull up that morning and it was very emotional, even the guy from the postal truck came and gave me a hug, I don't know the guy I had never met him before but he saw me getting out of the car in my uniform and covered in dust and he knew where I was from. He gave me a big hug and I had to push him off so I could get to my wife and my kids and hug them.


Undicisettembre: Before we go into the details, can you explain us what it ATF? I'm not familiar with this agency.

Peter Forcelli: It's part of the Department of Justice and it enforces the alcohol, the tabacco and the firearms laws of the United States, we do the explosives laws as well even if they don't have an inital for that. My agency started when alcohol was prohibited, it started when people were making alcohol illegally. It's kind of like FBI but our jurisdiction is very limited to alcohol, tabacco and firearms related issues.


Undicisettembre: How long have you been to Ground Zero after 9/11?

Peter Forcelli: Three straight days the entire time, I just took a nap when I could. After that four days a week, if not five days a week, till November. After that they sent us to work at a landfill at Staten Island which was a nauseating work. From Ground Zero they were sending debris to Staten Island where they used a machinery to level it out and we had to rake through the machinery to look for body parts, jewelry or anything that you could give back to a family member to identify people. It was nauseating because they would pick the smaller pieces and put them on convey belts and when the convery belt went by you you had a button to push if you saw something that looked like a body part or a piece of jewlry or a piece of identification. Watching these things go by you was difficult for the eyes, but it was very important. I did that till March 2002.


Undicisettembre: What happened to you, or the team you worked with, at Ground Zero from 9/11 till when you left in November?

Peter Forcelli: We did the best that we could, our spirit was not happy because we had lost so many colleagues but it felt as if you had to be there. I remember one day towards the end of my time in Staten Island I was standing in the landfill and there was a policeman with a uniform of North Carolina, and I said "Hey man, what are you doing down here? We are in March now." His response was "My kid was born on September 12th, and I wanted to come down here as an American, I felt the need to help." So this man six months later felt compelled to come and help and it was moving to me. It was the same for us, at Ground Zero we would dig for many many hours and you were exahusted.

When you would drive north on the West Side Highway there was an area where they wouldn't let anybody pass unless you were in law enforcement or a medical professional or a military, and there were hundreds of people standing there applauding. There was a great sense of appriciation for those who were working down there. I had been in law enforcement at that time for fifteen years and generally in New York you didn't feel that sense of appriciation, nodoby thanked you for doing your job. That gave tremendous motivation to go down there and do it. I recently found out I have lung cancer and I'm pretty sure it came from the days I spent down there, but even now I don't have any regrets for having gone down there.


Undicisettembre: How does 9/11 effect your everyday life?

Peter Forcelli: I didn't know until last September that I had cancer, I felt healthy but still it's something you remember, it's not something you can ever forget and you have nightmares occasionally. I mean, I love my job so it helped me to get passed it. I don't work in New York anymore partially because of 9/11. I worked in New York till 2007 and driving down to lower Manhattan was an emotional thing and I had to go there all the time; there were times where I would drive down to my work and it was difficult because it would bring back the memories of that day.

Every once in a while people call me to tell me that some of my friends died because of 9/11 and it brings that day back. So you try to forget the horrible things and remember the good things that happened like how people were getting together and the sense of urgency to help one another, but you can never forget an event of such a huge magnitude.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories that say that 9/11 was an inside job?

Peter Forcelli: I don't believe it's possible, and I tell you why, and a lot of people don't know this: the headquarters of CIA were in one of the buildings that were destroyed. And I know for a fact that they were looking for many of their documents, there were areas where even if I was a law enforcer I couldn't go and search, they wouldn't let you near there. If it was an inside job why wouldn't allow you to do that? They lost many things that were important to them.

I don't see it possible that any government would do that to its own people, and I am not a big fan of many things that our government does.


Undicisettembre: How safe do you think the country is today? Even considering the attacks that happened after 9/11, like the Boston bombing or the New Jersey pipe bombing?

Peter Forcelli: I think we do the best we can and it breaks my heart to see what's happening in countries in Europe or Africa, there are people who don't like the west. There are folks who want people to believe in what they believe and nothing else. They don't like us living in freedom and being able to listen to music and things like that. They only have to get it right occasionally, while law enforcement have to get it right every time to prevent these things and we can't. I think we are going to see terrorism happening for quite some time.


Undicisettembre: Do you think the country is still living in fear or has it regained it's standing in the world?

Peter Forcelli: A little bit of both. I think most Americans just live their lifes, a lot of Americans have forgotten about 9/11 which sometimes is a good thing, not to be in fear, but sometimes it's bad because if you don't pay attetion and you are not watching is very easy to become a victim.

Do I think that everything the United States does is good? Well, no of course. When I see things happening in Israel and those zones I think people should try to get along and understand one another, but again there are certain cultures out there that don't belive we can listen to music or that women should drive or get an education and there are folks who don't like we are close allies with Israel.

Sometimes I think the United States should mind his business and focus on our own politics, that's why I am not a politician.

World Trade Center: intervista all'agente dell'ATF Peter Forcelli

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Undicisettembre continua il proprio impegno per preservare il ricordo dei tragici fatti dell'11/9. Oggi offriamo ai nostri lettori la testimonianza dell'agente dell'ATF Peter Forcelli che lavorava al World Trade Center 6 e che in seguito agli schianti aerei divenne uno dei primi soccorritori sulla scena.

Ringraziamo Peter Forcelli per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Puoi farci un racconto generale di cosa ti è successo l’11/9?

Peter Forcelli: Quella mattina stavo andando al lavoro in macchina come qualunque altro giorno e mentre guidavo successero due cose. A quel tempo vivevo in una città chiamata Yonkers, nello stato di New York, dove vivevano molti italiani. Mentre stavo guidando mia moglie mi chiamò al telefono per dirmi che stava guardando il telegiornale e che un aereo aveva colpito il World Trade center, continuai a guidare perché stavo andando lì in ogni caso ma nella mia testa pensavo che forse un piccolo aereo aveva colpito il World Trade Center. Lavoro per l’ATF e i nostri uffici erano al World Trade Center 6.

Poco dopo mia moglie, mi chiamò anche il mio capo sul cellulare e mi disse "Hey, devi venire qui velocemente perché un aereo ha colpito il World Trade Center." Continuai a guidare e inserii le luci e la sirena, arrivai lì in circa un'ora e mezza e per la prima volta trovai un parcheggio molto velocemente dietro al World Trade Center 7. Scesi dalla macchina e camminai verso la scena e la prima cosa che vidi mentre camminavo verso Vesey Street fu un motore di aereo. Guardai in alto verso il palazzo e si vedeva un buco enorme e fu molto chiaro che era un aereo grande, come un aereo commerciale e il fumo usciva dal buco.

Mi guardai in giro, c'erano molti poliziotti, molte persone di altre agenzie. Era opprimente. Ero stato un agente di polizia a New York per quindici anni prima dell’11/9 e avevo appena iniziato il mio lavoro all’ATF tre mesi prima, quindi avevo molta esperienza nelle forze dell’ordine ma la scena era opprimente, era come se non sapessimo da che parte cominciare. Vidi un ufficiale di polizia di nome John con cui avevo lavorato e iniziammo a mandare la gente via, verso nord, perché non sapevamo cosa altro fare. I soccorritori stavano ancora arrivando e a quel punto nessuno pensava che le torri sarebbero cadute.

Saltuariamente guardavo in alto e vedevo le persone intrappolate e mi preoccupavo per loro, sapevo che non potevo arrivare lì e nella mia mente pensavo che magari sarebbero state salvate dagli elicotteri perché nel 1993 quando il World Trade Center fu attaccato mi ricordo che gli elicotteri poterono arrivare fino al palazzo. Quindi mi preoccupai più delle persone che erano giù e di farle andare via, di portarle via in sicurezza dall'area e fare in modo che i pompieri e poliziotti potessero continuare il lavoro di soccorso.

Dopo quindici o venti minuti che ero lì il mio supervisore, che nell’ATF si chiama Agente Speciale Responsabile, mi prese e mi disse "Hey, ascolta, non abbiamo trovato tutte le nostre persone. Quindi puoi andare sul lato del World Trade Center a cercare le nostre persone e fare in modo che si raccolgano al numero 90 di Church Street?" Io e un altro agente che si chiamava Jason andammo là e iniziammo a cercare di vedere se potevamo trovare altre persone. A un certo punto ci fermammo; dall'altra parte della strada c'era un negozio che si chiamava Century 21, un grande magazzino che vendeva vestiti. Io e Jason ci fermammo per un secondo di fronte al Century 21 per prendere un po' di fiato e mentre eravamo lì proprio dall'altra parte della strada rispetto alla Torre Sud vidi un collega con cui avevo lavorato, un detective che si chiamava Steven Martinez, che piangeva perché sua moglie era nel palazzo e non la trovava. Non aveva idea di dove fosse ed era preoccupato, non facevano entrare nessuno e lui non indossava l'uniforme. Quindi stava cercando di trovarla, mi dispiaceva per lui e tentavo di consolarlo e a quel punto guardai dall'altra parte della strada e vidi sei ufficiali di polizia con cui avevo lavorato che entravano nella Torre Sud. Uno di loro guardò dall'altra parte della strada e vide me che indossavo un giubbotto dell’ATF, prese il suo giubbotto lo scosse e mi guardò come per dire "Perché indossi quello?" perché non sapeva che avevo lasciato la polizia di New York per andare a lavorare all’ATF. Alzai le mani come per dire "Hey, che ci vuoi fare?" perché ovviamente non avevo tempo di parlare. Lo guardai e vidi le altre persone entrare nel palazzo e all'improvviso iniziai a sentire un rumore che era come quello di un convoglio della metropolitana in arrivo. Fissavo quelle persone che entravano nel palazzo e Jason mi prese per il giubbotto e urlò “Corri!“

Guardai in alto e la Torre Sud stava crollando, corsi verso nord e mentre correvo fui colpito nel centro della schiena da qualcosa della dimensione di una palla da golf. Mi lanciai sotto una macchina per quanto mi era possibile perché non sono così magro, mi sembrò che durasse un minuto anche se in realtà furono pochi secondi e qualcosa cominciò a colpire la macchina e pensai "Morirò sotto a questa macchina, non posso stare qui." Mi alzai e a quel punto la nuvola di polvere aveva completamente avvolto l'area quindi non vedevo nulla e cercavo di camminare verso nord. Sentii una voce che diceva "Hey, vieni qui, vieni qui." ed entrai in un palazzo dove c'erano molte persone che dicevano alla gente nella strada di entrare perché penso avessero capito che la gente non vedeva nulla e non poteva respirare nella nuvola.


Il comandante dei detective della polizia di New York a quel tempo era un uomo di nome William Allee, non era simpatico, era un uomo dal pessimo carattere ma aveva molta esperienza, aveva visto molte cose nella sua carriera quindi lo rispettavo per questo. Quando entrai ero coperto di polvere e stavo tossendo orribilmente perché la polvere era molto spessa e mi era entrata negli occhi, mi sciacquai gli occhi perché un uomo mi accompagnò a una fontanella e William Allee che era lì in giro disse "Ok, che succede?" era infastidito perché non sapeva cos'era appena successo. lo guardai e gli dissi "La Torre Sud è crollata." era un uomo che aveva trent’anni di esperienza nella polizia, immagino, aveva visto omicidi e cose orribili nella sua carriera, mi guardò e la sua faccia divenne bianca. L'immagine di incredulità sulla sua faccia è scolpita nel mio cervello. Non è nemmeno uscito a vedere, non si vedeva nulla perché sembrava che fosse calata la notte da quanto era buio fuori.

Aspettammo che la nube si depositasse e a quel punto la Torre Nord era ancora in piedi, tornammo fuori per vedere se potevamo trovare qualcuno. Non era completamente chiaro ovviamente. Era strano perché uscimmo ma non trovammo nessuno che fosse ferito, perché le persone erano scappate dalla scena oppure erano morte. A questo punto molte delle persone uscite dalla Torre Nord si erano allontanate. Stavo ancora cercando di capire "Fammi vedere cosa posso fare." Prima che la Torre Sud crollasse saltuariamente si vedeva qualcuno che saltava giù dal palazzo ed era una cosa molto dura da vedere, a seconda che cadessero sul pavimento o sulle pensiline il suono era molto diverso: quando cadevano sul pavimento sembrava il suono di un uovo che si rompe, mentre quando cadevano sulle pensiline sembrava il suono di un tuono. Quando vedevi un corpo cadere ti preparavi come se qualcuno ti stesse tirando un pugno perché era una visione così difficile che quasi ti ritraevi come se stessi per prendere un pugno, primo per la paura di vedere qualcuno che si era suicidato lanciandosi da una finestra, secondo perché pensavi “Oh mio Dio che suono farà?“

Quando la Torre Nord era ancora in piedi le persone che erano fuori erano poliziotti e pompieri, quindi non persone che necessariamente avevano bisogno di soccorso se non magari acqua per lavarsi gli occhi. Quando la polvere cominciò a depositarsi si vedevano più persone che si lanciavano dalla Torre Nord e si lanciavano con più frequenza rispetto alla Torre Sud e ricordo di avere pensato "Perché queste persone si lanciano? É perché hanno perso la speranza o per via del calore? Cosa sta succedendo nelle loro teste?" Quindi sentimmo ancora lo stesso suono che sentii quando la Torre Sud venne giù e la nuvola di polvere e di nuovo mi nascosi. Di nuovo uscii a vedere se potevo trovare qualcuno che avesse bisogno di aiuto ed era ancora come la volta precedente, non c'erano feriti.

Poco dopo qualcuno mi disse di aver sentito alla radio che una delle mie colleghe che era incinta era intrappolata nella sua macchina, il suo nome era Kara. Quindi io e non è un altro agente, penso che fosse Bob Schmitt, andammo a cercarla, la trovammo e dovemmo trascinarla. Non era ferita, ma era in macchina ed era sopraffatta dalla situazione, dovemmo trasportarla al Lower Manhattan Hospital, che non era lontano. Quando arrivammo lì, fuori dall'ospedale c'erano barelle, medici e infermieri e non c'erano pazienti. Mi aspettavo di vedere gente che veniva curata e non c'era nessuno. Era molto duro da reggere emotivamente, perché c'erano professionisti dell'ospedale che aspettavano pazienti e mi fu chiaro a quel punto che le persone erano morte o scappate relativamente in buone condizioni. Mi fece sentire molto male perché capii quante persone erano intrappolate in quei palazzi e non sono potute uscire.

Tornammo sulla scena per vedere se potevamo aiutare, c'erano pompieri e poliziotti che non si trovavano, stavamo ancora cercando di capire cosa stava succedendo. Le persone dicevano che c'erano altri aerei dirottati. Ricordo di avere visto dei caccia militari che volavano intorno a Manhattan per difendere l'isola. Un po' di tempo dopo il World Trade Center 7 crollò.

Rimanemmo lì per due giorni di seguito cercando di capire se potevamo trovare i poliziotti e i pompieri che erano scomparsi. Scavammo in giro come era possibile a mani nude perché non c'era equipaggiamento a quel punto, non avevamo i respiratori perché nessuno si aspettava che sarebbe successo questo. Non salvammo nessuno per i primi due giorni, il terzo giorno tornai a casa e fu molto emozionante. Quando le torri crollarono distrussero le celle che facevano funzionare i cellulari nella parte sud di Manhattan, quindi mia moglie non sapeva nemmeno che io ero vivo. Quando arrivai a casa tre giorni dopo mia moglie pensava che io fossi morto nei crolli, mandò sua madre a prendere i bambini a scuola e aspettavano che arrivasse un cappellano della polizia a bussare alla loro porta per dire che ero morto.

I miei figli stavano andando a scuola tre giorni dopo quando arrivai e fu molto emozionante, anche l'uomo del camion delle poste venne ad abbracciarmi, non so chi fosse non l'avevo mai incontrato prima ma mi vide uscire dalla macchina in uniforme e ricoperto di polvere e capì da dove arrivavo. Mi abbracciò e dovetti spingerlo via per poter andare da mia moglie ed ai miei figli ad abbracciarli.


Undicisettembre: Prima di entrare nei dettagli, mi puoi spiegare cos’è l’ATF? Non conosco questa agenzia.

Peter Forcelli: E parte del Dipartimento di Giustizia e fa rispettare le leggi sull'alcol, sul tabacco e sulle armi da fuoco negli Stati Uniti, ci occupiamo anche di far rispettare le leggi sugli esplosivi anche se non c'è un iniziale nella sigla per questo. La mia agenzia fu fondata quando l'alcol era proibito, iniziò l’attività quando le persone producevano alcolici illegalmente. É più o meno come l’FBI ma la nostra sfera di competenza è limitata all'alcol, al tabacco e alle armi da fuoco.


Undicisettembre: Quanto tempo sei rimasto a Ground Zero dopo l’11/9?

Peter Forcelli: Tre giorni consecutivamente a tempo pieno, riposavo solo brevemente quando potevo. Dopo di ciò quattro giorni a settimana, se non cinque giorni a settimana, fino a novembre. Dopo ci mandarono a lavorare in una discarica a Staten Island e fu un lavoro nauseante. Da Ground Zero mandavano rottami a Staten Island dove usavano un macchinario per livellarli e dovevamo rastrellare nel macchinario per cercare parti di corpi, gioielli o qualunque cosa che potessimo dare indietro alle famiglie per identificare le persone. Fu nauseante perché prendevano pezzi piccoli e li mettevano sui nastri trasportatori e mentre il nastro trasportatore ti passava accanto avevi un tasto da premere se vedevi qualcosa che sembrava un pezzo di corpo o un gioiello o un documento di identità. Vedere queste cose che passavano accanto fu difficile per gli occhi, ma fu molto importante. Ho fatto questo fino a marzo del 2002.


Undicisettembre: Cosa è successo a te, o alla squadra con cui hai lavorato, mentre eravate a Ground Zero dall’11/9 fino a quando te ne sei andato a novembre?

Peter Forcelli: Abbiamo fatto il meglio che potevamo, il nostro spirito non era felice perché avevamo perso così tanti colleghi ma era come se fosse un dovere essere lì. Ricordo un giorno verso la fine del periodo che passai a Staten Island ero in piedi alla discarica e c'era un poliziotto con un uniforme del North Carolina, e gli dissi "Ehi che fai qui? Siamo in marzo adesso." Mi rispose "Mio figlio nacque il 12 di settembre e come americano ho voluto venire qui, ho sentito la necessità di venire ad aiutare." Quindi quest'uomo sei mesi dopo si sentì in obbligo di venire ad aiutare e fu una cosa toccante. Fu lo stesso per noi, a Ground Zero scavavamo per molte molte ore ed eravamo esausti.

Quando guidavi verso nord sulla West Side Highway c'era un’area dove non lasciavano passare nessuno a meno che fossi nelle forze dell’ordine, un medico o militare, e c'erano centinaia di persone che stavano lì in piedi ad applaudire. C'era un grande senso di apprezzamento per coloro che lavoravano laggiù. Avevo lavorato nelle forze dell’ordine per quindici anni a quel tempo e di solito a New York non sentivi quel senso di apprezzamento, nessuno ti ringraziava perché facevi il tuo lavoro. Dava molta motivazione per andare là a lavorare. Recentemente ho scoperto di avere un cancro ai polmoni e sono abbastanza sicuro che è causato dai giorni che ho passato là, ma tuttora non mi sono pentito di esserci andato.


Undicisettembre: L’11/9 come condiziona la tua vita quotidiana?

Peter Forcelli: Fino allo scorso settembre non sapevo di avere un cancro ai polmoni, mi sentivo bene ma è comunque qualcosa che ricordi, non è qualcosa che puoi dimenticare e talvolta vengono gli incubi. Voglio dire, amo il mio lavoro e questo mi ha aiutato a superarlo. Non lavoro più a New York in parte a causa dell’11/9. Ho lavorato a New York fino al 2007 e andare a Lower Manhattan in macchina era una cosa toccante e ci dovevo andare costantemente; c'erano momenti in cui andavo al lavoro ed era difficile perché mi ricordava quel giorno.

Ogni tanto qualcuno mi chiama per dirmi che qualcuno dei miei amici è morto a causa dell’11/9 e mi riporta indietro a quel giorno. Quindi provi a dimenticare le cose orribili e a ricordare le cose buone che sono successe come il modo in cui la gente si è unita e il senso di urgenza nell'aiutarsi vicendevolmente, ma non puoi mai dimenticare un evento di tale grandezza.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l’11/9 è stato un autoattentato?

Peter Forcelli: Non credo che sia possibile, e ti dico perché, e molte persone non sanno questo: il quartier generale della CIA era in uno dei palazzi che furono distrutti. E so per certo che stavano cercando molti documenti, c'erano aree dove anche se io ero nelle forze dell’ordine non potevo andare a cercare, non lasciavano avvicinare. Se fosse stato un inside job perché non avrebbero dovuto permettere di farlo? Hanno perso molte cose che per loro erano importanti.

Non credo sia possibile che un governo qualunque faccia questo alle sue persone, e non sono un grande fan di molte cose che il nostro governo fa.


Undicisettembre: Quanto pensi che sia sicura la nazione oggi? Anche considerando gli attentati avvenuti dopo l’11/9, come quello alla maratona di Boston o il pipe bomber nel New Jersey?

Peter Forcelli: Penso che facciamo del nostro meglio e mi spezza il cuore vedere ciò che succede in altre nazioni in Europa o in Africa, ci sono persone a cui non piace l'occidente. Ci sono persone che vogliono che gli altri credano in ciò che loro credono e null'altro. A loro non piace che noi viviamo nella libertà e che possiamo sentire la musica e cose di questo tipo. Loro devono solo riuscire nel loro intento una volta ogni tanto, mentre i tutori della legge devono riuscire tutte le volte per evitare che queste cose succedano e non è possibile. Penso che vedremo il terrorismo ancora per un po'.


Undicisettembre: Pensi che la nazione viva ancora nella paura o ha recuperato la sua posizione mondiale?

Peter Forcelli: Un po’ di entrambe le cose. Credo che la maggior parte degli americani semplicemente viva la propria vita, molti americani hanno dimenticato l’11/9 e talvolta è una cosa buona, non avere paura, ma alle volte è negativo perché se non fai attenzione e non stai in guardia è molto semplice diventare una vittima.

Penso che tutto ciò che gli Stati Uniti facciano sia giusto? Beh, ovviamente no. Quando vedo le cose che succedono in Israele e in quelle zone penso che le persone dovrebbero provare ad andare d'accordo e a capirsi l'un l'altro, ma di nuovo ci sono alcune culture là fuori che non credono che dovremmo ascoltare musica o che le donne possano guidare o ottenere un’istruzione e ci sono persone a cui non piace che siamo alleati stretti di Israele.

Alle volte credo che gli Stati Uniti Dovrebbero farsi gli affari loro e preoccuparsi della propria politica, per questo non sono un politico.