2019/07/31

Morto Hamza bin Laden, figlio di Osama e leader di al-Qaeda

di Hammer. L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il 31 luglio del 2019 la NBC News ha riportato la notizia che secondo alcune fonti di intelligence americane Hamza bin Laden, figlio di Osama e leader di alto livello di al-Qaeda, sarebbe morto.


Secondo quanto aggiunto dal New York Times, gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo nell'uccisione del terrorista saudita, anche se non è ancora noto quale. Hamza bin Laden sarebbe deceduto negli ultimi due anni, quindi durante l'amministrazione Trump, ma la notizia è stata data con ritardo perché è servito molto tempo a verificare il decesso.

Hamza bin Laden era nato nel 1989 ed era apolide da marzo del 2019, in quanto l'Arabia Saudita gli ha tolto la cittadinanza, come fatto in passato con il padre, dopo che il Dipartimento di Stato degli USA ha posto una taglia da un milione di dollari sulla sua testa. Tuttavia secondo il New York Times a quella data il terrorista era già morto. L'ultima apparizione mediatica di Hamza bin Laden risale a gennaio del 2018, quando minacciò l'Arabia Saudita invitando gli abitanti della penisola alla rivolta.

Lo scorso anno emerse da un'intervista del Guardian alla madre di Osama bin Laden che Hamza aveva sposato una figlia di Mohamed Atta, ma il fratello Omar bin Laden smentì tale circostanza aggiungendo che una delle mogli di Hamza era invece la figlia di Abu Mohammed al-Masri (noto anche come Abdullah Ahmed Abdullah), terrorista ricercato per il suo ruolo di organizzatore degli attentati del 1998 contro due ambasciate americane in Africa. Come riportato dalla biografia di Hamza bin Laden dell'ex agente speciale dell''FBI Ali Soufan, i due hanno avuto due figli che hanno chiamato Osama and Khairia come i genitori di Hamza.

Le informazioni sulla morte di Hamza bin Laden sono comunque al momento vaghe e lacunose, e l'uomo è ancora indicato come ricercato sua sul sito dell'FBI sia su quello di Rewards For Justice (uno dei programmi antiterrorismo del Dipartimento di Stato). Inoltre sia Ali Soufan sia l'analista della CNN Paul Cruickshank hanno asserito che se Hamza è morto mesi fa è strano che al-Qaeda non lo abbia ancora comunicato con un elogio che lo facesse ricordare come un martire, come l'organizzazione terroristica è solita fare.



Aggiornamento (01/08/2019): La giornalista Cathy Scott-Clark della BBC ha riportato di aver ricevuto conferma dalla famiglia bin Laden, e in particolare da una delle mogli di Hamza, che l'uomo è effettivamente morto a seguito di un bombardamento aereo nella regione di Paktika, in Afghanistan. Il terrorista sarebbe stato ferito nel dicembre del 2018 ed è morto in seguito alle ferite riportate.

2019/07/29

Qual era l'obiettivo di United 93?

di Hammer

Il volo United 93 fu l'unico dei quattro dirottati dai terroristi di al-Qaeda l'11 settembre 2001 a non raggiungere il proprio obiettivo, in quanto il terrorista Ziad Jarrah decise di farlo schiantare al suolo quando si rese conto che non sarebbe riuscito a concludere la propria missione suicida a casa di una rivolta dei passeggeri che misero fuori combattimento, o forse uccisero, uno dei muscle hijacker e che erano intenzionati a riprendere il controllo del velivolo.

Il Boeing 757 utilizzato per il volo United 93, fotografato tre giorni prima dell'attentato.

Non sapremo mai quindi con certezza quale fosse l'obiettivo verso cui Jarrah stava dirigendo l'aereo; comunemente si ritiene che potesse essere la Casa Bianca, considerando che al-Qaeda voleva colpire i simboli del potere economico, militare e politico degli Stati Uniti. In realtà la risposta non è così ovvia, perché ci sono forti indicazioni che il quarto obiettivo potesse essere invece il Campidoglio, la sede del congresso americano.

Secondo quanto riportato dal 9/11 Commission Report, la selezione degli obiettivi dell'attacco fu svolta dai soli Osama bin Laden, Khalid Sheikh Mohammed e Muhammad Atef, capo militare di al-Qaeda. La lista iniziale prevedeva il World Trade Center, il Pentagono, il Campidoglio e la Casa Bianca: bin Laden voleva colpire il Pentagono e la Casa Bianca, Khalid Sheikh Mohammed propose il World Trade Center e tutti e tre concordarono sul Campidoglio. Il fatto che avessero scelto le Torri Gemelle più altri tre obiettivi è probabilmente dovuto al fatto che nei piani originali avrebbe dovuto esserci una quinta cellula, che al-Qaeda non riuscì ad assemblare.


Il 9 luglio del 2001 Mohamed Atta incontrò Ramzi Binalshibh (uno dei facilitatori nell'organizzazione degli attentati) a Madrid per discutere i dettagli. Binalshibh comunicò ad Atta che bin Laden intendeva colpire la Casa Bianca, il World Trade Center e il Pentagono; Atta ribatté che sarebbe stato troppo difficile raggiungere la sede presidenziale ma che ne avrebbe valutato la fattibilità. Aggiunse Atta che i piloti erano già stati individuati all'interno del commando suicida, che Hanjour avrebbe colpito il Pentagono, lui stesso e Marwan al-Shehhi le due torri del World Trade Center e Jarrah aveva fino a quel momento come obiettivo il Campidoglio. Gli accordi potevano comunque ancora essere cambiati e come ulteriore indicazione fu detto ai piloti che se non fossero riusciti a portare a compimento la missione avrebbero dovuto far schiantare l'aereo al suolo; lo stesso Atta avrebbe lanciato l'aereo nel centro di New York se non fosse riuscito a colpire le Torri Gemelle. Atta aggiunse che aveva valutato come obiettivo alternativo una centrale nucleare, ma questa ipotesi fu scartata per l'opposizione degli altri tre piloti che temevano che sarebbe stato più difficile arrivare all'obiettivo sfuggendo alla difesa antiaerea e perché non era tra quelli scelti dai vertici di al-Qaeda.

Atta e Binalshibh si sentirono di nuovo il 3 agosto e Binalshibh ribadì ad Atta la volontà di bin Laden di colpire la Casa Bianca. Atta ribatté di nuovo che sarebbe stato difficile, ma accettò gli ordini riservandosi di tenere il Campidoglio come alternativa nel caso in cui non fosse stato possibile raggiungere l'obiettivo prescelto. Si trattava in ogni caso di una situazione eccezionale, perché da quanto emerso United 93 era l'unico dei quattro voli ad avere una soluzione alternativa. Comunque, a conferma della ricezione delle indicazioni, in una conversazione tra Binalshibh e Atta del 9 settembre 2001 quest'ultimo confermò che l'obiettivo prescelto per la missione guidata da Jarrah era la Casa Bianca.


In seguito all'11/9, il miliziano di al-Qaeda Abu Zubaydah dopo essere stato catturato confermò che l'obiettivo di United 93 era la Casa Bianca. Tuttavia Khalid Sheikh Mohammed e Binalshibh dissero invece nella celebre intervista rilasciata nel 2002 al giornalista egiziano Yosri Fouda che le intenzioni di Jarrah erano quelle di portare il velivolo contro il Campidoglio, questa teoria fu sostenuta in tribunale nel 2008 anche dall'autista personale di bin Laden, Salim Hamdan, dopo essere stato catturato in Afghanistan.

Purtroppo c'è quindi molta confusione e incertezza su quale fosse l'obiettivo del volo United 93. La versione più autorevole è sicuramente quella di Khalid Sheikh Mohammed e quindi l''ipotesi più probabile è che Jarrah abbia ricevuto istruzioni di portare l'aereo contro la Casa Bianca ma che non si fosse adeguato agli ordini e che intendesse invece farlo schiantare contro il Campidoglio. Il fatto che il terrorista abbia quindi escluso la residenza del presidente come suo obiettivo dovrebbe far riflettere chi crede che per i terroristi fu tutto troppo facile e che poterono colpire indisturbati il "posto più sorvegliato al mondo", espressione con cui i complottisti descrivono il Pentagono, perché in realtà Atta manifestò i propri dubbi sulla possibilità di colpire la Casa Bianca proprio perché la sorveglianza sarebbe stata troppo difficile da superare ed è probabile che Jarrah avesse già deciso di abbandonare questa possibilità.

2019/07/02

Il primo attentato di al-Qaeda negli Stati Uniti: l'omicidio di Meir Kahane

di Hammer

Contrariamente a quanto comunemente si ritiene, il primo attentato sul suolo americano compiuto da terroristi legati ad al-Qaeda non fu quello contro il World Trade Center del 26 febbraio del 1993, ma l'assassinio del rabbino israelo-americano Meir Kahane che fu ucciso da un colpo di pistola sparatogli da distanza ravvicinata dal terrorista egiziano El Sayyid Nosair nel 1990.

Meir Kahane
Meir Kahane nacque a Brooklyn nel 1932 e la sua politica era nota per le posizioni nazionaliste e favorevoli alla deportazione di tutti i palestinesi dalla Cisgiordania e dalla striscia di Gaza. Negli Stati Uniti Kahane fondò la Lega di Difesa Ebraica, movimento considerato un gruppo terrorista dall'FBI nonostante si professasse contrario al razzismo e al terrorismo, e il Kach, partito politico israeliano sionista nelle cui intenzioni vi era di concedere la cittadinanza israeliana ai soli ebrei e l'uso della guerra per risolvere la questione palestinese.

Kahane fu anche eletto al parlamento israeliano nel 1984 e vi rimase per un solo quadriennio, in quanto nel 1985 il governo dichiarò il Kach un partito razzista impedendo così al partito stesso di ripresentarsi alle elezioni del 1988.

La sera del 6 novembre del 1990 Meir Kahane tenne un discorso davanti a oltre trecento persone nella sala conferenze del secondo piano del Marriott Hotel al numero 525 di Lexington Avenue, a Manhattan. Al termine dell'evento il rabbino si sedette a uno dei tavoli usati per la conferenza e venne attorniato da un gruppo di persone che avevano assistito al discorso che gli fecero delle domande a cui Kahane stava rispondendo. Un uomo vestito da ebreo ortodosso gli si avvicinò da dietro e gli sparò due colpi con una pistola calibro .357. Il primo perforò la testa di Kahane dal collo alla guancia sinistra, il secondo lo mancò. L'attentatore corse quindi verso l'uscita per scappare e si scontrò con un uomo dello staff di Kahane, il settantatreenne Irving Franklin, a cui sparò nella gamba per riprendere la propria fuga.

Arrivato in strada l'attentatore tentò di dirottare un taxi davanti a una sede delle poste puntando la pistola al guidatore. Intervenne sulla scena l'agente della polizia postale Carlos Acosta, che indossava un giubbotto antiproiettile, il quale estrasse la pistola e intimò al fuggitivo di non muoversi. L'assassino di Kahane gli sparò al petto, ma nonostante l'impatto del proiettile l'agente riuscì a rispondere al fuoco colpendo l'attentatore al mento e immobilizzandolo. L'assassino fu identificato come il trentaquattrenne El Sayyid Nosair. Meir Kahane e i tre feriti, tra cui lo stesso Nosair, furono portati al Bellevue Hospital dove il rabbino fu dichiarato morto alle 21:57.

El Sayyid Nosair
El Sayyid Nosair fu condannato da un tribunale dello stato di New York a 22 anni di reclusione solo per possesso illegale di arma da fuoco e per aver sparato ad Acosta, ma non per l'omicidio di Kahane in parte per il fatto che la famiglia di questi non acconsentì allo svolgimento dell'autopsia rendendo impossibile il recupero del proiettile mortale.

Nosair venne dapprima detenuto nel carcere di Attica e una cellula jihadista guidata da Omar Abdel-Rahman (più noto con il soprannome di The Blind Sheik) tentò di pianificare un attentato con un camion bomba contro il penitenziario allo scopo di far fuggire lo stesso Nosair. Il piano fu abbandonato a seguito dell'arresto di Abdel-Rahman per il primo attentato al World Trade Center.

Proprio nell'ambito del processo ad Abdel-Rahman, nel 1995 Nosair fu sottoposto al giudizio di un tribunale federale il quale lo condannò all'ergastolo per aver partecipato alla pianificazione di attentati contro alcuni obiettivi nella città di New York e anche per l'omicidio di Meir Kahane. Il tribunale stabilì che Nosair non agì da solo, ma che era legato a una cellula terroristica.

Nel 2002 emerse dalle indagini sull'11/9 che Osama bin Laden aveva finanziato la difesa di Nosair al primo processo e che alcuni parenti del terrorista avevano compiuto un viaggio in Arabia Saudita per raccogliere dei fondi messi a disposizione dal leader di al-Qaeda.

Secondo quanto riportato dal Jerusalem Post, Nosair ammise agli inquirenti nel 2005 di essere l'autore materiale dell'omicidio di Meir Kahane e aggiunse di non aver intrapreso questo progetto criminale da solo perché al Marriott Hotel di Lexinton Avenue c'erano con lui due complici, il giordano Bilal al-Kaisi e il palestinese Mohammed Salameh, il secondo dei quali fu anche uno degli attentatori del primo attacco contro le Torri Gemelle. In ogni caso, secondo quanto riportato dal giornalista Peter Lance, i legami tra Nosair e bin Laden risalgono a molto prima dell'omicidio di Kahane, l'egiziano infatti ammise anche di aver sorvegliato un aeroporto nell'ambito del suo piano per uccidere Kahane insieme a un uomo chiamato Ephron Gilmore che lavorava per bin Laden.

L'omicidio di Meir Kahane è purtroppo meno noto di quanto dovrebbe essere e spesso viene relegato alla cronaca nera e non considerato un vero atto di terrorismo. Al contrario questo avvenimento mostra quanto pericolosa fosse al-Qaeda più di dieci anni prima del 2001 e conferma che il nome di Osama bin Laden era noto agli inquirenti molto prima dei sanguinosi eventi dell'11/9.

2019/05/28

World Trade Center: an interview with former NYPD detective Anthony Agnelli

by Hammer. An Italian translation is available here.

Anthony Agnelli is a former NYPD detective who on 9/11 was sent to the site and arrived at the World Trade Center after the collapse of the second tower. To discuss the events of that day Agnelli accepted our request for an interview which we are offering our readers today.

We would like to thank Anthony Agnelli for his kindness and willingness to help.


Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on 9/11?

Anthony Agnelli: I was home, I lived a little outside the city at that time and I was going to get into work in the afternoon because it was a primary day, an election day. So they had everybody working at the election holding places. I got up in the morning and my wife called me on the phone, she was working in the city and she was driving down there, and she told me she heard on the radio that a plane run into the World Trade Center. I looked outside and it was a beautiful day and I was trying to figure out how a plane can fly into the World Trade Center on a perfectly clear day. Immediately I turned on the television and I saw the second plane crash into the World Trade Center and everybody knew what was going on.

Right after that they announced on television that any off duty police officer or firefighter was requested to report to work immediately, so I got dressed and ready to go, got in my car and started racing down to the city. I got there pretty quick, there was a whole bunch of cars on the expressway that were all cops and firemen and EMS workers and we were all driving as fast as we could. When I got to the site I met up with a couple of people among whom my lieutenant. We got into a car, we were driving right by the World Trade Center and I wanted to get out of the car and get down there. The second tower had already come down. I jumped out of the car and separated from the guys I was working with and run down to the site, I was 50 or 60 feet from where the South Tower was, and there was a bunch of cops staring at the pile and we couldn’t believe what we were seeing, it was almost dark in the middle of the daytime.

After that we tried to get organized into teams and trying to figure out what we were going to do and how we were going to do it; basically we had no tools, we had nothing, no masks, no work clothes. We just started climbing on the pile and digging with a pair of my handcuffs in the debris trying to make a hole. We spent a lot of the day doing that. Around five o’clock in the afternoon somebody put up a temporary cell site because all the power and cell service was knocked out in lower Manhattan, so I immediately picked up my phone and called home. My wife answered the phone and my daughter was there too, she was 16, I explained them where I was and a minute into the conversation 7 World Trade Center started to fall. Everybody started running and the dust cloud came over us and I was on the phone and my wife and my daughter were watching the TV coverage, so they saw the building starting to come down and they heard me starting to run and they figured “Oh my God, he’s in danger!”. I could hear that screaming on the phone as I was running down the street.

The dust cloud covered us with a lot of debris. Eventually I got back on the phone and told them everything was okay.

We stayed there on that day till about 2AM, and then they told us to go home, get some rest and be back at five which was crazy. My parents lived in Queens which was only about five or ten miles from the World Trade Center; I went there and they weren’t even home, they were on vacation, but I went to their house, laid down for a couple of hours, got up, took a shower and went back right down there.


Undicisettembre: Can you confirm 7 World Trade Center was burning out of control?

Anthony Agnelli: Oh, the whole front of the building was torn out; even if sometimes you see pictures of the back of the building when it collapses and it looks okay. There was a big, big, giant hole in the front of the building where one of the towers fell and did a lot of damage. It was burning all day. It was burning from the morning and the fire department was not even fighting the fire, they had abandoned it because of all the things that were happening. They were not even pouring water on the fire, they just left it alone.


Undicisettembre: While 7 World Trade Center collapsed did you hear any mysterious explosion?

Anthony Agnelli: No. And the funny thing was that just before 7 World Trade Center collapsed we were working at some place and a captain came over and grabbed a bunch of us, maybe fifteen or twenty detectives that were in my unit, and we were in plain clothes; he told us “I have something for you guys to do, all of you come with me.” We were on the street that was right in front of 3 World Trade Center and he walked us within a half of block from 7 World Trade Center and he told us “Stay here, I got something for you guys to do, I’ll be right back.” He walked away and two minutes after that was when I got on the phone with my wife, I was maybe 400 feet from one of the corners of the building, that’s how close I was to 7 World Trade Center. I was on the phone and I was looking directly at 7 World Trade Center and I was even saying to myself “Wow, this building is about to collapse!” The bottom couple of floors were ripped in fire. We were commenting with each other “FD is not even doing anything with this building, they gave up on it.”

A minute or two later I was on the phone and staring directly on 7 World Trade Center, the windows started to vibrate and the building started to sway a little bit, seconds after that it collapsed. There were no explosions and I was literally 400 feet away from it.


Undicisettembre: What did you guys do on the next days?

Anthony Agnelli: Everyday it got a little more organized, because in the very first day there was very little organization, nobody had an assignment nor knew what to do; nobody ever encountered something like this, we didn’t have tools or anything like that.

What they do in the police department is that a sergeant has a roster, he’ll put his name on it because he’s the supervisor, and he would take say ten detectives or police officers from his team and he’ll write their names on it. He’ll then go to his superior, lieutenant or captain, and they’ll tell him “Take your team, go there and do this.” That second morning we got organized onto a roster with my sergeant, we went down right to the foot of the South Tower and everybody was doing their own thing. We got to the pile, started digging and looking for things, for people and we teamed up with the fire department. You could see pictures of what they call “the bucket brigade” where they were filling buckets with debris from the pile, which was very high like four or five stories in some places; you would crawl up on top and start digging, passing the buckets back and dumping them out on the street, bring it up again.

We were also trying to find people, we of course didn’t find anybody. The first day was much more chaotic because nobody knew what was going on, there were military planes flying over Manhattan which never happens and people would freak out.

A lot of buildings around the site were damaged and there was a lot of fear that those buildings could collapse like 7 World Trade Center did. There were rumors that some buildings were not sound and that they were evacuating them, people were running around. As the days passed people got a bit calmer, as calm as it could possibly be, and more organized. We started doing the bucket brigade and taking stuff out and looking for survivors. We were finding people partially buried that were dead, tried to uncover them and get them out. There was a lot of that going on in the first week, we did that for twelve to eighteen hours a day.


Undicisettembre: How long did it take before it got back to normalcy?

Anthony Agnelli: It never did, until the last month I spent down there when it was pretty much cleaned out. When that happened I was in a narcotics investigative unit in Manhattan, we were basically told “Forget about your cases, forget about doing enforcement. Just go down there every single day till it’s done.” So we worked there all the time. The first week we worked seven days straight, the second week we did six days for three or fours weeks, and then it tapered down to a twelve hours shift five days a week, but that was later on. Then I spent some time at the landfill in Staten Island too.


Undicisettembre: How does 9/11 affect the daily work of NYPD even today?

Anthony Agnelli: Before 9/11 we didn’t have a big anti terrorism investigative unit, our main goal was not terrorism. Now big part of what they do is anti terror stuff, whole units have been formed just to deal with terrorism. But NYPD is very, very unique in a lot of ways: it’s a giant department, we have 40.000 members, so if they changed things up as if they were a small department they would be destroyed, they would not be able to deal with it. Because we had to do patrol, do the things you would do on a normal day and we were able to do that and do the cleanup and switch into an anti terror mode. In Times Square you can see police everywhere with long guns, assault rifles, full body armor; before 9/11 there was none of that.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

Anthony Agnelli: In the beginning there was never one day when I didn’t think about it, up till probably 2015. Every single day I thought about it. I looked up in the sky, saw a plane flying over my house and think about 9/11. If I was barbecuing, or someone next door was, I would smell the smoke and think about 9/11. If I heard loud noises or certain smells, I would trigger the memory of 9/11. Now I still do but I’m slowly putting it in the back of my head; it’s still there, I still think about it because of the many people that are sick from the 9/11 dust, but it’s less negative to me now. And when I talk about it it’s a kind of therapy to me, it helps me.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories according to which 9/11 was an inside job?

Anthony Agnelli: I think it’s ridiculous. It doesn’t make any sense. I listened to them, I read things about them, I have seen videos in which people address these conspiracy theories, but I was there and they weren’t. Most of them are focused on World Trade Center 7, that’s the nexus of conspiracy theories. I know from doing investigations that people would take a little tiny thread and they’ll weave that into a giant sweater.

When you look at the building it looks okay from some of the angles, so they make these stories up but it doesn’t pane out and I know because I was there. I don’t know what the reason for this is, maybe because they want to have some kind of fame or because they are anti government. They live in the United States, but they hate the United States and they want to make it sound like the United States is always doing something bad. But I don’t get insulted by it, I just think it’s ridiculous.


Undicisettembre: What do you think of security today? Is the country safer than in 2001?

Anthony Agnelli: I think it’s safer. But I think they are not doing a good enough job in securing, I think it has become a political thing, that’s pretty sad but that’s what has become. It has become a republican and democrat polarization thing. People are coming into the country, and I think you guys have seen it too in Italy with people coming from Syria and nobody knows who they are and now that they are in your country who knows what can happen. I think Europe opened their ports a little bit more because of what is going on over there.

So I think it’s safer, they made air travel safer, they hardened other targets so that you can’t drive a truck or a car bomb onto them so we made things better but more things can be done at the border to be more vigilant on who we let in the country because that’s probably where the next attack is coming from. We had some attacks already, these little ISIS attacks where they jump in a cheap truck and drive it into a sidewalk and kill a bunch of people, they have done it in Europe too, but it’s a lot safer than it was.

World Trade Center: intervista all'ex detective dell'NYPD Anthony Agnelli

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Anthony Agnelli è un ex detective dell'NYPD che l'11/9 fu inviato sulla scena e arrivo al World Trade Center dopo il crollo della seconda torre. Per raccontarci la sua esperienza di quel giorno Agnelli ha accettato la nostra proposta di un'intervista che offriamo oggi ai nostri lettori.

Ringraziamo Anthony Agnelli per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto l’11/9?

Anthony Agnelli: Ero a casa, al tempo abitavo appena fuori città e sarei andato al lavoro nel pomeriggio perché quel giorno c'erano le elezioni primarie. Quindi avevano mandato tutti a lavorare ai seggi. Mi alzai la mattina e mia moglie mi chiamò al telefono, lavorava in città e stava andando là in macchina, e mi disse di aver sentito alla radio che un aereo si era schiantato contro il World Trade Center. Guardai fuori ed era una giornata bellissima e cercai di capire come fosse possibile che un aereo andasse a schiantarsi contro il World Trade Center in una giornata perfettamente limpida. Immediatamente accesi il televisore e vidi il secondo aereo schiantarsi contro il World Trade Center e a quel punto tutti capirono cosa stesse succedendo.

Appena dopo annunciarono in televisione che tutti gli ufficiali di polizia non in servizio e i pompieri dovevano recarsi immediatamente al lavoro, quindi mi vestii e mi preparai ad andare, salii in macchina e iniziai a correre giù verso la città. Ci arrivai abbastanza velocemente, c'era un bel gruppo di macchine in autostrada di poliziotti e pompieri e mezzi di soccorso che stavano tutte andando alla massima velocità possibile. Quando arrivai sulla scena incontrai un paio di altre persone tra cui il mio tenente. Salimmo su una macchina, passammo appena a destra del World Trade Center e io volli scendere dalla macchina per andare lì. La seconda torre era già crollata. Scesi dalla macchina e mi separai dalle altre persone con cui lavoravo e corsi giù verso il sito, ero a quindici o venti metri da dove si trovava la Torre Sud, e c'era un gruppo di poliziotti che guardavano la pila e non potevamo credere a ciò che stavamo vedendo, era quasi buio nel mezzo della giornata.

Dopodiché provammo a organizzarci in squadre e provammo a capire cosa avremmo dovuto fare e come; praticamente non avevamo strumenti, non avevamo nulla, non avevamo maschere, non avevamo abiti da lavoro. Iniziammo a salire sulla pila e a scavare con le manette tra le macerie cercando di fare un buco. Passammo molto tempo a fare questo. Intorno alle cinque del pomeriggio fu azionata una cellula temporanea per i telefoni cellulari perché mancava la corrente elettrica e il servizio per i cellulari non funzionava nella parte meridionale di Manhattan, quindi immediatamente presi il telefono e chiamai a casa. Mia moglie rispose al telefono e c'era con lei anche mia figlia, aveva 16 anni, spiegai loro dove mi trovavo e dopo un minuto che eravamo al telefono il World Trade Center 7 iniziò a crollare. Tutti iniziarono a correre e la nube di polvere ci investì mentre io ero al telefono con mia moglie e mia figlia che guardavano la televisione, quindi videro il palazzo che iniziava a crollare e mi sentirono iniziare a correre e pensarono: “Oh mio Dio, è in pericolo!”. Sentii le loro urla al telefono mentre correvo via per la strada.

La nube di polvere ci investì con molti detriti. Finalmente tornai al telefono e dissi loro che stavo bene.

Rimanemmo lì fino alle due del mattino, e poi ci dissero di andare a casa, di riposarci un po' e di tornare indietro alle cinque che era folle. I miei genitori vivevano nel Queens che era a circa dieci chilometri dal World Trade Center. Andai là, loro non erano a casa, erano in vacanza, ma andai a casa loro, mi stesi per un paio d'ore, mi alzai, feci una doccia e tornai subito lì.


Undicisettembre: Puoi confermare che il World Trade Center 7 stava bruciando ed era fuori controllo?

Anthony Agnelli: Oh, tutta la parte frontale dell'edificio era stata strappata via; anche se alle volte vedi foto del retro del palazzo mentre crolla e sembra che sia integro. C'era un buco gigantesco nella parte frontale dell'edificio dove una delle torri era caduta e aveva causato un danno enorme. Era tutto il giorno che bruciava. Bruciava dal mattino e i pompieri non stavano neanche tentando di spegnere l’incendio, l'avevano abbandonato per via di tutto ciò che era successo. Non stavano neanche gettando acqua sul fuoco, l'hanno semplicemente abbandonato.


Undicisettembre: Mentre il World Trade Center 7 crollava hai sentito delle esplosioni misteriose?

Anthony Agnelli: No. E la cosa divertente è che appena prima che il World Trade Center 7 crollasse stavamo lavorando in un posto e un capitano arrivò e prese alcuni di noi, circa quindici o venti detective che erano nella mia unità, eravamo in abiti civili; ci disse “Ho qualcosa da farvi fare, venite tutti con me.” Eravamo sulla strada che è proprio di fronte al World Trade Center 3 e lui ci portò fino a un isolato dal World Trade Center 7 e ci disse “State qui, ho qualcosa da farvi fare, torno subito.” Se ne andò e due minuti dopo ero al telefono con mia moglie, circa cento metri da uno dei vertici del palazzo, ero a questa distanza dal World Trade Center 7. Ero al telefono stavo guardando proprio il WTC7 e mi stavo dicendo “Wow, questo palazzo sta per crollare!” i primi piani alla base erano avvolti dalle fiamme. Stavamo commentando tra di noi “I pompieri non stanno facendo nulla per questo palazzo, si sono arresi.”

Un minuto o due dopo ero al telefono e guardavo direttamente il World Trade Center 7, le finestre iniziarono a vibrare e il palazzo iniziò ad ondeggiare leggermente, attimi dopo è crollato. Non ci furono esplosioni ed ero proprio a cento metri.


Undicisettembre: Cosa avete fatto nei giorni successivi?

Anthony Agnelli: Tutti si organizzarono un po' di più, perché nel primo giorno c'era molta poca organizzazione, nessuno aveva un incarico e nessuno sapeva cosa fare; nessuno aveva mai affrontato qualcosa del genere, non avevamo strumenti o niente del genere.

Nel dipartimento di polizia funziona che un sergente ha un ruolino, ci scrive il suo nome perché lui è il supervisore, e prende circa dieci detective o ufficiali di polizia della sua squadra e mette i suoi nomi sul ruolino. Va dal suo superiore, tenente o capitano, e gli dicono “Prendi la tua squadra, vai in questo posto e fai questo.” La seconda mattina fummo organizzati in una squadra con il mio sergente, andammo proprio alla base della Torre Sud e ognuno stava svolgendo l'incarico che gli era stato assegnato. Andammo alla pila, iniziammo a scavare e a cercare oggetti o persone e lavorammo insieme al dipartimento dei vigili del fuoco. Puoi vedere foto di ciò che chiamano la “brigata del secchio” in cui riempiono secchi con macerie della pila che era alta fino a quindici metri in alcune zone; scalavamo la pila fino alla sommità e iniziavamo a scavare passando i secchi avanti e indietro e scaricandoli in strada per poi portarli di nuovo su.

Cercavamo anche di trovare persone, ovviamente non trovammo nessuno. Il primo giorno fu molto più caotico perché nessuno sapeva cosa stava succedendo, c'erano aerei militari che volavano sopra Manhattan, che non succede mai, e le persone si spaventavano a morte.

Molti palazzi attorno al sito furono danneggiati e ci fu molta paura che quei palazzi potessero crollare come il World Trade Center 7. C'erano voci che alcuni di quegli edifici non erano stabili e che li stavano evacuando, le persone correvano via. Mentre i giorni passavano la gente si calmò, per quanto fosse possibile calmarsi, e si organizzò. Iniziammo a fare la “brigata del secchio” e a portare le cose fuori e a cercare sopravvissuti. Trovavamo persone parzialmente sepolte che erano morte, cercammo di disseppellirle e portarle fuori. Accaddero molte cose la prima settimana, facemmo questo per dodici o diciotto ore al giorno.


Undicisettembre: Quanto ci volle prima che la situazione tornasse alla normalità?

Anthony Agnelli: Non successe mai, fino all'ultimo mese che stetti lì, quando era già abbastanza pulito. A quell’epoca ero nell'unità investigativa sui narcotici di Manhattan, semplicemente ci fu detto “Abbandonate i vostri casi, dimenticate il vostro ruolo nelle forze dell'ordine. Andate là tutti i giorni finché non sarà finito.” Quindi lavorammo là tutto il tempo. La prima settimana lavorammo sette giorni di fila, dalla seconda settimana facemmo sei giorni per tre o quattro settimane, e poi abbassiamo a turni di dodici ore per cinque giorni a settimana, ma questo successe più avanti. In seguito passai del tempo anche alla discarica di Staten Island.


Undicisettembre: L’11/9 come condiziona l’attività quotidiana dell’NYPD ancora oggi?

Anthony Agnelli: Prima dell’11/9 non avevamo una grande unità investigativa antiterrorismo, i nostri obiettivi principali non riguardavano il terrorismo. Ora una gran parte di ciò che fanno è antiterrorismo, unità intere sono state formate solo per gestire il terrorismo. Ma l’NYPD è molto, molto peculiare sotto molti aspetti: è un dipartimento gigantesco, abbiamo 40.000 membri, quindi se avessero cambiato le cose gestendolo come un piccolo dipartimento ne sarebbero stati distrutti, non sarebbero stati in grado di gestirlo. Perché dovevamo fare pattugliamento, svolgevamo la nostra attività normale e siamo stati in grado al contempo di pulire il sito e di metterci in modalità antiterrorismo. A Times Square vedi la polizia ovunque con armi lunghe, fucili d'assalto, armature complete; prima dell’11/9 non c'era nulla di tutto ciò.


Undicisettembre: L’11/9 come condiziona la tua vita quotidiana?

Anthony Agnelli: All'inizio non ci fu mai un giorno in cui non ci pensavo, fino circa al 2015. Ogni giorno ci pensavo. Guardavo il cielo, vedevo un aereo che volava sopra la mia casa e pensavo all’11/9. Se stavo facendo il barbecue, o qualcuno nella casa accanto lo stava facendo, sentivo l'odore del fumo e pensavo all’11/9. Se sentivo rumori forti o certi odori, mi scattava in testa il ricordo dell’11/9. Ora mi succede ancora ma lentamente lo sto mettendo nel retro della mia testa; è ancora lì, ci penso ancora per via di tutte le persone che sono malate per aver respirato le polveri dell’11/9, ma per me adesso è meno negativo. E quando ne parlo e terapeutico, mi aiuta.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l’11/9 è stato un autoattentato?

Anthony Agnelli: Penso che siano ridicole. Non ha alcun senso. Li ascolto, leggo le cose che scrivono, ho visto i video in cui le persone discutono queste tesi della cospirazione. Ma io ero lì e loro no. Molte sono concentrate sul World Trade Center 7, è il punto cruciale delle teorie del complotto. So per aver fatto delle indagini che le persone possono prendere un piccolo filo e tesserlo in un maglione gigantesco.

Quando guardi il palazzo sembra che sia integro da alcune angolazioni, quindi creano queste storie ma non hanno senso e io lo so perché ero là. Non so perché lo facciano, forse perché sono in cerca di fama o forse perché sono antigovernativi. Vivono negli Stati Uniti, ma odiano gli Stati Uniti e vogliono far sembrare che gli Stati Uniti facciano sempre qualcosa di malvagio. Ma non mi offendono, penso solo che siano ridicole.


Undicisettembre: Cosa pensi della sicurezza oggi? Credi che la nazione sia più sicura oggi rispetto al 2001?

Anthony Agnelli: Credo che sia più sicura. Ma non credo che stiano facendo un lavoro sufficiente nella sicurezza, penso che sia diventata una cosa politica ed è abbastanza triste che sia diventato così. È diventata una cosa da repubblicani contro democratici. Le persone arrivano in questa nazione, e credo che anche voi lo vediate in Italia con persone che arrivano dalla Siria e nessuno sa chi sono e ora che sono nella vostra nazione nessuno sa cosa possono fare. Credo che l'Europa abbia aperto i propri porti un po' di più per ciò che sta succedendo là.

Quindi credo che sia più sicura, hanno reso i viaggi aerei più sicuri, hanno irrobustito la sicurezza su alcuni obiettivi in modo che non puoi prendere un camion o un autobomba e andare a schiantartici, quindi abbiamo reso la situazione migliore ma c'è altro che possiamo fare ai confini per essere più attenti su chi facciamo entrare nel paese perché probabilmente il prossimo attacco verrà da lì. Abbiamo già avuto alcuni attacchi, questi piccoli attacchi dell'ISIS dove prendono un furgone a basso costo e lo guidano contro un marciapiede uccidendo un po' di persone, l'hanno fatto anche in Europa, ma credo che sia molto più sicuro di allora.

2019/05/10

Aimen Dean - Nine Lives: My time as the West's top spy inside al-Qaeda

di Hammer

Nel 2018 è stato pubblicato il libro intitolato Nine Lives: My time as the West's top spy inside al-Qaeda, autobiografia dell'ex miliziano di al-Qaeda, e collaboratore dell'MI6, noto come Aimen Dean. L'uomo è nato in Bahrein nel 1978 e trascorse i primi anni della propria vita in Arabia Saudita. A quindici anni partì per la Bosnia dove si unì alla jihad per la prima volta, assistendo più volte ai massacri compiuti dai jihadisti sui prigionieri di guerra.

Dopo aver lasciato i Balcani, Dean si unì ai campi di reclutamento di al-Qaeda in Afghanistan dove conobbe Osama bin Laden, di cui ricorda le doti di leader e le capacità di convincimento, e Khalid Sheikh Mohammed che in seguito sarebbe diventato l'ideatore e pianificatore dell'11/9. Durante il periodo trascorso in Afghanistan, Dean assistette di persona alla conquista di Kabul da parte dei Talebani e degli scontri di questi ultimi con l'Alleanza del Nord guidata da Ahmad Shah Massoud, che verrà ucciso in un attentato due giorni prima degli attentati contro le Torri Gemelle e il Pentagono. Dean assistette anche varie volte agli esperimenti di al-Qaeda per la predisposizione di armi chimiche che vennero testate sotto ai suoi occhi su animali che vide morire tra atroci sofferenze.

La brutalità della jihad provocò sempre più dubbi in Aimen Dean, che decise di lasciare definitivamente al-Qaeda dopo gli attentati contro le ambasciate americane in Kenya e Tanzania nel 1998. Pochi giorni dopo sopravvisse ai bombardamenti americani contro alcuni campi di addestramento di al-Qaeda in Afghanistan banalmente perché si trovava a una latrina ai confini del campo durante l'inizio degli attacchi.

Con la scusa di un controllo medico Dean riuscì a scappare in Qatar, da cui fuggì verso il Regno Unito, dove prese contatti con l'MI6 diventando così uno dei più importanti informatori dei servizi segreti occidentali.

Dean iniziò quindi per un lungo periodo a viaggiare tra il Bahrein, Londra e Afghanistan, unendosi a cellule terroristiche e riportando le informazioni acquisite all'MI6. Nel 1999 la Russia attaccò militarmente i separatisti ceceni come rappresaglia a seguito di attentati dinamitardi contro palazzi abitativi a Mosca e Volgodonsk. Dapprima l'MI6 temette che gli attacchi in Russia fossero un false flag ordito dal governo per giustificare i bombardamenti contro i ceceni, ma grazie alla presenza di Dean nei gruppi jihadisti l'intelligence dl Regno Unito ebbe invece la certezza che si trattò di un vero atto terroristico.

Pochi giorni prima dell'11/9 Dean riportò di aver sentito Osama bin Laden promettere imminenti attacchi contro obiettivi americani, tuttavia le informazioni furono molto vaghe e Dean pensò sulle prime che si trattasse di nuovi attentati contro sedi americane in Africa o in Asia. Del resto, aggiunge l'autore, le informazioni sulla natura degli attentati erano così riservate che anche i muscle hijacker conobbero i dettagli solo pochi giorni prima. In seguito all'11/9 Dean collaborò a sventare una nuova catena di attentati, come un attacco chimico contro la metropolitana di New York e un attentato contro la flotta americana nota come US Fifth Fleet in Bahrein.

Aimen Dean fu costretto a lasciare al-Qaeda quando nel 2006 la presenza di un importante fonte di informazioni per l'intelligence all'interno di al-Qaeda fu rivelata nel libro The One Percent Doctrine del giornalista Ron Suskind. Nonostante il libro contenga molti errori, ad esempio dice che la fonte lavorava per la CIA anziché per l'MI6, la descrizione di Suskind rendeva Dean perfettamente identificabile. Dean si dice sicuro che l'MI6 non abbia rivelato a Suskind alcuna informazione; l'ipotesi più probabile, che l'MI6 spiegò a Dean, è che dopo che l'MI6 stesso informò la CIA di avere un collaboratore in al-Qaeda, l'agenzia americana lo avrebbe rivelato alla Casa Bianca e qualcuno nello staff presidenziale lo avrebbe riportato a Suskind. Dean iniziò quindi un nuovo lavoro come consulente sulle condizioni dei paesi arabi per un gruppo bancario internazionale.

Dean chiude il proprio volume con un capitolo di considerazioni sulle guerre intestine al mondo islamico, sulla guerra in Siria e sulle differenze di scopi e di mezzi tra al-Qaeda e l'ISIS. In ultimo, conclude Dean, per sconfiggere il terrorismo islamico servono sicuramente interventi militari e intelligence occidentali, ma anche il mondo islamico stesso dovrebbe impegnarsi maggiormente nell'isolare i fomentatori di odio.

Quella di Aimen Dean non è certamente l'unica autobiografia di un informatore dei servizi segreti sul mondo della jihad; ma a differenza di altri come Omar Nasiri o Morten Storm, Dean conobbe bin Laden di persona e diede un contributo ineguagliato agli investigatori occidentali. Nine Lives è quindi una lettura fondamentale per chiunque voglia capire come funziona il terrorismo islamico, e soprattutto per chi crede che al-Qaeda non esista e sia un'invenzione della CIA, perché la testimonianza di Dean smentisce alla radice questi folli vaneggiamenti.

2019/04/15

Pentagon: an interview with former NCIS agent Craig Covert

di Hammer. An Italian translation is available here.

Craig Covert is a former NCIS Special Agent who was deployed to the Pentagon a few days after 9/11 as a first responder. To discuss the events of that day and the following months, Craig Covert accepted our proposal for an interview which we are offering our readers today.

We would like to thank Craig Covert for his availability and willingness to help.


Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on 9/11?

Craig Covert: On 9/11 I was a Special Agent with the NCIS, the Naval Criminal Investigative Service, in Washington DC. That morning, I was visiting the Israeli Embassy in Washington DC in preparation for the arrival of a Official dignitary from Israel the following morning, September 12th. While we were there, the Israeli Embassy chief came into the room and asked “Have you seen what happened? A plane just crashed into the World Trade Center.” My fellow coworker from NCIS and I watched the news in the embassy and when the second plane hit, we knew the dignitary visit was going to be canceled and that we had to get back to work immediately.

I don’t recall if the Pentagon was hit before or after we left the embassy, but it was on fire as we headed back to work. We headed straight back, knowing that we were likely going to be sent to the Pentagon to be on site for whatever was to come.


Undicisettembre: What happened in the next days?

Craig Covert: As law enforcement Special Agents, we knew we were going to be involved in one way or another. When we got back to the office there was mass confusion both in the office and in reality, throughout the entire DC government. It didn’t matter whether you worked for the FBI, NCIS, secret service; everybody was terribly confused. We didn’t know how to react, as there were still reports of other possible aircrafts in the air. We were all just scrambling to try and figure out what to do next. More importantly, we knew we had to go to the Pentagon because of our profession as NCIS agents and our connection to the military, since we work for the Department of the Navy.

NCIS has a very robust crime scene response team, and the team was assembled quickly. Pretty much all of the team members were sent to the Pentagon, not knowing initially what we were going to be doing. Regardless, we were already on stand-by until it was determined by higher powers what needed to be done and what our job was going to be in the aftermath of the crash.


Undicisettembre: What happened once you were sent to the Pentagon?

Craig Covert: I was sent to the Pentagon about three days later because there was nothing we could do as investigators until the fires were put out in the building. We tried to figure out a plan on what to do, but the government was in complete confusion. We had agents standing outside NCIS headquarters in the first few days with machine guns in case there was another attack on the facility. Nobody really knew what to do or if there was more coming. So it took three or four days for the agency to come up with a plan.

Once we, initial responders, were sent to the Pentagon, we met with all of the other various federal agencies, state and local law enforcement agencies, rescue squads, and Fire Departments that were all responding to the Pentagon crash scene. For the first six or seven days it was still too unstable to go inside. The fire department was in charge of putting out the fires and shoring up the building in the damaged areas so the first responders could enter the building and conduct recovery efforts. Initially, the Fire Department personnel were the only ones conducting rescues and body recovery, but everyone quickly realized that there weren’t going to be many if any survivors found once the fires were put out. Most of the survivors had gotten out on the first day. From the aircraft itself, there were no intact bodies, just pieces. In addition to the aircraft victims, there were some Pentagon employees that were killed, and most of them were retrieved once the Fire Department had put out the fires and agents on the different search teams started combing through the crash scene. Our team began going into the building roughly a week after 9/11, intending on doing search and rescue, but it was more or less simply body recovery, as no one survived the crash itself, and any employees inside the building anywhere near the impact site were clearly dead. The recovery effort quickly turned into an effort to collect evidence and other items from the scene.

Once everybody was aware there were going to be no other survivor found, we started focusing our search for human remains, wreckage pieces, anything possibly related to the incident like knives, box-cutters, or things like that which could help prove what the news had already started to presume in their reporting - that the hijackers perhaps used box-cutters and knives during their on-board attacks. Our mission was to retrieve the human remains first and foremost, and after that it became a recovery of items.

I was on a day-shift team; there were hundreds of agents and first responders at the Pentagon, all were law enforcement, fire and rescue or government employees of one sort or another. The NCIS personnel were divided into two teams; I was one of two day-shift team leaders, with Erin Betro serving as the second team leader. My team consisted of roughly a dozen agents from NCIS, OSI, and a few active duty military personnel.


Once the fires were out, there was no way we could continue to go into the building and stay safe, as it was too dark and dangerous inside the building to do a practical recovery of parts and evidence. I assume it was the FBI Command Center, which was in charge of the overall effort, who determined that the best way to handle it would be to bring in bulldozers, excavators and dump trucks. The plan was to scoop the rubble from the impact site into the dump trucks and move the rubble from the building to the Pentagon’s north parking lot, which was on the opposite side of the impact area when looking at the Pentagon from above. The trucks would dump the rubble into what we all called the rubble pile.

Hourly, teams would go through the rubble pile and begin clearing their individual piles. How effective each team was, I’m not sure, as other agencies have different training in conducting crime scene exams, and perhaps are not as thorough as NCIS when searching through the minutia. Regardless, before any rubble pile was searched, ATF would send in bobcats (front end loaders) to knock down the rubble pile, after which we would drag by hand or by machine all the desks, ductwork, large concrete pieces, rebars and building remnants, thus leaving only the smaller rubble and personal effects behind. Everything was wet from the days of putting out fires, and it truly was a messy job. Initially we were searching by hand for body parts, using hand rakes and shovels to assist us, but eventually the body parts started to rot and we had to bring in cadaver dogs to go through the pile and assist us with finding the human remains, as it became impossible to pinpoint where the smell was coming from. In addition to human remains, we were searching for personal effects of the airplane passengers and the Pentagon employees who were killed, such as wallets, pictures, keys... anything that we knew were personal effects belonging to the victims.

We were also tasked with looking for classified material. The plane struck a part of the Pentagon that housed a SCIF, a secured site holding classified material, so thousands of classified documents were scattered all over the place. NCIS in particular was very concerned with that information getting out, so one of our primary concern was gathering up as much of the classified material that was scattered among the debris and wreckage that we could. Unfortunately, few law enforcement agencies besides NCIS and OSI knew what to look for in order to identify the documents that were classified. I have a feeling a lot of highly classified and sensitive materials may have ended up at the landfill.

Of course, we were also looking for any airplane pieces or parts, pieces of the fuselage, and anything that we found would be gathered up and separated. Lastly, we were looking for any sort of weapons, knifes or box cutters that might be in the rubble pile. We raked through the piles with hand-rakes after the cadaver dogs went in to find the victims; we went through each pile multiple times till we were certain that we had cleared the pile of those items: the body parts, the personal effects, classified materials, airplane wreckage and any potential weapon, before the remaining rubble was scooped back up and placed into the dump truck and taken off for disposal.

That’s what we did for six weeks straight, twenty-four hours a day. Before we started removing the rubble out of the Pentagon to the North Parking lot, we were spending sixteen hours per day on scene, but eventually we got into a groove and a normal work schedule developed after which we worked 8 hour daily shifts. By the third week, we were no longer dressed in our simple work clothes. We were wearing full tyvek protective gear, masks and HEPA filters because not only had the body parts started to rot, but there were carcinogens and asbestos in the building material itself, which were dangerous and hazardous to health. Initially wearing just jeans and boots, we all ended up dressing out in what looked like space suits, basically, for the recovery efforts.

Eventually after six weeks at the rubble pile, the scene was declared complete and we wrapped things up. At that point it became a salvage effort and was turned over to construction crews to at least temporarily patch up parts of the Pentagon before they could do the rebuilding process. I don’t know if the FBI or other federal agencies like the Pentagon Force Protection Agency stayed on scene or what else occurred after we left.


Undicisettembre: Can you confirm the black box of American Airlines 77 was found by NCIS?

Craig Covert: It was found during the night shift by what I believe was one of our NCIS teams. My friend and coworker who was with me at the Israeli Embassy on 9/11, Special Agent Greg Huska, was the person whom I recall said his team found the box. Like my team, it was a mixed agency team. There were NCIS agents, OSI agents and military personnel. All I know for sure is it was found by the night shift team and some of the NCIS agents were bragging about it, but I don’t know who specifically found the black box.


Undicisettembre: Was anyone having doubts that a plane had hit the Pentagon?

Craig Covert: No. Absolutely not. The Pentagon is located adjacent to the Arlington International Cemetery; the plane came in so low that it actually sheared off some of the light-poles that line the highway. There was a cab driver on whose car one of the light-poles landed on after the plane clipped it only a couple hundred yards from the point of impact. The plane hit the Pentagon so low that it left a hole in the outer ring and unbelievably part of the upper floors on a couple of the inner rings were still intact, almost creating what appeared to be a bridge above the impact site. Since the top floor was still intact above the impact hole, it was a danger to us because it was unstable and could potentially collapse. Someone brought in a crane in and knocked it down so we could go in there safely to remove the rubble.

But there was no question and no doubt in anyone’s mind that a plane had hit. Initially there were airplane pieces all over the area between the Pentagon and the highway. There were wheels, the landing gear, and even large chunks of fuselage with windows still visible. Thousands of pieces of aircraft fuselage aluminum shards littered the area. The unmistakable smell of JP-4 or JP-5 jet fuel was ever present for several weeks. So, no. There was no doubt in anyone’s mind what had happened.

On our very last rubble pile my team worked, I personally saw the throttle controls for the plane. They were in that pile. When we recovered human remains, they were usually no bigger than your hand: a finger, a piece of shoulder, a chunk of meat. The cadaver dogs went through and recovered 95% of the human remains, but occasionally you would find human remains while raking through the pile. You would pick something that would look like wet cardboard, because everything was wet and dirty from all the ash and water inside the Pentagon. While washing off the dirt, you would see hair and skin pores and realize the wet cardboard you thought you had found was someone’s skin. I found several human scalps and in one of the scalps was an airline flight attendant’s name-tag stuck in the hair. It’s hard to refute that came from an aircraft victim. We also found pieces of the pilot’s seat cover and the airplane’s throttle controls; my team retrieved those items the last week we were there. There was no mistake: a plane hit the Pentagon.


Undicisettembre: Years after 9/11 you were also sent to Afghanistan. What was your duty there?

Craig Covert: That was a separate duty. During most of my law enforcement career, I was also a Marine Corps reservist. During a military duty drill weekend, I was approached by a Superior at Camp Lejeune who asked “Hey, you are an agent aren’t you? You speak ‘special agent’, you speak ‘law enforcement’ don’t you? We need a liaison officer to the Drug Enforcement Agency, the DEA, in Afghanistan. Are you interested in deploying?” So that’s how I ended up in Afghanistan, coordinating anti-narcotics operations in Afghanistan with the DEA and the Marine Corps.


Undicisettembre: How did 9/11 affect the daily work of NCIS?

Craig Covert: It radically changed not just the way NCIS conducted its business, but law enforcement overall. NCIS became much more anti-terrorism centric. We started developing high risk operational teams to do everything from protection details to counter-intelligence details, be that against foreign intelligence services or potential terrorists against the United States. We got involved with the FBI’s Joint Terrorism Task Force around the country, and I was even assigned to a JTTF in Hawaii for two years. So the agency became much more involved with the anti-terrorism efforts both domestically and internationally in conjunction with other agencies. Everyone changed their methodology. NCIS has agents at home, or who are stationed overseas, and even those on-board aircraft carriers; all of us faced radical changes in the ways we conducted law enforcement post 9/11.

Things just changed, new groups formed to address counter-terrorism, new positions were created. It changed us but it changed everybody in federal law enforcement.


Undicisettembre: What do you think about conspiracy theories according to which 9/11 was an inside job?

Craig Covert: I just have to laugh. As a JTTF agent I was seeing information and threat reporting that the public doesn’t get to know or hear about. They have no idea of the real threats the United States faces on a daily basis. And when I hear about the conspiracy theorists who have no basis behind their thought process, I shake my head. They don’t work for agencies with access to this kind of information and are not privy to information that I have seen or that other federal agencies have seen or investigated. They are entitled to their misinformed and misguided decisions and opinions, but they are not based in reality. The reality is that there are people out there who want to kill us, who want to destroy the western way of life and it’s going to stay that way for the near future. All we can do is try and combat it, whether it’s behind the scenes without the public’s knowledge or in the open, before it reaches our shores again.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your personal life even today?

Craig Covert: It made me more aware of the threats we face, particularly after being assigned to the JTTF the following year. It certainly made me aware that there’s much more that we, as federal law enforcement, do behind the scenes to thwart potential threats against the United States. It made me more aware of how much is going on to protect our own safety and to thwart the daily threats against our citizens than I would have ever known before 9/11. I never previously realized the level of threat we face. Most intelligence is only looked at or known by a small selected group of people in the intelligence community, the White House or high levels of government. But now that we are post 9/11, and many more agencies are involved in the effort to thwart terrorism, we are on better ground to combat those daily threats we face. The public may never be made aware of it, but these are dangerous times. Thank God for our law enforcement and intelligence communities.

I didn’t have children back then, and at that time, I considered it the crime scene of a lifetime to be involved in. However, looking back on the matter, and considering I now look at it through the lens of a father, I can see how people with children were emotionally scarred. We had several agents who developed post traumatic stress disorder, so I know a lot of people were affected personally. I wouldn’t say I was affected personally, but again, it opened my eyes to the threats we face on a daily basis.