2024/05/25

Intervista all'ex capo delle operazioni antiterrorismo della CIA in Pakistan John Kiriakou

di Leonardo Salvaggio

Ho invitato sul mio canale YouTube l'ex capo delle operazioni antiterrorismo della CIA in Pakistan John Kiriakou per un'intervista nella quale parliamo delle responsabilità saudite negli attentati, della cattura e dell'interrogatorio del terrorista di al-Qaeda Abu Zubaydah e della storia personale di John che è stato condannato a trenta mesi di reclusione per aver rivelato alla stampa informazioni riservate sul trattamento della CIA dei detenuti.

L'intervista è disponibile solo in inglese.


2024/05/18

Saleh al-Hussayen: the saudi official who stayed at the same hotel as three hijackers

by Leonardo Salvaggio. The original Italian text of the article is available here.

On the night between 10 and 11 September 2001, three of the hijackers of American Airlines Flight 77 that would crash into the Pentagon (pilot Hani Hanjour and muscle hijackers Khalid Almihdhar and Nawaf Alhazmi) spent the last night of their lives at the Marriott Residence Inn in Herndon, Virginia. That night, Saleh Ibn Abdul Rahman Hussayen, an official of the Interior Ministry of Saudi Arabia who had been in the United States since August 20, was also staying in the same hotel.

The man was in Washington DC for various meetings with different leaders of Islamic groups, such as alleged Saudi charities that had links to terrorist organizations and hosts of websites that spread ideas of Saudi religious leaders close to Osama bin Laden. Among the imams that Hussayen met were some exponents of Wahhabism (an extremist and literalist current of Sunni Islam) who investigators believe exhorted followers to violence against members of other religions or other Islamic currents.

Saleh al-Hussayen
Videos from the Marriott Residence Inn's security cameras and FBI interviews with hotel staff have revealed no evidence that Hussayen met with the terrorists, but his past is not entirely unrelated to terrorism. In the 90s, in fact, he was director of the SAAR Foundation, a Saudi holding company based in Virginia which, according to a joint investigation by various federal agencies known as Operation Green Quest, financed terrorist organizations by laundering money.

Saleh al-Hussayen was interrogated by the FBI but investigators believe he was lying to them. To avoid having to answer questions, he then faked a seizure for which he was taken to the hospital, where the doctors on shift found no health problems. The FBI recommended that he not be allowed to leave the country once he was released from the hospital, but despite their recommendations, Saleh al-Hussayen was able to leave for Saudi Arabia with his wife on September 19, 2001.

Unfortunately, Saleh al-Hussayen will never be able to explain why the three hijackers stayed in the same hotel where he also was staying while in the USA, because he died in 2013 of natural causes and is buried in Riyadh. It therefore remains only for investigators to shed light on yet another mystery regarding the links between the 9/11 hijackers and the Saudi regime.


Sources:

2024/05/17

Saleh al-Hussayen: l'ufficiale saudita che stette nello stesso albergo dei dirottatori

di Leonardo Salvaggio. Una traduzione in inglese è disponibile qui.


La notte tra il 10 e l'11 settembre del 2001 tre dei dirottatori del volo American Airlines 77 che si sarebbe schiantato contro il Pentagono (il pilota Hani Hanjour e i muscle hijackers Khalid Almihdhar e e Nawaf Alhazmi), passarono l'ultima notte della loro vita al Marriott Residence Inn di Herndon, in Virginia. Nello stesso albergo quella notte alloggiava anche Saleh Ibn Abdul Rahman Hussayen, ufficiale del ministero degli interni di Riyadh, che si trovava negli Stati Uniti dal 20 agosto.

L'uomo si trovava nella capitale americana per vari incontri con altrettanti capi di gruppi islamici, quali presunti enti di beneficienza sauditi che avevano legami con organizzazioni terroristiche e gestori di siti web che diffondevano idee di leader religiosi sauditi vicini a Osama bin Laden. Tra gli imam che Hussayen incontrò vi erano alcuni esponenti dello Wahhabismo (corrente estremista e letteralista dell'Islam Sunnita) che gli investigatori ritengono inneggiassero alla violenza nei confronti di appartenenti ad altre religioni o altre correnti islamiche.

Saleh al-Hussayen
Dai video delle telecamere di sicurezza del Marriott Residence Inn e dalle interviste dell'FBI con il personale dell'albergo non sono emerse prove che Hussayen abbia incontrato i terroristi, tuttavia il suo passato non è del tutto estraneo a legami con il terrorismo. Negli anni 90, infatti, era stato direttore della SAAR Foundation, holding saudita con sede in Virginia che secondo un'indagine congiunta di varie agenzie federali nota come Operation Green Quest finanziava varie organizzazioni terroristiche riciclando denaro.

Saleh al-Hussayen fu interrogato dall'FBI ma gli investigatori ritengono che stesse loro mentendo. Per non dover rispondere alle domande, l'uomo finse quindi un attacco epilettico per quale fu portato all'ospedale dove i medici in turno non gli trovarono nessun problema di salute. L'FBI raccomandò che non gli fosse concesso di lasciare il paese una volta dimesso dall'ospedale, ma nonostante le raccomandazioni il 19 settembre 2001 Saleh al-Hussayen poté partire per l'Arabia Saudita con la moglie.

Purtroppo Saleh al-Hussayen non potrà mai più rispondere del motivo per cui i tre dirottatori stettero nello stesso albergo in cui rimase anche lui durante la sua permanenza negli USA, perché è morto nel 2013 di cause naturali ed è sepolto a Riyadh. Rimane quindi solo agli investigatori il compito di far luce su questo ennesimo mistero sui legami tra i dirottatori dell'11/9 e il regime saudita.


Fonti:

2024/04/08

L'11 settembre nel bunker della Casa Bianca: intervista all'ex Maggiore dei Marines Robert Darling

di Leonardo Salvaggio

È disponibile sul mio canale YouTube un'intervista all'ex Maggiore del Marines Robert Darling che l'11/9 era nel bunker della Casa Bianca con, tra gli altri, il Vice Presidente Dick Cheney e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Condoleezza Rice.

L'intervista è solo in inglese.


2024/04/02

Chi è Omar al-Bayoumi: cosa emerge dai documenti desecretati dall'FBI

di Leonardo Salvaggio

Tra il 2021 e il 2022 l'FBI ha desecretato una considerevole mole di documenti riguardanti l'indagine federale sull'11/9 a seguito dell'Ordine Esecutivo 14040 firmato dal Presidente Biden in occasione del ventennale degli attentati. Tra i documenti desecretati ce n'è uno che contiene informazioni sulla vita personale di Omar al-Bayoumi, l'agente dei servizi segreti sauditi che offrì aiuto logistico e finanziario ai dirottatori al-Mihdhar e al-Hazmi durante la loro permanenza in California, che aggiunge molte informazioni riguardo a quanto era noto in precedenza. Le informazioni riportate sono state raccolte dall'FBI, dal Mabahith (il servizio segreto saudita) e da Scotland Yard (in quanto al-Bayoumi si traferì nel Regno Unito dopo l'11/9).

Omar al-Bayoumi in un video trovato nella sua casa di Birmingham

Il nome completò dell'uomo è Omar Ahmed Mustafa al-Bayoumi ed è nato nel 1957 a Hajrah, in Arabia Saudita,  circa 150 chilometri a sud di Jeddah. Alcune informazioni come il giorno della nascita e il social security number rimangono censurati anche nel documento desecretato.

Dal 1977 al-Bayoumi iniziò a lavorare presso la Presidency of Civil Aviation, l'ente governativo che regola il traffico aereo civile in Arabia Saudita, con vari incarichi amministrativi. Nel 1988 conseguì una lauera di primo livello (bachelor's degree) in Scienze Amministrative alla King Abdulaziz University di Jeddah.

Omar al-Bayoumi entrò per la prima volta negli Stati Uniti l'8 gennaio del 1993, dal documento non si evince quanto tempo ci stette. Ritornò negli USA nel 1995 e da subito si stabilì a San Diego, ufficialmente il motivo del suo trasloco negli USA era l'intenzione di studiare l'inglese alla San Diego State University. Al-Bayoumi si iscrisse anche alla West Coast University e quando questa chiuse per problemi economici si iscrisse alla United States International University dove prese la laurea magistrale (master's degree) in International Business Administration nel 1997.

A San Diego, dove viveva con la moglie e i quattro figli, cambiò due residenze tra il 1995 e il 1999 prima di spostarsi ai Parkwood Apartments dove in seguito avrebbe trovato alloggio anche per i due dirottatori. Durante tutto il periodo di permanenza negli USA, al-Bayoumi riceveva lo stipendio dalla Dallah Avco, un appaltatore della Presidency of Civil Aviation che gli erogava anche aiuti economici per pagarsi i trasporti e l'affitto.

Dopo aver preso la laurea magistrale, al-Bayoumi si iscrisse alla Keller Graduate School dove frequentò il corso per la certificazione da Certified Public Accountant ma non completò gli studi.

Al-Bayoumi era inoltre il supervisore delle infrastrutture della moschea al-Madina al-Munawarah di El Cajon per il quale non veniva pagato, essendo un'attività volontaria, nonostante avesse un ufficio presso la moschea stessa.

Omar al-Bayoumi

L'uomo finì sotto l'attenzione dell'FBI per la prima volta nel 1998 quando ricevette un pacco sospetto da uno stato mediorientale, l'indagine si chiuse nel 1999 in quanto non c'erano gli estremi per ritenerlo pericoloso.

Al-Bayoumi tornò in Arabia Saudita dal marzo al maggio del 2000, quindi tornò a San Diego e alla fine del 2000 si trasferì a Birminghman, nel Regno Unito, per conseguire un dottorato di ricerca alla Aston University. Al-Bayoumi fu arrestato da Scotland Yard il 20 settembre del 2001 e rimase in custodia fino al 28 dello stesso mese quando la polizia inglese dovette rilasciarlo, non avendo trovato evidenze di attività criminali a suo carico. Rimase in Inghilterra fino ad agosto del 2002, quando tornò in Arabia Saudita stabilendosi a Jeddah. In Arabia Saudita venne interrogato dal Mabahith nel 2002 e dall'FBI nel 2003.

Da allora di questo personaggio si sono perse le tracce ed è probabile che viva ancora in Arabia Saudita. In ogni caso Omar al-Bayoumi rimane il più grande mistero dell'11/9. Purtroppo la poca luce gettata dalla documentazione desecretata dall'FBI non basta, ed è ancora buio fitto sul perché abbia aiutato i terroristi e su quali fossero le intenzioni del governo saudita che gli assegnò questo incarico.

2024/02/17

Pentagon: an interview with former US Navy Captain William Toti

by Leonardo Salvaggio. An Italian translation is available here.

Undicisettembre is offering its readers today the personal account of US Navy Captain William Toti who was in his office at the Pentagon when the plane crashed into the building. Having survived the crash, Toti became then of the first responders at the scene.

We would like to thank William Toti for his kindness and his time.





Undicisettembre: Can you give us a general account of what happened to you on 9/11?

William Toti: That morning I was in my office, which was the outer office of my boss who was a second admiral in charge of the Navy, the Vice Chief of Naval Operations. This office was in the outer ring, the E-ring, on the fourth floor of the Pentagon. We always had a TV going, I was just doing my work when one of our enlisted men screamed "Oh my God, look at that!" I looked up at the TV and I saw the first World Trade Center tower on fire. That's how we discovered that it was happening.

William Toti

On CNN they were saying that a small plane had a navigational malfunction. I used to fly airplanes, so I knew you can't accidentally fly into a building like that on a clear day. I knew this was intentional, either somebody trying to commit suicide or a terrorist attack; but we didn't know it was terrorism until we all watched live as the second plane hit. A friend of mine, a classmate from the Academy in Annapolis, was on duty that day in the Navy Command Center, he called up and spoke to another guy who was in the office with me to say that the FAA had reached out to the National Military Command Center to tell them that they suspected several planes had been hijacked, not just the two that we already knew about. But they couldn't say for sure.

A little while later, he called back and said they were pretty sure that one plane had been hijacked out of Dulles Airport, which is near Washington DC, and was turned back around and headed back towards DC; but they didn't know what the target was. I was thinking about the two World Trade Center, they'd already said on TV that there were about 20,000 workers there and I started wondering "What in DC is big enough to see by air?" because I've flown around DC before. Somebody was speculating of the White House and I said, "No, the White House too small to see from the air at a distance. You can see the Capitol building from far away, but there are not many people in that building; it's not continuously occupied by thousands of people, the Congress is only in session occasionally. What can you see from the air a long way away that has tens of thousands of people in? The Pentagon!” And I said it out loud.

There were eight or nine people in my office, most of them civilians. As soon as I said it, one of the secretaries started losing it, she started panicking. I said to myself "I’m an idiot. I shouldn't have said anything, it does no good to say things like that when I'm just speculating." But about a minute later we could hear an airplane. The Pentagon is right next to Reagan Airport, and airplanes are taking off all the time; when you hear them take off, you hear the engine go to full throttle even from inside the Pentagon, and then the noise decreases in intensity as the plane ascends. We could hear this plane on full throttle, but it was getting louder and not quieter. And that's when we knew. It was only ten to fifteen seconds from when we first heard the airplane to when it hit, so we didn't have any time to react at all. Also because we weren't sure precisely where it was going to hit on the Pentagon. We just could hear it getting louder and louder.

Once it hit the Pentagon, the building shook. My office was maybe a hundred yards from the point of impact, and you could feel the floor vibrate. Interestingly, I could hear the boom as a low frequency sound not a high frequency sound, but it reverberated through the hallway more than around the outside of the windows, the sound was carried down the hallway like a tunnel that traps the sound. whereas outside the sound expands. It was not something I would have thought about beforehand.

At that time I was already a full captain in the Navy, and when you're on a ship if you have a casualty you can't call the fire brigade, you are the fire brigade. In the Navy you're trained to run to the scene of a casualty so that's what I did.

I run down the hallway towards the sound on the fourth floor together with two other guys from my office, we got to a point where the smoke was too thick I couldn't see and couldn't breathe but what I could see was bright light. Which was bad. Because there are no windows in the hallway, they are all in the rooms, and the doors should be shut. So if there's bright light, that means there's a hole in the building, and you don't want to run where you can't see and run out the hole and fall four stories. I was surprised by the fact that there was no fire alarm sounding, I run by a fire alarm and I hit the button which tells people to evacuate. I did that and then I started running back because I couldn't see or breathe.

I ended up finding a staircase, I run down it to a fire exit and out the building to the outside at ground level and then started running towards the point of impact from the outside. It was a long way, because it's a big building; from the point I exited I had to all the way around. The point of impact was on the other side of what was a helicopter landing pad at the Pentagon. There was what we call an outbuilding there, a separate building that houses all of the helicopter firefighting equipment. I could start seeing bits of the airplane as soon as I got within line of sight as I was still running. For example, I saw pieces of painted aluminum from the fuselage. I saw a silver piece of aluminum with a red "A" painted from the American Airlines logo.

Taken from the ABC News live coverage of 9/11.

Most of the pieces of aluminum were shredded, they were like the size of a piece of paper, but there were other bigger fragments: pieces of the wing, landing gear, engine nacelle. I couldn't see seats and I didn't know why until later. I learned the next day that all the seats had continued to fly into the building. They were all piled up where the nose of the airplane had made a hole between the B and the C rings, there was a five feet or so hole and the seats were all piled up there. I saw them when I ended up going in the Pentagon after the fire was put out into the area that was destroyed.

There was a lot of smoke pouring out. Smoke was curled up over the top of the building, it wasn't coming towards us but it was rising. So we could actually approach the building right up to the point of impact except for the heat that kept you from getting too close. There were a couple of emergency doors that people were coming out of and as long as people were coming out I thought it was okay. Then occasionally you would see heavy black smoke booming out of these emergency exits and people coughing and you can tell they couldn't breathe.

Let me tell you something: at this point I have zero sense of timescale. I can't tell you, how many minutes after the impact this happened, I just know it was it was early. The first fire truck hadn't shown up yet. There was always a fire truck stationed sitting there, idle at the helicopter landing pad in case the helicopter started a fire: that fire truck was there when I ran up to the point of impact but it was on fire. That was a very odd sight: the fire truck was itself on fire. I looked inside the fire truck and I saw a body, I thought "Who is this guy? Is he a fireman? What's going on?" The first thing I did was I opened the door of the fire truck that was burning to get this guy out, I didn't even know if he were dead or alive. I opened the door, I grabbed him and he jumped. He didn't find this out until I met him in 2015, he was wondering who the crazy guy is who was trying to pull him out. He was a firefighter, we're good friends now. He had his head down in the Fire Truck close to the radio speaker because he was trying to call on the fire truck’s radio for help and with all the noises of the burning, the mini explosions from the Pentagon he couldn't hear. Anyway once I realized he was okay I gave up pulling the fireman out of the truck, I looked back at the door and saw this smoke like wafting out of the door.

There was smoke, then no smoke, smoke, then no smoke again. In between these like puffs of smoke, I thought I saw a human being which wasn't coming out. I ran into the door, I couldn't see, I went in maybe five or ten feet and I tripped over somebody who was on the ground. While holding my breath, I grabbed this person by their clothes and tried to drag them out but I could not. I ran back out, there were a couple of US Army officers, I yelled and asked for help and they came back in with me. The three of us grabbed one leg, the belt of pants and the shoulders and dragged this person out, turned out it was a woman. We got her outside, put her down, made her catch her breath because she couldn't breathe, picked her up again and carried her about twenty-five meters away from the door and put her down again because her skin was coming off in our hands, especially from her arms. Her pants were singed, she was all burnt. We laid her face down first because we couldn't flip her, we then turned on her side and flipped her over.

We then ran back down, because I thought there were more people inside. We found a guy laying on the ground by himself who was burned worse than that woman was, he was laying on his back like a crab, with his hands and his knees up in the air. His face was all burned, his eyes were like he was blinking but corneas were burned white. He was screaming, he was conscious. We said "Okay, we got to get this guy out of here too." Somebody carried down a backboard, I don't know where it came from, I guess the first ambulance showed up around this point. So we rolled this guy onto the backboard and then carried him away from the building.

There were other people coming out. Mostly walking wounded, they were able to walk on their own and there are other people assisting them. There were five gallon bottles of water for water fountains in that outbuilding for the helicopter landing pad, and some guy was bringing water bottles out of that building to pour water over people coming out of the Pentagon just trying to cool them off.

After a while, people stopped coming out of the building. I ran back in one more time, as far as I could go on one breath. I couldn't see very well and frankly I was afraid to get lost and ran back out. I was coughing like crazy. I put my t-shirt over my mouth and nose and tried breathing, but it didn't help. I fell onto my hands and knees and coughed up a bunch of stuff for a while. As soon as I stopped coughing I went back towards the road because I saw there were many people that had been carried or assisted next to the side of the road and there were some ambulances pulling up. The Navy put me through EMT training because on submarines they put as many people as they can through the training because you don't have a doctor. So I had a little bit of medical training and I figured I would go there to try to help because at this point there was one maybe two ambulances. This was maybe twenty minutes post impact and this is when the first fire trucks start showing up.

The ambulance had one paramedic, one EMT and a driver, so there were three or four rescuers and maybe fifty or sixty injured people either on the ground or standing. I remember one woman standing, her hands were burned, she was African American, and she was just screaming like crazy. I told her "Look, you're gonna live, you're okay. I get that it hurts, but we got to focus on these people on the ground who are hurt worse than you" so we started going through those people. I found the woman that we carried out of the building, nobody was near her, she was laying there by herself on a backboard. I leaned over to see if she was okay. I was trying to check her capillary refill: you press the fingernail down, you let go and you see how long it takes to the fingernail to get pink again, to figure out if she’s getting good oxygen. I learned to do that in EMT school, but I had never done it on an African American. I couldn't figure out what was normal for her. I looked inside the lips to see if it's pink and she was turning blue, so I knew she wasn't getting enough oxygen. I got the one of the guys off of the ambulance to give me one of the bottles of oxygen and I put the oxygen on her. There was a guy running around the Navy uniform like mine, he was wearing a vest that said, "Pentagon physician", so I said "We need to get an IV on her"; it had been eight or nine years since I ran an IV, so I figured this guy should know how to do that. He got an IV bag and he was struggling to use it, I said "Look, okay, we need to put a tourniquet. You're the physician here", he said "I'm actually a dentist. I’m supposed to just do triage." I would have laughed, except it wasn't funny.

He didn't know much more about how to do the IV than I did. We got the IV running, there was an Army enlisted lady, and I had her hold the IV bag up. The injured woman wasn't doing well, I got her name, her name was Antoinette but I couldn't understand her last name because she couldn't talk very well. Anyway, we knew a MedEvac helicopter was coming. Among the injured there was also the really, really badly burned guy. They already had him on a gurney and they were about to load him on an ambulance. Basically everybody was ignoring the lady that I was next to and so when the MedEvac helicopter showed up I said "Look, she's not getting oxygen. We have to put her on the helicopter". There was nobody there with authority to override, that was the irony of this. Nobody was in charge and each of the ambulance crews were basically handling people that they encountered and decided to treat, this lady only had me.

I got five other guys, of which one was a firefighter and one was a Marine, and I said "Let's grab the backboard and get her to the helicopter" because the helicopter was landing up the road from where we were. So the six of us carried her all the way across the field, over the guardrail and into the parking lot up to the helicopter. We loaded her in, and I yelled at her, "I'll see you at the hospital" but I don’t think she could hear me because the helicopter engine was running.

William Toti, second from the left, carrying Antoinette with five other people.

I ran back down and by the time I got there the security guards and the police officers from the Pentagon were screaming that everyone had to run away because they heard on the radios that another plane was coming in. Inside the Pentagon at the National Military Command Center they knew a fourth airplane had turned somewhere between Cleveland and Indianapolis and was coming back, nobody knew that was United 93 and that it had already crashed in Pennsylvania, so they assumed it was coming towards DC because two planes had hit the World Trade Center so it made sense for two planes to hit the Pentagon.

They wanted us to run and I thought "This is stupid, where are we going to go?" Across the street from the Pentagon is a wooded area owned by Arlington Cemetery, so there was no place to go. The police officers wanted us to move in front of this fifteen meter high concrete retention wall across the street, I'm enough of an engineer to know you don't stand in front of a wall if you are going to get a concussive effect, that wasn't going to do us any good. I said, "I'm sorry, I'm not going there, I am staying here", because we still believed that there were still people who needed to be helped. We ended up loading as many people as we could on these few ambulances, we had maybe five ambulances into which we loaded maybe thirty people, and the ambulances drove away.

After a while there were still no more wounded; we didn't know that, we thought we could go back and find more people to help. Firetrucks were also coming in with firefighters who had Scott air packs. But from that point on, I did nothing useful even though I stayed there till 8 PM. But we didn't want to leave, believing we could still help somebody.

I couldn't drive home because my keys were in the office, so at 7 PM I had called my wife with a phone I borrowed from somebody to tell her to come and get me. My phone battery had died long before so I could not use it. I told her "Drive north up interstate 395 and I'll find you." I started walking down the interstate which was blocked so there were no cars. I was walking south in the northbound lane till a police officer saw me and thought I was out of my mind. He told me to get in his car but I told him, "I can't, otherwise me and my wife will never find each other". I kept walking and he followed me driving south in the northbound lane behind me. My wife, my mother and my two kids showed up in my sister's minivan, the plan worked! They found me because I was the only idiot walking on the highway, and that's how I got home.


Undicisettembre: What happened to you on the following days?

William Toti: The Navy had lost a lot of offices so they decided we would assemble in a building up the hill from the Pentagon called the Navy Annex. I showed up there and the Chief of Naval Operations decided we needed somebody in charge of the recovery, which was not a regular job but one they would have to create. I was asked if I’d be willing to do that, so I volunteered for that role because my regular job, which was public outreach kind of things, was not needed at that point. I went back into the Pentagon because I needed to understand the extent of the damage, you needed special permission to get back in, but I had the Chief of the Navy's authority to do whatever I needed to do and I used it.

Once the fires were put out three days later I was one of the first Pentagon workers to get in the destroyed areas to map out the extent of the damage to Navy areas. I went in with four other people. There was a structural engineer who was going in and declaring which areas were safe to go into and which were not. Then we had environmental engineer who was testing for asbestos and particulates, we were indeed wearing breathing equipment and respirators and white coveralls. Then there was also an FBI agent, because it was crime scene and the FBI was doing a criminal investigation, so they didn't want anything touched or moved, and didn’t let any of the bodies be recovered; this guy was making sure we were not damaging anything that could have been useful for the investigation. And we also had one person marking bodies or parts of bodies. My job was to outline where the Navy offices were, and begin to identify Navy uniforms on human remains.

After a week or so of the FBI processing the crime scene, soldiers from Fort Myers came in and were tasked with bagging remains and carrying the bodies out to refrigerator trucks, that was done together with law enforcement to make sure that bodies were identified; of course they were interested also in identifying bodies of the terrorists. But I didn’t get involved in that.

On the thirteenth or fourteenth day after the fire was out we went in and we saw the seats of the airliner piled up at the exit point, that was where the nose of the airplane had push-punched a hole through the wall between the C and the B rings. Everything else was all in fragments: the landing gear, the engine rotors, wires, aluminum.

Taken from the ABC News live coverage of 9/11.

Undicisettembre: How long had you been working at the Pentagon after the attack?

William Toti: I worked at the Pentagon for another year. Initially while I was managing the recovery effort, I made my office in a copy machine closet near the destroyed area. There was still all kinds of debris, dust, soot on the floor, so that was really stupid place to work out of because I suffer to this day from lung problems. That was the only room I could use because the other office doors were locked and I could not open them using the keypads because there was no electricity. The only room I found unlocked was that closet. I dragged a desk in there, used an extension cord for electricity, then got a computer and a phone working, and I worked there for six weeks overseeing the recovery effort.

I was angry, I wanted revenge: my friends had been killed. I was lucky to be alive, so I was going to do whatever I could to get us back in the fight. But after six weeks working seven days a week, I couldn't do it anymore, I was exhausted mentally, emotionally and physically. I had this bad cough, I had a lung infection, they were treating me with intravenous antibiotics because they thought I had anthrax. They assumed maybe the terrorists had brought anthrax onboard the plane, but my problem was actually regular pneumonia. I started to fail physically, so I created a new job for me: I recommended that we stand up a war plans cell for the Chief of the Navy. Normally the chief of the navy doesn't have war planning staff because it's done by the Combatant Commander in Tampa, Florida. But my point was "What is he supposed to do? The joint chiefs have to approve war plans that somebody else prepares. Is he just going to rubber stamp the plan, or does he want to actually evaluate the plan?" So we created a staff that we called Deep Blue tasked with evaluating the war plans, and I was named the first deputy director.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life even today?

William Toti: Well, for the first fifteen years or so, I thought about it every day. Two vivid memories stand out for me. The first one would be the noise of that boom resonating down the hallway. The second was the image of the hole and the fire as I came around the building.

Even these days, when I look at what is going on in Israel, I know that can happen here again. I am heartbroken by kids who weren't even born then who read a letter by Osama bin Laden on TikTok and they are too stupid to understand that is totally a nonsense or they are too ignorant to understand that the whole dynamic of people wanting to kill us is not over yet. There are still people who want to kill us.

Pentagono: intervista all'ex Capitano della Marina William Toti

di Leonardo Salvaggio. L'originale in inglese è disponibile qui.

Undicisettembre offre oggi ai suoi lettori il racconto personale dell'ex Capitano della Marina degli Stati Uniti William Toti che era nel suo ufficio al Pentagono quando l'aereo si schiantò contro il palazzo. Essendo sopravvissuto allo schianto, Toti divene da subito uno dei promi soccorritori sulla scena.

Ringraziamo William Toti per la sua cortesia e disponibilità.





Undicisettembre: Puoi farci un racconto generale di ciò che ti è successo l'11 settembre?

William Toti: Quella mattina ero nel mio ufficio, che era l'ufficio esterno del mio capo che era un secondo ammiraglio responsabile della Marina, il Vice Capo delle Operazioni Navali. Questo ufficio era nell'anello esterno, l'E-ring, al quarto piano del Pentagono. Avevamo un televisore costantemente acceso, stavo lavorando quando uno dei nostri uomini urlò "Oh mio Dio, guardate!" Guardai la TV e vidi la prima torre del World Trade Center in fiamme. È così che scoprimmo ciò che stava accadendo.

William Toti

Alla CNN dicevano che un piccolo aereo aveva avuto un problema con il sistema di navigazione. Avevo esperienza di guida di aerei, quindi sapevo non era possibile schiantarsi accidentalmente contro un edificio del genere in una giornata così limpida. Sapevo che era un gesto intenzionale, o qualcuno che voleva suicidarsi o un attacco terroristico; capimmo per certo che era terrorismo quando vedemmo in diretta l'impatto del secondo aereo. Un mio amico, un compagno di corso dell'Accademia di Annapolis, era in servizio quel giorno al Centro di Comando della Marina, chiamò al telefono e parlò con un collega che era nell'ufficio con me per dire che l'FAA aveva contattato il Centro di Comando Militare Nazionale [centro di comando e comunicazione per diramare gli ordini militari all'interno del Pentagono, NdT] per comunicare che pensavano che fossero stati dirottati molti aerei, non solo i due di cui già sapevamo. Ma non ne erano sicuri.

Poco dopo, richiamò e disse che erano ragionevolmente sicuri che un aereo fosse stato dirottato dall'aeroporto di Dulles, che è vicino a Washington, e che avesse invertito la rotta e stesse tornando verso la capitale; ma non sapevano quale fosse l'obiettivo. Pensavo alle due torri del World Trade Center, avevano detto in TV che c'erano circa 20.000 persone e mi chiesi "Cosa c’è a Washington di abbastanza grande da poter essere visto da un aereo?" perché avevo volato sopra a Washington. Qualcuno ipotizzava la Casa Bianca e io dissi: "No, la Casa Bianca è troppo piccola per essere vista dall'alto a distanza. Il Campidoglio si vede da molto lontano, ma non ci sono molte persone in quell'edificio; non è occupato continuamente da migliaia di persone, il Congresso si riunisce saltuariamente. Cosa si vede dall'alto che ospita decine di migliaia di persone? Il Pentagono!" E lo dissi ad alta voce.

C'erano otto o nove persone nel mio ufficio, la maggior parte civili. Non appena lo dissi, una delle segretarie iniziò ad andare nel panico. Mi dissi: "Sono un idiota. Non avrei dovuto dire niente, non serve a nulla dire cose del genere se sto solo facendo ipotesi". Ma un minuto dopo sentimmo il rumore di un aereo. Il Pentagono è vicino all'aeroporto Reagan e gli aerei decollano costantemente; quando decollano, dall’interno del Pentagono si sente il motore spingere alla massima potenza e poi il rumore diminuisce man mano che l'aereo sale. Sentimmo l’aereo alla massima potenza, ma il rumore aumentava invece che diminuire. Ed è stato così che capimmo cosa stava succedendo. Trascorsero dieci o quindici secondi da quando avevamo iniziato a sentire l'aereo a quando colpì, quindi non ci fu tempo di reagire. Anche perché non sapevamo in che zona del Pentagono si sarebbe schiantato. Sentivamo solo il rumore sempre più forte.

Quando il Pentagono venne colpito, l'edificio tremò. Il mio ufficio era a un centinaio di metri dal punto d'impatto e sentimmo il pavimento vibrare. Sentii il boom come un suono a bassa frequenza e non ad alta frequenza, riverberava nel corridoio più che dall'esterno dalle finestre, il suono viaggiava nel corridoio come in un tunnel che lo intrappola. Mentre fuori il suono si espande. Non me lo sarei aspettato.

All’epoca ero già capitano della Marina, quando sei su una nave se qualcuno si ferisce gravemente non puoi chiamare i pompieri, sei tu i pompieri. In Marina addestrano a correre verso la scena di un incidente, e fu quello che feci.

Corsi lungo il corridoio verso il luogo da cui veniva il rumore al quarto piano insieme ad altri due colleghi del mio ufficio, arrivammo a un punto in cui il fumo era troppo denso, non vedevo niente e non riuscivo a respirare, vidi solo una luce intensa. Il che era un brutto segno. Perché non ci sono finestre nel corridoio, sono tutte nelle stanze e le porte avrebbero dovuto essere chiuse. Quindi, se c'era una luce intensa, significava che c'era un buco nell'edificio e rischiavamo di finire dentro al buco e cadere dal quarto piano, perché non vedevamo dove stavamo andando. Ero sorpreso dal fatto che l'allarme antincendio non fosse partito, corsi davanti a un pulsante per attivarlo e lo premetti in modo che venisse dato il segnale acustico di evacuazione. Dopo averlo fatto corsi via, perché non vedevo e non riuscivo a respirare.

Arrivai a una scala, scesi di corsa fino all'uscita antincendio e uscii dall'edificio a livello del suolo e iniziai a correre verso il punto di impatto dall'esterno. Era lontano, perché è un edificio vasto; dal punto da cui ero uscito dovetti fare tutto il giro. Il punto di impatto era di fronte all’eliporto. Lì davanti c'era quello che noi chiamiamo un piccolo edificio separato che contiene tutta l'attrezzatura antincendio per l’elicottero. Iniziai a vedere frammenti dell'aereo mentre stavo ancora correndo. Ad esempio, vidi pezzi di alluminio verniciato della fusoliera. Vidi un pezzo di alluminio argentato con una "A" rossa dipinta dal logo dell'American Airlines.

Dalla diretta di ABC News dell'11 settembre 2001.

La maggior parte dei pezzi di alluminio erano ridotti a frammenti, avevano le dimensioni di un foglio di carta, ma c'erano altri pezzi più grandi: pezzi di ala, carrello di atterraggio, gondola del motore. Non vidi i sedili e in seguito capii perché. Il giorno dopo scoprii che i sedili avevano continuato a volare dentro l'edificio. Erano tutti ammucchiati dove il muso dell'aereo aveva fatto un buco tra gli anelli B e C, c'era un buco di circa un metro e mezzo e i sedili erano tutti ammucchiati lì. Li vidi quando andai al Pentagono dopo che l'incendio era stato spento nell'area distrutta.

Usciva molto fumo. Il fumo saliva in volute sopra il tetto dell'edificio, non verso di noi ma verso l’alto. Quindi riuscivamo ad avvicinarci all'edificio verso il punto dell'impatto fino a dove il calore diventava troppo intenso e dovevamo fermarci. C'erano un paio di uscite antincendio da cui usciva gente e pensai che finché c’era qualcuno che usciva andava bene. Poi ogni tanto usciva del fumo nero spesso e arrivavano persone che tossivano e che si vedeva che non riuscivano a respirare.

Lasciami aggiungere una cosa: a questo punto avevo perso il senso del tempo. Non so dirti quanti minuti dopo l'impatto sia successo, so solo che era poco dopo. Il primo camion dei pompieri non era ancora arrivato. C'era costantemente un camion dei pompieri lì, vicino all’eliporto nel caso in cui l'elicottero stesso si fosse incendiato: quel camion dei pompieri era lì quando arrivai ma era in fiamme. Era stranissimo: il camion dei pompieri era esso stesso in fiamme. Guardai dentro e vidi un corpo, pensai "Chi è? È un pompiere? Cosa sta succedendo?" La prima cosa che feci fu aprire la portiera del camion dei pompieri che stava bruciando per far uscire quest’uomo, non sapevo nemmeno se fosse vivo o morto. Aprii la porta, lo afferrai e lui fece un salto. Non seppe che ero io finché non lo reincontrai nel 2015, si stava chiedendo chi fosse il pazzo che stava cercando di tirarlo fuori. Era un pompiere, ora siamo buoni amici. Teneva la testa abbassata nel camion dei pompieri vicino all'altoparlante della radio perché stava cercando di chiamare aiuto e con tutti i rumori dell'incendio e le mini esplosioni del Pentagono non riusciva a sentire. Ad ogni modo, una volta che capii che stava bene, smisi di tentare di tirarlo fuori, guardai verso le porte dell'edificio e vidi il fumo che usciva dalla porta.

Il fumo usciva a momenti alterni. Tra uno sbuffo e l'altro, mi parve di vedere una persona che stava cercando di uscire. Corsi verso l'ingresso, non vedevo nulla, entrai per qualche metro e inciampai su una persona che era a terra. Trattenendo il respiro, afferrai questa persona per i vestiti e cercai di trascinarla fuori, ma non riuscivo. Corsi fuori, c'erano un paio di ufficiali dell'esercito, urlai per chiedere aiuto e tornarono dentro con me. In tre la prendemmo per una gamba, per la cintura e per le spalle e la trascinammo fuori, capimmo che era una donna. La portammo fuori, la poggiammo a terra perché riprendesse fiato perché non respirava, la risollevammo e la portammo a circa venticinque metri dalla porta e quindi la rimettemmo giù perché le si stava staccando la pelle nelle nostre mani, soprattutto dalle braccia. Aveva i pantaloni bruciacchiati, lei stessa era tutta bruciata. L'adagiammo prima a faccia in giù perché non riuscivamo a girarla, la mettemmo su un fianco e poi riuscimmo a girarla.

Tornammo indietro di corsa, perché pensavo che ci fossero altre persone all'interno. Trovammo un uomo steso a terra da solo che era ustionato peggio di quella donna, era steso sulla schiena come un granchio, con le mani e le ginocchia sollevate. Il suo viso era tutto bruciato, sbatteva le palpebre ma le cornee erano bruciate ed erano bianche. Stava urlando, era cosciente. Ci dicemmo "Okay, dobbiamo portare via anche quest'uomo" Qualcuno portò una barella che non so da dove venisse, immagino che la prima ambulanza fosse arrivata a quel punto. Facemmo rotolare l'uomo sulla barella e lo portammo via dall'edificio.

Uscivano altre persone. La maggior parte dei feriti riusciva a camminare da sola e c'erano altre persone che li aiutano. C'erano bottiglie d'acqua da cinque litri per gli erogatori nella struttura esterna della pista di atterraggio degli elicotteri, un uomo le stava portando fuori per versare acqua sulle persone che uscivano dal Pentagono per rinfrescarle.

Dopo un po’ c'era più nessuno che usciva dal Pentagono. Tornai indietro di corsa ancora una volta, entrai tanto quanto riuscivo con un respiro solo. Non vedevo bene e francamente avevo anche paura di perdermi e scappai fuori. Tossivo fortissimo. Mi coprii bocca e naso con la maglietta e provai a respirare, ma non serviva a niente. Caddi su mani e ginocchia e sputai della roba tossendo. Appena smisi di tossire tornai verso la strada perché vidi che c'erano molte persone che erano state trasportate o che venivano curate al bordo della strada e c'erano delle ambulanze che si fermavano. In Marina avevo fatto formazione da tecnico di medicina d'emergenza; la fa quanta più gente debba andare sui sottomarini possibile perché in quelle situazioni non ci sono i medici. Quindi avevo un po' di formazione medica e pensai che sarei andato a cercare di aiutare, perché in quel momento c'erano solo una o due ambulanze. Questo avvenne forse venti minuti dopo l'impatto e fu allora che iniziarono ad arrivare i primi camion dei pompieri.

L'ambulanza aveva un paramedico, un tecnico di medicina d'emergenza e un autista, quindi c'erano tre o quattro soccorritori e cinquanta o sessanta persone ferite a terra o in piedi. Ricordo una donna afroamericana in piedi, con le mani bruciate, che urlava disperata. Le dissi "Sopravviverai, stai bene. Capisco che hai dolore, ma dobbiamo concentrarci su queste persone che sono ferite peggio di te", quindi iniziammo a esaminare gli altri. Trovai la donna che avevamo portato fuori dall'edificio, non c'era nessuno vicino a lei, era sdraiata lì da sola su una barella. Mi chinai per vedere se stava bene. Le feci il test di ricarica capillare: premi l'unghia, lasci andare e vedi quanto tempo impiega l'unghia a diventare di nuovo rosa, per capire se sta prendendo bene ossigeno. Avevo imparato a farlo alla scuola di medicina d'emergenza, ma non l'avevo mai fatto su un afroamericano. Non riuscivo a capire quale fosse la normalità per lei. Quindi guardai sotto le labbra per vedere se erano rosa e vidi che stava diventando blu, quindi capii che non prendeva abbastanza ossigeno. Chiesi a uno degli uomini sull'ambulanza di darmi bombola di ossigeno e gliela attaccai. C'era un uomo con un'uniforme della Marina come la mia che indossava un giubbotto con la scritta "Medico del Pentagono", gli dissi "Dobbiamo farle una flebo"; non facevo una flebo da otto o nove anni e pensavo che quell'uomo sapesse come fare. Prese una sacca per flebo e non sapeva bene come si usasse, gli dissi "Senti, dobbiamo mettere un laccio emostatico. Sei tu il medico", mi disse "In realtà sono un dentista. Dovrei fare semplicemente il triage." Avrei riso, ma non era divertente.

Non sapeva fare la flebo meglio di come l'avrei fatta io. Inserimmo la flebo, c'era una donna dell'esercito e le chiesi di tenere su la sacca. La donna ferita non stava bene, le chiesi il nome, si chiamava Antoinette ma non capii il cognome perché non riusciva a parlava bene. Comunque, sapevamo che sarebbe arrivato un elicottero MedEvac [servizio di trasporto delle persone ferite, NdT]. Tra i feriti c'era anche l'uomo gravemente ustionato. Lo avevano già messo sulla barella e stavano per caricarlo sull'ambulanza. Nessuno si prendeva cura della donna che avevo accanto e così quando arrivò l'elicottero MedEvac dissi "Guardate, non prende ossigeno. Dobbiamo metterla sull'elicottero". Non c'era nessuno lì che avesse l'autorità di sovvertire le decisioni, era l'ironia del momento. Nessuno era a capo e ciascuno degli equipaggi delle ambulanze si occupava semplicemente delle persone che incontravano e che decidevano di curare, questa donna aveva solo me.

Chiamai altre cinque persone, tra cui un pompiere e un Marine, e dissi "Prendiamo la barella e portiamola sull'elicottero" perché c'era un elicottero che stava atterrando lungo la strada. La trasportammo attraverso il campo, oltre il guardrail e nel parcheggio fino all'elicottero. La caricammo e urlai "Ci vediamo all'ospedale" ma non credo che abbia sentito perché il motore dell'elicottero era acceso.

William Toti, secondo a sinistra, trasporta Antoinette con altre cinque persone.

Corsi indietro e quando arrivai le guardie di sicurezza e gli agenti di polizia del Pentagono gridavano a tutti di andare via perché avevano sentito alla radio che stava arrivando un altro aereo. All'interno del Pentagono presso il Centro di Comando Militare Nazionale sapevano che un quarto aereo aveva virato da qualche parte tra Cleveland e Indianapolis e stava tornando indietro, nessuno sapeva che si trattava di United 93 e che si era già schiantato in Pennsylvania, quindi presumevano che si stesse dirigendo verso Washington perché due aerei avevano colpito il World Trade Center e quindi sarebbe stato logico che due aerei colpissero il Pentagono.

Volevano che andassimo via e pensai "Che stupidaggine, dove andiamo?" Dall'altra parte della strada rispetto al Pentagono c'è un'area boschiva di proprietà del cimitero di Arlington, quindi non c'era nessun posto dove andare. La polizia voleva che ci spostassimo vicino al muro di contenimento in cemento alto quindici metri che c'era dall'altra parte della strada, sono un ingegnere e so che non è una buona idea mettersi davanti a un muro se sta per esserci una concussione. Dissi: "Mi dispiace, non ci vado, resto qui", perché credevamo che ci fossero ancora persone da soccorrere. Alla fine caricammo quante più persone potevamo sulle ambulanze disponibili, avevamo circa cinque ambulanze nelle quali caricammo una trentina persone, e le ambulanze se ne andarono.

Passò altro tempo e non uscirono altri feriti; non ce lo aspettavamo, pensavamo di poter tornare indietro e trovare altre persone da aiutare. Arrivavano anche camion dei pompieri con vigili del fuoco dotati di Scott Air Packs [autorespiratore a circuito aperto trasportabile, NdT]. Ma da quel momento in poi non feci più nulla di utile, anche se rimasi lì fino alle 20:00. Non volevamo andarcene, convinti di poter ancora aiutare qualcuno.

Non potevo tornare a casa perché avevo lasciato le chiavi in ufficio, così alle 19 chiamai mia moglie con un telefono preso in prestito da qualcuno per dirle di venire a prendermi. La batteria del mio telefono si era esaurita molto prima, quindi non potevo usarlo. Le dissi "Vai a nord lungo l'Interstate 395 e ci troveremo". Iniziai a camminare lungo l'autostrada che era stata chiusa da tempo, quindi non c'erano macchine. Camminavo verso sud nella corsia che va verso nord fino a quando un agente di polizia mi vide e pensò che fossi fuori di testa. Mi disse di salire in macchina ma gli risposi: "Non posso, altrimenti io e mia moglie non ci ritroveremo mai". Continuai a camminare e lui mi seguì in macchina guidando verso sud nella corsia in direzione nord dietro di me. Mia moglie, mia madre e i miei due figli arrivarono con il minivan di mia sorella, il piano aveva funzionato! Mi trovarono perché ero l'unico idiota che camminava in autostrada, e così tornai a casa.


Undicisettembre: Cosa accadde nei giorni successivi?

William Toti: La Marina aveva perso molti uffici così decisero che avremmo usato un edificio sulla collina del Pentagono chiamato Navy Annex. Mi presentai e il capo delle operations della Marina disse che avevamo bisogno di qualcuno che si incaricasse del recupero, non era un lavoro normale ma lo avrebbero dovuto creare apposta. Mi chiesero se fossi disposto a farlo e mi offrii volontario per quel ruolo perché il mio lavoro abituale, che era una specie di attività di comunicazione verso l'esterno, non serviva in quel momento. Tornai al Pentagono perché avevo bisogno di capire l'entità del danno, ci voleva un permesso speciale per rientrare, ma avevo l'autorità del Capo della Marina per fare tutto ciò che dovevo fare e la usai.

Una volta spenti gli incendi, tre giorni dopo, fui uno dei primi lavoratori del Pentagono a recarsi nelle aree distrutte per valutare l’entità del danno alle aree della Marina. Entrai con altre quattro persone. C'era un ingegnere strutturale che doveva valutare in quali aree era sicuro entrare e in quali no. C'era un ingegnere ambientale che stava testando l'amianto e il particolato, indossavamo infatti respiratori e tute bianche. C'era anche un agente dell'FBI, perché era la scena di un crimine e l'FBI stava conducendo un'indagine criminale, infatti non permisero che nulla fosse toccato o spostato o che nessuno dei corpi venisse recuperato; quest'uomo si assicurava che non danneggiassimo nulla che avrebbe potuto essere utile per le indagini. E c'era anche una persona che segnava i corpi o parti di corpi. Il mio compito era individuare dove si trovassero gli uffici della Marina e identificare le uniformi della Marina sui resti umani.

Dopo circa una settimana che l'FBI valutava la scena del crimine, arrivarono dei soldati da Fort Myers con il compito di mettere i resti umani nei sacchi per i cadaveri e di portarli su camion frigoriferi, operazione che eseguirono insieme alle forze dell'ordine in modo che i corpi fossero identificati; naturalmente erano interessati anche all'identificazione dei corpi dei terroristi. Ma in questo non venni coinvolto.

Il tredicesimo o quattordicesimo giorno dopo lo spegnimento degli incendi entrammo e vedemmo i sedili dell'aereo ammucchiati nel punto di uscita, dove il muso dell'aereo aveva fatto un buco nel muro tra gli anelli B e C. Il resto era tutto in frammenti: il carrello, i rotori del motore, i cavi, l'alluminio.

Dalla diretta di ABC News dell'11 settembre 2001.

Undicisettembre: Per quanto tempo hai lavorato al Pentagono dopo l'attacco?

William Toti: Ho lavorato al Pentagono per un altro anno. Inizialmente, mentre gestivo le operazioni di ricostruzione, avevo allestito il mio ufficio nei locali di una fotocopiatrice vicino all'area distrutta. C'erano ancora detriti di ogni tipo a terra, polvere, cenere, era un posto pessimo dove mettersi a lavorare infatti soffro ancora oggi di problemi ai polmoni. Ma era l'unica stanza che potevo usare perché le porte degli uffici erano chiuse e non potevo aprirle inserendo i codici nelle tastiere perché non c'era corrente elettrica. L'unica stanza che trovai aperta era quel locale. Ci portai una scrivania, portai la corrente con una prolunga, mi portai un computer e un telefono e lavorai lì per sei settimane supervisionando le operazioni di recupero.

Ero arrabbiato, volevo vendetta: dei miei amici erano stati uccisi. Ho avuto la fortuna di sopravvivere, quindi avrei fatto tutto il possibile per rimetterci nelle condizioni di combattere. Ma dopo sei settimane di lavoro sette giorni su sette, non riuscivo ad andare avanti, ero esausto mentalmente, emotivamente e fisicamente. Avevo una brutta tosse, avevo un'infezione ai polmoni, mi stavano curando con antibiotici per via endovenosa perché pensavano che avessi l'antrace. Pensavano che i terroristi avrebbero potuto avere con sé l'antrace a bordo dell'aereo, ma avevo una normale polmonite. Cominciai a cedere fisicamente, così mi creai un nuovo lavoro: suggerii di istituire una squadra per i piani di guerra a supporto del Capo della Marina. Di norma il Capo della Marina non ha uno staff di pianificazione della guerra perché è preparato dal Comandante Combattente a Tampa, in Florida. Ma io pensavo: "Cosa ci aspettiamo che faccia? I Capi di Stati Maggiori Riuniti devono approvare i piani di guerra che qualcun altro prepara. Il Capo della Marina si limiterà a approvare il piano o vuole davvero valutarlo?" Così creammo uno staff che chiamammo Deep Blue con il compito di valutare i piani di guerra, e io ne sono stato nominato primo vicedirettore.


Undicisettembre: In che modo l'11 settembre influenza la tua vita quotidiana anche oggi?

William Toti: Beh, per i primi quindici anni circa, ci pensavo tutti i giorni. Mi restano impressi due ricordi vividi. Il primo è il rumore del boom che risuona nel corridoio. Il secondo è l'immagine del buco e del fuoco mentre giravo intorno all'edificio.

Anche in questi giorni, guardando cosa sta succedendo in Israele, so che ciò può accadere di nuovo anche qui. Mi spezzano il cuore i ragazzi che allora non erano nemmeno nati che trovano una lettera di Osama bin Laden su TikTok e sono troppo stupidi per capire che è totalmente insensata o sono troppo ignoranti per capire il fenomeno per cui ci sono delle persone che vogliono ucciderci non è ancora finito. Ci sono ancora molte persone che vogliono ucciderci.