2018/08/14

L'intervista del Guardian alla madre di Osama bin Laden

di Hammer

Il 3 agosto di quest'anno il quotidiano britannico The Guardian ha pubblicato un articolo di Martin Chulov che riporta un'intervista dello stesso giornalista a tre membri della famiglia di Osama bin Laden: la madre Alia Ghanem e i fratellastri Ahmad e Hassan. Insieme a loro si trovava anche l'ultimo marito della donna, Mohammed al-Attas (padre di Ahmad e Hassan), che diede un importante contributo alla crescita anche di Osama, essendo Mohammed bin Laden morto in un incidente aereo nel 1967.

Chulov chiarisce che l'intervista è stata autorizzata dal principe reale saudita Mohammad bin Salman, perché essendo la famiglia bin Laden tra le più in vista dell'Arabia Saudita ogni loro azione pubblica deve essere autorizzata dalla famiglia reale. Secondo l'autore il principe ha concesso alla donna di parlare con i media occidentali in modo da dimostrare che il governo e la famiglia reale non hanno mai sostenuto al-Qaeda e che al contrario ci tengono a chiarire che Osama bin Laden è stato cacciato dal suo paese prima che iniziasse la sua attività terroristica. L'incontro comunque si è svolto alla presenza di un'addetta del governo e di un imprecisato numero di traduttori.

Alia Ghanem con il figlio Ahmad

Secondo Chulov, Alia Ghanem ha circa 75 anni (scrive l'autore Now in her mid-70s) ed effettivamente il dato sembra corretto perché in The Looming Tower (il più importante libro sulla storia di al-Qaeda) l'autore Lawrence Wright scrive che nel 1956 la donna aveva 14 anni, quindi oggi dovrebbe averne 76. La madre di Osama riconosce che il figlio (che la famiglia non vede dal 1999) è stato un fanatico terrorista, ma aggiunge che si trattava di una persona rispettosa e che la colpa deve essere data alle persone che lo hanno traviato, in particolar modo al suo mentore Abdullah Azzam.

Quando la madre si assenta dalla stanza dove si svolge l'intervista, i figli aggiungono che la donna non vuole ammettere e accettare che Osama avesse anche un lato jihadista; al contrario, dopo l'11 settembre loro hanno capito in poche ore che c'era il loro fratello dietro alla tragedia e si sono vergognati di lui. Il giudizio di Ahmad su Osama è limpido e lapidario:

"I was shocked, stunned. It was a very strange feeling. We knew from the beginning [that it was Osama], within the first 48 hours. From the youngest to the eldest, we all felt ashamed of him."

La cui traduzione in italiano è:

"Ero scioccato, sconvolto. Fu una sensazione molto strana. Sapevamo fin dall'inizio [che era stato Osama], entro le prime 48 ore. Dal più giovane al più vecchio, ci vergognavamo di lui."

L'atteggiamento della madre a tal proposito è comunque comprensibile, in quanto spesso i genitori dei terroristi tendono a trovare giustificazioni ai gesti distruttivi dei loro figli. Simili spiegazioni si trovano anche, per esempio, nelle parole del padre di Mohamed Atta, della madre dei fratelli Tsarnaev (gli attentatori della maratona di Boston) e in quelle della madre di Zacarias Moussaoui nel suo libro Mio Figlio Perduto.

Nell'articolo l'autore riporta anche di aver parlato anche con il principe Turki bin Faysal Al Sa'ud, che è stato anche capo dell'intelligence saudita per ventiquattro anni fino all'1 settembre del 2001. Il principe dice che nell'estate 2001 l'intelligence sapeva che a breve sarebbe stato compiuto un grosso attentato contro americani, inglesi, francesi e arabi, ma non conosceva il dettaglio di dove sarebbe avvenuto. Turki aggiunge anche che esistono due diversi Osama bin Laden: uno precedente l'invasione sovietica dell'Afghanistan e uno successivo. Perché è stato proprio questo evento a trasformarlo da idealista a guerrigliero.

L'autore scrive anche che la sorellastra di Osama, Fatima al-Attas, che vive a Parigi, si era opposta al fatto che la madre apparisse in un'intervista perché sostiene che la donna abbia ricevuto pressioni, ma la stessa madre smentisce questa ipotesi dicendosi felice di poter parlare con la stampa.

L'ultima parte dell'intervista riguarda il più giovane figlio di Osama, Hamza bin Laden, che ha seguito le orme del padre ed è oggi un miliziano di al-Qaeda di alto livello nella gerarchia dell'organizzazione. Secondo quanto riporta uno dei suoi zii, Hamza avrebbe dichiarato di voler vendicare la morte del padre; entrambi gli zii si dissociano dalle sue intenzioni e dicono che vorrebbero dissuaderlo se avessero la possibilità di parlargli.

In un altro articolo dello stesso autore, apparso sempre sul Guardian il 5 agosto, Chulov riporta anche che dall'intervista sarebbe emerso che Hamza bin Laden avrebbe sposato una figlia di Mohamed Atta. Ovviamente al momento è impossibile verificare la circostanza, che resta sorprendente perché fino ad ora non era mai emerso che Atta avesse dei figli.

Il giornalista della CNN Peter Bergen ha pubblicato un'interessante analisi dell'intervista, in cui aggiunge che la madre di Osama ha confermato di essere una sciita siriana e che questo potrebbe essere il motivo per cui al-Qaeda, contrariamente al altri gruppo terroristici come l'ISIS, non ha mai attaccato gli sciiti. Bergen commenta anche che è interessante il fatto che Alia Ghanem si sia fatta fotografare, perché fotografare delle donne è tuttora poco comune in Arabia Saudita. In ultimo, commenta Bergen, anche se non è emerso dall'intervista secondo quando riferito da Abu Jandal e riportato nel libro The Osama bin Laden I Know dello stesso Bergen, la madre di Osama viaggiò fino a Kandahar per cercare di convincere il figlio ad abbandonare la jihad, ottenendo solo un gentile rifiuto.

L'articolo di Chulov riporta solo un piccolo errore: anche se non menzionata nel testo, viene mostrata la foto dei fratelli bin Laden appoggiati a un'automobile, probabilmente una Cadillac, in Svezia nel 1971 e la didascalia dice che il secondo da destra sarebbe Osama. Tuttavia questo non corrisponde al vero, perché, come spiegato da Steve Coll nel libro The bin Ladens (pubblicato in Italia come Il Clan bin Laden) e dal documentario francese La face cachée de ben Laden, Osama non partecipò a quel viaggio.

Ovviamente, come spesso accade, i complottisti hanno opportunamente taciuto sulla pubblicazione di questa intervista, perché sarebbe estremamente difficile per loro giustificare che la madre e i fratelli di Osama bin Laden lo ritengono responsabile dell'11/9. Ma ci piacerebbe comunque sapere se secondo chi crede alle teorie del complotto la famiglia bin Laden fa parte della cospirazione o se chi ha architettato il complotto è stato tanto bravo da ingannare anche loro.

2018/08/11

La traduzioni non ufficiali del 9/11 Commission Report - prima parte

di Hammer.

Si ringrazia Mattia Butta (www.butta.org) per la consulenza sul giapponese.


Il 9/11 Commission Report è ufficialmente disponibile soltanto in inglese; la pagina delle FAQ del sito della commissione dice chiaramente che non esistono traduzioni ufficiali in nessun'altra lingua, ma essendo il testo pubblico è disponibile per essere tradotto da chiunque in qualunque lingua. Tuttavia nessuna sua traduzione può essere definitiva "ufficiale" o "autorizzata".

In base alle nostre ricerche, abbiamo riscontrato che esistono alcune traduzioni stampate in volumi cartacei. Di seguito descriviamo brevemente i contenuti e le caratteristiche principali delle traduzioni di cui siamo a conoscenza.


Traduzione in spagnolo


La traduzione spagnola del 9/11 Commission Report si intitola 11-S: El informe e come dice il sottotitolo non è una traduzione completa ma un estratto della versione originale.

Il libro è stato pubblicato nel 2005, quindi ad un solo anno dalla pubblicazione del rapporto e i capitoli tradotti sono i seguenti (riportiamo tra parentesi quadre i titoli in inglese per facilitare il confronto):


  • Prefacio [Preface]
  1. "Tenemos algunos aviones" ["We have some planes"]
  2. La fundación del nuevo terrorismo [The foundation of the new terrorism]
  3. Respuestas a los ataques iniciales de Al Qaeda [Responses to al Qaeda’s initial assaults]
  4. Los ataques de Al Qaeda en territorio de EE. UU. [Al Qaeda aims at the American homeland]
  5. De amenaza en amenaza [From threat to threat]
  6. Ataque imminente [The attack looms]
  7. "Saltaron todas las alarmas" ["The system was blinking red"]
  8. Heroísmo y horror [Heroism and horror]
  • Nota a la edición española

La traduzione è stata eseguita da Isabel Fuentes García (capitoli da 1 a 4), Tomás Fernández Aúz (capitolo 5), Yolanda Fontal (capitolo 6), Albino Santos (capitolo 7) e Francisco Beltrán (capitolo 8).

Questi cinque traduttori spagnoli godono tutti di notevole fama e hanno realizzato anche altre traduzioni importanti. Isabel Fuentes García ha tradotto, tra gli altri, la biografia di Saddam Hussein di Con Coughlin e il libro The Shock Doctrine di Naomi Klein. Tomás Fernández Aúz ha tradotto (insieme alla moglie Beatriz Eguibar) volumi di notevole importanza tra cui The Arabs e The Fall of the Ottomans di Eugene Rogan e Istanbul: A Tale of Three Cities di Bettany Hughes. Yolanda Fontal ha tradotto The Looming Tower di Lawrence Wright, testo fondamentale per la comprensione della storia di al-Qaeda e dell'11/9, e la biografia di Adolf Hitler di Ian Kershaw. Albino Santos è invece l'autore delle traduzioni di Because We Say So di Noam Chomsky, Black Mass di John Grey e Mercanti di Uomini della scrittrice italiana Loretta Napoleoni. Non abbiamo trovato notizie precise su Francisco Beltrán e non sappiamo quindi quali siano le sue traduzioni più rilevanti.

Come specificato nella nota all'edizione spagnola che chiude il volume, i traduttori hanno scelto di non tradurre l'intero rapporto ma solo una parte in modo da produrre un libro più snello e più leggibile e che raggiungesse un numero maggiore di lettori. Per lo stesso motivo, specificano i traduttori, non sono state tradotte le note del testo originale.


Traduzione in giapponese


Nel 2008 è stata realizzata un'altra traduzione parziale del 9/11 Commission Report, questa volta ad opera di tre ricercatori giapponesi che lo hanno tradotto nella loro lingua.

Il titolo del volume è 9/11委員会レポートダイジェスト―同時多発テロに関する独立調査委員会報告書、その衝撃の事実, la copertina reca anche la traduzione in inglese del titolo The 9/11 Commission Report Digest.

Gli autori della traduzione sono Toshiaki Matsumoto, Stephan Tanzawa e Yoshifumi Nagata. Anche in questo caso la traduzione è parziale; gli autori hanno selezionato un sottoinsieme dei capitoli da tradurre e in un caso hanno tradotto solo alcuni dei sottocapitoli, anziché il capitolo intero. L'indice del volume è il seguente (riportiamo solo i titoli originali per evidente difficoltà della trascrizione del testo giapponese):

  1. "We Have Some Planes"
    1. Inside the Four Flights
    2. Improvising a Homeland Defense
    3. National Crisis Management
  2. Al Qaeda Aims at the American Homeland
    1. Terrorist Entrepreneurs
    2. The "Planes Operation"
    3. The Hamburg Contingent
    4. A Money Trail?
  3. The Attack Looms
    1. First Arrivals in California
    2. The 9/11 Pilots in the United States
    3. Assembling the Teams
    4. Final Strategies and Tactics
  4. "The System Was Blinking Red"
    1. The Summer of Threat
    2. Late Leads--Mihdhar, Moussaoui, and KSM
  5. Heroism and Horror
    1. September 11, 2001
    2. Emergency Response at the Pentagon
Anche in questo caso le note al testo originale non sono state tradotte.


Le successive parti di questo articolo verranno pubblicate in seguito.

2018/07/09

Gli scambi di identità di Saeed al-Ghamdi

di Hammer

Uno dei più frequenti argomenti proposti dai complottisti vuole che alcune delle persone identificate come i diciannove dirottatori siano in realtà ancora vive; ovviamente nessuno di loro è mai apparso in pubblico in ben diciassette anni e già questo dovrebbe far riflettere chi crede che non siano morti l'11/9, ma spesso il buon senso non basta e asserzioni di questo genere vengono riproposte.

Uno dei casi presunti di dirottatori ancora vivi è quello relativo a Saeed al-Ghamdi, uno dei muscle hijacker del volo United 93. L'FBI pubblicò il primo elenco dei nomi dei dirottatori (con le informazioni anagrafiche incomplete) il 14 settembre 2001 e tra questi compariva appunto Saeed al-Ghamdi. In assenza di dati più precisi, quali ad esempio la data di nascita, la CNN scambiò il dirottatore con un pilota di linea della Saudi Arabian Airlines omonimo, che era ovviamente ancora vivo ed estraneo a tutto, e il 16 settembre mostrò la foto del pilota, insieme a quelle degli altri dirottatori. Il fotogramma trasmesso dalla CNN con la foto del pilota in mezzo a quelle di Ahmed al-Haznawi e di Ziad Jarrah come i dirottatori identificati di United 93 è disponibile sul sito di debunking in inglese 911Myths.com

Il 18 settembre del 2001 il quotidiano panarabo Al-Sharq Al-Awsat dedicò due articoli alla vicenda. In uno di essi il giornale riporta le parole del pilota scambiato per il dirottatore (foto a destra), che fu raggiunto al telefono per un'intervista; l'uomo disse di trovarsi in Tunisia e che avrebbe dovuto a breve spostarsi a Londra e temeva di incontrare problemi o addirittura di essere arrestato. Il secondo articolo riporta anche l'informazione che il pilota si trovava a Parigi quando la CNN trasmise la sua foto e che si vide costretto a contattare l'ambasciata saudita per comunicare la propria estraneità ai fatti. Nell'intervista l'uomo aggiunse che probabilmente la CNN aveva preso la foto dalla scuola di volo Flight Safe di Vero Beach in Florida che aveva frequentato dal 1998 al 1999 e poi ancora nel 2000. Tra l'altro la stessa scuola di volo era stata frequentata anche da un altro pilota saudita, di nome Abdul Rahman al-Omari, che per via della sua omonimia con uno dei muscle hijacker del volo American 11 incappò in un equivoco molto simile.

Lo scambio di persona venne poi risolto definitivamente il 28 settembre dall'FBI, quando diffuse la lista completa e definitiva dei dirottatori, corredata dalle foto, grazie alla quale fu possibile accertare che si trattò solo di un caso di omonimia.

Saeed al-Ghamdi inoltre ha anche due omonimi terroristi, anch'essi appartenenti ad al-Qaeda. Il primo di questi, il cui nome completo è Saeed Abdullah Saeed al-Ghamdi, fu selezionato proprio per l'11/9, ma non fece parte del gruppo finale perché non riuscì a ottenere il visto per gli USA. Il secondo di essi comparve nella lista terroristi più ricercati diffusa nel 2005 dal ministero dell'interno dell'Arabia Saudita (altre versioni della lista sono state pubblicate nel 2003, nel 2009 e nel 2011). Secondo Al-Sharq Al-Awsat, i trentasei ricercati inseriti in questa lista sarebbero miliziani del ramo di al-Qaeda che opera nella penisola arabica; nella lista si trova il nome di Salih Saeed Albitaih al-Ghamdi (foto a sinistra). Dell'uomo non vengono date altre informazioni (nemmeno nell'aggiornamento del 2006), se non che si tratti di un quarantenne saudita. Non può quindi essere confuso con il dirottatore dell'11/9, che era nato nel 1979 e nel 2005 avrebbe avuto 26 anni; inoltre la foto dell'uomo nella lista (immagine sopra) mostra chiaramente una persona diversa rispetto al dirottatore.

Come emerge da questa breve analisi, non è per nulla vero che i dirottatori furono identificati troppo in fretta e nemmeno che alcuni di loro sono ancora vivi. Semplicemente, al mondo esistono le omonimie e alle volte queste possono essere estremamente pericolose per chi porta lo stesso nome di un terrorista.

2018/06/11

I terroristi reclutati da al Qaeda che non presero parte all'11/9

di Hammer

Secondo quanto riportato dal 9/11 Commission Report, Khalid Sheikh Mohammed (spesso indicato con il solo acronimo KSM) confessò in un interrogatorio nel 2004 che nei piani iniziali di al Qaeda il commando suicida impiegato l'11/9 avrebbe dovuto essere composto da 25 o 26 persone. Come è ben noto, però, alla fine i terroristi furono solo 19; al Qaeda quindi reclutò altre persone che non riuscirono a far parte del gruppo per svariati motivi o che furono esclusi dagli stessi organizzatori.

I più famosi tra gli esclusi sono sicuramente Zacarias Moussaoui, che era stato selezionato come possibile sostituto di Ziad Jarrah nel caso in cui questi avesse deciso di abbandonare il gruppo a causa di malumori nei confronti di Mohamed Atta, e Mohammed al-Qahtani, che con ogni probabilità avrebbe dovuto essere il vero ventesimo dirottatore nella composizione finale del gruppo ma che fu fermato alla frontiera degli USA.

Oltre a questi due, al Qaeda ne reclutò numerosi altri e il 9/11 Commission Report chiarisce in una nota quali sarebbero stati gli altri potenziali dirottatori che non presero parte alla missione, chiarendone anche il motivo.

Oltre a quelle che abbiamo già citato, le persone reclutate e poi escluse furono:

  • Khalid al Zahrani: Viaggiò dall'Arabia Saudita, suo paese natale, all'Afghanistan illegalmente perché il suo nome compariva nella lista delle persone pericolose che non avrebbero potuto espatriare. Per lo stesso motivo non ottenne il visto per gli USA. Al Zaharani è stato detenuto a Guantanamo dal 2002 al 2007, anno in cui è stato rimpatriato.
  • Ali Abd al Rahman al Faqasi al Ghamdi (foto accanto, noto anche con il nome di Abu Bakr al Azdi): Saudita, avrebbe dovuto prendere parte all'11/9, ma lo stesso bin Laden lo escluse dal gruppo per impiegarlo in un attentato successivo che non si è mai verificato. Secondo l'intelligence americana, al Ghamdi prese parte alla battaglia di Tora Bora nel dicembre del 2001 e fu uno degli organizzatori di un triplice attentato suicida a Riyadh nel maggio del 2003. A seguito di quest'ultimo evento fu arrestato nel suo paese natale.
  • Saeed al Baluchi e Qutaybah al Najdi: Entrambi sauditi, furono rimandati in patria dall'Afghanistan per chiedere il visto per gli USA, ma durante uno scalo in Bahrein al Najdi fu fermato per un controllo di sicurezza. L'evento spaventò i due al punto che si ritirarono dalla missione, nonostante le pressioni di Khalid Sheikh Mohammed su al Baluchi.
  • Zuhair al Thubaiti: Saudita, si vantava di essere un membro di al Qaeda e di godere della stima di bin Laden; fu escluso dall'operazione in quanto ritenuto troppo nervoso e non dotato del necessario temperamento.
  • Saeed Abdullah Saeed al Ghamdi (soprannominato "Jihad"): Saudita e omonimo di uno dei muscle hijacker del volo United 93. Dopo aver partecipato all'addestramento di al Qaeda in Afghanistan nel marzo del 2000, tornò in Arabia Saudita insieme ad Ahmed al Haznawi (muscle hijacker del volo United 93) per chiedere il visto per gli USA, ma non lo ottenne perché nella richiesta aveva scritto di voler rimanere per dodici mesi, mentre al tempo il visto turistico consentiva sei mesi di permanenza. Inoltre non aveva un lavoro e questo fece pensare all'ufficiale del consolato che volesse immigrare negli USA.
  • Saud al Rashid: Khalid Sheikh Mohammed lo descrisse come cocciuto e immaturo; dopo essere ritornato in patria dall'Afghanistan per chiedere il visto per gli USA non prese più contatti con al Qaeda, forse per un ripensamento o per pressioni della famiglia. Alcune foto tessera di al Rashid, insieme a quelle dei dirottatori Nawaf al Hazmi, Khalid al Mihdhar, e Abdulaziz al Omari, furono trovate nel maggio del 2002 durante un raid a Karachi. Dopo questo episodio si consegnò alle autorità saudite e durante un interrogatorio disse di non sapere perché la sua foto si trovava insieme a quelle di tre dei dirottatori.
  • Mushabib al Hamlan: Tornò in Arabia Saudita dall'Afghanistan insieme ad Ahmed al Nami (muscle hijacker del volo United 93); insieme i due chiesero il visto per gli USA il 28 ottobre del 2000. Ottenne il visto, ma non tornò mai in Afghanistan, forse a causa di un ripensamento.

Oltre a questi nove, la monografia 9/11 and Terrorist Travel (che spiega in dettaglio i viaggi e gli spostamenti compiuti dai terroristi coinvolti nell'organizzazione dell'11/9) elenca altri miliziani di al Qaeda che chiesero il visto per gli USA senza riuscire ad entrarvi. L'elenco include i già citati al Ghamdi e al Hamlan, e oltre a loro indica:

  • Ramzi Binalshibh: Chiese il visto per gli USA, ma gli fu negato quattro volte (il 17 maggio, il 15 giugno, il 14 agosto e il 15 settembre del 2000). Secondo il 9/11 Commission Report il motivo del diniego risiede nello scetticismo nei confronti dei cittadini yemeniti, in particolare quando la richiesta veniva fatta da un altro stato (la Germania, in questo caso). Secondo il 9/11 and Terrorist Travel, invece, il motivo è da ricercarsi nel fatto che Binalshibh non aveva né un reddito né un lavoro e nei suoi frequenti viaggi in Medio Oriente. Venne catturato a Karachi nel settembre 2002 e attualmente è detenuto a Guantanamo.
  • Tawfiq bin Attash: Noto anche con il nome di Khallad, chiese il visto per gli USA in Yemen, ma gli fu negato. L'uomo comunque portava una protesi a una gamba dal 1997 dopo aver perso la propria in una battaglia in Afghanistan contro l'Alleanza del Nord, quindi non avrebbe potuto prendere parte ai dirottamenti in ogni caso. Con ogni probabilità il suo ruolo avrebbe dovuto essere di coordinamento e ausilio ai terroristi, avendo partecipato anche al summit del terrore di Kuala Lumpur. Fu catturato a Karachi nel 2003 e ad oggi è detenuto a Guantanamo.
  • Zakariya Essabar (foto accanto): Chiese il visto per gli USA a Berlino due volte, ma gli fu negato perché non aveva un lavoro o legami stabili in Germania. Secondo quando riferito da Khalid Sheikh Mohammed, fu proprio Essabar a comunicargli la data scelta per gli attentati consegnandogli una lettera proveniente da Binalshibh; tuttavia il racconto di quest'ultimo è diverso, in quanto sostiene di aver comunicato la data al telefono a KSM dopo averla appresa da Atta. Essabar non fu mai catturato, e secondo quanto riportato dal sito Making Sense of Jihad della ricercatrice Marisa Urgo, è morto in Afghanistan dopo la caduta dei Talebani (di questa affermazione non abbiamo trovato un riscontro più affidabile).
  • Ali Abdul Aziz Ali: Secondo la biografia stilata dal governo americano sarebbe un nipote di KSM e di conseguenza cugino di Ramzi Yousef (perpetratore del primo attentato al World Trade Center del 1993). Chiese il visto per gli USA a Dubai, ma gli fu negato. Fu catturato a Karachi insieme a Tawfiq bin Attash, mentre era nelle fasi finali dell'organizzazione di un attentato con aerei dirottati in partenza da Heathrow che avrebbero dovuto schiantarsi contro il consolato americano nella medesima città pachistana.

Purtroppo ad oggi non è chiaro quale sarebbe stato il ruolo di ciascuna di queste persone reclutate da al Qaeda e che non riuscirono ad entrare negli USA. In parte la spiegazione risiede nel fatto che, come detto da KSM, i terroristi volevano squadre più numerose su ciascun aereo; in parte forse anche perché nei piani originali avrebbe potuto esserci una quinta cellula che avrebbe dovuto entrare in azione; e in parte sicuramente per il fatto che i vertici di al Qaeda sapevano che si sarebbero trovati a fronteggiare difficoltà con i visti ma anche rinunce e pentimenti.

Quest'ultima considerazione dovrebbe fare riflettere quelli che pensano che vi sia qualcosa di sospetto nel fatto che per i terroristi è andato tutto troppo bene.

2018/05/14

L'Habbush memo: il documento artefatto che proverebbe i legami tra al Qaeda e l'Iraq

di Hammer

Il 13 dicembre del 2003, giorno della cattura di Saddam Hussein, il quotidiano londinese The Daily Telegraph pubblicò un articolo del famoso giornalista Con Coughlin secondo cui la redazione del giornale aveva ricevuto da fonti irachene non meglio specificate una nota manoscritta inviata da Tahir Jalil Habbush al-Tikriti, ex capo dell'intelligence irachena, al presidente Saddam Hussein.

La nota, datata 1 luglio 2001, riportava che Mohamed Atta aveva partecipato a un addestramento a Baghdad nell'estate del 2001 (quindi, ragionevolmente, pochi giorni prima della stesura del testo stesso) tenuto dal noto terrorista palestinese Abu Nidal (organizzatore, tra gli altri attentati, dell'attacco contro i banchi del check-in delle compagnie aree TWA ed El Al negli aeroporti di Vienna e Roma il 27 dicembre del 1985). Al-Tikriti, nel testo, loda la dedizione di Atta e le sue doti di leader del gruppo che aveva l'incarico di distruggere importanti obiettivi.

La seconda parte del testo menziona anche un carico di uranio che l'Iraq avrebbe ricevuto via nave dal Niger, facendo implicito riferimento al presunto programma di Saddam Hussein di sviluppare armi nucleari, argomento che il presidente George Bush aveva menzionato nel proprio discorso sullo stato dell'unione del 2003. La lettera in questione è nota come Habbush memo, dal nome del presunto autore.

Un secondo articolo dello stesso quotidiano e ancora di Coughlin, autore anche della biografia del leader iracheno Saddam: King of Terror del 2002, riporta maggiori dettagli sulla lettera insieme al commento dello stesso Coughlin secondo cui il documento proverebbe l'esistenza di legami tra il regime di Saddam Hussein e i dirottatori dell'11/9 e che il governo iracheno stava conducendo un piano per la produzione di armi di distruzione di massa.

L'articolo menziona anche un precedente ritrovamento di documenti nella sede di Baghdad dei servizi segreti iracheni che menzionerebbero un incontro avvenuto nel 1998 in Iraq tra un inviato di al Qaeda ed esponenti del governo. L'incontro avrebbe avuto successo, al punto che anche bin Laden stava pianificando un viaggio nello stato di Saddam Hussein.

Intervistato dalla trasmissione televisiva Meet The Press il giorno stesso della pubblicazione del primo articolo, Coughlin disse di aver ricevuto la lettera di al-Tikriti da un esponente del governo ad interim iracheno, di cui non rivelò il nome, aggiungendo che il documento stesso era stato autenticato e che la grafia era proprio quella di al-Tikriti (argomento sul quale negli articoli sul Telegraph era stato più cauto sostenendo invece che non fosse possibile asserire con sicurezza che il documento fosse autentico).

Pochi giorni dopo la pubblicazione dei due articoli, il settimanale americano Newsweek pubblicò un pezzo di Michael Isikoff in cui sollevava alcuni ragionevoli dubbi sul memo e sul suo contenuto. Anzitutto, riporta l'articolo, l'FBI aveva verificato minuziosamente gli spostamenti di Atta e risultava che nel periodo in cui avrebbe dovuto svolgersi l'addestramento a Baghdad, il terrorista si trovava invece negli Stati Uniti. Inoltre anche l'Iraqi National Congress (partito politico iracheno di opposizione fondato con il supporto dell'amministrazione americana nel 1992), che aveva sempre sostenuto che ci fossero legami tra Saddam Hussein e al Qaeda, aveva avanzato forti dubbi sull'autenticità della lettera. L'articolista di Newsweek aveva anche interpellato Coughlin sull'autenticità del memo, ma il giornalista inglese aveva risposto che la redazione del suo giornale non aveva modo di verificare l'autenticità del testo.

Un'altra indagine sull'Habbush memo fu condotta dal giornalista Ron Suskind nel libro The Way of the World, pubblicato il 5 agosto del 2008. Secondo Suskind la lettera sarebbe un falso realizzato appositamente dalla CIA e dalla Casa Bianca; l'autore scrive che la CIA aveva intenzione di far scrivere la lettera dallo stesso Habbush, il quale si rifiutò. Visto il diniego dell'iracheno, l'agenzia decise quindi di realizzare un falso. Suskind cita come proprie fonti Robert Richer e George Tenet della CIA e Nigel Inkster dell'MI6. Tutti e tre hanno però in seguito smentito di aver asserito quanto riportato da Suskind nel suo libro.

Tenet ammise che l'amministrazione Bush fece pressioni alla CIA affinché l'agenzia dipingesse i legami tra al Qaeda e l'Iraq in modo superiore a quanto emergeva dalle evidenze in suo possesso, ma smentì di aver appositamente creato un documento falso. La CIA prese anche una posizione pubblica e ufficiale, smentendo di aver ricevuto una richiesta di fabbricazione del documento.

Anche Nigel Inkster intervenne di nuovo sull'argomento, confermando di aver parlato con Suskind ma di aver detto al giornalista di non essere nella posizione di commentare l'Habbush memo perché non era a conoscenza dei dettagli dell'accaduto.

Due giorni dopo la pubblicizzazione del libro di Suskind, Philipp Giraldi, ex funzionario della CIA specialista di antiterrorismo, scrisse in un articolo su The American Conservative che alcune sue fonti confermavano quanto scritto da Suskind riguardo al fatto che la Casa Bianca aveva ordinato la realizzazione di un falso memo. Tuttavia Suskind sarebbe caduto in errore su chi era stato incaricato di realizzare il falso, in quanto questo non fu commissionato alla CIA ma all'Office of Special Plans (unità del Pentagono che visse per soli dieci mesi e che aveva il compito di fornire dati grezzi di intelligence sull'Iraq al Presidente), al tempo era diretto da Douglas Feith, che nel 2003 ricopriva anche l'incarico di Sottosegretario alla Difesa per la politica militare.

Ayad Allawi
L'8 agosto del 2008, un articolo di Joe Conason sulla rivista online Salon propose un interessante indizio a sostegno della teoria di Suskind, scagionando al contempo Coughlin da possibili accuse di aver partecipato a una falsificazione. L'autore identifica Ayad Allawi (che al tempo presiedeva il governo ad interim iracheno) come la fonte che aveva passato il documento originale a Coughlin aggiungendo che l'iracheno aveva visitato la sede della CIA a Langley pochi giorni prima del primo articolo del Telegraph sull'argomento.

Circa dieci giorni dopo la pubblicazione del volume di Suskind, lo stesso Coughlin tornò sull'argomento con un articolo fortemente critico nei confronti di Suskind nel quale confermava che Allawi fosse la fonte che gli aveva consegnato il documento ma che lo aveva incontrato a Baghdad nel novembre del 2003. Nel testo Coughlin ribadisce con forza che la CIA non ebbe alcun ruolo nel produrre il memo.

Al contempo il presidente del Comitato Giudiziario degli Stati Uniti (ente interno alla Camera dei Rappresentanti preposto a supervisionare l'amministrazione della giustizia) annunciò di aver commissionato al proprio staff un'indagine per verificare le ipotesi avanzate da Ron Suskind, nell'ambito di un'indagine più ambia sugli abusi dell'amministrazione Bush con particolare riferimento alla volontà di una guerra preventiva contro il regime di Saddam Hussein. In riferimento all'Habbush memo, però, la commissione concluse che, nonostante il documento sembrasse effettivamente un falso, non era stato possibile verificare chi lo avrebbe commissionato.

Ad oggi i contorni di questa vicenda restano molto fumosi. Non è noto chi abbia realizzato il memo, in che circostanza e perché. Non è chiaro che ruolo abbiano avuto la Casa Bianca e la CIA. Anche questa rientra tra le zone grigie dell'11/9, che non c'entrano nulla con le sciocchezze che ripetono i complottisti da più di un decennio.

2018/04/16

Il presunto incontro a Praga tra Mohamed Atta e il console iracheno

di Hammer

Nei giorni successivi agli attentati dell'11/9 si diffuse sulla stampa e all'interno dell'amministrazione USA la notizia secondo cui Mohamed Atta, leader del commando suicida, avrebbe nell'aprile del 2001 incontrato a Praga il console iracheno, e presunto agente dell'IIS (il servizio segreto iracheno), Ahmad Samir al-Ani. La notizia venne pubblicata per la prima volta dalla Reuters il 18 settembre del 2001, in un articolo che però non cita in quale città sarebbe avvenuto l'incontro e che non specifica da che fonte l'agenzia di stampa abbia ottenuto l'informazione. Lo stesso giorno la notizia, con gli stessi contenuti vaghi, fu riportata dall'Associated Press.

Il 20 ottobre del 2001 il New York Times pubblicò un articolo in cui smentiva che ci fosse evidenza di un incontro tra Atta e un esponente del governo iracheno a Praga, citando come fonte della smentita stessa il ministro dell'interno ceco Stanislav Gross e il deputato Petr Nečas; ma una settimana dopo il medesimo quotidiano scrisse invece che proprio Gross aveva asserito in una conferenza stampa che Atta aveva incontrato al-Ani nella capitale ceca l'8 aprile del 2001 e che il console sarebbe poi stato espulso per aver svolto attività non inerenti al suo mandato. In seguito emerse che l'attività sospetta svolta da al-Ani riguardava la pianificazione di un attentato contro la sede di Praga dell'emittente radiofonica americana Radio Free Europe, che al tempo si trovava nell'ex palazzo dell'Assemblea Federale.

Il 9 dicembre del 2001 Dick Cheney confermò in un'intervista alla trasmissione televisiva Meet The Press che il governo riteneva che Atta fosse stato a Praga nel mese di aprile e che vi incontrò un esponente del governo iracheno (curiosamente Cheney parla di Cecoslovacchia e non di Repubblica Ceca, incappando in un errore storico tanto grossolano quanto ingiustificabile). In seguito l'amministrazione Bush usò il presunto incontro tra Atta e al-Ani come uno dei pretesti per giustificare l'invasione dell'Iraq.

In realtà, nonostante l'apparente sicurezza di Cheney, il fatto che Atta si sia incontrato con al-Ani restava del tutto aneddotico. Infatti nel corso nel 2002 si susseguirono una serie di indagini giornalistiche che giunsero alle conclusioni più varie. Il 15 maggio il Washington Post scrisse che il primo ministro e il presidente cechi avevano messo in dubbio le parole di Gross, sostenendo che non vi era certezza che l'incontro fosse avvenuto e che questo, quand'anche venisse dato per certo, non aveva come argomento della discussione l'attentato che si sarebbe svolto l'11/9 ma la pianificazione di un attacco terroristico a Praga. Il 5 giugno The Prague Post riportò le parole dell'inviato ceco alle Nazioni Unite Hynek Kmoníček, secondo cui invece l'incontro ebbe luogo.

Il 20 ottobre un nuovo articolo del New York Times riportò che il presidente ceco Vaclav Havel aveva informato ufficialmente la Casa Bianca che non vi era alcuna evidenza di un incontro a Praga tra Atta e al-Ani. Tuttavia due giorni dopo un portavoce del presidente Havel smentì quanto scritto dal New York Times sostenendo che si trattasse di una notizia inventata.

Parallelamente a quelle giornalistiche, vennero condotte numerose indagini ufficiali per verificare la circostanza. Come riportato nel libro The One Percent Doctrine di Ron Suskind del 2006, il 19 settembre del 2001 Dick Cheney chiese a George Tenet, all'epoca direttore della CIA, di indagare su questo fatto. Tenet rispose a Cheney due giorni dopo, il 21 settembre, comunicando al vicepresidente che il loro ufficio di Praga era estremamente scettico sulla possibilità che Atta vi avesse incontrato al-Ani: dalle telefonate e dalle operazioni della carta di credito di Atta risultava infatti che in quel periodo il terrorista si trovasse negli Stati Uniti. Anche il rapporto della CIA Iraqi Support for Terrorism del gennaio 2003 riportò che ci fossero grossi dubbi sul fatto che un tale incontro avesse avuto luogo. Lo stesso Tenet confermò al Comitato delle Forze Armate del Senato che, sebbene non fosse possibile escluderlo con assoluta certezza, la CIA riteneva altamente improbabile che Atta avesse incontrato al-Ani a Praga.

Anche l'FBI condusse un'indagine analoga e giunse alle stesse conclusioni della CIA: cioè che dopo aver verificato tutte le attività di Atta di quel periodo non ci fosse motivo di credere che questi fosse uscito dagli USA nell'aprile del 2001.

Del fatto si occupò, ovviamente, anche la commissione d'inchiesta sull'11/9 che nel 9/11 Commission Report dedicò all'argomento una sezione apposita nella quale scrisse che le voci sul presunto incontro tra il terrorista e il console si basavano su una singola fonte dei servizi segreti cechi, ma la loro indagine portò a ritenere che Atta fosse negli USA in quella settimana. La commissione concluse che se Atta fosse andato a Praga in quei giorni, avrebbe dovuto viaggiare sotto falso nome, cosa che il dirottatore non aveva fatto in nessun'altra occasione.

Anche la polizia e l'intelligence ceche indagarono l'accaduto e già nel dicembre del 2001 il capo della polizia smentì che ci fossero evidenze dell'incontro tra i due. L'articolo del Telegraph che riporta la notizia aggiunge anche un dettaglio importate che può spiegare questo enorme equivoco: un uomo della comunità araba di Praga sostenne di aver più volte visto al-Ani insieme a un venditore d'auto iracheno (che gli aveva venduto delle automobili) che somigliava molto ad Atta, e quindi l'anonimo informatore dei servizi segreti cechi potrebbe aver scambiato il venditore d'auto per il terrorista. Nell'agosto del 2002 anche il capo dell'intelligence esterna ceca confermò che non ci fossero prove dell'incontro e che l'ipotesi era estremamente implausibile. Nel 2014 l'ex capo dell'intelligence interna rivelò nella sua autobiografia un altro dettaglio fondamentale: secondo quanto scrive, gli USA fecero pressioni sul governo ceco affinché questo confermasse l'incontro a Praga tra Atta e il console per giustificare l'invasione dell'Iraq.


Oltre alla somiglianza con il venditore di automobili, un altro evento può aver contribuito a creare confusione. Mohamed Atta entrò negli USA la prima volta il 3 giugno del 2000 con un volo proveniente proprio da Praga. Alcune indagini iniziali portarono a credere che Atta tentò di entrare a Praga anche il 30 maggio da Bonn ma fu respinto perché sprovvisto di visto, a quel punto prese un autobus l'1 giugno e riuscì e entrare in Repubblica Ceca. Questo dettaglio fecea pensare che Atta avesse fretta di entrare in Repubblica Ceca (forse per incontrare qualcuno), tanto da non poter aspettare un solo giorno per essere in regola con i visti. In realtà anche questo fu un equivoco: come spiegato dal Chicago Tribune nel 2004, l'uomo che tentò di entrare a Praga senza visto non era il terrorista Mohamed Atta, ma un uomo d'affari pachistano chiamato Mohammed Atta (con una "m" in più nel nome). Curiosamente, in alcune ricostruzioni giornalistiche Mohamed Atta incappò in un altro caso di quasi omonimia, quella con il terrorista Mahmoud Mahmoud Atta.

Al-Ani venne preso in custodia dagli USA nel luglio del 2003 e a dicembre dello stesso anno confermò di non aver mai incontrato Mohamed Atta. L'articolo del New York Times che riporta le parole di al-Ani aggiunge altre smentite notevoli, come quella di Abu Zubaydah (miliziano di al Qaeda) e quella di Khalid Sheikh Mohammed (organizzatore dell'11/9) che confermarono che al Qaeda non ebbe mai legami con il regime di Saddam Hussein.

Nel 2006 anche Dick Cheney ammise pubblicamente che si trattò di uno sbaglio. In un'intervista dichiarò che la fonte dell'informazione non era attendibile e che l'ipotesi più ovvia a quel punto era che l'incontro di Praga non fosse mai avvenuto (anche in questa occasione Cheney parla di Cecoslovacchia e non di Repubblica Ceca). Nello stesso anno Cheney ripeté di nuovo ancora a Meet The Press che non vi erano evidenze che Atta avesse incontrato esponenti iracheni a Praga e che il tutto si era basato su uno scambio di persona.

Nel settembre 2006 il comitato ristretto per l'intelligence del Senato degli Stati Uniti pubblicò la seconda versione del rapporto sull'Iraq. Il documento include un paragrafo apposito sull'argomento, intitolato Muhammad Atta Meeting with IIS in Prague, che ribadisce che l'unica fonte che ha riportato questo incontro è un singolo testimone vicino ai servizi segreti cechi, ma che le indagini di CIA ed FBI non hanno trovato nessun riscontro di ciò. Tuttavia gran parte del capitolo è tuttora segretato. Un indagine del periodico Newsweek dello stesso mese sostenne, grazie a degli informatori anonimi, che la parte segretata riguardasse una divergenza di opinioni tra la CIA e la Casa Bianca; lo staff presidenziale avrebbe infatti voluto insistere pubblicamente sull'argomento, inserendone una menzione anche in un discorso di Bush nel marzo 2003, mentre l'agenzia espresse dissenso perché la voce non aveva trovato riscontri. Il medesimo articolo di Newsweek riporta anche la smentita di un portavoce della CIA, Paul Gimigliano, che la segretazione di parte del testo servisse a difendere la Casa Bianca.

Ovviamente i contorni della vicenda sono ad oggi ancora molto confusi. È certo che non ci fossero legami tra al Qaeda e l'Iraq e diventa quindi estremamente improbabile che Mohamed Atta abbia incontrato un esponente del governo di Saddam Hussein. Tuttavia sono poco chiari i tentativi del governo americano di sostenere questa improbabile teoria, soprattutto alla luce del fatto che è servita come una delle giustificazioni della guerra in Iraq del 2003.

Questo caso, così come quello delle 28 pagine del Joint Inquiry rimaste segretate per quattordici anni, dimostra che effettivamente qualche mistero intorno all'11/9 esiste. Peccato che i complottisti distraggano l'opinione pubblica con le loro sciocchezze su aerei scambiati ed esplosivi, distogliendo così i ricercatori dalle vere zone d'ombra che andrebbero indagate.

2018/03/26

An interview with former CIA officer Glenn Carle

by Hammer. An Italian translation is available here.

Understanding 9/11 doesn't only mean knowing the events of that day, but also the mistakes that were made before that led to the terrorists fulfilling their plan, and even what happened afterwards with the War on Terrorism and the killing of Osama bin Laden. To further explore these topics Undicisettembre collected the account of former CIA office Glenn Carle.

We would like to thank Glenn Carle for his kindess and willingness to help.


Undicisettembre: Hi Glenn, thanks for the time you are giving us. Would you first like to introduce yourself?

Glenn Carle: My name is Glenn Carle, I was a career CIA officer, an operations officer. And my last position was as the Deputy National Intelligence Officer for Transnational Threats of the National Intelligence Counsel, it's a long title but that means that I was responsible for the intelligence community’s assessments of strategic threats to the United States, and in particular terrorism.


Undicisettembre: Could 9/11 have been avoided if CIA and FBI communicated better between each other? Reason why I'm asking this is I guess you know what happened with FBI agent Doug Miller’s memo to the FBI that was blocked by the CIA. Ali Soufan talks about this in details in his book The Black Banners.

Glenn Carle: Well, when you look at the pieces of information that the intelligence community had, we could have put them together and stopped 9/11. That is true. Yes, there were errors of omission and errors of commission and errors of understanding. That's easy to say but that's a meaningless statement, because it is like saying "If I didn't do anything wrong, nothing would have gone wrong."

Ali is a friend, I respect his professionalism and judgment and he's correct. I'm pretty sure of the facts that he presents even if I didn't know or live the facts that he presents exactly. But I think it's too easy to say we could have avoided it.


Undicisettembre: What do you think about the hunt for bin Laden and how your former colleagues tracked him down?

Glenn Carle: I was one of many many many intelligence officers who played some part in that as I worked in terrorism related issues. It was one of the triumphs of the intelligence community to piece the puzzle together and to find him. It was very good work.


Undicisettembre: What do you think of the decision not to show pictures of bin Laden dead?

Glenn Carle: It was a good idea not to show the pictures, just as when Hitler died and World War 2 ended the allies were concerned that there not be a grave site that could serve as a point for the sainthood of the fallen leader, as a rallying point for opposition-to-be against the victor, which in World War 2 were the Allies and the Soviets. In the fight against Islamic terrorism, to show pictures of bin Laden with a hole in his head and blood all over him would have served as a point to encourage and inspire hatred of the Americans as barbarians. I think it was a wise thing not to show the photos, even while understanding that not showing them would allow conspiracy theorists to say he’s alive somewhere... with Elvis maybe in the Bahamas. But that’s a lesser problem to deal with then creating the anger that would come by showing him as a tortured martyr.


Undicisettembre: In your opinion, or as far as you know, was Pakistan shielding him or were they totally unaware he was hiding in Abbottabad?

Glenn Carle: This is a big question, isn’t it? Surely ISI has had and continues to have connections to Islamic terrorist groups, to include al Qaeda. That doesn’t mean that they necessarily knew where bin Laden was or played a role in protecting him. It is possible, but then to my knowledge the American intelligence services were not aware of that. It appears that there’s support in the Pakistani intelligence services for terrorist groups for Pakistan’s own reasons, and that there’s support in Pakistani society to some extent for jihad, al Qaeda and for bin Laden as a Muslim man who poked his thumb in the eyes on the United States. To my knowledge we have no information to substantiate that the Pakistanis knew where bin Laden was or played a role in protecting him.


Undicisettembre: What are your thoughts about the use of torture during the so called War on Terrorism?

Glenn Carle: Torture is illegal, ineffective, unnecessary, un-American and counterproductive. It betrays the entire point of the saga of American history and culture. It betrays western civilization’s three thousand years of struggle to have the state serve the needs of individuals, freedom and the rights of individuals. It is an action of fear and anger, it’s an instinct of reaction: to hate your enemy, to demonize him, and to want to subjugate him. It’s similar to rituals that human society engaged in throughout history, like pulling the hearts out of the victims if you were an Aztec or sacrificing people if you were an ancient Greek.

There’s no reason ever to do it and there’s every civilized reason not to; it does not give you strength, it does not make you safer, we do not need to do it. It undermines who we are and it makes us less as a society and as a nation. It truly contributed to the decay and the decline of American civilization and American democracy. It never ever should be part of any civilized state’s behavior.


Undicisettembre: Apart from being inhuman has torture been useful in finding bin Laden or Khalid Sheikh Mohammed?

Glenn Carle: No. The claims by the parties that defend it and say it has provided intelligence come from two types of people: those who are sincere but misled by people to whom they look for guidance and in whom they believe, and those who don’t want to be charged as war criminals and can’t accept that they made a terrible error in judgment. The claims by CIA, some of my former colleagues, of instances about when torture provided critical intelligence have all been shown to be spurious and completely not true.


Undicisettembre: What are your thoughts about the war in Iraq? Was it a mistake or was it justified?

Glenn Carle: It certainly turned out to be a catastrophic mistake. At the time I had worked on Iraqi issues, on their weapons of mass destruction program: biological, chemical and nuclear. I personally accepted, and I was in a good position to know, that Saddam continued to have programs to develop biological and nuclear weapons; that turned out to be completely wrong. The invasion as it was conceived and carried out was a catastrophic mistake because we literally had no plan for what would happen after Saddam’s fall.

America can destroy any army in any country, that’s the easy part. But what happens then? We had no plans and the assumptions of our leaders were insanely wrong. It’s one of the great blunders in American history.


Undicisettembre: Do you think that war in Iraq was also the cause for the rise of ISIS?

Glenn Carle: Oh, absolutely! There’s no question about it. Radical Islam precedes invasion of Iraq, but the invasion of Iraq, by breaking Iraq as it has existed, destroyed the dominance of the Sunni in Iraq and gave the Shia, who had been the majority in population but was a subjugated group, the upper hand; it extended the influence of Iran and took power away from Sunni tribal leaders in the west of Iraq in particular, which they resented and opposed. Also the Saudis in the great game of Sunni and Shia rivalry were not happy with the extension of Shia influence.

The destabilization of the traditional power structure aggrieved and angered the Sunni in Iraq and contributed to the destabilization of Syria and the radicalization of the Sunni in particular. Then you combine that with Assad’s history of ruthless oppression of any dissent and with a terrible series of droughts that led to some crop failures and water shortages that led to civil unrest in Syrian society, and the demand by different fractions that they be given a greater say, and the ruthless insurgency, all of which was exploited by jihadists. That led to the collapse and disruption of Iraq and Syria, the jihadists contributed to that, and they took over.

So yes, the destabilization caused by the invasion was one of the important factors leading to the rise of ISIS.


Undicisettembre: Linking two topics we have discussed so far, do you think there was any connection between Saddam Hussein and Osama bin Laden? The invasion of Iraq was also based on this.

Glenn Carle: There was no connection whatsoever. Zero. Al Qaeda had nothing to do with Saddam Hussein and Saddam Hussein had nothing to do with al Qaeda. Saddam Hussein was secular, he opposed Islamic radicalization and terrorist groups. The association by the Bush administration that Saddam Hussein was connected to bin Laden is wrong. We know for certain that there’s no connection at all.


Undicisettembre: What are your thoughts about the alleged connections between the Saudis and the 19 hijackers?

Glenn Carle: It is true that there are rich Saudis who contributed and continue to contribute to radical Islamic and terrorist organizations like al Qaeda; but that the Saudi government formally supported bin Laden or al Qaeda, no. That’s not true.


Undicisettembre: What are your thoughts about conspiracy theories that claim that 9/11 was an inside job?

Glenn Carle: Well, you know, the Moon is made of cream cheese, the Earth is flat, you shouldn’t go out at night because there are werewolves. And of course the CIA did 9/11 and then killed bin Laden to make it look like we didn’t. These statements are equally insane.

The CIA has thousand of employees, there are countless very good journalists but still no one of the persons involved in this huge plot left any record, never had any conversation, no one said anything to anybody and they are all perfect in their silence about this. That’s absolutely impossible, it’s completely crazy. But there are a lot of crazy people. I said one time to my son when he was driving and a person cut us off, we almost had an accident and he was getting angry “Remember that by definition one half of the people surrounding you have IQ’s that are below 100.” So it’s not a surprise that there are a lot of conspiracy theories because there are a lot of people around who... aren’t very bright.


Undicisettembre: I guess you have the same thoughts about conspiracy theories about the killing of Osama bin Laden, right?

Glenn Carle: Yes, I have the same thoughts. Surely.


Undicisettembre: What do you think of ISIS today? What should the West do with them?

Glenn Carle: This is a very difficult question. There are a lot of problems that you can’t fix and that’s frustrating to us all, but I think that at a strategic level from the point of view of the United States and the west we have handled the ISIS problem under Obama as we should. The United States could have destroyed ISIS in three weeks, but then what? We don’t want Assad, we don’t want radical Sunnis, the Sunnis don’t want the Shia, we don’t want the Iranians, no one wants the Kurds, we don’t want the Turks, we don’t want the Russians and we don’t want to be there either.

So unless the USA, or the west, or NATO, accept to make Syria an eternal colony occupied by our army and suffering insurgencies and murders forever, until we change the entire society to embrace secular norms, that’s not acceptable to anybody. That would be the consequence of invasion and none of that would be acceptable to anybody.

So what do you do? We don’t want ISIS to expand and there’s no one who is acceptable to anyone who’s strong enough to destroy ISIS. So we work with local forces and help them destroy ISIS. Now the question is: what’s next? No one likes the answers because they are all bad. Assad is the only realistic power that can rule the country, but we consider Assad horrible and a murderer. But the alternative is zero, so we got the least bad of a list of bad solutions. Now Trump has handed over whatever outside influence there is to Russia and that’s the exact opposite of what the United States should want to accomplish. But that’s where our president is and that’s where we are.