2020/10/19

Storia del World Trade Center - prima parte

di Leonardo Salvaggio

Le Torri Gemelle del World Trade Center svettarono nello skyline di Lower Manhattan per tre decenni, soppiantando come simbolo della città molti edifici iconici preesistenti, come l'Empire State Building, la Statua della Libertà, il Chrysler Building e il Rockefeller Center. La loro costruzione durò dal 1968 al 1973, ma la loro realizzazione affonda le proprie radici fino agli anni quaranta, poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Lower Manhattan nel 1947.
Fonte: New York State Archives

Già negli anni 30 Lower Manhattan, la punta meridionale di Manhattan, vide una significativa crisi economica, perché il centro nevralgico della città si stava spostando verso Midtown, la zona centrale, che per i lavoratori provenienti dal Queens, dal New Jersey o dal nord dello stato di New York era più facilmente raggiungibile rispetto alla zona a sud dove si trova Wall Street. Per rilanciare l'economia della zona, e per iniziare un periodo di floridi scambi commerciali con l'Europa che stava risorgendo dalla guerra, lo stato di New York creò nel 1946 l'agenzia statale World Trade Corporation che aveva lo scopo di valutare la fattibilità della realizzazione di un world trade center (centro del commercio mondiale) a Lower Manhattan. L'agenzia in pochi mesi propose un progetto che vedeva la costruzione di ventuno edifici in un'area di dieci isolati, tuttavia non fu ritenuto sostenibile dal punto di vista economico, e quindi l'idea della costruzione del World Trade Center fu accantonata e nel 1949 la World Trade Corporation venne chiusa.

Fu solo verso la fine degli anni 50 che David Rockfeller, all'epoca vicepresidente della Chase Manhattan Bank, tentò nuovamente di risvegliare l'economia dell'area attorno a Wall Street commissionando allo studio Skidmore, Owings & Merrill la nuova sede della banca che presiedeva. Curiosamente uno degli edifici che contribuì allo sviluppo economico di Midtown a discapito di Lower Manhattan fu proprio il Rockefeller Center, ultimato nel 1939 e commissionato da John Rockefeller, padre di David. Il palazzo voluto da David Rockefeller aprì i battenti nel 1960 con il nome di One Chase Manhattan Plaza (in seguito cambiò nome in 28 Liberty Street nel 2013), ma attirò meno affittuari del previsto, e quindi diede solo una piccola spinta alla ripresa economica, che non bastò a invertire le sorti dell'area.

Nel 1958 Rockefeller aveva fondato la Downtown-Lower-Manhattan Association, associazione che aveva come scopo il rilancio dell'area, a cui diede l'incarico di commissionare allo studio Skidmore, Owings & Merrill un progetto che realizzasse il loro mandato. Lo studio produsse una prima proposta per la realizzazione di un complesso di edifici sulla costa est di Manhattan, appena a sud del ponte di Brooklyn. Nelson Rockefeller, governatore dello stato di New York e fratello di David, propose che fosse la Port Authority di New York e New Jersey (nata nel 1921 allo scopo di gestire le infrastrutture dei trasporti nella zona del porto) a realizzare il progetto, in modo anche da sgravare i conti dello stato dalla costruzione di un complesso di tali dimensioni. Nelle prime settimane del 1961 il direttore generale della Port Authority Austin Tobin commissionò al proprio collaboratore Richard Sullivan la redazione di uno studio di fattibilità, il documento intitolato A World Trade Center in the Port of New York fu redatto in meno di un mese e inviato al sindaco di New York e ai governatori di New York e New Jersey.

Proposta originale per la costruzione del WTC sulla costa orientale.
Fonte: Wall Street: A Pictorial History di Leonard Louis Levinson del 1961.

Tuttavia Rockefeller non poteva incaricare la Porth Authority della realizzazione senza coinvolgere nella decisione il governatore del New Jersey Robert Meyner, perché la Port Authority è un ente trans-statale. Meyner si dimostrò interessato al progetto solo nel caso in cui ci fossero stati vantaggi anche per il suo stato; Mayner aveva particolare interesse nella linea ferroviaria Hudson & Manhattan Railroad (oggi nota come PATH) che molti abitanti dei New Jersey utilizzavano per spostarsi per lavoro a Manhattan e che versava in condizioni di degrado. Meyner allora propose, e ottenne dopo mesi di trattative, che la Port Authority acquistasse la Hudson & Manhattan, con la promessa di lauti investimenti, e accettò la proposta di Rockefeller per la costruzione del World Trade Center.

Nel 1962 Richard Hughes subentrò a Mayner come governatore del New Jersey e lo stesso anno i due governatori e Tobin decisero di spostare la sede designata alla costruzione del complesso sulla costa occidentale di Manhattan, in un area trapezoidale che fosse più vicina al New Jersey e che includeva anche una stazione dell'Hudson & Manhattan. Tobin ottenne anche che la linea ferroviaria cambiasse nome in PATH, Port Authority Trans-Hudson, nome che conserva ancora adesso. La scelta della nuova sede non fu comunque priva di conseguenze, perché il lotto di terra dove avrebbe dovuto sorgere il complesso era fino ad allora denominato Radio Row ed era sede di oltre trecento attività commerciali e industriali, più di mille uffici e vi abitavano circa cento persone.

La zona di Radio Row nel 1936 in una foto di Berenice Abbott.

I commercianti e imprenditori dell'area si riunirono e avviarono una lunga causa legale contro la Port Authority, il cui progetto prevedeva l'esproprio dell'area e lo spostamento in altre zone delle attività di Radio Row. Dopo una lunga disputa legale tra vari tribunali, nel 1963 la corte d'appello di New York permise l'esproprio purché la Port Authority aiutasse le attività di Radio Row a trovare una nuova sede. Lo stesso anno il consorzio di Radio Row si appellò alla Corte Suprema degli Stati Uniti che rigettò la causa, in quanto non c'erano i requisiti perché passasse a una corte federale.


La seconda parte di questo articolo verrà pubblicata in seguito.


Fonti:
  • Twin Towers: The Life of New York City's World Trade Center di Angus Kress Gillespie, 2002
  • Up from Zero: Politics, Architecture, and the Rebuilding of New York di Paul Goldberger, 2004
  • City in the Sky: The Rise and Fall of the World Trade Center di James Glanz ed Eric Lipton, 2003
  • The World Trade Centre: A Modern Marvel: 1973-2001 di History Channel, 2002

2020/10/05

World Trade Center: an interview with first responder Paul Seldes

by Leonardo Salvaggio. An Italian translation is available here.

Undicisettembre is offering today to its readers the personal account of first responder Paul Seldes, who worked at Ground Zero for nine months after the attacks.

We would like to thank Paul Seldes for his kindness and availability.





Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on 9/11?

Paul Seldes: At the time I was working for a consulting company, we worked on military and law enforcement training and contracts. My team and I were on our way to One Police Plaza, where NYPD is, to start a counter terrorism training program for NYPD. Before going there we had to go to the World Trade Center because we were picking up one of my team members there. We were in front of the World Trade Center and we literally saw the first plane veer off and hit. I was driving my car around there and the guy sitting in the rear seat said “What the fuck is that?”, we looked up and we saw the plane level off and plow into the building. Immediately there was debris coming down.

All of us had military or intelligence community experience and we knew right away there was something really bad happening; the fellow sitting next to me was a decorated military veteran for the US Army and he immediately said “We are at war”. I was trying to keep my car going around the flaming debris that was falling down around us. As we swerved around driving over the sidewalk, there was a woman who had been hit by something, she was bleeding heavily and one of the guys threw her into the car. We drove around lower Manhattan and we passed her off to an EMS crew that was down there.

While all this happened, my wife was home in our Manhattan apartment and she called me on my cellphone and said “I’ve just heard on the news a small plane hit the World Trade Center.” I answered her calmly “Yes, I know. I’m a little busy right now. I’ll call you back later” and I hung up. Her first reaction was “My idiot husband is right in the middle of it!” She did not hear from me for the next twelve hours and in the meantime all my family called her asking her how I was and where I was and she lied to them saying “He’s fine.”

My first goal was to get my team and I to safety, so we started out of Manhattan into Brooklyn and at that point we saw the second plane hit the second tower. Neither of the two members of my team were from New York; I was living in New York at the time but they weren’t: one guy was from New Jersey and the other was from Virginia and he had come in for this meeting. So, I wanted to get these guys back to their homes because we knew this was bad. I got to a car rental location and by early afternoon they were heading back to Virginia and New Jersey; I made my way back to Manhattan.

We heard the reports that the towers had collapsed over the radio once in Brooklyn and we could see the dust plume rise up.

I finally got back home twelve hours later, grabbed my gear and went down to Ground Zero, so in the wee hours of September 12th I was in downtown Manhattan with my equipment ready, pitching in and assisting in various ways. I spent nine months working there.


Undicisettembre: What did you do during those nine months?

Paul Seldes: A variety of roles. The company I worked for had a number of government contracts. During the first few weeks I was just helping coordinate search and rescue operations. After the first couple of months I moved into a logistics coordination role: coordinating between different agencies that were there working, coordinating the flow of stuff into the workers at Ground Zero and handling logistical needs like that.


Undicisettembre: How long did it take you to get your life back to normalcy?

Paul Seldes: In some ways it never did. In November 2001 the company I worked for shut down our New York and New Jersey office and laid off all the personnel, myself included. I started working under contract for the US Government to continue my work at Ground Zero and continued there until June 2002.
My parents had been living in Florida for a number of years and sometime as we were winding things down in 2002 my wife said “We are leaving New York and we are going to Florida” and we moved to Vero Beach, Florida, which is really nowhere, there’s nothing here, but that’s where my parents were and we ended up here. My intent was to get away from the world of public safety and bad things happening, but I got sucked back into it.. In the fall of 2002, I started having significant respiratory and lung issues and it took a lot of doctoring here, steroids and exercise. Fortunately, I seem to have cleared those problems behind me. I’m healthy and I hope I’ll remain so.

I still have PTSD, I have a sleep disorder which hasn’t gone away, I’m on medication for sleep. So definitely there are some long-term issues that are still with me but otherwise I’m back to normal.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life even today?

Paul Seldes: Well, the PTSD kicked in, I couldn’t sleep more than two hours and then I was wide awake for some years after 9/11. It took a while and several different doctors before we hit on something that actually works. There’s a prescription sleep aid called Ambien which is great for once in a while but terrible for long term use so that was not an option for very long. It took some time to find a low dose anti depression pill which works fine for me. That’s something I’ll be living with for a long time.

My pulmonologist for the respiratory issues has me on a steady long-term doses of respiratory medications just to make sure everything stays normal in the way it’s supposed to be, even if there’s no sign of anything these days. So, these are the long term issues and life adjustments to be made.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories according to which 9/11 was an inside job?

Paul Seldes: This is one of the most insane things I hear. It’s clear to anyone who has been in there and anyone who’s been involved in the recovery operation what happened and how it happened. There’s absolutely no question.

Anyone who’s touting these conspiracy theories are doing a disservice and disparaging the memories of all those who lost their lives on that day.


Undicisettembre: What’s your role now in the COVID-19 crisis?

Paul Seldes: I am an emergency manager here in Florida, I work for one of the larger counties and also support state wide operations. I’m a planner, I am the guy who puts together planning, data and analysis to help workout what we are doing.


Undicisettembre: How would you compare the crisis after 9/11 with the COVID-19 crisis?

Paul Seldes: It’s very different, COVID is a natural occurring thing while 9/11 was pure evil. So there’s a difference in that sense. And there’s a cultural difference here in the United States: after 9/11 everyone was together, people were cheering the responders and honoring them all over the country; now with COVID there seems to be a lot of arguing about what our government response agencies are saying, people are denying that this exists, are denying that masks work, denying everything we know being scientifically and medically accurate. There are more conspiracy theories now than after 9/11.

World Trade Center: intervista a Paul Seldes, membro delle squadre di primo intervento

di Leonardo Salvaggio. L'originale inglese è disponibile qui.

Undicisettembre offre oggi ai suoi lettori il racconto personale del membro delle squadre di primo intervento Paul Seldes, che lavorò a Ground Zero per nove mesi dopo gli attacchi.

Ringraziamo Paul Seldes per la sua cortesia e disponibilità.





Undicisettembre: Puoi farci un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto l'11 settembre?

Paul Seldes: All'epoca lavoravo per una società di consulenza, lavoravamo a contratto per la formazione del personale militare e delle forze dell'ordine. Io e il mio team stavamo andando al One Police Plaza, dove si trova la sede dell’NYPD, per avviare un programma di formazione antiterrorismo per l’NYPD. Prima di andare lì dovevamo passare dal World Trade Center per andare a prendere uno dei membri del mio team. Eravamo di fronte al World Trade Center e vedemmo letteralmente il primo aereo virare e colpire. Stavo guidando e il collega seduto sul sedile posteriore disse ”Che cazzo è?", guardammo in alto e vedemmo l'aereo mettersi in piano e schiantarsi contro l'edificio. Immediatamente ci furono detriti che cadevano.

Tutti noi avevamo esperienza militare o della comunità di intelligence e capimmo subito che stava succedendo qualcosa di terribile; il collega seduto accanto a me era un veterano militare decorato dell'esercito americano e disse subito "Siamo in guerra". Cercavo di continuare a guidare tra i detriti in fiamme che cadevano intorno a noi. Mentre guidavo passando anche sui marciapiedi, vedemmo una donna che era stata colpita da qualcosa, sanguinava copiosamente e uno dei miei colleghi la caricò in macchina. Passammo attorno alla punta meridionale di Manhattan e la passammo a un’ambulanza che si trovava lì.

Mentre tutto questo accadeva, mia moglie era a casa nel nostro appartamento di Manhattan e mi chiamò al cellulare e mi disse "Ho appena sentito al telegiornale che un piccolo aereo ha colpito il World Trade Center". Le risposi con calma “Sì, lo so. Sono un po’ occupato adesso. Ti richiamo più tardi" e riattaccai. La sua prima reazione fu "Quell’idiota di mio marito è proprio lì nel mezzo!” Non ebbe mie notizie per le successive dodici ore e nel frattempo tutta la mia famiglia la chiamava chiedendole come stavo e dove fossi e lei mentì dicendo "È al sicuro".

Il mio primo obiettivo era portare me e la mia squadra in salvo, quindi andammo da Manhattan verso Brooklyn e lì vedemmo il secondo aereo colpire la seconda torre. Nessuno dei due membri della mia squadra era di New York; all'epoca io vivevo a New York ma loro no: uno era del New Jersey e l'altro della Virginia ed era venuto per l’incontro che avevamo. Quindi volevo che questi ragazzi tornassero a casa perché sapevamo che ciò che stava succedendo era terribile. Arrivammo a un autonoleggio e nel primo pomeriggio partirono per la Virginia e il New Jersey; io tornai a Manhattan.

Sentimmo alla radio che le torri erano crollate mentre eravamo a Brooklyn e vedemmo la nuvola di polvere alzarsi.

Alla fine arrivai a casa dodici ore più tardi, presi la mia attrezzatura e tornai a Ground Zero, quindi alle prime ore del 12 settembre ero già a downtown Manhattan con la mia attrezzatura pronta, rimboccandomi le maniche e dando assistenza in molti modi. Lavorai lì per nove mesi.


Undicisettembre: Cosa hai fatto in quei nove mesi?

Paul Seldes: Ebbi ruoli diversi. L'azienda per cui lavoravo aveva vari contratti con il governo. Durante le prime settimane aiutavo solo a coordinare le operazioni di ricerca e soccorso. Dopo i primi due mesi passai a un ruolo di coordinamento logistico: coordinavo le diverse agenzie che erano lì a lavorare, coordinavo il flusso del materiale verso i lavoratori a Ground Zero e gestivo questioni logistiche del genere.


Undicisettembre: Quanto tempo ti ci è voluto per riportare la tua vita alla normalità?

Paul Seldes: Per certi versi non è mai successo. Nel novembre 2001 la società per cui lavoravo chiuse i nostri uffici di New York e New Jersey e licenziò tutto il personale, me compreso. Iniziai a lavorare sotto contratto per il governo degli Stati Uniti in modo da continuare il mio lavoro a Ground Zero e rimasi fino a giugno 2002.

I miei genitori vivevano in Florida da anni e una volta, mentre stavamo per concludere i lavori nel 2002, mia moglie mi disse "Andiamo via da New York e andiamo in Florida" e ci trasferimmo a Vero Beach, in Florida, che è davvero in mezzo al nulla, non c'è niente qui, ma c’erano i miei genitori e siamo finiti qui. Il mio intento era quello di allontanarmi dal mondo della sicurezza pubblica e di questi eventi tragici, ma ci sono stato risucchiato dentro di nuovo. Nell'autunno del 2002 iniziai ad avere problemi respiratori e polmonari importanti e dovetti fare molte cure, prendere steroidi e fare esercizio. Fortunatamente mi sembra di aver risolto questi problemi e di essermeli lasciati alle spalle. Sto bene e spero di continuare così.

Soffro ancora di disturbo da stress post-traumatico, ho problemi a prendere sonno che non sono scomparsi, prendo farmaci per dormire. Quindi ho ancora problemi di lungo termine, ma per il resto sono tornato alla normalità.


Undicisettembre: In che modo l'11 settembre influisce sulla tua vita quotidiana anche oggi?

Paul Seldes: Beh, ho avuto il disturbo da stress post-traumatico e non riuscivo a dormire più di due ore, per poi rimanere completamente sveglio, per alcuni anni dopo l'11 settembre. Ci è voluto un po' di tempo e vari medici differenti prima di trovare un rimedio che funzionasse. C'è un medicinale su prescrizione che aiuta a dormire, si chiama Ambien, che è ottimo se preso una volta ogni tanto ma terribile per l'uso a lungo termine, quindi come opzione non è durato molto tempo. Ci è voluto del tempo per trovare una pillola anti-depressione a basso dosaggio che funzionasse bene per me. È una cosa con cui dovrò convivere a lungo.

Lo pneumologo da cui sono in cura per i problemi respiratori mi ha fatto assumere dosi costanti a lungo termine di farmaci respiratori per essere sicuro che tutto rimanga come dovrebbe essere, anche se non c'è segno di nulla di anomalo al momento. Quindi questi sono i problemi a lungo termine e gli adeguamenti alla vita che ho dovuto attuare.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l'11 settembre sarebbe stato un inside job?

Paul Seldes: Questa è una delle cose più folli che sento. Cosa e come è successo è chiaro a chiunque era presente e a chiunque sia stato coinvolto nelle operazioni di recupero. Non ci sono assolutamente dubbi.

Chi diffonde queste teorie del complotto sta facendo un disservizio e sta denigrando la memoria di tutti coloro che hanno perso la vita quel giorno.


Undicisettembre: Qual è il tuo ruolo ora nella crisi da COVID-19?

Paul Seldes: Sono un responsabile delle emergenze qui in Florida, lavoro per una delle contee più grandi e do supporto anche alle operazioni in tutto lo stato. Sono un pianificatore, sono colui che mette insieme le pianificazioni, dati e analisi per aiutare a realizzare ciò che stiamo facendo.


Undicisettembre: Come paragoneresti la crisi dopo l'11 settembre alla crisi da COVID-19?

Paul Seldes: È molto diverso, il COVID è una cosa naturale mentre l'11 settembre è stato il male allo stato puro. Quindi c'è differenza in questo senso. E c'è una differenza culturale qui negli Stati Uniti: dopo l'11 settembre tutti erano uniti, la gente sosteneva i soccorritori e li onorava in tutto il paese; ora con il COVID sembra che ci siano molte discussioni su ciò che dicono le nostre agenzie governative impiegate nella reazione, le persone negano anche che esista, negano che le mascherine funzionino, negano che tutto ciò che sappiamo sia scientificamente e clinicamente accurato. Ci sono più teorie del complotto adesso che dopo l'11 settembre.

2020/09/21

La finale mondiale di scacchi giocata al World Trade Center nel 1995

di Leonardo Salvaggio

Le Torri Gemelle hanno dominato lo skyline di Lower Manhattan per tre decenni ed ovviamente al loro interno si sono svolti numerosi eventi di rilievo tra i quali trova spazio anche un evento sportivo: la finale del campionato del mondo di scacchi PCA del 1995.

La sfida ebbe una genesi singolare. Nel 1993 il campione russo Garry Kasparov avrebbe dovuto difendere il proprio titolo contro il contendente Nigel Short, che aveva vinto il torneo dei candidati, qualificandosi come sfidante contro il campione in carica. I due tuttavia ebbero uno scontro con la federazione organizzatrice, la FIDE, che secondo i due campioni aveva deciso la sede della competizione, a Manchester, senza consultarli come invece avrebbe previsto il regolamento. I due fondarono quindi una nuova federazione, la PCA (Professional Chess Association) e la sfida per il titolo, che vide la conferma di Kasparov, fu giocata sotto l'egida della nuova federazione.


La PCA a quel punto, ponendosi come alternativa alla FIDE, decise di organizzare un campionato del mondo analogamente a quanto faceva la federazione rivale, con un torneo di qualificazione dal quale sarebbero usciti i qualificati per la fase a eliminazione diretta che avrebbe poi sancito chi avrebbe sfidato nuovamente Kasparov per il titolo. Il torneo di qualificazione si svolse a Groningen, nei Paesi Bassi, nel dicembre del 1993 e stabilì chi erano i sette qualificati, ai quali si aggiunse anche Nigel Short direttamente dai quarti.

I quarti di finale si giocarono nella Trump Tower, a New York, a giugno del 1994 con la cerimonia di apertura presieduta dall'attuale presidente degli USA. Le semifinali furono disputate a Linares, in Spagna, a settembre del 1994 e la finale a Las Palmas, nell'isola spagnola di Gran Canaria, a marzo del 1995. Short perse in semifinale e il candidato a sfidare Kasparov fu l'indiano Anand Viswanathan.

La sfida per il titolo contro Kasparov si giocò al centosettesimo piano della Torre Sud e iniziò in una data che oggi suona come uno strano scherzo del destino: l'11 di settembre. Lo scontro si sarebbe deciso al meglio delle venti partite; secondo il racconto del giocatore della FIDE Jason Luchan che assistette alla sfida, il calendario prevedeva quattro partite a settimana di lunedì, martedì, mercoledì e venerdì. Kasparov vinse in diciotto partite. Dopo una serie di otto pareggi consecutivi Anand vinse una partita, Kasparov pareggiò i conti alla successiva, andò in vantaggio subito dopo e chiuse con quattro vittorie, una sconfitta e tredici pareggi. L'ultima partita si svolse il 16 ottobre.

Le diciotto partite furono giocate all'Observation Deck della Torre, un luogo insolito per una sfida scacchistica: infatti le foto dei due contendenti mostrano sullo sfondo la città di New York vista dall'alto.

La PCA ebbe comunque vita molto breve. Nel 1996 perse l'alleanza con il proprio sponsor principale, la Intel, e fu costretta a chiudere le attività. Al tempo si vociferò che il motivo fu che Kasparov avrebbe nei mesi successivi sfidato il supercomputer della IBM Deep Blue, ma fu lo stesso Kasparov a smentire la voce chiarendo che Intel aveva ritirato la propria disponibilità prima che lui prendesse accordi con IBM.

Non avendo più una federazione che organizzasse gli eventi, Kasparov nel 2000 scelse il proprio sfidante autonomamente e perse la gara contro il connazionale Vladimir Kramnik. Kramnik nel 2005 sfidò il campione in carica della FIDE, di fatto unendo i due titoli e ponendo fine al dualismo delle federazioni.

La federazione creata da Garry Kasparov e Nigel Short ebbe quindi poca fortuna e durò pochi anni, che però bastarono a organizzare una finale in un luogo memorabile.

2020/09/10

World Trade Center: an interview with former NYPD sergeant Darrin Porcher

by Leonardo Salvaggio. An Italian translation is available here.

For the nineteenth anniversary of the attacks of September 11th 2001, Undicisettembre offers today to its readers the personal account of former NYPD sergeant Darrin Porcher, who responded to the scene after the crash of the second plane.

We would like to thank Darrin Porcher for his kindness and availability.





Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on 9/11?

Darrin Porcher: On 9/11 I was a sergeant with the NYPD and I was assigned to the Police Academy, which is relatively close to the World Trade Center. I was working at a day tour which started at 7:07 AM so I was probably there at 6:30 to get dressed, because it was a uniformed assignment. I conducted a series of inspections on the recruits that were under my control that day, after the inspection was done the recruits went into the classroom. It was 7:40 and I went through a block on instructions, at the end of the instructions I went into my office and one of the counterparts mentioned me that a plane struck the World Trade Center. I clearly saw this as an accident and didn’t think of it much further, I saw the damage from the first plane and thought “Wow, this is pretty big.” But I thought this was outside my span of control, I didn’t foresee the need to respond because we had patrol units and fire department who I thought had already been detached to the location.

Shortly after the second plane struck the second tower, I was right outside of my office and another one of my counterparts told me that a second plane struck the World Trade Center. At the point in time it was clear it was a terrorist attack. I went back to my locker and although I was wearing a uniform I put on my bulletproof vest and an attire that was suited for me to go into the streets because I clearly knew I was going to be rotating in the direction of the disturbance and sure enough there would have been a mobilization among the recruits.

I was sent outside and I was tasked to stop every city bus that was coming in the area and have all the passengers in those buses exit; those buses were commandeered for the use of the police department and we used them to transport the officers to the World Trade Center site which was maybe half a mile away. When we got there, it was primarily crowd control and setting up a traffic perimeter. While I was there the towers fell. I saw a lot of pictures and videos of the collapses, but they all pale in comparison to the on-site visual; the destruction was massive and it’s very difficult for me to explain the magnitude.

After the towers fell mass pandemonium started, there was no contingency plan that was effectively suited for a mass casualty event of that magnitude. We were waiting for directions. One of the guys who worked for me had gone into the towers and unfortunately lost his life, and another female officer who worked in the same building as me succumbed in the same horrific experience. You had a multitude of officers in the NYPD and some 300 firemen who went in and lost their lives. It was a horrid day for us, not just New Yorkers, not just NYPD, but as a nation. There was a lot of confusion, no one understood how to manage a destruction of that magnitude, we had never experienced something that was that great in stature.

I don’t remember what time I went home, that was the longest tour of my career; I started at 6:30 and I can’t tell you precisely what time I went home but I was beat tired. I had to go back the next day and just continue the rescue operation.


Undicisettembre: How long did you stay at Ground Zero after 9/11?

Darrin Porcher: I can’t really tell you, it was an extended period of time. The mission changed, firstly it was search and rescue and then it changed into making sure the supply chain was adequate to get the materials and the resources to the location, such as construction vehicles that could remove the debris or things of that effect, getting in the proper medical personnel and the family members of the deceased.


Undicisettembre: How long did it take before the situation got back to normalcy?

Darrin Porcher: Well, the term normal is very difficult to assess. What we perceived as normal back then changed drastically. One of the first things was counter-terrorism, two months after 9/11 President George Bush implemented a series of changes and the Patriot Act and that revolutionized policing and how we dealt with things, it bestowed a series of powers and authorities upon the Attorney General. And we created the Department of Homeland Security, so we since had a Secretary of Homeland Security who had a multitude of different resources to protect us as a society. Also countries all over the world begun to ramp up their fortifications in terms of anti-terrorism measures.

As far as how things changed here in New York, it’s still revolutionizing as we speak. We became more vigilant, one of the statements that came about from that was “If you see something, say something”; the paying attention to things totally changed in comparison to what we were in the past.


Undicisettembre: How does 9/11 affect the everyday work of NYPD even today?

Darrin Porcher: There were two bureaus that were created as a result of 9/11: the Counterterrorism Bureau and the Intelligence Bureau. The Intelligence Bureau was always there but its mission was diametrically different, now they look into terrorism related activities coupled with the day-to-day instances they focused on here in the US. After 9/11 they also send officers all over the world where terrorist attacks have occurred where they can capture information and send that information back to NYPD to assess and keep eight and a half million residents of New York City safe.

The Counterterrorism Bureau is something that was erected and it was a collaborative unit that teamed up members of the NYPD and the FBI with the concern of eradicating terrorist acts or fortifying us against them.

And there are so many other things that trickled down to the granular level, meaning ground level, to the officers that are on the beat walking around and gave them certain indicators to look for to prevent terror activities. We focused more on preventing terror activities than to reacting to terrorist activities.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

Darrin Porcher: We don’t take things for granted anymore here in New York, I’ll give you an example: in the past when someone left unattended bags in the street or in a subway platform, people would just walk by those things and paid no attention. But now when people see an unattended bag they call 911 and have the police respond to ensure this is not a bomb. We became more of a cohesive unit, law enforcement partnering with the public to introduce the information to the appropriate avenue to ensure that these things don’t happen.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories according to which 9/11 is an inside-job?

Darrin Porcher: There’s no empirical evidence to support that. Khalid Sheikh Mohammed, who was the architect of 9/11, introduced information when he was captured in Pakistan that he did orchestrate this attack deeming the United States as the evil state and the enemy of Islam. Other members of al-Qaeda have since given testimony that depicted that this was not an inside job. We have hundreds of detainees at Guantanamo which were arrested because they were part of that plot in terms of the 9/11 attack.


Undicisettembre: How would you compare the crisis after 9/11 with the COVID-19 crisis in New York?

Darrin Porcher: They are two diametrically different instances. 9/11 had an immediate attack on a day incident: planes crashed into buildings, almost three thousand victims and many injuries. COVID-19 pandemic is a progressive state of emergency. This was not a calculated attack on society but a medical issue that started in Wuhan, China, and migrated throughout the world, New York City has been the epicenter of the COVID-19 pandemic in the world, not just the United States but the world: the number of deaths for the pandemic far exceeds the number of deaths caused by the 9/11 attacks.

World Trade Center: intervista all'ex sergente dell'NYPD Darrin Porcher

di Leonardo Salvaggio. L'originale inglese è disponibile qui.

In occasione del diciannovesimo anniversario degli attentati dell'11 settembre 2001, Undicisettembre offre ai suoi lettori il racconto personale dell'ex sergente dell'NYPD Darrin Porcher, che è intervenuto sulla scena dopo lo schianto del secondo aereo.

Ringraziamo Darrin Porcher per la sua cortesia e disponibilità.





Undicisettembre: Puoi farci un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto l'11 settembre?

Darrin Porcher: L'11 settembre ero un sergente dell’NYPD ed ero assegnato all'Accademia di Polizia, che è abbastanza vicina al World Trade Center. Dovevo fare il turno diurno che iniziava alle 7:07, quindi probabilmente arrivai alle 6:30 per vestirmi, perché era un incarico in uniforme. Ho condotto una serie di ispezioni sulle reclute che erano sotto il mio controllo per quel giorno e dopo che terminai l'ispezione le reclute entrarono in classe. Erano le 7:40 e lessi una lista di istruzioni, alla fine delle istruzioni andai nel mio ufficio e uno dei miei colleghi mi disse che un aereo aveva colpito il World Trade Center. Pensai chiaramente che fosse stato un incidente e non ci pensai più, vidi il danno causato dal primo aereo e pensai "Wow, è piuttosto grande." Ma pensai che la cosa fosse al di fuori del mio controllo, non previdi la necessità di doverci andare perché avevamo unità di pattuglia e vigili del fuoco che pensai fossero già stati inviati sul luogo.

Poco dopo che il secondo aereo colpì la seconda torre, mi trovavo proprio fuori dal mio ufficio e un altro dei miei colleghi mi disse che un secondo aereo aveva colpito il World Trade Center. A quel punto fu chiaro che si trattasse di un attacco terroristico. Tornai al mio armadietto e sebbene indossassi un'uniforme, mi misi il giubbotto antiproiettile e un abbigliamento adatto ad andare in strada perché sapevo chiaramente che sarei stato inviato verso la scena e probabilmente ci avrebbero inviato anche le reclute.

Fui inviato sulla scena e mi fu assegnato il compito di fermare tutti gli autobus che arrivavano in zona e di far scendere tutti i passeggeri; quegli autobus furono requisiti dal Dipartimento di Polizia e li usammo per trasportare gli agenti al sito del World Trade Center, che era a circa ottocento metri di distanza. Quando arrivammo lì, il mio compito fu principalmente il controllo della folla e la creazione di un perimetro per il traffico. Mentre ero lì, le torri crollarono. Ho visto molte foto e video dei crolli, ma impallidiscono tutti rispetto a ciò che vedemmo lì; la distruzione fu enorme ed è molto difficile per me spiegarne l'entità.

Dopo il crollo delle torri iniziò il pandemonio di massa, non c’era alcun piano di emergenza che fosse efficacemente adatto per un evento di tale portata. Aspettavamo indicazioni. Uno dei ragazzi che lavoravano per me era entrato nelle torri e sfortunatamente aveva perso la vita, e un'altra agente che lavorava nello stesso edificio in cui lavoravo era deceduta nello stesso orribile modo. Molti agenti dell’NYPD e circa trecento pompieri entrarono nelle torri e persero la vita. Fu una giornata orribile per noi, non solo per i newyorkesi, non solo per l’NYPD, ma per la nazione. Ci fu molta confusione, nessuno capiva come gestire una distruzione di quella portata, non avevamo mai sperimentato nulla di quelle dimensioni.

Non ricordo a che ora tornai a casa, fu il turno più lungo della mia carriera; iniziai alle 6:30 e non so dirti esattamente a che ora tornai a casa, ma ero esausto. Dovetti tornare il giorno successivo per continuare l'operazione di salvataggio.


Undicisettembre: Quanto tempo sei stato a Ground Zero dopo l'11 settembre?

Darrin Porcher: Non lo ricordo con precisione, fu un periodo lungo. La missione cambiò, dapprima fu ricerca e soccorso e poi divenne assicurarsi che la catena di approvvigionamento funzionasse in modo da portare sul posto i materiali e le risorse, come i  veicoli da cantiere con cui rimuovere i detriti o cose del genere, e far entrare il personale medico e i familiari delle vittime.


Undicisettembre: Quanto tempo ci volle prima che la situazione tornasse alla normalità?

Darrin Porcher: Beh, il termine normale è molto difficile da valutare. Ciò che percepivamo come normale allora cambiò drasticamente. Una delle prime cose fu l'antiterrorismo, due mesi dopo l'11 settembre il Presidente George Bush attuò una serie di cambiamenti e il Patriot Act, e questo rivoluzionò la polizia e il modo in cui gestivamo molte cose e conferì una serie di poteri e autorità al Procuratore Generale. Fu anche creato il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, quindi da allora c’è un segretario alla Sicurezza Nazionale che ha molte e varie risorse per proteggerci come società. Anche i paesi di tutto il mondo iniziarono a rafforzare le loro misure di sicurezza in termini di antiterrorismo.

Per quanto riguarda il modo in cui le cose sono cambiate qui a New York, la rivoluzione è ancora in corso mentre parliamo. Siamo diventati più vigili, uno dei modi di dire che è nato è "Se vedi qualcosa, di’ qualcosa"; l'attenzione è totalmente cambiata rispetto a come eravamo in passato.


Undicisettembre: In che modo l'11 settembre influisce sul lavoro quotidiano dell’NYPD anche oggi?

Darrin Porcher: Sono state create due nuove unità a seguito dell'11 settembre: l'Unità Antiterrorismo e l'Unità di Intelligence. L'Unità di Intelligence c’era anche prima, ma il suo mandato era diametralmente diverso, ora esamina le attività legate al terrorismo oltre alle attività quotidiane su cui operavano anche prima qui negli Stati Uniti. Dopo l'11 settembre mandano anche ufficiali in tutto il mondo laddove si sono verificati attacchi terroristici in modo che possano acquisire informazioni e inviarle all’NYPD affinché le valutino e tengano al sicuro gli otto milioni e mezzo di residenti di New York City.

L'Unità Antiterrorismo è stata creata apposta ed è un'unità collaborativa che unisce membri dell’NYPD e dell'FBI allo scopo di sradicare gruppi terroristici o prepararci contro i loro attacchi.

E ci sono molti altri aspetti fino al livello granulare, cioè al livello della strada, degli agenti di pattuglia che danno loro degli indicatori da cercare per prevenire le attività terroristiche. Ci concentriamo più sulla prevenzione delle attività terroristiche che sulla reazione alle stesse.


Undicisettembre: L'11 settembre come influisce sulla tua vita quotidiana?

Darrin Porcher: Non diamo più nulla per scontato qui a New York, ti faccio un esempio: in passato quando qualcuno lasciava una borsa incustodita per strada o su una banchina della metropolitana, la gente ci passava accanto senza prestare attenzione. Ma ora se qualcuno vede una borsa incustodita chiama il 911 in modo che la polizia intervenga e si assicuri che non sia una bomba. Siamo diventati più coesi, le forze dell'ordine collaborano con la popolazione in modo da dare le informazioni sui canali corretti in modo che queste cose non accadano.


Undicisettembre: Cosa ne pensi delle teorie della cospirazione secondo cui l'11 settembre è stato un inside job?

Darrin Porcher: Non ci sono prove empiriche a supporto di queste teorie. Khalid Sheikh Mohammed, che è stato l’organizzatore dell'11 settembre, ha dato delle informazioni quando è stato catturato in Pakistan su come aveva orchestrato l’attacco, perché riteneva gli Stati Uniti uno stato malvagio e un nemico dell'Islam. Da allora, altri membri di al-Qaeda hanno rilasciato testimonianze che confermano che non è stato un inside job. Ci sono centinaia di detenuti a Guantanamo che sono stati arrestati perché facevano parte dell’organizzazione dell’attentato dell’11 settembre.


Undicisettembre: Come confronteresti la crisi successiva all'11 settembre con la crisi del COVID-19 a New York?

Darrin Porcher: Sono due casi diametralmente opposti. L'11 settembre è stato un attacco istantaneo in un giorno: aerei schiantati contro edifici, quasi tremila vittime e molti feriti. La pandemia da COVID-19 è uno stato di emergenza progressivo. Questo non è stato un attacco deliberato alla società ma un problema medico che è iniziato a Wuhan, in Cina, e si è diffuso in tutto il mondo, New York City è stata l'epicentro della pandemia da COVID-19 nel mondo, non solo negli Stati Uniti ma nel mondo: il numero di morti per la pandemia supera di gran lunga il numero di morti causate dagli attacchi dell'11 settembre.

2020/07/26

Secondo un'indagine di CIA ed FBI, al-Qaeda si è infiltrata in organi statali dell'Arabia Saudita

di Leonardo Salvaggio

Quello del coinvolgimento del governo saudita nel supporto ai dirottatori Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hazmi durante il loro periodo di permanenza a San Diego è uno degli aspetti degli attentati dell'11/9 ancora avvolti da un mistero fitto. È noto che alcuni individui legati a Riyadh diedero aiuto logistico ai due terroristi, ma non è ancora chiaro quale fosse il loro ruolo e perché lo abbiano fatto.


Le agenzie investigative americane indagano su questi legami da subito dopo gli attentati e nel 2005 la CIA e l'FBI redassero un rapporto sul supporto saudita ai terroristi; di questo rapporto è stata resa pubblica solo una sintesi di una pagina firmata dai due direttori dell'epoca: Robert Muller (più recentemente noto per il Muller Report sulle ingerenze russe sulle elezioni presidenziali americane del 2016) per l'FBI e Porter Goss per la CIA.

Il breve documento, di cui alcune frasi sono ancora censurate, dice che non ci sono prove del fatto che il governo saudita o i suoi esponenti sapessero quali erano le vere intenzioni di al-Mihdhar e al-Hazmi, e cita espressamente Omar al-Bayoumi e Osama Basnan chiarendo che non fornirono aiuto fattuale nell'organizzazione degli attentati e che non ci sono prove che fossero agenti segreti sauditi (anche se su questo punto molte evidenze puntano nella direzione opposta).

Il dettaglio più importante che emerge dal documento è che secondo l'indagine congiunta alcuni individui legati ad al-Qaeda potrebbero essersi infiltrati nel governo saudita o in agenzie statali. Undicisettembre sostiene da tempo che al-Bayoumi e Basnan fossero in California con il compito di reclutare i due terroristi come informatori per i servizi segreti sauditi, anche perché (come spiegato estesamente dall'ex agente speciale dell'FBI Mark Rossini) è probabile che alcuni organi della CIA fossero a conoscenza dell'operazione. Ovviamente le due circostanze non si escludono vicendevolmente: al-Bayoumi e Basnan potrebbero essere stati inviati da vertici deviati ad aiutare i terroristi giustificando il loro incarico con un possibile reclutamento, oppure gli stessi al-Bayoumi e Basnan potrebbero essere stati legati ad al-Qaeda e aver chiesto l'incarico di reclutamento proprio per aiutare terroristi.

Purtroppo restano moltissimi misteri sul coinvolgimento saudita negli attentati dell'11/9. Quale fosse il vero ruolo di al-Bayoumi e di Basnan resta una tra le tantissime domande che ancora non hanno una risposta.