2019/01/10

I documenti pubblicati dagli hacker smentiscono i complottisti

di Hammer

Il 9 gennaio il gruppo di hacker The Dark Overlord ha pubblicato un secondo lotto di oltre settemila documenti sull’11/9 di cui è entrato in possesso attraverso accessi non autorizzati ai sistemi di studi legali e compagnie assicurative. Questo secondo lotto di documenti si somma al primo, che ne conteneva seicentocinquanta, pubblicato il 2 gennaio. The Dark Overlord sostiene di averne in totale 18.000 e chiede un pagamento in bitcoin per pubblicare i rimanenti e sostiene inoltre che tali documenti sarebbero estremamente compromettenti per il governo americano.


Come prima cosa va notato che il portafoglio bitcoin di The Dark Overlord è pubblicamente consultabile ed è al momento in cui scriviamo molto al di sotto della cifra che gli hacker avevano indicato nella loro comunicazione iniziale per il secondo rilascio. The Dark Overlord non sta quindi riuscendo nell'intento di raccogliere i soldi richiesti, e questo è indice del fatto che nessun ente sta offrendo per avere i documenti e che anche i proprietari legittimi dei dati non stanno pagando affinché The Dark Overlord non li pubblichi (eventualità prevista nel post iniziale degli hacker). Evidentemente questi documenti non sono poi così ambiti.

I siti cospirazionisti stanno riportando la notizia delle pubblicazioni di dati riservati da parte di The Dark Overlord con la stessa enfasi che usano ogni volta che ritengono di aver trovato un indizio a favore delle loro teorie, come se già sapessero che i documenti di The Dark Overlord contengano la smoking gun della cospirazione governativa. In realtà non solo i documenti rilasciati fino ad oggi non contengono nulla di cospirazionista, ma al contrario confermano la ricostruzione comunemente accettata dei fatti.

Dai documenti emerge, ad esempio, che alcune delle aziende che avevano sede nelle torri hanno citato in giudizio vari enti tra cui i costruttori del complesso, la Silverstein Properties che li aveva in gestione, la Port Authority e le compagnie aeree coinvolte nei dirottamenti per la perdita dei propri uffici e per l’interruzione del servizio. Tra le argomentazioni portate dai querelanti si legge che edifici progettati negli anni 60 e realizzati negli anni 70 avrebbero dovuto prevedere la possibilità di uno schianto aereo e anche del violento incendio seguente; inoltre, aggiungono i querelanti, gli edifici non avevano vie di fuga adeguate. Per quanto riguarda il WTC7 uno degli argomenti avanzati è la presenza di contenitori di carburante che contribuirono ad alimentare gli incendi e tale la situazione era già stata dichiarata come pericolosa dal dipartimento dei Vigili del Fuoco ma nessuna contromisura era stata presa.

Tra i documenti rilasciati da The Dark Overlord si trovano anche indicazioni diffuse dall’FBI in seguito agli attentati sulla possibilità che armi da taglio venissero nascoste in oggetti comuni come chiavi o fibbie di cintura.

Alcuni dei documenti emersi risalgono invece a prima degli attentati e contengono istruzioni emanate dalla TSA alle compagnie aeree sul rischio di attentati terroristici contro l’aviazione civile; tra i possibile mandanti vengono esplicitamente citati gruppi militanti islamici guidati da Osama bin Laden. Tra i documenti della TSA se ne trova anche uno che indica agli equipaggi come gestire i dirottamenti ma, come più volte spiegato, lo scenario previsto era quello in cui i terroristi armati minacciano di morte i piloti e non quelli in cui i terroristi stessi prendono il controllo dei velivoli.

Parte dei documenti rilasciati da The Dark Overlord conferma anche che gli attentati dell’11/9 sono stati possibili grazie a evidenti lacune nelle procedure di sicurezza a vari livelli. Ad esempio il personale aeroportuale addetto ai controlli di sicurezza includeva immigrati illegali poco competenti nell'incarico che era stato loro assegnato; inoltre la mattina stessa dell’11/9 il sistema informatico della FAA aveva segnalato nove dei dirottatori per ulteriori controlli, ma nessuno di loro fu fermato.

Se c’è quindi una cosa che questi documenti dimostrano è che l’11/9 avrebbe potuto essere evitato e che le responsabilità stanno nelle negligenze di chi avrebbe dovuto investigare e prevenire questo tipo di eventi.

Da nessuna parte si parla di complotti governativi, di esplosivi nelle Torri Gemelle o di bombe a Shanksville. Il favore con cui i complottisti hanno accolto la pubblicazione di questi documenti si spiega solo con il fatto che non hanno neanche letto cosa contengono.

2019/01/05

Gruppo di hacker minaccia di pubblicare documenti segreti sull'11/9

di Hammer. L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il 31 dicembre del 2018 il gruppo anonimo di hacker The Dark Overlord ha comunicato tramite un tweet (disponibile su archive.org, in quanto l'account originale è stato sospeso da Twitter) di essere entrato in possesso di oltre 18.000 documenti sull'11/9 che risponderanno a molte domande su presunte cospirazioni.

Secondo quanto riportato dal Financial Times i dati sarebbero stati trafugati dalle compagnie assicurative Hiscox e Lloyd’s, dallo studio legale Blackwell Sanders Peper Martin (oggi chiamato Husch Blackwell) e dalla Silverstein Properties di Larry Silverstein (affittuario del complesso del World Trade Center per 99 anni a partire dal luglio del 2001). Tuttavia di queste aziende, solo Hiscox ha ammesso di essere stata vittima di attacchi informatici, gli altri gruppi hanno smentito accessi non autorizzati ai loro sistemi. Sempre secondo quanto riportato dal Financial Times, The Dark Overlord avrebbe intenzione di vendere i dati trafugati e avrebbe invitato l'ISIS, al-Qaeda e alcuni governi nazionali ad acquistare i documenti pagandoli in bitcoin.


Secondo quanto riportato da Russia Today, l'1 gennaio The Dark Overloard ha pubblicato su Pastebin il link a un archivio di 10 gigabyte, minacciando di rivelare la chiave di crittografia se non fossero stati pagati dai legittimi proprietari per non farlo. Le versioni di Russia Today e del Financial Times sembrano quindi leggermente diverse, in realtà l'annuncio originale di The Dark Overlord dava entrambe le possibilità, purché ricevessero il denaro richiesto. Tuttavia a seguito della chiusura degli account di Twitter e Pastebin di The Dark Overloard, il gruppo di hacker ha reagito postando su Steemit un nuovo messaggio rivolto al governo americano in cui lo invita a stare al gioco se non vuole trovarsi in una situazione tragica per la sopravvivenza del governo stesso. Scrive infatti The Dark Overlord This entire situation will soon become far more tragick to your survival (L'intera situazione diventerà presto molto più tragica per la vostra sopravvivenza).

Mercoledì 2 gennaio, The Dark Overload ha rilasciato un primo blocco di seicentocinquanta documenti riguardanti alcune cause per la responsabilità giuridica risalenti al 2003. I documenti non contengono nulla di compromettente e includono solo accordi di riservatezza, deposizioni di dipendenti dell' American Airlines, pagamenti assicurativi e dichiarazioni dei familiari dei voli dirottati.

Forbes ha sintetizzato in un articolo apposito la storia di Dark Overlord, il cui nome è tratto da quello di un personaggio dei fumetti della serie di Howard the Duck della Marvel. Il gruppo in passato ha attaccato con la stessa strategia scuole, ospedali e banche tra cui la WestPark Capital con sede a Los Angeles che non ha ceduto alla minaccia e i cui file sono stati effettivamente pubblicati a seguito del mancato pagamento. Nel 2017 The Dark Overlord ha anche trafugato e pubblicato in anticipo la serie televisiva Orange is the New Black di Netflix. Forbes aggiunge che gli esperti come Ian Thorton-Trump, responsabile della sicurezza di AMTrust International, ritengono che The Dark Overlord esageri nei propri proclami l'importanza del materiale che riesce a ottenere e che nel caso dell'11/9 sia entrato in possesso di documenti di scarsa importanza che non cambieranno quanto già noto.

E' interessante notare come i siti complottisti stiano riportando la notizia come se sapessero per certo che The Dark Overlord sia in possesso di informazioni che confermerebbero che l'11/9 sia stato una cospirazione governativa; prima ancora che i documenti vengano davvero pubblicati. I complottisti non si chiedono, ad esempio, perché mai delle compagnie assicurative o degli studi legali dovrebbero essere in possesso di documenti segreti del governo o della CIA o le prove della presunta demolizione controllata delle Torri Gemelle. Del resto, se il livello dei documenti che The Dark Overlord non ha ancora pubblicato è lo stesso di quelli del primo lotto rilasciato qualche giorno fa, i complottisti raccoglieranno solo la loro ennesima delusione.

2018/12/17

World Trade Center: an interview with former DEA agent Jeffrey Higgins

by Hammer. An Italian translation is available here.

Today Undicisettembre offers its readers the personal account of former DEA agent Jeffrey Higgins, who on 9/11 arrived at the World Trade Center after the collapse of the second tower and was later deployed to the DEA office in Kabul.

We would like to thank Jeffrey Higgins for his kindness and availability.


Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on 9/11?

Jeffrey Higgins: I was working as a DEA agent, doing domestic criminal investigations like organized crime and things like Colombian transnational criminal groups. I was at the gym that morning before going to work and I remember hearing that a plane had hit the World Trade Center. So while at the gym, I watched the attack on television. I saw the second plane hit and knew it was terrorism at that point. I got dressed, jumped in my car and drove down to the World Trade Center, I’ll never forget going down the West Side Highway and there were literally thousands of people running up the sidewalks along the banks of the river, like in a horror movie, trying to get away from downtown Manhattan.

While I was coming down the West Side Highway I heard a radio call and somebody said, “The tower is gone.” The operator said, “Can you repeat that?” and he said “Two World Trade is gone.” I’ll never forget that, when I got to south Manhattan there was just one tower standing there while the smoke obscured the rest of the city. I drove to our office on 17th Street, right by the Chelsea Pier, about a mile from the World Trade Center. I went into my office and everything was is disarray. People were running around not sure what to do. I got together with a handful of agents - there were twelve of us -, and we decided we were just going to go down to the site and see how we could help. We left our names with the base operator, so if they were looking for us he knew where we were. As we left the office, the second tower came down.

We drove south into the scene and it looked like a war zone, so much smoke and debris in the air. Groups of police officers were standing around the cars and they couldn’t believe what had happened. The twelve of us found a ranking NYPD officer and we asked him what to do, but nobody knew. People were in shock and most of the emergency personnel that had gone into the buildings were dead. We couldn’t see anything, everything was obscured by this heavy metallic-tasting smoke, which covered the entire southern tip of Manhattan.

I separated from my group and went to the site and ended up bumping into an FBI agent who was there doing the same thing that I was, trying to figure out how to help. I walked alone towards the site right after the second collapse, so there was no one around and this guy walked out of the smoke towards me. He was Don Riley, a Suffolk County detective I had worked with on a homicide case a couple of years before. We were joined by a female NYPD officer and the three of us became the first people to get to the North Tower after it came down.

Underneath the street level there were parking garages and sewers, many stories underneath, and there were flames coming out of cracks. I remember walking by a parking lot about a block away, flames were coming out, and a car blew up. We walked to the Verizon building at the northwest corner of the World Trade Center and we found a guy laying in the rubble. We called an EMT, because the man was still alive, but he was missing an arm and burned and obviously barely hanging onto life. We gave aid to him and got him out of there.

So, Don, the NYPD officer, and I decided we were going to search the rubble. We broke into an EMT’s emergency vehicle and took masks and flashlights. We geared up as best as we could. I took a fire helmet. We went vehicle to vehicle. Fire trucks were covered with rubble and there were flames coming out of the ground. I climbed on a large fire truck with the tires on fire, I climbed in and opened up the cab and there was no one in there. I jumped down and got four or five feet away when the engine was consumed in fire.

Slowly, more emergency personnel arrived. Law enforcement people were running into the danger, while everyone else was running away. We had a mix of people: firefighters, medical personnel, and EMTs. Anyone who was in the area converged down there. We went from having three people to dozens. We went back to the Verizon building and searched some of the floors because there was debris from the towers that came crashing into the building and made holes in the side of it. Then we took fire extinguishers and we went back out to the site. Small fires kept cropping up because the ground was littered with paper from the offices. There were several feet of paper and debris, so every time flames would shoot up from down below, things would catch fire and we put them out.

We kept looking for survivors but we couldn’t find any. I spent a few hours there and at one point I helped firefighters pull an injured firefighter out and carry him on a stretcher to an ambulance. While I was doing that, I got a call from my base asking where I was. I said I was at the site and they told me all the agents were required to come back to the office. I wasn’t going to do that, so I refused and the operator said “Ok, just stay down there, we know where you are.”

I stayed there for five hours trying to help, running fire hoses to the site, digging through the rubble. I didn’t find anyone else alive. Then I went back to the office on 17th Street in the afternoon. They gathered all the agents together and the DEA decision was to send everybody home. I suggested they keep us there as a reserve force or just send us down to try to help anyway we could, but they told us it wasn’t our mission. There were over a hundred agents there and they sent us home. That really bothered me for a long time.

We went home and everyday after we asked, “How can we help? What can we do?” After two or three days they told us we could go down to the site and help with the recovery effort, but we had to do it on our own time. We couldn’t identify ourselves as agents, so I went down and spent a couple of days digging at the site. It was horrifying and really a life-defining thing at the same time.


Undicisettembre: You were also part of JTTF after 9/11. What did you do while at JTTF?

Jeffrey Higgins: Yes, the JTTF is a federal task force run by the FBI that includes other agencies. Three weeks after the attacks, my office sent about twenty-five DEA agents to the task force to see how we could help. We were assigned to the PENTTBOM operation and the DEA agents were sent to search the warehouses in the area to look for signs that any of the hijackers had used any of these storage facilities. I spent weeks searching these facilities. DEA is a pretty aggressive law enforcement agency. Another agent and I went to a facility to check their customer list against the names of suspects that we had. We also asked “Who else is here? Did you see anything suspicious? Any other possible links to terrorism?” So we interviewed people and we started turning up to other crimes like drug related organizations that were using the storage facilities.

We were in one of these units in Queens and I was interviewing the manager and he told me he did have a guy from the Middle East who rented a place and fled a few days after 9/11 and he hadn’t paid his dues. I went to the storage unit and looked at it and found chemicals and bags. It looked like the storage unit had been used for either cutting drugs or maybe he was just storing his stuff there and doing business elsewhere. I tracked the guy down to an address in Queens, talked to his manager and he told me the guy left in the middle of the night a few days after 9/11 and fled to Beirut. I followed some leads and found someone who knew the guy and he was able to contact him in Beirut. I called the suspect there, talked to him a little bit, and got some information. I told him I was more concerned about terrorism than drug trafficking and asked him to help develop intelligence for us.

I developed another source while I was investigating this man in Beirut. I learned from this source that another suspect had claimed he had lived with one of the 9/11 hijackers and had assisted them.

My partner and I tracked that lead down and we identified the guy, who lived in New Jersey, right across the river from Manhattan. We went to New Jersey and we interviewed people who knew the suspect, including a guy who had worked with him. At first he denied knowing this associate of the hijackers and denied knowing anybody from the Middle East. We took him apart in our interviews and he eventually acknowledged he knew who the suspect was. So we identified the suspect who was allegedly an associate of the hijackers and found a car he was using, which he may have used to drive the hijackers around when they arrived in the US. We discovered the suspect had been arrested for immigration violations one week before in New Jersey. He had been picked up for being illegally in the United States. When we interviewed him it was a couple of months after 9/11 and DEA pulled us off the investigation and the FBI took it over.


Undicisettembre: So, was this second man in your opinion an al-Qaeda member?

Jeffrey Higgins: Well, the guy had told people he had lived with the hijackers before and he assisted them when they came to the US. I was never able to prove that and in the end the FBI took over the investigation. I believe he just ended up being deported because other than his statements we weren’t able to tie him to the hijackers. It’s worth noting that the approach we used in counterterrorism is very similar to the approach we used in other crimes like drug enforcement—very proactive and very human intelligence based. DEA tries to proactively discover crimes and the same tactics work very well with counterterrorism. Terrorist cells are similar to small drug cells. They are both amorphous organizations and decentralized. Approaching them using human intelligence and a mixture of other things is really a good approach.


Undicisettembre: What do you think of the alleged Saudi support that the hijackers received?

Jeffrey Higgins: The only information I have on the Saudi Arabian support is the congressional report. It looks fairly evident that there were people within the Saudi regime that were supporting them.

Fundamental Sunni Islam is antithetical to western civilization. There are other sects of Islam which have learned how to be more tolerant of other religions, but Sunni Islam has not. Fundamentalist Sunni Islam is were you find groups like al-Qaeda, ISIS or the Taliban. When you look at these regimes in the Middle East, they are theocracies and they are dealing with a large number of fundamentalist people within their society. Even the Saudi regime has people who are more fundamentalist or more extreme than others, so clearly there were people in that royal family who were supporting the hijackers. Clearly there are people in Saudi Arabia who are supporting a fundamental version of Islam.

In the last few years you saw that change in Saudi Arabia quite a bit. Who knows what the motivation is. Maybe they wanted to reform from within, but you saw the top financiers, who were supporting fundamental Islam, incarcerated in Saudi Arabia. So you see some kind of shift. I don’t know what caused it.

Even Qatar, despite having US bases, is number one financier of Sunni Islamic terrorism in the world. You have nations all across the Middle East which are supporting terrorism whether they are publicly acknowledging it or not.


Undicisettembre: You have also been to Afghanistan during the war and you also told me you had to wrestle a suicide bomber. Can you tell us something about this?


Jeffrey Higgins: At the beginning of 2004 DEA opened up an office in Kabul because 90% of the world’s heroin comes out of Afghanistan. DEA has offices in 93 countries all over the world, and most of the offices are involved in helping law enforcement with training and intelligence gathering. DEA’s strength is in developing human intelligence. If you drop a DEA agent on the face of the Moon he will probably find an informant in the first couple of days. We do signals intelligence and wiretapping, but one of the main ways is by developing human sources within criminal organizations.

My partner at the time - Tim Sellers - developed a source in a terrorist bomber cell, which was operating in Kabul, and which had claimed responsibility for killing a dozen Germans at the airport in December 2003. I got there while Tim was working on this case and on my third day I wanted to go out and have a meeting with his source, who was going to meet one of the bomb suppliers from this cell. The DEA Country Attaché at the time - John O’Rourke - told me we had to go meet the US Drug Czar for dinner and for an informal briefing to explain what our agency was doing there.

So while I was at that meeting eating shrimp, my partner was out with his source driving around surveilling a bomber who was trying to deliver a bomb to a suicide bomber for another attack in Kabul. My partner called the International Security Assistance Forces, the ISAF, and he couldn’t get a quick reaction force to react in time and he ended up losing the bomber. Luckily the exchange was never made, so the next day our source told us the bomb maker from the terrorist cell was going to deliver this IED to a suicide bomber for the attack in Kabul.

We got the ISAF forces and the military forces who were responsible for security in Kabul, we got them together and we set up a quick reaction force. We had helicopters flown by the Dutch and the main force were the Canadians who were in charge of that point. ISAF had command and control of the operation and the Norwegians had a special forces team we were working with.

The bomb-maker was supposed to meet with the suicide bomber at a tea house by the Kabul River to deliver this bomb. The source was at the teahouse and we were in a car down the street. When we got word that he was there, we called in the QRF (quick reaction force, a convoy of military vehicles) from the ISAF base in Kabul and they surrounded the teahouse. We got out with them and they went inside the teahouse and when we got in there the suicide bomber was not in there. We debriefed our source and he said the bomber hadn’t arrived yet, because there had been a miscommunication between our source and our translator.

So my partner and I threw the source into the car. He had called the bomber and learned he was on the other side of the river. So we went to the other side of the river trying to get eyes on the bomber and we saw him walking with a plastic bag. He had an IED in a pressure cooker with three kilograms of plastic explosives and a detonator and he was walking with our source. So we called the ISAF convoy to come and make the arrest but they had these large military vehicles and it was too crowded and too congested and they weren’t able to turn around and cross the river. So my partner and I and another guy from the US and the Norwegian radio operator followed the bomber down the street in a very crowded area right by the river. The road opened up into a square and on the far side of the square there were hundreds of Afghans boarding buses to go to various parts of the country.

The guy with the bomb was heading right towards one of the buses and we couldn’t get the QRF to come and make the arrest, so my partner and I jumped out and ran across the square and my partner tackled him. The bomb was flying into the air and landed near us. I jumped on top of the guy. He was a terrorist. He was fighting and while he was fighting he tried to get his hand into his pocket. We fought him for several minutes. I think it was fifteen minutes that we were on the ground with that guy. At a certain point my partner said, “You are going to need to kill him because I can’t get to my gun.” He knew the terrorist was trying to detonate the bomb, which was right next to us. So I took out my gun, put it in the guy’s head and when I did that there was a huge crowd around us, maybe two hundred people, and they all started screaming and yelling because there was a westerner with a gun to the head of an Afghan man (he was Pakistani actually).

The crowd started to get closer and they were throwing bottles. It got very heated and the Norwegian radio operator jumped out of the car and came running while our translator was yelling at the crowd that the suspect was a bad man that we were trying to arrest him. The Norwegian took his rifle and kept the crowd off us, but they were closing in. An Apache helicopter swept over the square and pushed the crowd back. My partner was choking the bomber to knock him unconscious until eventually the QRF came and took custody of him. They recovered the bomb and the detonator, which was in his pocket.


Undicisettembre: Apart from this, what did you guys do in Afghanistan?

Jeffrey Higgins: We were in the DEA office in Kabul and we were training the Afghan police along with the French and the Germans. We also ran intelligence. We developed sources and ran them all over the country to get terrorism and drug intelligence. In Afghanistan it is more or less the same thing, because the drug traffickers support the terrorist groups.

We worked with the police. We stood up like an international force. We did helicopter airborne operations from Kabul, so that we could project the power of the Kabul government into the provinces. I was there from 2004 to 2010, for the first year and few months we established the Kabul office, then DEA realized that in order to function you have to be self sufficient, so they created FAST teams (Foreign-Deployed Advisory and Support Teams), which are basically DEA’s international tactical teams. I joined them in 2005 and I was with these teams until 2010. We would work with US Special Forces around the country, in places like Kandahar and Nangarhar which is historically one of the most criminal provinces of the country and there’s a strong legacy of Taliban and it is one of the highest heroin-producing provinces of the country. I spent a lot of time there working on the nexus between drugs and terrorism.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories that claim that 9/11 was an inside job?

Jeffrey Higgins: They are ridiculous. They are absurd. Conspiracies do happen, so if something looks like a conspiracy, it should be looked into. People come up with these ideas all the time and it’s worth thinking about it and looking for evidence, but coincidence is not evidence. Things that don’t seem rational do not mean they are evidence.

This idea that the US government would have anything to gain by committing an attack against its own people is just absurd. This doesn’t mean that governments don’t lie or that this government hasn’t lied, but in this case there isn’t a shred of evidence. A country doesn’t need to attack itself to justify military intervention.


Undicisettembre: What do you think of security today? Is the country safer than in 2001?

Jeffrey Higgins: Well, we are a free society and in a free society you can only be so safe. But we are safer now because people understood the threat from fundamental Islam and our efforts have made the situation better. Intelligence networks work better, data collection is better, the understanding of the threat is better. So I would say, yes, we are safer because we understand what the threat is, but we are also vulnerable in a lot of ways, like in the shooting in Las Vegas: one guy with a gun. So you can have a handful of terrorists with guns paralyzing the country for a while. In a free country it’s very easy to attack soft targets, like civilians. We are safer than we were, but you can never be completely safe from terrorism.

World Trade Center: intervista con l'ex agente della DEA Jeffrey Higgins

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Undicisettembre offre oggi ai suoi lettori il racconto dell'ex agente della DEA Jeffrey Higgins che l'11/9 arrivò sulla scena dopo il crollo della seconda torre e che in seguito fu inviato all'ufficio della DEA a Kabul.

Ringraziamo Jeffrey Higgins per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto di ciò che hai visto e vissuto l’11/9?

Jeffrey Higgins: Ero un agente della DEA, facevo indagini a livello nazionale su cose come il crimine organizzato o i gruppi criminali colombiani transnazionali. Ero in palestra quella mattina prima di andare al lavoro e ricordo di aver sentito che un aereo aveva colpito il World Trade Center. Quindi mentre ero in palestra guardai l’attacco in televisione. Vidi il secondo aereo colpire e a quel punto capii che era un atto di terrorismo. Mi vestii, saltai in macchina e andai fino al World Trade Center. Non dimenticherò mai che mentre attraversavo la West Side Highway c'erano letteralmente migliaia di persone che correvano per i marciapiedi lungo le rive del fiume, come in un film dell'orrore, cercando di allontanarsi da downtown Manhattan.

Mentre scendevo lungo West Side Highway sentii una chiamata alla radio e qualcuno disse “La torre non c'è più”. L'operatore disse “Puoi ripetere?” e lui disse “Il World Trade Center 2 non c'è più”. Non lo dimenticherò mai, quando arrivai alla punta meridionale di Manhattan c'era solo una torre che restava in piedi mentre il fumo oscurava il resto della città. Guidai fino al nostro ufficio sulla 17esima strada, proprio accanto al Chelsea Pier [uno dei moli sulla costa occidentale di Manhattan NdT], circa a un miglio dal World Trade Center. Andai in ufficio e c'era scompiglio ovunque. Le persone correvano in giro senza sapere cosa fare. Mi unii ad alcuni altri agenti, eravamo dodici, e decidemmo che saremmo andati là a vedere come potevamo aiutare. Lasciammo i nostri nomi all'operatore della sede, in modo che se qualcuno ci avesse cercato lui avrebbe saputo dove eravamo. Appena ci allontanammo dall'ufficio, la seconda torre venne giù.

Guidammo verso sud fino alla scena del disastro e sembrava una zona di guerra, tantissimo fumo e macerie nell'aria. Gruppi di ufficiali di polizia erano lì attorno alle macchine parcheggiate e non potevano credere a ciò che era successo. Noi dodici trovammo un ufficiale in comando della polizia di New York e gli chiedemmo cosa dovevamo fare, ma nessuno lo sapeva. Le persone erano in stato di shock e gran parte del personale per le emergenze che era entrato nei palazzi era morto. Non vedevamo nulla, tutto era oscurato da questo fumo che aveva il sapore di metallo pesante e che copriva l'intera a punta meridionale di Manhattan.

Mi separai dal mio gruppo e andai al sito e finii per scontrarmi con un agente dell'FBI che era lì a fare la stessa cosa che stavo facendo io, cercare di capire come essere d'aiuto. Camminai da solo verso la scena appena dopo il secondo crollo, non c'era nessuno in giro e un uomo camminò fuori dal fumo verso di me. Era Don Riley, un detective della contea di Suffolk con cui avevo lavorato su un caso di omicidio un paio di anni prima. Sì unì a noi un ufficiale donna della polizia di New York e noi tre fummo le prime persone ad arrivare alla Torre Nord subito dopo il crollo.

Sotto il livello della strada c'erano dei garage e l'impianto fognario, per molti piani sotto, e c'erano fiamme che uscivano dalle crepe. Ricordo di aver camminato accanto a un parcheggio a circa un isolato di distanza, le fiamme uscivano dal suolo, e un’auto esplose. Camminammo fino al Verizon Building all'angolo nord-occidentale del World Trade Center e trovammo un uomo steso nelle macerie. Chiamammo i paramedici, perché l'uomo era ancora vivo, ma aveva perso un braccio ed era ustionato e ovviamente era vivo a malapena. Gli demmo un primo soccorso e lo portammo fuori da lì.

Quindi, Don, l'ufficiale dell'NYPD e io decidemmo che avremmo cercato nelle macerie. Irrompemmo in un'ambulanza e prendemmo maschere e torce elettriche. Ci attrezzammo nel modo migliore possibile. Io presi un casco da pompiere. Controllammo veicolo per veicolo. I mezzi dei pompieri erano coperti di macerie e c'erano fiamme che uscivano dal suolo. Salii su un grosso camion dei pompieri le cui gomme stavano bruciando, mi ci arrampicai sopra e aprii la cabina e non c'era dentro nessuno. Saltai giù e dopo che mi allontanai di un paio di metri il motore venne consumato dal fuoco.

Lentamente, più personale di emergenza arrivava. Le forze dell'ordine correvano verso il pericolo, mentre chiunque altro correva via. Avevamo un gruppo di persone miste: pompieri, personale medico, personale del primo soccorso. Chiunque fosse nella zona convergeva lì. Passammo dall'essere tre persone a dozzine. Tornammo al Verizon Building e ispezionammo alcuni piani perché c'erano delle macerie che dalle torri si erano schiantate contro l'edificio e avevano creato dei buchi nel fianco di esso. Quindi prendemmo degli estintori e tornammo sulla scena. Piccoli incendi continuavano a emergere perché il suolo era cosparso di carta che proveniva dagli uffici. C’era carta per decine di centimetri, Quindi ogni volta che delle fiamme uscivano da sotto qualcosa prendeva fuoco e noi dovevamo spegnerlo.

Continuammo a cercare dei sopravvissuti ma non ne trovammo. Passai lì alcune ore e a un certo punto aiutai dei pompieri a tirar fuori un pompiere ferito e a portarlo in barella su un'ambulanza. Mentre facevo questo ricevetti una chiamata dalla base che mi chiedeva dove fossi. Dissi che ero sulla scena e mi dissero che tutti gli agenti dovevano tornare in ufficio. Non avevo intenzione di farlo, quindi rifiutai e l'operatore mi disse “Ok, resta lì, sappiamo dove sei.”

Rimasi lì per cinque ore cercando di aiutare, portando gli idranti sul sito, scavando tra le macerie. Non trovai nessuno vivo. Quindi tornai al mio ufficio sulla 17esima strada nel pomeriggio. Raccolsero tutti gli agenti insieme e la decisione della DEA fu di mandare tutti a casa. Suggerii che ci tenessero lì come forza di riserva o semplicemente che ci mandassero giù a cercare di aiutare in ogni modo possibile, ma ci dissero che non era la nostra missione. C'erano più di cento agenti lì e ci mandarono a casa. Questa cosa mi infastidì per molto tempo.

Tornammo a casa e ogni giorno chiedevamo “Come possiamo aiutare? Cosa possiamo fare?” Dopo due o tre giorni ci dissero che potevamo andare sulla scena e aiutare nei soccorsi, ma dovevamo farlo fuori dall'orario di lavoro. Non potevamo identificarci come agenti, quindi andai là e ci passai un paio di giorni scavando sulla scena. Fu orribile e fu un momento cruciale allo stesso tempo.


Undicisettembre: Dopo l’11/9 hai lavorato nella JTTF. Cosa hai fatto in quel periodo?

Jeffrey Higgins: Sì, la JTTF è una task force federale diretta dall’FBI che include altre agenzie. Tre settimane dopo gli attacchi, il mio ufficio mandò circa venticinque agenti della DEA alla task force per vedere come potevamo aiutare. Fummo assegnati all'operazione PENTBOMB [nome dato dagli investigatori all'indagine sull’11/9 NdT] e gli agenti della DEA furono mandati nei magazzini della zona per cercare se c’erano segni che qualche dirottatore avesse usato uno di quei depositi. Passai settimane frugando quelle strutture. La DEA è un agenzia delle forze dell'ordine piuttosto aggressiva. Io e un altro agente andammo in un magazzino per controllare la loro lista dei clienti e confrontarla con una lista di sospetti che avevamo. Chiedevamo anche “Chi altro è stato qua? Hai visto qualcosa di sospetto? Ci sono altre possibili connessioni con il terrorismo?” Quindi intervistavamo le persone e cominciammo a scoprire altri reati come organizzazioni legate alla droga che usavano quei magazzini.

Eravamo in una di queste unità nel Queens e intervistammo il direttore che mi disse che effettivamente c'era un uomo mediorientale che aveva affittato un posto e scappò pochi giorni dopo l’11/9 senza pagare quanto dovuto. Andai al magazzino e lo frugai e trovai materiale chimico e borse. Sembrava che il magazzino fosse stato usato per tagliare la droga o forse aveva solo depositato lì la roba mentre faceva i suoi affari da un'altra parte. Rintracciai l'uomo fino a un indirizzo nel Queens, parlai con il suo capo e mi disse che l'uomo se n'era andato in piena notte pochi giorni dopo l’11/9 ed era scappato a Beirut. Seguii alcune piste e trovai qualcuno che lo conosceva e riuscì a contattarlo a Beirut. Chiamai il sospettato là, gli parlai un po' e ottenni qualche informazione. Gli dissi che ero più concentrato sul terrorismo che sul traffico della droga e gli chiesi di aiutarci a trovare delle informazioni.

Trovai un'altra fonte mentre stavo indagando su quest'uomo di Beirut. Appresi da questa fonte che un altro sospettato aveva dichiarato di avere vissuto con uno dei dirottatori dell’11/9 e di averlo aiutato.

Io e il mio partner seguimmo questa pista e trovammo un uomo, che viveva nel New Jersey, proprio oltre il fiume rispetto a Manhattan. Andammo nel New Jersey e intervistammo persone che conoscevano il sospettato, incluso un uomo che aveva lavorato con lui. Sulle prime negò di conoscere quest'uomo legato ai dirottatori e disse di non conoscere nessuno dal Medio Oriente. Lo prendemmo da parte per intervistarlo e alla fine ammise di conoscere il sospettato. Quindi identificammo il sospettato che si presumeva essere un collaboratore dei dirottatori e trovammo un'auto che aveva usato, e che può avere usato per portare in giro i dirottatori quando sono arrivati negli Stati Uniti. Scoprimmo che il sospettato era stato arrestato per violazione dell'immigrazione una settimana prima nel New Jersey. Era stato arrestato per immigrazione illegale negli Stati Uniti. Quando lo intervistammo fu un paio di mesi dopo l’11/9 e la DEA ci rimosse dall'indagine e l’FBI ne prese il controllo.


Undicisettembre: Quindi questo secondo uomo secondo te è un membro di al-Qaeda?

Jeffrey Higgins: Beh, quest'uomo disse a delle persone di aver vissuto con i dirottatori in precedenza e di averli aiutati quando sono arrivati negli Stati Uniti. Non ho mai potuto provarlo e alla fine la FBI preso il controllo dell'indagine. Credo che alla fine finì solo per essere deportato perché oltre alle sue affermazioni non c'era modo di provare il suo legame con i dirottatori. Vale la pena di sottolineare che l'approccio che abbiamo usato nell'antiterrorismo è molto simile all'approccio che abbiamo usato in altri crimini come le indagini sulla droga, molto proattivo è molto basato sull'intelligence umana. La DEA prova a scoprire i crimini proattivamente e la stessa tattica funziona molto bene con l’antiterrorismo. Le cellule terroristiche e sono simili alle piccole cellule della droga. Sono entrambe organizzazioni amorfe e decentralizzate. Approcciarle usando l'intelligence umana e un insieme di altre cose è un approccio molto buono.


Undicisettembre: Cosa pensi del presunto supporto saudita che i dirottatori hanno ricevuto?

Jeffrey Higgins: Le uniche che informazioni che ho sul supporto dell'Arabia Saudita provengono dal rapporto del congresso. Sembra molto evidente che c'erano persone nel regime saudita che li stavano supportando.

L'Islam Sunnita fondamentalista è antitetico alla civiltà occidentale. Ci sono altri gruppi dell'Islam che hanno imparato ad essere più tolleranti verso le altre religioni, ma l'Islam Sunnita no. L'Islam sunnita fondamentalista è dove trovi i gruppi come al-Qaeda, l'ISIS o i Talebani. Questi regimi del Medio Oriente sono teocrazie e tutti si trovano ad avere grandi numeri di persone fondamentaliste nella loro società. Anche il regime saudita ha persone che sono più fondamentaliste o più estremiste di altre, quindi chiaramente ci sono persone nella famiglia reale che stavano supportando i dirottatori. Chiaramente ci sono persone in Arabia Saudita che supportano una versione fondamentalista dell'Islam.

Negli ultimi anni c'è stato un cambiamento in Arabia Saudita. Non sappiamo quale sia la motivazione. Forse volevano una riforma dall'interno, ma i principali finanziatori, che supportavano l'Islam fondamentalista, sono stati incarcerati in Arabia Saudita. Quindi c'è un po' di cambiamento. Non so cosa l’abbia causato.

Anche il Qatar, nonostante abbia le basi americane, è il principale finanziatore del terrorismo islamico sunnita nel mondo. Ci sono nazioni in tutto il Medio Oriente che sostengono il terrorismo sia che lo riconoscano pubblicamente sia che non lo facciano.


Undicisettembre: Sei anche stato in Afghanistan durante la guerra e mi hai anticipato di aver dovuto lottare contro un attentatore suicida. Ci puoi raccontare qualcosa su questo fatto?

Jeffrey Higgins: All'inizio del 2004 la DEA ha aperto un ufficio a Kabul perché il 90% dell'eroina mondiale viene dall'Afghanistan. La DEA ha uffici in 93 stati in tutto il mondo e la maggior parte degli uffici sono impegnati nel formare le forze dell'ordine su come raccogliere intelligence. La forza della DEA è nello sviluppare intelligence umana. Se lasci un agente della DEA sulla faccia della Luna probabilmente troverà un informatore nei primi due giorni. Quindi noi facciamo intelligence dei segnali e intercettazioni telefoniche, ma uno dei modi principali è sviluppare fonti umane all'interno delle organizzazioni criminali.

Il mio partner di allora, Tim Sellers, trovò una fonte in una cellula terroristica che operava a Kabul e che aveva dichiarato la propria responsabilità nell'avere ucciso una dozzina di tedeschi all'aeroporto nel dicembre del 2003. Arrivai lì mentre Tim lavorava su questo caso e durante il mio terzo giorno volevo uscire e incontrare la sua fonte che avrebbe incontrato uno dei fornitori di bombe della cellula. Il responsabile della DEA in Afghanistan al tempo, John O'Rourke, mi disse che dovevamo incontrare lo zar antidroga americano per cena e per un briefing informale per spiegargli cosa la nostra agenzia stava facendo lì.

Quindi mentre io ero a questo incontro e stavo mangiando gamberetti, il mio partner era fuori in macchina con la sua fonte e stava sorvegliando un fornitore di bombe che stava cercando di consegnare una bomba a un attentatore suicida per un altro attacco a Kabul. Il mio partner chiamò l’International Security Assistant Forces, l’ISAF, e non poté ottenere una squadra di intervento rapido che reagisse in tempo e finì per perdere il fornitore della bomba. Fortunatamente lo scambio non fu effettuato, quindi il giorno seguente la nostra fonte ci disse che il produttore della bomba della cellula terroristica avrebbe cercato di consegnare l’ordigno esplosivo a un altro attentatore suicida per l’attacco a Kabul.

Chiamammo l’ISAF e le forze militari che erano responsabili della sicurezza a Kabul, ci unimmo a loro e preparammo una squadra di intervento rapido. Avevamo elicotteri guidati dagli olandesi e la principale forza erano i canadesi che erano responsabili di quella zona. L’ISAF aveva il comando e il controllo dell'operazione e i norvegesi avevano forze speciali con cui lavoravamo.

Il fornitore della bomba avrebbe dovuto incontrare l'attentatore suicida in una casa da tè sul fiume Kabul per consegnare l’ordigno. La fonte era alla casa da tè e noi eravamo in macchina in strada. Quando ci giunse la notizia che l’uomo era arrivato chiamammo il QRF (quick reaction force, un convoglio di veicoli militari) della base di Kabul dell’ISAF e loro circondarono la casa da tè. Insieme a loro entrammo nella casa da tè e quando arrivammo l'attentatore suicida non c'era. Parlammo con la nostra fonte che ci disse che l'attentatore non era ancora arrivato, perché c'era stata un malinteso tra la nostra fonte e il nostro traduttore.

Quindi il mio partner e io trascinammo la fonte in macchina. Lui chiamò il fornitore della bomba e apprese che si trovava dall'altra parte del fiume. Quindi andammo dall'altra parte del fiume per cercare di mettere gli occhi sull'uomo con la bomba e lo vedemmo che camminava con una borsa di plastica. Aveva un ordigno esplosivo in una pentola a pressione con tre chili di esplosivo al plastico e un detonatore e stava camminando insieme alla nostra fonte. Quindi chiamammo il convoglio dell'ISAF affinché venisse e facesse l'arresto ma loro avevano grossi veicoli militari e la zona era troppo affollata e troppo congestionata e non potevano fare inversione e attraversare il fiume. Quindi il mio partner e io e un altro uomo americano e l'operatore radio norvegese seguimmo l'uomo con la bomba per la strada in una zona molto affollata proprio lungo il fiume. La strada si apriva in una piazza e dalla parte opposta della piazza c'erano centinaia di afghani che salivano sugli autobus per andare in varie zone del paese.

L'uomo con la bomba si stava dirigendo proprio verso uno di questi autobus e il QRF non riusciva ad arrivare per fare l'arresto. Quindi io e il mio partner saltammo fuori, attraversammo la piazza di corsa e il mio partner lo placcò. La bomba volò per aria e atterrò vicino a noi. Saltammo addosso all'uomo. Era un terrorista. Combatteva e durante il combattimento cercò di mettersi la mano in tasca. Combattemmo contro di lui per molti minuti. Credo che rimanemmo per terra con lui per quindici minuti. A un certo punto il mio partner disse “Dovrai ucciderlo perché non riesco a prendere la pistola”. Sapeva che il terrorista stava cercando di far esplodere la bomba, che era proprio accanto a noi. Quindi presi la pistola, la puntai alla testa dell'uomo e quando lo feci c'era un'enorme folla intorno a noi, circa duecento persone, e tutti loro iniziarono a urlare e a inveire perché c'era un uomo occidentale con una pistola alla testa di un uomo afghano (anche se in realtà era pakistano).

La folla iniziò a venire più vicino e lanciavano bottiglie. La situazione si scaldò e l'operatore radio norvegese saltò fuori dalla macchina e corse verso di noi mentre il nostro traduttore urlava alla folla che il sospettato era un uomo cattivo e che stavamo cercando di arrestarlo. Il norvegese prese il fucile e tenne la folla lontana, ma cercavano comunque di avvicinarsi. Un elicottero Apache passò sopra la piazza e allontanò la folla. Il mio partner stava soffocando l'uomo per farlo svenire fin quando finalmente il QRF arrivò e prese l’uomo in custodia. Recuperarono la bomba e il detonatore che teneva in tasca.


Undicisettembre: Oltre a questo cosa avete fatto in Afghanistan?

Jeffrey Higgins: Eravamo nell'ufficio della DEA a Kabul e facevamo formazione alla polizia afghana insieme ai francesi e tedeschi. Facevamo anche operazioni di intelligence. Trovavamo fonti e le mandavamo in tutto il paese a trovare informazioni su terrorismo e droga. In Afghanistan è più o meno la stessa cosa, perché i trafficanti di droga supportano i gruppi terroristici.

Lavoravamo con la polizia. Formavano una forza internazionale. Facevamo operazioni aeree con l'elicottero da Kabul, in modo da poter trasferire i poteri del governo di Kabul fino alle province. Sono stato lì dal 2004 al 2010, per il primo anno e pochi mesi eravamo stabiliti presso l'ufficio di Kabul, quindi la DEA capì che per poter funzionare devi essere autonomo, quindi crearono le squadre FAST (Foreign-Deployed And Support Teams) che sono sostanzialmente team tattici internazionali della DEA. Mi unii a loro nel 2005 e rimasi con queste squadre fino al 2010. Lavoravamo con le forze speciali americane in giro per il paese, in posti come Kandahar e Nangarhar che è storicamente una delle province della nazione con la più alta criminalità e dove c'è una forte influenza dei Talebani ed è una delle province del paese con la più grande produzione di eroina. Passai molto tempo lì lavorando sui legami tra la droga e il terrorismo.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie della cospirazione secondo cui l’11/9 è stato un autoattentato?

Jeffrey Higgins: Sono ridicole. Sono assurde. Le cospirazioni accadono, quindi se qualcosa sembra una cospirazione deve essere investigata. Le persone se ne escono con queste idee costantemente e vale la pena di considerarle e di cercare delle evidenze, ma le coincidenze non sono evidenze. Cose che non sembrano razionali non sono evidenze.

L’idea che il governo americano abbia avuto qualcosa da guadagnare nel commettere un atto del genere contro il proprio popolo è semplicemente assurda. Questo non significa che i governi non mentano e che questo governo non abbia mentito, ma in questo caso non c'è neanche una briciola di evidenza. Una nazione non ha bisogno di attaccare sé stessa per giustificare un intervento militare.


Undicisettembre: Cosa pensi della sicurezza oggi? La nazione è più sicura di quanto fosse nel 2001?

Jeffrey Higgins: Beh, siamo una società libera e in una società libera puoi essere al sicuro solo fino a un certo punto Ma oggi siamo più al sicuro perché la gente capisce le minacce dell'Islam fondamentalista e i nostri sforzi hanno reso la situazione migliore. Le reti di intelligence funzionano meglio, la raccolta dei dati funziona meglio, la comprensione di questa minaccia è migliore. Quindi direi di sì, siamo più al sicuro perché siamo consapevoli di quale sia la minaccia ma siamo anche vulnerabili sotto molti aspetti, come la sparatoria a Las Vegas: un uomo con un fucile. Quindi ci potrà sempre essere un gruppo di terroristi con delle armi da fuoco che paralizzano la nazione per un po'. In una nazione libera è molto facile colpire obiettivi deboli, come i civili. Siamo più sicuri di come eravamo, ma non puoi mai essere completamente al sicuro dal terrorismo.

2018/11/10

La planimetria del compound di Abbottabad

di Hammer

Il 12 maggio del 2011, dieci giorni dopo la morte di Osama bin Laden, la BBC pubblicò le planimetrie progettuali del compound di Abbottabad in cui il terrorista saudita si nascondeva fino alla notte in cui fu ucciso da una missione speciale dei Navy SEALs. La planimetria mostra un edificio di due piani, con otto stanze da letto, sette bagni, una cucina, un ripostiglio e una scala interna.

Lo stesso anno il giornalista dell'Independent Andrew Buncombe pubblicò due articoli in cui aggiunse importanti informazioni ottenute parlando con i progettisti dello studio Modern Associates, che realizzò il progetto del compound e che ha sede proprio ad Abbottabad, e con il Cantonment Board di Abbottabad (ente locale che sovrintende l'accantonamento di Abbottabad). I due articoli di Buncombe furono pubblicati il 6 maggio e il 20 dicembre rispettivamente.


Buncombe riporta che il committente si presentò allo studio come Arshad Khan (il nome riportato sulla planimetria è Muhammad Arshad Naqab Khan); con ogni probabilità dietro a questo nome si nascondeva Abu Ahmad al-Kuwaiti, il corriere seguendo il quale la CIA scoprì l'ultima residenza di bin Laden. Alcune persone che vivevano nella zona hanno confermato che un uomo che si faceva chiamare Arshad Khan abitava in quella struttura e che questi sembrava un uomo umile e tranquillo.

L'indirizzo del compound come riportato della documentazione del Cantonment Board era House No 3, Street No 8-A, Garga Road, Thanda Chowa, Hashmi Colony, Abbottabad e secondo i medesimi documenti la proprietà non ha mai pagato tasse sulla casa e l'edificio come realizzato violava numerose norme edilizie, tra cui quella che vietava la costruzione di edifici a più di un piano. A tal proposito uno dei soci dello studio ha spiegato che la planimetria è stata realizzata da suo padre e che di solito il loro interesse è rivolto al guadagno e non ad approfondire il background del committente.

Buncombe aggiunge che la progettazione dell'edificio iniziò nel 2004 e che la realizzazione fu completata nel settembre del 2005 e questo mette in dubbio alcune asserzioni dell'ISI (il servizio segreto pakistano) secondo cui la stessa agenzia avrebbe fatto un'incursione nel compound nel 2003 in quanto pensavano che vi si potesse nascondere il terrorista libico Abu Faraj al-Libi legato ad al-Qaeda.

A partire dalla planimetria è anche possibile ipotizzare in quale delle otto stanze dormisse Osama bin Laden con la moglie ventinovenne Amal la notte in cui venne ucciso. Le versioni della sparatoria narrate da Matt Bissonnette e da Robert O'Neill (i due Navy SEALs che hanno raccontato pubblicamente la propria testimonianza) differiscono leggermente, ma entrambi concordano sul fatto che dopo essere saliti per le scale i militari trovarono il terrorista saudita nella stanza appena a destra delle scale stesse. La stanza dovrebbe quindi essere quella evidenziata in azzurro nell'immagine accanto e la sparatoria dovrebbe essere avvenuta nell'ingresso della stessa.

La pubblicazione di documenti come questo dovrebbe far riflettere chi crede che la missione di Abbottabad sia stata una messinscena, perché in tal caso il complotto avrebbe dovuto essere di dimensioni tali da essere ingestibile.

Necessariamente dovrebbero essere parte della cospirazione anche lo studio tecnico Modern Associates, le persone che vivevano nella zona e che hanno confermato di aver visto un uomo che si faceva chiamare Khan e le autorità locali da cui Andrew Buncombe attinse le informazioni. Non a caso, come è ovvio, nessun sito complottista menziona in alcun modo queste planimetrie.

2018/10/13

The Cell di John Miller, Michael Stone e Chris Mitchell

di Hammer

Nel 2002 il giornalista della ABC (e oggi vice commissario per l'intelligence e l'antiterrorismo dell'NYPD) John Miller pubblicò il libro intitolato The Cell: Inside the 9/11 Plot, and Why the FBI and CIA Failed to Stop It, scritto in collaborazione con Michael Stone e Chris Mitchell. Come dice il titolo stesso, il libro spiega quali errori e omissioni furono compiuti dalle agenzie che indagano sulle attività terroristiche, lasciando spazio alla pianificazione e realizzazione degli attentati dell'11/9.

La prima metà del volume è dedicata alla storia del terrorismo islamico contro obiettivi americani, a partire dall'omicidio del rabbino Meir Kahane ad opera di El Sayyid Nosair, che venne condannato solo per possesso di arma illegale e non per l'omicidio grazie all'alacre lavoro della difesa, che fu finanziata in parte da Osama bin Laden.

Gli autori passano quindi all'attentato del 1993 alle Torri Gemelle, che il JTTF (Joint Terrorism Task Force, unità creata da agenti di diverse agenzie e preposta a indagare sull'attività terroristica) non riuscì a fermare nonostante la collaborazione di un infiltrato di nome Emad Salem, che aveva segnalato che la cellula jihadista di Brooklyn nella quale era inserito stava preparando degli esplosivi. Tuttavia Salem rifiutò di indossare un microfono e gli inquirenti potevano quindi solo fidarsi della sua parola, ma le indicazioni date da Salem su dove l'attentato si sarebbe svolto erano molto vaghe, poiché l'uomo si limitava a dire che i jihadisti avrebbero colpito obiettivi ebraici. Gli inquirenti riuscirono comunque a sventare un altro attacco che la medesima cellula stava preparando e che prevedeva di far esplodere delle cariche esplosive in quattro luoghi pubblici di New York non meglio identificati; in questo caso il JTTF bloccò i terroristi durante le fasi di preparazione seguendo le indicazioni di Salem.

Gli autori trattano quindi gli attacchi contro le ambasciate di Nairobi e Dar es Salaam nel 1998 e l'attentato contro la USS Cole nel 2000, aggiungendo dettagli che mancano in molte altre ricostruzioni giornalistiche. Il libro menziona ad esempio il fatto che l'esplosione del volo TWA 800, avvenuto nel luglio del 1996, distolse per un anno e mezzo l'attenzione degli inquirenti, perché fino alla conclusione dell'indagine una delle ipotesi che fu valutata fu che l'aereo fosse stato abbattuto da terroristi; questo comportò che le agenzie investigative ignorarono per lungo tempo le attività di al-Qaeda e altri gruppi jihadisti.

Miller dedica anche molto spazio alla propria intervista ad Osama bin Laden, al viaggio lungo e difficile che dovette compiere per raggiungere il terrorista e all'atmosfera inquietante che avvolgeva il posto dove questi lo ricevette. Bin Laden, nell'intervista, promise di portare morte e distruzione in America, ma rispose alle domande in arabo e non concesse a Miller che il suo traduttore traducesse le risposte al momento. Miller apprese i contenuti di ciò che gli aveva detto bin Laden solo dopo essere rientrato negli USA.

Gli autori dedicano quindi la seconda metà del volume alla progettazione e alla realizzazione degli attentati dell'11/9. Il racconto inizia con una dettagliata sintesi della vita di Mohamed Atta e della sua partecipazione alla cosiddetta "Cellula di Amburgo". Questa parte, come spiegato dagli autori, è basata in gran parte sulla biografia di Mohamed Atta scritta da Terry McDermott (autore anche dei preziosi volumi Perfect Soldiers e The Hunt for KSM) per il Los Angeles Times.

Nel raccontare come al-Qaeda è arrivata dalla progettazione alla realizzazione dell'11/9, l'autore aggiunge aspetti significativi, come il fatto che nel 2000 Atta tentò di acquistare un piccolo aereo da sei posti allo scopo di togliere alcuni dei sedili e trasformarlo in un aereo agricolo. Ad oggi non è noto se gli servisse per fare pratica alla guida, o se intendesse trasformarlo in una bomba riempiendo di materiale esplosivo i serbatoi per la semina. Atta non riuscì nel suo intento perché non ottenne il prestito bancario necessario e gli autori commentano che al momento del tentato acquisto forse i terroristi non avevano ancora deciso quale piano mettere in atto.

Nella seconda metà dello stesso anno John Miller incontrò a Kuala Lumpur un informatore interno ad al-Qaeda che si celava sotto il nome di Max. Questi disse che al-Qaeda stava progettando un dirottamento di un aereo che trasportasse un senatore o ambasciatore americano e intendeva sfruttarlo per chiedere la liberazione di Omar Abdel-Rahman (meglio noto con il soprannome di Blind Sheikh), al tempo detenuto negli USA e oggi deceduto.

Gli autori spiegano in dettaglio quali informazioni aveva la CIA prima degli attentati, come il fatto che si fosse svolto un summit del terrore in Malesia e la presenza del saudita Omar al-Bayoumi a San Diego, che stava offrendo aiuto logistico ai dirottatori Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hazmi. Evidentemente l'agenzia sottovalutò la pericolosità dei terroristi e non li fermò in tempo.

Miller elenca anche alcune ipotesi sul perché la maggior parte dei dirottatori fosse saudita: una spiegazione può risiedere nel tentativo di al-Qaeda di minare i rapporti tra USA e Arabia Saudita, oppure il motivo può essere stato che i sauditi sono più capaci di integrarsi in una cultura diversa come quella americana rispetto ai cittadini di altri paesi del mondo arabo.

L'autore chiude il volume con l'amara considerazione che sebbene gli inquirenti non potessero prevedere l'esatto scenario che si concretizzò l'11 settembre, l'uso di aerei in attentati terroristici non arrivò senza preavviso. Prima di essere arrestato nel 1995, Ramzi Yousef stava pianificando un attentato che aveva come scopo far schiantare un piccolo aereo contro la sede della CIA a Langley; inoltre nel 1994 un gruppo legato ad al-Qaeda minacciò di far schiantare un volo di linea contro la Torre Eiffel. Inoltre l'intelligence USA aveva segnalato l'intenzione di al-Qaeda di colpire con un aereo dirottato il G8 di Genova, allo scopo di uccidere il presidente americano George Bush.

È quindi evidente dall'analisi di Miller come le agenzie investigative avevano un buon numero di indicazioni per prevenire quello che si concretizzò come l'attentato terroristico più sanguinoso della storia. Tuttavia gli indizi furono evidentemente ignorati o forse gli inquirenti pensavano che l'attacco di al-Qaeda sul suolo americano non sarebbe avvenuto così in fretta.

2018/10/04

World Trade Center: an interview with former NYPD sergeant Gerard Kane

by Hammer. An Italian translation is available here.

Undicisettembre continues its effort to preserve the memories of the tragic events of 9/11. Today we offer our readers the account of former NYPD sergeant Gerard Kane who arrived on the scene after the second crash.

We would like to thank Gerard Kane for his kindness and willingness to help.


Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on that day?

Gerard Kane: I was home when the first plane struck, I was immediately contacted by one of my colleagues, I put on the TV and saw the big hole in the North Tower of the World Trade Center with a large volume of fire from inside the building. I was still going to go in at my 10:00AM shift, as normal, trying not to overreact to things, I had been around for fifteen years or so at the time as a police officer and I hadn’t yet shaved or showered or gone into my business attire, I was still in t-shirt and shorts drinking coffee in my kitchen. Then I got a call from a pretty well informed person, a gentleman by the name of John Miller, who is currently the NYPD deputy commissioner for intel and back then he was a news reporter and he had famously interviewed Osama bin Laden back in 1998. He asked me what was going on, I was a little surprised by his call and I remember thinking to myself “If John doesn’t know maybe I should just skip the shower, throw some clothes on and get in.”

So I threw some clothes on, I knew it was a bad fire and that my boss, Police Commissioner Bernie Kerik, wanted me to be in the building so I put on my suit I didn’t like, the shoes I didn’t like, the shirt I didn’t like figuring if they get ruined I’d just throw them out. My wife handed me a cup of coffee, I had an unmarked police car that I was able to take home in the assignment that I had at the time and I live only six miles away from the World Trade Center so I started heading in lights and sirens.

I took the Interstate 278, sometimes called BQE, from where you could see the Towers on the left, I glanced over and saw all the black smoke coming from the North Tower and it did remind me of that iconic photo of Pearl Harbor of the Arizona with the black smoke pouring out of it. But I really wasn’t looking at the tower because I was driving, I was really paying attention to the ten or twenty feet right in front of my car so I wouldn’t crash into anybody. About halfway there, three miles to go, there was a lot of screaming and commotion on the radio, nobody was making any sense and then a cop got on very calmly telling “Central, a second plane just hit the other Tower”. I looked up but I missed the ball of flame but what I saw was a big ball of smoke roiling upwards towards the sky and literally thousands of pieces of papers floating in the sky and actually almost twinkling in the sky because it was such a sunny and beautiful day.

In that moment the chief of NYPD, Joe Esposito, or Chief Espo as we used to call him, got on the radio. The NYPD has a command and control unit called operations and the chief got on the radio and says “Central, have operations notify the Pentagon, the city is under attack.” I had been around for fifteen years, I had gone to radio calls where cops are screaming they are in a shootout, foot chases, car chases, all kinds or emergency calls come over the radio, but to hear the chief on our police radio saying that we were at war and we are the first people handling that, not the army, not the navy, but the police department and fire department really was amazing. I started running through my head “What do I have with me? I have a gun, I have extra ammunition, I have my bulletproof vest, I have my heavy bulletproof vest, my helmet.” Because I had no idea what we were facing.

I ended up driving through the Battery Tunnel, I came out on the Manhattan side of the tunnel, I parked my car maybe three blocks south from the site, I walked up to right opposite the South Tower, while I was standing there out of nowhere two United States Air Force F-15 came screaming in with full afterburners at about two thousand feet. That certainly got our attention, never ever as a cop I’ve had United States Air Force back me up and I did feel good with their presence even if they did scare the crap out of me when they first came overhead, it’s a pretty dramatic entrance when they come in like that but once the two jets were there I knew no more planes where going to crash into the city, so it was kind of like “All right, at least that’s under control.”

I was trying to figure out what to do next. I was about to go into the Marriott Hotel, which was in between the two Towers. The security director there was a retired police sergeant, I was a police sergeant at the time and I was going to see if he was okay and if he needed anything but I got distracted by somebody and I didn’t do it. It turned out he was in his hotel when the South Tower collapsed around it and onto it and he barely survived it, he just got out of the hotel before the South Tower collapsed. If I had gone inside it and had even a twenty second conversation with him I might have changed his day significantly enough that he might not have lived and also my day would have been changed by twenty or thirty seconds. But he did live, he barely made it out by the skin of his teeth.

So I was there looking at the buildings and trying to figure out what the commissioner needed from me, because I was on his staff, and what people need: there were like two thousands rescuers on the scene, probably one thousands cops between Port Authority Police and New York City police, probably five hundred to a thousand firefighters, a hundred or two hundred paramedics and ambulances that brought people there. I was hearing these “boom, boom, boom” and I thought “Man, there must be gas lines going off in the towers, the firemen must have much to worry about” and then I saw with the corner of my eye a person going down from the top to the bottom, and it was the most horrible thing to watch in your life, you really really feel for them because they are in the last seconds of their life and you are a witness to it. They are fully alive and you know that in five seconds they are going to be completely dead.

But I had to do my job, with the jets overhead and both buildings impacted, people jumping. I was trying to concentrate to whatever I could put my hands on: if a person or a thing was close enough for me to touch it, I would think about it, other than that I was trying not to commit any brain power to things that were going on beyond that because I was starting to recognize it was going to be an overwhelming day. I was looking for the police commissioner, and I found him and Mayor Giuliani maybe five or ten minutes before the South Tower collapsed. The commissioner gave me a mission to go find the New York director of the FBI, the FBI’s biggest office in the USA, even bigger than the one in Washington DC, was the New York office, they had probably two thousands agents assigned to New York City. Obviously the New York City commissioner wanted to know from the Federal Government what was going on and since he doesn’t normally deal with admirals and generals he wanted me to try to get the FBI director to come in and brief him.


I went to find the FBI. The FBI had established a temporary headquarter in a building about three or four blocks north of the World Trade Center, they just took over the lobby of a building and were using it as a command post and someone there told me the head of the New York office, who’s name was Berry Mawn, was in the South Tower. He’s alive today, he did not get killed.

I went down to Church Street, right by Century 21, a very famous discount department store, an I was thinking to myself “The footprint of the Tower is a square, the debris, the glass and everything are coming from the four sides, so if I run towards the corner of the building at a 45 degree angle and things are falling at a 90 degree angle from the side I should be okay.” I was about to run there, and someone said “It’s coming down” I thought I had one second, I ran about a hundred and fifty feet which was definitely not enough and I got behind an NYPD vehicle and I tucked myself behind it, I hoped for the best and it was as you can imagine the loudest sound you could hear in your life. A tremendous roar, tremendous. The best way I can describe is gravel being dumped out of a truck, then it was lights out, couldn’t see anything, and for a few seconds there was no air, only dust. And then there was no sound, none. It was the quietest quiet I’ve ever experienced in my life. If you have ever been in a snowfall, it was like that, but ten times quieter. So it went from the loudest noise I’ve ever heard in my life, to the quietest quiet I’ve ever heard in my life. It didn’t last too long, though. You would start to hear people in shock or calling out to their friends, some people saying they needed help.

I held my breath for a few seconds and then I started breathing and took a hard breath, the dust went right down my throat, as I reflex I did a second breath and I was kind of screwed and I was almost asphyxiated to death. I was lucky because there were people who were asphyxiated to death. I really thought I was going to die, I was banging into people right and left of me, they were all panicky. Then I got calm and when I got calm I thought better, I got my suit jacket and wrapped it around my head and I used it as a filter. I knew the truck I was behind was pointing to south, I knew north was Harlem, the Bronx, Canada. I knew I needed to collect my thoughts. I crawled about a block, then I walked about two and a half blocks and found five people in Saint Peter’s catholic church which is on Barclay and Church Streets. There were four adults and a teenager. The dust was starting to settle, but I didn’t realize that because I had the jacket wrapped around my head. They said “Hey, there’s someone out there.” None of the adults made a move, so the kid came out and said “Man, you can’t be out here.” He took me by the wrist and took me up the steps. I said “Where are we going?” he said “We are going to a church.” I said “Is it a Catholic church?” I wasn’t being picky, I am a Catholic but I would have gone anywhere but I needed water badly. As soon as we got at the door I put my hand up and I couldn’t see anything I had dust all over my eyes. And there was holy water. I got a big handful of holy water, put it in my mouth, gargled, spit, did it again, then took a handful for one eye and took a handful for the other eye and I blessed myself.

I had been through this near death experience, at the time I thought ten thousand people had died, I looked around and thought “Is this the way-station to heaven?” then I did the math and said “Ok, ten thousand people died, only six people are going to heaven and there’s no way I’m one of the six. If there were six thousands maybe I could get in at the back of the line, but not out of six.” So I knew I was alive. Took me about a minute to get back to what I do for a living, I’m a police sergeant, I tell people what to do, whether they like it or not, and I make sure they do it.

So I started directing people, able-bodied men, not further than fifty feet from the door of the church and bring people in who were less ambulatory. The population started to increase at a pretty rapid pace, luckily I have a big loud voice. I had a paramedic and I had a nurse, I put them in charge of medical care, they were free to make any medical decision that they wanted, because I have no medical training, they had all the medical training. Me and the kid went to the sacristy because I knew people needed water, we kicked in the door and I knew there would be sinks, flower vases, chalices and other things to provide people with water. We got the sinks running, filling things up with water. We had people drinking water out of chalices because they needed it.

I had a knife on me, I told the kid to take the covering of the altar “Cut it into strips, soak the strips into water and let people tie them around their face.” He said “Are you sure?” I said “Yes, I’m a former altar boy, you can do it.” He cut it up, he went through it and said “I’m out of that, what should I cut next?” I said “Cut the priest’s vestments.” He said again “Are you sure?” I gave myself a promotion and called myself “a retired altar boy”. I decided “Until anyone supersedes me I was going to be the ranking Catholic authority in this church”, I was making all decisions about the church property and how it was going to be used. A few months later I met father McManus, who was the pastor of the parish, and he said “Gerry, God put that stuff there to be used. It was totally okay, no worries.”

So, we were there, we were giving basic first aid to a lot of people, most people just needed a safe place to be because everybody was in shock, people needed water, air inside the church was a little cleaner than outside because all the windows were closed and they weren’t broken. Even though there was a piece of jet engine on the roof of the church, none of the windows broke.

We were there maybe 45 minutes to an hour when the North Tower came down and I have no memory of that whatsoever. A psychologist told me about the brain and this whole “fight-or-flight” thing and that you stop thinking of memories and you start only worrying about survival. I could talk about the South Tower for five hours, but I can’t remember anything about the North Tower.

There came a point in time when I left there, because there was a lot of personnel, bosses from the police department, bosses from the fire department. There was a priest who was killed, the fire department chaplain, Father Mychal Judge, they brought him into Saint Peter, laid him on the altar. It was starting to get pretty congested and they didn’t need me running things anymore. I decided I was to try to reconnect to the police commissioner, but couldn’t find him and I didn’t know if he was alive or not. There was a police station in a subway station, for the transit police, a few blocks away and I went there to take a shower with my clothes on, because I had so much dust on me it was bouncing off me all the time. I wanted to suppress the dust, so in my suit I walked through a shower stall to hose myself down.

I then went back to Ground Zero, I was there when 7 World Trade Center fell although I was two good blocks away from it because I started to learn my lesson, which was “Don’t stay too close to these things when they fall”. I ended up in the afternoon going back to my office at the Police Headquarters to change into a uniform, I spent large time of the afternoon trying to find a place to do a large temporary morgue. At first we were going to take over every ice hockey rink in the city, that was the first plan, then the Federal Government showed up with these big air conditioning trucks, which I didn’t know we had, we were going to take over a passenger ship pier on the west side of Manhattan and air condition the whole thing to a very very cold temperature and bring the bodies there. Then I ended up at the actual morgue which is on the East Side of Manhattan; doctor Hirsch, the medical examiner for the city at the time, knew there would be no bodies because the force of the collapse made the number of recoverable bodies minimal and he was 100% right.

I was at the morgue from ten at night till two or three in the morning. Then I went home at about 3:30 or 4 o’clock, took a shower and I was going to take a nap because I was exhausted and I ended up watching TV, which was a big mistake because even though I lived it, it was compelling television to watch. So I watched TV for forty-five minutes and then it was time for me to go back to work and at 5:30 in the morning I was back on the pile in the bucket brigade. We had 200 people on the pile and that was the start of the rescue and recovery effort.


Undicisettembre: What did you do in the following days?

Gerard Kane: Digging almost through September twelfth, then they decided the digging would be done by trained people and we were getting help from all over the country pretty quickly from people who have buildings collapse as a living and they fly over when there’s an earthquake or something like that, because they practice this stuff all the time. So actual crawling around underneath the rubble was done by the professionals. The rest of us was the bucket brigade.

We couldn’t bring heavy equipment because we thought there would be still people to save so they were literally taking pieces out by hand, they would put it in a little five gallon bucket and pass the bucket down to the bottom of the line where someone would dump it out, then three or four guys would throw the bucket back up to the top of the pile where someone would fill it with debris and pass it back down again. I did that for a couple of days.


Undicisettembre: How long did it take you to get your life back to normalcy?

Gerard Kane: It’s hard to say it’s back to normal. It was a big hit. Certainly you got to move on, you got kids, you got a wife, you got a job. You can’t just cry all day or drink all day or do both all day, you’ve got to function.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

Gerard Kane: I think about it everyday, of how lucky I am that I made through it, I’m glad I didn’t die. I’m glad I didn’t leave my wife and my boys. I think about all the people who went to work to do their jobs, didn’t have political feelings, and some maniacs flew jet planes into their buildings killing them by the hundreds. It’s terrible.

First responders, including me, while driving there knew this was going to be a life or death situation but we kept going. I signed up for that though, I became a cop; firemen, they became firemen. The poor people sitting at their desks, what did they do to deserve this? People on airplanes, what did they do to deserve this? It’s terrible for them and for their families.

I’m sure a lot of people are still broken, and I mean really broken. Everyone is broken a little bit, but some people are more broken than others.


Undicisettembre: How did 9/11 effect your professional life from 2001 till the day you retired from NYPD?

Gerard Kane: Well, I retired in 2005. I could have stayed on, but 9/11 was definitely on my mind when I retired, I thought “I don’t want to go through another one of those things again.” I work for a company now who is rolling out a huge, multimillion dollars, initiative for public safety across the United States and I did a taping for all the employees of the company so they could have a sense of why 9/11 was important and why the company is doing what they are doing.

It was seventeen years ago, there are people who were little kids when it happened and they are now in college or graduating from college. They know it from history books or from watching documentaries on TV, but if you watched it live it was completely different than if you watched it in class years after it happened with your classmates.


Undicisettembre: What do you thing of conspiracy theories that claim that 9/11 was an inside job?

Gerard Kane: First of all, obviously these conspiracy theorists need to sail their boats off the edge of the flat Earth.

To be serious, I think when something like 9/11 happens it’s gigantic, it’s absolutely g-i-g-a-n-t-i-c. Look at this, you are in Italy, I’m in New York City, we are talking over Skype seventeen years after it happened because it’s such a gigantic event that we are compelled to speak to each other. It’s so gigantic that some people can’t process it normally, so to protect themselves they say “No, it can’t be that a couple of guys organized this, some guys went to flight school, they got some box cutters, took over the cockpits. How could that be? With a guy in a cave organizing all this. Come on!” So they say “It’s got to be bigger than that, it has to be some kind of grand conspiracy. It has to be CIA, the government trying to grab oil, trying to start wars, or the Illuminati.” They just can’t process the facts because the event was so big.

I feel sorry for them actually, I really do. I get mad at them sometimes, but my real emotion when I think about those people is that I feel sorry for them, that their intellect and personality is so weak that this is how they defend themselves.

But it’s dying now. As for me till twelve or thirteen years ago it was hard to talk about 9/11 because I would start to get emotional, but now time has passed and for them time passes also and their brains start to heal and to think normally.


Undicisettembre: In your opinion, is the country safer now than in 2001?

Gerard Kane: Yes. There’s no question the country is safer. Let’s start in the source, in the places where these evil ideas are germinated there are aggressive efforts being made all the time to interdict, arrest, kill people who come up with these ideas.

Here in the United States local police and the federal government are doing a very good job, all they got to do is go on Facebook, go to different chatrooms, find people who are talking about jihad, go meet them in an undercover capacity and if the person says “I want to do jihad” they tell them “Great, why don’t you cool your heels in jail for a couple of years?” and they eliminate them from the streets, and of course on airplanes if a guy stands up and stabs the stewardess every able-bodied person on the plane regardless of their personal safety will rush that guy and beat the living daylight out of him and drive him unconscious or even dead.

They know this, so there is no taking over airplanes anymore as they used to be able to. Now there’s vehicle terrorism, where they drive though a crowd, but cities are starting to be redesigned with that in mind. I’ve seen it in New York, there are barriers everywhere. And when I see them I say “Oh, that’s great! Now they can’t run me over.”

So the terrorists adapt, but the police adapt. No one is going to be caught napping.