2019/03/05

Il gruppo di hacker The Dark Overlord rilascia il terzo lotto di documenti trafugati sull'11/9

di Hammer

Lo scorso 20 febbraio il gruppo di hacker noto come The Dark Overlord ha rilasciato la chiave di decifrazione del terzo lotto dei documenti trafugati a studi legali e compagnie assicurative riguardo agli attentati dell'11/9. Questo nuovo rilascio segue altre due pubblicazioni di altrettanti lotti di documenti pubblicati a gennaio, in totale i pacchetti dovrebbero essere cinque di importanza crescente.


Mentre in passato gli hacker avevano pubblicato i loro annunci su Twitter, Pastebin, Steempeak, Mspsteem, Busy e Partiko (su cui l'account di The Dark Overlord è ancora attivo), in questa occasione sono tornati tornati a utilizzare Pastebin ma con un account diverso in quanto il precedente era stato chiuso. Inoltre il portafoglio bitcoin indicato in quest'ultimo post è diverso da quello indicato in precedenza e questo secondo portafoglio non ha mai ricevuto denaro in ingresso. Tutto ciò potrebbe far pensare che quest'ultima comunicazione non sia opera di The Dark Overlord ma di un gruppo di impostori, eppure la chiave rilasciata funziona davvero nella decifrazione del terzo lotto e quindi il post sembra autentico.

In ogni caso, The Dark Overlord ha raccolto fin qui molto meno di quanto previsto per il rilascio del secondo lotto di documenti, eppure ha deciso di pubblicare anche il terzo. Al momento in cui scriviamo, non ricevono pagamenti almeno dal 15 gennaio. Evidentemente nessuno sta pagando per ottenere i documenti, né i legittimi proprietari, né altri interessati ad averli. Probabilmente ciò di cui gli hacker sono entrati in possesso non è poi così importante o compromettente.

Nel Layer 3 sono contenuti circa 8000 documenti che, anche in questo caso, confermano la ricostruzione comunemente accettata dei fatti e smentiscono le teorie della cospirazione. Dai documenti emerge infatti che alcuni avvocati dei querelanti hanno fatto notare come i metal detector installati all'aeroporto Logan di Boston, da cui partirono i due voli che distrussero il World Trade Center, non funzionavano correttamente e che un'ispezione dell'FAA ne aveva trovati alcuni guasti. Il personale aeroportuale non fu l'unico a manifestare lacune nei controlli; infatti la United Airlines e l'American Airlines ricevettero multe fino a più di tre milioni e mezzo di dollari nei dodici mesi prima degli attentati per falle nelle procedure di sicurezza. Inoltre il personale di terra non era stato adeguatamente formato sulle minacce rappresentate dal terrorismo e non conosceva in modo approfondito le linee guida di sicurezza emanate dall'FAA.

Mentre The Dark Overlord pubblica i documenti senza raggiungere gli obiettivi economici prefissati, i complottisti raccolgono la loro ennesima delusione. Agli hacker restano da pubblicare due lotti di documenti, intanto restiamo in attesa di sapere se secondo i teorici del complotto anche The Dark Overlord fa parte della cospirazione.

2019/03/04

Le traduzioni non ufficiali del 9/11 Commission Report - terza parte

di Hammer. La prima e la seconda parte di questo articolo sono disponibili qui e qui.

Si ringrazia Colin Weltin-Wu per la consulenza sul cinese



Traduzioni in cinese


La prima traduzione in cinese del 9/11 Commission Report è stata pubblicata nel 2004 ad opera del giurista Zhao Bingzhi. Zhao è noto in Cina per la sua attività professionale in campo legale, al punto che esiste una pagina su di lui su Wikipedia in cinese. È stato fino al 2018 professore dell’Università Normale di Pechino e presidente della facoltà di legge e del Criminal Law Scientific Research Institute. Nel 2018 è stato rimosso dall'incarico all'ateneo dopo che, nell'ambito di un'indagine contro la corruzione nel partito comunista cinese a cui l'uomo è iscritto, sono emerse foto indecenti che l'ex docente aveva scattato. Contestualmente al licenziamento, Zhao è stato posto in libertà vigilata. Il settimanale cinese Economic Observer ha tentato di contattare Zhao per un commento, ma non ha ottenuto risposta. L'Epoch Times ha commentato in relazione a questa vicenda come le denunce di molestie sessuali nelle università cinesi siano aumentate negli ultimi anni.

Nonostante le vicende giudiziarie, il curriculum di Zhao Bingzhi è comunque notevole. L'ex docente ha pubblicato una lunghissima serie di testi accademici in ambito legale e criminalistico, ha collaborato con l’Università di Duke e ha partecipato a vari progetti di ricerca con università di Francia, Giappone e Hong Kong.

La traduzione di Zhao del 9/11 Commission Report si intitola 9•11委员会报告:美国遭受恐怖袭击国家委员会最终报告权威版, sulla copertina è riportato comunque anche il titolo inglese The 9/11 Commission Report. Il testo è integrale ed è introdotto da una prefazione del traduttore stesso.

La seconda traduzione in cinese del 9/11 Commission Report è stata pubblicata nel 2005 con il titolo 9/11委员会报告 e anche in questo caso sopra al titolo in cinese è riportata la scritta The 9/11 Commission Report.

L’autore della traduzione è Shi Wei, professore della scuola New Oriental di Pechino dove è anche responsabile del progetto TOEFL (Teaching Of English as a Foreign Language) il cui scopo è quello di preparare gli studenti allo studio nelle università americane. Anche in questo caso la traduzione del testo è integrale e il volume si distingue dalle altre traduzioni in cinese per via della copertina molto simile all'edizione originale in inglese che riporta anche lo stemma degli Stati Uniti sulla banda blu.

Sempre nel 2005 è stata realizzata una terza traduzione in cinese dal titolo 揭秘911 e realizzata dai traduttori Huang Leping, Yongqiang Cai e Zhang Longqiu. Come nelle due pubblicazioni precedenti, la traduzione è completa e comprende tutti i capitoli del testo originale. Il libro è stato stampato due volte a febbraio e a settembre del 2005 dallo stesso editore, la Central Compilation Press con sede a Pechino, con due copertine diverse.


Yongqiang Cai è un insegnante universitario di lingua cinese. Dal 2002 insegna alla Renmin University of China di Pechino (una delle più eminenti università cinesi nel campo delle scienze umane e sociali), tra in 2010 e il 2011 ha insegnato anche alla Aichi University nella città giapponese di Nagoya e dal 2013 insegna anche al Confucius Institute (ente affiliato al ministero dell'istruzione cinese che ha lo scopo di promuovere la cultura cinese nel mondo) di Dublino. Cai è inoltre autore di molti volumi accademici in ambito linguistico. Non abbiamo trovato informazioni biografiche rilevanti sugli altri due traduttori.

2019/02/18

An interview with former DIA agent Julie Sirrs

by Hammer. An Italian translation is available here.

Julie Sirrs is a former DIA agent who made four trips to Afghanistan during the Taliban regime, two when she was with DIA. To discuss conditions of Afghanistan in that period and the alliance of the Taliban with Osama bin Laden, Julie Sirrs accepted our request for an interview, which we are offering today our readers.

We would like to thank Julie Sirrs for her kindness and willingness to help.


Undicisettembre: What can you tell us about the time you spent in Afghanistan as a DIA agent? What was your duty there?

Julie Sirrs: I made two trips to Afghanistan while I was with DIA, but both of those trips were on my own time, in other words DIA did not send me there officially. The second time that I went there had been some discussion about having that be a work-related trip, but for bureaucratic reasons that wasn’t able to be put in place before I went. Of course I used the information that I learned on both trips in my job at DIA.


Undicisettembre: Being there privately and not officially, who did you communicate to the information you got while you were there?

Julie Sirrs: I didn't really communicate with anyone regarding the information I was gathering while I was there. I waited until I got back and wrote reports from my notes. There weren't a lot of means of communication in Afghanistan at the time, it was before cellphones; there were occasional satellite phones but I generally didn't use those except occasionally just to let people know that had I arrived and that I was safe, that sort of thing.

While I was there I just gathered my own information. People I coordinated with to get into Afghanistan knew that I worked for the government, particularly my second trip when I traveled to areas held by the United Front, better known as the Northern Alliance, some of them had even met with me at the Defense Intelligence Agency so they knew who I was but they also knew I wasn't going there on any official trip.


Undicisettembre: How was Afghanistan under the Taliban? What struck you most?

Julie Sirrs: There was a sense among many in the United States at the time, in the Government or people who specialized in Afghanistan in the private sector, that the Taliban were welcomed by many Afghans because they restored order and they were not corrupt and even if they were harsh in their interpretation of Islam they had some good qualities. So what struck me in particular the first time I went to Afghanistan, and that was the only time I went into Taliban areas, was that the Taliban did not seem to be appreciated by the population.

During that trip I traveled over land from the Pakistani border to Kabul and then to the outskirts of Kabul and a town called Paghman. I sensed in all of those places people were afraid of the Taliban, the Taliban were very arrogant, they were seeking bribes. On the day that I left I saw people had been executed and hanged, they were still there for everyone to see. Their rule was very harsh and frightening. Even the ethnic Pashtuns, with whom I was traveling, had fear of the Taliban.

I got much more of an impression that the Taliban were not the somewhat positive force that I think some people in Washington wanted to believe at the time and that was the main impression that struck me. But even then in 1997 you could see the Taliban being very close with radical Islamist Arabs and having invited them into Kabul allowing them to take control over certain areas, these Arabs later became known for being affiliated with bin Laden and al-Qaeda. That was evident even in 1997, not long after Osama bin Laden had sought refuge with the Taliban in Afghanistan.


Undicisettembre: How was the condition of women under the Taliban?

Julie Sirrs: It was very bad. When I was in Kabul and those areas and I was traveling with a family, so there were some men and some women, all of us women were of course covered up in a chadri. At one point there were ten of us packed into a car taking a driving tour of Kabul, there was one street we tried to go down and were stopped by a Taliban soldier who said the car was not allowed to go down that street because there were women in the car.

The Taliban would have this sort of police force and if they could see a woman's socks through her veil she would be beaten openly in the market place. The population was very fearful and the conditions were very bad especially for women.

Even in this house where I stayed one of the children wanted a doll and I remember they were told they couldn't have one because the Taliban had banned them because they were un-Islamic. It was a bad time.


Undicisettembre: How was as far as you know the relationship between al-Qaeda and the Taliban?

Julie Sirrs: This is something I studied professionally and I think it was very good from very early on, I think they had a lot in common and the Taliban were more anti-western from the very beginning than it was generally understood at the time, so they very naturally fell in with bin Laden and al-Qaeda and their shared aims. Al-Qaeda and bin Laden saw the Taliban to be a real ally and were willing to help the Taliban with their goals in Afghanistan and central Asia in general. In Afghanistan specifically they would help the Taliban in their fight against the anti-Taliban resistance particularly the one led by Ahmad Shah Massoud. Bin Laden very early on assisted the Taliban with additional funds and his own Arab fighters and of course he was involved in the assassination of Massoud which was considered helpful by the Taliban. In turn the Taliban gave bin Laden a sanctuary not simply because he was a Muslim and a guest of theirs but also because they believed in his ideology and wanted to work with him.

Ahmad Shah Massoud, center

Undicisettembre: Could 9/11 have been avoided, in your opinion, if the different agencies communicated better between each other?

Julie Sirrs: I think it’s possible and it was also well documented by the 9/11 Commission. 9/11 might have also been avoided if American policy makers better understood the Taliban and their alliance with al-Qaeda and if the United States, rather than trying to remain neutral in Afghanistan, had instead provided better support to those who were fighting against the Taliban, in some ways as simple as diplomatic support or even funding. So I'm not in any way talking about US troops on the ground or anything like that but just providing more support and making it clear the United States was against the Taliban. I think that would have made it harder for the Taliban to hold the areas they did and it would have made it harder for bin Laden to have a secure safe haven in Afghanistan and without that it would have been harder for him to plan and implement the 9/11 attacks like he did.


Undicisettembre: During your time at DIA you also interviewed some captured al-Qaeda operatives. What can you tell us about them?

Julie Sirrs: These were individuals who had been caught by the Afghans who were fighting with Massoud’s forces, they were considered initially Taliban fighters and then it was realized they were not Afghans. Many of them were Pakistani, largely Pushtun madrassah students from northwestern Pakistan, but many of them were older, like in their thirties and up and weren’t Pushtuns but Punjabis, possibly official Pakistanis of some sort in the military or intelligence or recruited by them outside the madrassah network. There were also some individuals from China, the Uighur areas, and Arabs, I remember particularly people from Yemen. There were even prisoners from some for the former Soviet central Asian countries, but I never directly interviewed them.


Undicisettembre: What relevant information did you get from them?

Julie Sirrs: These weren’t the stereotypical foreign fighters I might have expected to see, the Pakistanis in particular. I learned about their networks, how some of these people would go into Pakistan and how they would be funneled to Afghanistan. Some of them were from madrassahs in various places in Pakistan but some of the network was outside of that. There seemed to be a pretty organized effort to get foreigners to Afghanistan to be fighting on behalf on the Taliban. Some of those people were told they were going to fight actual American or Russian troops or foreign fighters on the other side in Afghanistan; but when they got there and realized they were just fighting other Afghans and relatively devout Muslims some of them were disillusioned. Some others were still very ideological and even though the Muslims they were fighting on the other side of them were very conservative they still thought they were too liberal and they should die for something as minor as wearing western style pants. So these prisoners wanted to be released to continue the fight wherever they could.


Undicisettembre: What do you think of the use of torture during the so called War on Terrorism?

Julie Sirrs: Personally I’m opposed to it, in part morally, but also I don’t think it’s effective. I think when people are tortured they are inclined not to give accurate information; they’ll say whatever they think the person wants to hear. I also think from an operational security perspective if someone important gets captured, someone who might have good information, the capture of that person is generally pretty quickly known by the others in his organization, so they very likely change their plans as a result, so even the information that might have been valuable is no longer valuable.

So, I don’t think it accomplishes very much and in a larger sense makes it difficult to try to appear as a force for good in places like Afghanistan when that’s the reputation that you develop.


Undicisettembre: In your opinion would it have been possible to catch Osama bin Laden before 2011?

Julie Sirrs: I think so. We tried to some extent in terms of having open lines of communication with the Afghans in the Northern Alliance and particularly those who were most active in Afghanistan, those surrounding Massoud. I think they had helpful information, of course they didn’t know exactly where he was but I think if those who were opposed to bin Laden, and especially the United States, would have been more supportive of the anti-Taliban fighters that would have helped to reduce the territory that bin Laden had and it would have made him more vulnerable to move around more often. I think if bin Laden had been more insecure before 9/11, that might have made it easier for us to capture him.


Undicisettembre: What lead you to leave DIA at the end?

Julie Sirrs: As I said my trips to Afghanistan were unofficial, I learned after I got back after my second one that some officials were upset that I had chosen to do that. I thought it was okay before I left but it turned out it wasn’t true with some people. So DIA ultimately decided to revoke my security clearance which meant that I wasn’t able to work there anymore. So officially I resigned but basically they wanted me pushed out. I heard that some people at the State Department were especially unhappy about my trip and these were people among those more sympathetic with the Taliban at that time, so there might have been some political reasons as well, but ultimately I was forced to leave.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories according to which 9/11 was an inside job?

Julie Sirrs: Of course I don’t give them any credibility, I think maybe people who think this don’t understand all the events leading up to it. Terrorists had targeted the World Trade Center before, they were launching an increasing number of increasingly sophisticated attacks, from the Cole bombing to the two embassies bombing. They got lucky in terms of the destruction they were able to cause but it’s not that surprising in some ways. It was clear bin Laden was continuing to plot attacks against Americans. The exact details and the nature of the attack caught a lot of people by surprise including myself, but I think in terms of the whole context of what was going on in Afghanistan and Africa against al-Qaeda it wasn’t that surprising.

But people who were less familiar with that and less knowledgeable about it are more inclined to believe conspiracy theories.


Undicisettembre: What do you think of communication between intelligence agencies today? Does it work better now than before 2001?

Julie Sirrs: I don’t have any direct experience since I left DIA before 2001 but my understanding is there really had been an effort to improve communications and I also think some agencies, for example the FBI, have gotten more involved in countering terrorism and being directly involved in those sorts of issues than they were before 9/11, so I think they have been increasing their own expertise and that surely helps.


Undicisettembre: You are now a lawyer, right? Did you have to readjust your life when switching from being a DIA agent to being a lawyer?

Julie Sirrs: Well, no. After I left DIA I went to work for a small group that was made up of other former intelligence personnel and that was a natural transition, but eventually I wanted to do something different so I chose that. But I do think some of the same skills are helpful, at times you are sort of investigating. I deal with a lot of different types of people as a lawyer just as I dealt with a lot of different types of people when I was with the DIA in the United States and overseas. It’s different, but it has been a good transition and sometimes I’m surprised by how much I use the same skills.

Intervista all'ex agente della DIA Julie Sirrs

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Julie Sirrs è un'ex agente della DIA che ha compiuto quattro viaggi in Afghanistan durante il regime dei Talebani, di cui due durante il periodo in cui lavorò alla DIA. Per parlare delle condizioni dell'Afghanistan in quel periodo e dell'alleanza tra i Talebani e Osama bin Laden, Julie Sirrs ha accettato la nostra richiesta di un'intervista che offriamo oggi ai nostri lettori.

Ringraziamo Julie Sirrs per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Cosa puoi dirci del tempo che hai passato in Afghanistan da agente della DIA? Che incarico avevi?

Julie Sirrs: Ho fatto due viaggi in Afghanistan mentre lavoravo per la DIA, ma entrambi erano al di fuori del mio lavoro, in altre parole la DIA non mi mandò li ufficialmente. La seconda volta che ci andai ci furono delle discussioni sulla possibilità di renderlo un viaggio di lavoro, ma per motivi burocratici non fu possibile raggiungere un accordo prima che io ci andassi. Ovviamente usai le informazioni che acquisii durante entrambi i miei viaggi per il mio lavoro alla DIA.


Undicisettembre: Essendoci stata in via non ufficiale, a chi comunicavi le informazioni che raccoglievi mentre eri lì?

Julie Sirrs: In realtà non comunicavo con nessuno a riguardo delle informazioni che raccoglievo mentre ero lì. Aspettai fino al mio ritorno per scrivere rapporti dai miei appunti. Non c'erano molti mezzi di comunicazione in Afghanistan a quel tempo, era prima dei telefoni cellulari; saltuariamente si trovavano telefoni satellitari ma di solito non li usavo se non raramente solo per far sapere che ero arrivata e che stavo bene, cose di questo genere.

Mentre ero lì semplicemente raccoglievo informazioni per me stessa. Le persone con cui mi ero coordinata per entrare in Afghanistan sapevano che lavoravo per il governo, in particolare nel mio secondo viaggio quando andai in aree sotto il controllo dello United Front, meglio noto come Alleanza del Nord, avevo anche incontrato alcuni di loro alla Defense Intelligence Agency quindi sapevano chi ero ma sapevano anche che non sarei andata lì in un viaggio ufficiale.


Undicisettembre: Com’era l’Afghanistan sotto i Talebani? Cosa ti colpì di più?

Julie Sirrs: C'era un sentore tra molti negli Stati Uniti al tempo, nel governo o tra persone che erano specializzate nell'Afghanistan nel settore privato, che i Talebani fossero benvenuti da molti afghani perché avevano ripristinato l'ordine e perché non erano corrotti e anche se erano molto rigidi nella loro interpretazione dell'Islam avevano buone qualità. Quindi ciò che mi colpì in particolare la prima volta che andai in Afghanistan, e fu l'unica volta che andai in aree controllate dai Talebani, fu che i Talebani non sembravano essere apprezzati dalla popolazione.

Durante quel viaggio passai via terra attraverso il confine con il Pakistan fino a Kabul e poi nella periferia di Kabul e una città chiamata Paghman. Mi resi conto in tutti quei posti che le persone avevano paura dei Talebani, che i Talebani erano molto arroganti, che chiedevano pagamenti illegali. Il giorno che me ne andai vidi che alcune persone erano state uccise e impiccate, erano ancora lì affinché chiunque potessi vederle. Il loro governo era molto duro e spaventoso. Anche i pashtun con cui viaggiavo avevano paura dei Talebani.

Ebbi la forte impressione che i Talebani non fossero la forza in qualche modo positiva che penso alcune persone a Washington volessero credere al tempo e quella fu la prima impressione che mi colpì. Ma anche allora nel 1997 si vedeva che i Talebani erano molto vicini agli arabi islamisti radicali e li avevano invitati a Kabul concedendo loro di prendere il controllo di alcune aree, questi arabi in seguito divennero noti per essere affiliati con Osama bin Laden e al-Qaeda. Questo era evidente nel 1997, non molto dopo che Osama bin Laden chiese rifugio ai Talebani in Afghanistan.


Undicisettembre: Com’era la condizione delle donne sotto i Talebani?

Julie Sirrs: Era pessima. Quando ero a Kabul e nelle zone limitrofe e viaggiavo con una famiglia, quindi c'erano sia uomini sia donne, tutte noi donne ovviamente eravamo coperte da un burqa. A un certo punto eravamo in dieci su una macchina e stavamo facendo un giro in auto per Kabul, c'era una strada che volevamo percorrere ma fummo fermati da un soldato Talebano che ci disse che la macchina non poteva percorrere quella strada perché c'erano delle donne in macchina.

I Talebani avevano questa specie di forze di polizia e se vedevano le calze di una donna attraverso il velo l’avrebbero picchiata pubblicamente nella piazza del mercato. La popolazione aveva molta paura e le condizioni erano molto negative specialmente per le donne.

Anche nella casa in cui stavo una delle bambine voleva una bambola e ricordo che le dissero che non poteva averne una perché i Talebani le avevano vietate perché erano contrarie all'Islam. Erano tempi duri.


Undicisettembre: Per quanto ne sai com'erano le relazioni tra al-Qaeda e i Talebani?

Julie Sirrs: Questa è una cosa che ho studiato professionalmente e credo che fossero molto buone fin da subito, penso che avessero molto in comune e che i Talebani erano più antioccidentali sin dall'inizio di quanto generalmente venisse compreso a quel tempo, quindi molto naturalmente andavano d'accordo con bin Laden e con al-Qaeda e avevano obiettivi in comune. Al-Qaeda e bin Laden vedevano nei Talebani un vero alleato e volevano aiutare i Talebani con i loro scopi in Afghanistan e in generale nell'Asia centrale. In Afghanistan nello specifico aiutavano i Talebani a combattere contro la resistenza antitalebana e in particolare quella guidata da Ahmad Shah Massoud. Bin Laden fin da subito aiutò i Talebani con fondi addizionali e con i suoi stessi combattenti arabi e ovviamente fu coinvolto nell'assassinio di Massoud che fu considerato utile dai Talebani. In cambio i Talebani diedero a bin Laden un rifugio non solo perché lui era un musulmano e un loro ospite ma anche perché credevano nella sua ideologia e volevano lavorare con lui.

Ahmad Shah Massoud al centro della foto

Undicisettembre: Credi che l’11/9 avrebbe potuto essere evitato, se le varie agenzie avessero comunicato meglio tra loro?

Julie Sirrs: Credo che sarebbe stato possibile ed è stato anche ben documentato dalla Commissione sul’11/9. L’11/9 avrebbe potuto essere evitato se i responsabili politici americani avessero capito meglio chi erano i Talebani e la loro alleanza con al-Qaeda e se gli Stati Uniti, anziché rimanere neutrali in Afghanistan, avessero al contrario fornito migliore supporto a coloro che stavano combattendo contro i Talebani, in modi semplici come un supporto diplomatico o anche con dei finanziamenti. Quindi non sto parlando in alcun modo di mandare truppe americane a terra o niente del genere ma di fornire maggiore supporto e di chiarire che gli Stati Uniti erano contrari ai Talebani. Penso che questo avrebbe reso più difficile per i Talebani tenere il controllo di alcune aree come hanno fatto e avrebbe reso più difficile per bin Laden avere un rifugio sicuro in Afghanistan e senza questo sarebbe stato più difficile per lui pianificare e realizzare gli attacchi dell'11/9 come ha fatto.


Undicisettembre: Durante il tuo periodo alla DIA hai anche interrogato dei membri di al-Qaeda che erano stati catturati. Cosa puoi dirci di loro?

Julie Sirrs: Erano persone che erano state catturate dagli afghani che combattevano con le forze di Massud, inizialmente pensavamo che fossero combattenti talebani ma poi capimmo che non erano afghani. Molti di loro erano pakistani, in gran parte studenti di madrase pashtun del nord-ovest del Pakistan, ma molti di loro erano anche più vecchi, oltre i trent'anni e non erano pashtun ma punjabi, forse ufficiali pakistani di qualche rango nell'esercito o nell'intelligente del Pakistan o reclutati da loro al di fuori della rete delle madrase. C'erano anche delle persone dalla Cina, dalle aree uiguri, e arabi, ricordo in particolare persone dallo Yemen. C'erano anche prigionieri di alcune delle nazioni post sovietiche dell'Asia centrale, ma non li interrogai direttamente.


Undicisettembre: Quali informazioni importanti hai acquisito da loro?

Julie Sirrs: Non erano i tipici Foreign Fighters che mi sarei aspettata, in particolare i pakistani. Scoprii cose riguardo alle loro reti, come queste persone entravano in Pakistan e come venivano trasferite illegalmente in Afghanistan. Alcuni di loro venivano dalle madrase in varie zone del Pakistan ma parte della rete al di fuori da tutto ciò. Sembrava che ci fosse uno sforzo ben organizzato per far entrare degli stranieri in Afghanistan affinché combattessero insieme ai Talebani. Ad alcune di queste persone veniva detto che avrebbero combattuto effettivamente le truppe americane o russe o dei Foreign Fighters dall'altra parte dell’Afghanistan; ma quando arrivavano e scoprivano che in realtà stavano combattendo contro altri afghani e musulmani relativamente devoti alcuni di loro furono delusi. Qualcun altro rimaneva legato alla propria ideologia e anche se stavano combattendo contro altri musulmani che erano molto conservativi credevano comunque che fossero troppo liberali e che dovessero morire per qualcosa di così poco importante come indossare pantaloni occidentali. Quindi questi prigionieri volevano essere rilasciati per poter continuare il loro combattimento dovunque potevano.


Undicisettembre: Cosa pensi dell’uso della tortura nella cosiddetta Guerra al Terrorismo?

Julie Sirrs: Personalmente sono contraria, in parte moralmente, ma anche perché non credo che sia efficace. Penso che quando le persone vengono torturate siano portate a non dare informazioni accurate; diranno qualunque cosa pensano che l'interrogatore voglia sentire. Credo anche che da un punto di vista della sicurezza operativa se qualcuno importante viene catturato, qualcuno che può avere delle buone informazioni, la cattura di quella persona è generalmente nota in poco tempo dagli altri nella sua organizzazione, quindi è molto probabile che cambieranno i loro piani di conseguenza, quindi anche un'informazione che avrebbe potuto essere valida non è più valida.

Quindi non credo che sia molto utile e in generale rende più difficile apparire come una forza per il bene comune in posti come l'Afghanistan quando questa è la reputazione che si vuole ottenere.


Undicisettembre: Pensi che sarebbe stato possibile prendere Osama bin Laden prima del 2011?

Julie Sirrs: Credo di sì. Abbiamo cercato in un certo senso di avere linee aperte di comunicazione con gli afghani dell'Alleanza del Nord e in particolare quelli che erano più attivi in Afghanistan, quelli vicini a Massoud. Credo che avessero informazioni utili, ovviamente non sapevano esattamente dove si trovava ma credo che se coloro che erano opposti a bin Laden, e specialmente gli Stati Uniti, avessero dato più supporto ai combattenti antitalebani questo avrebbe aiutato a ridurre il territorio che bin Laden aveva a disposizione e lo avrebbe reso più vulnerabile e lo avrebbe costretto a spostarsi più frequentemente. Credo che se bin Laden fosse stato meno al sicuro prima dell’11/9, sarebbe stato per noi più facile catturarlo.


Undicisettembre: Cosa ti portò a lasciare la DIA alla fine?

Julie Sirrs: Come ho detto i miei viaggi in Afghanistan non furono ufficiali, seppi dopo il mio ritorno dal secondo viaggio che alcuni ufficiali erano infastiditi che io avessi deciso di intraprendere questo viaggio. Pensavo che andasse bene prima di partire ma risultò che questo non era vero per alcune persone. Quindi la DIA alla fine decise di ritirare la mia autorizzazione alla sicurezza che significava che non potevo più viaggiare. Quindi ufficialmente diedi le dimissioni ma sostanzialmente vollero cacciarmi fuori. Sentii che alcune persone al Dipartimento di Stato erano particolarmente scontente del mio viaggio e questi erano tra quelli che avevano più simpatia per i Talebani al tempo, quindi ci può essere stata anche qualche ragione politica, ma alla fine fui costretta ad andarmene.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie della cospirazione secondo cui l’11/9 è stato un inside job?

Julie Sirrs: Ovviamente non do loro nessun credito, penso che le persone che credono a queste teorie non capiscano gli eventi che hanno portato fino a ciò che è successo. I terroristi hanno preso di mira il World Trade Center in passato, stavano lanciando un numero crescente di attentati sempre più sofisticati, dall'attacco contro la U.S. Cole agli attentati contro le due ambasciate. Sono stati fortunati in termini della distruzione che hanno causato ma in molti modi questo non è sorprendente. Era ovvio che bin Laden stesse continuando a tramare attacchi contro gli americani. I dettagli esatti e la natura dell'attacco presero molti di sorpresa tra cui me stessa, ma credo in termini del contesto generale di ciò che stava succedendo in Afghanistan e in Africa contro al-Qaeda che non fu una grande sorpresa.

Ma le persone che non conoscono bene queste cose e che non ne sanno abbastanza sono più portate a credere alle teorie della cospirazione.


Undicisettembre: Cosa pensi della comunicazione tra le agenzie al giorno d’oggi? Funziona meglio che prima del 2001?

Julie Sirrs: Non ne ho un’esperienza diretta perché lasciai la DIA prima del 2001 ma per quanto ne so c'è stato uno sforzo per migliorare la comunicazione e credo che alcune agenzie, ad esempio l’FBI, siano più coinvolte dell'antiterrorismo e siano direttamente coinvolte in cose di questo tipo più di quanto lo fossero prima dell’11/9, quindi credo che abbiano migliorato le proprie conoscenze e questo sicuramente aiuta.


Undicisettembre: Oggi sei un avvocato, giusto? Hai dovuto riadattare la tua vita nel passare dall'essere un’agente della DIA ad essere un avvocato?

Julie Sirrs: Beh, no. Dopo che lasciai la DIA andai a lavorare per un piccolo gruppo fatto da altro personale precedentemente impiegato nell'intelligente e questa fu una transizione naturale, ma dopo decisi di fare qualcosa di diverso e quindi scelsi questo. Ma credo che alcune delle stesse capacità siano utili, alle volte devi investigare. Ho a che fare con molti tipi di persone diverse da avvocato così come avevo a che fare con molti tipi di persone diverse mentre ero nella DIA negli Stati Uniti e all'estero. È diverso, ma è stata una buona transizione e alle volte sono sorpresa da come uso le stesse capacità.

2019/02/11

Le traduzioni non ufficiali del 9/11 Commission Report - seconda parte

di Hammer. La prima parte di questo articolo è disponibile qui.

Si ringrazia Mr Olo per la consulenza sul francese


Traduzione in rumeno


Nel 2006 la casa editrice di Bucarest Editura ALL ha pubblicato una traduzione in rumeno del 9/11 Commission Report con il titolo 11 Septembrie 2001: Raportul final al comisiei americane de anchetă privind atacurile teroriste asupra Statelor Unite ale Americii. Gli autori della traduzione sono Gabriel Tudor, Radu Trif, Lena Călinoiu, Florin Sicoie e Simona Ceauşu.

Il testo è integrale, comprensivo di prefazione e note per ogni capitolo. Tuttavia manca una nota all'edizione rumena e non è quindi spiegato il motivo per cui la copertina sotto il titolo riporti la scritta Ediţie autorizată (Edizione autorizzata) sebbene il sito ufficiale della commissione chiarisca che nessuna traduzione può essere considerata ufficiale o autorizzata. La spiegazione più ovvia è che i traduttori abbiano banalmente riportato e tradotto la dicitura Authorized Edition che si trova sulla copertina dell'edizione in inglese sulla banda rossa.


Traduzioni in francese


In francese esistono due traduzioni del 9/11 Commission Report. La prima di queste è stata pubblicata dalla casa editrice Éditions des Équateurs con il titolo 11 Septembre: Rapport de la Commission d'Enquête. I traduttori del testo sono Josée Begaud, Alain Clément, Bérénice de Foville, Nordine Haddad, Géraldine Lenoir, Denise Luccioni, Christian Muguet e Emmanuelle Sandron.

Anche in questo caso la traduzione del testo principale è completa, ma mancano le note. Tuttavia il testo include alcune delle immagini del testo originale, quali le foto dei diciannove dirottatori, quella di Khalid Sheikh Mohammed e i disegni delle rotte percorse dai quattro voli dirottati. Il libro è introdotto da una prefazione di François Heisbourg che al tempo era presidente dell'istituto di ricerca britannico International Institute for Strategic Studies e che negli anni ha pubblicato molti libri su al-Qaeda e sul terrorismo internazionale.

Heisenburg spiega come l'11/9 sia stato un evento senza precedenti, così come anche lo sforzo della commissione d'inchiesta nel ricostruire gli eventi che hanno portato a un attacco così catastrofico è un evento rarissimo. Heisenburg cita come unico precedente l'indagine svolta dal governo Israeliano per capire la cause dell'attacco a sorpresa subito nell'ottobre del 1973 dall'esercito del loro paese da parte di Egitto e Siria.

Heisenburg riassume quindi velocemente i contenuti del rapporto, specificando che la commissione stessa ha smentito la presenza di legami tra bin Laden e Saddam Hussein, punto sulla quale la Casa Bianca insistette per anni per giustificare l'intervento militare in Iraq. In ultimo l'autore considera che le conclusioni a cui giunge la commissione devono essere utili anche per i lettori europei e non solo per quelli americani, perché il terrorismo minaccia anche l'Europa e le scelte politiche e amministrative per contrastare i movimenti jihadisti devono essere prese anche nel vecchio continente.

La seconda traduzione in francese è stata pubblicata nel 2005 dalla casa editrice Alban, il volume è intitolato 11 septembre 2001: Rapport final de la Commission Nationale sur les Attaques Terroristes Contre les Etats-Unis (un'anteprima è disponibile su Google Books) ed è stato tradotto da Tatiana Pruzan e Nathalie Quintin. Il testo principale è completo, ma anche in questo caso mancano le note. Il volume è aperto da una lunghissima introduzione (oltre venti pagine) del giornalista di France 24 Loïck Berrou. Nel suo lungo testo Berrou narra la storia della commissione a partire dalla sua fondazione dovuta alla necessità di chiarire le modalità con cui sono stati organizzati gli attentati e le responsabilità di chi ha omesso i controlli necessari; l’autore cita come casi analoghi che hanno portato alla nomina di commissioni d’inchiesta l’attacco a Pearl Harbor, l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy e l'Irangate.

Berrou racconta di come inizialmente il presidente designato fosse Henry Kissinger, il quale rinunciò all'incarico poco dopo la nomina per essere sostituito dall'ex governatore del New Jersey Thomas Kean e dall'ex membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato dell'Indiana Lee Hamilton. Il giornalista spiega poi come la commissione ha agito, ascoltando le deposizioni di testimoni a vari livelli per ricostruire quanto accaduto. Berrou riflette anche sulle conseguenze geopolitiche dell’11/9 e su come la guerra preventiva in Iraq abbia compromesso le relazioni internazionali degli Stati Uniti. In ultimo, osserva Berrou, l’11/9 è un esempio lampante di quali conseguenze possa avere la mancata collaborazione tra agenzie investigative e che la riforma di questi enti deve necessariamente superare le naturali resistenze.


La terza parte di questo articolo è disponibile qui.

2019/01/29

Pentagon: an interview with survivor Ryan Yantis

by Hammer. An Italian translation is available here.

Continuing our commitment to preserve the memory of the events of 9/11, we present the account of Ryan Yantis, who was at the Pentagon when American Airlines 77 hit the building and then took part in the rescue operations.

We wish to thank Ryan Yantis for his kindness and willingness to share his experience.


Undicisettembre: What do you recall of 9/11? Can you give us an account of what you saw and experienced on that day?

Ryan Yantis: I was a United Stated Army major and I was assigned as media spokesman, leading a team of spokesmen for the Army. We handled personnel and human resources questions and we would answer questions about “don’t ask, don’t tell” or Army weight policy, or women in the Army, investigations, courts martial and so on. My office was at the second floor, E Ring - the outer ring of the Pentagon - off of corridor 6, room 36. That means that the address was 2E636, which tells you where to go in the Pentagon if you wanted to go to my office. E ring is also where the generals and important people had their offices.

On 9/11 I was coming out of a morning meeting where we were talking about a normal day-to-day plans, when we saw the first reports of the World Trade Center being struck. The initial reports was that it was a commuter aircraft, we didn’t know what had happened, but it was pretty bad. In the next 15 minutes or so I made calls to my colleagues in New York City, at Fort Drum, which is north of New York City, and Fort Dix, in New Jersey, because at that time many soldiers were just coming to work and I wanted to make sure they were awake and aware. My assignment before the Pentagon was New York City so I knew a lot of people in New York City. At 9:03 I was in our office watching a big screen TV with coverage of the World Trade Center on fire, watching the tragedy. At that point we thought it was just an accident until we saw the second plane hit World Trade Center Two.

When the second plane hit it was clear it was a deliberate act. There were maybe twelve people in our group watching TV, all spokesmen, men and women, uniformed and civilians. I remember looking at a young lady who was working on my team, Elaine, who was nine months pregnant. I said “Elaine, I want you to get your stuff and go home. I want you out of here.” She argued quickly she said “No, you are going to be busy, we are going to get slammed today, we are going to have lots of media attention; you are going to need me.” I said “Elaine, I want you out of here. We’re next.” In my mind we were a “signature target”, we were a visible symbol of American and western power and might. And the Pentagon is an iconic building. Elaine refused to leave; I didn’t know that at the time, she made out fine. I recently wrote her son Andrew a letter and sent him an American flag. He’s the youngest Pentagon survivor I know, and I wanted him to know what his mom did on that day and the months after.

I told other people “Hey get up off your butts, don’t feel sorry for yourself because we got things to do, let’s get busy.” because I was in a leadership position. Little while later a Lieutenant Colonel, the next higher rank, a gentleman named Henry Huntley, who was new to our team, said “Ok, Ryan, you are the one who worked in New York City, come with me we are going to a meeting. If New York asks for help we need to be ready to send them help.” And that’s true, as American military if we are asked or invited to come and provide support we can do so, but we can’t just push our way in unless the President declares a federal emergency.

Henry and I were walking on the E ring, second floor, from Corridor 6 going to Corridors 5 and 4. The meeting was supposed to start at 9:30 in a conference room off of Corridor 4. I asked Lieutenant Colonel Huntley “Sir, where are we going? Where’s the meeting?” and he said “Corridor 4, in a conference room.” I said “Great sir, that’s the new wedge, it’s got a new floor plan, a new layout; what’s the address?” he said “I don’t know, it’s a conference room. We’ll find it.” I said “Sir, five floors and five rings, what’s the conference room? Who’s hosting this? We are late now, let’s go call and find out for sure.” He did not know the answers to my questions.

So I walked off and he followed me. We made a call and we made it to where the meeting was going to be held off Corridor 7. As we walked in in that location, there was a security desk with a sergeant and he said “Gentlemen, you need to evacuate, there has been an explosion.” And the alarms started blaring. I remember asking “Sergeant, where is the explosion?” and he said “By the helipad between Corridors 4 and 5.” - where Henry and I were arguing moments before was basically in the impact area. If I hadn’t been stubborn and wanting to know where the meeting was, we would have been wandering around and possibly badly injured or killed. Because that’s where the bulk of the folks who died were located.

After the announcement I went back up to my offices, made sure that my people had been evacuated, that nobody was there or trapped. I remember grabbing my cellphone from my desk. In our offices the lights were on, the phones were ringing off the hook, and at the same time there was this haze of smoke coming down from the ceiling. I cleared our offices and I went down the E Ring from Corridor 6 towards the corner and Corridor 5. I hadn’t got to the corner of the building and the smoke got much heavier and I thought “Ok, it’s time for me to get out.” I had a three and a half year old daughter and a ten month old daughter and I was not equipped or suited up to go into a fire. That was a tough decision, because I felt like I was leaving people who needed help, worried for my own safety. I went out of Corridor 6 entrance and walked to our rally point where we would gather after a fire drill or an evacuation.

I found some personnel from our office, we got together and I got the sergeant major, a senior non-commissioned officer, check my name off a list meaning he had seen that I was alive. Then he pointed out we were missing a number of people. I volunteered to go over the Corridor 8, which is the main north entrance into the Pentagon and is adjacent to the North Parking lot. I ran over there and that’s where I found stretchers that somebody had put out in the shade of a tree, opened up and ready. I saw people carrying what looked to be a bag out of the Pentagon, and I realized somebody got injured and they improvised a stretcher. The one I was standing by would help more than an improvised stretcher, so I grabbed it, ran and started helping carry people out of the building. That’s what I did for the next thirty minutes or so. We had what seemed to be a lot of injured people coming out of the Pentagon through Corridor 8.


Also in Corridor 8 there was the Di Lorenzo clinic, which was an in-house medical facility where there could be physicals and minor medical procedures, and they had a staff there. The Pentagon is like a self-contained city of twenty-three to thirty thousand folks; eighteen thousand uniforms, and the rest civilians. You have to have some in-house capability for medical appointments and emergencies. On 9/11 there were an estimated twenty three thousand people there. The medical folks were great, they were providing first aid and care and triage to those who were injured. I recall seeing men helping carry an improvised stretcher to a helipad where there was a helicopter setting down from a local hospital.

There was a lot of running back and forth in and out of the building, carrying people, going in and getting more medical supplies. It was hot, with warm temperatures in the 80s; sunny and the air was thick with smoke. You could smell it everywhere, and it was not a pleasant smell. It was the heavy industrial jet fuel and plastic burning smell.

There was a couple hundred people doing what I was doing, nobody was ordering us around. Just good men and women doing what needed to be done to help other folks. At a certain point the security guards were waving their arms and yelling at us to get back because there was another plane inbound.

We heard a loud “boom”, which caused some confusion but that was the part of the Pentagon collapsing at about 10:15. We also heard sonic booms which some thought was a bomb blowing up at the State Department but turned out to be jet aircraft flying unseen above us. There were rumors that there was a truck bomb at the State Department, but we could see to downtown DC and there was no plume of smoke. There were a lot of rumors.

I recall walking toward the Corridor 8 entrance – as I was tired from all the running and carrying I had been doing. I was with another officer, about fifty feet from the Corridor 8 entrance when the Security personnel started yelling at us to “GET BACK and RUN!” I could hear a jet approaching from behind me from the north low and fast. I was too close to the Pentagon to run anywhere and before I could really react, a US Air Force jet fighter flew by – low and fast – over the Pentagon heading south.

I was very happy to see the jets because it meant we had air support. That somebody was watching out for us. We took this as “Well, it’s all clear” and we went into the inner 5-acre inner courtyard of the Pentagon. We set up into teams. I was on one of those carrying a stretcher, aid and litter, search and rescue team to go look for victims, and then the medical personnel set up a triage point for treating anyone we got out. From then until 15:45 we were in the smoke-filled courtyard playing a waiting game. The fire was too hot and the smoke too thick for us to go in. Around 3:30 pm they told us to pack up and brought us out through one of the other corridors, corridor 10. We walked around to the side that had been hit. That was when I saw for the first time that that side of the Pentagon had collapsed and the fire was vastly smaller than when I had seen it at about 9:30 am.

It was then my boss saw me and said “We need to do our jobs as public affairs officers, we need to start working on a press release about this.” I remember being in the Army Operation Center and having senior officers telling me “I know this person died, put his name on the list.” and arguing back “No, we cannot do this until there’s positive ID and next-of-kin family notification” which means there’s a process that my team and I routinely handled for the announcements of soldiers who died in training or accidents. We have a process and you have to let the process work. There were people, even officers, who didn’t understand that or didn’t want to. Finally my boss said “Ok, we are not going to work on it anymore, stop it.”

Then I got tasked to be an escort to bring media – the Pentagon Press Corps and others - into the Pentagon. Security was tight and we escorted forty or fifty news media to the DoD Press Room near Corridor 7. There Secretary of Defense Rumsfeld, Tom White, Secretary of the Army, General Hugh Shelton, Chairman of the Joint Chiefs of Staff, and Senators Warren and Levin held a press conference at about 18:30 and myself and a couple of others who knew the Pentagon press core by sight worked with them. I’m a big guy, I’m 6 foot 2 and a hundred and ten kilos, so I can be intimidating without meaning to. I got told “Ok, go visit, go to corridor eight.” and we walked them to the Department of Defense press room where Mr Rumsfeld and those gentlemen did their press conference that was no more than a “proof of life” like “We are still here, we are in the Pentagon, the Pentagon is still open for business, still functioning. You’ve hurt us but you did not kill us and you will hear from us soon.”

The last think I did was I had to make sure I could get my car keys and my wallet which were in my desk, which was behind the crime scene. I had to sneak my way in and I got things for everybody in my office which they needed to get home. I got told “Go home and get some sleep, get back here first thing tomorrow” because I was designated as essential staff member during an emergency.


Undicisettembre: While you were there at the Pentagon was anyone having doubts about the fact that a plane had hit the Pentagon?

Ryan Yantis: No. I saw many parts of an airplane in several areas, and one of the folks I talked to in the courtyard was driving and saw the plane hit. He said “It was a big jetliner, it came in fast and it was silver, red and blue.”


Undicisettembre: What happened in the next days?

Ryan Yantis: On September 12th I got up at about four in the morning after about four hours of sleep, put on my camouflage uniform, BDUs or Battle Dress Utility uniform, and drove back to the Pentagon. The streets were deserted, it took me about twentyfive minutes to drive up there. I got to the Pentagon before the sun came up and from the freeway, I-395, I could see that the west side of the Pentagon was still on fire. The central part around Corridor 3 was without power so it was black. Corridor 2 entrance was brightly lit. As I pulled off the interstate to park, the Military Police told me that the South Parking lot was closed and I needed to park elsewhere and walk in. So I parked a quarter of a mile away and walked in. Underneath the freeway there’s a pedestrian passageway, a viaduct, that opens up into South Parking. From there I could see on ground level the Pentagon. It was still on fire and there were water hoses spraying water on the fires.

I walked through this abandoned parking lot of some two thousand parking slots towards the Pentagon. Maybe twenty or thirty cars were scattered here and there, and I had the realization that those cars likely belong to somebody who was injured or died in the attack. As I was crossing this parking lot out of the darkness in front of me, behind me, beside me were men and women. They were in combat uniforms, or flight suits, or jeans and sports coats and work boots for the civilians. We were all walking calmly and quietly across the empty South Parking to the building. When we got to the Corridor 2 entrance, there was heavy security. There Military Police (MPs) and the Pentagon police force had bomb dogs, they were stopping people to check IDs and sniff bags. And before we were allowed to climb the stairs to Corridor 2 entrance we all had to show identification. As we went up there were other security checks, at the top of the stairs people formed in a line to go through a magnetometer for weapons and having their bags checked again. All this to go into a building that was still on fire, without power in parts of it, to go to work. It was impressive and humbling, and I’m incredibly proud of them because no one was barking order or forcing them: this was expected and this they were doing.


Undicisettembre: How long did it take before the situation at the Pentagon got back to normalcy?

Ryan Yantis: There was a little more normalcy every day. On September 13th we had to set up hotlines for people to call in and report in that they were okay. They could call and say “This is my social security number, here’s who I am assigned to, I’m fine.” and then later people would be asked to show up with their ID to make sure they were who they said they were and not imposters because there’s always that chance, or someone who tries to fake a death so that they get insurance money. We also had to set up lines for families and others concerned to find out about who was missing.

Where the plane hit was Wedge 1, a “new” wedge which had just finished renovating which had sprinklers and life safety features, into Wedge 2 which was 1940’s and 50’s construction. We had started repopulating that new Wedge and moving people out of Wedge 2 in anticipation to that wedge being renovated next. So these two wedges where the plane hit was the best place they could have, if they had it off of Corridor 8 or towards Corridor 2 they would have hit fully manned areas.

“Normalcy” took weeks and months to get back to. I was there every day, but we had military and civilians who didn’t come back until a week or ten days later. Their “Day One” back in the building might be my day eleven for example. I had already processed beyond them, the Pentagon chaplains and behavioral health came and visited with people and helped them process through anger, grief and guilt, because the “Why them? Why not me?” was a common thought. For the Pentagon survivors there was never a day when it was “normal” anymore, it was like “that was then, and this is here and now”.


Undicisettembre: How is working in the Pentagon today different from before 9/11?

Ryan Yantis: I left the Pentagon for good in 2003 and moved to Chicago. While I was still technically assigned to the Army Staff in the Pentagon with duty in Chicago, day after day I would talk to people in the Pentagon and I also had a lot of friends and contacts there. People I worked with were very kind to me. They thought that I demonstrated care and concern for others, and that I was more focused on them than I was on myself on September 11th and days and weeks afterward, because that’s what I expect a leader to do.

We are a fairly tight group. We stay in touch through social networks, we tend to follow each other. We are survivors.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories that claim that 9/11 was an inside job?

Ryan Yantis: I do public speaking about my 9/11 experience, and I work with World Trade Center survivors and others. I know what I saw and I know what I’ve seen about the Pentagon, and the limited amount of security footage. The explosion is consistent with a plane hitting the building and a jet fuel explosion: a large red fireball followed by the thick black smoke.

It was not black smoke followed by a fireball, which is more like an explosive, such as a cruise missile or a bomb. Plus the impact was into the building and then spread, leading to the collapse. Had it been an explosive device or bomb, it would rupture and collapse the building right away instead of the time that it took.

When I deal with conspiracy theorists I want to find out what their rationale is. Do they think it was the US government? Do they think it was Mossad? Did the Jews get told to stay home from work that day because it was an Israeli plot?

These folks and the conspiracy theories have some other alternative narrative and don’t want to believe their own eyes. They are ignoring the reality and replacing it with some other more easily digestible crap that makes them feel better or lets them sleep at night.

The conspiracy theorists push forward an agenda that is false to support something they believe in, which is often not true or supportable.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

Ryan Yantis: When I moved to Chicago I was used to being around a bunch of other 9/11 survivors every day at the Pentagon. When scuba diving and your body normalizes at being twenty meters underwater, if you come up too fast from that depth you get nitrogen bubbles that form in your blood. That can cause a physical condition called the “Bends”. When I got here in Chicago people knew I was from the Pentagon and someone would say “You were in the Pentagon, what was that like?” I didn’t have words and I was more emotional about it than I should have been. But I was very proud of the people I served with and what they did. In a way I was proud of what I did but I was also ashamed because it happened on my watch and I felt responsible.

When people would ask me “Would you come and talk to my school?” I would try, but it was very difficult. I tried to step away from being the Pentagon survivor but I then realized it was like being tall or short: you are what you are. Own it and make yourself better at talking about it.

I got involved in raising money for the Pentagon Memorial Fund, which was important to me, and I also got to meet with World Trade Center survivors and victim families. That was very healthy and healing for me. Many World Trade Center survivors here in Chicago were in New York only for a business trip – say a week of work - and they happened up being in the wrong place at the wrong time and almost died. They needed to process and talk about what they had been through, and I was able to talk to them and help them, and that helped me.

Earlier today I was at a business meeting. There I made sure to say “I’m a Pentagon survivor. If you have a question, ask it.” because I don’t want to be surprised. If I try not to think about it and someone asks me a question and I’m not ready I don’t like being surprised and emotional.


Undicisettembre: What do you think of security in the US today? Is the nation safer than in 2001?

Ryan Yantis: Short answer is I think we are safer, as there hasn’t been a 9/11 style attack in 17 years. But at the same time we have a significant challenge with unstable people getting access to firearms. These people should never have firearms but they have them and use them to kill innocent women and children. The big challenge for us is to maintain individual liberties and freedoms while protecting the population.

Some of the steps the government has taken for airport security are more annoying than realistic or effective. I understand and I would much rather take off my shoes and let them x-ray my laptop instead of having a shoe-bomb in the plane. That’s scary stuff.

Pentagono: intervista al sopravvissuto Ryan Yantis

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Nel continuo impegno affinché non si perda la memoria di quanto accaduto l'11/9, offriamo oggi ai nostri lettori il racconto di Ryan Yantis che era al Pentagono quando il volo American Airlines 77 colpì il palazzo e che dopo divenne uno dei primi soccorritori.

Ringraziamo Ryan Yantis per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Cosa ricordi dell’11/9? Ci puoi fare un racconto di ciò che hai visto e vissuto quel giorno?

Ryan Yantis: Ero un maggiore dell'esercito degli Stati Uniti e il mio incarico era di portavoce verso i media ed ero a capo di un gruppo di portavoce dell'esercito. Ci occupavamo delle domande sul personale e sulle risorse umane e rispondevamo a domande riguardo al “non chiedere, non dire” [La linea tenuta verso l'orientamento sessuale dei membri dell'esercito N.d.T.] o alle normative sul peso nell'esercito o alle donne nell'esercito, indagini, corti marziali e altro. Il mio ufficio era al secondo piano, anello E, l'anello più esterno del Pentagono, sul corridoio 6, stanza 36. Questo significa che l'indirizzo era 2E636, che dice esattamente dove devi andare nel Pentagono se volevi arrivare nel mio ufficio. L'anello E è anche quello dove i generali e le persone importanti hanno i loro uffici.

L’11/9 stavo uscendo da una riunione del mattino e stavamo parlando delle normali attività quotidiane, quando sentimmo i primi racconti che il World Trade Center era stato colpito. Le prime notizie erano che era stato un aereo da turismo, non sapevamo cosa fosse successo, ma era molto brutto. Nei successivi 15 minuti circa chiamai alcuni miei colleghi a New York, a Fort Drum, che a nord di New York, e a Fort Dix, nel New Jersey, perché a quell'ora molti soldati stavano andando al lavoro e volevo assicurarmi che fossero svegli e a conoscenza di ciò che era successo. Il mio incarico prima del Pentagono era a New York quindi conoscevo molte persone a New York. Alle 9:03 ero nel nostro ufficio e guardavo un grosso televisore che trasmetteva le notizie sul World Trade Center incendiato, guardavamo la tragedia. A quel punto pensavamo che fosse solo un incidente fino a quando vedemmo il secondo aereo colpire la Torre Sud.

Quando il secondo aereo colpì fu chiaro che fosse un atto volontario. C'erano circa dodici persone in quel gruppo che guardavano la televisione, tutti portavoce, uomini e donne, civili e militari. Ricordo di aver guardato una giovane donna che lavorava nella mia squadra, Elaine, che era incinta di nove mesi. Le dissi “Elaine, voglio che tu raccolga le tue cose e che vada a casa. Voglio che tu te ne vada.” Mi rispose prontamente “No, avrai molto da fare, saremo sommersi oggi, avremo molta attenzione da parte dei media; avrai bisogno di me.” Le dissi “Elaine, voglio che tu te ne vada. Noi siamo i prossimi.” Nella mia testa eravamo un obiettivo ovvio, eravamo un simbolo visibile del potere e della forza americani e occidentali. E il Pentagono è un edificio iconico. Elaine rifiutò di andarsene; al tempo non lo sapevo, ma ne uscì viva. Recentemente ho scritto a suo figlio Andrew una lettera e gli mandai una bandiera americana. E’ il più giovane sopravvissuto del Pentagono che io conosca e volevo che lui sapesse cosa fece sua madre quel giorno e nei mesi a seguire.

Dissi alle altre persone “Hey, alzate il culo, non compiangetevi perché abbiamo da fare, diamoci da fare.” perché ero in una posizione di comando. Poco dopo un tenente colonnello, il grado superiore al mio, un uomo chiamato Henry Huntley, che era nuovo nella mia squadra, mi disse “Ok, Ryan, tu sei quello che ha lavorato a New York, vieni con me e andiamo in una riunione. Se New York chiede aiuto dobbiamo essere pronti a mandarlo.” Ed è vero, come esercito americano potevamo dare supporto se ci veniva chiesto o eravamo invitati ad andare, ma non potevamo imporre la nostra presenza a meno che il presidente dichiarasse un'emergenza nazionale.

Henry e io eravamo nell'anello E, secondo piano, e stavamo andando dal corridoio 6 ai corridoi 5 e 4. La riunione doveva cominciare alle 9:30 in una stanza sul corridoio 4. Chiesi al Tenente Colonnello Huntley “Signore, dove stiamo andando? Dov'è la riunione?” e mi disse “Corridoio 4, in una stanza per conferenze.” gli dissi “Ottimo signore, quella è l’ala nuova, ha una nuova planimetria, una nuova disposizione; qual è l'indirizzo?” Mi disse “Non lo so, è una sala conferenze. La troveremo.” gli dissi “Signore, cinque piani e cinque anelli, qual è la sala riunioni? Chi la organizza? Siamo già in ritardo, facciamo una telefonata e accertiamocene.”.Non sapeva rispondere alle mie domande.

Quindi mi allontanai e lui mi seguì. Facemmo una telefonata e arrivammo dove doveva tenersi la riunione sul corridoio 7. Arrivati lì, c'era un banco della sicurezza con un sergente che ci disse “Signori, dovete lasciare il palazzo, c'è stata un'esplosione.” Gli allarmi cominciarono a suonare e ricordo di aver chiesto “Sergente, dove l'esplosione?” e lui mi disse “Vicino all'eliporto tra i corridoi 6 e 5”, dove io Henry stavamo discutendo pochi minuti prima era praticamente l'area dell'impatto. Se non fossi stato testardo e avessi voluto sapere dove era la riunione avremmo vagato lì intorno e avremmo potuto rimanere gravemente feriti o uccisi. Perché era lì che si trovava la maggior parte delle persone che sono morte.

Dopo l'annuncio tornai nei miei uffici, mi accertati che tutti se ne fossero andati e che nessuno fosse rimasto intrappolato. Ricordo di aver raccolto il mio cellulare dal tavolo. Nei nostri uffici le luci erano accese, i telefoni funzionavano, e in quel momento c'era una nebbia di fumo che scendeva dal soffitto. Feci evacuare gli uffici e percorsi l’anello E dal corridoio 6 fino all'angolo con il corridoio 5. Non ero ancora arrivato all'angolo del palazzo e il fumo si fece molto più pesante e pensai “Ok, è tempo che io me ne vada.” Avevo una figlia di tre anni e mezzo e una di dieci mesi e non ero equipaggiato e non avevo gli abiti adatti per affrontare un incendio. Fu una decisione molto dura, perché mi sentii come se stessi lasciando le persone che avevano bisogno di aiuto, preoccupato per la mia stessa sicurezza. Uscii dal corridoio 6 e camminai fino al punto di raccolta dove ci radunavamo dopo un’esercitazione antincendio o un’evacuazione.

Trovai del personale del mio ufficio, ci radunammo e il sergente maggiore, un sottufficiale, depennò il mio nome da una lista, il che significava che mi aveva visto e che ero vivo. Quindi mi disse che molte persone erano ancora disperse. Mi resi disponibile ad andare al corridoio 8, che è l'entrata principale che porta dentro il Pentagono e che è adiacente al parcheggio nord. Corsi là e fu lì che trovai delle barelle che qualcuno aveva messo da parte all'ombra di un albero, aperte pronte all'uso. Vidi alcune persone che portavano ciò che mi sembrava una borsa fuori dal Pentagono, e capii che qualcuno era rimasto ferito e che avevano improvvisato una barella. Quella che era accanto a me sarebbe stata molto più d'aiuto di una barella improvvisata, quindi la presi, corsi e iniziai ad aiutare a portare fuori le persone dal palazzo. Feci questo per la successiva mezz'ora circa. Sembrava che ci fossero molte persone ferite che uscivano dal Pentagono attraverso il corridoio 8.


Nel corridoio 8 c'era anche la clinica Di Lorenzo, che era una struttura medica interna dove potevano essere svolte piccole procedure mediche, e avevano uno staff. Il Pentagono è come una piccola città che va da 23.000 a 30.000 persone; 18.000 militari, il resto civili. Servono delle strutture interne per appuntamenti medici o emergenze. L’11/9 si stima che ci fossero 23.000 persone. Il personale paramedico fu grandioso, davano il primo soccorso e smistavano in gruppi i feriti. Ricordo di avere visto degli uomini che aiutavano a portare una barella improvvisata all'eliporto dove c'era un elicottero che era arrivato da un ospedale locale.

C'erano molte persone che correvano verso e dal palazzo, che portavano persone, che entravano e che prendevano altro materiale medico. Faceva caldo, con una temperatura di quasi 30 gradi; c’era il sole e l'aria era piena di fumo. Se ne sentiva l'odore ovunque, e non era un odore piacevole. Era la puzza di plastica bruciata e di carburante avio.

C'erano alcune centinaia di persone che facevano ciò che io stavo facendo, nessuno dava ordini. Solo uomini e donne di buona volontà che facevano ciò che doveva essere fatto per aiutare altre persone. Ad un certo punto le guardie di sicurezza si misero ad agitare le braccia e ci urlarono di allontanarci perché c'era un altro aereo in arrivo.

Sentimmo un forte “boom”, che causò della confusione ma era la sezione del Pentagono che crollava alle 10:15 circa. Sentimmo dei boom sonici che qualcuno pensò fossero una bomba che esplodeva al dipartimento di stato ma alla fine risultò che erano i caccia militari che volavano sopra di noi ma non li vedevamo. Si sparse la voce che c'era un camion bomba al Dipartimento di Stato, ma riuscivamo a vedere il centro di Washington e non c'era nessuna nuvola di fumo. C'erano molte voci incontrollate.

Ricordo di aver camminato verso l'ingresso del corridoio 8, ero stanco per tutto il correre e il trasportare che avevo fatto. Ero con un altro ufficiale, a circa quindici metri dall'ingresso del corridoio 8 quando il personale di sicurezza cominciò a urlarci “ALLONTANATEVI e CORRETE!”. Sentii un jet che si avvicinava dietro di me da nord basso e veloce. Ero troppo vicino al Pentagono per correre da qualunque altra parte prima che potessi reagire, un jet della US Air Force volò sopra di noi, basso e veloce, sopra il Pentagono verso sud.

Fui molto felice di vedere i jet perché significava che avevamo supporto aereo. Che qualcuno ci stava proteggendo. Lo prendemmo come un “Beh, non c'è più pericolo” ed andammo nel cortile interno di cinque acri del Pentagono. Ci dividemmo in squadre. Ero in una di quelle che portavano le barelle, che facevano aiuto e soccorso, e ricerca e salvataggio per cercare le vittime, quindi il personale medico allestì un punto di smistamento per i feriti per curare chiunque fosse uscito dal palazzo. Da quel punto fino alle 15:45 rimanemmo nel cortile pieno di fumo ad attendere. Il fuoco era troppo caldo e il fumo era troppo spesso perché potessimo entrare. Alle 15:30 circa ci dissero di raccogliere le nostre cose e ci condussero attraverso uno degli altri corridoi, il corridoio 10. Camminammo attorno al lato che era stato colpito. Fu allora che vidi per la prima volta il lato del Pentagono che era crollato e l'incendio che era molto più piccolo di quello che avevo visto alle 9:30 del mattino.

Fu allora che il mio capo mi vide e disse “Dobbiamo fare il nostro lavoro di ufficiali degli affari pubblici, dobbiamo cominciare a lavorare a un comunicato stampa su questo.” Ricordo che eravamo nell’Operation Center dell'esercito e c'erano degli alti ufficiali che mi dicevano “So che questa persona è morta, metti il suo nome sulla lista” e io rispondevo “No, non possiamo farlo finché non c'è un'identificazione sicura e l'abbiamo comunicata un parente stretto della famiglia” che significa che c'è una procedura per questo nella mia squadra e quotidianamente gestivo gli annunci di soldati che erano morti in esercitazioni o incidenti. C'è una procedura e devi applicarla. C'erano persone, anche ufficiali, che non lo capivano o che non lo volevano capire. Infine il mio capo mi disse “Ok non facciamolo più, interrompi.”

Quindi mi fu chiesto di accompagnare i media, l’ufficio stampa del Pentagono e altri, dentro al Pentagono. La sicurezza era rigida e portammo quaranta o cinquanta addetti dei media nella sala per le conferenze stampa del dipartimento della difesa vicino al corridoio 7. Lì il segretario della difesa Rumsfeld, Tom White, segretario dell'esercito, il generale Hugh Shelton, presidente degli stati maggiori riuniti, e i senatori Warren e Levin tenero una conferenza stampa circa alle 18:30 e io e un paio di altre persone che conoscevamo i membri dell’ufficio stampa di vista lavorammo con loro. Sono un uomo grosso, circa un metro e ottantotto per centodieci chili, quindi posso spaventare anche senza volerlo. Mi fu detto “Ok, vai a vedere, vai al corridoio 8.” e li guidammo fino alla sala per le conferenze stampa del dipartimento della difesa dove Rumsfeld e queste altre persone tennero la loro conferenza stampa che non era altro che una prova di vita del tipo “Siamo ancora vivi, siamo nel Pentagono, il Pentagono sta lavorando, sta ancora funzionando. Ci avete colpiti ma non ci avete uccisi e avrete presto nostre notizie.”

L'ultima cosa che feci fu assicurarmi che potessi prendere le chiavi della macchina e il portafogli che erano nel mio tavolo, che era dietro la scena del crimine. Dovetti intrufolarmi e presi per tutti delle cose nel mio ufficio che le persone avevano bisogno per andare a casa. Mi fu detto “Vai a casa e dormi un po', torna qui domani mattina subito.” perché facevo parte dello staff essenziale in caso di emergenza.


Undicisettembre: Mentre eri al Pentagono qualcuno aveva dubbi sul fatto che un aereo avesse colpito il Pentagono?

Ryan Yantis: No, vidi molte parti di aereo in molte aree, e una delle persone con cui parlai nel cortile stava guidando quando vide l'aereo colpire. Disse “Era un grosso aereo di linea, arrivò veloce ed era argento, rosso e blu.”


Undicisettembre: Cosa successe nei giorni successivi?

Ryan Yantis: Il 12 settembre mi alzai circa alle quattro del mattino dopo quattro ore di sonno, mi misi l’uniforme mimetica, l’uniforme BDU o Battle Dress Utility, e guidai fino al Pentagono. Le strade erano deserte, mi ci vollero venticinque minuti per arrivare lì. Arrivai al Pentagono prima che il sole sorgesse e dall'autostrada vidi il lato occidentale del Pentagono che bruciava ancora. La parte centrale intorno al corridoio 3 era senza corrente elettrica quindi era al buio. L'entrata del corridoio 2 era molto illuminata. Mentre uscivo dall'autostrada per parcheggiare, la polizia militare mi disse che il parcheggio sud era chiuso e che avrei dovuto parcheggiare da un'altra parte e fare un pezzo di strada a piedi. Quindi parcheggiai a circa quattrocento metri e camminai. Sotto l'autostrada c'è un passaggio pedonale che arriva al parcheggio sud. Da lì potei vedere il piano terra del Pentagono. Stava ancora bruciando e c'era un idrante che spruzzava acqua sugli incendi.

Camminai attraverso questo parcheggio abbandonato di circa duemila posti verso il Pentagono. C'erano sparpagliate qua e là circa venti o trenta automobili, e capii che queste macchine probabilmente appartenevano a qualcuno che era rimasto ferito o che era morto nell'attacco. Mentre attraversavo questo parcheggio uscivano dal buio davanti a me, dietro di me, in fianco a me uomini e donne. Erano tutti in uniforme da battaglia, o in uniforme di volo, o in jeans giubbotto sportivo e stivali da lavoro per i civili. Camminavamo tutti con calma e in silenzio attraverso il parcheggio sud vuoto verso l'edificio. Quando arrivammo all'ingresso del corridoio 2, la sicurezza era molto rigida. La polizia militare e la polizia del Pentagono avevano cani antidroga, e fermavano le persone per controllare i documenti d'identità e per fare annusare le borse ai cani. E prima che potessimo essere autorizzati a salire le scale per arrivare all'ingresso del corridoio 2 dovevamo tutti mostrare i documenti. Mentre salivamo c'erano altri controlli di sicurezza, in cima alle scale le persone formavano una fila per passare attraverso un magnetometro che controllava la presenza di armi e poi si facevano di nuovo controllare le borse. Tutto ciò per entrare in un palazzo che bruciava ancora, senza corrente elettrica in alcune parti, per andare al lavoro. E’ stato impressionante e umiliante, e sono incredibilmente orgoglioso di loro perché nessuno stava urlando ordini o li obbligava: questo era atteso e questo facevano.


Undicisettembre: Quanto ci volle prima che la situazione al Pentagono tornasse alla normalità?

Ryan Yantis: Ci fu un po' più di normalità ogni giorno. Il 13 settembre istituimmo delle hot-line perché le persone potessero chiamare e comunicare che erano vive. Chiamavano e dicevano “Questo è il mio numero di assistenza sociale, sono assegnato a questo reparto, e sto bene.” in seguito alle persone fu chiesto di mostrare i loro documenti d'identità per provare che erano chi dicevano di essere e non degli impostori perché c'è sempre questa possibilità, o che qualcuno si finga morto per prendere i soldi dell'assicurazione. Abbiamo anche dovuto istituire delle linee telefoniche per le famiglie e per chiunque fosse preoccupato per avere notizie di chi era ancora disperso.

Dove l'aereo colpì era tra l’ala 1, una nuova ala in cui era appena finita la ristrutturazione e dove c’erano idranti e dispositivi di sicurezza, e l’ala 2 che era una costruzione degli anni 40 e 50. Avevamo iniziato a ripopolare quella nuova ala e a portare le persone fuori dall’ala 2 in previsione di ristrutturare anche quella dopo la prima. Quindi quelle due ali dove l’aereo aveva colpito erano il posto migliore dove avrebbero potuto farlo, se avessero colpito verso il corridoio 8 o il corridoio 2 avrebbero colpito aree pienamente popolate.

La “normalità” richiese settimane e mesi per tornare. Sono stato lì ogni giorno, ma c'erano militari e civili che non sono tornati fino una settimana o dieci giorni dopo. Il loro primo giorno di ritorno nel palazzo poteva essere ad esempio il mio undicesimo giorno. Avevo già processato i fatti più di loro, i cappellani del Pentagono e i consulenti per la salute comportamentale arrivarono e fecero incontri con le persone e li aiutano a superare la rabbia il dolore e senso di colpa, perché “Perché loro perché non io?” era un pensiero molto comune. Per i sopravvissuti del Pentagono non c'è più stato un giorno che fosse “normale”, era del tipo “Quello era prima e questo è oggi.”


Undicisettembre: In cosa è diverso lavorare oggi al Pentagono rispetto a prima dell’11/9?

Ryan Yantis: Ho lasciato il Pentagono definitivamente nel 2003 e mi sono trasferito a Chicago. Mentre ero lì tecnicamente ero ancora assegnato al Pentagono con responsabilità a Chicago, ogni giorno parlavo con persone al Pentagono e là avevo anche molti amici e contatti. Le persone con cui lavoravo erano molto gentili verso di me. Pensavano che io avessi dimostrato interesse e preoccupazione per gli altri, e che l'11/9 e le settimane successive mi ero focalizzato più sugli altri che su di me, perché questo è ciò che io penso un leader debba fare.

Siamo un gruppo abbastanza unito. Siamo in contatto sui social network, cerchiamo di seguirci l'un l'altro. Siamo sopravvissuti.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l’11/9 sarebbe un autoattentato?

Ryan Yantis: Faccio discorsi in pubblico sulla mia esperienza dell’11/9, e lavoro con sopravvissuti del World Trade Center e con altri. So quello che ho visto e so quello che ho visto relativamente al Pentagono, e il poco materiale di sicurezza disponibile. L'esplosione è compatibile con un aereo che colpisce il palazzo e con un esplosione di carburante avio: una grande palla di fuoco rossa seguita da fumo nero e fitto.

Non è stato fumo nero seguito da una palla di fuoco, che è più simile a un esplosivo, come un missile cruise o una bomba. Inoltre l'impatto ha penetrato il palazzo e poi si è allargato, portando al crollo. Se fosse stato un ordigno esplosivo o una bomba, avrebbe distrutto e fatto crollare il palazzo immediatamente invece del tempo che ci è voluto.

Quando discuto con questi cospirazionisti voglio capire qual è il loro fondamento logico. Pensano che sia stato il governo americano? Pensano che sei stato il Mossad? Gli ebrei sono stati avvisati di stare a casa quel giorno perché era una cospirazione israeliana?

Queste persone e i teorici del complotto hanno una storia alternativa e non vogliono credere ai loro stessi occhi. Ignorano la realtà e la sostituiscono con qualche altra porcheria più facile da digerire che li fa sentire meglio o che li fa dormire la notte.

Questi cospirazionisti portano avanti un programma di falsità per supportare qualcosa in cui credono, che spesso non è vero e non è sostenibile.


Undicisettembre: L’11/9 come condiziona la tua vita quotidiana?

Ryan Yantis: Quando mi sono trasferito a Chicago ero abituato a stare con un gruppo di altri sopravvissuti dell’11/9 tutti i giorni al Pentagono. Quando fai immersione e il tuo corpo si abitua a stare venti metri sott'acqua, se sali troppo veloce da quella profondità si creano bolle di azoto nel sangue. Si causa quella condizione fisica denominata “malattia da decompressione”. Quando sono stato sono arrivato qua a Chicago le persone sapevano che io arrivavo dal Pentagono e qualcuno mi diceva “Eri nel Pentagono, come è stato?” Non avevo parole e mi emozionavo più di quanto avrei dovuto. Ma ero molto orgoglioso delle persone con cui avevo lavorato e di ciò che hanno fatto. In un certo senso ero orgoglioso di ciò che avevo fatto ma mi vergognavo anche perché era avvenuto durante il mio turno e mi sentivo responsabile .

Quando qualcuno mi chiedeva “Verresti a parlare nella mia scuola?” ci provavo, ma era molto difficile. Cercavo di evitare di essere il sopravvissuto del Pentagono ma poi ho capito che era come essere alto o basso: sei ciò che sei. Accettalo e migliora nel parlarne.

Sono stato coinvolto nel raccogliere fondi per il Pentagon Memorial Fund, che è molto importante per me, e ho dovuto anche incontrare dei sopravvissuti del World Trade Center e le vittime delle famiglie. E’ stato molto salutare e catartico per me. Molti sopravvissuti del World Trade Center qui a Chicago erano a New York per un viaggio di lavoro, ad esempio per una settimana, e finirono per essere nel posto sbagliato al momento sbagliato e sono quasi morti. Avevano bisogno di processare e parlare di ciò che avevano vissuto, e io potei parlare con loro, e questo mi aiutò.

Stamattina sono stato una riunione di lavoro. Ho detto “Sono un sopravvissuto del Pentagono. Se avete domande, fatele.” perché non voglio essere colto di sorpresa. Se provo a non pensarci e qualcuno mi fa una domanda e io non sono pronto non mi va di essere colto di sorpresa e di emozionarmi.


Undicisettembre: Cosa pensi della sicurezza negli USA oggi? La nazione è più sicura che nel 2001?

Ryan Yantis: La risposta rapida e che penso che siamo più sicuri, non c'è stato un attentato nello stile dell’11/9 in 17 anni. Ma allo stesso tempo abbiamo una sfida significativa con persone instabili che hanno accesso alle armi da fuoco. Queste persone non dovrebbero mai avere armi da fuoco ma le ottengono e le usano per uccidere donne e bambini innocenti. La grande sfida per noi è mantenere le libertà individuali e allo stesso tempo proteggere la popolazione.

Qualche passo che il nostro governo ha fatto per la sicurezza crea più fastidi di quanto sia realistico o efficace. Lo capisco e preferisco togliermi le scarpe e lasciare che mi passino il computer ai raggi-x invece di trovarmi con qualcuno che ha una bomba nella scarpa sull'aereo. E’ spaventoso.