2019/10/14

9 settembre 2001: l'attentato che uccise il leader dell'Alleanza del Nord Ahmad Shah Massoud

di Hammer

Il 9 settembre del 2001, solo due giorni prima degli attentati dell'11/9, il leader dell'Alleanza del Nord Ahmad Shah Massoud fu ucciso in un attentato terroristico nel villaggio afghano di Khvajeh Baha od Din, vicino al confine con il Tajikistan. I perpetratori dell'attentato furono i tunisini Dahmane Abd al-Sattar e Bouraoui el-Ouaer, i quali entrarono in Afghanistan tre settimane prima spacciandosi per giornalisti belgi di origine marocchina intenzionati a intervistare Massoud per il canale Arabic News International, che nella realtà non è mai esistito. I due terroristi riuscirono a entrare nello stato asiatico grazie a passaporti rubati e alterati che recavano i nomi fittizi di Karim Touzani e Kacem Bakkali. Durante il periodo che trascorsero in Afghanistan come falsi giornalisti intervistarono anche l'ex presidente Burhanuddin Rabbani e il miliziano dell'Alleanza del Nord Abd al-Rasul Sayyaf.


Gli attentatori ottennero il permesso per l'intervista a Massoud solo l'8 settembre per il giorno dopo e lo incontrarono in una casa di Khvajeh Baha od Din. L'intervista si svolse alla presenza del giornalista Mohammad Fahim Dashty, dell'ambasciatore afghano in India Massoud Khalili e del miliziano dell'Alleanza del Nord Mohammed Asim Suhail. Dasthy aveva incontrato gli attentatori anche nei giorni precedenti e in seguito riferì che i due si erano comportato in modo normale e gentile e non avevano destato nessun sospetto.

Mohammad Fahim Dashty raccontò nel documentario olandese Who Killed Massoud, che mostra anche gli interni del luogo dell'attentato, che poco dopo l'inizio dell'intervista il finto cameraman Bouraoui el-Ouaer fece esplodere degli ordigni che erano nascosti nella videocamera e nella cintura con cui portava la batteria di riserva.

L'esplosione uccise Mohammed Asim Suhail, mentre Mohammad Fahim Dashty e Massoud Khalili rimasero feriti, in particolare quest'ultimo rimase cieco da un occhio e sordo da un orecchio. Anche l'attentatore Bouraoui el-Ouaer, che teneva in mano gli ordigni al momento dell'esplosione, rimase ucciso nell'attentato; mentre il secondo attentatore fu catturato da alcune guardie di Massoud, richiamate sulla scena dal rumore dell'esplosione, e rinchiuso in una stanza accanto. Al-Sattar tentò quindi la fuga da una finestra ma poco dopo essersi allontanato fu ucciso dalle guardie con colpi di arma da fuoco.

L'esplosione non uccise sul colpo Massoud, ma lo ferì gravemente. Due delle guardie presero il leader ferito e lo caricarono su un'auto, guidata da Dashty, che lo portò a un eliporto, dove fu spostato su un elicottero che avrebbe dovuto portarlo a un ospedale di Farkor, in Tajikistan, ma Massoud morì durante il volo. L'Allenaza del Nord sulle prime non comunicò alla stampa la morte del proprio leader, infatti un articolo del New York Times del 10 settembre 2001 riporta che Ahmad Shah Massoud era stato ferito in un esplosione.

In un'intervista rilasciata al network tedesco multilingue Deutsche Welle Massoud Khalili disse di essere stato sicuro fin dal primo momento che il mandante dell'attentato fosse Osama bin Laden e le indagini successive confermarono la prima ipotesi del diplomatico.

Gli inquirenti riscontrarono infatti che la telecamera usata dai due finti giornalisti era stata rubata a un reporter francese a Grenoble a dicembre del 2000 e che i documenti che i terroristi usarono per entrare in Afghanistan furono rubati e modificati in Belgio da cellule jihadiste legate ad al-Qaeda. Inoltre un cablogramma della CIA reso pubblico in seguito a una richiesta FOIA (Freedom of Information Act) nel 2003 confermò che i due attentatori erano miliziani di al-Qaeda e nello stesso anno la CNN riportò che sulla rivista online Voice of Jihad al-Qaeda aveva rivendicato l'uccisione di Massoud. I legami tra i due terroristi e al-Qaeda sono riscontrabili anche a livello personale, in quanto Dahmane Abd al-Sattar era il marito dell'attivista marocchina Malika El Aroud che ammise in un'intervista alla CNN la propria devozione verso Osama bin Laden.

Ovviamente il fatto che al-Qaeda abbia voluto eliminare uno dei capi dell'Alleanza del Nord due giorni prima dell'11/9 non è casuale. Commissionando l'assassino di uno dei più strenui oppositori dei Talebani, Osama bin Laden si assicurò la protezione del regime per i mesi successivi nei quali la reazione militare americana si sarebbe abbattuta sull'Afghanistan. Inoltre privando l'Alleanza del Nord della guida di Massoud indebolì i possibili alleati delle forze statunitensi.

Secondo quanto riportato dal giornalista Steve Coll nel libro Ghost Wars del 2005, che vinse anche un premio Pulitzer, la CIA teneva Massoud in grande considerazione per le sue doti di leadership e per le sue capacità militari. Ahmad Shah Massoud è sepolto a Bazarak, sua città natale nella provincia afghana del Panjshir, e a Kabul gli è stata intitolata la strada in cui si trova l'ambasciata degli Stati Uniti.

2019/09/15

La Casa Bianca conferma: Hamza bin Laden è stato ucciso

di Hammer

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha confermato con un messaggio pubblicato sul sito internet della Casa Bianca che Hamza bin Laden, figlio di Osama bin Laden, è stato ucciso in un'operazione condotta dalle forze USA al confine tra Afghanistan e Pakistan. La notizia era apparsa su varie testate a fine luglio, ma fino ad ora il presidente Trump si era astenuto dal commentare. La nota aggiunge che non solo al-Qaeda perde un importante leader e un simbolo, ma che il decesso del terrorista mina anche le capacità di azione della stessa organizzazione per via del legami stretti da Hamza bin Laden con altri gruppi terroristici.


Una conferma importante era già arrivata ad agosto, quando il segretario della difesa degli Stati Uniti Mark Esper aveva confermato in un'intervista a Fox News, senza aggiungere altri dettagli, che Hamza bin Laden era stato ucciso da forze americane.

Non è ancora noto come l'attacco sia stato condotto né quando sia avvenuto. La famiglia bin Laden ha comunicato alla BBC che Hamza era rimato ucciso in un bombardamento e secondo il New York Times questo sarebbe avvenuto durante l'amministrazione Trump, ma non ci sono ancora conferme ufficiali né informazioni più precise.

2019/09/10

World Trade Center: an interview with U.S. Marshal Dominic Guadagnoli

by Hammer. An Italian translation is available here.

On the eighteenth anniversary of the attacks of September 11, 2001, Undicisettembre offers its readers the account of U.S. Marshal Dominic Guadagnoli, who rushed to the World Trade Center after the two plane crashes and experienced the collapses of the two towers at close range.

We wish to thank Dominic Guadagnoli for his kindness and willingness to share his experience.


Undicisettembre: Can you give us a full account of what you saw and experience on 9/11?

Dominic Guadagnoli: At that time I worked for the Warrant Squad of the SDNY Marshals Office located on the third floor of the new US Courthouse, 500 Pearl Street, about five blocks away from the Twin Towers. My colleague John Svinos and I were planning an operation to arrest someone later that night that was wanted by the ATF. We were sitting at our desks and when the first tower was attacked, the explosion actually shook our building and we thought either our building or one of the other prominent city or federal buildings close by had been the target of a bomb. Within about a city two block radius you have two US Courthouses, the US attorney’s office, NYPD headquarters, federal prison (the Metropolitan Correctional Center), the New York State supreme court, the mayor’s office, 26 Federal Plaza – which was the office of many federal agencies including the FBI - NYC municipal building, NYC courthouse.

Within less than a minute you could see all the paper and debris floating to the ground between our buildings. However, as close as we were, from the angle of the courthouse we could not see the Trade Center or the towers. John and I immediately ran outside to see what happened. While we were out there people were telling us that a plane had just struck the Twin Towers. We couldn’t believe it so we ran over to see what was happening and that’s when the second plane was flown into the second tower. At that point, we realized that the city was under attack, most likely by terrorists. We ran back to our office to see what the plan of action was. At that time there was none. So we decided on our own to go start helping people out of the buildings. On our way out we ran into another US Marshal, Bill Schuchact, who wanted to go with us and we took him along.

We started at the doors of WTC 7 and down the tunnel to the lobby. I went down the escalators and came back up. There’s a tunnel, a mall down there which is a long walkway, it is huge. We were helping people out and telling them to go north or east. As you saw people it was like all the people had asthma, and they had a hard time and needed oxygen. I remember a young pregnant lady, someone was trying to help her walk. And so I helped get her across to the triage area and in your mind, once you got them there you are like “they are okay” and I turned around go back to help more people.

The first wave of people had jackets, purses, and were trying to use their cellphones; they were upset and concerned. The next wave were a little more haggard. They were more confused. But still not panicking. Some people couldn’t handle it, they were visibly shaken. The third wave had torn clothes, cuts and scratches, definitely more wet from the sprinklers, more tired. At first I thought it was sweat. That’s what it looked like and for some people it might have been, it was a hot day in the building, no AC. I realized what it was when I saw the last wave of people because of how wet they were. They just had to be wet from the sprinklers. They weren’t “jump in the pool soaked”, but they were pretty wet. Anyway, the final wave of people looked like they were in a battle; they were bleeding profusely, bad cuts, gashes, head wounds and some needed to be carried on some kind of makeshift stretcher.

I later learned that in the meantime, an employee of the Aon Corporation named Donna Spera and her coworkers from the 101st floor waited for an express elevator on the 78th floor, along with several hundred other people, so that they could get out of their building as quickly as possible. It was then that the second plane crashed directly into the 78th floor sky lobby. With the exception of Donna and only eleven other people, everyone in that sky lobby was killed. Every single coworker that Donna was standing with had died instantly. As fire and smoke consumed the floor where she stood, she crawled past dead coworkers and over shards of glass in search of the only remaining exit on that floor. Despite the fact that she was burned and bleeding, Donna climbed down 78 flights of stairs with the help of a coworker. When she reached the base of the building, she collapsed into my arms and I carried her to a triage that was set up across the street from the burning buildings. She wasn’t wet at all. Maybe the sprinklers didn’t work up there.

Though I tried to shield her from people snapping photos, an Associated Press photographer managed to capture a shot that would tie us together in history [picture below]. After putting Donna in the back of an ambulance, I returned to help people out of the Trade Center. Shortly after that, the first tower began to collapse and I just started running. Everyone scattered in different directions. I saw there was an overhang between buildings 5 and 7 so I was going to hide under there, and with the corner of my eye I saw John running a different way.


I fell on my hands and knees for a second and that’s when I cut my hands because I saw the blood, but I did like a “tuck and roll” onto my right side and I got up and continued running again. This is when I saw a subway stairwell across from the post office. There were two cars parked in front and I saw I had just enough room to get between those two cars. And that’s when the black cloud caught up to me and things just went dark. Just as I got to the top of the subway stairs, there was a female NYPD officer who was wearing a helmet. And we literally went shoulder to shoulder we dove down the stairs and it went totally black.

As that cloudless sunny day turned shockingly black as night, I feared that I was going to be crushed and buried alive. For a moment I thought it was the end of the world, I almost expected to see Jesus come out of the clouds.

When I came out of the subway, I was disoriented and I saw the LED display on the post office and it said “Yankees/Twins PPD”, meaning “postponed”. And that’s how I realized where I was.

So I was helping people and this young black guy came up to me and he had a mask on his face and he said “We need to get you some help.” And I said “What are you talking about?” I saw a guy with silver badge around his neck, Port Authority or NYPD, he had a flannel shirt on and his wrist and his bone was sticking out and another guy in uniform was helping him. So the black guy said “We need to get you some help.” and I didn’t realize that I had blood on my arms and on my hand, but I think the blood on my arm was from Donna. He took me into Saint Peter’s church and they had everyone in the back, like behind the altar in the room back there rinsing off. I took my jacket and shirt off and I took my gun off. And he was like “Whoa.” And I said “Just so you know, I’m a cop.” Someone came in and said “It’s not safe in here, we gotta get out of here. Everyone’s got to leave.” So they gave me a rag. I got my stuff back on and as I started walking out the same cop with the bone exposed was coming in.

So I started heading back toward the building and I walked up to a patrol officer and a sergeant and they said “You gotta go back.” I said “I’m looking for my partner.” And just then we heard that rumble again, that same noise.

So we all started running and I headed toward that church again and just as I hooked to the right, a police car was coming with the lights on and I started shouting “No, No, don’t go that way. Don’t go that way.” And he went past me. And when I looked back I saw that big cloud of dust coming down the street again. But this time, it blew right behind me.

I started running back to the office, and I was trying to think about how to get back. All I could think about was John and I thought I would take care of his family. I’d had them live with me, not sure how, but we’d take care of them. At that point I gave up and figured he was dead. I saw Bill after the first tower fell, so I knew he was okay.

So I started walking toward a Greek restaurant called Mt. Everest that John and I used to go to. They had no power and the door was half open and there was a uniform cop on a pay phone. I asked the people working there if they had seen John. They didn’t know who I was either and they said “Sorry we don’t know who you are talking about, we are closed, sorry.” I said “It’s me, Dominic, you know me and my partner John.” We went to lunch there all the time. For some reason I thought John might meet me at some place that we were comfortable, to rest, maybe get a drink. I don’t know. Then they recognized me and helped clean me up.

I finally got to the office and found out that John was there. When we finally saw each other we hugged and we cried. Bill showed up too and we hugged as well. We were then brought to a hospital outside of Manhattan because of the injuries we each sustained.

On the morning of Sept. 12, 2001, I learned of the photo of Donna and me. Because it was taken by an Associated Press photographer, it made its way into newspapers and magazines around the world. It was even published by Corriere della Sera on that day. About a month later, our families met at her home in New Jersey. We have since become very good friends and we both say our friendship is the one positive thing to have come out of that horrific day. I’m not sure why that picture got so much attention, maybe it’s because it shows man helping man.


Undicisettembre: What happened to you on the next days and months?

Dominic Guadagnoli: I can remember the days, weeks even months after 9/11 the brotherhood, solidarity and unity that was felt and shown to each other.

Many of us went out and bought flags. According to the St. Petersburg Times, on September 12, 2001, Walmart sold 116,000 flags as compared to only 6400 on that same day a year earlier. There were flags flown from every home and car. I remember seeing banners and bumper stickers professing love for our country everywhere. There were people in the streets of NYC holding signs that read “Thank you for what you did”, “Thank you heroes”. This went on for months and months. People were lined up to give blood, they volunteered and supplies arrived at ground zero almost instantaneously from across the country. Donations to charities skyrocketed. Reportedly, Americans donated close to two billion dollars.

It appeared as though barriers between people seemed to disappear. It didn’t matter if you were black or white, Spanish, Asian, or European in origin. You could have believed in Jesus, God, Buddha, Allah, or no one for that matter. The common dividers fell away in place of a common uniter. To me, it was obvious that together we shared in the hurt and we were never more proud to be Americans.

I saw signs of love, kindness, spirituality, and patriotism. One could see man helping man, and people were truly grateful for one another. People leaned on each other, hoping that they could somehow get through that moment, although at the time it seemed nearly impossible.


Undicisettembre: How does 9/11 affect the everyday work of the US Marshals even today?

Dominic Guadagnoli: I can’t say it affects it in a way like it does at the airports. Things like court security for the buildings were already pretty intense because of what happened in 1993 and because at that time there were eminent threats against several judges who presided over the hearings for 1993. The sheik Omar Abdel Rahman and his group had plotted to blow up the tunnels, the FBI headquarters, the US attorney’s office and the police headquarters. So because of that the Marshals already had the security enhanced.

Since then obviously with modern technology it had been enhanced more. I don’t think there’s any daily constant changes, but when it comes to protective services obviously they are more stringent regarding judges and any kind of intel that may in come in through any kind of agency like the Joint Terrorism Task Force or the FBI.

In our daily work I would say it’s something that affects us per se.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

Dominic Guadagnoli: I think I saw a thousand times the clocks showing 9:11. Yesterday morning I had a power outage and the time that was blinking was 9:11. It seems like every time I stop to look at the clock it says 9:11.

I still have issues sometimes with loud noises, I can be jumpy sometimes. One thing I notice is with the years that have gone on, each year when it gets close to the anniversary I seem to be a little bit more edgy, a little bit more short tempered. When the anniversary is close, a month before I start to feel more anxious, things annoy me more. People come up with this conspiracy theories and I would normally blow off them as “no big deal” but close to the anniversary it becomes more of an issue for me.

The day of the anniversary is a kind of a numb day, I’m numb, it’s an odd situation and the next days it goes away again. It never goes out of your mind, it’s on your mind 24/7; you are watching a TV program and you see the Twin Towers or jets flying and it reminds you of 9/11. There hasn’t been a day that has gone by that something doesn’t make you think about it. Some days it’s there prominently, some days it’s there a little bit, but it’s always there.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories that claim that 9/11 was an inside job?

Dominic Guadagnoli: I think it’s garbage. I don’t know how people can put that together in their minds and think that. Even if I weren’t there I can’t understand how people can come up with that; I think it’s a political thing or for personal attention.

I remember on the tenth anniversary I was here in Florida, I was driving down the road and I saw someone nailed to a tree a sign with www.911truth.org. I stopped my car, I ripped it off and threw it in the woods. That’s what I think about it.


Undicisettembre: What do you think of security today? Is the nation safer than in 2001?

Dominic Guadagnoli: I think there are mechanisms that are in place that make us feel safer, so in some ways yes, we learned hopefully. But being in law enforcement I walk around and as people say “You are as strong as your weakest link”; sometimes we go through security check points, such as at a concert or to a stadium, and they don’t check me, or the check this person but not that person.

I recently went to a well known amusement park in Florida, where there are shops and different things, I parked my car in the garage and I walked right in and the security guy just watched people come in. No one checked me. But if you go to Magic Kingdom they do a thumbprint, you get checked and you walk through magnetometers. Even my son, he’s a 15 year old kid and they looked in his bag and said “Ok, go ahead.” I know they profile and maybe he’s not the correct profile, they weighed the bag and made sure he didn’t have guns, but nowadays they should check everybody: I don’t care if it’s a fourteen year old or a hundred year old person. If you are willing to have security you must have security. Security is either 100% or it is not; if it is not 100%, why bother and why are you bothering people at all?

If we have to be 100% secure then be 100% secure, we can’t be picky and choosy. I think you have seen what happens in America with schools now; they are soft target, and even churches and supermarkets are soft targets. You saw what happened in New Zealand and El Paso and many other places. I don’t know what’s the right answer.

World Trade Center: intervista allo U.S. Marshal Dominic Guadagnoli

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

In occasione del diciottesimo anniversario degli attentati dell'11 settembre 2001, Undicisettembre offre ai suoi lettori la testimonianza dello U.S. Marshal Dominic Guadagnoli, che intervenne al World Trade Center dopo lo schianto dei due aerei e che sopravvisse ai crolli di entrambe le torri.

Ringraziamo Dominic Guadagnoli per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto l'11/9?

Dominic Guadagnoli: A quel tempo lavoravo per la Warrant Squad [quadra che si occupa di ricercare criminali colpevoli di crimini violenti N.d.T] dell’ufficio del Marshal per il distretto meridionale di New York, che si trova al terzo piano delle nuova corte federale, al numero 500 di Pearl Street, a circa cinque isolati dalle Twin Towers. Il mio collega John Svinos e io stavamo pianificando un'operazione per degli arresti più tardi quel giorno che era voluta dall'ATF. Eravamo seduti ai nostri tavoli e quando la prima torre fu attaccata, l'esplosione fece davvero tremare il nostro edificio e pensammo che il nostro o uno degli altri importanti edifici della città o quelli federali nelle vicinanze fossero stati colpiti da una bomba. Nel raggio di due isolati si trovano le corti federali, l'ufficio del procuratore degli Stati Uniti, il quartier generale dell’NYPD, la prigione federale (il Metropolitan Correctional Center), la corte suprema dello stato di New York, l'ufficio del sindaco, il 26 Federal Plaza, che era l'ufficio di molte agenzie federali tra cui l'FBI, il municipio di New York, il tribunale di New York.

In meno di un minuto vedemmo carta e detriti che fluttuano fino a terra tra i nostri edifici. Tuttavia, nonostante fossimo così vicini, dall'angolo del tribunale non potevamo vedere il Trade Center o le torri. John e io corremmo fuori per vedere cosa fosse successo. Mentre eravamo là fuori la gente ci diceva che un aereo aveva appena colpito le Torri Gemelle. Non potevamo crederci, così ci precipitammo a vedere cosa stesse succedendo e fu allora che il secondo aereo si schiantò contro la seconda torre. A quel punto, capimmo che la città era sotto attacco, molto probabilmente da parte di terroristi. Tornammo di corsa nel nostro ufficio per vedere quale fosse il piano d'azione. In quel momento non ce n'era uno. Quindi decidemmo da soli di iniziare ad aiutare le persone a uscire dagli edifici. Mentre uscivamo, incontrammo un altro US Marshal, Bill Schuchact, che voleva venire con noi e ci venne.

Iniziammo all'ingresso del WTC7 e al tunnel che conduce alla alla lobby. Scesi le scale mobili e tornai su. C'era un tunnel, un centro commerciale sotto la piazza che era enorme e che si attraversava a piedi. Aiutavamo le persone a uscire e indicavamo loro di andare verso nord o est. Vedendo le persone sembrava che avessero attacchi di asma, perché avevano difficoltà ed ebbero bisogno di ossigeno. Ricordo una giovane donna incinta, qualcuno la stava aiutando a camminare. La aiutai ad attraversare la strada e ad arrivare nell'area del primo soccorso e nella tua mente, una volta che li hai mandati via, pensi "sono al sicuro" e ti rigiri indietro.

La prima ondata di persone aveva giacche, borse, e stavano cercando di fare telefonate con i cellulari; erano agitati e preoccupati. Nella successiva ondata erano un po' più spaventati. Erano più confusi. Ma non ancora nel panico. Alcune persone non riuscivano a reggerlo, erano visibilmente scossi. La terza ondata aveva vestiti lacerati, tagli e graffi, erano molto più bagnati dai sistemi antincendio, più stanchi. All'inizio ho pensato che fosse sudore. Mi sembrava che fosse così e per alcune persone lo avrebbe potuto essere, era un giorno caldo nell'edificio, senza aria condizionata. Mi resi conto di cosa fosse quando vidi l'ultima ondata di persone e quanto fossero bagnati. Dovevano essere bagnati dal sistema antincendio. Non erano "bagnati come se si fossero tuffati in piscina", ma erano molto bagnati. Ad ogni modo, l'ultima ondata di persone sembravano usciti da una battaglia. Stavano sanguinando copiosamente, brutti tagli, lacerazioni, ferite alla testa e alcuni dovettero essere trasportati su barelle improvvisate.

In seguito appresi che nel frattempo un’impiegata della Aon Corporation di nome Donna Spera e i suoi colleghi del centounesimo piano aspettavano un ascensore espresso al 78° piano, insieme a diverse centinaia di persone, in modo che potessero uscire dall'edificio il più rapidamente possibile. Fu allora che il secondo aereo si schiantò direttamente nella sky lobby del 78° piano. Tranne Donna e altre undici persone, tutti quelli che si trovavano in quella lobby rimasero uccisi. Ogni singolo collaboratore con cui si trovava Donna era morto all'istante. Mentre il fuoco e il fumo consumavano il pavimento su cui si trovava, strisciava davanti a colleghi morti e su schegge di vetro alla ricerca dell'unica uscita rimasta su quel piano. Nonostante il fatto che fosse ustionata e sanguinante, Donna scese 78 rampe di scale con l'aiuto di un collega. Quando raggiunse il piano terra, crollò tra le mie braccia e la portai in una zona per lo smistamento dei feriti che si trovava dall'altra parte della strada rispetto agli edifici in fiamme. Non era per nulla bagnata. Forse il sistema antincendio non funziona a quell'altezza.

Anche se cercai di proteggerla da chi stava scattando delle foto, un fotografo dell’Associated Press riuscì a catturare uno scatto che ci legò insieme nella storia [foto sotto, N.d.T]. Dopo aver messo Donna su un'ambulanza, tornai ad aiutare le persone a uscire dal Trade Center. Poco dopo, la prima torre iniziò a crollare e io iniziai a correre. Corremmo tutti in direzioni diverse. Vidi una pensilina tra gli edifici 5 e 7, stavo per nascondermi lì sotto, e con la coda dell'occhio vidi John correre in una direzione diversa.


Caddi sulle mani e sulle ginocchia per un secondo e mi tagliai le mani e vidi del sangue, feci una capriola verso destra, mi rialzai e ricominciai a correre. Fu allora che vidi le scale della metropolitana dall'altra parte della strada rispetto all'ufficio postale. C'erano due macchine parcheggiate davanti e vidi che avevo abbastanza spazio per infilarmici in mezzo. E quello fu il momento in cui la nuvola nera mi raggiunse e tutto divenne buio. Appena arrivai alle scale della metropolitana, c'era un ufficiale donna della polizia di New York che indossava un casco. Andammo spalla a spalla e ci lanciammo giù dalle scale e tutto divenne completamente nero.

Mentre quella giornata di sole senza nuvole diventava incredibilmente nera come la notte, temevo di rimanere schiacciato e sepolto vivo. Per un attimo pensai che fosse la fine del mondo, quasi mi aspettavo di vedere Gesù uscire dalle nuvole.

Quando uscii dalla metropolitana, ero disorientato e ho visto il display a LED sull'ufficio postale che diceva "Yankees / Twins PPD", che significa che la partita era stata rinviata. E fu così che capii dov'ero.

Quindi stavo aiutando le persone e un giovane uomo di colore si avvicinò a me con una maschera sul viso e mi disse "Hai bisogno di aiuto." E gli dissi "Ma che dici?" Vidi un ragazzo con un distintivo d'argento al collo, Port Authority o NYPD, con una camicia di flanella e gli usciva l’osso del polso e un altro in uniforme lo stava aiutando. Quindi l’uomo di colore mi disse "Hai bisogno di aiuto." E non mi resi conto che avevo sangue sulle braccia e sulla mano, ma penso che il sangue sul mio braccio fosse di Donna. Mi portò nella chiesa di Saint Peter e avevano portato tutti nella parte posteriore, dietro l'altare e in una stanza per sciacquarsi. Mi tolsi la giacca e la camicia e mi tolsi la pistola. Lui disse "Whoa." E io dissi "Solo perché tu lo sappia, sono delle forze dell’ordine." Qualcuno entrò e disse “Non è sicuro qui, dobbiamo uscire. Tutti devono uscire.” Quindi mi diedero una benda. Recuperai la mia roba e quando stavo uscendo lo stesso poliziotto con l'osso esposto stava arrivando.

Così iniziai a dirigermi verso l'edificio e mi avvicinai a un ufficiale di pattuglia e a un sergente che mi dissero "Devi tornare indietro". Dissi "Sto cercando il mio compagno". E proprio in quel momento sentimmo di nuovo il rombo, quello stesso rumore.

Così iniziammo a correre e io mi diressi di nuovo verso quella chiesa e, mentre giravo a destra, una macchina della polizia stava arrivando con le luci accese e io iniziai a gridare "No, no, non andare in quella direzione. Non andare in quella direzione." E mi superò. E quando guardai indietro, vidi di nuovo quella grande nuvola di polvere che veniva giù per la strada. Ma questa volta, mi passò proprio dietro.

Ricominciai a correre verso l’ufficio, stavo cercando di pensare a come tornare. Tutto ciò a cui riuscivo a pensare era John e pensavo che mi sarei preso cura della sua famiglia. Li avrei fatti vivere con me, non so come, ma ci saremmo presi cura di loro. A quel punto mi ero arreso e pensavo che fosse morto. Avevo visto Bill dopo il crollo della prima torre, quindi sapevo che stava bene.

Così iniziai a camminare verso un ristorante greco chiamato Mt. Everest a cui io e John andavamo regolarmente. Non avevano corrente elettrica, la porta era semiaperta e c'era un poliziotto che stava usando un telefono a pagamento. Chiesi alle persone che ci lavoravano se avessero visto John. Non mi riconobbero e dissero "Scusa non sappiamo di chi stai parlando, siamo chiusi, mi dispiace". Dissi "Sono io, Dominic, tu conosci sia me sia il mio compagno John." Andavamo spesso lì a pranzo. Per qualche motivo pensavo che John potesse aspettarmi in un posto che conoscevamo, per riposare, bere qualcosa. Non so. A quel punto mi riconobbero e mi aiutarono a pulirmi.

Finalmente salii in ufficio e scoprii che John era lì. Quando finalmente ci vedemmo ci abbracciammo e abbiamo pianto. Bill arrivò e ci abbracciammo anche con lui. Ci portarono in un ospedale fuori Manhattan a causa delle ferite che riportammo.

La mattina del 12 settembre 2001, seppi della foto con me e Donna. Dato che era stata scattata da un fotografo dell'Associated Press, è stata diffusa sui giornali e sulle riviste di tutto il mondo. È stata anche pubblicata dal Corriere della Sera quel giorno. Circa un mese dopo, le nostre famiglie si sono incontrate a casa sua nel New Jersey. Da allora siamo diventati ottimi amici e entrambi diciamo che la nostra amicizia è l'unica cosa positiva che è venuta fuori da quella giornata orribile. Non so bene perché quella foto abbia ricevuto così tanta attenzione, forse perché mostra che l’umanità che si aiuta.


Undicisettembre: Cosa ti è successo nei giorni e nei mesi successivi?

Dominic Guadagnoli: Ricordo i giorni, le settimane, anche mesi dopo l'11 settembre, la fratellanza, la solidarietà e l'unità che si sentivano e si vedevano.

Molti di noi uscirono e comprarono bandiere. Secondo il St. Petersburg Times, il 12 settembre 2001, Walmart ha venduto 116.000 bandiere rispetto alle 6400 dello stesso giorno dell'anno precedente. C'erano bandiere che sventolavano da ogni casa e macchina. Ricordo di aver visto ovunque striscioni e adesivi che testimoniavano l'amore per il nostro paese ovunque. C'erano persone per le strade di New York con cartelli che dicevano "Grazie per quello che hai fatto", "Grazie eroi". Andò avanti per mesi e mesi. Le persone erano in fila per donare il sangue, si offrivano volontariamente e arrivarono provviste a Ground Zero quasi istantaneamente da tutto il paese. Le donazioni alle associazioni di beneficenza salirono alle stelle. Secondo quanto riferito, gli americani donarono quasi due miliardi di dollari.

Sembrava che le barriere tra le persone scomparissero. Non importava se eri nero o bianco, ispanico, asiatico o europeo. Potevi credere in Gesù, Dio, Buddha, Allah o nessuno per quel che importava. Le divisioni caddero per far posto all’unione. Per me era ovvio che insieme avevamo condiviso il dolore e non siamo mai stati più orgogliosi di essere americani.

Ho visto segni di amore, gentilezza, spiritualità e patriottismo. Si vedeva l’umanità aiutare l’umanità, e le persone erano veramente grate l'una all'altra. La gente si appoggiava l'un l'altra, sperando di riuscire in qualche modo a superare quel momento, anche se all'epoca sembrava quasi impossibile.


Undicisettembre: In che modo l'11/9 influenza ancora oggi il lavoro quotidiano degli US Marshals?

Dominic Guadagnoli: Non posso dire che lo influenza come accade ad esempio per gli aeroporti. Cose come la sicurezza negli uffici dei tribunali erano già piuttosto intense a causa di ciò che accadde nel 1993 e perché al tempo c'erano state importanti minacce contro diversi giudici che presiedevano le deposizioni per l’attentato del 1993. Lo sceicco Omar Abdel Rahman e il suo gruppo avevano pianificato di saltare in aria i tunnel, il quartier generale dell'FBI, l'ufficio del procuratore degli Stati Uniti e il quartier generale della polizia. Quindi a causa di ciò i Marshals avevano già avuto un aumento della sicurezza.

Da allora ovviamente con la tecnologia moderna era ulteriormente migliorata. Non penso ci siano stati cambiamenti con effetti quotidiani, ma i servizi di protezione per i giudici o i servizi di intelligence come la Joint Terrorism Task Force o l’FBI ovviamente sono più rigidi.

Nel nostro lavoro quotidiano direi che è non qualcosa che ha effetti di per sé.


Undicisettembre: In che modo l'11/9 influisce sulla tua vita quotidiana?

Dominic Guadagnoli: Penso di aver visto mille volte gli orologi che mostrano le ore 9:11. Ieri mattina è andata via la corrente e l’orario che lampeggiava era 9:11. Sembra che ogni volta che mi fermo a guardare l'orologio siano le 9:11.

Ho ancora problemi a volte con forti rumori, a volte posso essere nervoso. Una cosa che noto con gli anni che sono passati è che ogni anno quando si avvicina l'anniversario mi sembra di essere un po' più irritabile, un po' più irascibile. Quando si avvicina l'anniversario, un mese prima inizio a sentirmi più ansioso, mi irrito più facilmente. La gente se ne esce con queste teorie del complotto e normalmente le escluderei come "un piccolo problema", ma vicino all'anniversario mi danno più fastidio.

Il giorno dell'anniversario è una giornata in cui mi sento intontito, è una situazione strana e nei giorni successivi torna tutto normale. Non esce mai dalla tua mente, è nella tua mente 24 ore su 24; stai guardando un programma TV e vedi le Twin Towers o dei jet che volano e ti viene in mente l'11/9. Non è passato un giorno in cui qualcosa non ti ci faccia pensare. Alcuni giorni è lì in primo piano, alcuni giorni c'è solo un po’, ma è sempre lì.


Undicisettembre: Cosa ne pensi delle teorie del complotto secondo cui l'11/9 è stato un inside job?

Dominic Guadagnoli: Penso che sia spazzatura. Non so come la gente possa creare queste idee nelle loro menti. Anche se non fossi stato lì, non capirei come la gente possa inventare queste cose; penso che sia una cosa politica o per ottenere attenzione.

Ricordo che nel decimo anniversario ero qui in Florida, stavo guidando lungo una strada e vidi che qualcuno aveva attaccato a un albero un cartello con l’indirizzo del sito www.911truth.org. Fermai la macchina, lo strappai e lo gettai nel bosco. Questo è ciò che penso.


Undicisettembre: Cosa pensi della sicurezza oggi? La nazione è più sicura rispetto al 2001?

Dominic Guadagnoli: Penso che ci siano meccanismi che ci fanno sentire più sicuri, quindi in qualche modo sì, spero che abbiamo imparato. Ma essendo nelle forze dell'ordine, vedo varie cose e come si suol dire "Una catena è tanto forte quanto il suo anello più debole"; a volte passiamo attraverso i controlli di sicurezza, come ad un concerto o allo stadio, e non mi controllano, o controllano una persona ma non l’altra.

Di recente sono andato a un famoso parco di divertimenti della Florida, dove ci sono negozi e altre cose, ho lasciato la macchina nel parcheggio e sono entrato direttamente e l’addetto alla sicurezza ha solo guardato la gente che entrava. Nessuno mi ha controllato. Ma se vai a Magic Kingdom [parco tematico all’interno di Disney World], ti prendono l'impronta digitale, vieni controllato e passi attraverso i magnetometri. È successo anche a mio figlio, è un ragazzino di 15 anni e gli hanno guardato la borsa e hanno detto "Ok, vai." So che fanno profiling e forse lui non ricade nel profilo corretto, hanno soppesato la borsa e si sono assicurati che non avesse armi da fuoco, ma al giorno d’oggi dovrebbero controllare tutti: indipendentemente dal fatto che abbiano quattordici o cento anni. Se vuoi avere sicurezza, devi avere sicurezza. La sicurezza è al 100% oppure non è sicurezza; se non è al 100%, perché preoccuparsi e perché infastidire le persone?

Se dobbiamo essere sicuri al 100%, dobbiamo essere sicuri al 100%, non possiamo essere schizzinosi. Penso che tu sappia cosa succede in America nelle scuole ora; sono obiettivi vulnerabili, persino le chiese e i supermercati sono obiettivi vulnerabili. Hai visto cosa è successo in Nuova Zelanda e a El Paso e in molti altri luoghi. Non so quale sia la risposta per questo, ma se vuoi avere sicurezza devi andare fino in fondo. Solo metà non ha senso.

2019/07/31

Morto Hamza bin Laden, figlio di Osama e leader di al-Qaeda

di Hammer. L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il 31 luglio del 2019 la NBC News ha riportato la notizia che secondo alcune fonti di intelligence americane Hamza bin Laden, figlio di Osama e leader di alto livello di al-Qaeda, sarebbe morto.


Secondo quanto aggiunto dal New York Times, gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo nell'uccisione del terrorista saudita, anche se non è ancora noto quale. Hamza bin Laden sarebbe deceduto negli ultimi due anni, quindi durante l'amministrazione Trump, ma la notizia è stata data con ritardo perché è servito molto tempo a verificare il decesso.

Hamza bin Laden era nato nel 1989 ed era apolide da marzo del 2019, in quanto l'Arabia Saudita gli ha tolto la cittadinanza, come fatto in passato con il padre, dopo che il Dipartimento di Stato degli USA ha posto una taglia da un milione di dollari sulla sua testa. Tuttavia secondo il New York Times a quella data il terrorista era già morto. L'ultima apparizione mediatica di Hamza bin Laden risale a gennaio del 2018, quando minacciò l'Arabia Saudita invitando gli abitanti della penisola alla rivolta.

Lo scorso anno emerse da un'intervista del Guardian alla madre di Osama bin Laden che Hamza aveva sposato una figlia di Mohamed Atta, ma il fratello Omar bin Laden smentì tale circostanza aggiungendo che una delle mogli di Hamza era invece la figlia di Abu Mohammed al-Masri (noto anche come Abdullah Ahmed Abdullah), terrorista ricercato per il suo ruolo di organizzatore degli attentati del 1998 contro due ambasciate americane in Africa. Come riportato dalla biografia di Hamza bin Laden dell'ex agente speciale dell''FBI Ali Soufan, i due hanno avuto due figli che hanno chiamato Osama and Khairia come i genitori di Hamza.

Le informazioni sulla morte di Hamza bin Laden sono comunque al momento vaghe e lacunose, e l'uomo è ancora indicato come ricercato sua sul sito dell'FBI sia su quello di Rewards For Justice (uno dei programmi antiterrorismo del Dipartimento di Stato). Inoltre sia Ali Soufan sia l'analista della CNN Paul Cruickshank hanno asserito che se Hamza è morto mesi fa è strano che al-Qaeda non lo abbia ancora comunicato con un elogio che lo facesse ricordare come un martire, come l'organizzazione terroristica è solita fare.



Aggiornamento (01/08/2019): La giornalista Cathy Scott-Clark della BBC ha riportato di aver ricevuto conferma dalla famiglia bin Laden, e in particolare da una delle mogli di Hamza, che l'uomo è effettivamente morto a seguito di un bombardamento aereo nella regione di Paktika, in Afghanistan. Il terrorista sarebbe stato ferito nel dicembre del 2018 ed è morto in seguito alle ferite riportate.

2019/07/29

Qual era l'obiettivo di United 93?

di Hammer

Il volo United 93 fu l'unico dei quattro dirottati dai terroristi di al-Qaeda l'11 settembre 2001 a non raggiungere il proprio obiettivo, in quanto il terrorista Ziad Jarrah decise di farlo schiantare al suolo quando si rese conto che non sarebbe riuscito a concludere la propria missione suicida a casa di una rivolta dei passeggeri che misero fuori combattimento, o forse uccisero, uno dei muscle hijacker e che erano intenzionati a riprendere il controllo del velivolo.

Il Boeing 757 utilizzato per il volo United 93, fotografato tre giorni prima dell'attentato.

Non sapremo mai quindi con certezza quale fosse l'obiettivo verso cui Jarrah stava dirigendo l'aereo; comunemente si ritiene che potesse essere la Casa Bianca, considerando che al-Qaeda voleva colpire i simboli del potere economico, militare e politico degli Stati Uniti. In realtà la risposta non è così ovvia, perché ci sono forti indicazioni che il quarto obiettivo potesse essere invece il Campidoglio, la sede del congresso americano.

Secondo quanto riportato dal 9/11 Commission Report, la selezione degli obiettivi dell'attacco fu svolta dai soli Osama bin Laden, Khalid Sheikh Mohammed e Muhammad Atef, capo militare di al-Qaeda. La lista iniziale prevedeva il World Trade Center, il Pentagono, il Campidoglio e la Casa Bianca: bin Laden voleva colpire il Pentagono e la Casa Bianca, Khalid Sheikh Mohammed propose il World Trade Center e tutti e tre concordarono sul Campidoglio. Il fatto che avessero scelto le Torri Gemelle più altri tre obiettivi è probabilmente dovuto al fatto che nei piani originali avrebbe dovuto esserci una quinta cellula, che al-Qaeda non riuscì ad assemblare.


Il 9 luglio del 2001 Mohamed Atta incontrò Ramzi Binalshibh (uno dei facilitatori nell'organizzazione degli attentati) a Madrid per discutere i dettagli. Binalshibh comunicò ad Atta che bin Laden intendeva colpire la Casa Bianca, il World Trade Center e il Pentagono; Atta ribatté che sarebbe stato troppo difficile raggiungere la sede presidenziale ma che ne avrebbe valutato la fattibilità. Aggiunse Atta che i piloti erano già stati individuati all'interno del commando suicida, che Hanjour avrebbe colpito il Pentagono, lui stesso e Marwan al-Shehhi le due torri del World Trade Center e Jarrah aveva fino a quel momento come obiettivo il Campidoglio. Gli accordi potevano comunque ancora essere cambiati e come ulteriore indicazione fu detto ai piloti che se non fossero riusciti a portare a compimento la missione avrebbero dovuto far schiantare l'aereo al suolo; lo stesso Atta avrebbe lanciato l'aereo nel centro di New York se non fosse riuscito a colpire le Torri Gemelle. Atta aggiunse che aveva valutato come obiettivo alternativo una centrale nucleare, ma questa ipotesi fu scartata per l'opposizione degli altri tre piloti che temevano che sarebbe stato più difficile arrivare all'obiettivo sfuggendo alla difesa antiaerea e perché non era tra quelli scelti dai vertici di al-Qaeda.

Atta e Binalshibh si sentirono di nuovo il 3 agosto e Binalshibh ribadì ad Atta la volontà di bin Laden di colpire la Casa Bianca. Atta ribatté di nuovo che sarebbe stato difficile, ma accettò gli ordini riservandosi di tenere il Campidoglio come alternativa nel caso in cui non fosse stato possibile raggiungere l'obiettivo prescelto. Si trattava in ogni caso di una situazione eccezionale, perché da quanto emerso United 93 era l'unico dei quattro voli ad avere una soluzione alternativa. Comunque, a conferma della ricezione delle indicazioni, in una conversazione tra Binalshibh e Atta del 9 settembre 2001 quest'ultimo confermò che l'obiettivo prescelto per la missione guidata da Jarrah era la Casa Bianca.


In seguito all'11/9, il miliziano di al-Qaeda Abu Zubaydah dopo essere stato catturato confermò che l'obiettivo di United 93 era la Casa Bianca. Tuttavia Khalid Sheikh Mohammed e Binalshibh dissero invece nella celebre intervista rilasciata nel 2002 al giornalista egiziano Yosri Fouda che le intenzioni di Jarrah erano quelle di portare il velivolo contro il Campidoglio, questa teoria fu sostenuta in tribunale nel 2008 anche dall'autista personale di bin Laden, Salim Hamdan, dopo essere stato catturato in Afghanistan.

Purtroppo c'è quindi molta confusione e incertezza su quale fosse l'obiettivo del volo United 93. La versione più autorevole è sicuramente quella di Khalid Sheikh Mohammed e quindi l''ipotesi più probabile è che Jarrah abbia ricevuto istruzioni di portare l'aereo contro la Casa Bianca ma che non si fosse adeguato agli ordini e che intendesse invece farlo schiantare contro il Campidoglio. Il fatto che il terrorista abbia quindi escluso la residenza del presidente come suo obiettivo dovrebbe far riflettere chi crede che per i terroristi fu tutto troppo facile e che poterono colpire indisturbati il "posto più sorvegliato al mondo", espressione con cui i complottisti descrivono il Pentagono, perché in realtà Atta manifestò i propri dubbi sulla possibilità di colpire la Casa Bianca proprio perché la sorveglianza sarebbe stata troppo difficile da superare ed è probabile che Jarrah avesse già deciso di abbandonare questa possibilità.

2019/07/02

Il primo attentato di al-Qaeda negli Stati Uniti: l'omicidio di Meir Kahane

di Hammer

Contrariamente a quanto comunemente si ritiene, il primo attentato sul suolo americano compiuto da terroristi legati ad al-Qaeda non fu quello contro il World Trade Center del 26 febbraio del 1993, ma l'assassinio del rabbino israelo-americano Meir Kahane che fu ucciso da un colpo di pistola sparatogli da distanza ravvicinata dal terrorista egiziano El Sayyid Nosair nel 1990.

Meir Kahane
Meir Kahane nacque a Brooklyn nel 1932 e la sua politica era nota per le posizioni nazionaliste e favorevoli alla deportazione di tutti i palestinesi dalla Cisgiordania e dalla striscia di Gaza. Negli Stati Uniti Kahane fondò la Lega di Difesa Ebraica, movimento considerato un gruppo terrorista dall'FBI nonostante si professasse contrario al razzismo e al terrorismo, e il Kach, partito politico israeliano sionista nelle cui intenzioni vi era di concedere la cittadinanza israeliana ai soli ebrei e l'uso della guerra per risolvere la questione palestinese.

Kahane fu anche eletto al parlamento israeliano nel 1984 e vi rimase per un solo quadriennio, in quanto nel 1985 il governo dichiarò il Kach un partito razzista impedendo così al partito stesso di ripresentarsi alle elezioni del 1988.

La sera del 6 novembre del 1990 Meir Kahane tenne un discorso davanti a oltre trecento persone nella sala conferenze del secondo piano del Marriott Hotel al numero 525 di Lexington Avenue, a Manhattan. Al termine dell'evento il rabbino si sedette a uno dei tavoli usati per la conferenza e venne attorniato da un gruppo di persone che avevano assistito al discorso che gli fecero delle domande a cui Kahane stava rispondendo. Un uomo vestito da ebreo ortodosso gli si avvicinò da dietro e gli sparò due colpi con una pistola calibro .357. Il primo perforò la testa di Kahane dal collo alla guancia sinistra, il secondo lo mancò. L'attentatore corse quindi verso l'uscita per scappare e si scontrò con un uomo dello staff di Kahane, il settantatreenne Irving Franklin, a cui sparò nella gamba per riprendere la propria fuga.

Arrivato in strada l'attentatore tentò di dirottare un taxi davanti a una sede delle poste puntando la pistola al guidatore. Intervenne sulla scena l'agente della polizia postale Carlos Acosta, che indossava un giubbotto antiproiettile, il quale estrasse la pistola e intimò al fuggitivo di non muoversi. L'assassino di Kahane gli sparò al petto, ma nonostante l'impatto del proiettile l'agente riuscì a rispondere al fuoco colpendo l'attentatore al mento e immobilizzandolo. L'assassino fu identificato come il trentaquattrenne El Sayyid Nosair. Meir Kahane e i tre feriti, tra cui lo stesso Nosair, furono portati al Bellevue Hospital dove il rabbino fu dichiarato morto alle 21:57.

El Sayyid Nosair
El Sayyid Nosair fu condannato da un tribunale dello stato di New York a 22 anni di reclusione solo per possesso illegale di arma da fuoco e per aver sparato ad Acosta, ma non per l'omicidio di Kahane in parte per il fatto che la famiglia di questi non acconsentì allo svolgimento dell'autopsia rendendo impossibile il recupero del proiettile mortale.

Nosair venne dapprima detenuto nel carcere di Attica e una cellula jihadista guidata da Omar Abdel-Rahman (più noto con il soprannome di The Blind Sheik) tentò di pianificare un attentato con un camion bomba contro il penitenziario allo scopo di far fuggire lo stesso Nosair. Il piano fu abbandonato a seguito dell'arresto di Abdel-Rahman per il primo attentato al World Trade Center.

Proprio nell'ambito del processo ad Abdel-Rahman, nel 1995 Nosair fu sottoposto al giudizio di un tribunale federale il quale lo condannò all'ergastolo per aver partecipato alla pianificazione di attentati contro alcuni obiettivi nella città di New York e anche per l'omicidio di Meir Kahane. Il tribunale stabilì che Nosair non agì da solo, ma che era legato a una cellula terroristica.

Nel 2002 emerse dalle indagini sull'11/9 che Osama bin Laden aveva finanziato la difesa di Nosair al primo processo e che alcuni parenti del terrorista avevano compiuto un viaggio in Arabia Saudita per raccogliere dei fondi messi a disposizione dal leader di al-Qaeda.

Secondo quanto riportato dal Jerusalem Post, Nosair ammise agli inquirenti nel 2005 di essere l'autore materiale dell'omicidio di Meir Kahane e aggiunse di non aver intrapreso questo progetto criminale da solo perché al Marriott Hotel di Lexinton Avenue c'erano con lui due complici, il giordano Bilal al-Kaisi e il palestinese Mohammed Salameh, il secondo dei quali fu anche uno degli attentatori del primo attacco contro le Torri Gemelle. In ogni caso, secondo quanto riportato dal giornalista Peter Lance, i legami tra Nosair e bin Laden risalgono a molto prima dell'omicidio di Kahane, l'egiziano infatti ammise anche di aver sorvegliato un aeroporto nell'ambito del suo piano per uccidere Kahane insieme a un uomo chiamato Ephron Gilmore che lavorava per bin Laden.

L'omicidio di Meir Kahane è purtroppo meno noto di quanto dovrebbe essere e spesso viene relegato alla cronaca nera e non considerato un vero atto di terrorismo. Al contrario questo avvenimento mostra quanto pericolosa fosse al-Qaeda più di dieci anni prima del 2001 e conferma che il nome di Osama bin Laden era noto agli inquirenti molto prima dei sanguinosi eventi dell'11/9.