2018/11/10

La planimetria del compound di Abbottabad

di Hammer

Il 12 maggio del 2011, dieci giorni dopo la morte di Osama bin Laden, la BBC pubblicò le planimetrie progettuali del compound di Abbottabad in cui il terrorista saudita si nascondeva fino alla notte in cui fu ucciso da una missione speciale dei Navy SEALs. La planimetria mostra un edificio di due piani, con otto stanze da letto, sette bagni, una cucina, un ripostiglio e una scala interna.

Lo stesso anno il giornalista dell'Independent Andrew Buncombe pubblicò due articoli in cui aggiunse importanti informazioni ottenute parlando con i progettisti dello studio Modern Associates, che realizzò il progetto del compound e che ha sede proprio ad Abbottabad, e con il Cantonment Board di Abbottabad (ente locale che sovrintende l'accantonamento di Abbottabad). I due articoli di Buncombe furono pubblicati il 6 maggio e il 20 dicembre rispettivamente.


Buncombe riporta che il committente si presentò allo studio come Arshad Khan (il nome riportato sulla planimetria è Muhammad Arshad Naqab Khan); con ogni probabilità dietro a questo nome si nascondeva Abu Ahmad al-Kuwaiti, il corriere seguendo il quale la CIA scoprì l'ultima residenza di bin Laden. Alcune persone che vivevano nella zona hanno confermato che un uomo che si faceva chiamare Arshad Khan abitava in quella struttura e che questi sembrava un uomo umile e tranquillo.

L'indirizzo del compound come riportato della documentazione del Cantonment Board era House No 3, Street No 8-A, Garga Road, Thanda Chowa, Hashmi Colony, Abbottabad e secondo i medesimi documenti la proprietà non ha mai pagato tasse sulla casa e l'edificio come realizzato violava numerose norme edilizie, tra cui quella che vietava la costruzione di edifici a più di un piano. A tal proposito uno dei soci dello studio ha spiegato che la planimetria è stata realizzata da suo padre e che di solito il loro interesse è rivolto al guadagno e non ad approfondire il background del committente.

Buncombe aggiunge che la progettazione dell'edificio iniziò nel 2004 e che la realizzazione fu completata nel settembre del 2005 e questo mette in dubbio alcune asserzioni dell'ISI (il servizio segreto pakistano) secondo cui la stessa agenzia avrebbe fatto un'incursione nel compound nel 2003 in quanto pensavano che vi si potesse nascondere il terrorista libico Abu Faraj al-Libi legato ad al-Qaeda.

A partire dalla planimetria è anche possibile ipotizzare in quale delle otto stanze dormisse Osama bin Laden con la moglie ventinovenne Amal la notte in cui venne ucciso. Le versioni della sparatoria narrate da Matt Bissonnette e da Robert O'Neill (i due Navy SEALs che hanno raccontato pubblicamente la propria testimonianza) differiscono leggermente, ma entrambi concordano sul fatto che dopo essere saliti per le scale i militari trovarono il terrorista saudita nella stanza appena a destra delle scale stesse. La stanza dovrebbe quindi essere quella evidenziata in azzurro nell'immagine accanto e la sparatoria dovrebbe essere avvenuta nell'ingresso della stessa.

La pubblicazione di documenti come questo dovrebbe far riflettere chi crede che la missione di Abbottabad sia stata una messinscena, perché in tal caso il complotto avrebbe dovuto essere di dimensioni tali da essere ingestibile.

Necessariamente dovrebbero essere parte della cospirazione anche lo studio tecnico Modern Associates, le persone che vivevano nella zona e che hanno confermato di aver visto un uomo che si faceva chiamare Khan e le autorità locali da cui Andrew Buncombe attinse le informazioni. Non a caso, come è ovvio, nessun sito complottista menziona in alcun modo queste planimetrie.

2018/10/13

The Cell di John Miller, Michael Stone e Chris Mitchell

di Hammer

Nel 2002 il giornalista della ABC (e oggi vice commissario per l'intelligence e l'antiterrorismo dell'NYPD) John Miller pubblicò il libro intitolato The Cell: Inside the 9/11 Plot, and Why the FBI and CIA Failed to Stop It, scritto in collaborazione con Michael Stone e Chris Mitchell. Come dice il titolo stesso, il libro spiega quali errori e omissioni furono compiuti dalle agenzie che indagano sulle attività terroristiche, lasciando spazio alla pianificazione e realizzazione degli attentati dell'11/9.

La prima metà del volume è dedicata alla storia del terrorismo islamico contro obiettivi americani, a partire dall'omicidio del rabbino Meir Kahane ad opera di El Sayyid Nosair, che venne condannato solo per possesso di arma illegale e non per l'omicidio grazie all'alacre lavoro della difesa, che fu finanziata in parte da Osama bin Laden.

Gli autori passano quindi all'attentato del 1993 alle Torri Gemelle, che il JTTF (Joint Terrorism Task Force, unità creata da agenti di diverse agenzie e preposta a indagare sull'attività terroristica) non riuscì a fermare nonostante la collaborazione di un infiltrato di nome Emad Salem, che aveva segnalato che la cellula jihadista di Brooklyn nella quale era inserito stava preparando degli esplosivi. Tuttavia Salem rifiutò di indossare un microfono e gli inquirenti potevano quindi solo fidarsi della sua parola, ma le indicazioni date da Salem su dove l'attentato si sarebbe svolto erano molto vaghe, poiché l'uomo si limitava a dire che i jihadisti avrebbero colpito obiettivi ebraici. Gli inquirenti riuscirono comunque a sventare un altro attacco che la medesima cellula stava preparando e che prevedeva di far esplodere delle cariche esplosive in quattro luoghi pubblici di New York non meglio identificati; in questo caso il JTTF bloccò i terroristi durante le fasi di preparazione seguendo le indicazioni di Salem.

Gli autori trattano quindi gli attacchi contro le ambasciate di Nairobi e Dar es Salaam nel 1998 e l'attentato contro la USS Cole nel 2000, aggiungendo dettagli che mancano in molte altre ricostruzioni giornalistiche. Il libro menziona ad esempio il fatto che l'esplosione del volo TWA 800, avvenuto nel luglio del 1996, distolse per un anno e mezzo l'attenzione degli inquirenti, perché fino alla conclusione dell'indagine una delle ipotesi che fu valutata fu che l'aereo fosse stato abbattuto da terroristi; questo comportò che le agenzie investigative ignorarono per lungo tempo le attività di al-Qaeda e altri gruppi jihadisti.

Miller dedica anche molto spazio alla propria intervista ad Osama bin Laden, al viaggio lungo e difficile che dovette compiere per raggiungere il terrorista e all'atmosfera inquietante che avvolgeva il posto dove questi lo ricevette. Bin Laden, nell'intervista, promise di portare morte e distruzione in America, ma rispose alle domande in arabo e non concesse a Miller che il suo traduttore traducesse le risposte al momento. Miller apprese i contenuti di ciò che gli aveva detto bin Laden solo dopo essere rientrato negli USA.

Gli autori dedicano quindi la seconda metà del volume alla progettazione e alla realizzazione degli attentati dell'11/9. Il racconto inizia con una dettagliata sintesi della vita di Mohamed Atta e della sua partecipazione alla cosiddetta "Cellula di Amburgo". Questa parte, come spiegato dagli autori, è basata in gran parte sulla biografia di Mohamed Atta scritta da Terry McDermott (autore anche dei preziosi volumi Perfect Soldiers e The Hunt for KSM) per il Los Angeles Times.

Nel raccontare come al-Qaeda è arrivata dalla progettazione alla realizzazione dell'11/9, l'autore aggiunge aspetti significativi, come il fatto che nel 2000 Atta tentò di acquistare un piccolo aereo da sei posti allo scopo di togliere alcuni dei sedili e trasformarlo in un aereo agricolo. Ad oggi non è noto se gli servisse per fare pratica alla guida, o se intendesse trasformarlo in una bomba riempiendo di materiale esplosivo i serbatoi per la semina. Atta non riuscì nel suo intento perché non ottenne il prestito bancario necessario e gli autori commentano che al momento del tentato acquisto forse i terroristi non avevano ancora deciso quale piano mettere in atto.

Nella seconda metà dello stesso anno John Miller incontrò a Kuala Lumpur un informatore interno ad al-Qaeda che si celava sotto il nome di Max. Questi disse che al-Qaeda stava progettando un dirottamento di un aereo che trasportasse un senatore o ambasciatore americano e intendeva sfruttarlo per chiedere la liberazione di Omar Abdel-Rahman (meglio noto con il soprannome di Blind Sheikh), al tempo detenuto negli USA e oggi deceduto.

Gli autori spiegano in dettaglio quali informazioni aveva la CIA prima degli attentati, come il fatto che si fosse svolto un summit del terrore in Malesia e la presenza del saudita Omar al-Bayoumi a San Diego, che stava offrendo aiuto logistico ai dirottatori Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hazmi. Evidentemente l'agenzia sottovalutò la pericolosità dei terroristi e non li fermò in tempo.

Miller elenca anche alcune ipotesi sul perché la maggior parte dei dirottatori fosse saudita: una spiegazione può risiedere nel tentativo di al-Qaeda di minare i rapporti tra USA e Arabia Saudita, oppure il motivo può essere stato che i sauditi sono più capaci di integrarsi in una cultura diversa come quella americana rispetto ai cittadini di altri paesi del mondo arabo.

L'autore chiude il volume con l'amara considerazione che sebbene gli inquirenti non potessero prevedere l'esatto scenario che si concretizzò l'11 settembre, l'uso di aerei in attentati terroristici non arrivò senza preavviso. Prima di essere arrestato nel 1995, Ramzi Yousef stava pianificando un attentato che aveva come scopo far schiantare un piccolo aereo contro la sede della CIA a Langley; inoltre nel 1994 un gruppo legato ad al-Qaeda minacciò di far schiantare un volo di linea contro la Torre Eiffel. Inoltre l'intelligence USA aveva segnalato l'intenzione di al-Qaeda di colpire con un aereo dirottato il G8 di Genova, allo scopo di uccidere il presidente americano George Bush.

È quindi evidente dall'analisi di Miller come le agenzie investigative avevano un buon numero di indicazioni per prevenire quello che si concretizzò come l'attentato terroristico più sanguinoso della storia. Tuttavia gli indizi furono evidentemente ignorati o forse gli inquirenti pensavano che l'attacco di al-Qaeda sul suolo americano non sarebbe avvenuto così in fretta.

2018/10/04

World Trade Center: an interview with former NYPD sergeant Gerard Kane

by Hammer. An Italian translation is available here.

Undicisettembre continues its effort to preserve the memories of the tragic events of 9/11. Today we offer our readers the account of former NYPD sergeant Gerard Kane who arrived on the scene after the second crash.

We would like to thank Gerard Kane for his kindness and willingness to help.


Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on that day?

Gerard Kane: I was home when the first plane struck, I was immediately contacted by one of my colleagues, I put on the TV and saw the big hole in the North Tower of the World Trade Center with a large volume of fire from inside the building. I was still going to go in at my 10:00AM shift, as normal, trying not to overreact to things, I had been around for fifteen years or so at the time as a police officer and I hadn’t yet shaved or showered or gone into my business attire, I was still in t-shirt and shorts drinking coffee in my kitchen. Then I got a call from a pretty well informed person, a gentleman by the name of John Miller, who is currently the NYPD deputy commissioner for intel and back then he was a news reporter and he had famously interviewed Osama bin Laden back in 1998. He asked me what was going on, I was a little surprised by his call and I remember thinking to myself “If John doesn’t know maybe I should just skip the shower, throw some clothes on and get in.”

So I threw some clothes on, I knew it was a bad fire and that my boss, Police Commissioner Bernie Kerik, wanted me to be in the building so I put on my suit I didn’t like, the shoes I didn’t like, the shirt I didn’t like figuring if they get ruined I’d just throw them out. My wife handed me a cup of coffee, I had an unmarked police car that I was able to take home in the assignment that I had at the time and I live only six miles away from the World Trade Center so I started heading in lights and sirens.

I took the Interstate 278, sometimes called BQE, from where you could see the Towers on the left, I glanced over and saw all the black smoke coming from the North Tower and it did remind me of that iconic photo of Pearl Harbor of the Arizona with the black smoke pouring out of it. But I really wasn’t looking at the tower because I was driving, I was really paying attention to the ten or twenty feet right in front of my car so I wouldn’t crash into anybody. About halfway there, three miles to go, there was a lot of screaming and commotion on the radio, nobody was making any sense and then a cop got on very calmly telling “Central, a second plane just hit the other Tower”. I looked up but I missed the ball of flame but what I saw was a big ball of smoke roiling upwards towards the sky and literally thousands of pieces of papers floating in the sky and actually almost twinkling in the sky because it was such a sunny and beautiful day.

In that moment the chief of NYPD, Joe Esposito, or Chief Espo as we used to call him, got on the radio. The NYPD has a command and control unit called operations and the chief got on the radio and says “Central, have operations notify the Pentagon, the city is under attack.” I had been around for fifteen years, I had gone to radio calls where cops are screaming they are in a shootout, foot chases, car chases, all kinds or emergency calls come over the radio, but to hear the chief on our police radio saying that we were at war and we are the first people handling that, not the army, not the navy, but the police department and fire department really was amazing. I started running through my head “What do I have with me? I have a gun, I have extra ammunition, I have my bulletproof vest, I have my heavy bulletproof vest, my helmet.” Because I had no idea what we were facing.

I ended up driving through the Battery Tunnel, I came out on the Manhattan side of the tunnel, I parked my car maybe three blocks south from the site, I walked up to right opposite the South Tower, while I was standing there out of nowhere two United States Air Force F-15 came screaming in with full afterburners at about two thousand feet. That certainly got our attention, never ever as a cop I’ve had United States Air Force back me up and I did feel good with their presence even if they did scare the crap out of me when they first came overhead, it’s a pretty dramatic entrance when they come in like that but once the two jets were there I knew no more planes where going to crash into the city, so it was kind of like “All right, at least that’s under control.”

I was trying to figure out what to do next. I was about to go into the Marriott Hotel, which was in between the two Towers. The security director there was a retired police sergeant, I was a police sergeant at the time and I was going to see if he was okay and if he needed anything but I got distracted by somebody and I didn’t do it. It turned out he was in his hotel when the South Tower collapsed around it and onto it and he barely survived it, he just got out of the hotel before the South Tower collapsed. If I had gone inside it and had even a twenty second conversation with him I might have changed his day significantly enough that he might not have lived and also my day would have been changed by twenty or thirty seconds. But he did live, he barely made it out by the skin of his teeth.

So I was there looking at the buildings and trying to figure out what the commissioner needed from me, because I was on his staff, and what people need: there were like two thousands rescuers on the scene, probably one thousands cops between Port Authority Police and New York City police, probably five hundred to a thousand firefighters, a hundred or two hundred paramedics and ambulances that brought people there. I was hearing these “boom, boom, boom” and I thought “Man, there must be gas lines going off in the towers, the firemen must have much to worry about” and then I saw with the corner of my eye a person going down from the top to the bottom, and it was the most horrible thing to watch in your life, you really really feel for them because they are in the last seconds of their life and you are a witness to it. They are fully alive and you know that in five seconds they are going to be completely dead.

But I had to do my job, with the jets overhead and both buildings impacted, people jumping. I was trying to concentrate to whatever I could put my hands on: if a person or a thing was close enough for me to touch it, I would think about it, other than that I was trying not to commit any brain power to things that were going on beyond that because I was starting to recognize it was going to be an overwhelming day. I was looking for the police commissioner, and I found him and Mayor Giuliani maybe five or ten minutes before the South Tower collapsed. The commissioner gave me a mission to go find the New York director of the FBI, the FBI’s biggest office in the USA, even bigger than the one in Washington DC, was the New York office, they had probably two thousands agents assigned to New York City. Obviously the New York City commissioner wanted to know from the Federal Government what was going on and since he doesn’t normally deal with admirals and generals he wanted me to try to get the FBI director to come in and brief him.


I went to find the FBI. The FBI had established a temporary headquarter in a building about three or four blocks north of the World Trade Center, they just took over the lobby of a building and were using it as a command post and someone there told me the head of the New York office, who’s name was Berry Mawn, was in the South Tower. He’s alive today, he did not get killed.

I went down to Church Street, right by Century 21, a very famous discount department store, an I was thinking to myself “The footprint of the Tower is a square, the debris, the glass and everything are coming from the four sides, so if I run towards the corner of the building at a 45 degree angle and things are falling at a 90 degree angle from the side I should be okay.” I was about to run there, and someone said “It’s coming down” I thought I had one second, I ran about a hundred and fifty feet which was definitely not enough and I got behind an NYPD vehicle and I tucked myself behind it, I hoped for the best and it was as you can imagine the loudest sound you could hear in your life. A tremendous roar, tremendous. The best way I can describe is gravel being dumped out of a truck, then it was lights out, couldn’t see anything, and for a few seconds there was no air, only dust. And then there was no sound, none. It was the quietest quiet I’ve ever experienced in my life. If you have ever been in a snowfall, it was like that, but ten times quieter. So it went from the loudest noise I’ve ever heard in my life, to the quietest quiet I’ve ever heard in my life. It didn’t last too long, though. You would start to hear people in shock or calling out to their friends, some people saying they needed help.

I held my breath for a few seconds and then I started breathing and took a hard breath, the dust went right down my throat, as I reflex I did a second breath and I was kind of screwed and I was almost asphyxiated to death. I was lucky because there were people who were asphyxiated to death. I really thought I was going to die, I was banging into people right and left of me, they were all panicky. Then I got calm and when I got calm I thought better, I got my suit jacket and wrapped it around my head and I used it as a filter. I knew the truck I was behind was pointing to south, I knew north was Harlem, the Bronx, Canada. I knew I needed to collect my thoughts. I crawled about a block, then I walked about two and a half blocks and found five people in Saint Peter’s catholic church which is on Barclay and Church Streets. There were four adults and a teenager. The dust was starting to settle, but I didn’t realize that because I had the jacket wrapped around my head. They said “Hey, there’s someone out there.” None of the adults made a move, so the kid came out and said “Man, you can’t be out here.” He took me by the wrist and took me up the steps. I said “Where are we going?” he said “We are going to a church.” I said “Is it a Catholic church?” I wasn’t being picky, I am a Catholic but I would have gone anywhere but I needed water badly. As soon as we got at the door I put my hand up and I couldn’t see anything I had dust all over my eyes. And there was holy water. I got a big handful of holy water, put it in my mouth, gargled, spit, did it again, then took a handful for one eye and took a handful for the other eye and I blessed myself.

I had been through this near death experience, at the time I thought ten thousand people had died, I looked around and thought “Is this the way-station to heaven?” then I did the math and said “Ok, ten thousand people died, only six people are going to heaven and there’s no way I’m one of the six. If there were six thousands maybe I could get in at the back of the line, but not out of six.” So I knew I was alive. Took me about a minute to get back to what I do for a living, I’m a police sergeant, I tell people what to do, whether they like it or not, and I make sure they do it.

So I started directing people, able-bodied men, not further than fifty feet from the door of the church and bring people in who were less ambulatory. The population started to increase at a pretty rapid pace, luckily I have a big loud voice. I had a paramedic and I had a nurse, I put them in charge of medical care, they were free to make any medical decision that they wanted, because I have no medical training, they had all the medical training. Me and the kid went to the sacristy because I knew people needed water, we kicked in the door and I knew there would be sinks, flower vases, chalices and other things to provide people with water. We got the sinks running, filling things up with water. We had people drinking water out of chalices because they needed it.

I had a knife on me, I told the kid to take the covering of the altar “Cut it into strips, soak the strips into water and let people tie them around their face.” He said “Are you sure?” I said “Yes, I’m a former altar boy, you can do it.” He cut it up, he went through it and said “I’m out of that, what should I cut next?” I said “Cut the priest’s vestments.” He said again “Are you sure?” I gave myself a promotion and called myself “a retired altar boy”. I decided “Until anyone supersedes me I was going to be the ranking Catholic authority in this church”, I was making all decisions about the church property and how it was going to be used. A few months later I met father McManus, who was the pastor of the parish, and he said “Gerry, God put that stuff there to be used. It was totally okay, no worries.”

So, we were there, we were giving basic first aid to a lot of people, most people just needed a safe place to be because everybody was in shock, people needed water, air inside the church was a little cleaner than outside because all the windows were closed and they weren’t broken. Even though there was a piece of jet engine on the roof of the church, none of the windows broke.

We were there maybe 45 minutes to an hour when the North Tower came down and I have no memory of that whatsoever. A psychologist told me about the brain and this whole “fight-or-flight” thing and that you stop thinking of memories and you start only worrying about survival. I could talk about the South Tower for five hours, but I can’t remember anything about the North Tower.

There came a point in time when I left there, because there was a lot of personnel, bosses from the police department, bosses from the fire department. There was a priest who was killed, the fire department chaplain, Father Mychal Judge, they brought him into Saint Peter, laid him on the altar. It was starting to get pretty congested and they didn’t need me running things anymore. I decided I was to try to reconnect to the police commissioner, but couldn’t find him and I didn’t know if he was alive or not. There was a police station in a subway station, for the transit police, a few blocks away and I went there to take a shower with my clothes on, because I had so much dust on me it was bouncing off me all the time. I wanted to suppress the dust, so in my suit I walked through a shower stall to hose myself down.

I then went back to Ground Zero, I was there when 7 World Trade Center fell although I was two good blocks away from it because I started to learn my lesson, which was “Don’t stay too close to these things when they fall”. I ended up in the afternoon going back to my office at the Police Headquarters to change into a uniform, I spent large time of the afternoon trying to find a place to do a large temporary morgue. At first we were going to take over every ice hockey rink in the city, that was the first plan, then the Federal Government showed up with these big air conditioning trucks, which I didn’t know we had, we were going to take over a passenger ship pier on the west side of Manhattan and air condition the whole thing to a very very cold temperature and bring the bodies there. Then I ended up at the actual morgue which is on the East Side of Manhattan; doctor Hirsch, the medical examiner for the city at the time, knew there would be no bodies because the force of the collapse made the number of recoverable bodies minimal and he was 100% right.

I was at the morgue from ten at night till two or three in the morning. Then I went home at about 3:30 or 4 o’clock, took a shower and I was going to take a nap because I was exhausted and I ended up watching TV, which was a big mistake because even though I lived it, it was compelling television to watch. So I watched TV for forty-five minutes and then it was time for me to go back to work and at 5:30 in the morning I was back on the pile in the bucket brigade. We had 200 people on the pile and that was the start of the rescue and recovery effort.


Undicisettembre: What did you do in the following days?

Gerard Kane: Digging almost through September twelfth, then they decided the digging would be done by trained people and we were getting help from all over the country pretty quickly from people who have buildings collapse as a living and they fly over when there’s an earthquake or something like that, because they practice this stuff all the time. So actual crawling around underneath the rubble was done by the professionals. The rest of us was the bucket brigade.

We couldn’t bring heavy equipment because we thought there would be still people to save so they were literally taking pieces out by hand, they would put it in a little five gallon bucket and pass the bucket down to the bottom of the line where someone would dump it out, then three or four guys would throw the bucket back up to the top of the pile where someone would fill it with debris and pass it back down again. I did that for a couple of days.


Undicisettembre: How long did it take you to get your life back to normalcy?

Gerard Kane: It’s hard to say it’s back to normal. It was a big hit. Certainly you got to move on, you got kids, you got a wife, you got a job. You can’t just cry all day or drink all day or do both all day, you’ve got to function.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

Gerard Kane: I think about it everyday, of how lucky I am that I made through it, I’m glad I didn’t die. I’m glad I didn’t leave my wife and my boys. I think about all the people who went to work to do their jobs, didn’t have political feelings, and some maniacs flew jet planes into their buildings killing them by the hundreds. It’s terrible.

First responders, including me, while driving there knew this was going to be a life or death situation but we kept going. I signed up for that though, I became a cop; firemen, they became firemen. The poor people sitting at their desks, what did they do to deserve this? People on airplanes, what did they do to deserve this? It’s terrible for them and for their families.

I’m sure a lot of people are still broken, and I mean really broken. Everyone is broken a little bit, but some people are more broken than others.


Undicisettembre: How did 9/11 effect your professional life from 2001 till the day you retired from NYPD?

Gerard Kane: Well, I retired in 2005. I could have stayed on, but 9/11 was definitely on my mind when I retired, I thought “I don’t want to go through another one of those things again.” I work for a company now who is rolling out a huge, multimillion dollars, initiative for public safety across the United States and I did a taping for all the employees of the company so they could have a sense of why 9/11 was important and why the company is doing what they are doing.

It was seventeen years ago, there are people who were little kids when it happened and they are now in college or graduating from college. They know it from history books or from watching documentaries on TV, but if you watched it live it was completely different than if you watched it in class years after it happened with your classmates.


Undicisettembre: What do you thing of conspiracy theories that claim that 9/11 was an inside job?

Gerard Kane: First of all, obviously these conspiracy theorists need to sail their boats off the edge of the flat Earth.

To be serious, I think when something like 9/11 happens it’s gigantic, it’s absolutely g-i-g-a-n-t-i-c. Look at this, you are in Italy, I’m in New York City, we are talking over Skype seventeen years after it happened because it’s such a gigantic event that we are compelled to speak to each other. It’s so gigantic that some people can’t process it normally, so to protect themselves they say “No, it can’t be that a couple of guys organized this, some guys went to flight school, they got some box cutters, took over the cockpits. How could that be? With a guy in a cave organizing all this. Come on!” So they say “It’s got to be bigger than that, it has to be some kind of grand conspiracy. It has to be CIA, the government trying to grab oil, trying to start wars, or the Illuminati.” They just can’t process the facts because the event was so big.

I feel sorry for them actually, I really do. I get mad at them sometimes, but my real emotion when I think about those people is that I feel sorry for them, that their intellect and personality is so weak that this is how they defend themselves.

But it’s dying now. As for me till twelve or thirteen years ago it was hard to talk about 9/11 because I would start to get emotional, but now time has passed and for them time passes also and their brains start to heal and to think normally.


Undicisettembre: In your opinion, is the country safer now than in 2001?

Gerard Kane: Yes. There’s no question the country is safer. Let’s start in the source, in the places where these evil ideas are germinated there are aggressive efforts being made all the time to interdict, arrest, kill people who come up with these ideas.

Here in the United States local police and the federal government are doing a very good job, all they got to do is go on Facebook, go to different chatrooms, find people who are talking about jihad, go meet them in an undercover capacity and if the person says “I want to do jihad” they tell them “Great, why don’t you cool your heels in jail for a couple of years?” and they eliminate them from the streets, and of course on airplanes if a guy stands up and stabs the stewardess every able-bodied person on the plane regardless of their personal safety will rush that guy and beat the living daylight out of him and drive him unconscious or even dead.

They know this, so there is no taking over airplanes anymore as they used to be able to. Now there’s vehicle terrorism, where they drive though a crowd, but cities are starting to be redesigned with that in mind. I’ve seen it in New York, there are barriers everywhere. And when I see them I say “Oh, that’s great! Now they can’t run me over.”

So the terrorists adapt, but the police adapt. No one is going to be caught napping.

World Trade Center: intervista all'ex sergente dell'NYPD Gerard Kane

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Undicisettembre continua il suo impegno affinché i tragici eventi dell'11 settembre 2001 non vengano dimenticati. Oggi offriamo ai nostri lettori il racconto dell'ex sergente della polizia di New York Gerard Kane, che arrivò sulla scena dopo il secondo schianto.

Ringraziamo Gerard Kane per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto l’11/9?

Gerard Kane: Ero a casa quando il primo aereo colpì, venni immediatamente contattato da uno dei miei colleghi, accesi la televisione e vidi il grande buco nella Torre Nord del World Trade Center con un gran volume di fiamme che uscivano dal palazzo. Avevo ancora intenzione di iniziare il mio turno alle dieci del mattino, come se fosse una situazione normale, cercando di non avere reazioni sproporzionate; al tempo ero un poliziotto da circa quindici anni e non mi ero ancora fatto la barba o la doccia e non mi ero ancora messo gli abiti da lavoro, avevo ancora maglietta e calzoncini e stavo bevendo il caffè in cucina. Poi ricevetti una telefonata da una persona bene informata, un uomo di nome John Miller, che oggi è vice commissario dell’NYPD e al tempo era un giornalista e aveva fatto una famosa intervista a Osama bin Laden nel 1998. Mi chiese cosa stesse succedendo, rimasi un po' sorpreso dalla sua telefonata e ricordo di aver pensato “Se neanche John lo sa, forse dovrei saltare la doccia, buttarmi addosso dei vestiti e andare.”

Quindi mi misi addosso dei vestiti, sapevo che era un brutto incendio e che il mio capo, il commissario della polizia Bernie Kerik, avrebbe voluto che andassi nel palazzo, quindi mi misi un vestito che non mi piaceva, le scarpe che non mi piacevano e la camicia che non mi piaceva, pensando che se si fossero rovinati li avrei semplicemente buttati. Mia moglie mi passò una tazza di caffè, avevo un'auto civetta della polizia che potevo portare a casa nell'ambito dell'incarico che avevo e vivevo a soli dieci chilometri dal World Trade Center, quindi partii con le luci e le sirene accese.

Presi la Interstate 278, chiamata anche BQE, da cui si vedevano le Torri sulla sinistra; lanciai uno sguardo e vidi il fumo nero che usciva dalla Torre Nord e mi ricordò di quella foto iconica della nave Arizona a Pearl Harbor. con tutto il fumo nero che ne usciva. Ma in realtà non stavo guardando la torre, perché stavo guidando, facevo attenzione ai tre o sei metri proprio davanti alla mia macchina in modo da non schiantarmi contro qualcuno. Quando ero a metà strada, circa a cinque chilometri, sentii molte urla e agitazione sulla radio della polizia, nessuno capiva cosa stesse succedendo e poi un poliziotto disse via radio con molta calma: “Centrale, un secondo aereo ha colpito l'altra Torre.” Guardai in alto, ma non vidi la palla di fuoco; vidi invece una grossa nube di fumo che saliva verso il cielo e letteralmente migliaia di pezzi di carta che fluttiavano nell'aria e che quasi scintillavano perché era una giornata così bella e assolata.

In quel momento il capitano dell’NYPD, Joe Esposito, o Capitano Espo come lo chiamavamo, arrivò alla radio. L’NYPD ha un’unità di comando e controllo chiamata operations e il capitano della polizia arrivò alla radio e disse “Centrale, dite alle operations di informare il Pentagono, la città è sotto attacco.” Ero un poliziotto da quindici anni, avevo risposto a chiamate alla radio dove dei poliziotti urlavano di trovarsi in una sparatoria, inseguimenti a piedi, inseguimenti in macchina, ogni tipo di chiamate di emergenza arrivavano per radio; ma sentire il capitano dire alla radio della polizia che eravamo in guerra e che i primi a gestire la situazione eravamo noi, non l’esercito, non la marina, ma il dipartimento di polizia e il dipartimento dei pompieri, fu veramente incredibile. Iniziai a pensare: “Cosa ho con me? Ho una pistola, ho munizioni extra, ho il giubbotto antiproiettile, ho il giubbotto antiproiettile pesante, ho il casco.” Perché non avevo idea di ciò che stavamo affrontando.

Finii per attraversare in auto il Battery Tunnel, uscii dal lato di Manhattan del tunnel, parcheggiai la mia macchina a circa tre isolati di distanza dal sito, e camminai fino alla Torre Sud. Mentre ero lì all’improvviso arrivarono due F-15 della United States Air Force a massima velocità a seicento metri di altezza. Questo ci colpì molto, non mi è successo mai come poliziotto di avere la United States Air Force come rinforzo e la loro presenza mi fece piacere anche se quando arrivarono la prima volta mi spaventarono a morte; è un’entrata in scena molto teatrale quando arrivano in questo modo. Ma una volta che i due jet erano lì, sapevo che nessun altro aereo si sarebbe schiantato sulla città, quindi pensai “Bene, almeno questo è sotto controllo.”

Cercavo di capire cosa avrei dovuto fare. Stavo per entrare nel Marriott Hotel, che era in mezzo alle due torri. Il direttore della sicurezza era un ex sergente della polizia, io ero un sergente della polizia a quel tempo e volevo andare a vedere se stava bene e se aveva bisogno di qualcosa, ma fui distratto da qualcuno e non lo feci. Lui si trovava nell'hotel quando la Torre Sud crollò attorno e sopra di esso e ne sopravvisse a malapena: riuscì ad uscire dall'hotel appena prima che la Torre Sud crollasse. Se fossi entrato e avessi avuto una conversazione anche solo di venti secondi con lui avrei potuto cambiare la sua giornata abbastanza da non farlo sopravvivere e forse anche la mia giornata sarebbe stata cambiata per colpa di venti o trenta secondi. Ma lui sopravvisse, ce la fece per un pelo.

Ero lì che guardavo i palazzi e cercavo di capire cosa il commissario avesse bisogno che io facessi perché io ero nel suo staff, e ciò di cui la gente avesse bisogno: c'erano circa duemila soccorritori sulla scena, forse mille poliziotti tra la polizia della Port Authority e la polizia di New York, forse cinquecento o mille pompieri, cento o duecento paramedici e ambulanze che portavano lì persone. Sentivo questi “bum, bum, bum” e pensai “Forse ci sono dei tubi del gas che stanno esplodendo nelle torri, i pompieri avranno molto di cui preoccuparsi” e a quel punto vidi con la coda dell'occhio una persona che cadeva dalla sommità, e fu una cosa orribile da vedere; soffri per loro perché stanno viveno gli ultimi secondi della loro vita e tu ne sei testimone. Sono completamente vivi e sai che in cinque secondi saranno completamente morti.

Ma dovevo fare il mio lavoro, con i jet sopra le nostre teste ed entrambi i palazzi colpiti, la gente che si buttava giù [dalle torri]. Stavo cercando di concentrarmi su qualunque cosa su cui potessi mettere le mani: se una persona o una cosa era sufficientemente vicina perché io potessi toccarla ci pensavo, altrimenti cercavo di non dedicare energie mentali ad altro, perché iniziavo a capire che sarebbe stata una giornata estenuante. Cercai il commissario della polizia, lo trovai insieme al Sindaco Giuliani cinque o dieci minuti prima che la Torre Sud crollasse. Il commissario mi incaricò di andare a cercare il direttore dell’FBI di New York, l'ufficio più grande dell'FBI negli Stati Uniti, anche più grande di quello Washington, era l'ufficio di New York, c’erano circa duemila agenti assegnati a New York. Ovviamente il commissario di New York voleva che il governo federale gli dicesse cosa stava accadendo e siccome lui di norma non parla con ammiragli e generali voleva che io provassi a contattare il direttore dell'FBI affinché lo ragguagliasse.


Andai a cercare l’FBI. L’FBI aveva stabilito un quartier generale temporaneo in un palazzo a circa tre o quattro isolati a nord del World Trade Center, avevano requisito la lobby di un palazzo e l stavano usando come centro di comando e qualcuno lì mi disse che il capo dell'ufficio di New York, il cui nome era Barry Mawn, era nella Torre Sud. Oggi è ancora vivo, non morì quel giorno.

Scesi fino a Church Street, proprio accanto a Century 21, un famoso grande magazzino, pensando “La base delle torri è un quadrato, le macerie, il vetro e qualunque altra cosa cadono dai quattro lati, quindi se io corro verso lo spigolo della torre con un angolo di quarantacinque gradi e le cose stanno cadendo a novanta gradi dal lato non dovrei avere problemi.” Stavo per correre lì quando qualcuno mi disse “Sta venendo giù”. Pensai di avere un secondo, corsi per circa una cinquantina doi metri, che assolutamente non erano sufficienti, mi nascosi dietro a un veicolo dell’NYPD e mi ci accucciai dietro, sperai per il meglio e come puoi immaginare fu il rumore più forte che puoi sentire nella tua vita. Un ruggito tremendo, tremendo. Il modo migliore in cui lo posso descrivere è il rumore della ghiaia che viene scaricata da un camion. Poi non ci fu più luce, non vedevo nulla, e per qualche secondo non ci fu aria, solo polvere, e poi non c’erano suoni, nessuno. Fu il silenzio più silenzioso che io abbia sentito in vita mia. Se sei mai stato in una nevicata, era quel tipo di silenzio, ma dieci volte più silenzioso. Quindi passò dal rumore più forte che sentii nella mia vita al silenzio più silenzioso che abbia mai sentito nella mia vita. Non durò molto, però. Subito dopo si sentivano persone in stato di shock o che chiamavano i loro amici. Qualcuno diceva di aver bisogno d'aiuto.

Trattenni il fiato per qualche secondo e poi iniziai a respirare e presi un respiro profondo; la polvere mi entrò dritto in gola, di riflesso feci un secondo respiro e mi sentii spacciato. Rischiai di morire soffocato. Fui fortunato, perché ci furono persone che morirono asfissiate. Pensai davvero di stare per morire, urtavo persone ovunque, erano tutte nel panico. Poi mi calmai e quando mi calmai riuscii a pensare meglio, presi la giacca del mio abito e me la legai intorno alla testa per usarla come filtro. Sapevo che il furgone dietro a cui mi ero nascosto era rivolto a sud, sapevo che a nord c'era Harlem, il Bronx, il Canada. Sapevo che avevo bisogno di raccogliere le idee. Strisciai per circa un isolato, quindi camminai per due isolati e mezzo e trovai cinque persone nella chiesa cattolica di Saint Peter, che è all'incrocio tra Barclay Street e Church Street. C'erano quattro adulti e un teenager. La polvere iniziava a posarsi, ma non me ne rendevo conto perché avevo la giacca legata intorno alla testa. Dissero “Ehi, c'è qualcuno lì fuori.” Nessuno degli adulti si mosse, e così il ragazzo uscì e mi disse “Non puoi stare lì fuori.” Mi prese per il polso e mi portò su per gli scalini. Gli dissi “Dove stiamo andando?” mi disse “Stiamo entrando in una chiesa.” Dissi: “E’ una chiesa cattolica?” Non volevo essere schizzinoso, sono cattolico ma sarei andato in qualunque chiesa, però avevo molto bisogno di acqua. Appena arrivai alla porta sollevai la mano e non vedevo nulla, perché avevo la polvere sugli occhi. C'era l'acqua santa. Presi una manciata di acqua santa, me la misi in bocca, me la sciacquai, sputai l'acqua, lo feci di nuovo, poi presi una manciata d'acqua per un occhio e presi una manciata d'acqua per l'altro occhio e mi feci da solo una benedizione.

Attraversai questa esperienza di quasi morte, al tempo pensai che diecimila persone fossero morte. Mi guarda in giro e pensai “Questa è una stazione intermedia verso il paradiso?” quindi feci due calcoli e pensai “Ok, diecimila persone sono morte, solo sei stanno andando in paradiso e non c'è modo che io sia tra quei sei. Se ce ne fossero seimila forse potrei rientrare alla fine della fila, ma non tra sei persone.” Quindi capii che ero vivo. Mi ci volle circa un minuto per tornare a ciò che faccio di lavoro, sono un sergente della polizia: dico alla gente cosa deve fare, che gli piaccia o no, e mi assicuro che lo faccia.

Quindi iniziai a mandare le persone che stavano bene a non più di quindici metri dalla porta della chiesa e a portare all'interno le persone che facevano più fatica a camminare. Il numero di persone iniziò ad aumentare piuttosto rapidamente, fortunatamente ho la voce forte. Avevo un paramedico e un’infermiera, li misi a capo della gestione medica, ed erano autorizzati a prendere ogni decisione medica che volevano, perché io non ho nessun tipo di preparazione medica e loro avevano tutta la preparazione medica che serviva. Io e il ragazzo andammo in sacrestia, perché sapevo che le persone avevano bisogno di acqua, abbattemmo la porta e sapevo che ci sarebbero stati lavandini, vasi di fiori, calici e altre cose che avrei potuto usare per portare acqua alle persone. Aprimmo i rubinetti e riempimmo le cose di acqua. Facemmo bere le persone dai calici perché ne avevano bisogno.

Avevo con me un coltello; dissi al ragazzo di prendere la copertura dell'altare. “Tagliala in strisce, bagna le strisce nell'acqua e dalle alle persone per legarsele intorno alla faccia.” Mi disse: “Sei sicuro?” Dissi: “Sì, sono un ex chierichetto, lo puoi fare.” Lo tagliò, lo tagliò tutto e mi disse “L'ho finito, cosa taglio adesso?” gli dissi “Taglia la veste del prete.” Mi disse di nuovo “Sei sicuro?” A quel punto mi diedi una promozione e mi definii “chierichetto in pensione”. Decisi “Finché qualcuno non mi scavalca, sono la più alta autorità cattolica in questa chiesa”, stavo prendendo tutte le decisioni sui beni della chiesa e su come avrebbero dovuto essere usati. Pochi mesi dopo incontrai padre McManus, che era il parroco, e mi disse “Jerry, Dio ha messo quelle cose lì per essere usate. Hai fatto bene, non preoccuparti.”

Così eravamo lì e davamo un aiuto di base a molte persone, la maggior parte delle persone aveva solo bisogno di un posto sicuro dove stare perché tutti erano in stato di shock, avevano bisogno di acqua, l'aria dentro la chiesa era un po' più pulita rispetto a fuori perché tutte le finestre erano chiuse ed erano intatte. Anche se c'era un pezzo di motore dell'aereo sul tetto della chiesa, nessuna delle finestre si ruppe.

Eravamo lì da poco più di quarantacinque minuti quando la Torre Nord venne giù e non mi ricordo nulla di ciò. Uno psicologo mi parlò del cervello e di questa cosa dell’“attacca o scappa” e che smetti di pensare ai ricordi e ti preoccupi solo di sopravvivere. Potrei parlare del crollo della Torre Sud per cinque ore, ma non ricordo nulla del crollo della Torre Nord.

Arrivò il momento in cui me ne andai, perché c'erano molte persone, capi del dipartimento di polizia, capi dei pompieri. C’era un prete che era rimasto ucciso, il cappellano dei pompieri, padre Mychal Judge, lo portarono nella chiesa di Saint Peter, lo deposero sull'altare. Cominciò a diventare piuttosto congestionata e non avevano più bisogno che io dirigessi le attività. Decisi di rimettermi in contatto con il commissario della polizia, ma non lo trovai e non sapevo se fosse vivo o no. C'era una stazione della polizia in una stazione della metropolitana, per la polizia ferroviaria, a pochi isolati di distanza e andai lì a lavarmi sotto la doccia con indosso i miei abiti, perché avevo così tanta polvere addosso che mi cadeva di dosso costantemente. Volevo levarla, quindi con il mio abito camminai attraverso un getto della doccia per togliermi tutta quella polvere.

Poi tornai a Ground Zero, ero lì quando il World Trade Center 7 crollò, anche se ero a più di due isolati di distanza perché avevo imparato la lezione, che era “Non stare troppo vicino a quelle cose quando crollano”. Nel pomeriggio finii per tornare al mio ufficio al quartier generale della polizia per mettermi l'uniforme, passai gran parte del pomeriggio cercando un posto dove fare un grande obitorio temporaneo. Sulle prime volevamo requisire tutti le piste da hockey su ghiaccio della città, quello era il piano iniziale, ma poi il governo federale arrivò con questi grossi camion-condizionatori, che non sapevo nemmeno che avessimo; volevamo requisire un molo passeggeri sul lato ovest di Manhattan e condizionare l'intera area a una temperatura molto bassa e portare lì i corpi. Poi finii all'obitorio vero e proprio, che è sul lato est di Manhattan; il dottor Hirsch, il medico legale della città al tempo, sapeva che non ci sarebbero stati corpi perché la forza del crollo avrebbe reso quasi nullo il numero di corpi recuperabili; aveva ragione al 100%.

Rimasi all'obitorio dalle dieci di sera fino alle due o le tre del mattino. Poi andai a casa intorno alle tre e mezza o le quattro, mi feci una doccia e avevo intenzione di andare a riposare, perché ero esausto, ma finii per guardare la televisione e fu un terribile errore, perché anche se lo avevo vissuto, mi sentivo obbligato a guardarlo in televisione. Quindi guardai la TV per quarantacinque minuti e a quel punto era ora per me di tornare al lavoro e alle cinque e mezza del mattino ero con la brigata dei secchi sulla pila dei detriti. C'erano duecento persone sulla pila e quello fu l'inizio del lavoro di soccorso e di recupero.


Undicisettembre: Cosa hai fatto nei giorni seguenti?

Gerard Kane: Scavammo quasi fino alla fine del 12 settembre, poi decisero che gli scavi sarebbero stati fatti da personale preparato e stavamo ricevendo aiuto da tutta la nazione piuttosto in fretta, da gente che faceva professionalmente interventi in caso di crolli e che arrivava con l'aereo dove c'era un terremoto o qualcosa del genere, perché ha pratica costante di casi come questo. Quindi furono questi professionisti a strisciare sotto le macerie. Il resto di noi componeva la brigata dei secchi.

Non potevamo portare macchinari pesanti perché pensavamo che ci sarebbero state ancora persone da salvare, e quindi portavano via i pezzi letteralmente a mano. Li mettevano in un secchio da venti litri e passavano il secchio fino alla fine della fila, dove qualcuno lo avrebbe scaricato, poi tre o quattro persone avrebbero lanciato il secchio di nuovo alla sommità della pila, dove sarebbe stato riempito di macerie e sarebbe stato passato di nuovo giù. Io lo feci per un paio di giorni.


Undicisettembre: Quanto tempo ti ci è voluto per riportare la tua vita alla normalità?

Gerard Kane: È difficile dire che sia mai tornata la normalità. E’ stato un duro colpo. Certamente devi andare avanti, ci sono dei figli, c'è una moglie, c'è un lavoro. Non puoi semplicemente piangere tutto il giorno o bere tutto il giorno o fare entrambe le cose tutto il giorno, devi funzionare.


Undicisettembre: L’11/9 come condiziona la tua vita quotidiana?

Gerard Kane: Ci penso tutti i giorni, penso a quanto sono stato fortunato a essere sopravvissuto, sono grato di non essere morto. Sono grato di non avere lasciato mia moglie e i miei ragazzi. Penso a tutte le persone che sono andate al lavoro per fare il loro lavoro, non avevano sentimenti politici, e alcuni maniaci hanno fatto schiantare degli aerei nei loro palazzi uccidendoli a centinaia. E’ terribile.

I primi soccorritori, tra cui io, mentre andavamo sulla scena sapevamo che sarebbe stata una situazione di vita o di morte, ma abbiamo continuato ad andare. Io l’ho scelto, sono voluto diventare un poliziotto; i pompieri hanno deciso di diventare pompieri. Le povere persone che erano sedute alle loro scrivanie, cosa hanno fatto per meritare tutto questo? Le persone sugli aerei, cosa hanno fatto per meritare questo? E’ terribile per loro e per le loro famiglie.

Sono sicuro che molte persone siano ancora distrutte, voglio dire davvero distrutte. Tutti siamo un po' distrutti, ma credo che alcuni siano più distrutti di altri.


Undicisettembre: L’11/9 come ha condizionato la tua vita lavorativa dal 2001 fino al tuo ritiro dall’NYPD?

Gerard Kane: Beh, mi sono ritirato nel 2005. Avrei potuto continuare, ma l’11/9 era sicuramente nella mia testa quando mi sono ritirato. Ho pensato “Non voglio vivere un'altra di queste cose di nuovo.” Adesso lavoro per una società che sta rilasciando un progetto multimilionario per la sicurezza pubblica in tutto il paese e ho fatto un video per tutti gli impiegati della compagnia in modo che sappiano perché l’11/9 è stato così importante e perché la compagnia sta facendo ciò che sta facendo.

E’ stato 17 anni fa, ci sono persone che erano bambini piccoli quando è successo e che ora sono al college o si stanno diplomando. Conoscono queste cose dai libri di storia o per aver visto dei documentari in TV, ma vederle in diretta fu completamente diverso che vederlo a scuola anni dopo i fatti con i tuoi compagni.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l’11/9 sarebbe un autoattentato?

Gerard Kane: Anzitutto, è chiaro che questi complottisti dovrebbero condurre le proprie navi oltre il bordo della terra piatta.

Seriamente, penso che quando succede qualcosa come l’11/9 sia gigantesco, è assolutamente g-i-g-a-n-t-e-s-c-o. Pensaci, tu sei in italia, io sono a New York e ne stiamo parlando via Skype 17 anni dopo perché è stato un evento così gigantesco che sentiamo la necessità di parlarci. E’ così gigantesco che alcune persone non possono elaborarlo normalmente, quindi per proteggersi dicono “No, non può essere che un paio di uomini ha organizzato questa cosa, alcune persone sono andate a scuola di volo, hanno preso dei taglierini, hanno preso il controllo di alcune cabine di pilotaggio. Come può essere? Con un uomo in una caverna che sta organizzando tutto questo. E dai!” Quindi dicono: “Deve essere più grande di così, deve essere qualche tipo di grande cospirazione. Deve essere stata la CIA, il governo nel tentativo di impossessarsi di petrolio, nel tentativo di iniziare delle guerre, o gli Illuminati.” Non riescono a elaborare i fatti perché l'evento è stato troppo grande.

In realtà mi dispiace per loro, mi dispiace davvero. Alle volte mi arrabbio con loro, ma la mia vera emozione quando penso a queste persone è che mi dispiace per loro, che il loro intelletto e la loro personalità siano così deboli che si difendono così.

Ma ora sta scomparendo. Come per me dodici o tredici anni fa era difficile parlare dell’11/9 perché mi emozionavo, ma ora il tempo è passato e anche per loro il tempo passa e i loro cervelli iniziano a guarire e pensare normalmente.


Undicisettembre: Pensi che la nazione sia più sicura oggi che nel 2001?

Gerard Kane: Sì. Non c'è dubbio che la nazione sia più sicura. Cominciamo alle fonti; nei posti dove queste idee malvagie nascono ci sono forti sforzi costanti per bloccare, arrestare, uccidere le persone che emergono con queste idee.

Qui negli Stati Uniti la polizia locale e il governo federale stanno facendo un buon lavoro, tutto ciò che devono fare è andare su Facebook, andare in differenti aree di chat, trovare persone che parlano della jihad, andare a incontrarle sotto copertura e se la persona dice “Voglio fare la jihad” gli dicono “Bene, perché non vieni a rinfrescarti le idee per un paio d'anni in galera?” e le tolgono dalle strade. E ovviamente sugli aerei se un uomo si alza e pugnala la hostess, tutte le persone in salute che si trovano sull'aereo, incuranti dalla loro sicurezza personale, si getteranno su quell'uomo e lo aggrediranno e lo pesteranno fino a fargli perdere conoscenza o persino ucciderlo.

Loro lo sanno, quindi non prendono più il controllo di aerei come hanno potuto fare in passato. Ora c'è il terrorismo con i veicoli, dove si lanciano con autoveicoli sulle folle, ma le città iniziano a essere riprogettate tenendo conto di questo. Ho visto a New York che ci sono barriere ovunque. E quando le vedo penso “Oh, che bello! così non mi possono investire.”

Quindi il terrorismo si adatta, ma anche la polizia si adatta. Nessuno verrà colto di sorpresa.

2018/09/10

World Trade Center: an interview with former NYPD detective Michael Greene

by Hammer. An Italian translation is available here. The article was corrected after publication.

On the seventeenth anniversary of the attacks of September 11, 2001, Undicisettembre offers its readers the account of former New York detective Michael Greene, who rushed to provide help at the World Trade Center after the two plane crashes and experienced the collapses of the two towers at close range.

We wish to thank Michael Greene for his kindness and willingness to share his experience.


Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on 9/11?

Michael Greene: I was a police detective for NYPD and I worked in the detective unit in midtown Manhattan, we covered Times Square and Hell's Kitchen. We work a lot of hours, people don't realize how many hours we work. People normally work forty hours a week in the US, at the time we worked maybe eighty or a hundred hours a week. I finished working 24 hours straight and I was about to work another eight hours. We had a little lounge in our police station where we could take a break, watch TV, eat, whatever, and we have a dormitory too, so that we could sleep there. At 8:45 AM I was the only guy there, while everybody else was getting dressed, getting ready for work, and I saw on TV that a plane crashed into the World Trade Center.

Every channel was showing it. You could see the smoke coming out of the building. I went upstairs and I told all my buddies, my sergeant, my supervisor "Hey, a plane crashed into the World Trade Center!" and they started speeding up. We are detectives, we investigate. We investigate murders, robberies, rapes, terrorism, espionage, whatever; but we are investigators, not rescuers, we work in suit and tie. Basically without anyone telling us anything we decided to go down there because we knew they might need help.

We took two unmarked police cars, it was like six to seven of us. I was driving the front car and as we were leaving our office one thing I noticed is the traffic was already packed up, way worse than normal and it was very difficult to get through traffic. I made a turn to get on the West Side Highway, the World Trade Center is just next to it, and I give credit to the NYPD traffic officers because immediately they had that whole highway shut down just for emergency vehicles, so it was clear. Driving down there I called my mom and she didn't even know, I told her what happened and I told her I was going to help people.

As I was pulling up, the second plane hit. Immediately we knew it was terrorism, that it was intentional. I parked the police car a few blocks away, and walked down there. On the opposite side of the road from the towers there was an American Express building. At that moment none of our cellphones worked; our commander, who was trying to lead the way, had us go there because we were trying to get through to our headquarter to find out what we should do, what the plan of action was. So we went in the American Express building to use their landline phones, and every call we made it was just busy signal. So no calls went through.

There was a girl there, maybe 22 years old, who was scared but didn't know what was going on because the building had no windows and she asked me "What should I do?" I said "If I were you, I would leave." In the back of my head I always wonder if she did leave because a piece of the tower did fall on that building. We walked out and went towards the South Tower. Everyone was running away from every sides of the building and on every side somebody was jumping, you could hear the loud explosions of the bodies. I'm a detective and I'm also a hostage negotiator, I've seen people jump, I've seen the aftermath of people jump and when it happens there's usually a human body there, even if with broken bones but it's there, but the difference here was that people were jumping from such high floors that when they hit the ground they just exploded into literally nothing. The whole human being would hit the ground and "boom", nothing but a little splat of blood, no body left. And it was constant. There were like two people jumping on this side, then one jumping on the other side, and so on.

I shook hands with two NYPD guys, they were the emergency service unit, they do all kind of rescues and SWAT team operations, they were putting on their gear and breathing apparatus and we shook hands with a smile saying “Hey, you got to be safe”, “You too, you too” and they didn’t make it out. I saw hundreds of firefighters going in, many of them didn’t make it out.

Going in and out the building you had to look up because people and things were falling; some people made it out of the building but were killed by other people jumping. Two people, and then nothing. I saw one guy walk out, he made it out and then a big, big piece of glass came down and split him in half: a whole person walking, a giant piece of glass falling, and the two sides of him falling to the ground.

So, I was with my team and we took a headcount, so in case everyone got separated we knew who's with us. We looked up and there was a woman in work clothes falling, she was wearing a suit, I remember her blonde hair, she had a skirt on and her business blouse, on one foot she still had heels on; while falling her arms and legs were still kicking. While falling she hit a light pole, and she split in half, and both her halves hit the ground. This thing will stay with me forever. There was nothing we could do about it.

We took the headcount, we took everybody's name, then we were about to go inside, we looked up and I saw the top of the tower start to move. It was collapsing. I yelled "Run!" we were right there by the lobby, so we couldn't get far. One of my last visuals before the tower came down was a sea of people who made it to the lobby orderly going out. But they didn’t make it out.

One of my sergeants, Jerry Beyrodt, was thrown by the impact 60 or 100 feet into the air and a police van that was leaving unintentionally run over his leg. As the tower came down the debris and smoke came over him. All my other buddies were five or ten feet behind me and to me they were dead. This had never happened before, so we didn’t know what to expect. There was a black car, I think it was an unmarked police car but it was so dark I couldn't see in, I wanted to go inside there for some kind of cover. I pulled on the handle of the car door and it was locked, I pulled out my gun and I was going to shoot the glass to get in but in the back of my head I thought "What if someone is already hiding in there? I don't want to kill anybody." During the collapse you could hear gunshots because there were cops who were shooting at windows to go into buildings, stores for instance.

I went in front of the car and I got in my knees and I covered my head and torso behind the car and the only part exposed were my legs and my feet. I though "This debris cloud comes and it's going to chop off my legs and feet. I have very good legs and feet and I'm going to miss them."

The whole debris cloud engulfed me and covered me and I thought "Wow! My legs are still here!" I got my suit jacket, I got it over my face as an air filter and it was pitch black, you couldn't see. My heart was racing because I had just run as fast as I could. So I stopped to take a breath. It was as if someone had taken a bucket of sand and threw it into your mouth. All of a sudden my mouth and my nose were full of nothing but cake and that's when you learn "Wow, I can't swallow!" and you and I can swallow now, we involuntarily swallow all day. And you realize you can't breathe either, because there was no air: zero. As I was realizing this, silence came over everything. It was quiet as you could hear a pin drop all of a sudden.

I heard a woman's voice, she was walking next to me. It was dead quiet and she was saying "Help! Help!". I am a cop, a detective, I save people but I remember I couldn't help myself, I couldn't help her and I couldn't see her first off. I heard "Boom!" and she hit the ground. Again, can't breathe, can't see, I remember thinking to myself "I have a minute, and then I am a dead man." because there was no air. I said to myself "Should I lie down and die peacefully or flap around and go crazy and leave like that." I sat there on the street, it was still black, debris still stick everywhere and I could feel the air running out of my lungs. Then I started to get angry inside, I was like "Fucking terrorists, fucking bin Laden!" I have studied international terrorism since 1989, that was a field I was really interested on. I was mad that terrorists just killed thousands of us. I started to pray and all of a sudden a little bit of air started coming; seconds by seconds a little more air and a little more air.

I started to see maybe five feet and first thing I wanted to see where that lady was, I walked a few feet to my right and there was the lady, she was on her back and she was dead, she suffocated to death. Her mouth and nose were all caked up, she was dead.

There was silence everywhere, but you could hear chirping, because the firefighters had devices which if they don’t move after sixty seconds they chirp.

I walked a little south and found the city bus, there were two cops on it and the bus driver, and the air conditioning was on. I thought "This is what I need, I can still help people, but I need to help myself first, I need to breathe." I went inside and the air was clean, I could get my breath. I got off the bus and I started directing as many people as I could to the bus. There was a person on the bus who was a female paramedic, she was traumatized and she was crying, crying, crying. A guy who was also on the bus looked at her and told her "You got to stop, you have to pull yourself together." He smacked her in the face and she was like "Yes, you are right. You are right."

By now, we could see maybe ten feet. I started to see my buddies, they all survived, I saw them walking and I saw the sergeant again, he was 58 years old, six foot five, he had been a cop for more than thirty years already, including working in the Terrorism Task Force years before. He got thrown and his leg got run over, but was carrying a female sergeant on his back because her shoes got blown off. We put her also on the bus. We had the bus loaded, I told the driver "Look, you are going to go down on this street. Don’t go through that tunnel down there, don’t go through any tunnels. Stay above ground, turn around, go to the East Side of Manhattan, there's a hospital on 21st street and 2nd Avenue. Make that, you drop off people and from there go to your bus station." He said "Okay" and drove off.

The rest of us went south to the end of Manhattan, facing the Statue of Liberty, there are no docks for boats, just a wall from where you can see the water. Thousands of people had gathered there in that grassy area, injured and not injured, just laying on the grass just resting and not knowing what to do. There was no docks for boats but just a wall and we started waving boats over.


The sergeant’s leg was blue, pink, purple, black, and three times the size, so we told him "Look, you now go to the hospital or you are going to lose your leg." but he was a big and strong guy and he wanted to keep helping, so two detectives forced him onto a police boat that took him to a hospital in New Jersey. He stayed there four months and had ten surgeries and they saved his leg. He died three years ago of 9/11 cancer. Other than NYPD he was also in the Navy and a volunteer firefighter in his town.

There at the south end of Manhattan, with thousands of people, there were doctors around, with nurses, off duty or on duty; I took note that there were two middle eastern looking guys who were walking around, they had serious looks on their faces, and they weren't helping anybody, they were just walking around. Half of me wanted to stop them, but I didn't; to this day I look back and I wish I had, but I didn't. It was out of place that they were looking but not helping.

While we were there, the North Tower fell. I couldn’t handle another cloud; I jumped on the other side of the seawall to jump into the river if the debris field would come as far as we were, but it didn't. We kept waving boats over, we started lifting women, children and injured over the seawall and onto the boats There were thousands of people, we got all of them off the island and onto the boats. I have to give credit to the pilots and the captains, because that wasn't a dock, it was a seawall. We did our part loading people on, but they did their part keeping the boats there, there were no boats crashing, nobody got injured; they did a great job.

We got everybody off, then we walked north through the rubble to see if we could find any survivors. We reached Church Street and it was deserted, there was nobody. Debris was everywhere, an inch thick on the ground. There was a hole in street with flames coming out, like hell. We went to the mound where the Towers were and there was nobody to rescue. We ultimately kept walking till we got to the same hospital I told the bus to go to.

Among people of my precinct five died of 9/11 cancer, ten people have cancer but are still alive. But if you go across the whole police department there are hundreds and hundreds and hundreds; I was right there with them, even my day might come sooner or later.


Undicisettembre: Were you also an investigator after 9/11? What was your role in the investigation?

Michael Greene: Yes, I did a portion of it. The part I did was just an account of who lived and who didn’t. There were people committing frauds, who were saying like “Oh, my wife was killed!” and we found later the person wasn’t killed; they were trying to get the money from the insurance policy. There were things like this happening and at least one of them made the news, they were a Canadian couple. She reported her husband was killed in the tower but he wasn’t, he was still alive, so he was just trying to get the insurance money from his death.

So the part that I investigated was who actually died, who were visitors, and so on. We set up a hotline where people could report people missing; basically we had to account for every person. This lasted many months.


Undicisettembre: What happened to you in the following days?

Michael Greene: Well, the NYPD is kind of special. Probably anywhere else you get immediate treating, counseling or whatever; in NYPD no, you are back to work the next day and in the light of what happened we didn’t mind. We were there to help and rescue, do what we had to do. We didn’t care. So I went back to work, and work was a mixture: I did what they call “the pile”, going through debris to rescue people, to see if there was anyone alive. They also brought the debris to Staten Island to a garbage dump, they had us working there on twelve-hour shifts, 24 hours a day, digging through the debris for evidence, body parts, anything.

One day I found a whole bunch of ID’s. At the time if you wanted to visit to the World Trade Center you would go to the front desk and the security would take your name and a picture of you. Digging through the rubble I found some forty ID cards for middle eastern men. Could be something, could be nothing. They were forty, I found all the cards in the same place.

When you found something you would put it in a bucket and at the end of the day it would eventually go to the Terrorism Task Force guys.


I spoke to one of my sergeants, the day after 9/11. He was separate from my group. Right before the South Tower collapsed, he was about to enter. He said he observed an NYPD officer in uniform, with a middle eastern man in handcuffs. He said the officer was walking the man out, but the Tower collapsed, neither made it out.

This was a rescue operation at the time not an arrest operation. A cop with a man in handcuffs, there had to be a very good reason. Again, could be something, could be nothing.


Undicisettembre: Having been a rescuer also in the 1993 attack, were you somehow expecting terrorists to come back?

Michael Greene: I was. The Mayor at the time was Giuliani, he was a great mayor for the time, we needed him but there was good and bad about him. On the bad side, I remember the day he decided to put the New York City office of Emergency Management inside the World Trade Center, after 1993. In my head I was like “The World Trade Center is still a terrorist target, why would you put our command center for emergencies in that building?” He did it and on 9/11 nobody could use it. That was a dumb move. I totally knew they were going to go for it.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories that claim that 9/11 was an inside job?

Michael Greene: I don’t believe it was an inside job. I do believe we made a tremendous amount of huge mistakes that allowed it to happen. But an inside job? No, not at all.


Undicisettembre: What do you think of security in the States today? Is the country safer than in 2001?

Michael Greene: In regard to terrorism I would say yes, to maintain that level costs a lot of money and I don’t know if it will be sustainable. But ISIS did something that al-Qaeda didn’t do, which makes it difficult for us: al-Qaeda was all about “Hey, come train with us.” while ISIS is like “You don’t have to train with us, we are just going to get into your head, make you become a sympathizer from ten thousand miles away and we are going to make you want to commit terrorist acts with your car or any normal thing that is normally not a weapon.” That makes it more difficult because if you are a weak minded person watching ISIS videos at home every day, you are not on anybody’s radar for anybody to detect if that you are planning a terrorist attack.

So it’s a little trickier but in terms of any big terrorist attack, like in the style of 9/11, we are definitely safer now than we were then. These lone wolves attacks are more preventable, not by the federal government or the FBI, but by the local police, because the local police can see if a person looks a little depressed or is acting a little weird or is buying a few guns. I think also the local police has also become more geared towards terrorism and has taken a role in counter-terrorism.

World Trade Center: intervista all'ex detective di New York Michael Greene

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui. L'articolo è stato corretto dopo la pubblicazione iniziale.

In occasione del diciassettesimo anniversario degli attentati dell'11 settembre 2001, Undicisettembre offre ai suoi lettori la testimonianza dell'ex detective di New York Michael Greene, che intervenne sulla scena del World Trade Center dopo i due schianti e visse da vicino i crolli delle due torri.

Ringraziamo Michael Greene per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto l’11/9?

Michael Greene: Ero un detective della polizia nell’NYPD e lavoravo nell'unità dei detective di midtown Manhattan; la nostra area di competenza era Times Square e Hell's Kitchen. Lavoriamo molte ore, la gente non si rende conto di quante ore lavoriamo. Di norma la gente lavora quaranta ore a settimana negli Stati Uniti, a quei tempi lavoravamo forse ottanta o cento ore a settimana. Avevo finito di lavorare per 24 ore consecutive e stavo per lavorarne altre otto. Avevamo un piccolo soggiorno nella nostra stazione di polizia dove potevamo fare una pausa, guardare la televisione, mangiare, qualunque altra cosa, e avevamo anche un dormitorio, così potevamo dormire lì. Alle otto e quarantacinque del mattino ero l'unica persona lì, mentre tutti gli altri si stavano vestendo, preparandosi per il lavoro, e vidi in televisione che un aereo si era schiantato contro il World Trade Center.

Tutti i canali televisivi lo stavano mostrando. Si vedeva il fumo che usciva dal palazzo. Salii le scale e dissi a tutti gli altri, al mio sergente, al mio supervisore “Ehi, un aereo si è schiantato contro il World Trade Center!” e loro iniziarono a fare più in fretta. Siamo detective, investighiamo. Investighiamo omicidi, furti, stupri, terrorismo, spionaggio, qualunque cosa; ma siamo investigatori, non soccorritori, lavoriamo in giacca e cravatta. Praticamente senza che nessuno ci dicesse nulla decidemmo di andare là perché sapevamo che probabilmente ci sarebbe stato bisogno d'aiuto.

Prendemmo due auto civetta della polizia, eravamo sei o sette. Io guidavo quella davanti e mentre partivamo dai nostri uffici mi accorsi che il traffico era già congestionato, molto peggio della norma, ed era molto difficile muoversi nel traffico. Svoltai per prendere la West Side Highway, il World Trade Center è proprio accanto ad essa, e devo riconoscere che gli addetti al traffico dell’NYPD fecero un buon lavoro, perché chiusero immediatamente l'intera autostrada riservandola ai veicoli di emergenza e quindi era sgombra. Mentre la percorrevamo chiamai mia madre; lei non sapeva nemmeno cosa fosse successo, glielo dissi e le dissi che stavo andando ad aiutare della gente.

Mentre mi stavo avvicinando, il secondo aereo colpì. Immediatamente capimmo che era un atto di terrorismo, che era intenzionale. Parcheggiai la macchina della polizia ad alcuni isolati di distanza, e camminammo fino là. Sul lato opposto della strada rispetto alle torri c'era un edificio dell'American Express. In quel momento nessuno dei nostri cellulari funzionava; il nostro comandante, che stava cercando di guidarci, ci disse di andare lì dentro perché stavamo cercando di contattare il nostro quartier generale per capire cosa avremmo dovuto fare, quale fosse il piano d’azione. Quindi entrammo nel palazzo dell'American Express per usare i loro telefoni fissi, e ogni chiamata che facemmo dava segnale occupato. Quindi nessuna telefonata ebbe successo.

C'era una ragazza, di circa ventidue anni, che era spaventata ma non sapeva cosa stesse succedendo, perché il palazzo non aveva finestre e mi chiese “Cosa dovrei fare?” Le dissi “Se fossi in te, me ne andrei.” Nei miei pensieri mi chiedo sempre se se ne sia andata, perché un pezzo della torre cadde su quel palazzo. Uscimmo e andammo verso la Torre Sud. Tutti stavano scappando da ogni lato del palazzo e da ogni lato qualcuno si lanciava, si sentivano le forti esplosioni dei corpi. Sono un detective e anche un negoziatore di ostaggi, ho visto gente lanciarsi dagli edifici, ho visto quello che succede alla gente che si lancia e di solito c'è un corpo, anche se ha le ossa rotte, ma c'è; ma qui la differenza era che la gente si lanciava da piani talmente alti che quando colpiva il suolo esplodeva e non ne restava nulla. La persona colpiva il suolo e “boom”, nient’altro che una piccola pozza di sangue, non restava niente del corpo. Ed era continuo. C'erano due persone che si lanciavano da un lato, poi una che si lanciava da un altro lato, e così via.

Salutai due uomini dell’NYPD, che erano dell'unità del servizio per le emergenze, fanno ogni tipo di salvataggio e operazioni SWAT, stavano indossando il proprio equipaggiamento e i respiratori, ci salutammo con una stretta di mano e un sorriso dicendo “Hey, fate attenzione”, “Anche tu, anche tu”, ma non ne uscirono vivi. Vidi centinaia di pompieri entrare nelle torri, molti di loro non ce la fecero a uscire.

Entrando e uscendo dal palazzo dovevi guardare in alto, perché cadevano cose e persone; alcune persone uscirono vive dal palazzo ma furono uccise da altre persone che si erano lanciate. Due persone, e poi nulla. Vidi un uomo uscire, riuscì a uscire e poi cadde un pezzo molto grande di vetro che lo tranciò in due: una persona che cammina, un gigantesco pezzo di vetro che cade, e le due metà di quella persona che cadono al suolo.

Quindi, ero con la mia squadra e decidemmo di contarci, così nel caso in cui qualcuno si fosse allontanato avremmo saputo chi era con noi. Guardammo in alto e c'era una donna in abiti da lavoro che cadeva, indossava un tailleur, ricordo i suoi capelli biondi, aveva una gonna e una giacca da lavoro, su un piede aveva ancora la scarpa con i tacchi alti, mentre cadeva agitava le braccia e le gambe. Cadendo colpì un palo della luce, e fu spaccata in due, ed entrambe le metà caddero al suolo. Questa cosa rimarrà con me per sempre. Non potevamo farci nulla.

Ci contammo, prendemmo i nomi di tutti, e stavamo per entrare, guardammo in alto e vidi la sommità della torre che cominciava a muoversi. Stava crollando. Urlai “Correte!”, eravamo proprio vicino alla lobby, quindi non potevamo andare lontano. Una delle ultime cose che vidi prima che la torre venisse giù era il mare di gente che era arrivata nella lobby che ne usciva ordinatamente. Ma non ce la fecero.

Uno dei miei sergenti, Jerry Beyrodt, fu lanciato dall'impatto venti o trenta metri in aria e un furgone della polizia che si stava allontanando passò involontariamente sopra la sua gamba. Quando la torre crollò, le macerie e il fumo lo investirono. Tutti i miei altri compagni erano due o tre metri dietro di me e io pensai che fossero morti. Non era mai successo niente del genere, quindi non sapevamo cosa aspettarci. C'era una macchina nera, penso che fosse un'auto civetta della polizia ma era così buio che non vedevo all’interno, volevo entrare per ripararmi in qualche modo. Tirai la maniglia della macchina, ma era chiusa, tirai fuori la pistola e stavo per sparare al vetro per entrare, ma pensai “E se c’è qualcuno già nascosto all'interno? Non voglio uccidere nessuno.” Durante il crollo si sentivano colpi di pistola perché c'erano poliziotti che sparavano alle finestre per entrare nei palazzi, per esempio nei negozi.

Andai davanti alla macchina, mi inginocchiai e mi coprii la testa e il torso dietro l’auto; l'unica parte esposta erano le mie gambe e i miei piedi. Pensai “Questa nuvola di macerie mi taglierà le gambe e i piedi. Ho gambe e piedi molto buoni, mi mancheranno.”

La nuvola delle macerie mi avvolse e mi coprì e pensai “Wow! Ho ancora le mie gambe!” Presi la mia giacca e me la legai davanti alla faccia come filtro per l'aria ed era tutto nero come la pece, non si vedeva nulla. Il mio cuore batteva all'impazzata perché avevo appena corso al massimo della velocità possibile. Quindi mi fermai per prendere fiato. Era come se qualcuno avesse preso una secchiata di sabbia e me l'avesse lanciata in bocca. Improvvisamente la mia bocca e il mio naso erano completamente impastati ed è allora che capisci “Wow, non posso deglutire!” E tu e io possiamo deglutire ora, lo facciamo involontariamente tutto il giorno. E capisci che non puoi nemmeno respirare, perché non c'era aria: zero. Mentre capivo queste cose, il silenzio calò su tutto. All’improvviso era così silenzioso che avresti potuto sentire cadere uno spillo.

Sentii la voce di una donna, camminava vicino a me. C’era un silenzio totale, e lei diceva “Aiuto! Aiuto!”. Sono un poliziotto, un detective, salvo le persone, ma ricordo che in quel momento non potevo aiutare me stesso, non potevo aiutare lei e non la potevo neanche vedere. Sentii “Boom!” e lei cadde al suolo. Di nuovo, non potevo respirare, non potevo vedere. Ricordo di avere pensato “Tra un minuto sarò un uomo morto” perché non c'era aria. Mi dissi “Dovrei stendermi e morire in pace o dibattermi, impazzire e morire così?” Mi sedetti per strada, era tutto nero, le macerie erano ancora attaccate ovunque e sentivo che l'aria nei polmoni mi si stava esaurendo. Iniziai ad arrabbiarmi, pensai “Fottuti terroristi, fottuto bin Laden!” Studio terrorismo internazionale dal 1989, era un campo che mi interessava davvero tanto. Ero furibondo che i terroristi avessero appena ucciso migliaia di noi. Iniziai a pregare e improvvisamente un pochino d'aria inizio ad arrivare; secondo dopo secondo, un po' più di aria e poi ancora un po' più di aria.

Iniziai a vedere circa un metro e mezzo avanti a me e per prima cosa volevo vedere dove fosse quella donna, camminai per qualche metro verso la mia destra e la donna era lì, era stesa sulla schiena ed era morta, soffocata. La sua bocca e il suo naso erano completamente impastati, era morta.

C’era silenzio ovunque ma si sentivano dei cinguettii, perché i pompieri avevano dei dispositivi che fanno questo suono se restano fermi per più di sessanta secondi.

Camminai un po’ verso sud e trovai un autobus di linea, c'erano a bordo due poliziotti e l'autista, il condizionatore era acceso. Pensai “Questo è ciò di cui ho bisogno, posso ancora aiutare gli altri, ma devo prima aiutare me stesso, ho bisogno di respirare.” Entrai e l'aria era pulita, riuscii a respirare. Scesi dall'autobus e cominciai a indicare a quante persone potevo di salire sull'autobus. C'era una donna sull'autobus che era un paramedico, era traumatizzata e piangeva, piangeva, piangeva. Un uomo che era pure lui sull'autobus la guardò e le disse “Devi smettere, devi ricomporti.” La schiaffeggiò sul viso e lei disse “Sì, hai ragione. Hai ragione.”

A quel punto potevamo vedere per circa tre metri. Iniziai a vedere i miei compagni, erano tutti sopravvissuti, li vidi camminare e poi vidi di nuovo il mio sergente, aveva 58 anni, un metro e novantacinque, era un poliziotto da più di trent’anni, aveva anche lavorato nella Terrorism Task Force anni prima. Era stato lanciato in aria e la sua gamba era stata schiacciata da un veicolo che passava, ma stava portando un sergente donna sulla schiena perché le scarpe di lei le erano state strappate dai piedi. La portammo sull'autobus. Caricammo l'autobus, quindi dissi all'autista “Senti, vai lungo questa via. Non entrare nel tunnel laggiù, non andare in nessun tunnel. Sta’ in superficie, gira indietro, vai verso l'East Side di Manhattan, c'è un ospedale all’incrocio tra la ventunesima strada e la seconda avenue. Vai là, fai scendere queste persone e da lì torna alla tua stazione degli autobus.” Mi disse “Ok” e partì.

Noi che eravamo rimasti lì andammo verso la punta meridionale di Manhattan, quella che guarda verso la Statua della Libertà; non ci sono moli per le navi, solo un muro da cui si vede l'acqua. Migliaia di persone si erano raccolte là in quell’area verde. Alcune era ferite, altre no. Si erano sdraiate sull'erba a riposarsi, senza sapere cosa fare. Non c'erano moli per le navi, ma solo un muro, e cominciammo a fare segno alle navi di avvicinarsi.


La gamba del sergente era blu, rosa, viola, nera e gonfia fino a tre volte la dimensione normale, quindi gli dicemmo “Senti, devi andare all'ospedale o perderai la gamba.” Ma lui era un uomo grosso e forte e voleva continuare ad aiutare, e così due detective lo costrinsero a salire su una barca della polizia che lo portò a un ospedale nel New Jersey. Rimase lì per quattro mesi, fu operato dieci volte e gli salvarono la gamba. Morì tre anni fa di cancro in conseguenza all’11 settembre. Oltre che nell'NYPD era stato anche nella Marina ed era stato un pompiere volontario nella sua città.

All'estremità sud di Manhattan, insieme a migliaia di persone, c'erano medici, con infermieri in turno e fuori dal turno; notai che c'erano due uomini mediorientali che camminavano in giro, avevano espressioni serie, e non stavano aiutando nessuno, stavano solo camminando in giro. Una parte di me voleva fermarli, ma non lo feci; ancora oggi ci ripenso e vorrei averlo fatto, ma non lo feci. Era fuori luogo che guardassero in giro senza aiutare.

Mentre eravamo lì, la Torre Nord crollò. Non potevo sopportare un'altra nube; saltai dall'altra parte del muro per saltare nel fiume se i detriti fossero arrivati fino a dove eravamo, ma non successe. Continuammo a segnalare ai battelli di avvicinarsi, iniziammo a far passare donne, bambini e feriti oltre il muro e sui battelli. C'erano migliaia di persone, le facemmo evacuare tutte dall'isola sui battelli. Devo riconoscere l’ottimo lavoro che fecero i piloti e i capitani, perché non c'era un molo, era come un argine. Noi facemmo la nostra parte nel caricare le persone, ma loro fecero la loro parte per tenere i battelli vicini, nessuna imbarcazione si scontrò, nessuno si ferì; fecero un ottimo lavoro.

Riuscimmo a caricare tutti sulle imbarcazioni, quindi camminammo verso nord tra le macerie per vedere se potevamo trovare dei sopravvissuti. Arrivammo a Church Street ed era deserta, non c'era nessuno. Le macerie erano ovunque, spesse più di due centimetri al suolo. C'era un buco nella strada dal quale uscivano fiamme, sembrava l'inferno. Andai alla pila dove c’erano le torri e non c'era nessuno da salvare. Alla fine continuammo a camminare finché non arrivammo allo stesso ospedale a cui avevo detto all'autobus di andare.

Tra le persone del mio distretto, cinque sono morte per tumore causato dall’11/9, dieci hanno il tumore ma sono ancora vive. Ma se guardi tutto il dipartimento di polizia, ce ne sono centinaia e centinaia e centinaia; io ero proprio lì con loro, quindi prima o poi potrebbe arrivare anche il mio giorno.


Undicisettembre: Hai anche investigato sull’11/9 dopo gli eventi? Che ruolo hai avuto nell’investigazione?

Michael Greene: Sì, ne ho fatto una porzione. La parte che feci fu il resoconto di chi era sopravvissuto e chi no. C'erano persone che commettevano frodi, che dicevano “Oh, mia moglie è morta!” e dopo scoprivamo che la persona non era morta; stavano cercando di prendere i soldi dell'assicurazione. Succedevano cose di questo genere e almeno una di queste arrivò sui giornali, si trattava di una coppia canadese. La donna disse che il marito era rimasto ucciso nella torre ma non era vero, era ancora vivo, stava solo cercando di prendere i soldi dell'assicurazione dalla sua morte.

Quindi la parte che io investigai fu chi era morto davvero, chi erano i visitatori e così via. Istituimmo una hotline dove le persone potevano segnalare gli scomparsi; praticamente dovevamo rendere conto di ogni persona. Questo durò molti mesi.


Undicisettembre: Cosa hai fatto nei giorni seguenti?

Michael Greene: Beh, l’NYPD è piuttosto speciale. Probabilmente da qualunque altra parte avremmo ricevuto cure immediate, consulenza o qualunque altra cosa; nell’NYPD no, torni al lavoro il giorno dopo e alla luce di quanto era successo non ci importava. Eravamo lì per aiutare e per soccorrere, fare ciò che dovevamo fare. Non ci importava. Quindi tornai al lavoro, e il lavoro era misto. Lavorai su quella che è chiamata “the pile” [la catasta], cercando tra le macerie per salvare le persone, per vedere se c’era qualcuno vivo. Portavano anche le macerie a Staten Island in una discarica, vi lavoravamo in turni da dodici ore, ventiquattro ore al giorno, scavando tra le macerie alla ricerca di prove, resti umani, qualunque cosa.

Un giorno trovai un intero mazzo di badge per l’accesso al palazzo. A quel tempo se volevi visitare il World Trade Center dovevi andare alla reception e la security avrebbe preso il tuo nome e ti avrebbe fatto una foto. Scavando tra le macerie trovai circa quaranta badge di uomini mediorientali. Poteva significare qualcosa, poteva non voler dire niente. Erano quaranta, li trovai tutti nello stesso posto.

Quando trovavi qualcosa, lo mettevi in un secchio e alla fine della giornata andava in mano agli uomini della Terrorism Task Force.


Parlai con uno dei miei sergenti, il giorno dopo l’11/9. Non era nel mio gruppo. Appena prima del crollo della Torre Sud, lui stava per entrare. Disse di aver visto un agente in uniforme dell’NYPD, con un uomo mediorientale in manette. Mi disse che l'agente lo stava portando fuori, ma nel crollo della torre nessuno dei due era sopravvissuto.

Era una missione di salvataggio, in quel momento, non una missione di arresto. Un poliziotto con un uomo in manette, doveva esserci un'ottima ragione. Di nuovo, potrebbe essere qualcosa, potrebbe non essere nulla.


Undicisettembre: Essendo stato anche un soccorritore nell’attentato del 1993, ti aspettavi che i terroristi sarebbero tornati?

Michael Greene: Sì.Il sindaco al tempo era Giuliani, fu un ottimo sindaco per quei tempi, avevamo bisogno di lui, ma ci sono aspetti positivi e aspetti negativi. Dal lato negativo, ricordo il giorno che decise di mettere l'ufficio di New York per la gestione delle emergenze dentro il World Trade Center, dopo il 1993. Pensai “Il World Trade Center è ancora un obiettivo dei terroristi, perché vuoi mettere un centro di comando per le emergenze in quel palazzo?” Lui lo fece e l’11/9 nessuno poté usarlo. Fu una mossa stupida. Sapevo perfettamente che avrebbero cercato di nuovo di colpire lì.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo le quali l’11/9 sarebbe un inside job?

Michael Greene: Non credo che sia stato un inside job. Credo che fu fatta un'enorme quantità di giganteschi errori che permisero che tutto questo accadesse. Ma un inside job? No, assolutamente.


Undicisettembre: Cosa pensi della sicurezza negli USA oggi? La nazione è più sicura che nel 2001?

Michael Greene: Per quanto riguarda il terrorismo direi di sì, mantenere questo livello costa molti soldi e non so se sarà sostenibile. Ma l'ISIS ha fatto qualcosa che al-Qaeda non ha fatto, che rende le cose più difficili per noi: al-Qaeda diceva “Ehi, vieni nei nostri campi di addestramento”, mentre l'ISIS dice “Non serve che vieni nei nostri campi di addestramento, dobbiamo solo entrare nella tua testa e renderti un simpatizzante da quindicimila chilometri di distanza e ti faremo venire voglia di commettere atti di terrorismo con la tua automobile o con qualunque altro oggetto normale che di norma non è un'arma.” Questo rende le cose più difficili, perché se sei una persona dalla mente debole che guarda i video dell'ISIS a casa ogni giorno, non sei sul radar di nessuno che può trovarti nel caso in cui tu stia progettando un attacco terroristico.

Quindi è un po' più complicato, ma in termini di un grande attacco terroristico, come l’11/9, siamo certamente più al sicuro oggi di quanto lo fossimo allora. Questi attacchi di lupi solitari sono più prevenibili, non dal governo o dall’FBI, ma dalla polizia locale, perché la polizia locale può vedere se una persona sembra un po’ depressa o se si comporta in modo un po’ strano o se sta comprando delle pistole. Credo anche che la polizia locale sia maggiormente attrezzata contro il terrorismo e abbia oggi un ruolo nell'antiterrorismo.