2021/02/14

Intervista all'ex corrispondente dell'ANSA da New York Marco Bardazzi

di Leonardo Salvaggio

Undicisettembre offre oggi ai suoi lettori la testimonianza del giornalista Marco Bardazzi che nel 2001 era corrispondente dell'ANSA da New York e che ci ha raccontato la sua singolare esperienza di quella giornata e dei mesi seguenti.

Ringraziamo Marco Bardazzi per la sua cortesia e disponibilità.




Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto l’11 settembre?

Marco Bardazzi:
Ero il corrispondente dell’ANSA da New York. All’epoca l’ANSA aveva un ufficio di corrispondenza da New York con tre giornalisti, uno in quel periodo era in ferie in Italia quindi eravamo in due. Quella mattina dovevo entrare al lavoro un po’ più tardi, verso le dieci perché avevo il turno di metà giornata, quindi ero rimasto a casa con la mia figlia più piccola mentre mia moglie portava le altre due figlie che sono gemelle a scuola.

Vidi alla CNN il primo schianto, parlai con la redazione, chiamai mia moglie e le dissi di tornare prima possibile. Lei restò anche bloccata in metropolitana perché iniziò il caos. Vidi il secondo aereo e quando tornò mia moglie le lasciai la figlia e da lì iniziò una giornata drammatica e complicatissima. Andai dapprima in redazione, che al tempo era accanto al palazzo delle Nazioni Unite quindi midtown, raccogliendo un po’ di racconti per la strada. Rimasi in redazione a scrivere le prime cose e nel frattempo arrivò anche l’attacco al Pentagono e ci evacuarono dalla redazione. Mandai da casa della collega dell’ANSA Alessandra Baldini che abitava lì di fronte il primo pezzo di riepilogo mettendo insieme le prime cose che avevamo e poi uscii a piedi, perché era tutto fermo, per andare al World Trade Center.

Arrivai dopo il crollo della seconda torre e trovai una downtown Manhattan, che conoscevo benissimo, che sembrava un panorama lunare con la polvere che mi arrivava alle ginocchia e tantissima carta, c’erano contratti, email private, tutta la carta che era nelle Torri Gemelle era sparsa fino al ponte di Brooklyn. C’era la prima mobilitazione delle forze di polizia e c’era un aria irrespirabile che – ahimè – respirai per mesi visto che continuai ad andare a Ground Zero.

Provai a chiamare con il cellulare la redazione a Roma e a Washington ma non prendevo la linea. Mi spostai sul ponte di Brooklyn ed ebbi la fortuna di prendere la linea con un dimafonista a Roma, cioè un poligrafico che scriveva mentre gli dettavo l’articolo, e per telefono raccontai tutto quello che vedevo e feci il reportage delle ore successive. La mia giornata è stata quindi impegnata a cercare di dare un racconto di ciò che vedevo. E per un giornalista la sproporzione tra quello che vedi e quello che riesci a raccontare è enorme.



Undicisettembre: Come sono stati per te i giorni successivi?

Marco Bardazzi: Il giorno che mi colpì di più è stato il 12 settembre. Premetto che io ho una fissa per i giornali, colleziono giornali importanti e ho un’emeroteca di prime pagine e di giornali interi di giorni storici. Ma il giornale più importante che ho di quei giorni non è quello del 12, che è quello con il racconto di quanto successo, ma quello dell’11: ho la copia del New York Times che raccontava un mondo completamente diverso e che alle 8:45 era già inutile perché il mondo era cambiato, però raccontava il mondo di prima in cui c’erano altre preoccupazioni rispetto a quelle che da allora e fino a oggi sono diventate le preoccupazioni del mondo.

Il 12 settembre però vidi un altro mondo e un’altra New York. Partii di nuovo all’alba da midtown a piedi e arrivai a Canal Street, che delimita l’inizio di downtown, e che era diventata l’ultima frontiera oltre cui diventava complesso proseguire. Prima di Canal Street New York era deserta come forse si è rivista solo in questo periodo di pandemia, ma nella storia di New York quella era la prima volta che la città era senza auto e senza rumori, nel pieno silenzio ma con una luce meravigliosa perché sia l’11 sia il 12 settembre erano giorni di sole spettacolari. Quel cielo azzurro era stato come una scenografia dell’orrore creata ad hoc per quegli aerei perché ha esaltato ulteriormente la drammaticità di quelle immagini.

Quindi ricordo un 12 settembre di totale disorientamento e ho visto la città rinascere un po’ più a nord, verso Union Square che è stato il posto dove New York ha ricominciato a vivere, dove si cominciavano a creare dei memoriali, delle Torri Gemelle di carta, e a elaborare il lutto in un certo senso.

Però la cosa che più ricordo delle settimane successive erano i volantini delle persone “missing” che erano sparsi dappertutto. Con tremila persone scomparse ciascuno metteva il proprio volantino dove chiedeva chi avesse visto o avesse notizie delle loro persone care; quei volantini ci accompagnarono per lungo tempo.

Un altro giorno che per me fu particolarmente significativo fu quando accompagnai gli operatori di borsa a riaprire Wall Street una settimana dopo. Fu il segno di ripartenza non solo della città ma di tutta la nazione. Partii con la metropolitana dalla Grand Central Station, arrivai al City Hall che era l’ultima fermata della metropolitana funzionante, e uscii dalla metropolitana insieme a una moltitudine di operatori di borsa avvolti nella bandiera americana. C’erano delle transenne che indirizzavano il traffico pedonale verso Wall Street con ai lati l’esercito con i fucili spianati mentre la folla in silenzio andava a riaprire la più importante borsa del mondo, senza sapere se sarebbe crollata, e teneva duro ma a ogni incrocio da cui si vedevano le rovine in fiamme del World Trade Center scoppiava in lacrime.

Poi ci furono le lettere all’antrace ed entrammo in un’altra dimensione di crisi, tra fine settembre e ottobre, che assomigliava un po’ al COVID visto che giravamo per la città con mascherine e guanti. Finita quella crisi cadde un altro aereo, di cui spesso ci dimentichiamo, quando il 12 novembre cadde un aereo dell’American Airlines diretto a Santo Domingo e io corsi a Rockaway dove si era schiantato il velivolo. Fu un tragico incidente, però è chiaro che per noi che abitavamo a New York fu un altro colpo al cuore. Arrivammo a Natale distrutti.


Undicisettembre: Come ha cambiato l’11 settembre il tuo modo di vedere il giornalismo? O quale lezione hai imparato che ti porti dietro ancora oggi?

Marco Bardazzi: In quei giorni il giornalismo ha dato gran prova di sé, soprattutto nei giornali americani. Ad esempio la redazione del Wall Street Journal fu spazzata via dall’attacco perché stava al World Financial Center, che è proprio accanto a dove stavano le Torri Gemelle, e ciò nonostante i giornalisti sono riusciti a spostarsi in un’altra parte della città e a pubblicare il giornale.

Io ricordo delle inchieste veramente eccezionali nel ricostruire la vita quotidiana delle persone che lavoravano nelle torri gemelle e la loro storia personale foto per foto e nome per nome. Il fatto che il giornalismo abbia cercato di dare un senso alla morte, alle vittime, a ciò che era successo a New York, a Washington e in Pennsylvania ma al contempo abbia provato a dare letture geopolitiche di ciò che era successo è stato molto importante. Era un periodo in cui non esistevano i social media e internet era agli inizi, quindi la carta stampata e le televisioni erano gran parte dell’informazione mondiale. Aver cominciato a spiegare cos’era al-Qaeda e chi era Osama bin Laden e cosa c’era dietro a quell’attacco ha aperto lo sguardo degli americani su un mondo da cui negli anni 90 si erano completamente allontanati. Io ricordo che all’inizio del 2001 si era aperto a Manhattan il processo contro Osama bin Laden per gli attentati contro le ambasciate americane in Africa del 1998 ed aveva pochissimo seguito anche da parte dei media, perché venivano visti come degli attentati in cui erano morti degli americani ma avvenuti in altre parti del mondo al pari degli attentati contro gli americani a Beirut nel 1983 o altri casi analoghi. Essere attaccati in casa fu invece uno shock paragonabile solo a Pearl Harbor ma fu anche un momento in cui si fecero molte domande su ciò che avveniva nel resto del mondo e in questo il giornalismo ha avuto un merito importante all’epoca.


Undicisettembre: L’11 settembre influisce ancora sulla tua vita quotidiana? Se sì, come?

Marco Bardazzi: Influisce molto nel diffidare di chiavi di lettura strane ogni volta che ci sia qualcosa che non sappiamo spiegare pienamente e dell’idea che ci siano sempre delle mani anonime, di solito legate al governo, che fanno cose strane di nascosto. Ho visto rifiorire queste chiavi di lettura anche su temi attuali come i vaccini per il COVID o nelle ultime elezioni americane con le teorie sui presunti brogli alimentate da Trump che poi hanno portato all’assalto a Capitol Hill. In questi casi mi torna spesso in mente l’11 settembre perché è stato un caso di banalità del male. Ogni volta che ho dovuto seguire anche da giornalista degli eventi drammatici mi sono accorto che alla fine la spiegazione più drammaticamente semplice è spesso la più credibile e quella più corroborata dai fatti.

Mi sono portato dietro l’11 settembre anche nel raccontare le guerre americane: la guerra in Iraq e la guerra in Afghanistan. Sono andato a visitare Guantanamo nel 2007 portato dal Pentagono ed era anche quella una conseguenza dell’11 settembre. Anche in Medio Oriente ci sono tuttora i segni delle conseguenze e di tantissimi errori che l’America ha fatto dopo l’11 settembre.

Continuiamo a vivere le conseguenze di quello che accadde vent’anni fa a tantissimi livelli. Anche gli attacchi dell’ISIS degli ultimi anni hanno un filo conduttore che li riconduce a quel momento storico.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l’11 settembre sarebbe stato un inside job?

Marco Bardazzi: Anzitutto penso che non abbiano mai avuto credito da parte dei media più autorevoli né da parte delle commissioni che hanno indagato sull’11/9, né da parte dell’FBI, né della magistratura. Sono fiorite sulla rete perché l’11/9 ha accompagnato la nascita anche dei nuovi strumenti di comunicazione, non a caso quelle teorie sono nate pochi anni dopo l’11/9 in una fase in cui la rete cominciava a offrire a un pubblico sempre più vasto cose che di solito passavano attraverso un filtro mediatico. Il che non è necessariamente un male anzi io sono un grande fautore della disintermediazione, cioè di nuovi strumenti come social network o blog che danno modo di raccontare la realtà senza passare dai media tradizionali, perché offre grandi opportunità come dimostra quello che fate con questo blog sull’11/9. Però questo fa sì che abbiano molto spazio anche persone che hanno delle agende particolari o delle manie di protagonismo.

In generale non ho mai trovato nessun fondamento che abbia una qualche credibilità in nessuna delle varie teorie cospirative sull’11 settembre: né quelle sulle Torri Gemelle, né quelle sull’edificio 7, né quelle sul Pentagono, né quelle sul volo 93. A me ha sempre aiutato stare di fronte alle storie delle persone. Tornando in Italia dopo essere stato dieci anni negli USA mi è capitato molto spesso di sentir dire anche da parte di persone insospettabili “Ah, ma nessun aereo si è schiantato sul Pentagono” o cose del genere. Io sono stato a molte cerimonie per le vittime del Pentagono e ho avuto l’occasione di conoscere alcuni dei genitori dei cinque bambini che stavano sul volo 77, due dei quali andavano con la famiglia a vivere in Australia e tre erano di una scuola molto povera di Washington e avevano vinto un premio del National Geographic per andare in California con un loro insegnante perché erano molto bravi. Il National Geographic tentava così di tenerli lontani da una certa criminalità che c’era nelle loro scuole e questi bambini di undici e dodici anni erano orgogliosissimi di ciò. Uno di loro, che si chiamava Bernard, era il figlio di un militare del Pentagono. Questi bambini andarono all’aeroporto Dulles, fecero tutte le procedure di imbarco e di questo esistono tutte le prove. Abbiamo anche tutte le tracce dei cinque dirottatori e sappiamo anche in che posti sedevano; sappiamo tutto di tutti i passeggeri di quell’aereo. Quando la madre di Bernard seppe che c’era stata un’esplosione al Pentagono pensò di aver perso il marito, al contrario il marito era in un altra ala e lei perse il figlio. Di Bernard fu trovato il DNA, così come degli altri quattro bambini; molto spesso si taglia via tutta questa parte. È stato raccolto tutto il materiale possibile, è stato portato in una base nel Delaware, è stato fatto un lavoro enorme ed è stato trovato il DNA di tutte le vittime.

Quindi io quando ho avuto occasione di parlare con persone che mi dicevano che l’aereo al Pentagono non è mai esistito rispondevo “Guardate, dovreste parlare con i genitori di Bernard e convincerli non del fatto che l’aereo non è mai esistito, ma che loro figlio non è mai esistito.” Queste sono le teorie cospirative: se ci metti le persone, la teoria crolla.


Undicisettembre: Che ruolo pensi possa avere oggi il giornalismo per contrastare le teorie del complotto?

Marco Bardazzi: Oggi il giornalismo è molto indebolito: non ha la credibilità né la potenza che aveva vent’anni fa. È in forte crisi come modello di business e si confronta con l’informazione che viaggia su tantissimi altri canali, la disintermediazione è un bene che ancora dobbiamo imparare ad usare che però ha diminuito molto l’autorevolezza dei giornali. Quindi il problema del giornalismo oggi è che spesso non ha le risorse per fare gli approfondimenti che faceva un tempo e al contempo viene visto da molte persone come non credibile a prescindere. Negli ultimi anni si è anche molto polarizzato, quindi l’indipendenza che i giornalisti si erano guadagnati è andata in buona parte persa. Nonostante questo il giornalismo non ha mai avuto i mezzi che ha oggi per raccontare le storie; anche l’attacco a Capitol Hill è stato raccontato dai giornali americani già dopo pochi giorni con grande ricchezza di immagini, ricostruzioni con infografiche, incrocio di dati tra gli orari delle varie immagini per capire chi si è mosso e dove è andato. Il giornalismo oggi ha la capacità di fare inchieste anche multimediali che al tempo dell’11/9 non avremmo mai immaginato.

Quindi diciamo che sono in crisi i giornali, non è in crisi il giornalismo. C’è da compiere un grandissimo lavoro educativo, soprattutto sulle nuove generazioni, per far capire di chi fidarsi sulla rete. Il lavoro di questo blog è preziosissimo da questo punto di vista, i giornali dovrebbero impegnarsi di più, invece molto spesso prestano il fianco perché si lasciano andare a lavori che non hanno la credibilità che dovrebbero avere.


Undicisettembre: A distanza di due decenni come pensi che ne sia uscita l’America? È più forte oggi o prima dell’11/9?

Marco Bardazzi: L’America di oggi è un paese in grandissima difficoltà, un paese da ricostruire sotto tanti punti di vista. Esce da un quadriennio e da una presidenza che verrà giudicata dalla storia come un’assoluta anomalia. A mio avviso la presidenza Trump non può essere giudicata né repubblicana, né democratica; il quarantacinquesimo presidente degli USA non c’entra niente con i quarantaquattro di prima. L’America ha due partiti che per motivi diversi sono entrambi in crisi e devono ricostruire un percorso.

Dall’11 settembre a oggi l’America è uscita indebolita dalla crisi del 2008. Continua ad avere un livello di ineguaglianze interne inaccettabile e un sottofondo di risentimento razziale che non ci aspettavamo più ma che invece è più forte di prima. Ma nonostante tutto questo l’America rimane e rimarrà in traino di tutto quello che riguarda l’innovazione e l’economia. Spesso diciamo che la Cina sta per superarla e che il futuro sarà cinese: francamente non ci credo. Credo che il futuro continuerà a essere occidentale a traino americano, soprattutto come capacità creativa di innovare e trovare nuove soluzioni.

Io spero che adesso l’America si riapra a quella folla di giovani immigrati che da tutto il mondo l’hanno arricchita negli ultimi anni. È sorprendente vedere come oggi i colossi della Silicon Valley sono guidati da indiani che vengono da università dell’India di non primo livello, eppure in America hanno avuto le loro opportunità e oggi uno guida Microsoft e uno guida Google. Quella è sempre stata la grandezza dell’America che forse negli ultimi anni ha dimenticato anche per colpa dell’11 settembre, che l’ha spinta a chiudersi a vedere nell’immigrato e nel diverso un nemico e a scontri quasi di religione, perché l’Islam è una realtà con cui l’America si è confrontata in modo molto complesso.

Di ferite l’11/9 ne ha lasciate tantissime e sono alla base della ricostruzione del paese che dovrà avvenire da adesso in poi.

2021/01/31

United 93: an interview with Red Cross volunteer Victoria Connor

by Leonardo Salvaggio. An Italian translation is available here.

Unidicisettembre is offering its readers today the personal account of Red Cross volunteer Victoria Connor who was among the first responders of flight United 93 after it crashed in rural area close to Shanksville, Pennsylvania after a revolt of the passengers and the crew stopped the terrorists from reaching their target.

We would like to thank Victoria Connor for her kindness and willingness to help.





Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on 9/11?

Victoria Connor: On 9/11 right around 9 o’clock in the morning me and two of my colleagues were visiting the York County fairgrounds, one of the oldest fairs that operates in the country. I worked for the American Red Cross and the night before, on September 10, a little boy was injured on a ride and was brought to our Red Cross first aid station. We wanted to speak to the workers to hear more about what had happened. Tragically, he died later that evening at the hospital.

While we were just pulling into the parking lot of the fairground, we heard on the radio the news of the first plane hitting the tower. At first, we thought it was a small plane accident. It was a beautiful, beautiful day. We got out of the car and as we were walking to the building where the first aid station was located, we started hearing the buzz of people talking. The fair was not open; it was just the workers setting up. We got this terrible sense that whatever they were hearing was not good.

We finished our conversation with the workers, and all was fine with them. As an aside, what was even more tragically sad is that the little boy happened to be the son of a friend of mine, but because we keep the cases so confidential, I did not know it until two weeks later when I returned from the assignment. Because they are a well-known family here, the story ended up being in the newspapers.

We got back into our vehicle to go back to the Chapter, which is what we call the building where we were working, and at that point the second plane had crashed. Our Emergency Services Manager had worked for the County Government before and he knew immediately it was no accident, when one plane hits it can be an accident, when there is more than one it is much more serious than that and his first thought was that this was a terrorist attack.

When we went back to our office, our team, there were about seventeen of us that worked together there, huddled around a small television trying to make sense of what was going on and it became quite clear that this was no accident, based on the news reports. My boss had been a career Red Cross worker, he was the Executive Director of the York County Chapter and he had worked for the Red Cross since Vietnam, he was also part of the Aviation Incident Response team, a group of highly trained people who were assigned to work by the month. If a maritime, rail, or aviation mass casualty incident would happen during your month you would be deployed to that location to manage the Red Cross relief efforts. He was immediately contacted because of our proximity to New York to be assigned there but when the plane crashed in Pennsylvania, he was redirected to go to manage the Red Cross operation in Somerset County.

I had only joined the American Red Cross eight months before. In the Red Cross, the ratio of volunteers to paid staff is thirty-six volunteers to every one person paid to do the work. The organization is driven by the work of volunteers. To become a disaster relief worker, you must go through many levels of training, in addition to learning CPR and first aid, you must go through a series of different courses and demonstrate your expertise. When 9/11 occurred, I was still learning about the organization, but I had a wide variety of skills. So, a few days later after my boss was deployed to Somerset, he called and asked if I would be able to come to work on the events team. Without hesitating I replied, “Of course I would!”. I quickly had to make sure my husband, who also worked full time, would be able to take care of our two young children while I would be away. We worked that all out and within the next 24-hours I packed a bag, got into my car and I drove to the location.

When you get sent or are deployed on a disaster relief assignment you do not know what resources will be available on arrival, so you typically bring your “go-kit”- a duffel bag with your Red Cross vest, your credentials, paper, pens, a stapler, and so on, things you need just to be up and running to start working immediately. When I arrived at the relief operations headquarters which was in a community room in a church, I checked in and I went to from table to table to be acclimated to what was going on by the different team leads including getting new identification that would be required to get from place to place because it was high security and a health screening.

The Red Cross role in disasters like this was to coordinate with National Transportation Safety Board, with the airline, local government and with local responders; help them best support the families and support the investigators, and emergency services personnel. The volunteers were helping all of that and because it can be incredibly emotionally and physically exhausting. There is also mental healthcare, medical care and spiritual care for the families and the workers. The Red Cross will also aid if requested to coordinate memorial services as we did in this case.

After 9/11 the whole country was shut down as far as flying and we ended up having two memorial services days apart because not all the families were able to attend the first one due to flying restrictions. That meant two different connections with personnel from the White House to represent our country had also to be organized. It was a crazy logistical thing, and still some of the families were not able to come at all. There is one family who had to call in so they could hear the services over the phone and see them on TV.

The services were held on a golf course that overlooked, from far away, the place where the plane crashed, it is called Indian Lake Lodge. The first one was held outdoors, under a tent, the view overlooked the lake and beyond the lake was the crash site. The second one ended up being held indoors because the weather turned, and it was a completely different experience. Each were equally solemn and healing events that we created as best as we could. It was intense and personal. The services were non-denominational; all religions were represented. We also gave everyone a little white box with a ribbon on top and inside the box was a vial of soil that was sifted by volunteers to represent their loved ones, because they had nothing to take away.

The families stayed at Seven Springs Mountain Resort and they were kind of sequestered there. There were albums put together of all the tributes that were coming in from people around the world like cards and many different things.

It was difficult for anybody to get near the crash scene, because it was a crime scene; but people would put flags and flowers along the fences, just like in New York. For me it was an honor just being there to convey to the families how much they were supported and how their family members really were heroes for what they did, because it was clear at that point that they tried to take over and to fight back.

September 14, 2001 – Community memorial service, Shanksville, Pa. 
Photo credit: Jason Plotkin, York Dispatch/York Sunday News.

Undicisettembre: How would you describe the crash site? Did anything strike you?

Victoria Connor: I did have the opportunity to go there with an FBI chaplain, we had a private little service at a location overlooking the actual crash site. It was incredible because it was like the plane itself had telescoped into the ground, it compacted in. There was nothing to see, just a crater of dirt. There were stakes with yellow flags on them on the various areas where debris was being collected from the FBI.

When I left the Red Cross, I became the CEO of the organization I work for now, the York County Bar Association and Foundation. I work with the attorneys and judges that practice law here in my community. It ended up that the then President of the Families of United Flight 93 organization, Patrick White, is an attorney from Florida who was the cousin of one of the passengers who died. He negotiated the land deal so that they could build the memorial. I have gone back for the five-year, the ten-year, the fifteen-year anniversaries; they do special commemorative celebrations every year, but I have gone back for the milestone ones.


Undicisettembre: How was this case unique in respect to others you have been involved with?

Victoria Connor: It was incredibly unique, because we had never experienced anything like this since Pearl Harbor, but I do not think anyone in this country had expected that this would have become our reality to face.


Undicisettembre: While you guys were at the crash site, was anyone having doubts that an airplane had crashed there?

Victoria Connor: No, no. There were no doubts. There were eyewitnesses and telephone recordings. In Somerset there is a beautifully done memorial and museum where you can listen to the phone and voice message recordings of some of the passengers and crew. You can pick up a phone that looks like an airfone from the plane and you can hear their last words, leaving messages for their loved ones. That is incredibly poignant and that is how we knew that they were heroes because they gave first-hand accounts of what was going on.

The location itself is beautifully serene, the spot of the crash is marked with a boulder, it is only accessible through a gate and only the family members are permitted to enter the sacred ground where the passengers are resting eternally. It is a beautiful thing to see and now more recently they installed the wind chimes, which are the tower of voices that represent the voices of the passengers.

September 11, 2011 - President Barack Obama and First Lady Michelle Obama
laid a wreath during the dedication ceremony for the Flight 93 National Memorial
at the 10th anniversary of the events of 9/11.
Photo credit: Victoria Connor

Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

Victoria Connor: It really had deepened my sense of patriotism, of what it means to be an American, my commitment to donating blood, to volunteering, to supporting organizations like the Red Cross and other response agencies that bring hope and help to people following disasters like this.

In May 2020, one of my friends from Boston died from COVID and I plan to do a blood drive in her honor. She was the director of national partnerships for blood services for the Red Cross and I cannot think of anything more fitting that that. There is no substitute for people helping other people. What happened on 9/11 on United Flight 93, the Pentagon, and inside the towers with the firefighters and others helping each other is a lesson that resonates throughout time.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories according to which 9/11 was an inside job and no plane crashed in Pennsylvania?

Victoria Connor: That is false and misinformed.


Undicisettembre: How would you compare the crisis after 9/11 to the crisis the country is living now for COVID-19?

Victoria Connor: It is a completely different scenario, COVID is an enemy that you cannot see and that we do not have an antidote for right now. I do not think there is any comparison other than to say people who can donate blood or plasma are incredibly needed, we must support our healthcare and frontline workers. It is a completely different type of disaster, but the need for people to help each other and to work together is the same, even more so.

United 93: intervista alla volontaria della Croce Rossa Victoria Connor

di Leonardo Salvaggio. L'originale inglese è disponibile qui.

Unidicisettembre offre oggi ai suoi lettori il racconto personale della volontaria della Croce Rossa Victoria Connor che fu tra i primi soccorritori del volo United 93 dopo lo schianto in una zona rurale vicino a Shanksville, in Pennsylvania, dopo che una rivolta dei passeggeri e dell'equipaggio impedì ai terroristi di colpire il proprio obiettivo.

Ringraziamo Victoria Connor for la sua cortesia e disponibilità.





Undicisettembre: Puoi farci un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto l'11 settembre?

Victoria Connor: L'11 settembre, intorno alle 9 del mattino, io e due miei colleghi stavamo visitando la zona fieristica della contea di York, una delle fiere più antiche del paese. Lavoravo per la Croce Rossa degli Stati Uniti e la sera prima, il 10 settembre, un ragazzino si fece male durante un giro su una giostra e fu portato alla nostra postazione di pronto soccorso. Volevamo parlare con gli operatori per capire cosa fosse successo. Tragicamente, morì la sera stessa in ospedale.

Proprio mentre stavamo entrando nel parcheggio del Luna Park, sentimmo alla radio la notizia del primo aereo che aveva colpito la torre. Inizialmente pensammo che fosse un incidente di un piccolo aereo. Era una bellissima giornata. Scendemmo dalla macchina e mentre camminavamo verso l’edificio dove si trovava il pronto soccorso, iniziammo a sentire il brusio della gente che ne parlava. La fiera non era aperta; c’erano solo gli operatori che stavano allestendo. Avevamo una terribile sensazione che ciò che stavano sentendo non fossero buone notizie.

Finimmo il colloquio con gli operatori, e appurammo che avevano agito correttamente. Ciò che rese l’episodio ancora più tragico era che il bambino era figlio di una mia amica, ma siccome mantenevamo i casi molto riservati non lo seppi fino a due settimane dopo quando ritornai. Essendo una famiglia nota nella zona, la storia finì sui giornali.

Risalimmo in macchina per tornare al Chapter, che è il modo in cui chiamiamo l'edificio dove lavoravamo, e a quel punto anche il secondo aereo si era schiantato. Il nostro responsabile dei servizi di emergenza aveva lavorato per il governo della contea in passato e capì subito che non era stato un incidente, se un aereo si schianta può essere un incidente, quando ce n’è più di uno è una cosa molto più grave e il suo primo pensiero fu che fosse un attacco terroristico.

Quando tornammo in ufficio, il nostro team, che era composto da circa diciassette persone, era radunato intorno a un piccolo televisore e cercavamo di dare un senso a ciò che stava succedendo e dalle notizie che sentivamo mi fu chiaro che non era un incidente. Il mio capo era stato una operatore della Croce Rossa professionista, era il direttore esecutivo di quella sede e lavorava per la Croce Rossa dal tempo della guerra del Vietnam, faceva anche parte dell’Aviation Incident Response, un gruppo di persone altamente qualificate che erano assegnate a dei compiti su base mensile. Se un incidente di grandi proporzioni ferroviario, marittimo o aereo fosse avvenuto durante quel mese sarebbero stati inviati a coordinare il lavoro della Croce Rossa. Fu immediatamente contattato e lo assegnarono a New York, perché eravamo vicini, ma quando l’aereo cadde in Pennsylvania, fu reindirizzato ad andare a coordinare i lavori della Croce Rossa a Somerset County.

Ero entrata nella Croce Rossa degli Stati Uniti solo otto mesi prima. Nella Croce Rossa il rapporto tra i volontari e il personale retribuito è di trentasei volontari per ogni professionista. È il lavoro dei volontari che guida l'organizzazione. Per diventare un soccorritore in caso di disastro, si devono superare vari livelli di formazione, oltre a imparare il massaggio cardiaco, si devono frequentare vari corsi e dare prova delle proprie capacità. Quando avvenne l’11 settembre stavo ancora facendo la formazione, ma avevo già una vasta gamma di competenze. Così, pochi giorni dopo che il mio capo era stato inviato a Somerset, mi chiamò e mi chiese se volessi andare a lavorare con la sua squadra. Senza esitazione risposi “Certo!” Mi accertai che mio marito, il quale pure lavorava a tempo pieno, riuscisse a prendersi cura dei nostri due bambini piccoli mentre ero via. Sistemai la situazione a casa e nel giro di 24 ore feci la valigia, presi la macchina e andai là.

Quando arrivi sul luogo di reazione a una catastrofe non sai quali risorse saranno disponibili, quindi di solito porti il “go- kit”, una borsa da viaggio con la tua divisa della Croce Rossa, i documenti, carta, penne, una cucitrice, e altre cose del genere, cose di cui hai bisogno per essere operativo e per iniziare a lavorare immediatamente. Quando arrivai al quartier generale dei soccorsi, che era in una chiesa, mi accreditai e andai da un tavolo un altro per informarmi su ciò che stavano facendo dai leader dei vari gruppi e per avere i nuovi documenti che mi servivano per spostarmi da un luogo ad un altro, perché era un luogo ad alta sicurezza.

Il ruolo della Croce Rossa in disastri come questo è stato quello di lavorare insieme all’NTSB, alla compagnia aerea, all’amministrazione locale e ai soccorritori e aiutarli a sostenere al meglio le famiglie, gli investigatori e il personale dei servizi di emergenza. I volontari aiutano in tutte queste funzioni, perché può essere estenuante emotivamente e fisicamente. C’è anche il supporto mentale e spirituale per le famiglie e per i lavoratori. La Croce Rossa collabora anche nell’organizzare i servizi commemorativi come successe in questo caso.

In seguito all’11 settembre il traffico aereo fu sospeso in tutto il paese e quindi dovemmo fare due commemorazioni a distanza di pochi giorni perché non tutte le famiglie poterono partecipare alla prima perché non si poteva viaggiare. Questo significò anche che dovemmo contattare due volte il personale della Casa Bianca per rappresentare il nostro paese. Dal punto di vista logistico fu un impegno enorme, e ciò nonostante alcune famiglie non riuscirono comunque a venire. Ci fu una famiglia che dovette collegarsi per telefono in modo che potessero ascoltare la cerimonia al telefono e vederla in televisione.

Le celebrazioni si svolsero su un campo da golf da cui, da lontano, si vedeva il luogo in cui l’aereo era precipitato, si chiama Indian Lake Lodge. La prima si tenne all'aperto, sotto una tenda, da cui si vedeva il lago e oltre il lago c'era il luogo dell'incidente. La seconda dovette essere fatta al chiuso perché il tempo cambiò, e fu un’esperienza completamente diversa. Entrambe furono eventi egualmente solenni e rasserenanti che organizzammo al meglio di quanto potemmo. Fu intenso e toccante. Le celebrazioni furono aconfessionali; tutte le religioni erano rappresentate. Donammo anche a tutti una piccola scatola bianca con un nastro e nella scatola c’era una fiala con un po’ di terra che era stata passata al setaccio dai volontari in ricordo dei loro cari, perché non c’era nulla che potessero portare via.

Le famiglie erano ospitate al Seven Springs Mountain Resort dove erano più o meno sequestrati. Erano stati realizzati anche degli album con i tributi che arrivavano da persone di tutto il mondo, come cartoline e molte altre cose diverse.

Era difficile per chiunque avvicinarsi alla scena dell'incidente, perché era una scena del crimine; ma la gente lasciava bandiere e fiori lungo la recinzione, proprio come a New York. Per me è stato un onore anche solo essere lì per fare sentire alle famiglie il nostro sostegno e perché sapessero che i loro familiari furono davvero eroi per quello che fecero, perché era chiaro a quel punto che cercarono di riprendersi l’aereo e di combattere.

14 settembre 2001 - Cerimonia di commemorazione a Shanksville, Pennsylvania. 
Photo credit: Jason Plotkin, York Dispatch/York Sunday News.

Undicisettembre: Come descriveresti il luogo dell'incidente? C’è stato qualcosa in particolare che ti ha colpito?

Victoria Connor: Ho avuto l'opportunità di andarci con un cappellano dell'FBI, tenemmo una piccola celebrazione privata in un luogo che si affaccia sul luogo dell'incidente. Era incredibile perché era come se l'aereo stesso si fosse accartocciato nel terreno, si fosse compattato. Non c'era niente da vedere, solo un cratere nella terra. C'erano paletti con bandiere gialle in vari punti dove venivano raccolti i detriti dall'FBI.

Quando ho lasciato la Croce Rossa, sono diventata l'amministratrice delegata dell'organizzazione per cui lavoro ora, la York County Bar Association and Foundation. Lavoro con gli avvocati e i giudici che operano nella mia comunità. Capitò che l'allora Presidente dell’associazione delle famiglie del volo United 93, Patrick White, era un avvocato della Florida che era il cugino di uno dei passeggeri morti sul volo. Fu lui che negoziò l'accordo per il terreno in modo che potessero costruirci il memoriale. Ci sono tornata per il quinto, decimo e quindicesimo anniversario; ci sono delle commemorazioni speciali ogni anno, ma io sono andata solo per quelle principali.


Undicisettembre: In cosa questo caso è stato unico rispetto agli altri in cui sei stata coinvolta?

Victoria Connor: È stato decisamente unico, perché non era mai accaduto niente del genere da Pearl Harbor, e penso che nessuno nella nostra nazione pensasse che quella sarebbe stata la realtà che avremmo dovuto affrontare.


Undicisettembre: Mentre eravate sul luogo dell'incidente, qualcuno aveva dei dubbi sul fatto che che un aereo si fosse schiantato lì?

Victoria Connor: No, no. Non c'erano dubbi. C'erano testimoni oculari e le registrazioni telefoniche. A Somerset è stato realizzato un bellissimo memoriale e un museo dove si possono ascoltare le telefonate e i messaggi lasciati sulle segreterie telefoniche dai passeggeri e dall’equipaggio. Ci sono dei telefoni, che hanno la forma degli airfone, da cui si possono ascoltare le loro ultime parole con cui hanno lasciato messaggi ai loro cari. È molto toccante ed è così che abbiamo saputo che sono stati degli eroi, perché ci hanno lasciato racconti diretti di ciò che stava succedendo.

La location in sé è splendidamente serena, il luogo dello schianto è contrassegnato da un masso, ci si può accedere solo attraverso un cancello e solo i membri delle famiglie possono entrare nel terreno sacro dove i passeggeri riposano eternamente. È bella da vedere e più recentemente sono state installate delle campane a vento, che sono delle torri di voce che rappresentano le voci dei passeggeri.

11 settembre 2011 - Il Presidente Barack Obama e la First Lady Michelle Obama
depositano una corona di fiori durante la cerimonia commemorativa
per il memoriale del volo 93 nel decimo anniversario degli attentato dell'11/9.
Photo credit: Victoria Connor

Undicisettembre: In che modo l'11 settembre influisce sulla tua vita quotidiana?

Victoria Connor: Ha acuito molto il mio senso di patriottismo, di cosa significa essere americana, il mio impegno a donare sangue, al volontariato, a sostenere organizzazioni come la Croce Rossa e altre agenzie di soccorso che portano speranza e aiuto alle persone che intervengono in disastri come questo.

A maggio del 2020, una mia amica di Boston è morta di COVID e ho intenzione di fare una raccolta di sangue in suo onore. Era la direttrice della partnership nazionali per i servizi del sangue della Croce Rossa e non riesco a immaginare nulla di più adatto di questo. Non c’è nulla che possa sostituire l’aiuto reciproco tra le persone. Ciò che è accaduto l'11 settembre sul volo United 93, al Pentagono e all'interno delle torri con i vigili del fuoco e altre agenzie che si aiutavano a vicenda è una lezione che risuona nel tempo.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo le quali l'11 settembre è stato un inside job e nessun areo si è schiantato in Pennsylvania?

Victoria Connor: È falso, è disinformazione.


Undicisettembre: Come paragoneresti la crisi dopo l'11 settembre alla crisi che il paese sta vivendo ora per il COVID-19?

Victoria Connor: È uno scenario completamente diverso, il COVID è un nemico che non si vede e per cui non esiste un antidoto al momento. Non è possibile fare un paragone, se non per il fatto che i donatori di sangue o di plasma sono incredibilmente necessari, dobbiamo sostenere i nostri assistenti sanitari e chi è impegnato in prima linea. È un’emergenza completamente diversa, ma la necessità per le persone di aiutarsi a vicenda e di lavorare insieme è la stessa, anzi forse è maggiore.

2021/01/18

United 93: an interview with Red Cross volunteer Patti Anewalt

by Leonardo Salvaggio. An Italian translation is available here.

Unidicisettembre is offering its readers today the personal account of Red Cross volunteer Patti Anewalt who was among the first responders of flight United 93 which crashed in rural Pennsylvania after a revolt of the passengers and the crew stopped the terrorists from reaching their target.

We would like to thank Patti Anewalt for her kindness and willingness to help.





Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on 9/11?

Patti Anewalt: I was based in Lancaster, Pennsylvania. I worked and I still work for hospice, we take care of dying patients and their families. I’m also the Director of the Pathways Center for Grief & Loss. We support not only those grieving the death of a patient my hospice cared for, but we also support anyone in the community grieving a death. This includes death by suicide, accident, overdose, or even homicide. I had been active in recent years with American Red Cross and I did a lot of crisis response work at local level, also with firefighters, police, EMS; when there’s a crisis I helped coordinate the debriefing afterwards on how they were coping with the tragedy. I had said to my supervisor “The next time something happens nationally I’d like to be able to go.” On that day I was at work, totally clueless about the news at it was unfolding. I didn’t know what had happened until my supervisor stepped into my office and said “You need to come and look at the television”, where a lot of people had gathered around one of the televisions and we saw the second plane hit.

I had already planned to go to lunch that day with my boss and seeing what was going on I told her while we were having lunch “I’m going to get a call”, and I did. The Red Cross was rather disorganized initially on the afternoon of 9/11, so my first call from them was “Can you do a press conference before you go to New York?” to which I replied “I don’t know if I’m going to New York, no one has called me”. By the end of the day I was reassigned to Pennsylvania. I was initially disappointed that I wasn’t going to New York, but now in hindsight with all the illnesses and deaths that took place from all that was in the air I’m glad I was sent to Shanksville.

I was in Shanksville by the 13th for the next two weeks. I worked at the morgue, at the crash site and with the families, and we coordinated a memorial service with them. On the first Friday we had the prayer service outside the county court house in Somerset. All the families drove there because the air space was initially closed. I talked with others who had responded to a lot of these national disasters and they explained this one was unique. Usually families immediately descend to the location, but in this case that didn’t happen because the air space was closed. So it was a surreal experience for everybody.


Undicisettembre: How would you describe the crash site? Did anything in particular strike you?

Patti Anewalt: They called “the hot zone” and it was off limits to everyone except those involved in the search for any and all fragments from the crash. Some of the Red Cross vehicles, called ERVs, Emergency Response Vehicles, got closer to bring coffee and food, but everyone else could only see it from a distance. It was smoldering and you could see clouds of smoke coming up.

At the time a memorial area was set up for the families to bring mementos of passengers who died in the crash. This was within sight of where the plane went down but a distance away. I have been back there twice and it looks dramatically different from when I was there right after 9/11. Now they have a large boulder that marks where the plane had gone down.


Undicisettembre: What did you do in those two weeks you spent there?

Patti Anewalt: I traveled to Somerset County with another Disaster Mental Health Red Cross volunteer. He was a psychologist who lived a little further North and East of me. The two of us had twelve hours shifts. Depending on the day, we were assigned to go to different places. The majority of my time was spent by the morgue and there were people from all over the country there to do body identification. Until they found the black box, which took a couple of days, all they did was to mark with different color codes what they were finding because it was a seven mile radius in the field and the woods around it.

At the morgue I was near to the food truck where people who were working in the morgue would come out to get something to eat or to drink. I talked with them about what they were struggling with. They would obtain information from the families about their loved ones. One thing that stuck with me was how one passenger played a wind instrument; their mandible -- the shape of their jaw -- was shaped differently, so the forensic examiners were able to match that description of the passenger with the body part that they found.

I remember one person telling me they found a driver’s license in a passenger’s pocket. For a few years after that if I’d flew anywhere I’d put my license in my pocket in case the plane went down.

Many of the workers talked about calling home, needing to connect with their families, and wanting to know what the news was reporting about 9/11. This was rather surreal and has happened to me when responding to other tragedies. Because we were on site so promptly after the incident occurs, and working long hours, we were not aware of what was going on in the rest of the world. And it was a scary time back then because three other planes had hit targets and we didn’t know if we were under attack and what else might have happened. It was a weird feeling being where everybody else was talking about and yet know less than everybody else, because we were there, working and had little access to current news.


Undicisettembre: What made this case unique in comparison to others you’ve been involved with?

Patti Anewalt: I’ve responded to a lot of local tragedies, but not a lot of national ones. One of things that was an eye opener for me was that there were seventy-two different organizations coming together and within a day or two everything was set up like a business: we had computers, telephone lines, desks. Everything was set up and organized. I’ve always said the Red Cross is kind of like the Army: you do what you are supposed to do and you remain focused on just that. It’s very organized and that’s how they keep the things straight, everybody has a role and that’s what you are expected to do.

It was amazing to see all these different organizations come together to set up and work within the community too. They set up a church somewhere nearby where they would also provide some education to local pastors who wanted to know how to support the community. The community was also very affected by this. I remember talking to some kids who lived in Shanksville. They saw the second plane on TV and they were consoling each other saying “Oh, thank goodness, at least we don’t live anywhere near New York City. Nothing will happen to us” and all of a sudden they heard and felt the whole school shake and a loud boom. When they looked out of the window they could see smoke from the plane when it went down. It was all they kept talking about.


Undicisettembre: Do you think the media pressure had an impact of the job you guys were doing?

Patti Anewalt: Not so much on mine. We were briefed everyday on what to expect and who was going to be visiting the crash site. We heard rumors the President would be coming, so suddenly they paved the entire area, then it turned out it was the Vice President who visited. Press conferences were periodically held as well. It was interesting to see what and how the coroner, who was just a local county coroner, addressed during these press conferences. He was responsible to oversee the morgue and everything else that was going on. He did a fabulous job addressing the media, as some information was confidential.

Media was obnoxious, as they often can be. They had to protect the hot zone and the memorial site with mounted police, as there were media people sneaking through the woods trying to get closer. I’ve seen that in other community tragedies as well, they will do anything they can to get in there and get the scoop.


Undicisettembre: While you guys were working there for such a long time was anyone having doubts about the fact that a plane had crashed there?

Patti Anewalt: Doubts? No! Almost immediately they started finding parts of the plane and proof -- there was absolutely no question that the plane had gone down there. People heard it and saw it, a whole plane went down there and it shook everything around there. There was no question what had happened and that it was that plane. As time went on they also found proof of the passengers who had been on the plane.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

Patti Anewalt: That’s an interesting question because we are all struggling with COVID-19 right now. I did a national webinar last week and my role was to talk about grief and the pandemic. I started off by saying it reminds me of 9/11 because all of a sudden everybody understood grief in some respect. After 9/11 everybody was horrified at what happened and how many people had so tragically died. People were sad, they were angry, they were proud of their country, there were all kind of grief reactions. In these long months of living during this pandemic I don’t believe there isn’t a person anywhere in the world who doesn’t understand grieving all the changes they have endured because their lives are so completely different right now.

And in another way, over the years after 9/11, it started to change people’s understanding about grief. People used to always talk about closure and how they get closure after something tragic happens. Now that news is such a prevalent part of everyone’s life most people realize we don’t really have closure. We always remember, and from time to time we continue to have grief bursts when we are reminded or experience something that triggers our grief. As the years has gone by and the media covers the memorials that take place on the anniversaries it’s helped people understand we don’t just get over them and experience closure, we continue to re-grieve at times throughout our lifetime.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories according to which 9/11 was an inside job and that no plane crashed in Shanksville?

Patti Anewalt: That’s ridiculous! It’s fake news, there’s no basis for it, and there’s so much proof that it did occur! People who have conspiracy theories seem to have too much time on their hands. It’s the same with COVID: follow science and follow the facts! I don’t have a lot of patience for that, I would say. And they obviously haven’t been to Shanksville to see the museum there. It contains many of the artifacts they found proving the passengers went down on that plane, showing parts of the plane. Most heartbreaking of all are the recordings of the passengers calling loved ones, describing what was happening and their plans to confront the terrorists.


Undicisettembre: How would you compare the crisis after 9/11 to the crisis for COVID-19 the country is living now?

Patti Anewalt: It’s hard to compare because there are so many more losses. In both situations everybody from all over the world is paying attention to it, is aware of and affected by it. So those are the similarities however there are far more differences in that the pandemic impacts every single person around the globe in a personal way and many thousands more have died. September 11 didn’t have that kind of direct impact around the world.

United 93: intervista alla volontaria della Croce Rossa Patti Anewalt

di Leonardo Salvaggio. L'originale inglese è disponibile qui.

Unidicisettembre offre oggi ai suoi lettori il racconto personale della volontaria della Croce Rossa Patti Anewalt che fu tra i primi soccorritori del volo United 93 che si schiantò in una zona rurale della Pennsilvanya dopo che una rivolta dei passeggeri e dell'equipaggio impedì ai terroristi di colpire il proprio obiettivo.

Ringraziamo Patti Anewalt for la sua cortesia e disponibilità.





Undicisettembre: Puoi farci un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto l'11 settembre?

Patti Anewalt: Al tempo vivevo a Lancaster, in Pennsylvania. Lavoravo e lavoro tuttora all'hospice, dove ci prendiamo cura dei pazienti morenti e delle loro famiglie. Sono anche la direttrice del Pathways Center for Grief & Loss [ente con sede in Pennsylvania specializzato nel supporto a chi attraversa periodi di sofferenza, NdT]. Sosteniamo non solo coloro che soffrono per la morte di un paziente che è stato curato nel mio hospice, ma chiunque nella zona sia stato colpito da un lutto. Questo include morti per suicidio, incidente, overdose o persino omicidio. Da alcuni anni lavoravo con la Croce Rossa degli Stati Uniti e ho lavorato in molte occasioni nelle reazioni alle crisi a livello locale, con vigili del fuoco, polizia, paramedici; durante le crisi aiutavo a coordinare il debriefing che veniva fatto a posteriori su come era stata affrontata l’emergenza. Avevo detto alla mia responsabile "La prossima volta che succede qualcosa a livello nazionale mi piacerebbe poterci andare". Quel giorno ero al lavoro, completamente all'oscuro di ciò che stava avvenendo. Non sapevo cosa fosse successo fino a quando la mia responsabile entrò nel mio ufficio e disse “Devi venire a vedere la televisione”, molte persone erano riunite attorno a uno dei televisori e vedemmo il secondo aereo colpire.

Avevo già programmato di andare a pranzo con il mio capo quel giorno e vedendo cosa stava succedendo le dissi mentre stavamo pranzando "Penso che riceverò una chiamata", e così accadde. La Croce Rossa inizialmente era piuttosto disorganizzata nel pomeriggio dell'11 settembre, quindi quando mi chiamarono la prima volta mi dissero "Puoi tenere una conferenza stampa prima di andare a New York?", risposi "Non so se dovrò andare a New York, nessuno mi ha chiamato". Più tardi venni assegnata alla Pennsylvania. Inizialmente ero delusa dal fatto che non sarei andata a New York, ma ora con il senno di poi con tutte le malattie e le morti che sono avvenute a causa ciò che c'era nell'aria sono contenta di essere stata mandata a Shanksville.

Arrivai a Shanksville il 13 settembre e ci rimasi per le successive due settimane. Lavoravo all'obitorio, sul luogo dello schianto e con le famiglie, con le quali organizzammo un servizio commemorativo. Il primo venerdì organizzammo il servizio di preghiera fuori dal tribunale della contea del Somerset. Le famiglie arrivavano in macchina perché inizialmente lo spazio aereo era chiuso. Parlai con altri che avevano risposto a molte emergenze nazionali e mi spiegarono che questo era un caso unico. Di solito le famiglie arrivano sul luogo immediatamente, ma questa volta non accadde perché lo spazio aereo era chiuso. Quindi fu un'esperienza surreale per tutti.


Undicisettembre: Come descriveresti il il luogo dello schianto? C’è stato qualcosa in particolare che ti ha colpito?

Patti Anewalt: La chiamarono "la zona rossa", l’accesso era vietato a tutti tranne a chi era coinvolto nella ricerca dei frammenti dello schianto. Alcuni mezzi della Croce Rossa, chiamati ERVs, Emergency Response Vehicles [veicoli per la risposta alle emergenze, NdT], si potevano avvicinare per portare caffè e cibo, ma tutti gli altri potevano vedere la zona solo da lontano. Stava bruciando e si vedevano nubi di fumo che si alzavano.

Fu allestita un'area commemorativa per le famiglie dove portare ricordi dei passeggeri morti nell'incidente. Da lì si poteva vedere il luogo in cui l'aereo era precipitato, ma a distanza. Ci sono tornata due altre volte ed era completamente diversa rispetto a quando sono stata lì subito dopo l'11 settembre. Adesso c’è un masso che indica la zona dove l’aereo è caduto.


Undicisettembre: Cosa hai fatto in quelle due settimane che sei stata lì?

Patti Anewalt: Andai nella contea di Somerset con un altro volontario della Croce Rossa che si occupa di salute mentale nei casi di disastri. Era uno psicologo che viveva un po' più a nord e ad est di me. In due avevamo turni di dodici ore. A seconda del giorno, venivamo assegnati a posti diversi. Io trascorsi la maggior parte del tempo all'obitorio, c'erano persone da tutta la nazione che lavoravano all'identificazione dei cadaveri. Fino a quando non trovarono la scatola nera, un paio di giorni dopo, si limitarono a contrassegnare con codici di colore diversi i resti che trovavano perché era un’area di undici chilometri di raggio, nel campo e nei boschi circostanti.

All'obitorio ero vicino al camion che distribuiva generi alimentari a cui andavano le persone che lavoravano all'obitorio per prendere qualcosa da mangiare o da bere. Parlai con loro di ciò a cui stavano lavorando. Raccoglievano informazioni dalle famiglie sui loro cari. Una cosa che mi è rimasta impressa è stata che uno dei passeggeri suonava uno strumento a fiato; la mandibola, la forma dell’osso, era diversa e così gli esaminatori forensi sono stati in grado di trovare una corrispondenza tra quella descrizione e la parte del corpo che avevano trovato.

Ricordo che una persona mi disse di aver trovato una patente di guida nella tasca di un passeggero. Per alcuni anni, quando prendevo un aereo mi mettevo la patente in tasca nel caso l'aereo fosse caduto.

Molte delle persone che lavoravano lì dicevano spesso che volevano telefonare a casa, di avere bisogno di entrare in contatto con le loro famiglie e di voler sapere cosa dicevano i notiziari sull'11 settembre. Questo fu piuttosto surreale e mi è successo anche in altre emergenze. Essendo arrivati sul luogo così poco tempo dopo l'incidente, e siccome lavoravamo per molte ore al giorno, non eravamo a conoscenza di cosa stesse succedendo nel resto del mondo. Ed era un periodo spaventoso perché altri tre aerei avevano colpito i loro obiettivi e non sapevamo se eravamo ancora sotto attacco o cos'altro potesse accadere. Era una strana sensazione essere nel luogo di cui tutti parlavano e al contempo saperne meno degli altri, perché eravamo lì, lavoravamo e avevamo scarso accesso alle notizie.


Undicisettembre: Cosa ha reso questo caso unico rispetto ad altri in cui sei stato coinvolta?

Patti Anewalt: Ho partecipato alla reazione a molte tragedie locali, ma a poche a livello nazionale. Una cosa che mi ha aperto gli occhi fu che c’erano settantadue organizzazioni diverse a lavorare insieme e nel giro di un giorno o due tutto era organizzato come un’azienda: avevamo computer, linee telefoniche, scrivanie. Tutto era impostato e organizzato. Dico sempre che la Croce Rossa è un po' come l'esercito: ognuno fa quello che deve e si concentra solo su quello. È molto organizzata ed è così che tengono le cose in ordine, ognuno ha un ruolo e deve svolgere solo quello.

È stato fantastico vedere tutte queste diverse organizzazioni unirsi per organizzare il lavoro anche insieme alla comunità locale. Istituirono una chiesa nelle vicinanze e formavano anche i pastori locali che volevano sapere come sostenere la comunità. La comunità stessa ne è stata molto colpita. Ricordo di aver parlato con alcuni ragazzi che vivevano a Shanksville. Avevano visto il secondo aereo in televisione e si erano consolati tra di loro dicendo: “Oh, grazie al cielo, non viviamo vicino a New York. Qui non succederà nulla.” e all'improvviso hanno sentirono un boato e la scuola tremò. Guardarono fuori dalla finestra e videro il fumo dal luogo in cui l’aereo si era schiantato. Parlavano solo di quello.


Undicisettembre: Pensi che la pressione mediatica abbia avuto un impatto sul lavoro che stavate facendo?

Patti Anewalt: Sul mio no. Eravamo informati ogni giorno su cosa aspettarci e su chi avrebbe fatto visita al luogo dell'incidente. Si diceva che sarebbe venuto il presidente, e subito pavimentarono tutta la zona, alla fine venne il vice presidente. Periodicamente facevano anche delle conferenze stampa. Fu interessante vedere cosa disse e come si comportò il medico legale, che era solo un medico legale locale di una contea, durante le conferenze stampa. Era responsabile della supervisione dell'obitorio e di tutto quello che stava succedendo. Fece un lavoro favoloso nel trattare con i media, poiché alcune informazioni erano riservate.

I media erano odiosi, come spesso sono. Fu necessario mettere la polizia a cavallo a protezione della zona rossa e del memoriale, perché c’erano giornalisti che cercavano di avvicinarsi furtivamente attraverso i boschi. L’ho visto succedere anche in altri casi locali, fanno tutto il possibile avvicinarsi e fare uno scoop.


Undicisettembre: Nel periodo in cui lavoravate lì qualcuno aveva dei dubbi sul fatto che un aereo si fosse schiantato in quella zona?

Patti Anewalt: Dubbi? No! Quasi immediatamente furono rinvenute parti dell'aereo e altre evidenze: non c'era assolutamente nessun dubbio che l'aereo fosse caduto lì. La gente del luogo l'ha sentito e visto, un intero aereo si è schiantato lì e ha scosso tutta l’area circostante. Non c'erano dubbi su cosa fosse successo e che fosse proprio quell'aereo. Con il passare del tempo furono trovati anche i resti dei passeggeri.


Undicisettembre: L'11 settembre come influisce sulla tua vita quotidiana?

Patti Anewalt: Questa è una domanda interessante perché stiamo tutti lottando contro il COVID -19 in questo momento. Ho tenuto un webinar nazionale la scorsa settimana e il mio ruolo era quello di parlare del dolore in relazione alla pandemia. Ho iniziato dicendo che mi ricorda l'11 settembre, perché all'improvviso tutti hanno capito il dolore in un modo o nell’altro. Dopo l'11 settembre tutti erano inorriditi per quello che era successo e per quante persone erano morte così tragicamente. Tutti erano tristi, arrabbiati, orgogliosi del loro paese, c'erano reazioni di dolore di ogni tipo. In questi lunghi mesi di pandemia, non credo che esista qualcuno che non colga il dolore causato dai cambiamenti che stiamo vivendo perché le vite di tutti adesso sono completamente cambiate.

E inoltre, negli anni dopo l’11/9, la gente ha cambiato la propria comprensione dolore. Tutti parlavano di lasciarsi tutto alle spalle e di come si chiudano i ricordi dopo che accade qualcosa di tragico. Ora che le notizie sono una parte così prevalente della vita di tutti, la maggior parte delle persone si rende conto che in realtà non ci si lascia nulla alle spalle. Ce lo ricordiamo sempre, e di tanto in tanto continuiamo a sentire raffiche di dolore quando ci torna in mente o quando qualcosa fa scattare il nostro dolore. Con il passare degli anni i media che parlano delle commemorazioni che si svolgono negli anniversari aiutano la gente a capire non ci limitiamo a dimenticare e lasciarci tutto alle spalle, il dolore si ripropone per tutta la nostra vita.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l'11 settembre è stato un inside job e che nessun aereo si è schiantato a Shanksville?

Patti Anewalt: Sono ridicole! Sono notizie false, non c’è nulla a sostegno di ciò e ci sono molte evidenze che sia accaduto! Le persone che propongono teorie del complotto hanno troppo tempo libero. Con il COVID è uguale: bisogna fidarsi della scienza e dei fatti! Non ho molta pazienza su questi temi. E ovviamente i complottisti non sono stati a Shanksville a vedere il museo. Contiene molti oggetti ritrovati che dimostrano che i passeggeri erano sull’aereo che si è schiantato e ci sono anche parti dell'aereo. La cosa più straziante sono le registrazioni delle telefonate dei passeggeri alle loro famiglie, che raccontano cosa stava accadendo e come pensavano di affrontare i terroristi.


Undicisettembre: Come paragoneresti la crisi dopo l' 11 settembre alla crisi per il COVID-19 che la nazione sta vivendo adesso?

Patti Anewalt: È difficile fare paragoni perché i morti sono molti di più. In entrambi i casi chiunque al mondo si è informato su ciò che succede, ne è consapevole e ne paga le conseguenze. Queste sono le somiglianze, tuttavia le differenze sono molte di più perché la pandemia colpisce ogni singola persona in tutto il mondo in modo personale e i morti sono molte migliaia in più. L'11 settembre non ha avuto un impatto così diretto su tutto il mondo.

2021/01/03

L'incendio al One New York Plaza

di Leonardo Salvaggio

Tra gli incendi nei grattacieli di New York precedenti all'11 settembre ce n'è uno particolarmente rilevante che mostrò quanto fosse difficile per i soccorritori intervenire per spegnere le fiamme ai piani alti. Il 5 agosto del 1970 un incendio scoppiò al trentatreesimo piano del One New York Plaza, aperto solo poche settimane prima nella punta meridionale di Manhattan. Il palazzo, alto cinquanta piani per centonovantacinque metri, è realizzato in acciaio e vetro ed è facilmente identificabile nello skyline della città per via dell'atipica forma "a gradino" e del motivo reticolare delle facciate.


I primi ad accorgersi dell'incendio furono due addetti alla sicurezza della società immobiliare Cushman and Wakefield, Salvador Martinez e Robert Little il quale era al suo primo giorno di lavoro al One New York Plaza, che si trovavano al trentaduesimo piano. Intorno alle 18 sentirono odore di fumo e di materiale bruciato; i due urlarono attraverso la tromba delle scale al collega Gus Ballas che si trovava al piano di sotto che c'era un incendio, quest'ultimo tentò di andare a verificare di persona ma non poté salire per le scale per via del fumo fitto. L'uomo quindi scese a piedi dieci piani e dal ventiduesimo prese un ascensore fino a terra dove avvisò i responsabili della sicurezza del palazzo. Intanto anche un gruppo di operatori delle linee telefoniche che stavano lavorando al trentanovesimo piano si accorsero dell'incendio. Non potendo usare le scale per via del fumo che le invadeva, la squadra prese uno degli ascensori per scendere al piano terreno, ma durante la discesa l'ascensore fece numerose fermate perché molti altri occupanti dell'edificio tentavano di scappare dall'incendio allo stesso modo, e si fermò anche al trentatreesimo piano dove, secondo quanto gli operatori riportarono al New York Times, sentirono un caldo insopportabile e videro che tutto il piano era avvolto da fumo nero nel quale era impossibile respirare.

I pompieri inviarono un totale di centocinquanta uomini che dovettero combattere contro le fiamme fino a pochi minuti prima di mezzanotte, quando dichinarono che il fuoco era ridotto ad alcune zone ed era sotto controllo. Sulla scena intervenne anche la polizia di New York che dovette gestire il traffico della zona e allontanare la folla di centinaia di curiosi che era radunata all'ingresso dell'edificio e che creava problemi e ritardi ai pompieri. Inoltre la polizia intervenne anche con due elicotteri, perché fu riportata la presenza di persone sul tetto dell'edificio; in realtà gli uomini sul tetto non stavano scappando dalle fiamme, ma erano operatori del sistema di ascensori che stavano intervenendo per garantire la continuità del servizio. Gli elicotteri quindi si fermarono all'eliporto di Wall Street, che si trova proprio accanto al One New York Plaza e non entrarono mai in azione.

La città di New York istituì una commissione di indagine sull'accaduto che stabilì che la causa dell'incendio fu un incidente elettrico a uno dei vani tecnici degli ascensori al trentatreesimo piano. Le fiamme devastarono i piani compresi tra il trentaduesimo e il trentaseiesimo, il fumo e il calore si diffusero anche oltre questi piani propagandosi per le scale e nell'impianto di condizionamento. Nell'incidente persero la vita due persone e ne rimasero ferite trentuno, di cui ventiquattro pompieri. I due che trovarono la morte furono proprio Salvador e Little, i quali tentarono di scendere con un ascensore, ma le pulsantiere ai piani rilevavano il calore delle dita, e non la pressione, la pulsantiera del trentatreesimo piano rilevò il calore delle fiamme e portò la cabina a quel piano, dove i due inalarono fumi tossici che li uccisero.

I danni non furono sono agli oggetti contenuti nel palazzo, come macchinari o mobilio, ma anche alla struttura stessa dell'edificio: i soffitti ai piani interessati dalle fiamme cedettero e anche alcune travi d'acciaio, nonostante avessero la protezione ignifuga, furono contorte dal calore e uscirono dalla loro sede.

Le indagini stabilirono anche che l'incendio era divampato circa mezz'ora prima che venissero chiamati i soccorsi. Con il decesso di Little e Salvador fu impossibile sapere perché attesero così tanto prima di dare l'allarme, è possibile che i due abbiano tentato di aiutare qualcuno a fuggire prima di informare Ballas.

Il comandante dei pompieri John O'Hagan fece anche notare che il design del palazzo contribuì a peggiorare la situazione, perché l'impianto di condizionamento diffuse fumo e calore e l'assenza di finestre apribili impedì al calore di essere dissipato. I pompieri incontrarono anche problemi nello sfondare le finestre fisse per via della loro estrema resistenza, che in condizioni normali garantisce la sicurezza degli occupanti ma che in caso di incendio si può trasformare in una trappola mortale. In ultimo il palazzo non aveva un sistema antincendio a pioggia e il vice comandante dei pompieri Arthur Laufer aggiunse che il 90% dei grandi incendi iniziano come piccoli incendi che possono essere contenuti, se non spenti del tutto, da un sistema antincendio a pioggia.

In seguito all'incendio al One New York Plaza, la città di New York emise nel 1974 un nuovo regolamento che rendeva obbligatori nei grattacieli l'impianto di allarme con rilevamento del fumo, un sistema antincendio a pioggia e un sistema di aerazione che in caso di incendio immetta aria dall'esterno nelle trombe delle scale, in modo da far uscire il fumo. In seguito all'entrata in vigore della nuova normativa anche il One New York Plaza venne adeguato.

Commentando l'incendio al One New York Plaza, O'Hagan aggiunse anche che avrebbe dormito più tranquillo se anche il World Trade Center, che nel 1970 era in costruzione e avrebbe aperto pochi anni dopo, avesse avuto un sistema antincendio; tuttavia le Torri Gemelle non rispondevano alle normative di sicurezza della città, ma a quelle della Port Authority e all'apertura non avevano l'impianto antincendio che fu installato solo a seguito dell'incendio del 1975. Anche se oggi sappiamo che purtroppo nei casi più estremi non è sufficiente neanche quello.



Fonti:

2020/12/20

Storia del World Trade Center - quarta parte

di Leonardo Salvaggio

Le prime tre parti di questo articolo sono disponibili qui, qui e qui.


Le Torri Gemelle non furono gli unici edifici a far parte del complesso del World Trade Center, perché attorno ad esse furono costruiti altri cinque edifici noti come World Trade Center 3, 4, 5, 6 e 7.

Il primo a essere costruito fu il World Trade Center 5, realizzato tra il 1970 e il 1972. L'edificio 5 occupava l'angolo a nord-est della Plaza ed era un palazzo di uffici di nove piani, alto trentasei metri, a forma di "L". Nel 1973 fu completato anche il World Trade Center 6, che occupava l'angolo a nord-ovest, di otto piani e alto ventotto metri; l'edificio 6 era un palazzo governativo che ospitava varie agenzie federali come l'agenzia delle dogane, il dipartimento del lavoro e l'ATF. Nel 1977 aprì anche il World Trade Center 4, all'angolo di sud-ovest, della stessa altezza dell'edificio 6 e occupato principalmente dalla New York Board of Trading (società finanziaria di trading) e dalla Deutsche Bank. Una caratteristica comune di questi tre edifici fu quella di essere prevalentemente di colore nero dall'esterno.


L'ultimo palazzo che completava la Plaza fu il World Trade Center 3, che aprì nel 1981. L'edificio 3 ospitava un albergo; dapprima noto come Vista International Hotel, fu venduto dalla Port Authority alla catena Marriott nel 1995 e da allora fu chiamato anche con il nome Marriott World Trade Center. Il palazzo 3 di trovava tra le due Torri Gemelle, all'angolo sud-occidentale della Plaza.

Nel 1987 un settimo palazzo entrò a far parte del complesso, l'unico a non essere stato previsto inizialmente dal progetto di Yamasaki e a non sorgere all'interno della Plaza ma appena a nord di essa, su Vesey Street. All'edificio fu dato il nome di World Trade Center 7. Il grattacielo era alto 226 metri ed aveva cinquantadue piani; di forma trapezoidale, si ergeva sopra a una sottostazione elettrica della Con Edison. Il World Trade Center 7 era anche noto come Salomon Building, perché la banca d'affari Salomon Brothers era il principale affittuario del palazzo e ne ha occupato la maggior parte dei piani dalla sua apertura fino al 2001.

Nella seconda metà degli anni 80, un altro complesso di edifici fu eretto tra il World Trade Center e il fiume Hudson e si frappose tra l'acqua e le Torri Gemelle nello skyline di New York visto da ovest. Tra il 1982 e il 1988 la società canadese Olympia and York costruì le quattro torri del World Financial Center, un complesso di uffici e negozi costruito anch'esso su una discarica di materiale edilizio, in questo caso quello proveniente dagli scavi per la costruzione del World Trade Center. Le quattro torri, tuttora esistenti, hanno altezza compresa tra i centocinquanta metri del World Financial Center 4, fino ai duecentoventicinque del World Financial Center 3. Oltre alle quattro torri, fa parte del complesso sin dalla sua apertura anche il padiglione di vetro chiamato Winter Garden, che al suo interno ospita negozi e piante.


La Olympia and York fallì nel 1989 e le sue proprietà furono comprate da un'altra società canadese: la Brookfield Properties. Nel 2013 l'azienda acquistò anche l'adiacente One North End Avenue di sedici piani e lo annesse al complesso, di cui cambiò il nome in Brookfield Place.

Dal 1988 al 2001 la punta meridionale di Manhattan costituì quindi uno degli skyline più noti e famosi al mondo che tuttora costituisce un'icona inconfondibile del cosidetto sogno americano. La storia di questo straordinario complesso di edifici affonda le sue radici nel secondo dopoguerra e terminò in una mattina di fine estate a causa della follia distruttiva di diciannove terroristi.