2020/05/27

Chi sono i sauditi coinvolti nei rapporti con i dirottatori

di Leonardo Salvaggio (Hammer)

Alcune settimane fa l'FBI ha per errore depositato in tribunale, nell'ambito di una causa intentata da famiglie delle vittime dell'11/9 contro il regime saudita, un documento che rivelava il nome di un funzionario dell'ambasciata di Riyadh a Washington che fornì aiuto logistico a Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hazmi durante il periodo che trascorsero in California.


Il nome dell'uomo è Mussaed Ahmed al-Jarrah e le informazioni su di lui sono al momento molto scarse. In ogni caso, il fatto che Fahad al-Thumairy e Omar al-Bayoumi, i due sauditi citati dalle 28 pagine del Joint Inquiry desecretate nel 2016, non avessero agito da soli nel fornire aiuto logistico ai dirottatori era noto da tempo.

Da una dichiarazione dell'ex agente speciale dell'FBI Catherine Hunt, pubblicata dal giornalista investigativo Michael Isikoff nella suo recente articolo sul al-Jarrah, e da un rapporto dell'FBI del 2012, reso pubblico nel 2016 ancora fortemente censurato, le persone riconducibili al governo saudita che collaborarono con al-Thomairy e al-Bayoumi nel dare supporto ai due terroristi sono addirittura sette e nella dichiarazione di Hunt è riportata la lista integrale dei loro nomi. Tra loro compare al-Jarrah e Smail Mana (anche noto come Ismail Mana), che è un altro funzionario governativo, in quanto lavorava per il consolato saudita a Los Angeles. Due delle persone elencate, Adel Mohamed al-Sadhan e Mutaeb Abdelaziz al-Sudairy, lavoravano per il Ministero degli Affari Islamici. Al-Bayoumi incaricò inoltre altre tre persone di assistere i due dirottatori: i nomi del collaboratori sono Mohdar Abdullah, Mohamed Johar e Akram Alzamari. Il primo dei tre è yemenita; non sono note le nazionalità degli altri due.

Una dichiarazione dell'ex agente dell'FBI Stephen Moore, che oggi assiste le famiglie delle vittime, chiarisce che il primo punto di contatto per al-Mihdhar e al-Hazmi era al-Thumairy, e che il gruppo guidato dai sauditi diede loro aiuto nel trovare una casa, pagare l'affitto, trovare un'automobile, imparare la lingua e anche frequentare la formazione da pilota di linea (anche se poi il pilota di American Airlines 77 fu Hani Hanjour). Senza questo supporto, specifica Moore, sarebbe stato molto difficile per loro muoversi negli Stati Uniti, visto che non parlavano inglese né conoscevano gli usi locali.

Undicisettembre ha chiesto all'ex agente speciale dell'FBI Mark Rossini (che svolge consulenza per Undicisettembre dal 2016 e che ci ha concesso un'intervista, ha scritto una dichiarazione sulle 28 pagine e ci ha autorizzato a tradurre e pubblicare un suo lungo scritto sulle responsabilità del governo di Riyadh) un parere sul fatto che i sauditi abbiano aiutato i terroristi di al-Qaeda a frequentare le scuole di volo e come questo sia compatibile con l'ipotesi che al-Bayoumi e i suoi collaboratori fossero in realtà agenti dei servizi segreti che stavano indagando su al-Qaeda e che volevano reclutare al-Hazmi e al-Mihdhar come informatori. Rossini ritiene tuttora che lo scopo dell'avvicinamento ai terroristi fosse quello di reclutarli, ma nel fare ciò a causa dell'incompetenza di al-Bayoumi e al-Jarrah non capirono le intenzioni dei terroristi né perché volessero frequentare scuole di volo, portando così al disastro che avvenne nel 2001. Undicisettembre concorda con il parere di Mark Rossini, anche perché non emerge da nessuna parte che al-Bayoumi o al-Jarrah conoscessero le vere intenzioni di al-Hazmi e al-Mihdhar.

Quanto noto finora è frutto di un'indagine sui rapporti tra Riyadh e i terroristi avviata dall'FBI nei primi anni 2000 chiamata Operation Encore: il nome dell'operazione è stato rivelato dal New York Times solo a gennaio di quest'anno. Quello tra le connessioni tra il regime saudita e i dirottatori è il più fitto mistero riguardo agli attentati dell'11/9, e finalmente grazie alle indagini dell'FBI qualche pezzo del puzzle si sta componendo.

2020/05/13

L'FBI rivela il nome di un funzionario dell'ambasciata saudita che aiutò i dirottatori

di Leonardo Salvaggio (Hammer)

Un documento depositato in tribunale dall'FBI nell'ambito di una causa intentata da alcune famiglie di vittime degli attentati dell'11/9 contro il regime saudita, ritenuto complice dell'attacco, rivela il nome di un funzionario dell'ambasciata dell'Arabia Saudita negli Stati Uniti che avrebbe aiutato e dato supporto logistico a Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hazmi, dirottatori del volo American Airlines 77 che si schiantò contro il Pentagono, durante il periodo che trascorsero negli USA.

Il documento è stato depositato erroneamente dall'assistente direttrice della divisione antiterrorismo Jill Sanborn: infatti il nome del funzionario saudita è censurato in quasi tutto il testo ed è visibile in una sola occasione.

L'ambasciata saudita a Washington


Nel documento compare solo il cognome dell'uomo: Jarrah. Secondo la ricostruzione del giornalista investigativo Michael Isikoff si tratterebbe di Mussaed Ahmed al-Jarrah che lavorò a Washington nel 1999 e nel 2000. Nei suoi incarichi rientrava quello di supervisionare le attività delle moschee che ricevevano sovvenzioni dall'Arabia Saudita per conto del Ministero degli Affari Islamici. Dopo aver lavorato negli USA l'uomo fu spostato alle ambasciate saudite di Malesia e Marocco, dove sarebbe rimasto almeno fino allo scorso anno.

Il nome di Mussaed Ahmed al-Jarrah (che non ha alcun legame con il dirottatore pilota di United Airlines 93 Ziad Jarrah, essendo quest'ultimo libanese) si aggiunge a quelli di Fahad al-Thumairy, citato nelle 28 pagine del Joint Inquiry rilasciate nel 2016, e a quello del ben più noto Omar al-Bayoumi, che ad oggi sembra aver avuto il ruolo principale nell'aiuto logistico ai due dirottatori.

La teoria più probabile per giustificare il supporto dato ai dirottatori è che degli agenti dei servizi segreti sauditi stessero indagando su degli individui legati ad al-Qaeda, forse allo scopo di arruolarli come informatori, e che abbiano al contempo sottovalutato la minaccia.

Questo documento da poco trapelato conferma che l'Arabia Saudita ha in ogni caso delle grosse responsabilità, e anche che per quanto l'amministrazione Trump tenti di nascondere il ruolo dei sauditi in quanto accaduto, prima o poi anche i peggiori segreti emergono.

2020/05/11

L'aereo che si schiantò contro un grattacielo a Wall Street

di Leonardo Salvaggio (Hammer)

Il bombardiere B-25 che si schiantò contro l'Empire State Building nel luglio del 1945 non fu l'unico velivolo a colpire un grattacielo di New York per errore. Pochi mesi dopo, il 20 maggio del 1946, un Beechcraft C-45 militare si schiantò contro la facciata a nord-ovest del palazzo al numero 40 di Wall Street, al tempo noto semplicemente come 40 Wall Street e oggi chiamato Trump Building (da non confondere con la Trump Tower della Quinta Avenue) da quando nel 1995 l'attuale presidente degli USA comprò la struttura. L'edificio, completato nel 1930, ha 72 piani ed è alto 283 metri.

Il velivolo era decollato dal Chennault International Airport di Lake Charles, in Louisiana, alle 14:16 locali (le 15:16 a New York) ed era diretto all'aeroporto di Newark. Alle 20:10, mentre si trovava in fase di avvicinamento alla propria destinazione, l'aereo colpì il palazzo di Wall Street all'altezza del cinquantottesimo piano. Il Beechcraft C-45 ha una massa a vuoto di circa due tonnellate e mezza e raggiunge una velocità massima di 230 chilometri orari: è quindi ovviamente molto più piccolo e leggero dei Boeing 767 che si schiantarono contro le Torri Gemelle e anche del B-25 che colpì l'Empire State Building.

Lo schianto causò un buco nella facciata di sei metri per tre e parte dei detriti cadde all'esterno: un pezzo del carrello e un pezzo di motore caddero in Pine Street (la strada su cui si affaccia il lato nord-est dell'edificio) mentre un altro pezzo di motore uscì dalla fiancata di sud-est del palazzo e fu trovato nei piani interrati dell'edificio adiacente, al numero 44 di Wall Street. La valigia di uno dei passeggeri fu trovata intatta sul davanzale di una finestra al sedicesimo piano del numero 30 di Pine Street e un paracadute aperto fu trovato sulla pensilina dell'ottavo piano, forse in seguito di un disperato tentativo di fuga di uno degli occupanti resosi conto del tragico destino a cui il velivolo stava andando incontro. Nel palazzo si svilupparono due incendi: uno nella zona dello schianto e uno al ventiquattresimo piano, dove erano atterrati alcuni detriti.

Immagine tratta dal sito di vendita online di giornali storici RareNewspapers.com

Tutti i cinque passeggeri del velivolo, un maggiore, un capitano e tre tenenti dell'esercito, persero la vita nello schianto, mentre nessuno dei duemila occupanti del palazzo fu coinvolto nell'incidente, così come nessuno per strada fu colpito dalle macerie dell'aereo cadute all'esterno, in quanto a quell'ora non passava nessuno per le strade adiacenti al palazzo.

La causa dell'incidente fu la fitta nebbia che quella sera avvolgeva la città di New York, causando scarsa visibilità e costringendo il pilota a volare sotto la nube di foschia. Due incidenti nel giro di meno di un anno confermarono che il rischio di schianti analoghi era concreto ed era infatti proprio questo lo scenario previsto dai progettisti delle Torri Gemelle: lo schianto volontario e a pieno carico di carburante non era immaginabile negli anni 60.

2020/04/20

Il Boeing dell'Aerolíneas Argentinas che rischiò di schiantarsi contro la Torre Nord

di Leonardo Salvaggio (Hammer). L'articolo è stato corretto dopo la pubblicazione iniziale.


Il 20 febbraio del 1981 un Boeing 707 della compagnia statale argentina Aerolíneas Argentinas rischiò di schiantarsi contro la Torre Nord del World Trade Center. Il disastro fu evitato solo grazie alla prontezza del controllore di volo che si accorse della situazione e ordinò al pilota di riportarsi all'altitudine corretta.

Il volo Aerolíneas Argentinas 342, che trasportava quarantanove passeggeri più nove persone dell'equipaggio, era partito dalla città di Guayaquil, in Ecuador, ed era diretto all'aeroporto JFK di New York. Durante la fase di avvicinamento alla città, l'aereo si trovò a 450 metri di altitudine, invece degli 800 a cui avrebbe dovuto trovarsi; considerando la sua linea di discesa questo avrebbe portato il velivolo a colpire la Torre Nord circa sessanta metri sotto la punta dell'antenna, cioè a metà dell'altezza della stessa.

Il controllore di volo Donald Zimmerman si accorse di quanto stava accadendo quando l'aereo era a meno di quattro miglia dalla Torre e a circa un minuto e mezzo dallo schianto. L'uomo fu anche avvisato dal sistema di allarme sonoro della FAA che risuonò negli uffici dei controllori.

Un Boeing 707 dell'Aerolíneas Argentinas

Zimmerman allora ordinò prontamente al pilota di virare verso destra e di aumentare la propria quota fino a 900 metri; il pilota ovviamente accettò le indicazioni e fece quanto Zimmerman aveva ordinato evitando il disastro. Zimmerman dovette quindi ritardare l'atterraggio del volo 342 all'aeroporto JFK dopo averlo fatto alzare così tanto. Il controllore segnalò anche al pilota che davanti alla sua traiettoria c'era un edificio molto alto: probabilmente il pilota non vedeva il complesso per via delle nubi basse che limitavano la visibilità sulla città di New York.

Alcuni giorni dopo un portavoce dell'FAA disse che la causa del disastro sfiorato fu un malinteso tra il controllore di volo e il pilota, che non capì le indicazioni del primo. In ogni caso Zimmerman lodò la prontezza di reazione del pilota, che fu in grado di reagire e cambiare rotta a a una velocità di circa 450 chilometri orari. Lo shock per il mancato disastro fu comunque tale per Zimmerman che dovette assentarsi da lavoro per oltre tre settimane.

Un mese dopo l'accaduto la compagnia aerea spiegò che il proprio pilota aveva tentato di contattare Zimmerman prima che questo intervenisse e che il controllore non aveva risposto alle chiamate per circa tre minuti. L'FAA rispose in ogni caso che una mancata risposta da parte del controllore non autorizzava il pilota ad abbassarsi di quota fino a quel livello. Le procedure dell'FAA non furono cambiate in seguito a questo episodio.


La compagnia Aerolíneas Argentinas non era nuova a questo tipo di incidenti. Nel gennaio del 1977 un altro Boeing 707 rischiò di schiantarsi in un'area residenziale di Long Island dopo un decollo durante una tempesta di neve; il New York Times cita anche un secondo caso a marzo del 1980 che coinvolse un aereo cargo di cui non fornisce altri dettagli.

Questo incidente sfiorato ci spiega un dettaglio molto importante sull'11/9, cioè che era questo lo scenario che i progettisti avevano previsto durante la realizzazione delle Torri: i due grattacieli erano progettati per reggere lo schianto di un aereo di linea in fase di atterraggio, e quindi con carico di carburante limitato, e a velocità contenute. Infatti il Boeing argentino viaggiava a circa la metà della velocità dei voli American Airlines 11 e United Airlines 175 al momento dello schianto contro le Torri Gemelle. Purtroppo i complottisti non hanno chiaro questo aspetto e probabilmente non conoscono lo strano episodio del volo 342.

2020/04/06

1998: la rapina alla Bank of America nella Torre Nord del World Trade Center

di Leonardo Salvaggio (Hammer)

I due attentati terroristici del 1993 e del 2001 non furono gli unici eventi nefasti che si svolsero nelle Torri Gemelle del World Trade Center di Manhattan; nel 1998 infatti nel complesso avvenne anche una rapina ai danni della sede della Bank of America all'undicesimo piano della Torre Nord.

Questa folle vicenda è narrata in dettaglio nel libro Made Men del giornalista del New York Daily News Greg Smith del 2003. Poco prima delle otto e trenta del mattino del 13 gennaio tre rapinatori salirono con un ascensore per passeggeri fino all'undicesimo piano e si spostarono davanti al montacarichi da cui sapevano che sarebbero arrivati, come ogni giorno, delle guardie della Brink's che portavano riserve di denaro contante alla Bank of America, i cui uffici a quel piano non erano aperti al pubblico.

Quando il montacarichi arrivò al piano le due guardie della Brink's, che portavano sette sacchi di banconote in un carrello di metallo, e altre cinque persone, che si trovavano sull'elevatore per andare ad altri piani, si trovarono di fronte i tre rapinatori con i volti coperti da passamontagna. Due dei rapinatori puntarono delle pistole contro le sette persone e uno di loro urlò di stare fermi e girarsi verso la parete dell'elevatore. Mentre i due rapinatori armati costringevano le sette persone a stare immobili, il terzo le legava alle mani e alle caviglie con cavi elettrici.


I rapinatori tagliarono quindi le borse con il contante e trasferirono i soldi rubati in borse di tela che portavano con sé. L'intera operazione durò otto minuti, dopo i quali i rapinatori mandarono il montacarichi con gli occupati ammanettati al ventiduesimo piano, che al tempo era vuoto per via di lavori di manutenzione. Ripresero quindi uno degli ascensori per scendere, tolsero i passamontagna, nascosero le pistole nelle borse e uscirono dalla Torre. Il contante rubato ammontava a un milione e seicentomila dollari, parte dei quali in valuta estera.

Per gli inquirenti fu chiaro fin da subito che i rapinatori avevano ricevuto l'aiuto di qualcuno che conosceva bene il palazzo. Sapevano infatti a quale piano e a quale ora sarebbero arrivate le guardie con il contante e avevano evidentemente dei badge abilitati all'ingresso nella torre, perché in seguito all'attentato del 1993 si poteva entrare nelle Torri solo con un tesserino. Curiosamente il New York Times usò il termine inside job per descrivere i sospetti della polizia; oggi i complottisti usano lo stesso termine per definire gli attentati dell'11/9.

Un aspetto che i rapinatori non avevano previsto, però, era che sarebbero stati facilmente riconoscibili nei filmati delle videocamere di sicurezza per via delle borse che portavano con sé e che le persone immobilizzate sul montacarichi avevano visto chiaramente. I volti di due di loro si vedevano in modo nitido, il terzo indossava un giubbotto della squadra di football dei Green Bay Packers con un cappuccio che aveva sollevato sulla testa in modo da coprirsi almeno parzialmente il viso. I testimoni riferirono anche che i tre erano molto nervosi, segno che non erano rapinatori esperti. Nel giro di ore i volti dei rapinatori furono diffusi sui media nazionali e in poco tempo due di loro furono identificati da persone che vivevano nelle rispettive aree, anche grazie a una ricompensa di 26.000 dollari promessa delle autorità a chi avrebbe aiutato a identificare i malviventi. Solo due giorno dopo due uomini, chiamati Melvin Folk e Mike Reed, furono arrestati a Brooklyn per la rapina alla Bank of America.

Il 16 gennaio il terzo rapinatore, Richie Gillette, prese un treno diretto in California e fu segnalato alla sicurezza da un altro passeggero per il comportamento anomalo: fumava in modo compulsivo e sembrava avere con sé un'abnorme quantità di denaro; inoltre indossava un giubbotto dei Green Bay Packers, proprio come quello del rapinatore del World Trade Center. La polizia ferroviaria lo interrogò quando il convoglio si fermò nella stazione di Albuquerque, nel New Mexico, e Gillette non fu in grado di spiegare l'origine del denaro che portava con sé. Il denaro gli venne confiscato, ma l'agente di polizia che fece la confisca non procedette subito all'arresto e tornò alla sua auto per informare via radio la polizia locale di quanto stava avvenendo. Quando tornò sulla carrozza per fermare Gillette, l'uomo era fuggito. La polizia lo cercò per le strade di Albuquerque; una cameriera del bar Famous Sam's (al numero 1001 di Central Avenue, oggi chiamato Cafe Oaxaca) segnalò alla polizia la presenza nel suo locale di un uomo che assomigliava al ricercato; Gillette fuggì da una porta sul retro, ma l'FBI riuscì a bloccarlo in un hotel poco distante la sera dello stesso giorno.


L'FBI però capì presto che i tre uomini arrestati non avevano un livello intellettivo e uno spirito organizzativo sufficiente ad aver architettato la rapina; si trattava quindi solo di esecutori mentre i mandanti erano ancora in libertà. Il vero ideatore della rapina era infatti il criminale locale Ralph Guarino, che aveva chiesto aiuto logistico a Salvatore Calciano, che lavorava da vent'anni per l'American Building Maintenance, la società che aveva in carico le pulizie delle Torri Gemelle.

Calciano aveva fornito a Guarino le informazioni necessarie sui movimenti di denaro della Bank of America e i tre badge aziendali che avevano consentito ai rapinatori di accedere al palazzo. I badge forniti da Calciano erano tutti suoi, i tre rapinatori quindi entrarono tutti nel palazzo con lo stesso nome; sarebbe stato sufficiente un controllo più preciso all'ingresso per sventare la rapina. Guarino aveva un motivo preciso per aver scelto tre esecutori di basso profilo intellettivo: aveva fatto credere loro che la mafia li avrebbe uccisi se non avessero portato a compimento il loro incarico, millantando di essere un mafioso di rilievo.

I due organizzatori, sentendo ai notiziari che gli esecutori della rapina erano stati catturati, capirono di correre seri rischi. Inoltre entrambi avevano già impegnato i soldi: Guarino doveva quarantamila dollari alla famiglia mafiosa Gambino, mentre Calciano aveva speso cinquantamila dollari per la ristrutturazione di casa. Guarino considerò una possibilità: un criminale di sua conoscenza di era offerto di ripulire la valuta estera e riconsegnargli dollari statunitensi in cambio, ma voleva per sé metà dell'importo. Guarino rifiutò la proposta. Guarino e Calciano si incontrarono per una cena a base di pesce in un ristorante di Brooklyn il 19 gennaio per discutere su come togliersi dai guai, ma vista la complessità della situazione non raggiunsero un accordo su come agire. E prima che Guarino potesse decidere come risolvere la situazione, l'FBI lo raggiunse nella sua casa di Staten Island e lo arrestò per aver organizzato la rapina.

Dopo l'arresto Guarino divenne un informatore dell'FBI nell'ambito delle indagini contro la famiglia mafiosa italo-americana DeCavalcante, per la quale lavorava anche Calciano. Guarino mantenne i rapporti con quest'ultimo, che non era a conoscenza del fatto che Guarino fosse in arresto, e gli fece credere che le possibilità di essere arrestati per la rapina al World Trade Center fossero minime, in modo da continuare ad avere informazioni sull'attività dei DeCavalcante. Salvatore Calciano fu infine arrestato come organizzatore della rapina nel dicembre del 1999.

2020/03/16

Able Danger: an interview with former US army major Erik Kleinsmith

by Leonardo Salvaggio (Hammer). An Italian translation is available here.

Military data mining project Able Danger is one of the grey areas surrounding the 9/11 attacks. To help shed some light on it, former EU army mayor Erik Kleinsmith, who was one of the members of the Able Danger team, accepted our proposal for an interview, which we are today offering our readers.

We would like to thank Erik Kleinsmith for his kindness and willingness to help.


Undicisettembre: Can you confirm you still maintain Able Danger identified Atta and three other hijackers when they were already in the USA?

Erik Kleinsmith: Yes, even if it’s been twenty years since we did the analysis. Our mission was to map al-Qaeda worldwide for the US Special Operations Command, because they wanted to take actions to prevent future attacks. Our group at the Land Information Warfare Activity (LIWA) was requested by SOCOM to use our data mining tools to identify and track al-Qaeda members and it was a shock to us when we found that Atta and other hijackers were already in the United States when we did our analysis, specifically in New Jersey and in some other locations in the US.


Undicisettembre: Without breaching classified information can you explain, generally speaking, what kind of data mining techniques Able Danger used to do so?

Erik Kleinsmith: The Land Information Warfare Activity, which I was chief of the intelligence for, was the first organization within the Department of Defense, or maybe the entire US intelligence community, that had a data mining program that was successful in supporting all kinds of operations and that’s why Special Operations Command came to us. A lot of it was centered on being able to harvest massive amounts of information, and instead of having an analyst manually read through each page or message or note or website we then had a tool to read through each of them and give us a visualization of the overall data.

One of the first techniques we used was based on a tool which was called Themescape and we would regularly take four thousand different messages or webpages and the tool would read them and sort each message or each webpage by the phrases that were common between the two. So think of each message as a piece of paper, it would stack them on top of each other and you’d then have a two dimensional map to look down on. This map could then be analyzed for trending topics, outliers, and connections that we didn’t know existed. Instead of the analyst trying to read each of the four thousand messages at one time, they were visualizing all of them together in context with each other.

So we did a search for “al-Qaeda” and we got a big grouping of their operations in four different areas of the world: the Magreb region of North Africa, the Middle East and then what was surprising is we had a large al-Qaeda presence within the South Pacific, specifically with Abu Sayya and al-Jama'a al-Islamiyya, and the last area was in Europe, in the Balkans and other areas of concentration.

We knew from other researches that we would get information for those areas but what was surprising was we started seeing smaller points pop up in the US. One town that did pop up was the one where I was born and raised in Michigan. We would have never been able to get information like that manually, it’s only when using data mining techniques paired with people who knew how to use them that would make them work.


Undicisettembre: Could have 9/11 been avoided if Able Danger had been authorized to share its findings with the FBI?

Erik Kleinsmith: The FBI knew kind of what we were doing because we were working with them on another mission for deception of DoD technologies from different countries that were not considered our friends. We never shared some of the data but more importantly we were never able to follow through and refine the draft of the threat map we had built that showed where they were operating around the world. So we were able to create this initial look and threat map of the organization, we delivered that to SOCOM but we were never able to refine it, go into it, look more deeply because we were shut down for fears of what data mining was doing in terms of violating US law. The main problem was that intelligence personnel is not allowed to surveil or collect information on US persons and the tool was doing it automatically because the tool didn’t care about the law, so the question was “Are these guys collecting information on US personnel directly or incidentally because the tool does it itself?” And since they shut us down I feel we could have alerted or prevented 9/11 in some ways.


Undicisettembre: How come you guys did not share their findings with the FBI? Who prevented you from doing this?

Erik Kleinsmith: It was a purely military operation, so everything stayed within the military. Because we were shut down right at the beginning we didn’t have a chance to alert the FBI. I mean, we came in to work and an order had been received that started all the way up at the Pentagon that said “Cease and desist work” and we couldn’t even open the folders and the files to look at what we had already done. US laws states that if we have information on US persons we can only hold it for ninety days before we have to delete it, so I am the one who had to delete it. We can’t just call out or extract information about a US person and delete that little piece, we are not allowed to touch or look at any of it.

The 9/11 Commission didn’t even know what we were doing because of the classification of what we were working on and when they knew about it they thought it was no big deal until, after the 9/11 Commission Report was published, one of our members, Anthony Shaffer, blew the whistle and said “No, we were a full operation, we had these guys but you guys shut us down”. It’s not like we could explain to the FBI “Hey, we have this cell in Brooklyn that is going to be conducting massive hijacking attacks.” All we knew was there was a cell in New Jersey doing something and we were never able to find them. When you send a message like that to the FBI they can’t act on it either because we are not even able to show them the data.


Undicisettembre: How come no one, not even the FBI, had ever heard of it before and it was such a shock to the intel community when the existence of Able Danger was revealed?

Erik Kleinsmith: Part of it is because it was purely a military Department of Defense operation and the FBI is not involved. And then we couldn’t refine the data, so we couldn’t give them any information. Since we were shut down so early in the process we were never able to build what we thought was a credible threat into something they can act on. So it’s not like somebody stopped us from reporting to the FBI, but we were never able to refine what we had found to the point we could make the decision to let them know.


Undicisettembre: When and by whom was it started?

Erik Kleinsmith: It was started by a member of SOCOM, they had started their own operation at their headquarters in Florida and they sent representatives to each agency of the intelligence community to ask for their help, but they were rebuffed and told “We can’t help you guys, we don’t have the capability to look into that kind of information.” After they were exhausted trying to get help from big agencies they had contacted one of our senior scientist, we gave them a demonstration of our data mining tools and showed them what nobody could show them and they said “We want you guys to work on this as the primary.”

They let us attend one of their brainstorming and planning sessions where all the agencies have their representation and I told my folks “You need to do a map real quick” and in ninety minutes we showed them more information that they had already got from all the different agencies because since we were using data mining tools we were getting information faster. It wasn’t cleared, it took time to look at it but at least it showed we could do it that quickly.

Able Danger: intervista all'ex maggiore dell'esercito Erik Kleinsmith

di Leonardo Salvaggio (Hammer). L'originale inglese è disponibile qui.

Il programma militare di data mining Able Danger è una delle zone grigie riguardo agli attentati dell'11/9. Per dare qualche chiarimento su questo argomento, l'ex maggiore dell'esercito Erik Kleinsmith, che è stato uno dei membri di Able Danger, ha accettato la nostra proposta di un'intervista che offriamo oggi ai nostri lettori.

Ringraziamo Erik Kleismith per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Confermi di ritenere tuttora che Able Danger abbia identificato Atta e altri tre dirottatori quando erano già negli Stati Uniti?

Erik Kleinsmith: Sì, anche se sono passati vent'anni dalla nostra analisi. La nostra missione era fare una mappa di al-Qaeda in tutto il mondo per lo US Special Operations Command [noto anche come SOCOM, organo del Dipartimento della Difesa incaricato di coordinare le operazioni speciali, N.d.T.], perché volevano intraprendere azioni per prevenire attacchi futuri. Il nostro gruppo era la Land Information Warfare Activity (LIWA) ed era stato invitato dalla SOCOM a utilizzare i nostri strumenti di data mining per identificare e tracciare i membri di al-Qaeda ed è stato uno shock per noi quando abbiamo scoperto che Atta e altri dirottatori erano già negli Stati Uniti quando abbiamo fatto la nostra analisi, in particolare nel New Jersey e in alcune altre località degli Stati Uniti.


Undicisettembre: Senza rivelare le informazioni secretate puoi spiegare, in generale, che tipo di tecniche di data mining ha usato Able Danger per fare ciò?

Erik Kleinsmith: La Land Information Warfare Activity, di cui ero il capo dell'intelligence, è stata la prima organizzazione all'interno del Dipartimento della Difesa, o forse nell'intera comunità di intelligence degli Stati Uniti, che aveva un programma di data mining che era riuscito a supportare tutti i tipi di operazioni ed è per questo che lo Special Operations Command è venuto da noi. Gran parte del programma era incentrato sulla capacità di raccogliere enormi quantità di informazioni, e invece di avere un analista che leggeva manualmente ogni pagina o messaggio o nota o sito web avevamo uno strumento che li leggeva e dava una visione di insieme dei dati.

Una delle prime tecniche che abbiamo usato si basava su uno strumento chiamato Themescape, che prelevava regolarmente quattromila messaggi o pagine web e li leggeva e li ordinava in base a delle frasi comuni. Quindi immagina ciascun messaggio come un pezzo di carta, li impilava uno sopra l'altro e dava quindi una mappa bidimensionale da analizzare. Questa mappa consentiva l’analisi dei valori di tendenza, dei valori anomali e delle connessioni che non sapevamo che esistessero. Invece di avere un analista che provava a leggere tutti i quattromila messaggi in una volta sola, li guardavano tutti insieme in relazione l’uno con l’altro.

Abbiamo fatto una ricerca di "al-Qaeda" e abbiamo ottenuto un raggruppamento massiccio delle loro operazioni in quattro diverse aree del mondo: la regione del Magreb in Nord Africa, il Medio Oriente e poi ciò che è stato sorprendente è che abbiamo avuto una grande presenza di al-Qaeda nell’area del Pacifico meridionale, in particolare con Abu Sayya e al-Jama'a al-Islamiyya, e l'ultima area era in Europa, nei Balcani e in altre aree di concentrazione.

Sapevamo da altre ricerche che avremmo ottenuto informazioni per quelle aree, ma la cosa sorprendente fu che iniziammo a vedere spuntare piccoli punti negli Stati Uniti. Una città che è spuntata è stata quella in cui sono nato e cresciuto nel Michigan. Non saremmo mai stati in grado di ottenere informazioni del genere manualmente: succede solo se si utilizzano tecniche di data mining con persone che sanno usarle e che le fanno funzionare.


Undicisettembre: L'11 settembre avrebbe potuto essere evitato se Able Danger fosse stato autorizzato a condividere le sue scoperte con l'FBI?

Erik Kleinsmith: L'FBI sapeva qualcosa di ciò che stavamo facendo, perché stavamo lavorando con loro su un'altra missione relativa al furto di tecnologie del Dipartimento della Difesa da parte di paesi che non erano considerati nostri amici. Non abbiamo mai condiviso alcuni dei dati, ma soprattutto non siamo mai stati in grado di proseguire e perfezionare la bozza della mappa delle minacce che avevamo costruito e che mostrava dove operavano in tutto il mondo. Quindi siamo stati in grado di creare questa vista iniziale e la mappa delle minacce dell'organizzazione, l’abbiamo consegnata a SOCOM ma non siamo mai stati in grado di perfezionarla, approfondirla, guardare più in profondità perché la nostra attività è stata interrotta per paura delle conseguenze del data mining in termini di violazione della legge degli Stati Uniti. Il problema principale era che al personale dell'intelligence non era permesso sorvegliare o raccogliere informazioni su persone statunitensi e lo strumento lo faceva automaticamente perché allo strumento non interessa la legge, quindi la domanda era: "Questi stanno raccogliendo direttamente informazioni su persone americane o come conseguenza del fatto che lo strumento lo fa da solo?" E dato che la nostra attività è stata fermata, credo che avremmo potuto allertare qualcuno o prevenire l'11 settembre in qualche modo.


Undicisettembre: Perché non avete condiviso le vostre scoperte con l'FBI? Chi vi ha impedito di farlo?

Erik Kleinsmith: Fu un'operazione esclusivamente militare, quindi tutto rimase all'interno dell'ambito militare. Poiché è stato fermato tutto proprio all’inizio, non abbiamo avuto la possibilità di avvisare l'FBI. Una mattina siamo entrati al lavoro ed è arrivato un ordine dal Pentagono e che diceva "Cessate l’attività" e non potemmo nemmeno aprire le cartelle e i file per vedere il lavoro che avevamo già fatto. Le leggi degli USA stabiliscono che se abbiamo informazioni su persone statunitensi possiamo conservarle solo per novanta giorni prima di doverle eliminare, quindi sono stato proprio io ad eliminarle. Non potevamo nemmeno estrarre le informazioni su una persona statunitense ed eliminare quel pezzettino, non ci era permesso né toccare né guardare.

La Commissione sull'11 settembre non sapeva nemmeno cosa stavamo facendo per via della riservatezza di ciò a cui stavamo lavorando e quando lo seppero pensarono che non fosse niente di importante fino a quando, dopo la pubblicazione del 9/11 Commission Report, uno dei nostri membri, Anthony Shaffer, sollevò il problema e disse "No, eravamo un'attività pienamente funzionante, avevamo individuato queste persone ma voi avete chiuso le nostre operazioni". Non potevamo dire all'FBI "Ehi, abbiamo questa cellula a Brooklyn che sta per condurre attacchi con dirottamenti massivi." Tutto ciò che sapevamo era che nel New Jersey c'era una cella che stava facendo qualcosa e non siamo mai riusciti a trovarli. Se avessimo inviato un messaggio del genere all'FBI, non avrebbero nemmeno potuto agire perché non saremmo stati in grado di mostrare loro i dati.


Undicisettembre: Come mai nessuno, nemmeno l'FBI, ne aveva mai sentito parlare prima e fu un tale shock per la comunità di intelligence quando fu rivelata l'esistenza di Able Danger?

Erik Kleinsmith: Parte di ciò è dovuto al fatto che era puramente un'operazione militare del Dipartimento della Difesa e l'FBI non è coinvolta. E poi non siamo riusciti a perfezionare i dati fino al punto da poter fornire loro delle informazioni. Dato che la nostra attività è stata fermata nelle fasi iniziali del processo non siamo mai stati in grado di trasformare quella che pensavamo fosse una minaccia credibile in qualcosa su cui poter agire. Quindi non è che qualcuno ci abbia impedito di riferire all'FBI, ma non siamo mai stati in grado di affinare ciò che avevamo scoperto al punto da poter prendere la decisione di comunicarlo a loro.


Undicisettembre: Quando e da chi è stato avviato?

Erik Kleinsmith: È stato avviato da un membro della SOCOM, avevano avviato i loro lavori presso la sede in Florida e avevano inviato rappresentanti a ciascuna agenzia della comunità dell'intelligence per chiedere il loro aiuto, ma sono stati respinti e hanno ottenuto come risposta “Non possiamo aiutarvi, perché non abbiamo la capacità di esaminare questo tipo di informazioni." Quando erano esausti dei tentativi di ottenere aiuto dalle grandi agenzie, hanno contattato uno dei nostri scienziati senior, abbiamo dato loro una dimostrazione dei nostri strumenti di data mining e mostrato loro ciò che nessun altro poteva mostrare e hanno detto "Vogliamo che voi lavoriate su questo come attore principale."

Ci hanno permesso di assistere ad una delle loro sessioni di brainstorming e di pianificazione in cui tutte le agenzie hanno almeno un rappresentante e ho detto ai miei collaboratori “Ho bisogno di una mappa molto in fretta” e in novanta minuti abbiamo mostrato loro più informazioni di quante ne avessero ottenute da tutte le altre agenzie perché da quando utilizzavamo strumenti di data mining ottenevamo informazioni più velocemente. Non era stato ripulita, ci è voluto del tempo per guardarla, ma almeno ha dimostrato che potevamo farla e in fretta.