2020/07/26

Secondo un'indagine di CIA ed FBI, al-Qaeda si è infiltrata in organi statali dell'Arabia Saudita

di Leonardo Salvaggio

Quello del coinvolgimento del governo saudita nel supporto ai dirottatori Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hazmi durante il loro periodo di permanenza a San Diego è uno degli aspetti degli attentati dell'11/9 ancora avvolti da un mistero fitto. È noto che alcuni individui legati a Riyadh diedero aiuto logistico ai due terroristi, ma non è ancora chiaro quale fosse il loro ruolo e perché lo abbiano fatto.


Le agenzie investigative americane indagano su questi legami da subito dopo gli attentati e nel 2005 la CIA e l'FBI redassero un rapporto sul supporto saudita ai terroristi; di questo rapporto è stata resa pubblica solo una sintesi di una pagina firmata dai due direttori dell'epoca: Robert Muller (più recentemente noto per il Muller Report sulle ingerenze russe sulle elezioni presidenziali americane del 2016) per l'FBI e Porter Goss per la CIA.

Il breve documento, di cui alcune frasi sono ancora censurate, dice che non ci sono prove del fatto che il governo saudita o i suoi esponenti sapessero quali erano le vere intenzioni di al-Mihdhar e al-Hazmi, e cita espressamente Omar al-Bayoumi e Osama Basnan chiarendo che non fornirono aiuto fattuale nell'organizzazione degli attentati e che non ci sono prove che fossero agenti segreti sauditi (anche se su questo punto molte evidenze puntano nella direzione opposta).

Il dettaglio più importante che emerge dal documento è che secondo l'indagine congiunta alcuni individui legati ad al-Qaeda potrebbero essersi infiltrati nel governo saudita o in agenzie statali. Undicisettembre sostiene da tempo che al-Bayoumi e Basnan fossero in California con il compito di reclutare i due terroristi come informatori per i servizi segreti sauditi, anche perché (come spiegato estesamente dall'ex agente speciale dell'FBI Mark Rossini) è probabile che alcuni organi della CIA fossero a conoscenza dell'operazione. Ovviamente le due circostanze non si escludono vicendevolmente: al-Bayoumi e Basnan potrebbero essere stati inviati da vertici deviati ad aiutare i terroristi giustificando il loro incarico con un possibile reclutamento, oppure gli stessi al-Bayoumi e Basnan potrebbero essere stati legati ad al-Qaeda e aver chiesto l'incarico di reclutamento proprio per aiutare terroristi.

Purtroppo restano moltissimi misteri sul coinvolgimento saudita negli attentati dell'11/9. Quale fosse il vero ruolo di al-Bayoumi e di Basnan resta una tra le tantissime domande che ancora non hanno una risposta.

2020/06/21

L'indagine preliminare dell'FBI su al-Bayoumi del 1998

di Leonardo Salvaggio

Omar al-Bayoumi è uno dei personaggi più misteriosi relativamente agli attentati dell'11/9. L'uomo, un saudita con forti legami con il governo di Riyadh, diede supporti logistico a Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hazmi, due di quelli che l'11 settembre sarebbero diventati i muscle hijackers del volo American Airlines 77, durante la loro permanenza a San Diego, e ad oggi non è chiaro perché lo fece né quale fosse il suo ruolo tra i funzionari sauditi.

Omar al-Bayoumi

Nel 2001 il nome di Omar al-Bayoumi non risultò nuovi agli inquirenti, infatti l'FBI condusse un'indagine preliminare su di lui già nel 1998. Secondo il rapporto del Dipartimento di Giustizia A Review of the FBI's Handling of Intelligence Information Related to the September 11 Attacks (in cui valuta la gestione dell'FBI delle informazioni raccolte prima dell'11/9), il nome di al-Bayoumi comparve all'attenzione dell'FBI nel 1995 nell'ambito di un'altra indagine, di cui non è fornito nessun dettaglio. Il 31 agosto del 1998 l'FBI fu contattato dal gestore del comprensorio di San Diego in cui abitava che segnalò attività sospette legate al saudita. Lo US Postal Inspection Service (la polizia postale degli USA) aveva infatti comunicato che al-Bayoumi aveva ricevuto un pacco postale definito sospetto che si era aperto, rivelando dei cavi elettrici al proprio interno; inoltre l'idraulico del palazzo aveva riportato di aver visto cavi elettrici sporgere da sotto uno dei lavelli del suo appartamento. In ultimo, aggiunse il gestore, al-Bayoumi organizzava presso il suo appartamento ritrovi con numerosi uomini di provenienza mediorientale durante i weekend e i suoi ospiti spesso occupavano abusivamente i parcheggi riservati agli inquilini.

L'agente dell'FBI assegnata al caso contattò l'ispettore postale che aveva fatto la segnalazione sul pacco, ma l'ispettore smentì che dal pacco fossero spuntati dei cavi e aggiunse che il motivo per cui lo aveva definito sospetto era che non vi era lettera di accompagnamento, non era stato affrancato correttamente e proveniva dall'Arabia Saudita. L'agente dell'FBI quindi chiese al gestore del residence di annotare i numeri di targa delle auto degli ospiti di al-Bayoumi, ma poco dopo il numero di partecipanti agli incontri nell'appartamento del saudita scese fino a quando gli incontri stessi non si verificarono più.

Nell'ambito dell'indagine l'FBI scoprì che al-Bayoumi aveva circa trent'anni (in realtà nel 1998 ne aveva 40 o 41), era sposato con figli piccoli, si era da poco laureato e intendeva iscriversi al dottorato ma al momento era senza lavoro; nonostante ciò aveva donato 400.000 dollari a una comunità islamica di El Cajon, in California, per la costruzione di una moschea. Una delle fonti riferì anche che riteneva che al-Bayoumi fosse un agente dei servizi segreti di un governo estero, probabilmente dell'Arabia Saudita.

Dall'indagine emerse anche che al-Bayoumi si trovava negli USA con un visto per studenti e che aveva intenzione di chiedere la green card. L'FBI contattò anche l'Immigration and Naturalization Service (l'ente che al tempo gestiva l'immigrazione e la nazionalizzazione), che confermò che il visto di al-Bayoumi era in scadenza ma che poteva essere rinnovato.

Non avendo trovato nulla che collegasse al-Bayoumi al terrorismo islamico, l'unica opzione rimanente sarebbe stata proprio quella di interrogare lo stesso al-Bayoumi, ma il supervisore dell'agente decise che non fosse necessario in quanto non c'erano i presupposti per ritenere che l'uomo costituisse una minaccia. Inoltre convocare al-Bayoumi avrebbe potuto avere ripercussioni negative su un'altra indagine in corso, di cui non vengono forniti dettagli, probabilmente perché l'uomo avrebbe potuto parlarne nella propria cerchia di conoscenze e l'informazione avrebbe potuto giungere a soggetti su cui l'FBI stava indagando. Il 7 giugno del 1999 l'indagine preliminare su Omar al-Bayoumi venne chiusa.

Parkwood Apartments, il complesso residenziale
di San Diego dove abitava al-Bayoumi

Interrogata dall'ufficio dell'ispettore generale, l'agente dell'FBI che condusse l'indagine disse di aver ritenuto corretta la decisione dei suoi responsabili di interrompere l'indagine per mancanza di evidenze. L'investigatrice aggiunse che durante l'indagine arrivò a pensare che al-Bayoumi fosse legato al governo saudita, ma l'Arabia Saudita non era ritenuta una nazione ostile e quindi questo non ebbe alcun effetto sulla decisione di interrompere le indagini. In ultimo, chiarì l'agente, per via delle restrizioni imposte dalle linee guida del procuratore generale sulle operazioni di intelligence su cittadini stranieri, non sarebbe stato possibile adottare tecniche di indagine più intrusive, come intercettazioni o controlli delle attività bancarie.

L'ispettore generale del Dipartimento di Giustizia conclude il proprio capitolo dedicato all'indagine preliminare sostenendo che la condotta dell'FBI fu corretta perché non c'erano motivazioni per proseguirla ed è apparsa corretta anche la decisione di non compromettere un'altra importante indagine. Purtroppo con il senno di poi è ovvio che se le intenzioni di al-Bayoumi fossero state chiarite nel 1999, probabilmente l'11/9 sarebbe stato evitato.

South Park e il complottismo sull'11/9

di Leonardo Salvaggio

Il 2006 fu l'anno in cui le teorie della cospirazione sull'11/9 raggiunsero la maggiore diffusione, grazie anche ad alcune scelte scellerate di trasmissioni televisive su canali generalisti che ospitarono video e autori di contenuti cospirazionisti trattandoli al pari di chi sostiene teorie legittime.


In mezzo al diffondersi di queste teorie strampalate, anche il cartone animato South Park trattò l'argomento nel suo consueto stile. Nell'episodio Mystery of the Urinal Deuce (tradotto in italiano con Il Mistero dell'Orinatoio), andato in onda la prima volta l'11 ottobre del 2006, il protagonista Kyle si trova a dover indagare sui mandanti dell'11/9 in quanto viene accusato da Cartman di essere lui stesso l'organizzatore degli attentati. Tralasciando le volgarità di cui il cartone è infarcito, Kyle incontra un gruppo di sedicenti indagatori sull'11/9 che in realtà sono complottisti che gli ripetono le stesse argomentazioni che si ritrovano in qualunque video o testo cospirazionista.

Kyle non si arrende e arriva a incontrare Bush, il quale gli conferma che l'11/9 fu un autoattentato organizzato dagli USA per giustificare le guerre per il controllo del Medio Oriente. Kyle non si lascia convincere dalla spiegazione del Presidente e grazie a un investigatore privato scoprirà che la verità è ancora più assurda: le teorie del complotto sull'11/9 sono un inside job. A quel punto torna in scena Bush, che gli spiega che il governo USA ha inventato le teorie del complotto sull'11/9 per far credere alla propria popolazione di essere molto più potente e sofisticato di quanto è in realtà e per non dover ammettere le proprie responsabilità sulla mancata prevenzione.

Sicuramente da un lato può sembrare di cattivo gusto (se non peggio) vedere uno spettacolo comico su un evento che ha causato circa tremila morti, basti pensare che Cartman pensa di vedere la figura di Kyle nelle volute di fumo che escono dalle torri; ma se si riesce a superare questo giustificato fastidio non si può non considerare che la soluzione inventata dal cartone mette in luce quanto siano ridicole le teorie della cospirazione che immaginano scenari da film senza alcun realismo.

Gli autori di South Park hanno capito quanto il complottismo sull'11/9 fosse ridicolo già nel 2006, i pochi cospirazionisti rimasti non lo hanno capito neanche adesso.

2020/06/08

An interview with former Air Force Security Forces officer Barry Donadio

by Leonardo Salvaggio. An Italian translation is available here.

On September 11th 2001 Barry Donadio was an Air Force Security Forces officer, a volunteer firefighter and an Emergency Medical Technician; his professional background gave him a unique view of the events as they were unfolding. To discuss his thoughts of that day, Donadio accepted our proposal for an interview which we are today offering our readers.

We would like to thank Barry Donadio for his kindness and willingness to help.





Undicisettembre: What do you recall about 9/11 generally speaking?


Barry Donadio: It was an unexpectedly shocking day for all of us. I had been to New York City the day before, I was doing some part time work as a legal document process server delivering court papers to people being summoned to court. My full time job was as an air force security police officer in New York, I was based in Westhampton Beach, Long Island. At that time I also led the Emergency Services Team, which is a police SWAT team.

On the morning of September 11 2001 I was planning on going back into Manhattan, which was forty miles away from where I was, when I received a phone call from a relative telling me to turn on the TV and said “You are not going to believe this”. At the time I had turn on the TV, only one plane had hit the Trade Center and I said to myself, "I can’t image that being an accident". Being in the military and in law enforcement you think with suspicion of such events. I remained hopeful that it somehow was an accident, maybe a mistake by the pilot, even though it was a perfectly clear day and I could not rationalize it being accidental.

I began to think that I should start to head towards New York City because I was also an experienced volunteer firefighter and I was also an Emergency Medical Technician and I had responded with ambulances for a few years. Not long after as I started to gather my things to respond to the city, the second plane hit the other tower. This occurred all on live TV. The news people were still talking and did not notice the other plane hit the building. I was thinking, "Did I just see what I thought I saw?" I was hoping not. They were not saying anything and I was not sure if I was imagining this. After about 30 seconds the TV news people caught on and announced that another plane had hit the other tower. Things became very hectic at that moment. It was terrorism or even a military attack from another nation under way. At that moment everyone became glued to the TV and seeking updates and other information. There was an overwhelming amount of information being transmitted through the news channels. People were not sure what to believe or what to do because some reports were inaccurate. Then more reports came in stating that there were more planes in the air and they were potential missiles against other targets.

While I was getting ready and trying to understand what was going on, the third plane hit the Pentagon and my priorities changed from going into the city to assist as a firefighter or EMT to a role as a soldier. I assumed since the Pentagon was hit that we were now at war and that the attacks in New York were potentially a simple diversion for the true attack that would be coming from a potential of a few belligerents such as China, Russia or North Korea. Bin Laden had even entered my mind that day, but when the Pentagon was hit I assumed the event to be a much bigger scheme then what bin Laden could do. I thought it was like Pearl Harbor.

I got into military uniform and rushed to the military base where I served. While driving there I fully expected to meet resistance on the way there by either enemy paratroopers or enemy naval infantry. Long Island is a perfect landing point for invasion. Under my assumption, that would be the next phase of the attack on September 11th. My other hypothesis for what was to come after the Pentagon was hit was that there may already be nuclear missiles on the way that would rain down on the United States, and the Pentagon attack was to destroy or hinder our response. Quite frankly, I thought to myself “I might not be alive in two hours”. I never expected to live past the first two hours after the Pentagon was hit under my assumption that the real attack still had not taken place. It was much more of a complicated day than just the towers and the Pentagon being hit strategically and militarily.

I was shocked I made it to the Westhampton Beach Air Force base in New York without an encounter with enemy forces. When I got there, I grabbed a sniper rifle and waited for an attack on the base that never came. Now we know it was a terrorist attack, but on that day anything was possible.

The Westhampton US Air Force base

Undicisettembre: What happened in the following days?

Barry Donadio: There was a lot of anger and much uncertainty in the first few days after the attack. I knew we would respond militarily but it was not happening fast enough to satisfy the need for an “eye for an eye” justice that many of us wanted immediately. But it was impossible to do it immediately because they had no idea who did this at the beginning; it took some time to understand who attacked us and how we were going to respond.

Reports began to come in from the New York City Police of officers that were missing. I knew two of them and had attended a tactical training school with them only six months before. Great men, heroes of the SWAT team, they were missing and most likely dead.

The priority of the nation was the recovery efforts in Manhattan, saving those who were still trapped and finding missing loved ones. We were obsessed as a nation with it.


Undicisettembre: Have you been to Ground Zero in the days after 9/11?

Barry Donadio: I went down there four days after it happened to serve more court documents to a business one or two blocks away from the World Trade Center. It was total devastation and it covered blocks. It wasn’t just where the towers stood, it destroyed everything. It was absolutely horrible.


Undicisettembre: What do you think of the air force response to the attacks while they were going on?

Barry Donadio: I think they did the best job they could do. I think no one anticipated American planes being hijacked and used as missiles. We are set up for that better now, but at the time no air force was ready for that, in any other country the same result would have happened. The U.S. Air Force did the absolute best they could under the circumstance.


Undicisettembre: What long term impact did 9/11 have on your job?

Barry Donadio: Law enforcement officers in America did not have the terror tactics knowledge and anti-terror training at the time of the attack. Some did, those that were in police intelligence and investigations roles. The officers on the streets did not know the terror tactics that they know today. We didn’t have the airport security we have today, before 9/11 we even had private security companies doing magnetometer checks before you entered a plane. We didn’t have the department of Homeland Security, we are a safer nation because of this.

So I would say that the long term effect would be a severe increase in training and awareness of terrorist tactics, intelligence and counter methods.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life even today?

Barry Donadio: As a career soldier and law enforcement officer, it is important for me to remember and work to make sure that it never can happen again. For me, it is the threat of terror that is always in the calculation of how I do my job and what to be on the lookout for. Even pulling over somebody who didn’t stop at a stop sign may have something to do with terrorism if you check the driver and it is found that he is wanted, some of the 9/11 hijackers were even here in Maryland where I live now.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories according to which 9/11 was an inside job?

Barry Donadio: Anything is possible, although regarding the attacks of September 11th 2001, I just don’t see a conspiracy. I am willing to believe that there may be things that have not been shared publicly, but I have to conclude that the attacks were not a conspiracy.

There are some people out that there that can find a conspiracy in the rising of the sun. Others make a lot of money creating doubt and creating a mystery.


Undicisettembre: How would you compare the crisis that followed 9/11 to the COVID-19 crisis the city is living now?

Barry Donadio: The September 11th attacks were a complete shock in one moment. You turned on the TV and you couldn’t believe it. It seemed to be much more of a quick strike at our emotions and innocence.

The COVID-19 crisis is also shocking but all of us could kind of see it coming and we had time to prepare. It was not so much of an immediate shock. It is true that none of us ever would have imagined the world being under quarantine. Our technology with computers and video conferencing had us much better prepared to deal with the pandemic.

Like September 11th 2001, the pandemic also has a positive effect. It is my opinion that the attacks on the towers eased racial tensions and brought us together as a nation. It even got Republicans and Democrats together.

Today’s pandemic has showed us all to be a great people. There has be a huge outpouring of kindness towards each other and a community unity here in the United States that I have not seen since I was a boy, which is absolutely wonderful.

Intervista all'ex ufficiale della Air Force Security Barry Donadio

di Leonardo Salvaggio. L'originale inglese è disponibile qui.

L'11 settembre 2001 Barry Donadio era un ufficiale della Air Force Security Forces, un pompiere volontario e un soccorritore medico. Il suo background professionale gli ha dato una visione unica dei fatti mentre gli stessi si stavano svolgendo. Per parlare delle sue riflessioni di quel giorno, Donadio ha accettato la nostra proposta di un'intervista che offriamo oggi ai nostri lettori.

Ringraziamo Barry Donadio per la sua cortesia e disponibilità.





Undicisettembre: Cosa ricordi dell'11 settembre, in generale?

Barry Donadio: Fu una giornata inaspettatamente scioccante per tutti. Ero stato a New York il giorno prima, avevo un lavoro part-time come ufficiale giudiziario e consegnavo documenti giudiziari alle persone convocate in tribunale. Il mio lavoro principale era di agente della Air Force Secuirty [agenzia di sicurezza a terra dell’aviazione militare, N.d.T.] di New York, con sede a Westhampton Beach, Long Island. Ero anche a capo del team dei Servizi di Emergenza, che è la SWAT della polizia.

La mattina dell'11 settembre 2001 avevo in programma di tornare a Manhattan, che è a circa sessanta chilometri da dove abitavo, quando ricevetti la telefonata di un parente che mi diceva di accendere la TV e disse: "Non ci crederai”. Quando accesi la TV solo il primo aereo aveva colpito il Trade Center e mi dissi: "Non riesco a immaginare come possa trattarsi di un incidente". Essere nell'esercito e nelle forze dell'ordine ti fa pensare con sospetto a eventi di quel genere. Mantenevo la speranza che in qualche modo fosse stato un incidente, forse un errore del pilota, anche se era una giornata perfettamente limpida e non potevo concepire il fatto che fosse accidentale.

Iniziai a pensare che avrei dovuto andare verso New York perché ero anche un vigile del fuoco volontario esperto ed ero anche un soccorritore medico e da anni intervenivo con le ambulanze. Poco dopo che iniziai a raccogliere le mie cose per andare in città, il secondo aereo colpì l'altra torre. Questo successe in diretta TV. I presentatori del notiziario stavano parlando e non si accorsero dell’aereo che colpì l'edificio. Pensai: "Ho davvero visto ciò che credo di aver visto?" Speravo di no. Non ne parlavano e non ero sicuro di non essermelo immaginato. Dopo circa 30 secondi i conduttori se ne accorsero e annunciarono che un altro aereo aveva colpito la seconda torre. Tutto divenne frenetico a quel punto. Era un attacco terroristico o addirittura un attacco militare da parte di un altro stato. Da quel momento tutti rimasero incollati alla TV e cercarono aggiornamenti e altre informazioni. C'è stata un'enorme quantità di informazioni che venivano trasmesse dai media. Le persone non sapevano a cosa credere o cosa fare perché alcune informazioni erano sbagliate. Poi arrivarono altre notizie secondo cui che c'erano altri aerei in volo che potevano essere lanciati contro altri obiettivi.

Mentre mi preparavo e cercavo di capire cosa stesse succedendo, il terzo aereo colpì il Pentagono e le mie priorità cambiarono dall'andare in città ad aiutare come pompiere o come soccorritore a diventare un soldato. Quando il Pentagono fu colpito ipotizzai che fossimo in guerra e che gli attacchi a New York erano potenzialmente un semplice diversivo per il vero attacco che sarebbe venuto da altre nazioni che ci erano ostili come la Cina, la Russia o la Corea del Nord. Anche bin Laden mi venne in mente quel giorno, ma quando il Pentagono fu colpito immaginai che l'evento fosse uno schema molto più grande di quello che bin Laden poteva mettere in atto. Pensai che fosse come Pearl Harbor.

Mi misi l’uniforme militare e mi precipitai verso la base militare dove avevo prestato servizio. Mentre mi avvicinavo in macchina, mi aspettavo di incontrare posti di blocco durante il tragitto da parte di paracadutisti nemici o della fanteria navale nemica. Long Island è un punto di sbarco perfetto per un'invasione. Secondo la mia ipotesi, quella sarebbe la fase successiva dell'attacco dell'11 settembre. La mia seconda ipotesi su ciò che sarebbe avvenuto dopo che il Pentagono era stato colpito era che ci fossero missili nucleari in arrivo che sarebbero caduti sugli Stati Uniti e che l'attacco del Pentagono serviva a indebolire o ostacolare la nostra reazione. Francamente, pensai tra me e me "Tra due ore potrei essere morto". Non mi sarei mai aspettato di vivere oltre le prime due ore dopo che il Pentagono era stato colpito in base al mio presupposto che il vero attacco non fosse ancora avvenuto. Fu una giornata molto più complicata strategicamente e militarmente che le Torri e il Pentagono che venivano colpiti.

Rimasi scioccato quando arrivai alla base dell'aeronautica di Westhampton Beach a New York, senza incontrare forze nemiche. Quando arrivai, presi un fucile da cecchino e attesi un attacco alla base che non arrivò mai. Ora sappiamo che è stato un attacco terroristico, ma quel giorno tutto era possibile.

La base dell'aeronautica di Westhampton

Undicisettembre: Cosa successe nei giorni seguenti?

Barry Donadio: Ci fu molta rabbia e incertezza nei primi giorni dopo l'attacco. Sapevo che avremmo risposto militarmente, ma non abbastanza in fretta da soddisfare la necessità della giustizia "occhio per occhio" che molti di noi volevano immediatamente. Ma era impossibile farlo immediatamente perché dapprima non avevamo idea di chi fosse stato; ci volle del tempo per capire chi ci aveva attaccato e come avremmo reagito.

Arrivarono resoconti della polizia di New York di ufficiali dispersi. Ne conoscevo due e avevo frequentato una scuola di addestramento tattico con loro solo sei mesi prima. Grandi uomini, eroi della squadra SWAT, erano dispersi e molto probabilmente morti.

La priorità della nazione erano i lavori di recupero a Manhattan, salvando coloro che erano ancora intrappolati e trovando i i cadaveri dei dispersi. Come nazione ne eravamo ossessionati.


Undicisettembre: Sei stato a Ground Zero nei giorni successivi all'11 settembre?

Barry Donadio: Ci andai quattro giorni dopo per portare altri documenti giudiziari a un’azienda a uno o due isolati di distanza dal World Trade Center. C’era una devastazione totale e che copriva isolati interi. Non solo dove si trovavano le torri, distrusse tutto. Era assolutamente orribile.


Undicisettembre: Cosa pensi della reazione dell'aeronautica agli attacchi mentre erano in corso?

Barry Donadio: Penso che abbiano fatto il miglior lavoro possibile. Penso che nessuno avesse previsto che degli aerei americani venissero dirottati e usati come missili. Ora siamo più pronti per questo scenario, ma al momento nessuna forza aerea lo sarebbe stata, in qualsiasi altro paese ci sarebbe stato lo stesso risultato. L’aviazione militare ha fatto il meglio che poteva in quelle condizioni.


Undicisettembre: Quale impatto a lungo termine ha avuto l'11 settembre sul tuo lavoro?

Barry Donadio: Le forze dell'ordine in America non avevano una conoscenza tattica del terrorismo e l'addestramento antiterrorismo quando avvennero gli attacchi. Alcuni l’avevano, quelli che avevano ruoli di intelligence e di indagine. Gli agenti che lavoravano nelle strade non avevano le conoscenze delle tattiche del terrorismo che hanno oggi. Non avevamo la sicurezza aeroportuale di cui disponiamo oggi, prima dell'11 settembre avevamo persino delle società di sicurezza private che facevano i controlli con i magnetometri prima degli imbarchi. Non avevamo il dipartimento di Homeland Security, che oggi ci rende una nazione più sicura.

Quindi direi che l'effetto a lungo termine è un forte aumento dell'addestramento e della consapevolezza delle tattiche terroristiche, dell’intelligence e di come contrastarli.


Undicisettembre: In che modo l'11 settembre influisce sulla tua vita quotidiana anche oggi?

Barry Donadio: Come soldato professionista e agente delle forze dell'ordine, è importante per me ricordare e lavorare per fare in modo che non accada mai più. Per me la minaccia del terrorismo è sempre nel calcolo di come faccio il mio lavoro e di cosa cercare. Anche fermare chi non si ferma a uno stop può avere a che fare con il terrorismo se dai controlli sul guidatore emerge che è ricercato, alcuni dei dirottatori dell'11 settembre erano persino qui nel Maryland dove vivo adesso.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie della cospirazione secondo cui l'11 settembre è stato un inside job?

Barry Donadio: Tutto è possibile, anche se per quanto riguarda gli attacchi dell'11 settembre 2001, non vedo una cospirazione. Sono disposto a credere che potrebbero esserci cose che non sono state condivise pubblicamente, ma devo concludere che gli attacchi non sono stati una cospirazione.

Ci sono alcune persone là fuori che troverebbero una cospirazione nel sorgere del sole. Altri fanno molti soldi creando dubbi e creando misteri.


Undicisettembre: Come confronteresti la crisi che seguì l'11 settembre con la crisi del COVID-19 che la città sta vivendo ora?


Barry Donadio: Gli attacchi dell'11 settembre sono stati uno shock totale in un solo momento. Accendevi la TV e non ci potevi credere. È sembrato un colpo rapido alle nostre emozioni e alla nostra innocenza.

Anche la crisi del COVID-19 è scioccante, ma tutti noi abbiamo l’abbiamo vista arrivare e abbiamo avuto il tempo di prepararci. Non è stato uno shock immediato. È vero che nessuno di noi avrebbe mai immaginato che il mondo sarebbe stato in quarantena. La tecnologia che abbiamo con i computer e le videoconferenze ci ha resi più pronti ad affrontare la pandemia.

Come l'11 settembre 2001, anche la pandemia ha anche un effetto positivo. Secondo me gli attacchi alle torri allentarono le tensioni razziali e ci unirono come nazione. L’11/9 unì anche repubblicani e democratici.

La pandemia di oggi ha dimostrato che siamo un grande popolo. C'è tanta gentilezza reciproca e un'unità comunitaria qui negli Stati Uniti che non vedo da quando ero un ragazzo, il che è assolutamente meraviglioso.

2020/05/27

Chi sono i sauditi coinvolti nei rapporti con i dirottatori

di Leonardo Salvaggio (Hammer)

Alcune settimane fa l'FBI ha per errore depositato in tribunale, nell'ambito di una causa intentata da famiglie delle vittime dell'11/9 contro il regime saudita, un documento che rivelava il nome di un funzionario dell'ambasciata di Riyadh a Washington che fornì aiuto logistico a Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hazmi durante il periodo che trascorsero in California.


Il nome dell'uomo è Mussaed Ahmed al-Jarrah e le informazioni su di lui sono al momento molto scarse. In ogni caso, il fatto che Fahad al-Thumairy e Omar al-Bayoumi, i due sauditi citati dalle 28 pagine del Joint Inquiry desecretate nel 2016, non avessero agito da soli nel fornire aiuto logistico ai dirottatori era noto da tempo.

Da una dichiarazione dell'ex agente speciale dell'FBI Catherine Hunt, pubblicata dal giornalista investigativo Michael Isikoff nella suo recente articolo sul al-Jarrah, e da un rapporto dell'FBI del 2012, reso pubblico nel 2016 ancora fortemente censurato, le persone riconducibili al governo saudita che collaborarono con al-Thomairy e al-Bayoumi nel dare supporto ai due terroristi sono addirittura sette e nella dichiarazione di Hunt è riportata la lista integrale dei loro nomi. Tra loro compare al-Jarrah e Smail Mana (anche noto come Ismail Mana), che è un altro funzionario governativo, in quanto lavorava per il consolato saudita a Los Angeles. Due delle persone elencate, Adel Mohamed al-Sadhan e Mutaeb Abdelaziz al-Sudairy, lavoravano per il Ministero degli Affari Islamici. Al-Bayoumi incaricò inoltre altre tre persone di assistere i due dirottatori: i nomi del collaboratori sono Mohdar Abdullah, Mohamed Johar e Akram Alzamari. Il primo dei tre è yemenita; non sono note le nazionalità degli altri due.

Una dichiarazione dell'ex agente dell'FBI Stephen Moore, che oggi assiste le famiglie delle vittime, chiarisce che il primo punto di contatto per al-Mihdhar e al-Hazmi era al-Thumairy, e che il gruppo guidato dai sauditi diede loro aiuto nel trovare una casa, pagare l'affitto, trovare un'automobile, imparare la lingua e anche frequentare la formazione da pilota di linea (anche se poi il pilota di American Airlines 77 fu Hani Hanjour). Senza questo supporto, specifica Moore, sarebbe stato molto difficile per loro muoversi negli Stati Uniti, visto che non parlavano inglese né conoscevano gli usi locali.

Undicisettembre ha chiesto all'ex agente speciale dell'FBI Mark Rossini (che svolge consulenza per Undicisettembre dal 2016 e che ci ha concesso un'intervista, ha scritto una dichiarazione sulle 28 pagine e ci ha autorizzato a tradurre e pubblicare un suo lungo scritto sulle responsabilità del governo di Riyadh) un parere sul fatto che i sauditi abbiano aiutato i terroristi di al-Qaeda a frequentare le scuole di volo e come questo sia compatibile con l'ipotesi che al-Bayoumi e i suoi collaboratori fossero in realtà agenti dei servizi segreti che stavano indagando su al-Qaeda e che volevano reclutare al-Hazmi e al-Mihdhar come informatori. Rossini ritiene tuttora che lo scopo dell'avvicinamento ai terroristi fosse quello di reclutarli, ma nel fare ciò a causa dell'incompetenza di al-Bayoumi e al-Jarrah non capirono le intenzioni dei terroristi né perché volessero frequentare scuole di volo, portando così al disastro che avvenne nel 2001. Undicisettembre concorda con il parere di Mark Rossini, anche perché non emerge da nessuna parte che al-Bayoumi o al-Jarrah conoscessero le vere intenzioni di al-Hazmi e al-Mihdhar.

Quanto noto finora è frutto di un'indagine sui rapporti tra Riyadh e i terroristi avviata dall'FBI nei primi anni 2000 chiamata Operation Encore: il nome dell'operazione è stato rivelato dal New York Times solo a gennaio di quest'anno. Quello tra le connessioni tra il regime saudita e i dirottatori è il più fitto mistero riguardo agli attentati dell'11/9, e finalmente grazie alle indagini dell'FBI qualche pezzo del puzzle si sta componendo.

2020/05/13

L'FBI rivela il nome di un funzionario dell'ambasciata saudita che aiutò i dirottatori

di Leonardo Salvaggio (Hammer)

Un documento depositato in tribunale dall'FBI nell'ambito di una causa intentata da alcune famiglie di vittime degli attentati dell'11/9 contro il regime saudita, ritenuto complice dell'attacco, rivela il nome di un funzionario dell'ambasciata dell'Arabia Saudita negli Stati Uniti che avrebbe aiutato e dato supporto logistico a Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hazmi, dirottatori del volo American Airlines 77 che si schiantò contro il Pentagono, durante il periodo che trascorsero negli USA.

Il documento è stato depositato erroneamente dall'assistente direttrice della divisione antiterrorismo Jill Sanborn: infatti il nome del funzionario saudita è censurato in quasi tutto il testo ed è visibile in una sola occasione.

L'ambasciata saudita a Washington


Nel documento compare solo il cognome dell'uomo: Jarrah. Secondo la ricostruzione del giornalista investigativo Michael Isikoff si tratterebbe di Mussaed Ahmed al-Jarrah che lavorò a Washington nel 1999 e nel 2000. Nei suoi incarichi rientrava quello di supervisionare le attività delle moschee che ricevevano sovvenzioni dall'Arabia Saudita per conto del Ministero degli Affari Islamici. Dopo aver lavorato negli USA l'uomo fu spostato alle ambasciate saudite di Malesia e Marocco, dove sarebbe rimasto almeno fino allo scorso anno.

Il nome di Mussaed Ahmed al-Jarrah (che non ha alcun legame con il dirottatore pilota di United Airlines 93 Ziad Jarrah, essendo quest'ultimo libanese) si aggiunge a quelli di Fahad al-Thumairy, citato nelle 28 pagine del Joint Inquiry rilasciate nel 2016, e a quello del ben più noto Omar al-Bayoumi, che ad oggi sembra aver avuto il ruolo principale nell'aiuto logistico ai due dirottatori.

La teoria più probabile per giustificare il supporto dato ai dirottatori è che degli agenti dei servizi segreti sauditi stessero indagando su degli individui legati ad al-Qaeda, forse allo scopo di arruolarli come informatori, e che abbiano al contempo sottovalutato la minaccia.

Questo documento da poco trapelato conferma che l'Arabia Saudita ha in ogni caso delle grosse responsabilità, e anche che per quanto l'amministrazione Trump tenti di nascondere il ruolo dei sauditi in quanto accaduto, prima o poi anche i peggiori segreti emergono.