2020/11/21

Secondo Arab News Pakistan al-Zawahiri, il più alto leader di al-Qaeda, è morto

di Leonardo Salvaggio

Il giornale online Arab News Pakistan, edizione online con sede a Islamabad del giornale saudita Arab News, ha riportato oggi la notizia che il leader di al-Qaeda Ayman al-Zawahiri è morto in Afghanistan, nella città di Ghazni poche settimane fa. Il decesso è avvenuto per cause naturali legate all'asma, che non ha potuto curare adeguatamente viste le condizioni precarie del paese asiatico. Il giornale cita come propria fonte primaria un traduttore di al-Qaeda, la circostanza è stata confermata anche da un ufficiale della sicurezza pakistana. Entrambe le fonti rimangono anonime.


La notizia è stata riportata su Twitter anche dal giornalista del New York Times Hassan Hassan, autore nel 2015 di uno dei più completi libri sulla storia dell'ISIS, il quale ne è venuto a conoscenza da fonti vicine ad al-Qaeda. Hassan nei suoi tweet invita alla cautela fino a un riscontro indipendente; tuttavia aggiunge che una delle fonti che gli ha riportato il decesso di al-Zawahiri lo aveva anche informato della morte di Abdullah Ahmed Abdullah, confermata poi anche dal New York Times. Hassan aggiunge che non è da scartare l'ipotesi che al-Zawahiri abbia contratto il COVID-19 che lo avrebbe portato alla morte aggravando l'asma.

Se la notizia della morte di al-Zawahiri fosse confermata si aprirebbe per al-Qaeda un notevole vuoto di potere, perché ultimamente sono stati uccisi i due uomini ritenuti i numeri due, Abdullah Ahmed Abdullah e Abu Muhsin al-Masri, e anche Hamza bin Laden, figlio di Osama, era stato ucciso nel 2019. Secondo Arab News Pakistan il prossimo leader di al-Qaeda potrebbe essere l'egiziano Saif al-Adel, uno degli organizzatori degli attentati in Africa del 1998 che è sulla lista dei terroristi più ricercati dall'FBI sin dalla sua creazione nel 2001. Secondo il 9/11 Commission Report al-Adel fu una delle alte figure di al-Qaeda che nel luglio del 2001 si opposero agli attentati che all'epoca erano programmati per l'11 settembre.

2020/11/16

Storia del World Trade Center - seconda parte

di Leonardo Salvaggio

La prima parte di questo articolo è disponibile qui.

Una volta individuata la sede per la realizzazione, la Port Authority iniziò a cercare locatari per il complesso. La prima agenzia ad essere contattata nel 1962 fu lo United States Custom Service (il servizio federale delle dogane) che avrebbe costituito un primo occupante il cui prestigio ne avrebbe attirati altri e che al contempo non era soddisfatta della sede che occupava; al tempo infatti la sede dell'agenzia era l'Alexander Hamilton U.S. Custom House, poco distante dalla sede designata del World Trade Center, considerata troppo piccola e vetusta. La Port Authority, mentre si impegnava a trovare locatari nelle agenzie statali, chiese anche aiuto allo stato di New York affinché ricercasse aziende private a cui affittare lo spazio.

Lower Manhattan nei primi anni 60.

Nel dicembre del 1962 anche il presidente John Fitzgerald Kennedy tenne un discorso all'Economic Club di New York (organizzazione non profit dedita alla discussione di problemi economici, sociali e politici) in cui spese parole di elogio verso il World Trade Center. Grazie anche al vigore dato dal discorso presidenziale, la Port Authority riuscì nei tre anni successivi ad affittare lo spazio del complesso ad alcuni uffici dello stato di New York, ad aziende private tra cui molte banche e anche allo United States Custom Service.

Al fine di attirare più compagnie private, i direttor della Port Authority Guy Tozzoli e Austin Tobin capirono che il modo migliore di aumentare il prestigio del complesso sarebbe stato renderlo il più grande al mondo. Al tempo l'edificio più vasto del mondo era il Pentagono, con i suoi seicento mila metri quadri, la Port Authority decise quindi che il nuovo complesso sarebbe stato di oltre novecento mila metri quadrati di spazio.

Per il disegno degli edifici, Tobin e Tozzoli non diedero l'incarico ai tre architetti che erano stati coinvolti nello studio di fattibilità, ma incaricarono l'architetto Minoru Yamasaki di Seattle, figlio di immigrati giapponesi. Fino ad allora l'edificio più alto realizzato da Yamasaki era il Michigan Consolidated Gas Company di Detroit, alto trenta piani. Vista la scarsa esperienza in grattacieli, l'architetto pensò sulle prime che l'offerta della Port Authority di duecentottanta milioni di dollari fosse un errore di battitura: chiarito l'equivoco, Yamasaki accettò l'incarico. L'architetto di Seattle sarebbe stato aiutato dallo studio Emery Roth & Sons, fondato dallo stesso Emery Roth, che era figlio di immigrati ebrei ungheresi, a New York.

Yamasaki fu il primo a proporre l'idea di una coppia di edifici uguali con una piazza tra di loro che fungesse da luogo di aggregazione, perché, disse l'architetto, l'unica alternativa sarebbe stato un complesso di tanti edifici alti e larghi che avrebbero ricordato le case popolari. Dapprima Yamasaki propose una coppia di edifici di ottanta piani, ma così facendo non avrebbe soddisfatto il requisito di creare il complesso più vasto del mondo in termini di metratura. Yamasaki dovette quindi aumentare l'altezza delle torri che stava disegnando, ma si trovò davanti un nuovo problema: gli ascensori. Infatti palazzi molto alti richiedono molti e larghi ascensori che portano via spazio disponibile per gli uffici. I progettisti allora adottarono una soluzione che all'epoca era stata utilizzata solo per il John Hancock Center di Chicago che era in fase di realizzazione in quegli stessi anni, cioè aggiunsero al progetto dei piani intermedi a un terzo e due terzi di altezza chiamati Sky Lobbies dove si fermavano degli ascensori più grandi che non si fermavano ai piani intermedi e da cui si potevano prendere degli ascensori locali che andavano ai singoli piani. Questo accorgimento consentì a Yamasaki di arrivare a centodieci piani di altezza.

Schema di funzionamento degli ascensori.
Fonte: NIST.

Il progetto originale, che comprendeva le Torri Gemelle e i quattro palazzi più piccoli, fu svelato per la prima volta il 18 gennaio del 1964 durante una conferenza stampa al New York Hilton alla presenza di rappresentanti dei governi degli stati di New York e New Jersey e dei comuni di New York, Jersey City e Hoboken (città del New Jersey che si affaccia sul fiume Hudson). Secondo alcuni racconti, come sosteneva ad esempio il New York Times all'epoca, la piazza al centro del complesso era ispirata a quella di San Marco a Venezia, secondo altri era invece ispirata a quella della Mecca anche per via della sua struttura circolare. Yamasaki aveva comunque esperienza di architettura orientale, avendo realizzato anche l'aeroporto di Dhahran insieme al gruppo industriale della famiglia bin Laden (proprio quello fondato dal padre di Osama bin Laden).

Il disegno iniziale delle Torri si attirò da subito molte critiche: da quelle estetiche, a quelle di chi pensava che i due palazzi avrebbero creato problemi alla migrazione degli uccelli. Ma l'opposizione più aspra venne dall'imprenditore Lawrence Wien, proprietario dell'Empire State Building, il quale temeva che l'eccesso di spazio affittabile ne avrebbe fatto crollare i prezzi e ovviamente anche il palazzo che amministrava perdesse prestigio. Wien fondò il Committee for a Reasonable World Trade Center (Comitato per un World Trade Center ragionevole) che includeva i costruttori Harod Uris, fondatore della Uris Building Corporation, ed Erwin Wolfson, che aveva da pochi anni realizzato il Pan Am Building, oggi noto come MetLife Building.

Modello originale del 1964, oggi conservato al 9/11 Memorial Museum.
Fonte: Wikipedia.

La diatriba tra la Port Authority e il comitato portò a uno stallo di due anni, e nel 1966 Wien trovò un potente alleato nel neoeletto sindaco di New York John Lindsay che sosteneva che la città di New York non avesse un adeguato livello di coinvolgimento nella progettazione e che la Port Authority dovesse limitare il proprio ambito al porto ai trasporti. Sotto a questi due problemi se ne celava ovviamente un terzo di fondamentale importanza: le tasse che la Port Authority doveva pagare alla citta di New York. Le due parti raggiunsero un accordo nell'agosto del 1966. La Port Authority avrebbe pagato alla città parte degli introiti degli affitti; inoltre la città avrebbe costruito il Manhattan Cruise Terminal (terminal navale a Midtown) e la Port Authority avrebbe invece costruito il South Brooklyn Marine Terminal (terminal navale a Brooklyn).


La terza parte di questo articolo verrà pubblicata in seguito.


Fonti:
  • Twin Towers: The Life of New York City's World Trade Center di Angus Kress Gillespie, 2002
  • Up from Zero: Politics, Architecture, and the Rebuilding of New York di Paul Goldberger, 2004
  • City in the Sky: The Rise and Fall of the World Trade Center di James Glanz ed Eric Lipton, 2003
  • The World Trade Center: A Modern Marvel: 1973-2001 di History Channel, 2002

2020/11/14

Alto leader di al-Qaeda, organizzatore degli attentati del 1998, ucciso in Iran

di Leonardo Salvaggio

Secondo quanto riportato dal New York Times alcuni ufficiali di non meglio precisate agenzie di intelligence statunitensi avrebbero comunicato che il 7 agosto scorso è stato ucciso in Iran il terrorista di al-Qaeda Abdullah Ahmed Abdullah, noto anche con il nome di guerra di Abu Muhammad al-Masri. L'uomo sarebbe anche stato il secondo leader più alto di al-Qaeda dietro a Ayman al-Zawahiri, anche se lo stesso titolo è stato attribuito anche a Abu Muhsin al-Masri, ucciso a ottobre in Pakistan.


L'uomo è stato ucciso per le strade del distretto Pasdaran di Tehran intorno alle nove di sera mentre si spostava sulla sua Renault L90 bianca (modello venduto in Europa come Dacia Logan), quando è stato affiancato da due uomini su una moto che lo hanno ucciso con cinque colpi di pistola. Gli esecutori dell'operazione sono agenti israeliani che agivano per conto degli Stati Uniti. L'uomo è morto insieme alla figlia Miriam, moglie del deceduto Hamza bin Laden, figlio di Osama. Al-Masri era stato uno degli organizzatori degli attentati contro le ambasciate americane in Africa nel 1998 ed è sulla lista dei terroristi più ricercati dell'FBI dalla sua creazione nel 2001.

Ciò che non è ancora chiaro è perché l'Iran offrisse protezione a un leader di al-Qaeda, che secondo l'intelligence USA si nascondeva lì dal 2003, visto che il governo di Tehran è sempre stato uno strenuo oppositore dell'organizzazione fondata da Osama bin Laden; il primo è infatti una teocrazia sciita, mentre la seconda è un gruppo jihadista sunnita.

Dapprima, quando si sparse la notizia della sparatoria, i media Iraniani riportarono che l'uomo morto nell'incidente era un professore universitario libanese di storia chiamato Habib Daoud legato agli Hezbollah. Per quanto questa versione potesse sembrare plausibile, i media libanesi indagarono e chiarirono che non esisteva nessun professore con quel nome; inoltre gli agenti israeliani sono soliti non colpire gli Hezbollah per evitare di causare guerre. Uno degli ufficiali dell'intelligence consultati sostiene che Habib Daoud possa essere uno pseudonimo di al-Masri datogli dal governo iraniano come copertura.

La spiegazione più probabile avanzata dal New York Times è che Tehran abbia offerto protezione al alcuni leader di al-Qaeda per avere in cambio la garanzia che l'organizzazione jihadista non colpisca in Iran.

Per ora non ci sono conferme ufficiali dell'uccisione del miliziano né da parte degli USA, né di Israele, né dell'Iran. Quest'ultimo al contrario ha smentito l'uccisione di al-Masri definendo la ricostruzione del New York Times come uno scenario da Hollywood. Al momento le informazioni sono quindi lacunose e provengono da una sola fonte.

2020/11/02

World Trade Center: an interview with survivor Lila Nordstrom

by Leonardo Salvaggio. An Italian translation is available here.

Undicisettembre is offering today its readers the personal account of survivor Lila Nordstrom who was a senior in high school three blocks away from the World Trade Center when the attacks happened.

We would like to thank Lila Nordstrom for her kindness and availability.




Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on 9/11?

Lila Nordstrom: I was a senior in high school on 9/11, my high school was about three blocks from the World Trade Center and we were in class when the first tower was hit. We stayed in class until just before the North Tower fell. When the first tower was hit we were not sure what was going on, then the second tower was hit and we were watching all of that from a panorama view out of our classroom. When the South Tower fell they told everyone to go to the homerooms and wait for further instruction, I think the administration was getting contradictory advice from different officials about whether they should evacuate or was safer to stay inside; since we were so close it would have been possible we were going to be caught in the dust cloud if we evacuated.

After the first tower fell the police or somebody else told them we should evacuate so they suddenly evacuated us in this very chaotic evacuation where they just opened the doors to the north of the school and told everyone to run. There were about three thousand students at our school, so it was a lot of people to get out of the building. I was one of the first students out, because instead of going to my homeroom I went to the nurse’s office, which was kind of near to the exit. I’m asthmatic, so when the first tower collapsed and the dust cloud rushed towards our building I realized I needed to get to the other side of the building and away from the windows. The moment that I stepped outside, literally the moment I put foot to pavement, the second tower started to fall and all the evacuees that I was with started running. We ran for a quarter of a mile and then ran out of breath. When I stopped I found one of my teachers and we started walking uptown together, acquiring other students as we went. I think I walked ten miles – all the way to Queens. I lived in Manhattan but I walked passed my own house because I lived under the Empire State Building and I had heard on the radio before I left that there was a chance a plane was going to hit it too, so we kept walking and I decided not to go home. Since I was with a friend who lived in Queens, I walked with her. We walked across 59th Street Bridge with thousands of other people and then we made it to her house. I spent the night there and came back to the city the next day.


Undicisettembre: What happened to you on the next day?

Lila Nordstrom: The next day was scary. I immediately wanted to leave the city and go to upstate New York, where my grandparents lived. My friends took the subway with me till 60th street, my parents met me up there and we walked to Downtown. It was alarming, we walked through these different stages of New York City disaster zones where up in the sixties it seemed kind of normal but in Time Square is was quieter than usual, in Herald Square it was kind of eery. We walked to 14th street and there was a cut off. I lived in the twenties so we walked a bit further just to see what was going on: it was smokey, eerie. There was a line at an armory near our house, people looking for missing people. There were missing posters already up.

We went back to our house and we just sat and I insisted that we leave the city right away, and my parents said “No, we are going to do it in two days” and I replied “We have to leave right now. We can’t stay here. Anything can happen.” There also were these fighter jets flying overhead and the sound of the airplanes was making me jump, it was a common thing for people who were at school with me. So I just sat for two days in my apartment and we finally left the city and we went upstate New York.


Undicisettembre: How long did you stay there?

Lila Nordstrom: We stayed there for like a week. I just needed to leave the city at that moment, it was just too alarming and noisy. I grew up in an industrial block so there were always a lot of loud crashes and bangs, but I was finding the noise in the city and sound of airplanes a little bit too much. I think it was a common thing, many people from my school said they felt that after the attack, and to some extent I still feel that now.

We didn’t really understand what happened. We didn’t know why terrorists attacked us, we didn’t know if there was more coming, I though we should just get out of there.


Undicisettembre: You were very young in 2001, do you consider yourself part of the 9/11 generation? I mean, did it affect your life and the lives of people your age?

Lila Nordstrom: Yes, I think so. I was 17, about to turn 18, so that was the moment that separated my childhood from my adulthood. It was a very impactful time because next year I was going off to college: all the things that happen when you are 18 were right around the corner for me and then this huge thing happened, meaning the adult world I was entering into changed fully. We are the oldest of this “9/11 generation”. We remember what things were like before 9/11. For me the adult world I was entering into became much scarier, darker and more violent than I expected, because immediately after that they tried to send us to war and were using our experience as an example of why we should fight. The argument didn’t really make sense because they got very obsessed with Iraq and starting building the case against Iraq pretty soon after 9/11 and it was clear to anyone who was listening that Iraq had nothing to do with 9/11. We became the excuse for this horrible mission the US embarked on.

I think it was a rude awakening to adulthood and we were able to understand all of these mechanics, whereas as a I kid I don’t think I would have understood exactly what was going on.

We felt like we were the symbol they were using to justify all of this violence while we were just sitting there saying “Wait a minute, don’t use us, this is not true.”

One interesting thing I noticed when I moved to California after college is that everyone in the US thinks they’ve experienced 9/11 personally, and because of that they have a hard time distinguishing between actually experiencing it in a tangible sense and experiencing it theoretically. That’s behind a lot of my frustration with the era right after 9/11 where we were used as symbols that the rest of America was heating up with “You are either with us or against us” and all this crazy rhetoric.

At the same time they were sending us to school in a dangerous neighborhood where the air wasn’t safe while they were justifying all this terrible stuff on our backs.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life even today?


Lila Nordstrom: For one thing I founded a group called StuyHelth that does work around this issue, and the reason I do this is there were tremendous health impacts in my community from our exposures. Actually one thing I think is not well understood outside of New York City is that the day of 9/11 itself isn’t really the reason why we have these health impacts. I mean people have PTSD and people who were in the dust cloud on 9/11 have health impacts from that experience, but most of us got sick because we were sent back. The clean up went on for months and we were going to school right in the middle of the clean up, so they were dumping debris from the site right next to our school.

We were going through multiple police checkpoints to go into our school. At the time we were dimly aware that part of the reason we were sent back was symbolism - to make it look like things went back to normal. I see a real parallel with the kind of rhetoric that is being used to justify opening the schools here during COVID and, like what happened to us, it’s clear that a lot of the argument has to do with the economy and has nothing to do with the safety of kids. We haven’t really done the work to make the schools safe here, we are just sending kids back. That’s basically what happened to us as well, so our health impacts are largely related to what happened in the months after 9/11: we returned to our school three blocks away from the World Trade Center on October 9th, our school wasn’t fully cleaned until the following summer, so we attended school in a contaminated building for a full school year. That’s how we ended up being impacted, it would have been nothing more than a traumatic memory if it wouldn’t been for the fact that it became a part of our everyday life for months.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories according to which 9/11 was an inside job?

Lila Nordstrom: Well, I don’t believe them. I am aware of why those theories were compelling to people. This era is the first parallel on the scale of 9/11 that I’ve experienced in my life. After 9/11 there was already a sense of distrust in the Bush administration; Bush was not a popular president, so people were willing to believe that somehow the administration had had knowledge of it because of the incompetence we had been living with for a really long time. And it was also such a bizarre shock to everyone because something like that never happened here. We like to go to war elsewhere, World War 2 was fought entirely elsewhere. We were not used to being the target of something like that and there was a sense that no one could fully explain what happened. So I understand why those theories were compelling.

In the immediate aftermath of the attack we saw an administration floundering to explain what had gone on, searching for ways to make it fit into an agenda that they already had and that had nothing to do with anything. Especially the fact that they used this to justify a war that had nothing to do with it made people feel the official story was not something they could trust.

I remember Loose Change, the movie that was an early viral sensation: that was all fake science information, but no one had any background in those topics, so if someone tells you steel can’t collapse like that, you really don’t know, you don’t have the information to say “I know better than them” so people believed that video. The same way, I don’t know better than doctors how COVID spreads, but for some reasons people seem to believe that they do know better than doctors.

So, there was information vacuum, they were scary times. People wanted answers and official channels were not providing them. And people do crazy stuff when they are scared. I saw that on 9/11 and I’m seeing that now too.


Undicisettembre: How would you compare the crisis after 9/11 to the COVID crisis the country is living now?

Lila Nordstrom: I’m seeing a lot of the same themes emerge. First of all, not taking appropriate public health preventive measures and then endangering people’s lives in order to reopen the economy. 9/11 had an environmental crisis which was very different from 9/11 as a terrorist attack; as someone who experienced it as an environmental crisis I see a lot of parallels that have to do with the broken ways our public health infrastructure functions and the priority that it has. The reason to live in a society at all is that when something this big happens you can take care of each other; this mandate of rugged individualism that we were so proud of does not serve us well in a crisis like this and we are seeing the results of that with COVID.

The thing I think is unique about how a crisis like that affect people here in the USA is that we don’t have a guaranteed health care of any sort; a crisis like this has really long lasting consequences for people in a way that it doesn’t if you have universal healthcare. If you ask students to return to school or people to return to work here and you are not positive that it’s safe you might not just be sentencing them to a future of health issues but also to a future of massive medical debts or bankruptcy because of their medical bills where they are unable to see a doctor because of the costs.

We fought for twenty years to have a healthcare program that maybe takes care of 30% of our needs related to 9/11. The fact that I had to fight for twenty years in a country that supposedly has the best healthcare system in the world is astonishing. And I think the same is going to happen after COVID because we don’t have a system that allows us to address ongoing aspects of a health crisis like this. We are going to constantly find it as a drain on our economy, our society, our healthcare system in ways that it just doesn’t have to be. We are seeing the same ignorance about the problem and the refusal to address the obvious solution that we saw after 9/11. And 9/11 as an environmental crisis happened on a much smaller scale, it happened to three hundred or four hundred thousand people in Lower Manhattan, not to millions of people all over the nation. But little 9/11’s happen constantly here. Flint, Michigan is a little 9/11, they are having an environmental crisis that is going to have long lasting consequences and we have done nothing to take care of the problem. The gun violence is another example of this, we ask people to pay their medical bills after they are shot in acts of mass violence in this country. The number of medical claims on GoFundMe counts for a third of their business.

We sort of allowed these crisis to go on for much longer than it’s necessary because we refuse to take care of the consequences of them. I can see that emerging right now with COVID, we are doing the exact same thing. We’ve never done it on a scale this big, we’re about to refuse to take care of the long term consequences of something that touched the lives of every single person in America, not something that’s just in Lower Manhattan or Flint, Michigan, or whatever. We have not taken any steps to address those mistakes; so I feel like for me watching the COVID crisis emerge has been like a slow motion car wreck where I see all these mistakes and how they all impact us in the long term and how these gaps in our disaster response are going not just to impact us right now. It’s pretty inconvenient right now that no one can work and we are still stuck at home seven months after we first went inside; but I also see how twenty years down the line this is going to impact us and continue to, and I see no one making any steps to address that, which is frustrating.

World Trade Center: intervista alla sopravvissuta Lila Nordstrom

di Leonardo Salvaggio. L'originale inglese è disponibile qui.

Undicisettembre offre oggi ai propri lettori il racconto personale della sopravvissuta Lila Nordstrom che era all'ultimo anno di scuola superiore a pochi isolati dal World Trade Center quando avvennero gli attacchi.

Ringraziamo Lila Nordstrom per la sua cortesia e disponibilità.




Undicisettembre: Puoi farci un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto l'11 settembre?

Lila Nordstrom: L'11 settembre ero all’ultimo anno di scuola superiore, la mia scuola era a circa tre isolati dal World Trade Center ed eravamo in classe quando la prima torre è stata colpita. Rimanemmo in classe fino a poco prima che la Torre Nord crollasse. Quando la prima torre fu colpita non sapevamo cosa stesse succedendo, poi fu colpita anche la seconda e guardavamo tutto ciò da una vista panoramica fuori dalla nostra classe. Quando la Torre Sud crollò, dissero a tutti di andare nelle aule magne e attendere nuove istruzioni, penso che l'amministrazione stesse ricevendo indicazioni contraddittorie da diversi funzionari sulla possibilità di evacuare o se fosse più sicuro rimanere all'interno; dato che eravamo così vicini era possibile che rimanessimo travolti dalla nube di polvere in caso di evacuazione.

Dopo il crollo della prima torre, la polizia o qualcun altro disse loro che dovevamo evacuare la scuola, così improvvisamente ci fecero uscire e l’evacuazione fu molto caotica perché aprirono solo l’uscita a nord della scuola e dissero a tutti di scappare. C'erano circa tremila studenti nella nostra scuola, quindi c’erano molte persone che uscivano dall'edificio. Fui tra i primi studenti a uscire, perché invece di andare nell’aula magna andai in infermeria, che era vicino all'uscita. Sono asmatica, quindi quando la prima torre crollò e la nube di polvere corse verso il nostro edificio, capii che dovevo andare dall'altra parte dell'edificio e lontano dalle finestre. Nel momento in cui uscii, letteralmente nel momento in cui misi un piede a terra, la seconda torre iniziò a crollare e tutti le persone in fuga con cui mi trovavo iniziarono a correre. Corremmo per circa quattrocento metri finché non rimanemmo senza fiato. Quando mi fermai trovai una delle mie insegnanti e iniziammo a camminare insieme verso i quartieri più a nord, altri studenti si unirono a noi durante la strada. Penso di aver camminato per oltre quindici chilometri, fino al Queens. Vivevo a Manhattan, ma passai oltre casa mia perché vivevo sotto l'Empire State Building e prima di uscire dalla scuola avevo sentito alla radio che c'era la possibilità che un altro aereo lo colpisse, quindi continuammo a camminare e decisi di non tornare a casa. Dato che ero con un'amica che viveva nel Queens, feci la strada con lei. Attraversammo il 59th Street Bridge [ponte che collega Manhattan al Queens, NdT] con migliaia di altre persone e arrivammo a casa sua. Passai la notte lì e tornai in città il giorno successivo.


Undicisettembre: Cosa ti è successo il giorno dopo?

Lila Nordstrom: Il giorno successivo era spaventoso. Volevo immediatamente lasciare la città e andare a nord dello stato di New York, dove vivevano i miei nonni. I miei amici presero la metropolitana con me fino alla 60esima strada, i miei genitori mi incontrarono là e andammo insieme a Downtown. Era allarmante, attraversammo diverse zone con diversi livelli di devastazione, tra la sessantesima e la settantesima strada sembrava abbastanza normale, ma a Time Square c’era più silenzio del solito, a Herald Square era inquietante. Camminammo fino alla quattordicesima dove c'era uno sbarramento. Vivevo tra la ventesima e la trentesima strada, quindi abbiamo camminato un po’ oltre solo per vedere cosa stava succedendo: c’era fumo ed era spaventoso. C'era una fila davanti un'armeria vicino a casa nostra, gente che cercava persone scomparse. C'erano già i manifesti per gli scomparsi.

Tornammo a casa e ci sedemmo e io insistetti perché lasciassimo la città subito, i miei genitori dicevano “No, ce ne andremo tra un paio di giorni” e io rispondevo “Dobbiamo andarcene subito. Non possiamo restare qui. Può succedere di tutto." C'erano anche jet militari che passavano sopra di noi e il rumore di quegli arei mi faceva sobbalzare, succedeva a molti di quelli che erano a scuola con me. Così rimasi in casa per due giorni e poi finalmente lasciammo la città e andammo a nord.


Undicisettembre: Quanto tempo sei rimasta lì?

Lila Nordstrom: Rimanemmo lì per una settimana. In quel momento avevo solo bisogno di lasciare la città, era semplicemente troppo spaventoso e rumoroso. Sono cresciuta in una zona industriale, quindi c'erano sempre molti rumori e scoppi, ma trovavo insopportabile il rumore in città e il suono degli aeroplani. Penso che fosse una cosa comune, molte persone della mia scuola hanno detto di aver provato le stesse sensazioni dopo l'attentato, e in una certa misura è ancora così.

Non avevamo capito cosa fosse successo. Non sapevamo perché i terroristi ci avessero attaccato, non sapevamo se ci fossero altri attacchi in arrivo, pensavo solo che dovevamo semplicemente andarcene.


Undicisettembre: Eri molto giovane nel 2001, ti consideri parte della generazione dell'11 settembre? Voglio dire, ha influenzato la tua vita e quella delle persone della tua età?

Lila Nordstrom: Sì, penso di sì. Avevo 17 anni, quasi 18, quindi quello è stato il momento che ha separato la mia infanzia dalla mia età adulta. Fu un periodo di grande impatto perché l'anno successivo sarei andata al college: tutte le cose che accadono quando hai 18 anni erano proprio dietro l'angolo per me e poi accadde questa cosa enorme, il che significa che il mondo degli adulti in cui stavo entrando cambiò completamente. Siamo i più vecchi di questa "generazione dell'11 settembre". Ricordiamo com'erano le cose prima dell'11 settembre. Per me il mondo degli adulti in cui stavo entrando divenne molto più spaventoso, più oscuro e più violento di quanto mi aspettassi, perché subito dopo cercarono di mandarci in guerra e usarono quello che ci era accaduto come esempio del perché avremmo dovuto andare in guerra. L'argomentazione era insensata perché erano ossessionati dall'Iraq e iniziarono a costruire il caso contro l'Iraq subito dopo l'11 settembre ed era chiaro a chiunque ascoltasse che l'Iraq non aveva nulla a che fare con l'11 settembre. Diventammo la scusa per questa orribile missione che gli Stati Uniti hanno intrapreso.

Penso che sia stato un brusco risveglio nell'età adulta e fummo in grado di capire tutti questi meccanismi, al contrario da bambina non credo che avrei capito esattamente cosa stava succedendo.

Ci siamo sentiti come se fossimo il simbolo che stavano usando per giustificare tutta questa violenza mentre eravamo seduti lì a dire "Aspetta un minuto, non usateci, questo non è vero".

Una cosa interessante che notai quando mi trasferii in California dopo il college è che tutti negli Stati Uniti pensano di aver vissuto personalmente l'11 settembre, e per questo motivo hanno difficoltà a distinguere tra viverlo effettivamente in senso tangibile e viverlo teoricamente. Questo è alla base di gran parte della mia frustrazione riguardo al periodo subito dopo l'11 settembre in cui fummo usati come simbolo del fatto che il resto dell'America si stava scaldando con frasi tipo "O sei con noi o contro di noi" e tutta questa folle retorica.

Allo stesso tempo ci stavano facendo tornare a scuola in un quartiere a rischio dove l'aria non era sicura mentre giustificavano tutte queste cose terribili sulle nostre spalle.


Undicisettembre: L'11 settembre come influisce sulla tua vita quotidiana anche oggi?


Lila Nordstrom: Per prima cosa ho fondato un'associazione chiamata StuyHelth che si occupa di questo problema, e il motivo per cui lo faccio è che ci sono stati enormi impatti sulla salute nella mia comunità a causa di ciò a cui siamo stati esposti. In realtà una cosa che penso non sia ben compresa al di fuori di New York City è che il giorno dell'11 settembre in sé non è il vero motivo per cui abbiamo queste conseguenze per la salute. Voglio dire che c’è chi soffre di stress post-traumatico e chi si è trovato nella nube di polvere ha avuto conseguenze di salute, ma la maggior parte di noi si è ammalata perché siamo stati rimandati a scuola. La rimozione delle macerie andò avanti per mesi e noi stavamo andando a scuola proprio nel bel mezzo di quell’operazione, scaricavano i detriti del sito proprio accanto alla nostra scuola.

Attraversavamo vari posti di blocco della polizia per entrare a scuola. All'epoca avevamo poca consapevolezza del fatto che parte del motivo per cui siamo siamo tornati a scuola era simbolico, per far sembrare che fosse tutto tornato alla normalità. Vedo un vero parallelo con il tipo di retorica utilizzata per giustificare l'apertura delle scuole ora durante il COVID e, come successe a noi, è chiaro che gran parte delle argomentazioni hanno a che fare con l'economia e non con la sicurezza degli studenti. Le scuole qui non sono state messe in sicurezza, stiamo semplicemente rimandandoci i ragazzi. Questo è fondamentalmente ciò che è accaduto anche a noi, pertanto gli impatti sulla nostra salute sono in gran parte dovuti a ciò che è accaduto nei mesi dopo l’11 settembre: siamo tornati a scuola a tre isolati di distanza dal World Trade Center il 9 ottobre, la nostra scuola non venne completamente ripulita fino all'estate successiva, quindi frequentammo la scuola in un edificio contaminato per un intero anno scolastico. È così che siamo stati colpiti, sarebbe stato solo un ricordo traumatico se non fosse stato per il fatto che è diventato parte della nostra vita quotidiana per mesi.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l'11 settembre è stato un inside job?

Lila Nordstrom: Beh, non ci credo. Capisco il motivo per cui queste teorie sono convincenti. Questo periodo è il primo parallelo sulla scala dell'11 settembre che ho vissuto nella mia vita. Dopo l'11 settembre c'era un senso di sfiducia nell'amministrazione Bush; Bush non era un presidente popolare, quindi le persone erano disposte a credere che in qualche modo l'amministrazione ne fosse a conoscenza a causa dell'incompetenza con cui convivevamo da molto tempo. Ed è stato anche uno shock stranissimo per tutti perché una cosa del genere non era mai successa qui. A noi piace andare in guerra altrove, la seconda guerra mondiale è stata combattuta interamente altrove. Non eravamo abituati a essere l'obiettivo di una cosa del genere e c'era la sensazione che nessuno fosse in grado di spiegare completamente cosa fosse successo. Quindi capisco perché quelle teorie fossero convincenti.

Immediatamente dopo l'attacco abbiamo visto un'amministrazione annaspare nel tentativo di spiegare cosa fosse successo, alla ricerca di modi per inserirlo in un'agenda che avevano già e che non aveva nulla a che fare con ciò che era successo. Soprattutto il fatto che lo usassero per giustificare una guerra che non aveva c’entrava nulla faceva credere a molti che la storia ufficiale non era affidabile.

Ricordo Loose Change, il film che è stato uno dei primi successi virali: era pieno di falsa scienza, ma nessuno aveva alcun background di quegli argomenti, quindi se qualcuno diceva che l'acciaio non può collassare in quel modo, nessuno sapeva valutare, nessuno aveva le conoscenze per dire "Ne so più di loro", quindi molti credettero a quel video. Allo stesso modo, io non so più dei medici su come si diffonde il COVID, ma per qualche motivo molti sembrano credere di saperne più dei medici.

Quindi, c'era un vuoto di informazioni, erano tempi spaventosi. La gente voleva risposte e i canali ufficiali non le fornivano. E le persone fanno cose folli quando hanno paura. L'ho visto l'11 settembre e lo vedo anche adesso.


Undicisettembre: Come paragoneresti la crisi dopo l'11 settembre alla crisi per il COVID che il paese sta vivendo adesso?

Lila Nordstrom: Sto vedendo emergere molti degli stessi temi. Prima di tutto, non adottare adeguate misure preventive per la salute pubblica e poi mettere in pericolo la vita delle persone per rilanciare l'economia. L'11 settembre ha causato una crisi ambientale che era molto diversa dall'11 settembre inteso come attacco terroristico; da persona che l'ha vissuto come crisi ambientale, vedo molti paralleli in come funziona la nostra infrastruttura sanitaria pubblica e le priorità che ha. La ragione per voler vivere in una società è che quando succede qualcosa di così grande ci si può prendere cura l'uno dell'altro; questo richiamo al ruvido individualismo di cui eravamo così orgogliosi non ci è d’aiuto in una crisi come questa e ne stiamo vedendo i risultati con il COVID.

La cosa che penso sia unica al modo in cui una crisi del genere colpisce le persone qui negli Stati Uniti è che non abbiamo alcuna assistenza sanitaria garantita; una crisi come questa ha conseguenze molto durature che non avrebbe se ci fosse di un'assistenza sanitaria completa. Se chiedi agli studenti di tornare a scuola o alle persone di tornare al lavoro e non sai per certo se sia sicuro, potresti non solo condannarli a un futuro di problemi di salute, ma anche a un futuro di enormi debiti medici o fallimento a causa della spese mediche per le quali non possono vedere un medico a causa dei costi.

Abbiamo lottato per vent'anni per avere un programma sanitario che si facesse carico di almeno il 30% delle nostre necessità dovute all'11 settembre. Il fatto che ho dovuto combattere per vent'anni in un paese che in teoria ha il miglior sistema sanitario del mondo è sorprendente. E penso che lo stesso accadrà dopo il COVID perché non abbiamo un sistema che ci consenta di affrontare gli aspetti in corso di una crisi sanitaria come questa. Drenerà costantemente la nostra economia, la nostra società, il nostro sistema sanitario in modi che semplicemente non dovrebbero verificarsi. Stiamo assistendo alla stessa ignoranza del problema e al rifiuto di affrontare l'ovvia soluzione che abbiamo visto dopo l'11 settembre. E l'11 settembre come crisi ambientale è avvenuta su scala molto più piccola, ha colpito trecento o quattrocentomila persone a Lower Manhattan, non milioni di persone in tutta la nazione. Ma piccoli 11/9 accadono costantemente qui. Flint nel Michigan [città dove è avvenuta una crisi sanitaria dovuta a contaminazione delle acque, NdT] è un piccolo 11 settembre, stanno attraversando una crisi ambientale che avrà conseguenze di lunga durata e non abbiamo fatto nulla per risolvere il problema. Il problema delle armi da fuoco è un altro esempio di ciò, in questo paese chiediamo alle persone di pagare le spese mediche dopo essere state colpite da colpi di arma da fuoco in atti di violenza di massa. Il numero di richieste di risarcimento mediche su GoFundMe rappresenta un terzo della loro attività.

Abbiamo consentito a queste crisi di protrarsi per molto più tempo del necessario perché ci rifiutiamo di prenderci cura delle loro conseguenze. Lo vedo che sta arrivando proprio ora con il COVID, stiamo facendo la stessa identica cosa. Non l'abbiamo mai fatto su una scala così grande, stiamo per rifiutarci di prenderci cura delle conseguenze a lungo termine di qualcosa che ha toccato la vita di ogni singola persona in America, non qualcosa che ha toccato solo Lower Manhattan o Flint nel Michigan, o un altro posto qualsiasi. Non abbiamo fatto nulla per affrontare questi errori; quindi per me vedere arrivare la crisi da COVID è come un incidente d'auto al rallentatore in cui vedo tutti questi errori e il modo in cui hanno un impatto su di noi di lungo termine, e come queste lacune nella reazione ai disastri avranno impatti su di noi non solo adesso. È brutto adesso che nessuno possa lavorare e che siamo ancora bloccati a casa sette mesi dopo esserci chiusi dentro per la prima volta; ma vedo anche come tra vent'anni continuerà ad avere un impatto su di noi, e non vedo nessuno fare un passo per affrontare la questione, il che è frustrante.