2021/11/24

Cos'è l'ISIS-Khorasan

di Leonardo Salvaggio

Dal ritiro delle truppe americane nel mese di agosto del 2021, in Afghanistan sono tornati al potere i Talebani e nel caos in cui la nazione è piombata nuovamente è cresciuta la minaccia dei gruppi terroristici. In questo secondo regime talebano, la principale potenza terroristica è costituita del gruppo noto come ISIS Khorasan, affiliato dell'ISIS attivo nell'Asia centrale.

L'ISIS, altresì noto come Stato Islamico o DAESH, è nato nel 2014 in Iraq in seguito alla frattura del preesistente gruppo denominato ISI, Stato Islamico dell'Iraq che era inizialmente una costola di al-Qaeda, dalla stessa organizzazione di Osama bin Laden; all'ISI si unirono anche gruppi separatisti di Jabhat al-Nusra, ramo di al-Qaeda attivo il Siria e Libano. Nello stesso anno alcuni emissari dell'ISIS fondarono in Afghanistan un gruppo affiliato unendo gruppi combattenti fuoriusciti dal al-Qaeda, dai Talebani e da Tehrik-i-Taliban Pakistan (ovvero i Talebani del Pakistan) denominato ISIS Kohrasan, che traeva il proprio nome dalla regione storica di Khorasan che comprendeva parte di Iran, Turkmenistan e Afghanistan. La regione fu stabilita nel terzo secolo dalla dinastia Sasanide durante il suo impero, l'ultimo regime iraniano prima della nascita dell'Islam, e fu conquistata nel settimo secolo dagli arabi che la annetterono al califfato omayyade. Il nome Khorasan in persiano significa "terra del sole", per via della sua posizione orientale. La presenza del riferimento geografico nel nome del gruppo è analogo a quella del gruppo principale dell'ISIS il cui nome per esteso significa Stato Islamico di Iraq e Siria; nomi simili hanno anche gli altri gruppi regionali affiliati all'ISIS.


Il primo leader dell'ISIS Khorasan fu Hafiz Saeed Khan, proveniente dal gruppo dei Talebani pakistani, che venne nominato dallo stesso Abu Bakr al-Baghdadi, leader supremo dell'ISIS. Saeed Khan restò in carica fino a luglio 2016, quando venne ucciso in un attacco aereo americano. Dopo di lui il gruppo ebbe altre cinque leader che furono tutti uccisi: Abdul Hasib morto nell'aprile 2017, Abu Sayed ucciso l'11 luglio del 2017, Abu Saad Orakzai fino al 25 agosto 2018, Ziya ul-Haq ucciso dai Talebani nell'aprile del 2019, Abdullah Orokza fino all'aprile 2020. Da allora la guida dell'ISIS Khorasan è l'iracheno Shahab al-Muhajir, ex membro dei Talebani e della rete Haqqani (un altro dei gruppi terroristici attivi in Afghanistan) nonché primo leader dell'ISIS Khorasan a non essere né afghano né pakistano.

I rapporti dell'ISIS Khorasan con i Talebani sono principalmente ostili, al punto che i Talebani sono numericamente il principale obiettivo degli attentati dei miliziani del Khorasan. Il motivo dell'ostilità sta principalmente nel fatto che i due gruppi hanno obiettivi diversi: i Talebani vogliono regnare e imporre la sharia nell'emirato dell'Afghanistan, mentre l'ISIS Khorasan vuole riunire tutta la regione del Khorasan sotto un nuovo califfato. In secondo luogo l'ostilità dell'ISIS Khorasan verso i Talebani risiede nella volontà di imporsi come principale gruppo militante dell'area e strappare guerriglieri agli antagonisti. Tuttavia come spesso accade i confini delle relazioni tra i due gruppi sono spesso sfumati, perché i Talebani e l'ISIS Khorasan hanno collaborato in alcuni attentati contro il governo afghano, prima della caduta, grazie anche alla mediazione della rete Haqqani.

Fonte: Center for Strategic and International Studies

Gli attacchi dell'ISIS Khorasan sono condotti in modo simile a quelli del gruppo principale, con attacchi suicidi, assalti con armi da fuoco, rapimenti e decapitazioni. Oltre ai Talebani, sono obiettivi frequenti degli attacchi del'ISIS-K sia i civili sia le forze di sicurezza afghane e NATO.

Al momento si ritiene che il gruppo sia composto da un numero di guerriglieri compreso tra 4000 e 5000 e che sia cresciuto notevolmente negli ultimi mesi per via degli assalti alle prigioni seguiti alla partenza delle truppe americane che hanno fatto sì che molti terroristi detenuti venissero liberati. Per fare un confronto, nel periodo di massima espansione dell'ISIS la CIA stimava che i combattenti arruolati fossero in un numero imprecisato compreso tra 20.000 e 31.500

Una differenza notevole rispetto al precedente regime dei Talebani è costituita dal fatto che, come già spiegato, questo gruppo terroristico non è alleato del regime come fu al-Qaeda negli anni 90 e inoltre non sembra per ora avere interesse a compiere attentati al di fuori della propria regione. Ovviamente questo rende in alcun modo la minaccia rappresentata dall'ISIS Khorasan meno pericolosa di quella posta dallo Stato Islamico o da al-Qaeda.


Fonti:

2021/11/13

L'FBI rilascia un secondo lotto di documenti desecretati

di Leonardo Salvaggio

A seguito dell'ordine esecutivo del Presidente Joe Biden, l’FBI ha rilasciato un secondo lotto di documenti relativi alle indiagini sull'11 settembre. La mole di documenti è impressionante e in totale ammonta a più di 700 pagine che sono in parte ancora censurate. Per ogni segmento cancellato è specificato in quale casistica rientra (ad esempio, informazioni che richiedono l'autorizzazione di un giudice, informazioni riservate alle forze di polizia o informazioni personali come date di nascita o social security numbers).


Dai documenti emergono numerose conferme di quanto già si sapeva, cioè che il governo saudita, attraverso il Ministero degli Affari Islamici e il suo direttore presso l'ambasciata di Washington, Musaed al-Jarrah, ha aiutato e finanziato due dei dirottatori del volo American Airlines 77, Khalid Al-Mihdhar e Nawaf Al-Hazmi, che si schiantò contro il Pentagono. Il gruppo che li supportò in California era guidato dal saudita Omar al-Bayoumi, che aveva stretti legami con l'ambasciata e che veniva da loro stipendiato. L'FBI, secondo quanto pubblicato, ha interrogato diverse volte lo yemenita Mohdar Abdullah, una delle personalità coinvolte nel supporto ai terroristi su ordine di al-Bayoumi, il quale si disse convinto che il suo mandante fosse stipendiato dal governo di Riyadh, ma non seppe portare prove di ciò.

Dalle oltre settecento pagine emergono anche dettagli importanti sul perché il governo saudita possa aver tollerato o organizzato azioni di supporto del genere. Una delle prime risposta arriva dal documento intitolato Documents Responsive to Executive Order 14040 Section 2-b-i- Part 01 of 02 (di 478 pagine), a pagina 381, in cui si parla di un uomo noto come Omar Khadib (altre volte scritto come Omar al-Khateeb o Omar al-Khatib), membro di al-Qaeda residente negli USA allo scopo di arruolare potenziali terroristi in occidente e stretto contatto di al-Bayoumi. Khadib era stato in passato membro di Al-Ittihad al Islamiya (organizzazione terroristica somala) ed era un sostenitore del rovesciamento del regime saudita. È quindi plausibile che il governo saudita abbia dovuto in parte accontentare gli estremisti islamici per evitare una rivolta contro il regime stesso, come ipotizzato dall'ex agente speciale dell'FBI Kenneth Williams in una recente intervista a Undicisettembre.

Inoltre l'FBI ha indagato quale possa essere il livello di collaborazione tra il Ministero per gli Affari Islamici e al-Qaeda ed è giunta a tre possibili scenari elencati nel file Documents Responsive to Executive Order 14040 Section 2-b-i- Part 02 of 02 a pagina 220: al-Qaeda potrebbe essersi infiltrata nel ministero, oppure membri estremisti del ministero potrebbero aver voluto sostenere al-Qaeda pur non facendone parte, o in ultimo potrebbe esserci un’alleanza tra ministero e al-Qaeda per interessi comuni. A questo interrogativo non esiste ancora una risposta.

La documentazione contiene anche varie testimonianze di Abdussattar Shaikh, cofondatore del Centro Islamico di San Diego e informatore dell’FBI dal 1994, nella cui casa di Lemon Groove, nella contea di San Diego, i due dirottatori abitarono nel primi mesi del 2000. Shaikh non informò l'FBI della presenza di due membri di al-Qadea nel suo complesso abitativo se non dopo gli attentati stessi. Disse di aver sentito dire nella comunità islamica locale che al-Bayoumi fosse un agente dei servizi segreti di Riyadh, ma gli risultava difficile da credere perché lo reputava di bassa intelligenza.

Il rilascio dei documenti non è ancora stato ultimato e ne sono attesi altri entro marzo del 2022.

A distanza di oltre vent'anni, i motivi per cui il governo saudita ha supportato i terroristi sembrano quindi essere una combinazione di tre fattori: la necessità di accontentarli per evitare attacchi contro il regime, l'influenza di al-Qaeda sul Ministero degli Affari Islamici e un probabile tentativo di reclutamento da parte dell'intelligence andato male a causa dell'imperizia delle persone a cui l'incarico era stato affidato.

2021/11/05

La sparizione di Sneha Anne Philip

di Leonardo Salvaggio

La mattina dell'11 settembre 2001 nella punta meridionale di Manhattan persero la vita più di 2600 persone negli attentati di al-Qaeda contro le Torri Gemelle. Delle vittime esiste un elenco ufficiale nel quale compare anche il nome di una persona la cui fine è in realtà poco chiara, perché era sparita già il giorno prima in circostanze completamente diverse.

La dottoressa Sneha Anne Philip, nata in India trentadue anni prima e trasferitasi negli USA da bambina, viveva con il marito Ron Lieberman in un appartamento a Battery Park City, quartiere di Manhattan a pochi isolati a sud-ovest del World Trade Center. I due erano entrambi medici, Sneha svolgeva il proprio internato presso il Cabrini Medical Center di Manhattan, mentre Ron lavorava al Jacobi Medical Center nel Bronx con un contratto simile. Il 10 settembre Sneha aveva preso un giorno di ferie per riordinare casa, in vista di una cena a cui aveva invitato dei parenti pochi giorni dopo, e per fare degli acquisti. Intorno alle 14 chiamò al telefono sua madre con la quale ebbe una conversazione di due ore durante cui le disse di avere intenzione di visitare il Windows of the World, il ristorante agli ultimi piani della Torre Nord, perché la primavera successiva avrebbe dovuto andarci per una festa di matrimonio. Chiusa la telefonata, Sneha uscì e andò al grande magazzino Century 21 al numero 21 di Dey Street, a un isolato dal World Trade Center, dove acquistò degli indumenti per sé e delle lenzuola. La sera del 10 settembre Ron tornò nell'appartamento di Battery Park City appena prima di mezzanotte e scoprì che Sneha non era tornata; l'uomo non si allarmò perché alle volte la moglie stava fuori per la notte per dormire a casa di amici senza avvisarlo, anche perché lui spesso la sera tornava molto tardi e la donna non stava volentieri a casa da sola. La mattina dell'11 settembre Ron si svegliò alle 6:30 e ancora la moglie non era tornata.

Come ogni mattina, Ron andò al lavoro nel Bronx e quando i due aerei dirottati si schiantarono contro le torri e il caos si diffuse in città, iniziò a preoccuparsi per la moglie. Sneha non aveva un cellulare, quindi Ron tentò di raggiungerla sul telefono di casa ma nessuno rispose alla chiamata. Ron chiamò anche la madre e il fratello di Sneha ma nessuno di loro aveva notizie. Alle tre del pomeriggio Ron abbandonò l'ospedale del Bronx per andare in quello che nel frattempo era diventato Ground Zero in cerca della moglie. Impiegò sei ore a compiere il tragitto in ambulanza ed essendo un medico riuscì ad entrare nella zona che era stata recintata dalla polizia, ma non poté comunque ad entrare in casa perché l'apertura del portone d'ingresso non funzionava senza corrente elettrica. Passò quindi la notte a casa di un amico e la mattina dopo riuscì a entrare, l'appartamento era invaso dalla polvere del crollo ma sulla polvere c'erano solo i segni delle zampe dei due gatti della coppia e nessuna traccia di passaggio umano. Sneha non era mai tornata in casa.


Ron e la famiglia di Sneha iniziarono quindi a distribuire volantini con la sua foto, come facevano tutte le altre famiglie delle vittime dei crolli. Il fratello di Sneha dichiarò mentendo in un'intervista alla ABC di aver avuto una conversazione telefonica con la sorella mentre questa si allontanava dalle torri in fiamme, in modo che il network televisivo mostrasse in diretta il volantino realizzato dalla famiglia, ma all'appello non rispose nessuno.

Ron Lieberman denunciò la sparizione all'NYPD e parallelamente si mise autonomamente sulle tracce della moglie, contattando l'American Express (circuito usato da Sneha per il pagamento di quanto acquistato il 10 settembre) e Century 21. Dalle prime verifiche risultò che una commessa di Century 21 ricordava di aver visto Sneha il 10 settembre in compagnia di una seconda donna di origine indiana, la commessa aveva anche pensato che le due fossero sorelle. Liberman assunse quindi un investigatore privato, l'ex agente speciale dell'FBI Ken Gallant, e grazie alle loro indagini emerse un filmato delle videocamere di sicurezza di Century 21 che mostrava Sneha il 10 settembre muoversi all'interno del negozio da sola, la presunta amica non si vede in nessun video. Grazie alle indagini di Liberman si poté risalire anche al video della telecamera di sicurezza del palazzo dove Ron e Sneha vivevano, in cui si vede alle 8:43 dell'11 settembre, pochi minuti prima dello schianto del volo American Airlines 11 contro la Torre Nord, una donna con la fisionomia e la gestualità di Sneha, che indossava un abito simile a quello con cui era uscita il giorno prima, entrare nella lobby e avvicinarsi agli ascensori, aspettare qualche minuto e poi uscire dal palazzo senza entrare nella cabina dell'ascensore. Per via del contrasto e della luce del sole, della donna si vedono solo i contorni e Lieberman non si disse sicuro che si trattasse della moglie, mentre l'investigatore dell'NYPD assegnato al caso riteneva che fosse proprio la dottoressa scomparsa. In ogni caso la persona del video non ha con sé i sacchetti per gli acquisti con cui Sneha era uscita da Century 21.

Lieberman si arrese quindi all'idea che la moglie fosse morta nel crollo delle Torri. L'ipotesi più concreta era che il 10 settembre fosse andata a fare shopping con un'amica incontrata per caso (perché dai tabulati telefonici e dalle sue email non risulta che Sneha avesse appuntamento con qualcuno), fosse poi rimasta fuori a cena e si sia fermata dall'amica per la notte sapendo che il marito avrebbe lavorato fino a tardi. Il mattino dopo stava per tornare a casa quando il primo aereo colpì la prima torre, a quel punto Sneha potrebbe aver deciso di andare al World Trade Center per offrire il proprio servizio come medico.

Fotogramma dal video di Century 21

L'indagine dell'NYPD partì in ritardo, in quanto l'intero dipartimento era coinvolto nei soccorsi e nelle indagini successive all'11/9, e quello che emerse fu un quadro completamente diverso. Secondo il rapporto della polizia l'ospedale presso cui lavorava aveva comunicato a Sneha che non le avrebbe rinnovato il contratto di internato perché si presentava al lavoro spesso in ritardo e per via di un suo presunto abuso di alcolici. Poco dopo aver avuto la notizia del fatto che si sarebbe trovata presto senza lavoro, Sneha accusò un collega di averla molestata durante una serata tra colleghi; secondo il procuratore l'accusa si rivelò falsa e Sneha venne condannata a trascorrere un giorno in prigione. La donna avrebbe anche avuto anche problemi coniugali per il fatto di trascorrere spesso le notti fuori casa in locali gay e per il fatto di avere anche relazioni con donne. Il fratello John avrebbe riportato, sempre secondo il rapporto, di aver incontrato Sneha in atteggiamenti affettuosi con la propria fidanzata. La situazione tra Sneha e Ron era tesa anche al momento della sparizione; infatti secondo le conclusioni della polizia i due avrebbero avuto una lite proprio la mattina del 10 settembre in tribunale, dove Sneha dovette rispondere della falsa accusa sulle presunte molestie dichiarandosi non colpevole, per via del suo abuso di droghe e di alcol e per le sue abitudini sessuali.

Tuttavia la famiglia di Sneha rifiutò tutte le conclusioni a cui l'NYPD era giunto, sostenendo che Sneha fosse davvero vittima di molestie sessuali e discriminazioni razziali e che il suo internato non era stato rinnovato perché era di fatto una whistleblower in quanto altre donne subivano lo stesso trattamento al Cabrini Medical Center. Inoltre il marito ammise che la moglie frequentava locali gay per assistere a concerti da vivo, ma per il fatto che quelli erano gli unici in cui non veniva avvicinata da uomini, respingendo quindi l'idea che Sneha fosse bisessuale. John smentì anche di aver trovato Sneha in atteggiamento equivoco con la propria fidanzata, sostenendo che fosse solo il frutto della fantasia del poliziotto che redasse il verbale.

Ken Gallant sulle prime ipotizzò che Sneha potesse aver finto la propria morte per sottrarsi ai propri problemi personali e iniziare una nuova vita altrove, ma l'ipotesi oltre che molto fantasiosa era anche priva di solide basi, perché Sneha aveva lasciato a casa passaporto, patente, occhiali e carte di credito ad eccezione dell'American Express usata da Century 21. La famiglia continuò a sostenere che con ogni probabilità la loro congiunta era morta dei crolli; in ogni caso, non essendoci prove che Sneha fosse ancora in vita la mattina dell'11/9, nel 2004 il tribunale stabilì che dovesse essere rimossa dalla lista ufficiale delle vittime degli attentati insieme a due coniugi texani, Kacinga Kabeya e Kapinga Ngalula, che erano in visita a New York in quei giorni e che da allora scomparvero nel nulla.


Ron Lieberman fece ricorso in appello invocando il fatto che un'altra persona di cui non si ha certezza che sia morta nei crolli è conteggiata tra le vittime dell'11/9: il cubano Juan Lafuente, che lavorava con un ruolo dirigenziale alla Citybank a otto isolati dal World Trade Center. Lafuente l'11 settembre 2001 prese la metropolitana alla stazione di Grand Central alle 8:06 diretto a Wall Street, da allora non si hanno più sue notizie ed è considerato una vittima degli attentati. Nel 2008 arrivò la sentenza e il giudice diede ragione a Lieberman sostenendo che rimaneva altamente probabile che Sneha fosse morta nei crolli e che questa ipotesi è più probabile di qualunque altra, perché se Sneha fosse morta il giorno prima in altre circostanze il corpo sarebbe negli anni stato rinvenuto, perché di solito i cadaveri da omicidio vengono prima o poi trovati. Da allora Sneha fa parte dell'elenco ufficiale delle vittime e ad oggi il suo nome è inciso insieme agli altri nei bordi delle fontane che occupano lo spazio che fu delle Torri Gemelle.

Il caso di Sneha Anne Philip è molto intricato, ma non fu l'unico di questo genere nella ricostruzione dell'elenco delle vittime. Oltre ai già citati Kacinga Kabeya, Kapinga Ngalula e Juan Lafuente, esiste almeno un altro caso: quello dell'immigrato messicano ventenne Fernando Molinar che lavorava come fattorino in una pizzeria del quartiere Tribeca, vicino al World Trade Center, e che la sera dell'11 settembre non tornò a casa e da allora non esistono altre notizie di lui.

Che Sneha Anne Philip sia davvero morta nei crollo delle Torri Gemelle è ovviamente la spiegazione più ovvia e probabile del suo triste destino, e purtroppo casi come questi ci ricordano anche quanto sia stato complicato e a volte tortuoso identificare le vittime di un evento così vasto.




Fonti: