di Leonardo Salvaggio. Si ringrazia la giornalista Ewa Kern-Jedrychowska per la consulenza fornita per la redazione di questo articolo.
Tra le persone morte a New York l'11 settembre del 2001 ce n'è una sola il cui decesso non ha ancora dei colpevoli accertati. La vittima, in questo caso, è stata uccisa lontano da downtown Manhattan e in circostanze completamente diverse, eppure il suo omicidio può essere collegato agli attentati da un tortuoso percorso.
Il quarantaseienne di Cracovia Henryk Siwiak aveva lasciato la Polonia nel 2000, dopo aver perso il lavoro come ispettore delle ferrovie statali, e si era trasferito a casa della sorella che viveva nel quartiere di Far Rockaway, nel Queens, da sei anni. Emigrando negli USA, Henryk lasciò in Polonia la moglie con i due figli di dieci e diciassette anni. Nonostante non avesse un visto per lavorare Henryk rimase negli USA più a lungo di quanto consentito dal visto turistico svolgendo lavori saltuari, grazie ai quali riusciva a spedire dei soldi alla famiglia in Polonia nella speranza di potervi un giorno tornare.
Nel 2001 Henryk lavorava come operaio in un cantiere nella punta meridionale di Manhattan. Dopo gli schianti dei due aerei dirottati contro le Torri Gemelle il cantiere venne evacuato e Henryk attraversò a piedi il Ponte di Brooklyn per poi prendere la metropolitana e tornare nel Queens a casa della sorella. Non potendo attendere per motivi economici i tempi lunghi della riapertura del cantiere, consultò gli annunci di lavoro sul giornale della comunità polacca di New York Nowy Dziennik (noto in inglese come Polish Daily News) e ne trovò uno in una società di pulizie che cercava personale per il supermercato della catena Pathmark ad Albany Avenue, nel quartiere Farragut di Brooklyn. Per candidarsi al ruolo dovette andare presso un'agenzia per il collocamento che seguiva la comunità polacca a Bay Ridge, nell'estremità sudoccidentale di Brooklyn.
Henryk trovò la proprietaria dell'agenzia sconvolta per il fatto che il marito era morto nei crolli delle torri; ciò nonostante la donna gli disse che avrebbe potuto iniziare il lavoro nuovo quella stessa sera. Siccome non conosceva la persona che avrebbe dovuto incontrare, Henryk disse all'agenzia di collocamento che avrebbe indossato abiti facilmente identificabili: una tuta mimetica militare e degli stivali neri, si sarebbe portato in uno zaino i vestiti da lavoro con l'intenzione di cambiarsi appena prima di prendere servizio. Henryk quindi tornò a Far Rockaway dove chiamò la moglie a cui disse di non essere rimasto coinvolto negli attentati anche se aveva visto uno dei due velivoli schiantarsi contro la torre.
Henryk non era mai stato a Farragut, quindi consultò una mappa della metropolitana con l'aiuto della padrona di casa e insieme valutarono che per giungere alla propria destinazione avrebbe dovuto prendere la linea A e scendere alla fermata di Utica Avenue, che era quella più vicina ad Albany Avenue. Tuttavia i due omisero di verificare a che numero civico si trovasse il supermercato, che era al 1525 di Albany Avenue, cioè all'estremità opposta e a circa cinque chilometri dalla fermata della metropolitana scelta. La proprietaria tentò di dissuaderlo, dicendogli che Farragut era un quartiere malfamato e che non era raccomandabile andarci di sera, ancor meno lo sarebbe stato quella sera in cui la popolazione era in preda alla paura. In ogni caso Henryk decise di andare e, ignaro del proprio errore nella scelta della fermata, scese dalla metropolitana lontanissimo dal luogo di lavoro.
Uscì dalla metro intorno alle 23 e percorse a piedi Fulton Street verso Albany Avenue. All'incrocio invece di girare a sinistra verso il numero 1525, che comunque era a circa un'ora di cammino, prese la strada alla propria destra trovandosi così nel quartiere di Bedford–Stuyvesant dove, secondo quanto riportato dai testimoni interrogati dalla stampa su questo caso, non è raccomandabile camminare da soli di notte.
Intorno alle 23:40 una donna residente in Decatur Street che stava accudendo la madre anziana e malata sentì le voci di un alterco provenire dalla strada, seguite da uno o due colpi di pistola, la donna stessa non ricorda l'esatto numero, ma non si affacciò alla finestra per guardare perché era troppo spaventata per farlo. Poco dopo un'altra residente della zona sentì qualcuno suonare al campanello di casa, ma non rispose per lo stesso motivo: era troppo spaventata e aveva anche appena udito gli stessi spari per strada.
Alle 23:42 qualcuno chiamò il 911, ma le forze di polizia erano quasi interamente dedicate a Ground Zero e quindi un numero ridotto di agenti poté intervenire a Decatur Street. Trovarono Henryk Siwiak, con indosso la tuta mimetica, steso a terra ai piedi degli scalini di ingresso del civico 119 ucciso da un colpo al petto. Seguendo la striscia di sangue al suolo gli agenti poterono subito capire i primi dettagli. Qualcuno aveva sparato a Siwiak sette proiettili calibro .40, uno dei quali lo raggiunse a un polmone. Nonostante fosse ferito, riuscì ad attraversare la strada, salire i pochi gradini del numero 119 e suonare al campanello in cerca di aiuto, non avendo ricevuto risposta ridiscese i gradini per poi cadere a terra morto.
Di norma in un caso di omicidio sarebbe dovuta intervenire la Crime Scene Unit, ma essendo tutti gli agenti impegnati a Ground Zero fu mandata invece la Evidence Collection Unit, quella che solitamente ispeziona la scena in caso di crimini non fatali, come le effrazioni nelle proprietà private. Inoltre anziché la consueta squadra di nove detective ne furono inviati non più di tre. Il caso fu assegnato al detective della squadra omicidi Michael Prate che interrogò criminali arrestati per altri crimini nella zona e cercò testimoni, ma non emerse mai nulla nonostante fosse stata offerta una ricompensa di 12.000 dollari a chi fosse stato in grado di aiutare. Gli unici testimoni che si fecero avanti riportarono di aver visto Henryk camminare lungo Fulton Street, ma nulla di più di questo. Ad oggi il caso rimane insoluto.
La sorella di Henryk sostiene dal 2001 che il fratello possa essere stato scambiato per un terrorista per via del suo abbigliamento insolito, la sua carnagione scura e il suo inglese stentato. Michael Prate, che indagò sull'omicidio di Siwiak fino al suo ritiro nel 2011, sostiene invece che la teoria più probabile sia che non si sia trattato di un crimine d'odio ma di una rapina finita in tragedia, per via del fatto che Henryk potrebbe non aver capito le minacce dei suoi rapitori e non aver così consegnato loro i propri pochi averi. Il fatto che non sia morto sul colpo e che gli spari hanno attirato l'attenzione dei residenti, spiegherebbe perché i rapinatori sono fuggiti senza prelevare i circa ottanta dollari che l'uomo aveva con sé.
La morte di Henryk Siwiak resta oggi uno dei misteri dell'11 settembre, ma su questo caso difficilmente verrà mai fatta luce. Resta comunque un esempio emblematico di come gli attentati più devastanti della storia abbiamo avuto un impatto anche sulle vite e sulle morti di chi si trovava lontano e in tutt'altro contesto.
Fonti:
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2022/06/15
2021/11/05
La sparizione di Sneha Anne Philip
di Leonardo Salvaggio
La mattina dell'11 settembre 2001 nella punta meridionale di Manhattan persero la vita più di 2600 persone negli attentati di al-Qaeda contro le Torri Gemelle. Delle vittime esiste un elenco ufficiale nel quale compare anche il nome di una persona la cui fine è in realtà poco chiara, perché era sparita già il giorno prima in circostanze completamente diverse.
La dottoressa Sneha Anne Philip, nata in India trentadue anni prima e trasferitasi negli USA da bambina, viveva con il marito Ron Lieberman in un appartamento a Battery Park City, quartiere di Manhattan a pochi isolati a sud-ovest del World Trade Center. I due erano entrambi medici, Sneha svolgeva il proprio internato presso il Cabrini Medical Center di Manhattan, mentre Ron lavorava al Jacobi Medical Center nel Bronx con un contratto simile. Il 10 settembre Sneha aveva preso un giorno di ferie per riordinare casa, in vista di una cena a cui aveva invitato dei parenti pochi giorni dopo, e per fare degli acquisti. Intorno alle 14 chiamò al telefono sua madre con la quale ebbe una conversazione di due ore durante cui le disse di avere intenzione di visitare il Windows on the World, il ristorante agli ultimi piani della Torre Nord, perché la primavera successiva avrebbe dovuto andarci per una festa di matrimonio. Chiusa la telefonata, Sneha uscì e andò al grande magazzino Century 21 al numero 21 di Dey Street, a un isolato dal World Trade Center, dove acquistò degli indumenti per sé e delle lenzuola. La sera del 10 settembre Ron tornò nell'appartamento di Battery Park City appena prima di mezzanotte e scoprì che Sneha non era tornata; l'uomo non si allarmò perché alle volte la moglie stava fuori per la notte per dormire a casa di amici senza avvisarlo, anche perché lui spesso la sera tornava molto tardi e la donna non stava volentieri a casa da sola. La mattina dell'11 settembre Ron si svegliò alle 6:30 e ancora la moglie non era tornata.
Come ogni mattina, Ron andò al lavoro nel Bronx e quando i due aerei dirottati si schiantarono contro le torri e il caos si diffuse in città, iniziò a preoccuparsi per la moglie. Sneha non aveva un cellulare, quindi Ron tentò di raggiungerla sul telefono di casa ma nessuno rispose alla chiamata. Ron chiamò anche la madre e il fratello di Sneha ma nessuno di loro aveva notizie. Alle tre del pomeriggio Ron abbandonò l'ospedale del Bronx per andare in quello che nel frattempo era diventato Ground Zero in cerca della moglie. Impiegò sei ore a compiere il tragitto in ambulanza ed essendo un medico riuscì ad entrare nella zona che era stata recintata dalla polizia, ma non poté comunque ad entrare in casa perché l'apertura del portone d'ingresso non funzionava senza corrente elettrica. Passò quindi la notte a casa di un amico e la mattina dopo riuscì a entrare, l'appartamento era invaso dalla polvere del crollo ma sulla polvere c'erano solo i segni delle zampe dei due gatti della coppia e nessuna traccia di passaggio umano. Sneha non era mai tornata in casa.
Ron e la famiglia di Sneha iniziarono quindi a distribuire volantini con la sua foto, come facevano tutte le altre famiglie delle vittime dei crolli. Il fratello di Sneha dichiarò mentendo in un'intervista alla ABC di aver avuto una conversazione telefonica con la sorella mentre questa si allontanava dalle torri in fiamme, in modo che il network televisivo mostrasse in diretta il volantino realizzato dalla famiglia, ma all'appello non rispose nessuno.
Ron Lieberman denunciò la sparizione all'NYPD e parallelamente si mise autonomamente sulle tracce della moglie, contattando l'American Express (circuito usato da Sneha per il pagamento di quanto acquistato il 10 settembre) e Century 21. Dalle prime verifiche risultò che una commessa di Century 21 ricordava di aver visto Sneha il 10 settembre in compagnia di una seconda donna di origine indiana, la commessa aveva anche pensato che le due fossero sorelle. Liberman assunse quindi un investigatore privato, l'ex agente speciale dell'FBI Ken Gallant, e grazie alle loro indagini emerse un filmato delle videocamere di sicurezza di Century 21 che mostrava Sneha il 10 settembre muoversi all'interno del negozio da sola, la presunta amica non si vede in nessun video. Grazie alle indagini di Liberman si poté risalire anche al video della telecamera di sicurezza del palazzo dove Ron e Sneha vivevano, in cui si vede alle 8:43 dell'11 settembre, pochi minuti prima dello schianto del volo American Airlines 11 contro la Torre Nord, una donna con la fisionomia e la gestualità di Sneha, che indossava un abito simile a quello con cui era uscita il giorno prima, entrare nella lobby e avvicinarsi agli ascensori, aspettare qualche minuto e poi uscire dal palazzo senza entrare nella cabina dell'ascensore. Per via del contrasto e della luce del sole, della donna si vedono solo i contorni e Lieberman non si disse sicuro che si trattasse della moglie, mentre l'investigatore dell'NYPD assegnato al caso riteneva che fosse proprio la dottoressa scomparsa. In ogni caso la persona del video non ha con sé i sacchetti per gli acquisti con cui Sneha era uscita da Century 21.
Lieberman si arrese quindi all'idea che la moglie fosse morta nel crollo delle Torri. L'ipotesi più concreta era che il 10 settembre fosse andata a fare shopping con un'amica incontrata per caso (perché dai tabulati telefonici e dalle sue email non risulta che Sneha avesse appuntamento con qualcuno), fosse poi rimasta fuori a cena e si sia fermata dall'amica per la notte sapendo che il marito avrebbe lavorato fino a tardi. Il mattino dopo stava per tornare a casa quando il primo aereo colpì la prima torre, a quel punto Sneha potrebbe aver deciso di andare al World Trade Center per offrire il proprio servizio come medico.
L'indagine dell'NYPD partì in ritardo, in quanto l'intero dipartimento era coinvolto nei soccorsi e nelle indagini successive all'11/9, e quello che emerse fu un quadro completamente diverso. Secondo il rapporto della polizia l'ospedale presso cui lavorava aveva comunicato a Sneha che non le avrebbe rinnovato il contratto di internato perché si presentava al lavoro spesso in ritardo e per via di un suo presunto abuso di alcolici. Poco dopo aver avuto la notizia del fatto che si sarebbe trovata presto senza lavoro, Sneha accusò un collega di averla molestata durante una serata tra colleghi; secondo il procuratore l'accusa si rivelò falsa e Sneha venne condannata a trascorrere un giorno in prigione. La donna avrebbe anche avuto anche problemi coniugali per il fatto di trascorrere spesso le notti fuori casa in locali gay e per il fatto di avere anche relazioni con donne. Il fratello John avrebbe riportato, sempre secondo il rapporto, di aver incontrato Sneha in atteggiamenti affettuosi con la propria fidanzata. La situazione tra Sneha e Ron era tesa anche al momento della sparizione; infatti secondo le conclusioni della polizia i due avrebbero avuto una lite proprio la mattina del 10 settembre in tribunale, dove Sneha dovette rispondere della falsa accusa sulle presunte molestie dichiarandosi non colpevole, per via del suo abuso di droghe e di alcol e per le sue abitudini sessuali.
Tuttavia la famiglia di Sneha rifiutò tutte le conclusioni a cui l'NYPD era giunto, sostenendo che Sneha fosse davvero vittima di molestie sessuali e discriminazioni razziali e che il suo internato non era stato rinnovato perché era di fatto una whistleblower in quanto altre donne subivano lo stesso trattamento al Cabrini Medical Center. Inoltre il marito ammise che la moglie frequentava locali gay per assistere a concerti dal vivo, ma per il fatto che quelli erano gli unici in cui non veniva avvicinata da uomini, respingendo quindi l'idea che Sneha fosse bisessuale. John smentì anche di aver trovato Sneha in atteggiamento equivoco con la propria fidanzata, sostenendo che fosse solo il frutto della fantasia del poliziotto che redasse il verbale.
Ken Gallant sulle prime ipotizzò che Sneha potesse aver finto la propria morte per sottrarsi ai propri problemi personali e iniziare una nuova vita altrove, ma l'ipotesi oltre che molto fantasiosa era anche priva di solide basi, perché Sneha aveva lasciato a casa passaporto, patente, occhiali e carte di credito ad eccezione dell'American Express usata da Century 21. La famiglia continuò a sostenere che con ogni probabilità la loro congiunta era morta dei crolli; in ogni caso, non essendoci prove che Sneha fosse ancora in vita la mattina dell'11/9, nel 2004 il tribunale stabilì che dovesse essere rimossa dalla lista ufficiale delle vittime degli attentati insieme a due coniugi texani, Kacinga Kabeya e Kapinga Ngalula, che erano in visita a New York in quei giorni e che da allora scomparvero nel nulla.
Ron Lieberman fece ricorso in appello invocando il fatto che un'altra persona di cui non si ha certezza che sia morta nei crolli è conteggiata tra le vittime dell'11/9: il cubano Juan Lafuente, che lavorava con un ruolo dirigenziale alla Citybank a otto isolati dal World Trade Center. Lafuente l'11 settembre 2001 prese la metropolitana alla stazione di Grand Central alle 8:06 diretto a Wall Street, da allora non si hanno più sue notizie ed è considerato una vittima degli attentati. Nel 2008 arrivò la sentenza e il giudice diede ragione a Lieberman sostenendo che rimaneva altamente probabile che Sneha fosse morta nei crolli e che questa ipotesi è più probabile di qualunque altra, perché se Sneha fosse morta il giorno prima in altre circostanze il corpo sarebbe negli anni stato rinvenuto, perché di solito i cadaveri da omicidio vengono prima o poi trovati. Da allora Sneha fa parte dell'elenco ufficiale delle vittime e ad oggi il suo nome è inciso insieme agli altri nei bordi delle fontane che occupano lo spazio che fu delle Torri Gemelle.
Il caso di Sneha Anne Philip è molto intricato, ma non fu l'unico di questo genere nella ricostruzione dell'elenco delle vittime. Oltre ai già citati Kacinga Kabeya, Kapinga Ngalula e Juan Lafuente, esiste almeno un altro caso: quello dell'immigrato messicano ventenne Fernando Molinar che lavorava come fattorino in una pizzeria del quartiere Tribeca, vicino al World Trade Center, e che la sera dell'11 settembre non tornò a casa e da allora non esistono altre notizie di lui.
Che Sneha Anne Philip sia davvero morta nei crollo delle Torri Gemelle è la spiegazione più ovvia e probabile del suo triste destino, e purtroppo casi come questi ci ricordano anche quanto sia stato complicato e a volte tortuoso identificare le vittime di un evento così vasto.
Fonti:
La mattina dell'11 settembre 2001 nella punta meridionale di Manhattan persero la vita più di 2600 persone negli attentati di al-Qaeda contro le Torri Gemelle. Delle vittime esiste un elenco ufficiale nel quale compare anche il nome di una persona la cui fine è in realtà poco chiara, perché era sparita già il giorno prima in circostanze completamente diverse.
La dottoressa Sneha Anne Philip, nata in India trentadue anni prima e trasferitasi negli USA da bambina, viveva con il marito Ron Lieberman in un appartamento a Battery Park City, quartiere di Manhattan a pochi isolati a sud-ovest del World Trade Center. I due erano entrambi medici, Sneha svolgeva il proprio internato presso il Cabrini Medical Center di Manhattan, mentre Ron lavorava al Jacobi Medical Center nel Bronx con un contratto simile. Il 10 settembre Sneha aveva preso un giorno di ferie per riordinare casa, in vista di una cena a cui aveva invitato dei parenti pochi giorni dopo, e per fare degli acquisti. Intorno alle 14 chiamò al telefono sua madre con la quale ebbe una conversazione di due ore durante cui le disse di avere intenzione di visitare il Windows on the World, il ristorante agli ultimi piani della Torre Nord, perché la primavera successiva avrebbe dovuto andarci per una festa di matrimonio. Chiusa la telefonata, Sneha uscì e andò al grande magazzino Century 21 al numero 21 di Dey Street, a un isolato dal World Trade Center, dove acquistò degli indumenti per sé e delle lenzuola. La sera del 10 settembre Ron tornò nell'appartamento di Battery Park City appena prima di mezzanotte e scoprì che Sneha non era tornata; l'uomo non si allarmò perché alle volte la moglie stava fuori per la notte per dormire a casa di amici senza avvisarlo, anche perché lui spesso la sera tornava molto tardi e la donna non stava volentieri a casa da sola. La mattina dell'11 settembre Ron si svegliò alle 6:30 e ancora la moglie non era tornata.
Come ogni mattina, Ron andò al lavoro nel Bronx e quando i due aerei dirottati si schiantarono contro le torri e il caos si diffuse in città, iniziò a preoccuparsi per la moglie. Sneha non aveva un cellulare, quindi Ron tentò di raggiungerla sul telefono di casa ma nessuno rispose alla chiamata. Ron chiamò anche la madre e il fratello di Sneha ma nessuno di loro aveva notizie. Alle tre del pomeriggio Ron abbandonò l'ospedale del Bronx per andare in quello che nel frattempo era diventato Ground Zero in cerca della moglie. Impiegò sei ore a compiere il tragitto in ambulanza ed essendo un medico riuscì ad entrare nella zona che era stata recintata dalla polizia, ma non poté comunque ad entrare in casa perché l'apertura del portone d'ingresso non funzionava senza corrente elettrica. Passò quindi la notte a casa di un amico e la mattina dopo riuscì a entrare, l'appartamento era invaso dalla polvere del crollo ma sulla polvere c'erano solo i segni delle zampe dei due gatti della coppia e nessuna traccia di passaggio umano. Sneha non era mai tornata in casa.
Ron e la famiglia di Sneha iniziarono quindi a distribuire volantini con la sua foto, come facevano tutte le altre famiglie delle vittime dei crolli. Il fratello di Sneha dichiarò mentendo in un'intervista alla ABC di aver avuto una conversazione telefonica con la sorella mentre questa si allontanava dalle torri in fiamme, in modo che il network televisivo mostrasse in diretta il volantino realizzato dalla famiglia, ma all'appello non rispose nessuno.
Ron Lieberman denunciò la sparizione all'NYPD e parallelamente si mise autonomamente sulle tracce della moglie, contattando l'American Express (circuito usato da Sneha per il pagamento di quanto acquistato il 10 settembre) e Century 21. Dalle prime verifiche risultò che una commessa di Century 21 ricordava di aver visto Sneha il 10 settembre in compagnia di una seconda donna di origine indiana, la commessa aveva anche pensato che le due fossero sorelle. Liberman assunse quindi un investigatore privato, l'ex agente speciale dell'FBI Ken Gallant, e grazie alle loro indagini emerse un filmato delle videocamere di sicurezza di Century 21 che mostrava Sneha il 10 settembre muoversi all'interno del negozio da sola, la presunta amica non si vede in nessun video. Grazie alle indagini di Liberman si poté risalire anche al video della telecamera di sicurezza del palazzo dove Ron e Sneha vivevano, in cui si vede alle 8:43 dell'11 settembre, pochi minuti prima dello schianto del volo American Airlines 11 contro la Torre Nord, una donna con la fisionomia e la gestualità di Sneha, che indossava un abito simile a quello con cui era uscita il giorno prima, entrare nella lobby e avvicinarsi agli ascensori, aspettare qualche minuto e poi uscire dal palazzo senza entrare nella cabina dell'ascensore. Per via del contrasto e della luce del sole, della donna si vedono solo i contorni e Lieberman non si disse sicuro che si trattasse della moglie, mentre l'investigatore dell'NYPD assegnato al caso riteneva che fosse proprio la dottoressa scomparsa. In ogni caso la persona del video non ha con sé i sacchetti per gli acquisti con cui Sneha era uscita da Century 21.
Lieberman si arrese quindi all'idea che la moglie fosse morta nel crollo delle Torri. L'ipotesi più concreta era che il 10 settembre fosse andata a fare shopping con un'amica incontrata per caso (perché dai tabulati telefonici e dalle sue email non risulta che Sneha avesse appuntamento con qualcuno), fosse poi rimasta fuori a cena e si sia fermata dall'amica per la notte sapendo che il marito avrebbe lavorato fino a tardi. Il mattino dopo stava per tornare a casa quando il primo aereo colpì la prima torre, a quel punto Sneha potrebbe aver deciso di andare al World Trade Center per offrire il proprio servizio come medico.
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| Fotogramma dal video di Century 21 |
L'indagine dell'NYPD partì in ritardo, in quanto l'intero dipartimento era coinvolto nei soccorsi e nelle indagini successive all'11/9, e quello che emerse fu un quadro completamente diverso. Secondo il rapporto della polizia l'ospedale presso cui lavorava aveva comunicato a Sneha che non le avrebbe rinnovato il contratto di internato perché si presentava al lavoro spesso in ritardo e per via di un suo presunto abuso di alcolici. Poco dopo aver avuto la notizia del fatto che si sarebbe trovata presto senza lavoro, Sneha accusò un collega di averla molestata durante una serata tra colleghi; secondo il procuratore l'accusa si rivelò falsa e Sneha venne condannata a trascorrere un giorno in prigione. La donna avrebbe anche avuto anche problemi coniugali per il fatto di trascorrere spesso le notti fuori casa in locali gay e per il fatto di avere anche relazioni con donne. Il fratello John avrebbe riportato, sempre secondo il rapporto, di aver incontrato Sneha in atteggiamenti affettuosi con la propria fidanzata. La situazione tra Sneha e Ron era tesa anche al momento della sparizione; infatti secondo le conclusioni della polizia i due avrebbero avuto una lite proprio la mattina del 10 settembre in tribunale, dove Sneha dovette rispondere della falsa accusa sulle presunte molestie dichiarandosi non colpevole, per via del suo abuso di droghe e di alcol e per le sue abitudini sessuali.
Tuttavia la famiglia di Sneha rifiutò tutte le conclusioni a cui l'NYPD era giunto, sostenendo che Sneha fosse davvero vittima di molestie sessuali e discriminazioni razziali e che il suo internato non era stato rinnovato perché era di fatto una whistleblower in quanto altre donne subivano lo stesso trattamento al Cabrini Medical Center. Inoltre il marito ammise che la moglie frequentava locali gay per assistere a concerti dal vivo, ma per il fatto che quelli erano gli unici in cui non veniva avvicinata da uomini, respingendo quindi l'idea che Sneha fosse bisessuale. John smentì anche di aver trovato Sneha in atteggiamento equivoco con la propria fidanzata, sostenendo che fosse solo il frutto della fantasia del poliziotto che redasse il verbale.
Ken Gallant sulle prime ipotizzò che Sneha potesse aver finto la propria morte per sottrarsi ai propri problemi personali e iniziare una nuova vita altrove, ma l'ipotesi oltre che molto fantasiosa era anche priva di solide basi, perché Sneha aveva lasciato a casa passaporto, patente, occhiali e carte di credito ad eccezione dell'American Express usata da Century 21. La famiglia continuò a sostenere che con ogni probabilità la loro congiunta era morta dei crolli; in ogni caso, non essendoci prove che Sneha fosse ancora in vita la mattina dell'11/9, nel 2004 il tribunale stabilì che dovesse essere rimossa dalla lista ufficiale delle vittime degli attentati insieme a due coniugi texani, Kacinga Kabeya e Kapinga Ngalula, che erano in visita a New York in quei giorni e che da allora scomparvero nel nulla.
Ron Lieberman fece ricorso in appello invocando il fatto che un'altra persona di cui non si ha certezza che sia morta nei crolli è conteggiata tra le vittime dell'11/9: il cubano Juan Lafuente, che lavorava con un ruolo dirigenziale alla Citybank a otto isolati dal World Trade Center. Lafuente l'11 settembre 2001 prese la metropolitana alla stazione di Grand Central alle 8:06 diretto a Wall Street, da allora non si hanno più sue notizie ed è considerato una vittima degli attentati. Nel 2008 arrivò la sentenza e il giudice diede ragione a Lieberman sostenendo che rimaneva altamente probabile che Sneha fosse morta nei crolli e che questa ipotesi è più probabile di qualunque altra, perché se Sneha fosse morta il giorno prima in altre circostanze il corpo sarebbe negli anni stato rinvenuto, perché di solito i cadaveri da omicidio vengono prima o poi trovati. Da allora Sneha fa parte dell'elenco ufficiale delle vittime e ad oggi il suo nome è inciso insieme agli altri nei bordi delle fontane che occupano lo spazio che fu delle Torri Gemelle.
Il caso di Sneha Anne Philip è molto intricato, ma non fu l'unico di questo genere nella ricostruzione dell'elenco delle vittime. Oltre ai già citati Kacinga Kabeya, Kapinga Ngalula e Juan Lafuente, esiste almeno un altro caso: quello dell'immigrato messicano ventenne Fernando Molinar che lavorava come fattorino in una pizzeria del quartiere Tribeca, vicino al World Trade Center, e che la sera dell'11 settembre non tornò a casa e da allora non esistono altre notizie di lui.
Che Sneha Anne Philip sia davvero morta nei crollo delle Torri Gemelle è la spiegazione più ovvia e probabile del suo triste destino, e purtroppo casi come questi ci ricordano anche quanto sia stato complicato e a volte tortuoso identificare le vittime di un evento così vasto.
Fonti:
2012/03/06
Resti delle vittime dell'11 settembre in discarica
di Brain_UseÈ di questi giorni la notizia, riportata dalle principali testate dell'informazione mainstream (Washington Post, New York Times, CBS, BBC), che alcuni resti delle vittime del Pentagono e del volo UA93, schiantatosi a Shanksville, sono stati dispersi in una discarica assieme a rifiuti biomedici provenienti da operazioni chirurgiche.
La fonte della notizia è il Pentagono stesso, che martedì 28 febbraio ha diffuso un rapporto, frutto delle indagini richieste dal segretario alla difesa Leon E. Panetta e condotte dal generale in pensione John P. Abizaid.
Si tratterebbe di resti parziali, frammenti minuti non utilizzabili per la ricomposizione delle salme o troppo danneggiati per consentire l'estrazione e l'identificazione del DNA. Sono stati conservati presso l'obitorio della base aerea di Dover, nel Delaware, fino ad essere poi affidati ad una società che cura lo smaltimento di rifiuti biomedici. Di conseguenza i resti, mescolati a parti umane provenienti da operazioni chirurgiche, sono stati sottoposti ad incenerimento e poi smaltiti. La pratica dello smaltimento dei resti non identificati assieme ai rifiuti biomedici è stata pesantemente criticata ed è stata sostituita a partire dal 2008 dalla dispersione in mare delle ceneri dopo la cremazione.
Non è chiaro se effettivamente tra i resti ci siano anche vittime del volo UA93 schiantatosi a Shanksville, visto che il coroner che ebbe in gestione i cadaveri afferma che nessun resto fu mai inoltrato alla base aerea di Dover e che tutte le parti non identificate delle vittime furono tumulate in tre bare all'interno del memorial del volo UA93 il 12 settembre scorso, durante le cerimonie commemorative del decimo anniversario degli attentati.Nel corso della giornata di mercoledì, la Casa Bianca ha condannato espressamente la gestione dell'obitorio della base aerea di Dover, già tristemente assurto alle cronache per altri episodi di malagestione dei resti di alcuni caduti nelle missioni all'estero.
Da parte sua, anche il Congresso degli Stati Uniti chiede sia fatta chiarezza sulla gestione di tutti i resti, anche i più minuti, delle vittime degli attentati dell'11 settembre.
I video della conferenza stampa del Pentagono del 28 febbraio 2012 su questa vicenda sono disponibili su The Pentagon Channel qui e qui insieme alla trascrizione.
2007/05/29
A Ground Zero si muore ancora
di Paolo Attivissimo. L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.English abstract: Authorities have formally acknowledged that Felicia Dunn-Jones, a lawyer who worked near the WTC, died in February 2002 due to a respiratory disease directly linked to the 9/11 attacks. This sets an important precedent for class actions against the EPA, which claimed that the air at Ground Zero was safe to breathe shortly after the attacks. However, the din of conspiracy theorists causes such legal actions to be lumped together with wacky theories. Ironically, once again Truthers are undermining serious attempts to uncover the facts about 9/11 and allow a real investigation to establish the true responsibilities of the authorities.
I deliri complottisti, così spettacolari e vendibili, hanno spinto lontano dai riflettori alcune verità sull'11 settembre. Si blatera tanto di aerei fantasma, di torri demolite, ma si dice pochissimo sulle vittime che gli attentati di sei anni fa continuano a mietere silenziosamente. Quasi nessun complottista parla degli effetti sulla salute dei cittadini prodotti dall'improvvisa distruzione delle Torri Gemelle e degli altri edifici del World Trade Center.
Non se ne parla perché la polvere non fa spettacolo. Le particelle di cemento, amianto, vetro e piombo e mille altre sostanze che s'intrufolano nei polmoni non sono telegeniche. Non si prestano a racconti iperbolici di cospirazioni impossibili, da pubblicare in libri e DVD o da sparare in apparizioni televisive o conferenze a pagamento. Parlare di malattie respiratorie a New York non fa diventare guru. Per questo il complottismo relega in secondo piano questi argomenti e si accanisce sulle solite ipotesi degne di un brutto film di James Bond.
Ma intanto che i complottisti cianciano, dietro la cortina fumogena delle loro fantasie ci sono dei fatti gravissimi che vengono trascurati. Fatti come la morte di Felicia Dunn-Jones, uccisa dalla polvere di Ground Zero cinque mesi dopo gli attentati e dichiarata formalmente vittima del terrorismo dell'11 settembre, come riferisce la BBC.
Charles Hirsch, chief medical examiner (capo perito medico) della città di New York, ha dichiarato il 18 maggio scorso che la morte di Felicia Dunn-Jones è legata agli attentati "oltre il ragionevole dubbio".
Felicia Dunn-Jones è morta il 10 febbraio 2002 di sarcoidosi, una rara malattia polmonare spesso legata all'esposizione ad ambienti tossici. Lavorava come avvocato nei pressi del WTC ed era fuggita da Ground Zero correndo attraverso la nube di polvere prodotta dal crollo delle Torri Gemelle.
La decisione di includere formalmente Felicia Dunn-Jones fra le vittime dell'11 settembre, portando il bilancio a 2750 morti, avrà ripercussioni importanti su molti altri casi di persone che hanno sviluppato malattie e problemi respiratori, compresi numerosi soccorritori. Il suo nome va ad aggiungersi a quello di James Zadroga, poliziotto e soccorritore a Ground Zero, morto a gennaio 2006 per una malattia respiratoria che le perizie mediche hanno collegato direttamente agli attentati.
Casi come quello di Zadroga e Dunn-Jones sono importantissimi per la class action avviata in tribunale contro le autorità, e in particolare contro l'EPA (Environmental Protection Agency), l'agenzia per la protezione dell'ambiente, che aveva dichiarato, evidentemente con troppa leggerezza, che l'aria di New York era respirabile senza pericolo pochi giorni dopo gli attentati.
Purtroppo, a causa dell'incessante fragore delle teorie di complotto che accusano le autorità statunitensi di aver ordito ogni sorta di cospirazione, qualsiasi accusa di menzogna o di inadempienza rivolta a quelle autorità perde automaticamente in credibilità e viene relegata fra le fantasie degli svitati, sabotando i tentativi di far avere a decine di migliaia di persone (secondo le stime ufficiali) l'assistenza medica che spetta loro come vittime differite degli attentati.
Ed è questo il più grande tradimento perpetrato dai cosiddetti "ricercatori della verità".
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