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2010/09/23

Pentagono, l'aereo "vaporizzato"

di Paolo Attivissimo

Durante il dibattito che ho tenuto l'11 settembre scorso con Tom Bosco sulle tesi di complotto intorno agli attentati di nove anni fa è stato detto da Bosco che secondo la "versione ufficiale" l'aereo che colpì il Pentagono si sarebbe "vaporizzato" (video).

In realtà in tutti questi anni di consultazione e studio delle perizie tecniche e dei rapporti pubblicati dagli esperti un'affermazione del genere non è mai stata trovata da Undicisettembre in nessun documento tecnico.

Anche i ricercatori che hanno confezionato Zero, il video di Giulietto Chiesa, non sembrano essere stati in grado di trovare il punto in cui la "versione ufficiale" avrebbe fatto quest'affermazione. Infatti in Zero questa "vaporizzazione" asserita viene documentata (per così dire) mostrando l'immagine qui accanto, a circa 32 minuti dall'inizio.

Una semplice ricerca del testo in Google mostra che si tratta di una schermata di un sito Web, non di un rapporto tecnico. Il sito Web è DCMilitary.com, e l'indirizzo della pagina da cui è tratta la schermata è questo. La pagina originale non è più disponibile, ma è archiviata presso Archive.org.

Basta leggerla per scoprire che si tratta di un'intervista a un testimone oculare, Frank Probst, e che la "vaporizzazione" di cui parla si riferisce solo a un motore e comunque è una descrizione non letterale dell'esplosione del motore stesso avvenuta all'impatto. Probst stesso dice che c'erano pezzi del motore scagliati in ogni direzione, per cui è evidente che non parla di vaporizzazione in senso letterale.

"I was standing on the sidewalk (parallel to the site of impact)...and I saw this plane coming right at me at what seemed like 300 miles an hour. I dove towards the ground and watched this great big engine from this beautiful airplane just vaporize," said Frank Probst, a member of the Pentagon renovations crew commented. "It looked like a huge fireball, pieces were flying out everywhere."

Queste sembrano essere, fino a prova contraria, le tenui origini della tesi della vaporizzazione. Non un'affermazione tecnica contenuta nella "versione ufficiale", ma una descrizione non letterale di un testimone, pubblicata su un sito Web. Ancora una volta, i complottisti sono stati colti ad attribuire alla "versione ufficiale" cose che in realtà si sono inventati loro per screditarla. Ancora una volta sono stati colti a manipolare quella verità che tanto spesso dicono di voler difendere. E va avanti così da nove anni.

2009/09/06

Sopralluogo all'area del Pentagono: prima parte

Nota: L'articolo risale a circa un anno fa e descrive la situazione di quel momento, quando il Pentagon Memorial non era ancora stato completato e aperto al pubblico. Viene presentato solo ora perché la produzione continua di nuove asserzioni cospirazioniste nei mesi scorsi, combinata con lo scarso tempo libero degli autori di Undicisettembre, ha purtroppo imposto slittamenti a ripetizione. Ce ne scusiamo con Mattia. L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.


La "collina Fo": finzione o realtà? – di Mattia Butta



Una delle tante teorie complottiste in merito all'attentato al Pentagono riguarda la “Collina Fo”. La tesi è spiegata da Dario Fo nel video Zero:

0:41:26. DARIO FO: Assurdo per assurdo, c'è anche l'altezza a cui volava questo aereo. Ha... continuato a ridisegnare le varianti del terreno a... sei metri dal suolo per un chilometro, scavalcando una collina, poi c'era un raccordo stradale, e poi è arrivato finalmente di fronte, senza fare altre virate, perché oramai c'era... non aveva più spazio.


Fo dice che la traiettoria ufficiale dell'aereo schiantatosi sul Pentagono è “assurda”, e per motivarla cita una fantomatica collina che l'aereo avrebbe dovuto scavalcare per arrivare a bersaglio. Ma esiste davvero questa collina?

Da anni ci siamo abituati ad usare la mappe satellitari di Google per acquisire in pochi istanti dettagli geografici delle più sperdute aree del pianeta. Ma con un limite: abbiamo le viste dall'alto, non abbiamo informazioni sull'altimetria. In questo caso una visita sul luogo è fondamentale per capire come stanno le cose.

Nell'agosto del 2008 mi sono trovato di passaggio da Washington, DC, e Paolo Attivissimo mi ha chiesto di indagare sull'esistenza o meno della Collina Fo. In questo articolo presento i risultati della mia indagine.


Arrivo a destinazione


Alle 17 sono arrivato alla stazione della metropolitana “Pentagon”. Sono uscito con un po' di trepidazione: finalmente avrei visto di persona tutti i dettagli che volevo di un luogo visto attraverso poche fotografie, spesso sgranate, in tutti questi anni. C'è o no la Collina Fo?

All'uscita della stazione della metro c'erano due poliziotti bonaccioni che hanno accolto i viaggiatori con un eloquente cartello “NO PHOTO”. Lo sapevo, me l'avevano detto, è vietato fare foto al Pentagono.

Mi è bastato girare il primo angolo dell'edificio per avere conferma di quello che già stavo capendo: non ero in un film. Se pensate al Pentagono come a un posto blindato militarmente, avete sbagliato alla grande. Alle 17 la gente stava uscendo dall'edificio come se uscisse da un normale ufficio dopo la giornata di lavoro. Qualcuno con la divisa invece che con abiti civili, ma era l'unica differenza.

Per il resto l'atmosfera era assolutamente rilassata. C'erano addirittura diversi podisti che facevano jogging passando davanti al Pentagono. Ho passeggiato sul marciapiede dell'edificio e sono salito fin sopra una scala che dà poi accesso al Pentagono. Nessuno mi ha detto niente, nessuno mi ha guardato male. Ero solo uno dei tantissimi civili che passavano nei paraggi.

Non c'era traccia di guardie armate; se volete un paragone, andate a Piazza Montecitorio a Roma e sostate qualche minuto facendo finta di niente: un agente della Digos (sempre presente) inizierà ad osservarvi. Al Pentagono, invece, niente di tutto ciò.

Ma veniamo al succo della missione. Anche se l'atmosfera era rilassata, non avevo voglia di rischiare problemi con i militari USA. Quindi diligentemente ho rimesso (per il momento) la macchinetta fotografica nello zaino.

Mi sono guardato attorno e ho cercato di capire da che direzione era arrivato l'aereo. Mi ero stampato questa cartina per orientarmi:



Dopo poco tempo sono riuscito a individuare il lato oggetto di attacco. Guardando in direzione del “quadrifoglio” autostradale ho notato che effettivamente una collina c'era. Chiamarla collina forse sembrava un po' eccessivo, soprattutto al sottoscritto nato ai piedi del Resegone.

Sarebbe stato bello farle una fotografia, ma ero vicino al Pentagono e non volevo rischiare. Ma potevo fare l'opposto: salire sulla collina.

L'idea di base era mappare il territorio misurandone l'altezza in punti dove l'aereo era passato, o comunque il più possibile vicino, evitando di entrare in luoghi vietati. Per farlo ho portato con me il mio Garmin Forerunner 305, un orologio con ricevitore GPS, che consente di memorizzare latitudine, longitudine e altitudine del percorso effettuato. Ho quindi acceso il GPS e ho cominciato a camminare, prima lungo il parcheggio, poi salendo, e infine ridiscendendo la collina. Il GPS ha diligentemente registrato tutto il percorso [i dettagli metodologici sono nella versione estesa di questo articolo, NdR].

Una fotografia composita panoramica scattata ai piedi della "collina Fo". A sinistra, la facciata del Pentagono colpita l'11 settembre 2001; a destra, il Navy Annex. La traiettoria dell'aereo è da destra verso sinistra. L'immagine è cliccabile per ingrandirla. Credit: Mattia Butta.


I calcoli


Una volta arrivato a casa, ho scaricato i dati memorizzati dal GPS sul PC ed ho iniziato ad analizzarli. Il programma fornito dalla Garmin mi ha consentito immediatamente di visualizzare il percorso che avevo fatto. Tramite Google Earth ho poi verificato che il percorso corrispondeva alle strade che avevo percorso.

Nell'immagine qui sotto vedete il percorso che ho fatto (in rosso) e la traiettoria del velivolo (in verde), dedotta dalla cartina mostrata prima.



Al culmine della collina, vicino al parcheggio del Navy Annex [l'edificio a forma di pettine, a sinistra nella foto, NdR], ho lambito la traiettoria dell'aereo.

Sfortunatamente il programma della Garmin non mi consente di visualizzare l'altitudine in modo da capire la pendenza della collina. Ho quindi esportato i dati in un file di testo in modo da acquisirli con un programma di calcolo numerico.

Il GPS mi ha restituito tre dati per ogni punto memorizzato: latitudine, longitudine e altitudine. Dovendo disegnare grafici corrispondenti alla geografia del suolo, ho dovuto convertire latitudine e longitudine in metri [i dettagli metodologici sono nella versione estesa di questo articolo, NdR].

Posso quindi disegnare in tre dimensioni la mappatura del percorso fatto salendo la collina. Per meglio capire la geografia del luogo, ho disegnato anche il Pentagono. Per semplicità ho disegnato soltanto il contorno dell'edificio, cioè il perimetro più esterno. Le coordinate sono state prese da Google Earth e l'altezza è tratta da questo articolo: siccome l'altezza non è costante, ho considerato l'altezza massima, in modo da disegnare l'inviluppo dell'edificio.

Dalla cartina illustrata in precedenza ho ricavato la traiettoria dell'aereo nelle coordinate x e y. Per l'altitudine ho disegnato una retta subito sopra il pendio. Ho plottato tutto insieme: percorso sulla Collina Fo (rosso), Pentagono (viola) e traiettoria (verde).

Il primo risultato è stato un po' sorprendente. Ecco alcune immagini del modello 3D:







Da questa vista laterale sembrerebbe impossibile per un aereo andare a planare contro la facciata del Pentagono. Ma attenzione, c'è il trucco: ho riportato appositamente queste prime immagini che ho ottenuto, per farvi vedere come sia facile manipolare i dati e far sembrare reale una cosa che non è.

In realtà potete osservare che mentre gli assi x e y (ossia il terreno) sono nella medesima scala, l'asse z (altitudine) è fortemente amplificato. Lo fa automaticamente il programma di calcolo, per mostrare tutti i dettagli, ma per noi è fuorviante. Noterete che gli assi x e y si estendono per 1,2 km, mentre l'asse z copre solo 45 m. Infatti chi ha l'occhio attento avrà notato che l'altezza del Pentagono è sproporzionata: in realtà il Pentagono è un edificio molto più “schiacciato” che non in queste immagini.

Disegniamo allora il modello 3D con le scale corrette; ecco come diventa.



Effettivamente ora il Pentagono assume una forma più familiare. Ecco allora la vista di lato:



Bene, questi sono i dati che ho raccolto, e i semplici calcoli che ho fatto per poter mostrare in 3D la famosa "collina". Un possibile miglioramento di questo modello 3D potrebbe consistere nell'inclusione di altri elementi che si sviluppano in altezza, come la sopraelevata, derivandone l'altitudine da fotografie. Tenete presente, però, che tale sopraelevata non supera il punto più alto della collina dove sono arrivato.

Ad ogni modo, lo scopo della missione è stato raggiunto. Ho identificato il pendio sopra il quale l'aereo è volato e ne ho misurato l'altitudine (avvicinandomi molto ad alcuni punti della traiettoria). Il risultato è un dislivello massimo (rispetto al parcheggio del Pentagono) di circa 35 metri al livello del Navy Annex.


Commento


Ovviamente ci si aspetterebbe un commento a questi dati, del tipo: questo aereo poteva arrivare al Pentagono con quella inclinazione oppure no?

Io mi limito a fornire le misure: non essendo un pilota, non ho la competenza per dire se tale manovra è fattibile o “assurda”, come asserisce Fo. Seguirà quindi il commento di persone competenti in materia.

Tuttavia vi propongo i pensieri che mi sono venuti durante la ricognizione sul luogo e che possono dare qualche spunto di riflessione.

Innanzitutto stiamo sempre attenti alle foto: spesso sono molto fuorvianti e fanno dire quello che vogliono. Un esempio è la grandezza del Pentagono: è vero, abbiamo i numeri, le larghezze, le lunghezze, ma nelle foto sembra sempre più piccolo di quello che è, forse perché lo riprendono per intero. Guardate che il Pentagono è un edificio enorme.

Talvolta si sente dire “Ma come ha fatto a colpire proprio la facciata del Pentagono?”; dopo averlo visto di persona, questa obiezione crolla. Non essere capaci di colpire un punto qualsiasi di quell'edificio enorme è come non saper parcheggiare una Smart nel parcheggio dei pullman. Con quattro posti liberi a destra e quattro a sinistra.

Un altro pensiero che mi è venuto è questo: ma che male fa questo pendio? Quando mi sono trovato al Navy Annex e ho guardato il Pentagono mi è sembrato che il pendio, invece che essere un ostacolo, facesse quasi “da invito” all'aereo.

Un'altra riflessione è sulle dimensioni dell'aereo: riguardate le immagini del modello 3D e cercate di indovinare quanto è grande il velivolo. E' importante, perché l'angolo di inclinazione del pendio non dice molto di per sé, bisogna compararlo con l'aereo. Il Boeing 757 che si schiantò sul Pentagono era lungo 47,3 m. Ho provato a disegnare questa lunghezza (in blu) nelle immagini che già vi ho mostrato, ed ecco cosa ne è uscito:

La realtà altimetrica della "collina".


La "collina" secondo Massimo Mazzucco (Luogocomune.net).

Benché io non sia un pilota, non mi sembra che la collina sia un ostacolo insormontabile per un velivolo di queste dimensioni, e tanto meno mi sembra che l'aereo sarebbe dovuto andare “in picchiata” sull'edificio a causa della collina.

C'è anche chi suppone che l'attentatore avrebbe dovuto fare la scelta logica di andare in picchiata sull'edificio, invece che colpirne la facciata; lo afferma per esempio Massimo Mazzucco in questo video (minuto 5:10 circa). Secondo lui, la manovra eseguita sarebbe illogica.

Sarà, ma a me è venuto un pensiero: un pilota alle prime armi cosa volete che faccia? Secondo voi si mette ad improvvisare manovre spericolate per andare giù in picchiata? Secondo me prova a fare un semplice atterraggio, per il quale si è già allenato, con la facciata da colpire di fronte a sé.

Ecco, riguardando le immagini tratte dalle misure che ho fatto mi viene da pensare: ma quella linea verde non è compatibile con le manovre di un normale atterraggio?

2008/09/21

Pentagono, i "cinque metri" sbufalati graficamente

di Paolo Attivissimo. L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Questo è il foro d'impatto nella facciata esterna nel Pentagono secondo il video Zero di Giulietto Chiesa e Franco Fracassi. Nel video, Dario Fo scandisce l'ormai celebre “cinque metri, ripeto, cinque metri” che si è rivelato essere una delle panzane più macroscopiche e patetiche del cospirazionismo.



Sì, dico panzane, perché sono in circolazione ormai da anni fotografie che mostrano la breccia nella sua reale estensione, senza la provvidenziale copertura del getto degli idranti. Pensare che chi ha dedicato, a suo dire, anni alla ricerca sull'11 settembre non sappia dell'esistenza di queste fotografie è semplicemente ridicolo. O è il ricercatore più sprovveduto della storia, o è in malafede.

Qui sotto vedete una di queste immagini, tratta dal libro Pentagon 9/11. I lettori di Undicisettembre, a differenza dei guru del cospirazionismo, la conoscono bene, perché l'abbiamo presentata mesi fa (novembre 2007). Altre foto di questo genere erano disponibili anche prima, ma questa è finora la più nitida.



Basta guardare la breccia e raffrontarla con le dimensioni dei soccorritori per capire che parlare di cinque metri è, nel migliore dei casi, un'assurdità. Ma il mantra del “cinque metri, ripeto, cinque metri”, ripetuto per anni dai cospirazionisti, è talmente radicato che molti faticano a collocare quest'immagine nel suo contesto. C'è, per esempio, chi ribatte che la foto mostra la breccia dopo il crollo parziale della facciata, o che si riferisce a un altro punto del Pentagono.

Così ho preparato una sequenza di immagini che chiariscono il rapporto fra le due fotografie. Le due immagini, quella di Zero e quella di Pentagon 9/11, sono state messe in scala e allineate in modo da farne combaciare i punti di riferimento sulla facciata (finestre, colonne e spaccature). L'immagine tratta da Pentagon 9/11 è stata dilatata leggermente in orizzontale per compensare la differente angolazione e posizione di ripresa delle due fotografie. Proprio in virtù del punto di ripresa differente, l'allineamento vale con precisione per la facciata, ma non per gli oggetti situati più vicino al punto di ripresa (autopompa e generatore).

Il risultato è piuttosto eloquente e dovrebbe chiarire oltre ogni dubbio il contesto.









In video, consultabile anche in alta definizione:


Ecco. Uno dei capisaldi del cospirazionismo, una delle prove clou dell'intero impianto accusatorio nei confronti della ricostruzione comunemente accettata degli eventi, si rivela dunque essere una bufala totale, propagandata per anni come verità dai vari Dario Fo, Giulietto Chiesa, Massimo Mazzucco. Ed è troppo tardi per ritrattare, come stanno facendo frettolosamente alcuni di loro, dicendo che è "più vasta". Il passato non si cancella: è scolpito nei libri, nei DVD e nelle apparizioni televisive dei cospirazionisti. E noi non dimentichiamo.

Hanno spacciato per granitica certezza una fandonia. Vi hanno preso in giro, signori. Chiedete loro perché.


No, non è la facciata dopo il crollo


Nonostante le spiegazioni già fornite qui sopra, periodicamente si fa ancora vivo qualcuno che sostiene che l'immagine di Pentagon 9/11 mostra la facciata del Pentagono dopo il crollo avvenuto alle 10:10 circa. L'inquadratura più ampia mostrata nella fotografia qui sotto dovrebbe chiarire anche questo dubbio residuo: come si può vedere, lo squarcio al piano terra, ben più ampio di cinque metri, è visibile ma la facciata non è crollata. Anzi, seguendo la linea del cornicione si nota che non è più continua e orizzontale, ma presenta delle deformazioni nella zona che di lì a poco crollerà.



L'immagine qui sotto (schiarita per evidenziare i dettagli) mostra invece la facciata dopo il crollo. Si riconoscono facilmente gli elementi della facciata presenti nell'immagine precedente (in particolare le tre colonne di finestre sulla destra).

2008/06/29

Impatti a confronto: schianto di un Boeing 757 in Spagna

di Paolo Attivissimo. L'articolo è stato ampliato dopo la pubblicazione iniziale.

L'esame di incidenti aerei del passato permette di sfatare alcuni miti del cospirazionismo undicisettembrino. Uno di questi miti è la robustezza elevatissima dei motori degli aerei, che secondo alcuni dovrebbero trapassare come macigni qualsiasi cosa e lasciare un segno inequivocabile del loro passaggio. Per dirla con Dario Fo in Zero, a circa 33 minuti dall'inizio, a proposito dell'aereo dirottato e lanciato contro il Pentagono:

Abbiamo detto che la parte più compatta dell'aereo sono senz'altro i motori. Infatti questi motori sono... oh... composti da una lega di titanio e acciaio: potentissima. Non si sfascia neanche... Insomma, avremmo il diritto di vedere, se non altro su questa parete, i fori dei due motori che hanno sfondato... No! Non c'è nessun segno. Due buchi che noi ci aspettavamo non ci sono.


Andiamo ora a esaminare un incidente aereo avvenuto il 14 settembre 1999 a un Boeing 757-204 avente tail number identificativo G-BYAG (nella foto qui accanto): lo stesso modello d'aereo che colpì il Pentagono.

Al termine del volo BY226A della Britannia Airways da Cardiff (nel Galles) a Girona (in Spagna), quest'aereo si schiantò durante l'atterraggio. Miracolosamente, non vi furono morti fra i 236 passeggeri e 9 membri d'equipaggio, ma soltanto due feriti gravi e una quarantina di feriti lievi. L'aereo, invece, fu danneggiato irreparabilmente e mandato alla rottamazione.

L'atterraggio, tentato in condizioni meteorologiche molto avverse di pioggia intensa e visibilità scarsa, fu funestato oltretutto dall'improvviso, disorientante spegnimento delle luci della pista per alcuni secondi: tutto questo contribuì a un contatto con la pista molto violento, tanto da causare un sobbalzo del velivolo e un secondo impatto con la pista, che danneggiò gravemente il carrello anteriore e portò alla perdita di alimentazione elettrica, interferendo con i comandi e producendo un aumento non intenzionale della spinta dei motori.

L'aereo della Britannia abbandonò lateralmente la pista a velocità elevata e percorse circa 350 metri nel prato ai lati della pista stessa; viaggiando sul carrello, scavalcò un rialzo del terreno e si staccò di nuovo brevemente da terra, colpendo alcuni alberi. Il motore destro colpì la recinzione dell'aeroporto. Il velivolo trapassò la recinzione, atterrò nuovamente in un campo ed entrambi i carrelli principali cedettero. Dopo 250 metri di scivolata sul prato, per un totale di 1900 metri percorsi dopo il secondo impatto con la pista, l'aereo finalmente si fermò.

Foto di WindTours, pubblicata qui su Airliners.net.




La mappa qui sopra è tratta, come i dettagli citati qui sopra, da uno dei rapporti tecnici sull'incidente, ricco di immagini che possono offrire spunti per il confronto con i rottami documentati al Pentagono. Per esempio, questo è uno dei carrelli principali dell'aereo della Britannia:




Si possono confrontare queste immagini con quelle dei rottami nell'A-E Drive (passaggio carrabile fra il terzo e quarto anello) del Pentagono: nella prima (qui sotto) si ritrovano le medesime parti cilindriche chiare, collegate da un'asta, sul lato interno dei cerchioni; nella seconda (più sotto) si nota la forma del cerchione.




Indubbiamente i rottami al Pentagono sono molto compatibili con le parti di un Boeing 757.

Ma torniamo al volo Britannia caduto. La fusoliera si ruppe in tre tronconi, come si può vedere nell'immagine aerea all'inizio di quest'articolo e, più in dettaglio, nell'immagine qui sotto, scattata due giorni dopo l'incidente (l'originale è qui):



Qui sotto è mostrata un'altra immagine, tratta sempre da Airliners.net e scattata alcuni giorni più tardi. Le insegne della Britannia furono coperte con una mano di pittura per questioni d'immagine aziendale.



Come si può notare, dalle immagini dello schianto mancano i motori. Infatti esaminando la mappa tratta dai rapporti tecnici risulta che i motori si staccarono e si fermarono più indietro rispetto all'aereo.

Ecco un dettaglio ingrandito della mappa precedente, sempre tratta dai rapporti tecnici:



Secondo Airdisaster.com, questo Boeing 757 montava motori Rolls-Royce RB211-535E4, esattamente come il Boeing 757 che colpì il Pentagono.

Un altro rapporto tecnico evidenzia a pagina 38 che la gondola di uno dei motori urtò la recinzione che delimitava l'aeroporto. La recinzione era alta 2,5 metri e composta da rete metallica supportata da pali in acciaio: una soluzione molto simile a quella presente a delimitare il cantiere davanti alla facciata colpita del Pentagono, come si può vedere qui sotto.


Il rapporto nota che "il contatto con la recinzione fu radente e fu danneggiato o distrutto un tratto di circa 100 metri di recinzione. Parti consistenti della gondola n. 2 si staccarono in corrispondenza del punto di collisione con la recinzione".

In altre parole, un impatto con una semplice recinzione di rete metallica, a velocità ben più bassa di quella risultante al Pentagono, è sufficiente ad asportare da una gondola di motore "parti consistenti". Questo è un primo segno che forse i motori d'aereo non sono poi così "potentissimi".

Il rapporto prosegue (pag. 43): "Entrambe le gondole furono ritrovate in pezzi nella parte finale del percorso, compatibilmente con il loro distacco in seguito all'impatto con la recinzione e/o il terreno dopo il cedimento del carrello principale. Entrambi i motori erano stati chiaramente strappati dai rispettivi piloni durante lo scivolamento dell'aereo lungo il campo, terminando la propria corsa alcuni metri prima dell'aereo. Le gondole rimasero attaccate alle ali. Entrambi i motori subirono danni esterni gravi."

Vediamo quali furono questi "danni esterni gravi" ai motori, prodotti non da un impatto ad altissima velocità con un generatore da 18 tonnellate o con una parete rinforzata di un edificio, ma semplicemente dalla collisione con una recinzione e dallo strisciamento sul terreno. Gli originali di queste immagini sono su Airliners.net qui, qui e qui.







Un piccolo inciso: la prima immagine è quella usata da Massimo Mazzucco in Inganno Globale (a circa 27 minuti dall'inizio), quando dice che "I motori, poi, sono due proiettili di acciaio di 4 tonnellate l'uno, talmente compatti che non si disintegrano nemmeno cadendo da 10.000 metri di altezza"). La stessa immagine era finita per un errore di montaggio di Canale 5 nel filmato di debunking preparato dalla redazione di Matrix, come descritto qui. Adesso finalmente so da dove proviene: come al solito, da una situazione che non c'entra nulla, perché come abbiamo visto, il volo Britannia non è affatto caduto "da 10.000 metri di altezza". Fine dell'inciso.

Nella terza fotografia dei motori si nota, a destra, la carenatura del motore.

Confrontiamo questi rottami di motore con la forma di un motore Rolls-Royce RB211-535 usato nei Boeing 757, comprensivo della sua carenatura e con una persona accanto che funga da termine di riferimento dimensionale.



Quando un profano pensa a un motore d'aereo, immagina probabilmente che quest'enorme volume, che stando ai disegni Boeing misura circa 2,6 metri di diametro, sia ripieno di metallo robustissimo ("Non si sfascia neanche..."). Ma la realtà è ben diversa. Infatti in un moderno motore turbofan come l'RB211, all'interno di questa grande carenatura c'è un ampio volume vuoto, in cui fluiscono aria e gas di scarico per la propulsione:



Se togliamo la carenatura, come è avvenuto a causa dell'impatto nel caso del volo Britannia, vediamo che il motore vero e proprio è assai più piccolo della sua carenatura:


Queste foto di un motore di Boeing 777, anch'esso di tipo turbofan, permettono di cogliere quanto sia ampio il volume vuoto all'interno della carenatura:




Osservando le fotografie dell'incidente, si nota subito che nell'urto del volo Britannia è stata strappata via completamente non solo la carenatura, ma anche tutta la parte anteriore del motore vero e proprio, la ventola o fan (sostanzialmente un'elica intubata), di diametro molto più grande rispetto al resto. In pratica, è rimasta soltanto la porzione centrale, ossia lo stadio ad alta pressione con le sue camere di combustione. Questa porzione, pur non trascurabile, è ben più piccola dell'enorme mole che sembrava esservi inizialmente.

Se questo è quello che è successo in seguito ad un impatto con una recinzione seguito da uno strisciamento sul terreno, a velocità relativamente ridotta, durante un atterraggio riuscito male, è ragionevole pensare che in seguito a un impatto frontale ad altissima velocità (850 km/h) contro un generatore da 18 tonnellate e contro due muretti di cemento (quello dello steam vent e quello provvisorio del cantiere), entrambi i motori del Boeing 757 che colpì il Pentagono abbiano subìto una frammentazione paragonabile se non superiore a quella del volo Britannia ancor prima di colpire la facciata del Pentagono.

Un moderno motore d'aereo a reazione turbofan ha insomma dei grandi volumi cavi che dall'esterno non possono essere percepiti, per cui si ha l'impressione che sia molto più massiccio di quanto sia in realtà. L'incidente del volo Britannia dimostra che in caso di impatto anche non estremo, un motore d'aereo, specificamente lo stesso presente sul velivolo che colpì il Pentagono, facilmente si separa dall'ala e viene dilaniato così tanto da lasciarne soltanto il nucleo centrale, che ha dimensioni ben più modeste e un potere di sfondamento minore di quanto suggerisca all'occhio non esperto il suo volume esterno.

Di conseguenza, in queste circostanze sembra perlomeno dilettantesco aspettarsi, per citare ancora Dario Fo, di "vedere, se non altro su questa parete, i fori dei due motori che hanno sfondato" la facciata del Pentagono.

Destrutturazione di un Boeing 757


Altre immagini dell'incidente del volo Britannia permettono di cogliere quanto sia sottile e fragile, in caso d'impatto, la struttura di un aereo, particolarmente quella della sua fusoliera, e quanto sia quindi ridicolo aspettarsi di trovare tronconi di fusoliera o altri grandi pezzi in caso di collisione ad altissima velocità contro un oggetto resistente come il Pentagono o il World Trade Center. In questa sconfortante sequenza, l'aereo viene gradatamente smontato per la rottamazione.











Una fine decisamente inelegante per una macchina abituata a librarsi nel cielo, ma utile per documentare che i luoghi comuni del cospirazionismo, oltre che i dubbi di molti non cospirazionisti, derivano dalla mancata conoscenza dei fatti tecnici che riguardano l'11 settembre.

2007/11/12

Debutta Loose Change Final Cut, che sbufala Zero

di Paolo Attivissimo. L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale

È uscito pochi giorni fa Loose Change Final Cut, quarta edizione del popolare video complottista di Dylan Avery e Jason Bermas.

A conferma della svolta decisamente commerciale del complottismo statunitense, questa nuova edizione è esclusivamente acquistabile, o come DVD (nella foto qui accanto) a 19 dollari e 95 centesimi o come streaming scaricabile soltanto a pagamento (6 dollari e 95 cent per uno streaming che scade dopo 30 giorni, come mostrato qui sotto).



La grafica del video è indubbiamente di alto livello, ma è meglio badare alla sostanza senza lasciarsi distrarre dagli specchietti per allodole. Grazie ai colleghi di ScrewLooseChange possiamo pubblicare un primo rapido commento a questo Final Cut (nella speranza che sia davvero Final).

La prima cosa che colpisce è che Loose Change Final Cut sbufala quasi tutte le affermazioni fatte nelle versioni precedenti del medesimo video. Un bel dietrofront, non c'è che dire.

Di conseguenza, Final Cut sbufala anche il video Zero di Giulietto Chiesa. Finalmente persino Loose Change fa notare che il foro al Pentagono non è affatto largo "5 metri, ripeto, 5 metri di diametro" come invece afferma Dario Fo in Zero a o:31:25.

Lo squarcio al Pentagono viene invece mostrato da Loose Change in tutta la sua reale larghezza, documentata fra l'altro da queste fotografie, che a distanza di sei anni sembrano essere ancora sconosciute ai più:



Quello che i complottisti si ostinano a indicare come l'unico foro nella facciata è in realtà la parte di questo squarcio che si estende anche al primo piano, dove presumibilmente è penetrata la fusoliera del velivolo. Al piano terra qualcosa ha rimosso i muri e le finestre fra una colonna e l'altra, e ha anche rimosso o divelto alcune delle colonne della facciata. Che cosa? Può un missile produrre uno sfondamento largo e basso del genere?

La reale estensione dello squarcio si può notare anche meglio in questo dettaglio:


Tutte le immagini mostrate qui sopra sono cliccabili per vederle ad altissima risoluzione.

Loose Change Final Cut (d'ora in poi, LCFC per brevità) mostra anche l'abbondanza di rottami d'aereo presenti esternamente al Pentagono nonostante il velivolo sia penetrato nell'edificio, frammentandosi, e sia quindi in gran parte al suo interno. E anche qui sbufala Zero, che a 0:29:48 afferma che "ci si sarebbe ragionevolmente aspettati di vedere [...] pezzi d'aereo, valigie, rottami dappertutto, come in ogni disastro aereo. E invece no."

LCFC tiene invece compagnia a Zero con la teoria dei dirottatori ancora vivi. Si tratta invece di semplici omonimie, e su questo sono già stati spesi articoli, ma la domanda più semplice che si può fare è questa: se davvero questi dirottatori sono ancora vivi, come mai né LCFC, né Zero riescono a farceli vedere, neppure in una singola fotografia post-11 settembre?

LCFC si ritira però con imbarazzo dalla teoria delle postazioni antiaeree al Pentagono, che invece Zero sposa in pieno (con tanto di "prova" fatta mediante... un cartone animato). LCFC si limita a dire che "le autorità al Pentagono negano che l'edificio avesse difese antiaeree" e non dice altro. Chiediamo questo agli autori di Zero: se davvero esistono queste postazioni nel prato antistante il Pentagono, come mostra (a cartoni animati) il vostro film, come mai non siete in grado di mostrarle?

Ma LCFC non è certo immune da manipolazioni ed errori. Afferma che Saeed Al Ghamdi era un pilota dell'aviazione saudita; reitera la storia dei soldi che sarebbero stati mandati dai servizi segreti del Pakistan (presente in Zero a 1:39:30), che in realtà scaturisce da un singolo articolo non confermato di un giornale indiano di sei anni fa; tocca il caso Able Danger, che è la miglior maniera di sbufalare la teoria dei dirottatori inesistenti propugnata anche da Zero; e molto, molto altro.

Si noti che questi sbugiardamenti di Zero non sono opera di noi debunker, ma dei principali paladini del cosiddetto “movimento per la verità”. I complottisti si debunkano da soli. Se non fosse che ci sono di mezzo tanti, troppi morti, lo spettacolo sarebbe comico. Ma anche in considerazione del calibro dei personaggi che si sono prestati a queste fandonie, finisce per essere soltanto patetico.

Gli articoli originali di Screwloosechange dedicati a Loose Change Final Cut sono consultabili qui.