2022/03/31

L'FBI ha rilasciato altri lotti di documenti sulle indagini sull'11/9

di Leonardo Salvaggio

A seguito dell'ordine esecutivo firmato dal Presidente Joe Biden lo scorso 3 settembre, l'FBI ha recentemente pubblicato numerosi altri lotti di documenti relativi alle indagini sull'11/9 che si aggiungono a quelli resi pubblici lo scorso autunno. I documenti rilasciati sono fin qui oltre novecento e assommano a oltre quattromila pagine la cui lettura e analisi richiederà molto tempo. La revisione finalizzata alla desecretazione, comunque, non è finita nonostante l'ordine esecutivo inizialmente prevedesse che il lavoro dovesse essere completato in 180 giorni dall'emissione, cioè entro il 2 marzo 2022; al contrario al momento in cui scriviamo la pubblicazione più recente è del 29 marzo.


La documentazione si concentra sul ruolo dei facilitatori sauditi, guidati da Omar al-Bayoumi, che a San Diego assistettero e aiutarono Nawaf al-Hazmi e Khalid al Mihdhar, due dei dirottatori del volo American Airlines 77 che si schiantò contro il Pentagono. Il materiale è ancora in gran parte censurato e per ciascun segmento oscurato e specificato in quale casistica ricade, vengono ad esempio omesse le informazioni che devono rimanere riservate per non compromettere le indagini ancora in corso o quelle che possano consentire di identificare le fonti che devono rimanere anonime. Nelle ultime settimane sono anche stati resi pubblici segmenti precedentemente censurati di documenti già desecretati, ad esempio nei casi in cui mancava l'autorizzazione di un giudice che nel frattempo è arrivata.

Tra i file PDF resi disponibili ce n'è uno di 510 pagine che contiene informazioni rilevanti su al-Bayoumi e sui suoi legami con il governo di Riyadh, e sul principale dei suoi collaboratori, un altro cittadino saudita chiamato Osama Bassnan.

Un documento redatto dall'ufficio dell'FBI di Washington nel 2017 (a pagina 506 del PDF) afferma che prima dell'11/9 Omar al-Bayoumi riceveva uno stipendio dall'Al-Mukhabarat al-'Amma, la principale agenzia di intelligence saudita nota in inglese come General Intelligence Presidency, confermando così per la prima volta che l'uomo era un agente dell'intelligence saudita, attraverso il principe e ambasciatore Bandar bin Sultan Al Saud, il quale aveva stretti rapporti con la Casa Bianca e con il Presidente George W. Bush, al punto che veniva soprannominato "Bandar Bush". Al-Bayoumi riportava le informazioni che riusciva a trarre sui terroristi che stava seguendo allo stesso ambasciatore, il quale a sua volta li riportava all'Al-Mukhabarat al-'Amma. L' ufficio di Washington scrisse in un'altra nota dello stesso anno (a pagina 451) che le probabilità che al-Bayoumi conoscesse i piani dei due dirottatori prima degli attacchi è del 50%, di fatto non giungendo a una risposta certa.

Lo stesso file PDF contiene il verbale di un interrogatorio condotto dall'ufficio di San Diego a una fonte che rimane anonima il 24 settembre 2001 (a pagina 79), cioè pochi giorni dopo gli attentati. La fonte, che conosceva Bassnan e al-Bayoumi da prima degli attentati, riporta che Bassnan diede l'impressione di essere stato a conoscenza delle intenzioni dei terroristi già da prima che gli attentati avvenissero, tuttavia ogni volta che discuteva di questi aspetti tendeva a cambiare discorso, contraddirsi e trattenersi dal rivelare altro. Se non vi è certezza, quindi, che al-Bayoumi sapesse cosa i due terroristi stavano per compiere, ci sono alte probabilità che Osama Bassnan lo sapesse. Come riportato dalle ormai celebri 28 pagine del Joint Inquiry, l'indagine governativa sull'11/9, pubblicate nel 2016, anche Bassnan ricevette in varie occasioni somme di denaro dal principe Bandar.

Il mistero sul coinvolgimento dell'Arabia Saudita è quindi ancora molto intricato, la strada verso il chiarimento di questi aspetti rimane lunga ma almeno è iniziata grazie all'ordine esecutivo firmato da Biden. Il lavoro dell'FBI e quello dei tribunali continua, nella speranza che le famiglie delle vittime possano prima o poi avere una risposta sulle responsabilità di chi ha favorito i terroristi che hanno ucciso i loro familiari.

2022/03/11

Il designato ventesimo dirottatore, che non prese parte agli attentati, è stato trasferito da Guantanamo all'Arabia Saudita

di Leonardo Salvaggio

Il Pentagono ha annunciato lo scorso 4 febbraio la scarcerazione dalla prigione di Guantanamo di Mohammed al-Qahtani, cittadino saudita che con ogni probabilità era il designato ventesimo dirottatore dell'11/9, l'uomo avrebbe dovuto completare la squadra del volo United Airlines 93 su cui viaggiavano solo quattro dirottatori e non cinque come sugli altri tre voli. Al momento di entrare negli USA, il 4 agosto del 2001, gli fu negato il permesso all'ingresso e per questo non fece parte del gruppo finale degli attentatori.


In una nota il Ministero della Difesa chiarisce che la decisione è stata presa da un comitato periodico che si riunisce allo scopo di verificare le condizioni dei detenuti di Guantanamo. Al-Qahtani è stato trasferito in un ospedale psichiatrico in Arabia Saudita in quanto soffre di stress post traumatico e schizofrenia e non può ricevere le cure necessarie in un penitenziario americano, in tali condizioni non è ritenuto pericoloso per la sicurezza degli Stati Uniti.

Al-Qahtani, che è detenuto a Guantanamo da dicembre 2001, non è mai stato processato. Dopo essere stato recluso, è stato sottoposto a torture quali privazione del sonno, pestaggi, esposizione a temperature estreme, isolamento o essere costretto ad abbaiare o indossare sul capo indumenti intimi da donna. I dettagli sono riportati in un verbale ottenuto e pubblicato dalla rivista Time nel 2006. Nel 2002 un ufficiale dell'FBI riportò di averlo visto parlare da solo, sentire voci inesistenti o passare ore rannicchiato in un angolo; gli stessi comportamenti sono stati riscontrati recentemente dai suoi legali e da uno psichiatra che lo ha visitato in cella. Nel 2009 un alto ufficiale del Pentagono responsabile delle commissioni militari di Guantanamo stabilì che per via delle torture subite al-Qahtani non potesse essere processato, ammettendo per la prima volta ufficialmente che i detenuti di Guantanamo avevano subito delle torture.

Ovviamente la decisione di scarcerarlo ha scatenato ampie polemiche, perché se in rimpatrio dei detenuti a Guantanamo è iniziato da anni, al-Qahtani occupa tra di loro un posto di rilievo essendo l'uomo che doveva diventare il ventesimo dirottatore. I legali del saudita ne avevano chiesto la scarcerazione già nel 2020, ottenendo un rifiuto dall'amministrazione Trump, al contrario l'amministrazione Biden ha abbandonato la disputa legale accettando il trasferimento. A seguito della recente decisione di scarcerazione tre senatori repubblicani, James Inhofe dell'Oklahoma, Jim Risch dell'Idaho e Marco Rubio della Florida, hanno mandato al Presidente Biden una lettera chiedendogli di sovvertire la decisione in quanto al-Qahtani può essere ancora un pericoloso terrorista.

Il Pentagono ha emesso una nota in cui ringrazia l'Arabia Saudita e gli altri partner per l'impegno nella ricezione dei detenuti che contribuisce a ridurre il numero degli occupanti del penitenziario, con lo scopo finale di chiudere la struttura come annunciato da Obama nel 2014. Al momento la prigione di Guantanamo ospita altri trentotto detenuti, di cui diciannove per i quali è già stato autorizzato il rimpatrio. Nel 2003 i detenuti erano quasi settecento, il percorso intrapreso a partire dall'amministrazione Obama è quindi molto chiaro.



Fonti:

2022/03/03

Pubblicato un presunto nuovo video dello schianto del volo United Airlines 175 contro la Torre Sud del World Trade Center

di Leonardo Salvaggio


Circa una settimana fa, a fine febbraio 2022, lo YouTuber Kevin Westley ha pubblicato sul proprio canale YouTube un video probabilmente inedito dello schianto del volo United 175 contro la Torre Sud. Il video è girato dalla zona di Battery Park, come si capisce dal fatto che il palazzo al 39 di Battery Place (che ospita anche lo Skyscraper Museum) è, rispetto all'osservatore, a sinistra delle torri. Il filmato mostra il velivolo, ripreso da terra da sud, volare sopra la folla e schiantarsi contro la torre tra le urla di chi assiste all'attentato.

Secondo quanto dichiarato da Westley nella descrizione, il video è su YouTube da anni, ma l'autore avrebbe dimenticato di impostarlo come public, tenendolo pertanto privato per sé e si sarebbe accorto dell'errore solo recentemente. Il video dura 8:46 minuti, ma il girato è di poco più di cinque minuti, dopo i quali si vedono circa quindici secondi verosimilmente successivi ai crolli e poi lo schianto dell'aereo a velocità rallentata.

Al momento il video sembra effettivamente inedito, in quanto né a Undicisettembre né ad altri ricercatori a livello internazionale risulta di averlo visto in precedenza.

2022/02/23

World Trade Center: intervista al sopravvissuto Aris Papadopoulos

di Leonardo Salvaggio

È disponibile sul mio canale YouTube l'intervista al sopravvissuto Aris Papadopoulos che si trovava nel World Trade Center 3, l'hotel Marriot che sorgeva tra le Torri, quando il primo aereo colpì. L'intervista è disponibile solo in inglese.

Ringraziamo Aris Papadopoulos per la sua cortesia e disponibilità.


2022/02/17

L'amministrazione Biden vuole destinare 3,5 milioni di fondi afghani alle famiglie delle vittime dell'11/9

di Leonardo Salvaggio

L'11 febbraio 2022 il Presidente Joe Biden ha emesso un ordine esecutivo in cui ordina il blocco dei fondi afghani depositati presso la Federal Reserve Bank di New York dal governo di Kabul caduto lo scorso agosto in seguito alla seconda salita al potere dei Talebani. L'amministrazione Biden chiederà quindi a un giudice il permesso di spostare metà del capitale, che assomma a sette milioni di dollari, ai fondi per gli aiuti umanitari per la popolazione afghana e l'altra metà alle famiglie delle vittime dell'11/9. Il precedente governo afghano, che è stato al potere fino ad agosto 2021, aveva depositato nove milioni di dollari, provenienti principalmente da donazioni di governi occidentali raccolte tra il 2001 e il 2021, in banche estere. Oltre a questi sette ve ne sono infatti altri due divisi tra Germania, Svizzera ed Emirati Arabi.


Il New York Times ha spiegato in un recente articolo che è estremamente inusuale che gli USA si impossessino di fondi appartenenti a governi esteri depositati sul suolo americano, tuttavia in questo caso la situazione è singolare. Il governo che li ha depositati, infatti, non esiste di fatto più da quando i Talebani hanno ripreso Kabul; al contempo sarebbe illegale restituire i fondi ai Talebani perché condurre transazioni finanziarie con loro è vietato dalle delle sanzioni antiterrorismo messe in atto proprio dagli USA. Un'altra ipotesi avrebbe potuto essere quella di lasciarli bloccati finché un governo legittimo possa rovesciare quello dei Talebani, ma non c'è alcuna certezza che questo possa mai succedere. Sempre il New York Times specifica che non è chiaro come il governo USA abbia ottenuto l'autorizzazione a disporre di quel denaro; una clausola del Federal Reserve Act, la legge costitutiva della banca centrale americana, permette di disporre di denaro depositato negli USA da un altro governo nel caso in cui un rappresentate di quest'ultimo, riconosciuto dal Segretario di Stato, ne dia il benestare. Tuttavia in questo caso il governo che ha depositato i fondi non esiste più e non è quindi chiaro chi possa averlo rappresentato.

I fondi da trasferire al popolo afghano verrebbero spostati attraverso un fondo fiduciario per evitare che finiscano nelle mani dei Talebani. Se il fatto di destinare parte dei fondi agli aiuti umanitari è stato accolto con unanime favore, la scelta di destinarli alle famiglie delle vittime dell'11/9 ha invece suscitato, come è ovvio, ampie polemiche. Un gruppo di 150 famiglie delle vittime ha chiesto parte dei fondi come risarcimento in seguito alla causa legale intentata contro al-Qaeda e i Talebani, vinta dalle famiglie nel 2012 in quanto la controparte ovviamente non si è presentata in tribunale. Le famiglie sostengono che il denaro depositato negli USA debba quindi essere bloccato e destinato a loro. Tale posizione si presta ovviamente a molte critiche, a partire dal fatto che i fondi nella Federal Reserve Bank non sono dei Talebani, ma del governo istituito a seguito della loro caduta nel dicembre 2001. Il portavoce dei Talebani Mohammad Naeem ha scritto su Twitter l'11 febbraio che quello che l'amministrazione Biden vuole compiere è un vero e proprio furto nei confronti dell'Afghanistan, anche alcuni dei rappresentanti delle famiglie delle vittime hanno definito la scelta di Biden un tradimento ai danni del popolo afghano e Shah Mohammad Mehrabi, membro del consiglio di amministrazione della banca centrale afghana ed ex professore di economia al Montgomery College nel Maryland, ha commentato che sarebbe meglio devolvere l'intera cifra alla Da Afghanistan Bank (la banca centrale di Kabul) affinché possa riprendere le proprie attività il modo indipendente dai Talebani, rispetto ai quali deve essere considerata un organo scollegato. Anche uno dei consiglieri del precedente governo afghano, Torek Farhadi, si è opposto alla decisione sostenendo che non sia legale che uno stato possa appropriarsi di fondi di un altro stato con una decisione unilaterale.

La scelta dell'amministrazione USA ha scatenato proteste in Afghanistan anche tra la popolazione, dove un gruppo di manifestanti si è radunato davanti alla moschea Eid Gah di Kabul per esprimere il proprio dissenso subito dopo l'emissione dell'ordine esecutivo. La strada per la destinazione dei sette milioni è ancora lunga, ma sembra già tracciata lungo un percorso che causerà polemiche e strascichi.



Fonti:

2022/02/01

Come al-Qaeda finanziò gli attentati dell'11 settembre

di Leonardo Salvaggio

Uno degli aspetti meno noti degli attentati dell'11 settembre è come al-Qaeda abbia trovato le risorse economiche per finanziare le attività necessarie a compiere un attacco su tale vasta scala. Secondo la monografia Terroris Financing della commissione di indagine sull'11/9, il costo totale dell'operazione era compreso tra 400.000 e 500.00 dollari; si tratta ovviamente di una cifra molto significativa che richiede sforzi e organizzazione per essere raccolta.


La commissione nel proprio testo chiarisce anzitutto come al-Qaeda fosse finanziata in generale. Secondo una diffusa credenza Osama bin Laden avrebbe ereditato 300 milioni di dollari dalla morte del padre; tuttavia si tratta di una notizia infondata in quanto quando l'Arabia Saudita gli revocò la cittadinanza nel 1994 costrinse la famiglia bin Laden a vendere a terzi le quote dei beni della famiglia che sarebbero stati di Osama; pertanto i 300 milioni finirono altrove e non nelle casse del terrorista. Osama bin Laden ricevette un milione all'anno dal 1970 al 1993, che assommano comunque a una somma importante, ma lontanissima dai presunti 300 milioni.

Secondo la commissione i fondi di al-Qaeda provenivano da donazioni raccolte nelle moschee e dagli imam, e da organizzazioni di beneficienza deviate o nelle quali al-Qaeda si era infiltrata; essendo la beneficenza uno dei cinque pilastri dell'Islam, era molto facile per al-Qaeda ottenere versamenti da parte del popolo. Le donazioni arrivavano principalmente dall'Arabia Saudita e da altre nazioni della zona del Golfo Persico. Il rapporto chiarisce anche che, contrariamente a quanto si può pensare, al-Qaeda non traeva i propri fondi da enti statali o dal traffico di droga o di diamanti insanguinati (noti in inglese come conflict diamonds, secondo la definizione delle Nazioni Unite si tratta di diamanti estratti da zone controllate da fazioni opposte ai governi legittimi e venduti clandestinamente per finanziare azioni contro i governi stessi).

La monografia spiega quindi quali mezzi al-Qaeda abbia utilizzato per muovere il denaro necessario a finanziare gli attentati. Prima che entrassero negli USA i dirottatori non ricevettero somme significative da al-Qaeda ma si mantennero da soli. Una volta entrati negli Stati Uniti al-Qaeda mise a disposizione dei propri uomini circa 300.000 dollari. Il denaro non era destinato solo ai diciannove dirottatori ma anche ai coordinatori come Ramzi Binalshibh e Mustafa al-Hawsawi. Secondo l'indagine governativa, nota per brevità come Joint Inquiry, la cifra è invece compresa tra 175.000 e 250.000 dollari, probabilmente perché considera solo il denaro inviato ai diciannove dirottatori. Le principali spese coperte da questa somma furono principalmente vitto e alloggio per terroristi, l'iscrizione alle scuole di volo, i viaggi necessari per gli incontri tra gli organizzatori e gli stessi biglietti aerei dell'11 settembre 2001.

Per inviare il denaro ai terroristi negli USA, al-Qaeda utilizzò tre canali: bonifici bancari provenienti dagli Emirati verso i conti correnti che i dirottatori avevano aperto presso banche americane, carte di credito o prepagate legate a conti correnti esteri principalmente in Arabia Saudita e negli Emirati, denaro importato dall'estero sotto forma di contante o di traveler's cheque. Il primo dei tre canali fu quello maggiormente utilizzato, in quanto servì a spostare circa la metà dell'intero ammontare.

I dirottatori non ricevettero, secondo il rapporto, sovvenzioni da dentro gli USA, se non in un singolo caso di poco rilievo: il saudita Yazeed al Salmi, che si trovava negli Stati Uniti con un visto per studenti, versò 1900 dollari sul contro che Nawaf al-Hazmi (uno dei dirottatori del volo che finì contro il Pentagono) aveva aperto alla Bank of America a San Diego, prendendoli da 4000 dollari in traveler's cheque acquistati a Riyahd. Il rapporto specifica anche che al-Qaeda non utilizzò mezzi di spostamento di denaro che potrebbero apparire ovvi o semplici: ad esempio, i dirottatori non si finanziarono da soli, né con lavori legali né con attività criminali, non ricevettero fondi governativi e non fu utilizzata l'hawala (sistema di scambio di valori basato su una rete di mediatori diffuso nel mondo islamico che al-Qaeda aveva utilizzato in passato per spostare denaro dal Golfo Persico all'Afghanistan o al Pakistan).

La commissione si è anche interrogata sul perché l'intelligence non abbia intercettato questi scambi di denaro prima degli attentati. Il motivo risiede nel fatto che le indagini sul finanziamento al terrorismo non erano considerate prioritarie prima del 2001 e quindi le informazioni raccolte erano spesso lacunose e non condivise tra le agenzie, inoltre i controlli sul riciclaggio di denaro erano concentrati sulle indagini sul traffico di narcotici e sulle frodi finanziarie e non sul terrorismo o sugli omicidi di massa. In ultimo i terroristi riuscirono a eludere i controlli delle banche perché spostavano piccole somme ogni volta, rendendo così impossibile distinguere le transazioni lecite da quelle legate alla pianificazione di atti criminali.



Fonti:

2022/01/08

World Trade Center: an interview with survivor Nicholas Cagliuso

by Leonardo Salvaggio. An Italian translation is available here.

On the morning of September 11th Nicholas Cagliuso was in his office on the 86th floor of the North Tower when the first plane crashed. To tell us his story about that they and its consequences, Cagliuso accepted our proposal for an interview we are today offering our readers.

We would like to thank Nicholas Cagliuso for his kindness and his time.





Undicisettembre: Can you give us an account of what happened to you on 9/11?

Nicholas Cagliuso:
At that time, I was working as a management associate for the Port Authority at the World Trade Center. On that morning, my father, who also had worked for the Port Authority and had retired in 1996, drove me from our home in Brooklyn to the front of One World Trade Center as he had done many times. I was married with a young child and my wife was expecting our second child. He dropped me off and he went to Jersey City, New Jersey, to visit his former colleagues.

I went up to the offices and it was maybe 8:20 or 8:30. I was at the 86th floor, 8647 was the suite we were in; I had only begun in July, so I had been there for only two months. I was in the office with one of my colleagues and our manager; we had an interior office with no windows. When the first plane struck rather than the sound, which was of course very loud, what I recall is the movement. At that moment I thought it was an air conditioner that had exploded, of course never thinking it was a commercial airliner. Our manager had a heart condition, and I had an EMS background, so immediately my colleague and I went to see her. She was fine, but same as us she was wondering “What was that?”

There were no announcements, and we started to smell smoke and to hear sounds. As the smoke got a bit heavier, we thought “Maybe we should try and get some of these windows open”. My colleague and I went into a corner office of a gentleman who ended up being killed on that day; between two file cabinets there was a hammer. I thought with my EMS and fire science background we might be able to break some of those windows; we went down the hall, the windows were floor to ceiling, and with all my might I started smashing one particular window. I will never forget saying to my colleague “When we come back here next week, they are going to say, ‘Who the hell broke that window?’ I am a new employee, that’s going to be a year of salary to replace that window.”

Lo and behold the winds up there are quite significant compared to being on the ground and they almost blew a door off its hinges. The smoke was clearing somewhat, I went to another corner office from where I could see the Verrazano Bridge and the Statue of Liberty when I saw something striking office furniture such as tables and chairs was coming out from above us and falling out of the building. We understood that clearly something was going on. We went to our pantry area, and we could hear people screaming, we weren’t sure what it was until we realized one of the walls was the elevator shaft and there were people trapped in the elevator. I remember climbing on a small couch saying, again unrealistically, “If we could just open this wall and get to the top of this elevator car, we could get the hatch and get these people out”. Again, in that moment I was not thinking logically.

A few minutes later, the second plane hit and that precipitated things because it meant “Whatever it was, happened again” and it was more impactful than our building being hit. We said “Okay, let’s get out of here.” We ventured out to the nearest staircase; the staircase was empty, now of course we know why, because very few people were able to descend from floors above us. There were a man and a woman, he was covered in blood because he had been hit with something. My colleague, our manager, and I started going down; lights were on, there was no smoke, nothing was hitting us, there was no water pouring on us. We got down to one of the sky-lobbies and went across the floor; there the building was pitch black some of the elevator shafts were open with no car, there were Port Authority people telling us “Be careful, don’t fall down.”


We kept going and going and crisscrossing, meaning changing the staircase that we were in because the building had shaken enough you could not get some of the doors open, so when you were in a particular staircase you could only get so far. We got to the fifties and there was no clear information about what was going, you would hear people saying “It was a plane” but you would think “Maybe a little Cessna” because it was a beautiful crystal-clear day.

We kept going and we reached the twentieth floor and Port Authority police and NYPD asked for people who could do CPR; I stepped up, they gave me a helmet but thankfully no one needed CPR. There was an older woman who could not ambulate; with three other people we each took one of her limbs and carried her down a few flights, unfortunately I don’t remember what happened there.

We made it down to the third floor and we were hearing these thuds which I am retrospectively certain were bodies hitting the ground . At the third floor we heard a tremendous earthquake like sound and the lights started to flicker; that was Tower 2 falling. I got cell service and I called my wife to say, “I’m okay”. She thought I had gone to the Trade Center and took a pool car the Port Authority owned to go to a meeting in Staten Island, so she thought I was there.

When I got to the plaza level, I saw on the ground an airplane seat, which wasn’t a small plane seat but a commercial plane seat. I made it down the “Survivor’s Staircase” to Church Street and the debris was up to my calf of so.

I walked five blocks or so among people screaming and the second Tower came down. I walked to Canal Street, I walked over the bridge and into Brooklyn.


Undicisettembre: What time did you get home?

Nicholas Cagliuso: A few hours later, probably early afternoon or so.


Undicisettembre: What was the reaction of your family when they saw you?

Nicholas Cagliuso: My in-laws were there; my mother was there and our son Nick III was in his crib jumping up and down and screaming “The buildings fall down! The buildings fall down!”, he was processing it that way. He was a year and a half old. My uncle Benny, from Sicily, came to the side door saying “The poor fellow! The poor fellow!” thinking I was gone.

My father ended up driving through New Jersey and northern New York through Westchester. He got home and he did not say much to me, but there was no need to speak. We both knew what just happened. He was watching the smoke from the other side of the Hudson River.


Undicisettembre: What happened to you on the following days?

Nicholas Cagliuso: The following days are one big blur. I can’t give you details because I don’t recall them, I recall phone calls from the Port Authority because I was on the “missing” list and that went on for days. I would answer “It’s Nick, I’m fine, take me off the list”.

One thing I remember was the smell, even though we lived in Brooklyn , miles away. A smell I’ve never sensed before, it wasn’t just smoke, but also human remains and a unique pungent scent that I had never experienced. I don’t remember when it ended but I never sensed that again since.


Undicisettembre: When and how did you restart working after 9/11?

Nicholas Cagliuso: It became an all-hands effort because those were our buildings. To me it was also very personal because also my father had worked for the Port Authority from 1968 to 1996, he was a materials technician on the World Trade Center, he was part of sampling steel, paint, concrete and things of the sort. So, there was a very, very strong personal component.

We ended up going to the Port Authority Technical Center in Jersey City and essentially just working on emergency management, business continuity and disaster recovery. I was there for several months, it was taking me two and a half hours each way to drive from Brooklyn, through Staten Island and through New Jersey to get there. Even with the unimaginable loss, everyone pitched in. With our colleagues killed and our headquarters gone, people just pushed on and The Port Authority made sure not one of us ever never missed a paycheck. There was a real, real sense of commitment and unity that was unprecedented.


Undicisettembre: Did you go to Ground Zero for the twentieth anniversary celebration?

Nicholas Cagliuso: I did not. I deliberately avoided it for years and I’ve never been to any anniversary ceremony, it’s my personal emotional decision. I think about it every day, I think about my colleagues, and how it changed the world. I started working in Lower Manhattan again in 2014; one day I was walking, turned around and “Woo, there it is!” and I got very upset. A few years ago my wife, my kids and I had gone to a restaurant right outside the World Trade Center; they sat us at the table, and, I looked out of the window and there was one of the pools and I got very upset. So, I think of this as a coping mechanism, I avoid the area. I haven’t gone to the pools or the museum itself.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories according to which 9/11 was an inside job?

Nicholas Cagliuso: I am a very evidence-based person and I am not aware of any evidence that supports any conspiracy theory. Simply because somebody has an opinion it does not make it a universal fact or an absolute truth. In twenty years, I haven’t seen anything that convinces me about those theories and those ideas.

Moreover, the fact that those buildings withstood those impacts and fires, and that so many people made it out alive is extraordinary. My father is now 90 years old and I talk to him every day, I tip my hat to him and those people, you couldn’t fathom that scenario, yet the basic physics of what those buildings withstood, the load and the heat, to have that rescue mission thanks to the hands of God working through FDNY, NYPD, PAPD, EMS and so many others, is extraordinary. Absolutely extraordinary.


Undicisettembre: What is in your opinion the standing of the USA in the world twenty years after? Is the nation stronger or weaker than before?

Nicholas Cagliuso: Well, you can’t rest on your laurels, you can’t say “We are the USA and so on and so forth”, that alone doesn’t cut it. The social divisions have been very detrimental for the US. Our full name starts with “united”, so we should be one. Not necessarily the same, but one. The recent social issues have not strengthened us. The good news is that the pendulum swings towards equilibrium and we regress to the mean, but I do think the divisiveness had divided us internally and externally. And I am a firm believer that families, teams and nations largely succeed from the inside out; it’s very easy to play victim and point externally to blame somebody else, but I think strength and weakness largely comes from inside. There are significant opportunities, particularly on social issues that the US needs to continue work on.