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2009/04/06

Rivista scientifica: "materiale termitico" nelle macerie del WTC

di Paolo Attivissimo, con il contributo di Screwloosechange e degli utenti del forum della James Randi Educational Foundation. L'articolo è stato aggiornato e ampliato dopo la pubblicazione iniziale.

E' stato pubblicato nell'Open Chemical Physics Journal un articolo, intitolato Active Thermitic Material Discovered in Dust from the 9/11 World Trade Center Catastrophe, che asserisce la presenza di "materiale termitico non reagito" ("unreacted thermitic material") in alcuni campioni di polvere provenienti dalle macerie del World Trade Center.

L'articolo è firmato da Niels H. Harrit, Jeffrey Farrer, Steven E. Jones, Kevin R. Ryan, Frank M. Legge, Daniel Farnsworth, Gregg Roberts, James R. Gourley e Bradley R. Larsen.

Alcuni di questi nomi saranno familiari ai lettori di Undicisettembre: Steven Jones e Kevin Ryan, per esempio, sono fra i più assidui assertori delle teorie di demolizione controllata del World Trade Center; Roberts e Gourley sono membri di associazioni che sostengono queste ed altre teorie di complotto riguardanti gli eventi dell'11 settembre 2001. Altri nomi, compreso quello del primo firmatario, sono meno noti.


Chi è Niels Harrit?


Niels H. Harrit (immagine qui a destra, tratta da questa apparizione televisiva danese) è il firmatario principale dell'articolo, che lo associa al "Department of Chemistry, University of Copenhagen, Denmark". Secondo il dipartimento di chimica in questione, ha il ruolo di "lektor" e un notevole elenco di pubblicazioni scientifiche in campo chimico.

Alcuni suoi scritti lo presentano come "Associate Professor at the Department of Chemistry, University of Copenhagen", con una dicitura ("has been") che sembra indicare che non sia più in attività, ma è possibile che si tratti di un semplice errore grammaticale. Cosa più importante, questi stessi scritti indicano che il suo sostegno alle teorie cospirazioniste è basato su premesse fasulle.

Per esempio, sostiene che il crollo del WTC7 fu anomalo perché richiese soltanto 6,4 secondi; ma i dati sismografici e le registrazioni video indicano che il crollo durò almeno 13 secondi, ossia almeno il doppio di quanto asserito da Harrit.

Sostiene che nessuna struttura in acciaio fosse mai crollata prima per incendio, mentre abbiamo visto che non è affatto così (dettagli; altri dettagli).

Sostiene che il mancato crollo completo della Windsor Tower di Madrid dimostra che le Torri Gemelle non dovevano crollare, ma abbiamo visto che la Windsor Tower aveva una struttura in cemento armato e acciaio (mentre il WTC aveva soltanto elementi strutturali in acciaio), per cui il paragone è grossolanamente errato. Anzi, tutta la parte in acciaio della Windsor Tower crollò, nonostante l'edificio non fosse stato colpito da un aereo di linea e non fosse stato incendiato da oltre 30.000 litri di carburante (dettagli).

In altre parole, Harrit è un esperto nel proprio settore, ma come spesso avviene, quando esce dal proprio campo di competenza rischia di sbagliarsi tanto quanto qualunque altra persona se gli vengono passate informazioni errate e non si ferma a verificarle.


L'importanza del "materiale termitico"


Steven Jones, altro firmatario dell'articolo ed ex professore di fisica alla Brigham Young University, sostiene da tempo che le Torri Gemelle sarebbero state demolite grazie a una sostanza a base di termite, una miscela incendiaria usata per le saldature in vari campi, che sarebbe stata applicata a mo' di vernice alla struttura dei grattacieli e innescata (sempre secondo Jones) tramite impulsi radio: una tesi presentata dal professore anche durante il programma radiofonico Air America Radio (8 maggio 2008), come descritto qui a suo tempo.

L'articolo dell'Open Chemical Physics Journal è quindi significativo, perché sembra dare un inizio di base scientifica a questa tesi. Infatti i siti cospirazionisti celebrano questa pubblicazione come un successo, come si può leggere su Luogocomune.net, su Megachip.info o su Effedieffe.com, che traduce in italiano la segnalazione in inglese di 911blogger.com:

In breve, il documento cancella la versione ufficiale secondo cui “non esistono prove” per dimostrare la presenza di materiale esplosivo/pirotecnico negli edifici delle Torri Gemelle.

(da Effedieffe.com)



Clamoroso: trovata sabbia nel deserto, acqua nel mare


Tanto entusiasmo pare lievemente prematuro. Lascio la discussione estesa dei dettagli tecnici al parere dei chimici di Undicisettembre, che stanno esaminando l'articolo, ma va segnalato il commento a caldo dei tecnici del James Randi Educational Forum.

L'articolo di Harrit, Jones et al. afferma, in sintesi, che le analisi hanno trovato ossido di ferro e alluminio in alcuni campioni di polvere e macerie minute del WTC. Secondo Steven Jones e colleghi, questo dimostrerebbe inequivocabilmente che al WTC fu presente della termite, che è appunto costituita principalmente da ossido di ferro e alluminio.

Ma i tecnici del JREF notano che c'era un'altra cosa che al WTC conteneva ossido di ferro (ruggine) e alluminio: la struttura stessa degli edifici. Le Torri Gemelle, infatti, erano costruite in acciaio (ossia ferro e carbonio) e rivestite in alluminio, e le vernici protettive anticorrosione che si applicano all'acciaio spesso contengono alluminio e ossido di ferro (come si può vedere per esempio qui e qui). Per non parlare del fatto che gli arredi degli uffici presumibilmente includevano parti in alluminio e del fatto che quella mattina furono aggiunte alle Torri Gemelle grandi quantità di alluminio: quello degli aerei.

Detta così, è come stupirsi di aver trovato sabbia nel deserto o acqua nel mare. Sembra che Harrit, Jones e colleghi, invaghiti della teoria della termite e ansiosi di trovare conferme, siano stati troppo frettolosi nell'escludere le altre possibili cause dei risultati analitici. Prima di saltare alla conclusione clamorosa che si tratta di termite, andrebbero escluse sistematicamente tutte le altre possibili origini di questi risultati: ma questo non è stato fatto.

Aspettiamo comunque il giudizio degli esperti che Undicisettembre sta consultando: intanto possiamo esaminare altri aspetti di questo apparente scoop pro-complotto.


Quand'anche fosse?


La teoria termitica sembra implausibile anche per motivi di ordine logico.

Supponiamo, per amor di discussione, che quella trovata da Harrit, Jones e colleghi sia davvero una sostanza termitica. I dati dell'articolo parlano di strati residuali sottilissimi, misurati in micron, ossia millesimi di millimetro ("Thicknesses vary from roughly 10 to 100 microns for each layer"), assolutamente insufficienti a fondere rapidamente le spesse lastre d'acciaio che formavano le colonne delle Torri Gemelle, come prevede la tesi della demolizione tramite termite.

Secondo quanto scritto dagli stessi complottisti in questo articolo del 2007, riveduto da Frank Legge, che è uno dei coautori del nuovo articolo, nel caso migliore ci vuole 1 grammo di termite per fondere 1,88 grammi di acciaio (grafico qui sopra, tratto dall'articolo del 2007). Il NIST è più generoso e dice nelle sue FAQ che bastano circa 130 grammi di termite per fondere 1 chilogrammo d'acciaio.

Come potrebbe uno strato di termite (o nanotermite o supertermite che dir si voglia) spesso al massimo un decimo di millimetro fondere di colpo delle colonne d'acciaio consistenti come quelle del World Trade Center? Anche supponendo che si tratti davvero di termite o simili, non ce n'è abbastanza per tranciare le colonne. E questo si evince dai dati degli stessi cospirazionisti.

Anche volendo essere più generosi con le ipotesi e supponendo che quel decimo di millimetro sia solo la termite residua, quanto avrebbe dovuto essere spesso lo strato originale per riuscire a tranciare le colonne? E perché la termite avrebbe dovuto lasciare residui incombusti? Come e quando sarebbe stata collocata senza che nessuno se ne accorgesse? Come sarebbe stata innescata? In che modo sarebbe stata tenuta a contatto con delle colonne verticali durante la sua violentissima reazione chimica? L'articolo di Jones e colleghi non spiega nulla di tutto questo.

In altre parole, ancor prima di approfondire gli aspetti tecnici dell'articolo, se ne accettiamo le conclusioni ci troviamo di fronte a una ulteriore serie di assurdità irrisolte dalla tesi cospirazionista. Questo fa pensare che la tesi sia errata e che quindi vi sia un'altra spiegazione per la presenza di questo materiale.

Se Harrit, Jones e colleghi vogliono sostenere seriamente la loro tesi, che facciano una prova molto semplice: spalmino la termite (super o nano o sol-gel o come la preferiscono) su una colonna verticale di struttura e spessore pari a quelle delle colonne del WTC, la inneschino (nel modo che preferiscono) e ci facciano vedere che si trancia in meno di dieci secondi. Undicisettembre è disposto a pagare il campione d'acciaio pur di assistere a questo fenomeno fantascientifico.

In breve: da qui a dire che quest'articolo di Harrit, Jones e colleghi "cancella" la ricostruzione tecnica fatta dal NIST e le testimonianze dei vigili del fuoco ce ne passa eccome.


Cos'è l'Open Chemical Physics Journal


C'è di più. Ci si potrebbe chiedere con incredulità come una rivista scientifica possa aver pubblicato un articolo contenente un errore logico apparentemente così madornale nelle sue conclusioni. Dopotutto, è noto che queste riviste sottopongono ogni articolo a una rigorosa selezione e all'impietosa revisione di colleghi (un processo chiamato peer review).

Ma c'è un fatto che chi non frequenta le riviste scientifiche per lavoro probabilmente non sa: non tutte queste pubblicazioni sono uguali, esattamente come non lo sono i giornali generalisti. Come ci sono quotidiani autorevoli e giornali spazzatura, così ci sono riviste scientifiche di alto livello e riviste di scarso valore.

L'Open Chemical Physics Journal ricade, secondo i dati finora disponibili, in questa seconda categoria: questa rivista pubblica qualunque cosa, basta che l'autore paghi, e non c'è nessuna revisione significativa da parte di esperti. Anche altre riviste blasonate chiedono un onorario di pubblicazione e revisione, ma nel caso dell'OCPJ sembra (stando a quanto emerso finora) che pagare sia l'unico criterio di selezione.

Secondo questa discussione su un forum dell'Università di Yale, l'editore del Journal, la Bentham Science Publishers, effettua addirittura operazioni di spamming alla ricerca di autori che scrivano articoli sulle sue riviste e persino di revisori che valutino questi articoli, ossia l'esatto opposto di quello che avviene nelle riviste normali, dove i ricercatori lottano non poco per riuscire a farsi pubblicare ed essere addirittura revisori è un attestato di esperienza e professionalità ambitissimo.

Un chiaro esempio del livello di serietà dell'Open Chemical Physics Journal arriva da Chris Reed, Distinguished Professor of Chemistry presso la University of California - Riverside, che nota il comportamento della Bentham nella lista di discussione CHMINF-L:

Nell'ultimo mese ho ricevuto ben tre inviti a far parte dei comitati di redazione di nuove riviste della Bentham – "Notizie di questo", "Frontiere di quello"nessuno dei quali ricadeva nei campi in cui sono effettivamente esperto.

In the past month, I have received no less that three invitations to join the editorial boards of new Bentham journals -- "Current this", "Frontiers of that" -- none in areas of my real expertise.


L'abitudine della Bentham di reclutare membri del comitato di redazione (editorial board) fra persone che non hanno alcuna competenza nella materia che vengono chiamati a valutare è testimoniata anche dal giornalista Richard Poynder, che la commenta qui:

Dopo la prima ondata d'entusiamo, tuttavia, i ricercatori cominciarono a mettere in dubbio le attività della Bentham, anche perché molti degli inviti che ricevevano sembravano decisamente mal mirati. Per esempio, gli psicologi venivano invitati a contribuire articoli sull'ornitologia; i ricercatori sulle politiche per la salute venivano invitato a inviare articoli di chimica analitica; e gli economisti ricevevano inviti a inviare articoli sulla ricerca sul sonno oppure, ancora più bizzarramente, ad unirsi al comitato di redazione di riviste sull'educazione. Questo ha inevitabilmente sollevato preoccupazioni sulla probabile qualità di queste nuove riviste, specialmente perché ai ricercatori veniva chiesto di pagare da 600 a 900 dollari per volta per il privilegio di esservi pubblicati.

Per aggiungere l'ingiuria al danno, alcuni degli inviti ricevuti dai ricercatori erano indirizzati a una persona completamente diversa o il campo del nome era vuoto e riportava semplicemente "Egregio Dott., ...". Era difficile non sentirsi più insultati che lusingati nel ricevere lettere di questo genere.

Oltretutto quello che era chiaramente un invio postale di massa automatizzato si stava dimostrando un po' troppo generoso con i suoi inviti, spedendoli non solo a ricercatori, ma a chiunque: per esempio, in almeno una occasione un giornalista (che ha chiesto di non essere nominato) è stato sorpreso di ricevere dalla Bentham una lettera che lo invitava a inviare un articolo "sulla base dei suoi contributi precedenti al campo della scienza dell'informazione". Come lui stesso spiega, "La cosa mi ha sorpreso abbastanza, visto che come giornalista scientifico in attività non sapevo di aver dato simili contributi!"

After the first flush of enthusiasm, however, researchers began to question Bentham's activities, not least because many of the invitations they were receiving seemed decidedly badly targeted. For instance, psychologists were being invited to contribute papers on ornithology, health policy researchers were being invited to submit papers on analytical chemistry and economists were being invited to submit papers on sleep research or, even more oddly, invited to join the editorial board of educational journals. This inevitably raised concerns about the likely quality of the new journals, particularly as researchers were being asked to pay from $600 to $900 a time for the privilege of being published in them.

To add insult to injury, some of the invitations researchers were receiving were addressed to a completely different person, or the name field was empty, and addressed simply to "Dear Dr.,". It was hard not to feel more insulted than flattered on receiving such letters.

Moreover, what was clearly an automated mass mailing exercise was proving a little profligate with its invitations, sending them out not just to researchers, but to any Tom, Dick or Harry. On at least one occasion, for instance, a journalist (who asked not to be named) was surprised to receive a letter from Bentham inviting him to submit a paper, "Based on your record of contributions in the field of information science." As he explains, "I was rather surprised by this, since — as a practicing science journalist — I wasn't aware that I had made any such contributions!"


Un'altra testimonianza arriva da Gunther Eysenbach, senior health care research scientist presso la University of Toronto:

Negli ultimi due mesi circa ho ricevuto ben undici mail dalla Bentham, tutte praticamente identiche per testo e forma, tuttte firmate da "Matthew Honan, Editorial Director, Bentham Science Publishers" o da "Richard Scott, Editorial Director, Bentham Science Publishers", che mi "invitavano" a inviare articoli di ricerca, revisioni e lettere a varie riviste (ho ricevuto una mail per ciascuna rivista!), fra cui "The Open Operational Research Journal", "Open Business Journal", "Open Management Journal", "Open Bioinformatics Journal", "Open Ethics Journal", "Open Analytical Chemistry Journal" e via dicendo – tutti inviti mandati a me "per via della sua eccellenza nel campo" [...]

La mail mi "invita" a inviare articoli e a pagare per la pubblicazione. [...] I ricercatori che avessero dubbi sulla reputazione e la levatura scientifica di una rivista dovrebbero controllare se la rivista stessa è indicizzata da Medline (nessuna delle riviste della Bentham lo è, nonostante la mail di spam suggerisca il contrario) e se la rivista riceve citazioni significative (si controlli Web of Science o Journal Citation Reports) prima di inviare alcunché a qualunque rivista Open Access.

In the past couple of months I have received no less than 11 emails from Bentham, all mostly identical in text and form, all signed by "Matthew Honan, Editorial Director, Bentham Science Publishers" or "Richard Scott, Editorial Director, Bentham Science Publishers", "inviting" me to submit research articles, reviews and letters to various journals (I got one email per journal!), including "The Open Operational Research Journal", "Open Business Journal", "Open Management Journal", "Open Bioinformatics Journal", "Open Ethics Journal", "Open Analytical Chemistry Journal" and so on - all of them sent to me "because of your eminence in the field" [...]

The bulk email "invites" me to submit articles and to pay for publication [... ] Researchers who are in doubt about the reputation and scientific standing of a journal should check if the journal is Medline-indexed (none of the Bentham journals is actually Medline-indexed, although the spam emails suggest otherwise), and whether the journal receives any significant citations (check Web of Science or the Journal Citation Reports) before submitting to any Open Access journal.


A tutto questo si aggiunge il dato che la rivista attualmente non ha impact factor. L'impact factor è un importantissimo indice di importanza settoriale, che si assegna a ogni rivista scientifica: viene calcolato sulla base della quantità e qualità delle citazioni di suoi articoli in altre riviste specialistiche.

L'Open Chemical Physics Journal non ha questo impact factor perché è stato fondato troppo recentemente per essere stato classificato, come ci ha confermato personalmente Nicola Pinna, Investigador coordenador (senior researcher) presso il Dipartimento di Chimica dell'Università di Aveiro, in Portogallo, che è membro del comitato di redazione (editorial board) della rivista, come si evince dal suo curriculum.

Pinna ha inoltre indicato che non ha "partecipato al 'reviewing' di questo articolo né come editor né come referee". Undicisettembre ha già preso contatto con l'editor in chief del Journal per conoscere l'iter reale di riesame e valutazione dell'articolo in questione.

Viene da chiedersi come mai Steven Jones, Kevin Ryan e gli altri autori dell'articolo si siano ridotti a pagare almeno 600 dollari (come indicato sopra) ad una rivista la cui reputazione è perlomeno equivoca, invece di sottoporsi all'esame di riviste più autorevoli di settore e conquistare quindi autorevolezza per le proprie teorie. Sembra quasi che il loro scopo sia screditare il cospirazionismo mediante gesti palesemente ridicoli. E' come se si vantassero di aver pubblicato un articolo di ginecologia in una rivista porno.

Al lettore attento non sfuggirà, inoltre, la profonda contraddizione della tesi cospirazionista, che sostiene l'esistenza di una congiura del silenzio da parte delle riviste scientifiche ma al tempo stesso si vanta di avere come prova una pubblicazione proprio su una rivista scientifica.



Zolfo al WTC, Steven Jones sbufala Zero e se stesso


C'è un altro aspetto interessante di questo articolo di Niels Harrit e Steven Jones: smonta una delle tesi presentate dal video Zero di Giulietto Chiesa e Franco Fracassi.

In questo video, infatti, Paolo Marini afferma che nelle macerie del WTC si nota la presenza "a livello della struttura granulare del materiale dell'acciaio" di "un elemento che normalmente non dovrebbe essere presente, e soprattutto in quantità cospicua, cioè dello zolfo."

Il video Zero afferma anche che "siamo molto sicuri della provenienza di questo metallo. Proviene da un materiale chiamato "termate", che è polvere di alluminio, ossido di ferro e zolfo." L'affermazione è fatta dallo stesso Steven Jones.

Ma adesso, in quest'articolo, Steven Jones non è più molto sicuro di questa provenienza e inseme ai colleghi offre a pagina 11 una spiegazione più che banale per la presenza dello zolfo che per Marini "normalmente non dovrebbe essere presente":

I grandi picchi di calcio e zolfo possono essere dovuti a contaminazione dal gesso proveniente dal materiale in cartongesso polverizzato negli edifici.

The large Ca and S peaks may be due to contamination with gypsum from the pulverized wallboard material in the buildings.


Che è esattamente quello che il NIST afferma da tempo in risposta al presunto mistero dello zolfo al WTC: si vedano, in proposito, le FAQ del NIST datate 2006, alla domanda numero 12. Un complottista DOC, insomma, avvalora la "versione ufficiale".

Siamo dunque tornati al solito copione: si scatenano facili entusiasmi per l'ennesima "prova" sfoderata dal virtuosismo investigativo dei ricercatori della verità, ma quando si va a verificare (e lo fanno i debunker, perché i complottisti sono incapaci di autocritica) si scopre che la "prova" non è altro che l'ennesima cantonata autolesionista. Sembra di essere ancora i tempi dell'ormai mitico "Seven is exploding".

Considerato il ripetersi periodico di questi autogol, viene quasi da chiedersi se si tratti di un'operazione di discredito dall'interno ben pianificata. Quale modo migliore per creare confusione e depistare le ricerche serie sull'11/9, che piazzare nel "movimento per la verità" dei personaggi che sappiano conquistare la fiducia incondizionata dei cospirazionisti, facciano montare l'entusiasmo e poi devastino psicologicamente il movimento rivelandosi dei ciarlatani e addirittura abbracciando progressivamente la versione ufficiale?

2006/07/18

I collassi del WTC: un mistero che non c'è mai stato

di John - www.crono911.org
“Nessun edificio in acciaio è mai crollato per il fuoco”...
“I WTC 1-2-7 sono stati evidentemente demoliti con esplosivi...”
“Sono caduti troppo diritti...”
“Sono caduti troppo velocemente....”


Sono alcune delle tante frasi che sentiamo ripetere, sino alla nausea, dai cospirazionisti. Ma quali sono le loro fonti?

Prima di rispondere a questa domanda, consentitemi di farne qualcuna a voi. Se aveste problemi al cuore, accettereste di farvi visitare da un professore di filosofia? Se doveste salire su una funivia, sareste tranquilli sapendo che la sua manutenzione è affidata a un fisico nucleare? E se foste accusati ingiustamente di un omicidio, vi fareste difendere da un professore di religione? Beh, queste sono le fonti con cui i cospirazionisti pretendono di dimostrare che gli edifici del WTC sono stati distrutti da esplosivi predisposti, e non dagli impatti degli aerei e dagli incendi.

Infatti le loro fonti sono:
  • un certo professor Steven Jones, esperto in fusione nucleare, un tipo un po' stravagante che è stato smentito dai suoi colleghi, che di recente avrebbe pure ritrattato le sue dichiarazioni, membro di una bizzarra congregazione religiosa mormonica, convinto sostenitore della tesi che Gesù Cristo è stato in Sud America;
  • poi c'è un tal professor David Ray Griffin, un professore di filosofia della religione e teologia;
  • per non parlare di James H. Fetzer, professore di filosofia;
  • e poi ci sono i soliti registi acchiappa-polli, scrittori in cerca di gloria (e soldi).
Badate bene. Sono passati 5 anni dall'11 settembre del 2001, e non c'è ancora un solo ingegnere strutturale in tutto il mondo che abbia detto: "Ehi! Ma si vede lontano un miglio che quelle torri sono venute giù con gli esplosivi!" Personalmente, io di ingegneria strutturale e collassi ci capisco poco. E lo ammetto. Però quando mi fa male un dente, vado dal dentista, non dal professore di religione.

Quindi mai e poi mai mi sognerei di mettermi a discutere su un simile argomento (demolizioni da esplosivi e collassi strutturali) con un professore di filosofia... o con un regista che non distinguerebbe una mina anticarro da un frisbee...

C'è invece un fatto, ed è che decine di migliaia di ingegneri ed esperti (esperti veri) in tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Cina, hanno analizzato i collassi del WTC e pubblicato studi di migliaia e migliaia di pagine, con ricerche, simulazioni e analisi, e nessuno di loro ha avuto il benché minimo dubbio che si sia trattato di collassi dovuti al concomitante effetto degli impatti e del calore sprigionato dagli incendi.

Se permettete, io credo a loro, e non accetto discussioni in proposito.

Quello che segue è un elenco di alcuni studi fatti nel mondo sui collassi del WTC, studi cui hanno preso parte migliaia di ingegneri strutturali, esperti veri, analisti e ricercatori.

Si tratta di un elenco tratto dall'ultima versione del documento Crono911, in preparazione (la versione precedente è scaricabile sul sito Aereimilitari.org). Vediamo questi studi.

FEMA / ASCE World Trade Center Performance Study (2002) - Rapporto FEMA403 (link)


Il FEMA e l'ASCE (Società Americana degli Ingegneri Civili) hanno costituito un gruppo congiunto, denominato PBS, che ha studiato il comportamento delle strutture del WTC in seguito agli attentati dell'11 settembre.

La lista degli esperti dell'ASCE comprende:

W. Gene Corley, Ph.D., P.E., Lead
Senior Vice President
Construction Technologies Laboratories, Skokie, Illinois
Expert in building collapse investigations; principal investigator, Murrah Federal Office Building Study.

William Baker, P.E., S.E. Partner
Skidmore Owings & Merrill LLP
Expert in tall-building design.

Jonathan Barnett, Ph.D.
Professor, Center for Fire Safety Studies
Worcester Polytechnic Institute, Worcester, Massachusetts
Expert in building fire safety design and fire computer modeling.

David T. Biggs, P.E.
Ryan-Biggs Associates, Troy, New York
Expert in facades.

Bill Coulbourne, P.E., S.E.
Principal
URS Corporation, Gaithersburg, Maryland

Edward M. DePaola, P.E.
Partner
Severud Associates Consulting Engineers, New York, New York
Expert in structural engineering.

Robert F. Duval
Senior Fire Investigator
National Fire Protection Association
Expert in fire investigations.

Dan Eschenasy
Chief, Structural Engineering
City of New York
Dept of Design and Construction

John T. Fisher, P.E.
Joseph T. Stuart Professor of Civil and Environmental Engineering
Lehigh University, Bethlehem, Pennsylvania
Expert in metallurgy and connections.

Richard G. Gewain
Senior Engineer
Hughes Associates, Inc., Baltimore
Expert in fire engineering.

Ramon Gilsanz
Managing Partner
Gilsanz Murray Steficek, New York, New York
Expert in structural engineering.

John L. Gross, Ph.D., P.E.
Leader
Structural Systems and Design Group Building and Fire Research Laboratory
National Institute of Standards and Technology, Gaithersburg, Maryland
Expert in steel design and fire-structure interaction.

Ronald Hamburger, P.E., S.E.
Senior Vice President
EQE Structural Engineers Division, ABS Consulting, Belmont, California
Expert in structural analysis and design.

Nestor Iwankiw
Vice President, Engineering and Research
American Institute for Steel Construction, Chicago, Illinois
Expert in steel design.

Venkatesh Kodur, Ph.D., P.E.
Institute for Research in Construction
National Research Council of Canada, Ottawa, Ontario
Expert in fire effects on materials.

Eric Letvin
Department Head, Hazards Engineering Group
Greenhorne & O'Mara, Greenbelt, Maryland

Jon Magnusson, P.E.
Chairman of the Board, Chief Executive Officer
Skilling Ward Magnusson Barkshire, Inc., Seattle, Washington
Expert in structural analysis and high-rise design.

Christopher E. Marrion, P.E.
Fire Strategist
Arup Fire, New York, New York
Expert in fire engineering.

Therese P. McAllister, Ph.D., P.E.
Senior Structural Engineer
Greenhorne & O'Mara, Greenbelt, Maryland

James Milke, Ph. D., P.E.
Professor, Department of Fire Protection Engineering
University of Maryland
Expert in fire resistance analysis.

Harold E. "Bud" Nelson
Senior Research Engineer
Hughes Associates, Inc.

James A. Rossberg, P.E.
Director, Structural Engineering Institute
American Society of Civil Engineers (ASCE), Reston, Virginia

Saw-Teen See, P.E.
Managing Partner
Leslie E. Robertson Associates, New York, New York
Expert in structural analysis and high-rise design.

Robert Smilowitz
Principal
Weidlinger Associates, New York, New York
Expert in blast effects.

Bruce Swiren
Hurricane Program Manager, Region II
Federal Emergency Management Agency, New York, New York

Paul Tertell, P.E.
Program Manager, Building Performance Assessment Team
Federal Emergency Management Agency, Washington, D.C.


Si tratta, come si vede, di esperti in tutti i campi dell'ingegneria strutturale, della tecnologia dei materiali, dei collassi di strutture, del comportamento delle strutture sottoposte a fuoco e calore.

Questo, del 2002, è stato il primo rapporto che ha analizzato le cause dei collassi, e non va considerato come un rapporto definitivo, ma preliminare. Infatti già in Premessa il rapporto dice:

“Con le informazioni disponibili al momento, la sequenza di eventi che ha portato al collasso di ciascuna torre non può essere determinata in via definitiva”


Ancora in Premessa, leggiamo:


“Il Team ha eseguito rilevazioni sul campo, nel sito del WTC e nei cantieri dove è stato depositato l'acciaio, ha rimosso e testato campioni delle strutture collassate, ha visionato centinaia di ore di filmati e migliaia di fotografie, ha condotto interviste a testimoni e a persone coinvolte nella progettazione, costruzione e manutenzione di ciascuno degli edifici colpiti, ha riesaminato i documenti costruttivi e ha condotto analisi preliminare dei danni alle Torri del WTC”.


Vien logico immaginare che, dopo aver visionato tutto questo materiale, questo fior fiore di esperti avrebbe pur dovuto notare che il collasso del WTC presentava elementi caratteristici delle demolizioni controllate. Così non è stato, però.

A quanto pare, per scoprire i caratteri di una demolizione controllata, bisogna essere professori di filosofia o di religione, o di fisica nucleare, o registi sfaccendati...

Si noti pure che non è affatto vero che le macerie furono rapidamente dismesse: gli esperti hanno potuto analizzarle sia sul posto (Ground Zero) che nei siti dove furono stoccate, e hanno diligentemente rimosso campioni delle strutture.

La Premessa presenta già quelle che saranno le conclusioni del rapporto (che poi è suddiviso in una serie di rapporti, per ogni struttura interessata dagli attacchi):


“Il danno strutturale sostenuto da ciascuno dei due edifici come risultato degli attacchi, fu enorme. Il fatto che le strutture furono in grado di sostenere questo livello di danni e rimanere in piedi per un certo periodo di tempo è rimarcabile ed è la ragione per cui la maggior parte delle persone che le occupavano riuscirono a evacuarle in sicurezza.

Eventi di questo tipo, che risultano in danni così sostanziali, non sono generalmente tenuti in considerazione in sede progettuale... le analisi preliminari... suggeriscono che... gli edifici avrebbero potuto restare in piedi così danneggiati se non fossero stati sottoposti a una qualche significativo fattore aggiuntivo.

E difatti le strutture dovettero sopportare un ulteriore, simultaneo e severo fattore di carico determinato dal fuoco causato dagli impatti... la grande quantità di carburante trasportata da ciascun aereo prese fuoco al momento dell'impatto negli edifici. Una parte significativa di questo carburante si consumò immediatamente nelle palle di fuoco conseguenti... il calore prodotto da questo carburante in fiamme di per sé stesso non appare sufficiente a innescare i collassi strutturali.

D'altro canto, nel momento in cui il carburante in fiamme si riversava attraverso vari piani degli edifici, esso innescò l'incendio di gran parte dei materiali contenuti in essi, causando incendi simultanei in vari livelli di entrambi gli edifici... su un periodo di molti minuti questo calore ha indotto stress aggiuntivi alle strutture danneggiate e contemporaneamente le ha ammorbidite e indebolite.

I carichi aggiuntivi e i danni risultanti furono sufficienti a indurre il collasso di entrambe le strutture... questo studio non ha rilevato la presenza di specifiche caratteristiche strutturali sotto gli standard, anzi molte caratteristiche progettuali strutturali e di protezione dagli incendi sono risultate superiori ai minimi richiesti”.


Nel Capitolo 2, dedicato al comportamento dei WTC 1 e 2, il rapporto presenta una serie di evidenze, anche testimoniali, in base alle quali ritiene che non solo la struttura esterna delle Twin Towers fu danneggiata gravemente dagli impatti, ma anche parte della struttura portante centrale.

Di particolare interesse è la figura 2.17 del Capitolo 2, nella quale si evidenzia la distribuzione di rottami di aereo e di struttura al 91mo piano del WTC-1. La figura dimostra come l'impatto abbia seriamente travolto e lesionato buona parte della struttura centrale della Torre, proprio quelle sezioni costituenti il “core” di sostegno dell'edificio.

Infatti la figura 2.19 evidenzia come, in condizioni normali, le colonne centrali sostenevano il 60% del peso strutturale, mentre quelle perimetrali sostenevano il 40% di esso.

Dopo gli impatti, il peso dell'edificio fu ridistribuito strutturalmente sulle colonne centrali e perimetrali ancora integre, e la struttura riuscì in qualche modo a trovare un assetto stabile. A quel punto intervenne il fattore incendi. Il rapporto calcola che una certa parte di carburante bruciò fuori dagli edifici o si consumò quasi istantaneamente, mentre una parte valutabile in circa 4.000 galloni continuò a bruciare, riversandosi al di sotto su vari piani, attraverso vani di scale e di ascensori, ecc...

Il rapporto documenta anche l'effetto esplosivo determinato dalla combustione del carburante e dei suoi aerosol nei vani ascensori, effetto che ha generato sovrapressioni tali da distruggere le finestre delle Torri moltissimi piani più in basso e causare danni alle pareti dei vani ascensori a partire dal 23° piano, così come riferito anche dai vigili del fuoco.

Secondo il rapporto, la combustione completa del carburante residuo avvenne entro cinque minuti dall'impatto, ma questo tempo fu più che sufficiente per innescare numerosi incendi nei materiali infiammabili presenti nelle Torri.

Questi incendi furono ulteriormente alimentati dal costante apporto di aria fresca proveniente dalle aperture causate dagli impatti.

Il rapporto offre anche una plausibile spiegazione delle ragioni per cui il WTC-2, nonostante fosse stato colpito dopo il WTC-1, fu il primo a collassare.

Infatti gli esperti hanno calcolato che la velocità di impatto del volo AA11 contro il WTC-1 fu di 470 miglia orarie, contro le 590 della velocità di impatto del volo UA 175 contro il WTC-2.

Questa differenza di velocità è più che sufficiente a determinare un grado di danneggiamento delle colonne del “core” del WTC-2 in misura significativamente più grande rispetto al WTC-1.

Inoltre, il WTC-2 fu colpito circa 20 piani più sotto rispetto al WTC-1, e pertanto le colonne superstiti dovettero farsi carico di un peso ancora maggiore (20 piani in più).

L'ulteriore indebolimento strutturale conseguente al calore degli incendi, ha quindi determinato i collassi, prima del WTC-2 e poi del WTC-1, collassi iniziati ai livelli più danneggiati (coincidenti con quelli interessati dagli impatti).

Il collasso ha determinato la trasformazione dell'enorme energia potenziale della parte di struttura che si trovava al di sopra del punto di collasso, in energia cinetica, dando vita a una massa in rapida accelerazione che impattava il livello sottostante, aggregandosi ad esso, e insieme ad esso determinando una massa ancora maggiore che accelerava impattando il piano immediatamente sottostante, e così via.

Il rapporto, sulla base delle riprese fotografiche e della posizione dei rottami, ritiene che la parte superiore del WTC-2 sia collassata con inclinazione sud-est, mentre la parte inferiore sia collassata con inclinazione nord-ovest.

Nei successivi capitoli, il rapporto si sofferma sull'analisi dei danni e dei collassi che hanno interessato gli altri edifici del WTC.

Noi passeremo direttamente al capitolo 5, quello che tratta il WTC-7, il cui crollo, secondo i miti tanto cari ai cospirazionisti, non sarebbe mai stato spiegato. Per "non spiegarlo", il rapporto dedica al WTC-7 ben 32 pagine.

Nell'analizzare la costruzione del WTC-7, a pagina 7 il rapporto spiega che all'interno dell'edificio vi erano numerosi serbatoi di combustibile destinati ad alimentare i sistemi di generazione di energia elettrica, per un totale di quasi 7.000 galloni di combustibile, distribuiti su vari piani, in particolare tra il 2° e il 9° piano. Altri 18.000 galloni erano situati a livello del suolo.

Il rapporto si sofferma su due cause principali: gli incendi scoppiati nel WTC-7 (probabilmente innescati dagli incendi del WTC-1) tra i piani 6° e 19°, ed i danni causati alla struttura del WTC-7, e in particolare al suo angolo sud-ovest, ai piani tra l' 8° e il 20° nonché al 24°, al 25° e a quelli compresi dal 39° al 46°.

Si noti che gli incendi tra il 6° ed il 9° piano hanno potuto “beneficiare” della presenza di oltre seicento galloni di combustibile, contenuti nei serbatoi di alimentazione per i generatori di emergenza presenti in quei piani.

Gli incendi sono andati avanti del tutto incontrollati, sia per la sostanziale inefficacia dell'impianto automatico di spegnimento incendi, dovuta alla rottura della condotta principale di acqua causata dai crolli dei WTC-1 e 2, sia perché i vigili del fuoco avevano desistito da ogni tentativo di contrastare il fuoco, per evitare la perdita di ulteriori vite umane.

Per questa ragione, gli incendi si sono estesi interessando progressivamente molti altri piani, oltre quelli iniziali, ed in particolare il piano 5° ed i piani compresi tra il 28° ed il 30°.

Il rapporto evidenzia che ai piani 5° e 7° del WTC-7 erano situati elementi strutturali importanti per il sostegno dell'intera struttura, elementi che “trasferivano” i carichi dei piani superiori distribuendoli su altri elementi strutturali e sulle fondamenta.

Il piano 5° e 7°, quindi, che contenevano importanti componenti strutturali, sono anche due dei piani aggrediti dagli incendi incontrollati.

Dalle analisi del materiale fotografico, il rapporto evidenzia pure che la natura degli incendi andò mutando nel corso delle sette ore in cui il WTC-7 bruciò, passando alla combustione della nafta contenuta nei citati serbatoi di emergenza (sulla base del colore del fumo) ed il calore generato andò progressivamente incrementandosi (sulla base della densità e fluidità del fumo).

Un altro aspetto interessante del rapporto è il calcolo dei tempi di collasso: il collasso inizia alle ore 17.20.33 e termina alle ore 17.21.10. Il tempo totale è quindi di ben 37 secondi (e non i pochi secondi di cui parlano i cospirazionisti).

Il rapporto onestamente afferma che non è possibile, con i dati disponibili, determinare in quale misura il fuoco e i danni strutturali abbiano ciascuno contribuito a innescare il collasso, ma ritiene che il collasso abbia interessato le strutture portanti ubicate tra il 5° ed il 7° piano, indebolite dall'esposizione a ben sette ore di fuoco.

La particolare formula costruttiva del WTC-7, con la distribuzione dei carichi su elementi orizzontali anziché verticali, ha determinato la sua implosione verso l'interno.

Tutto questo, quindi, dicevano il FEMA e l'ASCE, nel 2002.

A volte vien da chiedersi se qualcuno abbia davvero letto questo rapporto, prima di fantasticare su esplosivi e demolizioni controllate.


I rapporti del NIST (settembre 2005) NCSTAR 1, 1-8 (link)


I rapporti di cui ci occupiamo sono soltanto alcuni dei numerosi e corposi documenti, tutti disponibili al link wtc.nist.gov, che ricostruiscono le indagini effettuate sui collassi dei WTC-1, WTC-2 e WTC-7 (sì proprio lui, il WTC-7, quello su cui non avrebbe indagato nessuno...) e che hanno il pregio di essere costantemente aggiornati, a tutto il 2006.

Gli autori di questi rapporti sono un pool di circa 200 ricercatori e consulenti che costituiscono i massimi esperti al mondo di ingegneria strutturale, materiali, incendi e annessi e connessi.

Purtroppo non sono professori di religione, né di filosofia, per cui non si sono accorti che il WTC è stato raso al suolo da una demolizione controllata mediante l'uso di esplosivi.

Si tratta di un rapporto finale (NCSTAR-1) e di ben 8 rapporti allegati (NCSTAR1-1 / 1-8) che ricostruiscono in ogni più piccolissimo dettaglio tutto ciò che riguarda le Twin Towers, gli impatti, i danni, gli incendi ed i collassi. Appena ottomila pagine (e anche in questo caso, sembra che i cospirazionisti non le abbiano mai lette...)

Cosa ci dice il NIST, sintetizzando al massimo? Ci dice che il volo AA11 colpì il WTC-1 alla velocità di 440 miglia orarie e ci individua con precisione le colonne perimetrali e quelle del “core” che furono danneggiate, e in quale misura. Fa la stessa cosa per il WTC-2, precisando che il volo UA175 impattò a 540 miglia orarie.

Ci spiega la natura e gli effetti degli incendi, che raggiunsero i 1000 gradi centigradi. Ci spiega come l'acciaio inizia a perdere progressivamente la sua resistenza (perde il 20 % già a 300 gradi) e ci mostra immagini termiche nelle quali si dimostra che al 96° piano del WTC-1, dopo 100 minuti dall'impatto, le temperature arrivavano a oltre 800 gradi.

E ci spiega che a 800 gradi l'acciaio strutturale è ormai al 10% delle proprie capacità di resistenza.

Il NIST evidenzia che gli impatti, oltre a danneggiare gravemente le colonne centrali (il “core”), distrussero il loro rivestimento antincendio. E ci dice con precisione quante colonne furono interessate da questo effetto.

Il NIST conclude che i danni strutturali conseguenti l'impatto, il danneggiamento del materiale isolante delle colonne portanti, il calore degli incendi che ammorbidì l'acciaio fino al 10% della sua resistenza strutturale, furono le tre cause che determinarono il collasso.

Nei rapporti, ovunque, vi sono fotografie, grafici, ricostruzioni, tabelle. C'è tutto.

Apprendiamo che dai WTC-1 e 2 furono oltre quindicimila le persone che furono evacuate.
Apprendiamo pure che il NIST si è avvalso di analisi fatte su 236 travi di acciaio strutturale del WTC che ha preso in consegna, oltre ad altri componenti strutturali.

E il WTC 7? C'è anche quello. Qui. E' solo un rapporto preliminare, datato aprile 2005, in attesa che siano disponibili i rapporti definitivi. Ma è comunque un rapporto schematico di 42 pagine, organizzato su altrettante slides, con fotografie, grafici, schemi.

Un rapporto in cui le ipotesi del collasso si concentrano sul cedimento di una colonna strutturale situata al 13° piano, per effetto del fuoco e/o del danneggiamento provocato dai crolli delle Torri.

Il cedimento, per la particolare progettazione del WTC-7, si è poi ampliato sia in senso orizzontale che in senso verticale, provocando il collasso.

Un rapporto in cui a pagina 6 c'è scritto (in rosso, bello grande...):


“NIST has seen no evidence that the collapse of WTC 7 was caused by bombs, missiles or controlled demolition”.


Lo traduco... c'è una certa soddisfazione nel farlo, lo ammetto:


“Il NIST non ha riscontrato alcuna evidenza che il collasso del WTC 7 sia stato causato da bombe, missili o demolizione controllata”


Studio di Charles Clifton, ingegnere strutturale dell'HERA (Nuova Zelanda, 2001) (link)


Un ingegnere strutturale neozelandese (chissà se la CIA è riuscita a corrompere anche lui fin laggiù...) ha pubblicato uno studio molto particolareggiato, e anche tempestivo, con ricostruzioni computerizzate, sul collasso delle Twin Towers.

L'ingegnere ritiene, un po' in controtendenza, che i danni degli impatti siano stati più determinanti rispetto agli incendi nel causare i collassi.

Anche lui non parla di demolizioni controllate. Pregevoli, però, due altri articoli che egli allega al suo lavoro:
  1. l'opinione del “Consiglio dei Costruttori di Grattacieli”, un'organizzazione che riunisce i progettisti di grattacieli nel mondo, i quali puntano invece il dito sull'effetto del calore sulla resistenza dell'acciaio (link);
  2. l'opinione del “Consiglio Nazionale delle Associazioni degli Ingegneri Strutturali”, che individua la causa nell'indebolimento dell'acciaio per effetto del calore (link).
Come si vede, continuamo a parlare di migliaia, se non decine di migliaia, dei massimi esperti nel mondo di ingegneria strutturale e grattacieli, nessuno dei quali ha intravisto la benchè minima traccia di demolizione controllata...


Studio di Lu Xinzheng e Jjang Janjing, Dipartimento di Ingegneria Civile, Università Tsinghua di Beijing (Cina) 2002 (link)


Come è noto, la Cina è un altro paese sotto controllo della CIA, in fin dei conti basta togliere una enne, no?

Sta di fatto che anche gli ingegneri cinesi si sono prodigati per dare una propria ricostruzione al collasso del WTC, con una simulazione computerizzata molto interessante.

Anche loro attribuiscono la causa principale del collasso all'indebolimento dell'acciaio dovuto al calore.

Purtroppo per i cospirazionisti, non si sono accorti di alcuna demolizione controllata.


McGraw Hill Construction - Commento allo studio ingegneristico della Weidlinger Associates Inc. - 2002 (link)


Una importante società di costruzioni riporta e commenta lo studio della Weidlinger sul collasso delle Twin Towers.

Lo studio è un lavoro commissionato dal noto Silverstein nell'ambito della sua battaglia legale contro le società assicuratrici del WTC. Ovviamente Silverstein può avere mille interessi a commissionare uno studio del genere, che peraltro punta il dito sui danni strutturali subiti in seguito all'impatto, più che sul calore degli incendi.

Ma la cosa importante da sottolineare non è il rapporto in sé, quanto il fatto che la società che lo cita, la McGraw Hill, società leader nel settore dell'ingegneria e delle costruzioni, che gestisce anche il prestigioso portale informativo del settore Engineering News Record (ENR.com) non parla di demolizioni controllate.

Ma non è finita...


Dipartimento di Ingegneria Civile dell'Università di Sydney (Australia) (link) (link)


L'autore, Tim Wilkinson, ingegnere civile, autore di numerosi studi e ricerche in materie ingegneristiche con particolare riguardo alle strutture in acciaio, analizza i collassi e conclude che la causa è la combinazione di danni strutturali e calore da incendi.

Wilkinson, il cui lavoro è aggiornato al 2006, risponde anche alle osservazioni sulle demolizioni controllate (e le esclude categoricamente) e sui tempi di caduta degli edifici (e li spiega).

Per non parlare del portale "I Civil Engineer", che dedica una sezione al WTC, alle cause del collasso, alle problematiche ingegneristiche connesse e agli studi in corso in tutto il mondo ingegneristico.

Demolizioni controllate? No, niente... anche qui è arrivata la CIA...

E che dire del famosissimo MIT (Massachusetts Institute of Technology) e del suo Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale, che analizza i collassi, le ragioni per cui le Torri sono venute giù in quel modo, ecc.... ?
O vogliamo parlare degli studi (con foto davvero interessanti) del Professor Abolhassan Astaneh, docente presso il Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale dell'Università di Berkeley, esperto mondiale di strutture in acciaio, che ha esaminato i collassi ed i rottami del WTC, ed i cui lavori sono stati presentati presso la 9a Conferenza Araba di Ingegneria Strutturale in Abu Dhabi nel 2003? (link) (link)

O, tanto per spostarci nella vecchia Inghilterra, vogliamo parlare delle ricerche dell'Università di Edinburgo, Istituto per le Infrastrutture e l'Ambiente, Scuola di Ingegneria ed Elettronica?

Dobbiamo andare avanti? Io direi proprio che basta così...