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2012/12/16

World Trade Center: intervista al sopravvissuto italiano Ruggero De Rossi

di Hammer

Nelle Torri Gemelle lavoravano quotidianamente numerosi cittadini italiani i cui racconti sono particolarmente vividi in quanto non mediati dalla traduzione.

Ruggero De Rossi aveva i propri uffici nella Torre Sud e riuscì a scampare al disastro appena in tempo. Ruggero ha accettato di concedere a Undicisettembre un'intervista orale, trascritta qui sotto, dalla quale emergono le emozioni di chi si trovò a pochi passi dalle Torri in fiamme e che chiarisce con quali sentimenti vengano percepite a New York e negli USA le tesi di complotto.

Ringraziamo Ruggero per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Ci puoi raccontare la tua giornata dell'11/9? Cosa ricordi in generale di quel giorno?

Ruggero De Rossi: Quel giorno ero rimasto a lavorare un po' di più a casa perché stavo scrivendo a mio figlio che vive a Milano. Poi sono sceso e come ogni mattina ho preso l'autobus che parte dall'Upper East Side di Manhattan e che andava fino al World Trade Center. Era una giornata bellissima con un cielo azzurro come solo a New York si vede, l'aria era fresca e pulita. Arrivato downtown sono salito per le scale che percorrevo ogni giorno e che portavano alla piazza alla base delle Torri. Attraversai la piazza. Erano le 8:40, quindi la maggior parte della gente era già dentro gli uffici, quindi non c'era molta gente nella piazza. Passai di fianco alla Torre Nord e poi accanto a The Sphere e pensai a quanto erano alte e belle le torri.

Ero molto contento della vita. Io ho studiato a Roma, dove non c'era lavoro se uno non aveva raccomandazioni, non era un'Italia che desse aiuto a un neolaureato, specialmente uno come me, determinato a realizzare i propri sogni. Io sono uno che quando si mette in testa una cosa e la vuole fare, la fa. Quindi ho dovuto emigrare, andare all'estero; ho dovuto lasciare gli amici, ho lasciato i miei genitori e la mia famiglia. Non è stato facile. Però poi ho fatto una bella carriera, lavorando prima a Londra e poi a New York. Nel 2001 avevo avuto un bambino da poco e mia moglie stava aspettando il secondo, mancavano pochi mesi. Al lavoro gestivo uno dei fondi più grandi del mondo, ero primo nelle classifiche mondiali della gestione dei fondi. Ero arrivato al picco della mia carriera e mi sentivo soddisfatto della vita.

Guardavo le Torri, che per me simboleggiavano questo momento. Ricordo di aver guardato anche The Sphere passando lì accanto con molta tranquillità, ignaro di quello che poi sarebbe successo. È stata una delle poche volte, con il lavoro che faccio, che potevo fermarmi “to smell the roses”, come si dice in inglese, cioè a “odorare le rose” nel senso di potermi fermare per guardarmi intorno e apprezzare la vita.

Poi sono andato verso la Torre Sud, sono entrato dalla porta scorrevole e stavo prendendo le scale mobili. Mentre ero per le scale ho sentito questa forte esplosione e all'inizio chiedevo cosa fosse successo, ma la mia prima reazione, visto che l'esplosione era molto forte, fu che si trattasse di un attacco terroristico di qualche genere. Veniva da fuori e io sentii il terreno vibrare da sopra, non da sotto; già questo dimostra, nell'ottica delle teorie cospiratorie, che non ci furono esplosivi.

Comunque la mia prima reazione fu quella di pensare a un attentato terroristico perché, avendo io vissuto a Londra per molti anni, di attentati ne ho visti più di una volta anche a poche centinaia di metri da me. Lavoravo nella City e ovviamente i centri della finanza sono un grosso obiettivo per i terroristi. Anche lì una volta riuscii a sopravvivere per poco a uno degli attacchi.

Chiesi conferma alle guardie della sicurezza, ma nessuno sapeva niente. Mi dissero: “No, no, tranquillo. Salga pure in ufficio.” Io mi sono fidato a salire e c'era gente che entrava dalla piazza; ho chiesto e mi hanno detto di aver visto un aereo che colpiva il palazzo. Però a quel punto si pensava che fosse un aereo piccolo che per sbaglio ci fosse andato a sbattere, comunque era successo in passato che un aereo piccolo per un'avaria o per un altro motivo andasse a sbattere contro un palazzo.

Intanto altre persone erano corse dentro in completo panico; considera che dopo che l'aereo colpì la Torre Nord veniva giù di tutto. C'era una pioggia di detriti e pezzi di palazzo. Io quando più tardi uscii dalla Torre raccolsi da terra un pezzo di carta e c'era scritto “Piano 102”, quindi per strada c'erano proprio oggetti che stavano negli uffici là in alto. Questo ancora senza neanche sapere esattamente cosa fosse successo.

Alcune persone dicevano che era un piccolo aereo, altre correvano dentro nel panico. La mia prima reazione istintiva fu di mettermi al riparo da qualche parte. Io pensavo che ci fosse stato un attacco terroristico sulla piazza, magari con bombe o mitragliatrici, come oggi se ne vedono frequentemente nelle scuole o dovunque ci sia qualche pazzo che inizia a sparare alla gente. Però poi ho pensato che avrei fatto la fine del topo in trappola se invece fosse crollato il palazzo.

Quindi tentai di uscire, ma la Polizia teneva la gente dentro al palazzo per via delle macerie che cadevano. Non facevano uscire, ma a un certo punto decisi: “Io scappo” e uscii, e mentre attraversavo la strada sentii il rumore di un aereo che si avvicinava, mi girai e vidi il secondo aereo sopra la mia testa. Iniziai a correre più forte che potevo e così fecero altre persone intorno a me. Mentre correvamo sentimmo la fortissima esplosione del secondo schianto.

Alcuni miei colleghi erano scesi per le scale dopo il primo impatto ed erano per strada al momento del secondo. In seguito mi hanno raccontato di aver visto proprio gente colpita da pezzi di palazzo e ammazzata lì sul posto. Una ragazza, in particolare, mi raccontò che una trave caduta da una delle Torri ha completamente schiacciato, quasi fatto scomparire, una persona accanto a lei: una scena da film dell'orrore. Io correvo, non mi sono mai girato. Sapevo che potevo essere colpito dalle macerie.

Camminai per tre ore verso casa. La prima parte della camminata fu molto dura, perché mi voltavo e vedevo il palazzo in fiamme e non sapevo se i miei colleghi erano scappati, non sapevo a quali piani c'era l'incendio. Non sapevo niente, è stato terribile. Sapevo che il fuoco si stava diffondendo e che c'era una grossa parte di palazzo sopra alle fiamme, quindi sapevamo che c'era gente che stava morendo bruciata viva. Vedere e sapere che c'erano migliaia di persone che stavano morendo bruciate vive è stata l'esperienza più brutta della mia vita. E non potevo fare niente. Neanche i vigili del fuoco potevano fare niente, perché c'erano fiamme più grandi del palazzo, cosa potevano fare? Era impossibile fermare l'incendio e salvare quelle persone.

È stato terribile. Così come lo è stato capire che c'era gente che si buttava dalla finestra. C'era gente così disperata che non aveva altra possibilità che buttarsi dalla finestra per non rimanere bruciata viva.

Ricordo distintamente che a circa duecento metri di lontananza dalle Torri Gemelle ho iniziato a lanciare improperi a Bill Clinton. Il mio lavoro comporta anche lo studio delle geopolitica, del mercato del petrolio e di quali sono le motivazioni che regolano le economie mondiali; questo comporta anche la conoscenza dei rischi che esistono a livello mondiale, tra cui quello del terrorismo. Quindi io avevo studiato approfonditamente i vari rapporti e le investigazioni del Congresso relativi al terrorismo e una delle cose che avevo notato era che Osama bin Laden e Al Qaeda erano sul “radar screen” già da anni; ma anche che alcuni paesi, come Iran, Iraq e Corea del Nord, erano additati come pericolosi, perché ospitavano molti campi di addestramento del terrorismo.

Clinton aveva sottovalutato la minaccia e aveva lasciato la sicurezza nazionale in un completo abbandono, almeno per quanto riguarda la lotta al terrorismo. Aveva incontrato solo una volta in un anno il capo della CIA, la spesa per il controterrorismo era diminuita e non c'erano più spie che parlassero arabo. Clinton era stato molto assorbito dalle sue vicende personali negli ultimi anni; poi, quando Bush è stato eletto, come succede in tutte le amministrazioni, gli ci è voluto un anno o un anno e mezzo prima di poter ricostruire certe istituzioni e cambiare i vertici delle organizzazioni. Bush ha pagato lo scotto del fatto che queste istituzioni sono state abbandonate nella disorganizzazione.

Quindi la mia prima reazione fu di pensare a Clinton e che era tutta colpa sua, perché era proprio tutta colpa sua. La sua amministrazione aveva fatto sì che Osama bin Laden non venisse preso e questo in seguito è emerso perché in America è tutto trasparente, ci sono le interrogazioni parlamentari e tutto viene divulgato. Fu presa la decisione di non attaccare una casa in cui si rifugiava Osama bin Laden per il rischio di danni collaterali e di morti civili. Questa fu una pecca dell'amministrazione Clinton e un punto a favore di Obama, che quando ha avuto l'opportunità decise di attaccare anche prendendosi il rischio di sbagliare, rischiando che i propri soldati cadessero in brutte mani e anche di causare danni collaterali. Quindi Obama ha preso decisioni che Clinton avrebbe potuto prendere dieci anni prima ed evitare tutto questo.

Comunque questo è stato il mio primo pensiero, mentre camminavo per allontanarmi. Poi ci fu una lunghissima camminata insieme a gente tutta sporca di polvere; anche io lo ero. Camminavamo, alcune persone erano più nervose e impaurite di altre, alcuni piangevano, alcuni urlavano. La camminata durò due o tre ore e c'erano varie voci che si rincorrevano. La più ricorrente era che ci fossero vari aerei ancora in aria in tutta la nazione che stavano attaccando molte città. Ci siamo sentiti in guerra, sotto attacco. Pensavamo alle nostre famiglie e non c'era modo di comunicare perché i telefoni non funzionavano. Pensavo a mia moglie con un figlio piccolo, di un anno, e incinta di un altro.

Dopo questa lunghissima camminata sono arrivato a casa e mia moglie non poté credere ai propri occhi vedendomi vivo, perché quando si era svegliata la prima immagine che aveva visto in televisione era il World Trade Center che crollava, quindi pensava che io fossi morto. Pensava che il padre dei suoi figli fosse morto. Sapeva che lavoravo là, che in quel momento dovevo essere in ufficio. La stessa cosa successe a mia madre. La sua segretaria le aveva detto: “Signora, ha visto che è crollato il World Trade Center?”, mia madre ha risposto “Ma il World Trade Center è dove lavora mio figlio.” ed è svenuta. E così fu per tutte le persone che conoscevo e che sapevano che io lavoravo lì; per fortuna tante persone che conosco, anche in Italia, non sapevano con precisione che lavoravo al World Trade Center ma solo vagamente vicino a Wall Street.

Da lì è iniziato un lungo calvario, anche psicologico, perché la città era come in guerra con le sirene di ambulanze e polizia che si sentivano passare in continuazione. C'era una puzza! C'era odore di bruciato, sinceramente c'era odore di cadavere bruciato. Io ero all'Upper East Side e lo sentivo da là, quindi da 8 o 9 chilometri di distanza, specialmente quando il vento soffiava da sud verso nord.

Ricordo di aver passato notti intere insonni, dapprima preoccupato della possibilità di altri attacchi, perché a livello psicologico la prima cosa che pensi è che possa succedere ancora. Pensavo a cosa avrei potuto fare per mettere al riparo la mia famiglia: rifugiarsi nella nostra casa di campagna, prendere soldi per avere contanti in caso di razionamento delle provviste. Poi cominciai a sperare che venissero tirate fuori altre persone vive e giorno dopo giorno non veniva estratta neanche una persona. Fu una cosa allucinante: erano tutti morti.

C'erano vigili del fuoco, poliziotti che rimasero mesi sotto le macerie, ci furono anche cani da soccorso con le zampe bruciate: ho visto un eroismo che si vede solo in queste situazioni. Non posso dire che si veda solo in America, perché io quando avevo 17 anni andai come soccorritore volontario ad aiutare per il terremoto in Irpinia e tiravamo fuori cadaveri dalle macerie, quindi anche in Italia ci fu una forte risposta a un evento catastrofico. Però devo dire che la solidarietà che si è vista anche tra i newyorkesi, cioè tra quegli stessi newyorkesi che se cadi per strada quasi ti calpestano perché vanno ognuno per la propria strada e sono tutti stressati in una città in costante competizione, fu eccezionale. C'erano file di persone per donare il sangue. Hanno raccolto talmente tanto sangue che non sapevano cosa farne, perché hanno tirato fuori pochissimi feriti che avessero bisogno di una trasfusione. Arrivarono aiuti da tutti gli Stati Uniti, ci furono camion dei Vigili del Fuoco che arrivavano dal sud degli USA e si sono fatti tutta la traversata per venire qua ad aiutare.


Undicisettembre: Un dettaglio che non ho capito dal tuo racconto è se hai visto i due crolli dalla strada.

Ruggero De Rossi: Ho visto un crollo dalla strada, il secondo non l'ho visto. Vidi il primo crollo, lo vidi da molto lontano. Non vidi il secondo perché i palazzi mi bloccavano la visuale.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui le Torri Gemelle sarebbero state demolite con esplosivi in un autoattentato organizzato dal Governo Americano.?

Ruggero De Rossi: Io di queste teorie non capisco la meccanica. Non capisco come avrebbero potuto far cadere quei palazzi con esplosioni da sotto, quando io ero esattamente lì e sotto i miei piedi non c'è stato nulla. Io l'esplosione l'ho sentita arrivare dall'alto. Se dovessi fare io una teoria cospiratoria, direi che c'è stata un'esplosione interna al settantesimo piano. Di sicuro non c'è stato nulla da sotto, perché l'avrei sentita: questo non è successo ed è un dato di fatto. Quindi quelli che credono alle teorie del complotto sarebbe meglio che facessero qualcos'altro e dedicassero il proprio tempo a qualcosa di più utile.

Come dicevo, al massimo potrebbero dire che c'è stata un'esplosione ai piani alti, ma io in alto ho visto entrare un aeroplano. Quindi se c'è un complotto, anche io faccio parte del complotto, e insieme a me altre cinquantamila persone che erano lì.

La versione corretta che io ho letto è che la temperatura era talmente alta che ha indebolito i pilastri in acciaio e il palazzo è collassato. Mi sembra che la spiegazione abbia senso ed è coerente con quello che ho visto e sentito. Di certo non c'è stata un esplosione da sotto, su questo non ci sono dubbi.

Inoltre l'America è il paese più democratico e dalle istituzioni più solide che esista al mondo, quindi questa gente che crede alle teorie del complotto parla degli Stati Uniti da ignorante. Questa gente è ignorante perché non conosce la Costituzione degli Stati Uniti, non conosce come funzionano i vari emendamenti alla Costituzione e non conosce i meccanismi che sono stati messi in piedi affinché i complotti non avvengano. Quindi le teorie della cospirazione si basano sull'ignoranza, perché non tengono conto della Costituzione degli Stati Uniti e che negli Stati Uniti quando ci sono eventi sovversivi questi emergono perché ci sono registrazioni di tutto quanto, a partire da qualunque conversazione che il Presidente tiene con chiunque. Per esempio, se il Presidente ha una conversazione con qualcuno, deve mettere il tutto per iscritto. Se vuole esprimere dissenso, anche verso una persona che gli lavora accanto, lo deve mettere per iscritto.

Le istituzioni seguono un sistema definito “checks and balances” che vuol dire “controlli ed equilibri”. Questo significa che se uno degli apparati dello stato tende da una parte sbagliata, ce n'è un'altro pronto a dibattere a e controllare.

Quindi, principalmente è una questione di ignoranza della Costituzione e di come funzionano gli Stati Uniti. Poi c'è un discorso molto più pratico: immaginiamo per ipotesi che ci fossero delle correnti più interventiste, più propense ad attaccare stati nemici e che volessero proteggere la lobby del petrolio (e non nego che ci siano correnti politiche che lavorano affinché gli interessi di pochi vengano protetti; succede in tutti i paesi del mondo), in America queste avrebbero agito nel modo corretto e alla luce del sole. Perché in America avviene tutto alla luce del sole. Questa trasparenza pervade gli Stati Uniti in tutti i settori ed è uno dei cardini della democrazia che in America esiste e viene rispettata. Questa è una democrazia troppo forte perché ci possano essere dei complotti di questo tipo.

In ultimo, sempre nell'ipotesi che ci sia una corrente politica che voglia spingere alla guerra contro Afghanistan, Iraq o altri stati, io non credo in alcun modo che queste correnti possano decidere la morte di migliaia di persone per perseguire questa causa. Questo perché le persone più interventiste sono anche patriottiche e nazionaliste e i patrioti e i nazionalisti non ammazzano i propri cittadini. È completamente inconsistente intellettualmente.

Quindi, in sintesi, la mia opinione è che le teorie del complotto sono ignoranti e inconsistenti.


Undicisettembre: Immagino che tu conosca molti, magari tuoi colleghi, che come te sono sopravvissuti all'attacco. Tra questi le teorie del complotto sono diffuse, come sostengono i complottisti, o anche loro la pensano come te?

Ruggero De Rossi: Tra i newyorkesi le teorie del complotto sono considerate un insulto. Ti posso assicurare che se dici una cosa del genere a un newyorkese ti caccia di casa. È veramente un insulto: un insulto ai cittadini americani, allo stato americano e alla trasparenza di un paese che dovrebbe essere di esempio a tutta la civiltà.

Detto ciò, ci sono persone che pensano che l'evidenza nel caso dell'Iraq sia stata plasmata per poter andare in guerra e avere influenza strategica in un paese che ha una delle più grandi riserve mondiali di petrolio. Specialmente a sinistra ci sono varie correnti che sostengono che la verità sia stata forzata, che siano state create ad arte della prove per andare in guerra contro l'Iraq e che la decisione finale sia stata presa con leggerezza e con finalità strategiche e geopolitiche di lungo termine. Però molte di queste persone ammettono anche che è importante avere un'alleanza con un paese che ha molti milioni di musulmani e che sia democratico. Quindi se l'obiettivo era di portare la democrazia in un paese islamico che poteva essere una delle culle del terrorismo internazionale, questo obiettivo ha raccolto il favore di molte persone in America che credono che il Presidente abbia agito per creare stabilità e non con mire espansionistiche. La cosa poi è stata dimostrata, perché l'America è andata in Iraq, l'ha invaso, ha creato istituzioni democratiche e poi se n'è andata. Non si è presa i pozzi di petrolio. È un'ulteriore prova del fatto che l'America prova a diffondere la democrazia.

Si può disquisire se sia giusto che l'America lo faccia, perché magari anche la Cina potrebbe decidere di cominciare a esportare e imporre il comunismo a tutti. Ma bisogna sempre essere attenti ad attribuire falsi obiettivi o false motivazioni a un paese che comunque è democratico e risponde alle aspettative del cittadino votante. Le teorie del complotto non capiscono il fatto che la democrazia americana è talmente grande che esprime sempre la volontà dei cittadini. Quando è stato invaso l'Iraq, la maggior parte della popolazione si era convinta che questo avrebbe portato un beneficio alla sicurezza nazionale, perché avrebbe portato l'eliminazione delle basi terroristiche in Iraq. La spinta veniva dal popolo, dal Congresso, dalla democrazia. Forse gli Stati Uniti sono più interventisti di altri stati, ma comunque questo è frutto di un processo democratico.


Undicisettembre: Come si vive a New York 11 anni dopo l'accaduto?

Ruggero De Rossi: New York rimane la città dove realizzare i propri sogni: sia nella finanza, sia nella medicina, sia nella legge, sia nell'economia, sia a Broadway. È una città estremamente competitiva ed entusiasmante. Lo era prima e lo è adesso. Resta nel mio pensiero che New York non sarà più ricordata come un posto idilliaco ma rimane l'amarezza di quel bruttissimo evento che non se ne andrà mai. La natura e lo stato d'animo dei newyorkesi è comunque lo stesso, anche se dovessero attaccare New York cento volte. Il terrorismo non vince mai, non vince perché dieci anni dopo la città è sempre la stessa.

La seconda riflessione è che dal 2001 l'economia americana è cambiata. Dopo il 2001 c'è stato un forte segnale di ripresa, ma l'economia americana non si è mai ripresa del tutto da allora.

La spesa per l'intervento militare in Iraq e per la consolidazione della democrazia in Iraq potrebbe risolvere la crisi dell'Eurozona. Altri soldi sono stati spesi per migliorare i sistemi di sicurezza durante gli eventi pubblici o negli aeroporti. Sono tutti soldi sottratti alla spesa per l'economia.

È anche vero che la spesa militare porta miglioramenti tecnologici di cui poi l'economia beneficia, ma la realtà è che oggi ci troviamo con un grosso debito causato proprio da ciò che è successo dopo l'11 settembre. Questo ha cambiato la nazione per sempre.

2012/06/18

World Trade Center: intervista con la sopravvissuta italiana Gina Lippis

di Hammer

Tra i sopravvissuti delle Torri Gemelle ci sono, come è ovvio, diversi cittadini italiani, il cui racconto è per noi particolarmente toccante in quanto ci riporta le loro dirette emozioni senza la mediazione della traduzione.

Proprio per questi motivi il gruppo Undicisettembre ha raccolto la testimonianza dell'italiana Gina Lippis, le cui parole cariche di emozione e di trasporto rappresentano un tassello molto importante per la ricostruzione degli eventi di quel giorno.

Offriamo di seguito l'intervista ai nostri lettori e ringraziamo Gina per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Ci puoi fare un breve racconto della tua giornata dell'11/9? Cosa ricordi in generale di quel giorno?

Gina Lippis: Io lavoravo per una società di brokeraggio ed ero al quarantaseiesimo piano della Torre 1. Alla mia destra c’era la finestra di vetro e avevo una vista che era la fine del mondo! C’erano la Statua della Libertà e il Ponte di Verrazzano che rappresentano proprio l'entrata a New York per chi arriva dall'Europa. Osservavo questa visuale sempre con un sentimento particolare perché mi ricordava quando sono arrivata in America la prima volta.

Io sono venuta in America nel 1966, siamo emigrati letteralmente con la valigia di cartone. Siamo arrivati a New York il 16 maggio passando proprio sotto la Statua della Libertà e il Ponte di Verrazzano; quindi quella vista per me rappresentava il momento del cambio della mia vita.

Quando sono emigrata con i miei genitori sono rimasta qui in America dieci anni e venendo da una famiglia molto povera non conoscevo la mia Italia. Quindi dieci anni dopo essere emigrata decisi di tornare in Italia per qualche anno, trovare un lavoro, e girare un po' la mia patria. Questo perché a quel tempo purtroppo (e mi spiace dire questo!) gli unici Italiani che c'erano qua in America erano persone molto povere come noi. E io mi ribellavo a queste gente che si metteva a lavorare senza andare a scuola perché dovevano solo guadagnare per comprarsi il “carro”, come chiamavano le automobili italianizzando “the car”. Io mi sono detta “No, questa non è l'Italia. L'Italia deve essere diversa.” e così decisi di tornare. Arrivai a Milano senza conoscere nessuno e trovai un lavoro in borsa per puro caso, mi buttai con entusiasmo in questo lavoro che mi piaceva tantissimo e rimasi in Italia 17 anni.

Dopo 17 anni avendo tutti i parenti in America (oltre ai genitori ho un fratello e una sorella sposati con bambini) per me non aveva più senso rimanere in Italia da sola e decisi di rientrare. Cominciai a lavorare in borsa qui a New York, ma avevo tutta la clientela in Europa: Londra, Madrid, Parigi, Lugano e Milano principalmente.

Quindi, anche a causa del fuso orario, io dovevo arrivare in ufficio presto la mattina. Di solito arrivavo tra le 5:30 e le 6 e lo stesso successe la mattina dell'11 settembre; arrivavo in ufficio sempre per prima e sempre da sola.

Quella mattina era indescrivibile! Un chiarore, una limpidezza, un sole splendido! Quando aprii la porta mi trovai davanti alla finestra del mio ufficio, con la Statua della Libertà e il Ponte di Verrazzano e le navi che entravano nel porto. Era più bello di una cartolina e ho pensato “Che meraviglia! Che peccato non avere una macchina fotografica.”

Mi sono messa a lavorare, cominciai con le solite telefonate in Italia e in Europa. In ogni stanza avevamo un monitor per controllare l’andamento delle borse in Europa. Alle 9 meno un quarto eravamo in ufficio in 6, il mio capo aveva l'ufficio proprio a fianco al mio. Mi alzai per andare a prendere un caffè al self service al quarantaquattresimo piano; ho poggiato la mia borsa sulla scrivania e ho preso il portafoglio. C'era un collega con me che era venuto a vedere sul monitor come andavano i futures in Europa e abbiamo sentito un botto incredibile. Ricordo con chiarezza che mi è mancato il terreno sotto ai piedi.

A quel punto arrivò il mio capo di corsa, lui che non bestemmia mai, e urlò “Let's get the fuck out of here!”. Presi il mio zainetto, me lo misi sulle spalle e cominciammo a scendere. Ovviamente come noi fece tutto il resto del palazzo.

Nel palazzo c'erano quattro scale e in ogni scala c'era un sacco di gente. Abbiamo cominciato a scendere, ti garantisco, con una lentezza estrema e a ogni piano affluiva altra gente. Tutti chiedevano “Cos'è successo?” ma nessuno sapeva niente.

Quando facevamo le prove di evacuazione (ora si fanno ogni mese, al tempo si facevano un po' meno frequentemente) ci dicevano sempre di non prendere l'ascensore, ma di usare le scale. Quindi ci siamo tutti catapultati in queste scale e abbiamo cominciato a scendere piano piano. Puoi immaginare le urla, i pianti... Io però sono rimasta in me, non ho urlato, non ho pianto, quasi come se non avessi paura: ero gelata.

Arrivati al trentaduesimo piano, e ci arrivammo dopo tanto tempo, il mio capo disse “Proviamo a cambiare scala”, perché eravamo completamente fermi e dai bocchettoni cominciava a uscire del fumo. Io mi aggrappai alla cintura del mio capo che è un omone di due metri e cinque e continuavo a ripetergli “Bob, don't leave me. Don't leave me”, “Non mi lasciare. Non mi lasciare.”

Provammo un'altra scala, ma la situazione era la stessa. Provammo la terza ma era piena anche quella. Ci stavamo portando alla quarta scala e passammo davanti a un ufficio con la porta di vetro. Provammo ad entrare per vedere se c'era qualcuno che magari sapeva cos'era successo. Tutti provavamo a chiamare con i cellulari, ma non c'era telefono che funzionasse lì dentro.

Entrammo in quell'ufficio e trovammo due persone che giravano come due zombie, abbiamo chiesto se avessero un televisore ma non l'avevano. Un mio collega per caso provò a telefonare a casa e riuscì a parlare con la moglie la quale gli disse che un aereo si era abbattuto sulla Torre però oltre il settantesimo piano. Lui disse “Non ti preoccupare, noi siamo al trentaduesimo, stiamo scendendo e non abbiamo nessuna intenzione di risalire. Stai tranquilla che sto bene.”

Non ci siamo rilassati, però ci siamo detti che poteva essere un aereo da turismo e se fossimo scesi non ci sarebbero stati problemi. Il mio capo disse “Gina, fermatevi qui un attimo, io arrivo subito.”

“No, tu non mi lasci qua” risposi.

“Stai qua, devo andare un attimo in bagno. Arrivo subito.”

Scoprii dopo che era andato a prendere della carta bagnata per coprirci la bocca, visto che dai bocchettoni usciva fumo. Nel frattempo ebbi la brillante idea di andarmi ad affacciare alla finestra per vedere fuori. Mentre ero alla finestra una donna si buttò dai piani alti, mi passò davanti e si spiaccicò su un tetto sotto di me.

Questa cosa mi paralizzò. Non ho pianto, non ho urlato, sono rimasta pietrificata davanti a questa finestra.

Tornò il mio capo, mi venne vicino e mi disse “Vieni via di qua! Vieni via di qua!” perché aveva visto anche lui questa donna spiaccicata come una pelle di leone sotto al tavolino del soggiorno con le braccia spalancate. Quella figura l'ho avuta davanti agli occhi non sai per quanto tempo.

Ricominciammo a scendere e dopo poco, ma proprio poco, sentimmo una scossa incredibile e sentimmo la Torre oscillare. Tutti pensammo “Adesso crolla”, anche se ce lo siamo detti dopo. In quel momento ci guardammo l'un l'altro ma nessuno disse niente, perché ciascuno non voleva spaventare gli altri. Dopo capimmo che fu lo schianto del secondo aereo.

Continuammo a scendere e oltre al fumo che usciva dai bocchettoni c'era dell'acqua per terra. A un certo punto incontrammo una signora di colore molto grassa che occupava tutta la scala (che non era poi così larga, in due ci si stava ma in tre si era stretti) e mi ricordo che piangeva e invitava gli altri a passarle avanti. Noi le dicevamo “Ma no, scendiamo insieme lentamente” ma lei rispondeva “No, blocco troppa gente.” e ci lasciò passare.

Scendendo, scendendo e scendendo incontrammo un uomo sulla sedia a rotelle. Incontravo questo signore ogni mattina perché evidentemente facevamo gli stessi orari di lavoro. Anche lui come la signora di colore ci diceva “Andate, andate.” e c'era un amico che gli spingeva la carrozzina. Noi gli dicevamo “Vai, noi veniamo dietro di te.” ma rispose “No, mi ci vuole troppo tempo.” Insomma, portare una sedia a rotelle giù dalle scale non è una cosa facile.

Questo signore lavorava per la Port Authority e ogni mattina scambiavamo qualche parola: “Buon giorno”, “Come sta?”, “Ah che bel tempo oggi”, “Oggi fa freddo”, “Oggi fa caldo”. Dopo tanto tempo lessi su un settimanale che sia lui che l'amico morirono nel crollo. Uno dei due era al telefono con i genitori quando la Torre è crollata. Lui voleva che l'amico scendesse, ma questo gli disse “No. O ci salviamo tutti e due, o moriamo tutti e due.”

Noi continuavamo a scendere piano piano e a un certo punto cominciarono a salire i pompieri. Una scena che non hai idea! Questi pompieri che salivano carichi di tutta l'attrezzatura che si portano addosso... Noi chiedevamo loro “Ma cosa è successo?”, ma non ci dicevano niente. Dicevano solo “Non lo sappiamo, non vi preoccupate. Voi scendete, tenete la destra e andrà tutto bene.”

Ci hanno fatto uscire al secondo piano dove abbiamo preso la scala mobile per portarci sotto dove c'erano i negozi. Lì c'era una tale folla che io, il mio capo e io miei colleghi ci siamo persi. C'erano varie uscite: chi usciva di qua, chi usciva di là, e io persi i miei colleghi.

Ci hanno fatto risalire e ci portarono sulla strada. Dalle scale scendeva quasi mezzo metro d'acqua. Immagina come eravamo conciati, tutti bagnati! Da lì uscii fuori: non chiedermi dove perché non ne ho idea. Ancora oggi non so dove sono uscita. L'unica cosa che ricordo è che mi trovavo in questo slargo e mi bloccai completamente davanti a una gamba con una scarpa rossa che è stata la mia tortura per tanti, tanti, tanti mesi.

Continuavo a chiedere aiuto ma nessuno si fermava, eravamo tutti sulla stessa barca ovviamente.

A un certo punto sentii il mio capo, Bob, che mi chiamava da lontano: “Gina, corri!” Io gli dissi: “Vieni qua, Bob, aiutiamo questa gente.” Lui corse verso di me e si accorse che ero paralizzata. Non sentivo le gambe, non reagivo, non una lacrima: niente! Ero un sasso. E ti dico che io dentro ancora oggi mi sento così.

Se chiudo gli occhi e penso a quel giorno, non sento rumori, non sento urla. Come un film muto. A distanza di dieci anni non sento niente. Non sento urla: niente!

Ero un pezzo di ghiaccio, non sentivo niente. Lui mi ha strattonata. “Corri, corri, via di qui.” Ricordo bene che lui disse “E' Broadway e qui sotto c'è la metropolitana.”. Cominciammo a camminare verso nord; io abito sulla cinquantaquattresima, all'altezza a cui si trova il palazzo delle Nazioni Unite.

Camminammo a lungo, ci fermammo in un bar. Ricordo particolarmente la solidarietà di questa città. Tutti i bar erano aperti e offrivano da bere. Tutti i televisori erano accesi, addirittura qualche bar aveva messo il televisore sulla porta.

Quando io e Bob eravamo già a una certa distanza dal World Trade Center, la Torre Nord crollò e con essa sparirono le Torri Gemelle. Abbiamo sentito il boato e le urla della gente, ci siamo girati e le Torri non c'erano più.

Il mio capo mi ha accompagnato fino a casa e con il computer ha tentato di mettersi in contatto con la moglie, perché abita nel New Jersey. Lui poi andò da sua sorella che abita qui vicino. Io decisi che sarei andata dai miei genitori nel Queens, oltre il Queensboro Bridge sulla cinquantanovesima. Verso le due il mio telefono squillò ed era mio fratello che finalmente era riuscito a mettersi in contatto con me. A quel punto scoppiai in urla e pianti sentendo la voce di mio fratello che urlava e piangeva a sua volta.

Mi cambiai e uscii per andare dai miei. Arrivai nel Queens verso le cinque, mio fratello era venuto a prendermi oltre il ponte. Mentre attraversavo il ponte ero proprio afflitta, con il mio zainetto sulle spalle. A volte quando ci penso mi vedo e mi faccio pena. Vedo questa figura triste che attraversa il ponte con questo dolore dentro.

A metà del ponte guardai a destra e vidi una massa di fumo nero che si spostava verso est, perché il vento soffiava da quella parte quel giorno, e sono svenuta. Nessuno mi ha soccorsa perché c'era questa fiumana di gente che voleva solo uscire da Manhattan. A un certo punto sono rinvenuta e ho sentito un urlo: “Gii-naa, Gii-naa!” Mi guardavo intorno per vedere chi mi stava chiamando ed era mio fratello che si era arrampicato sul ponte e in mezzo a quella marea di gente mi aveva riconosciuta.

Da lì è cominciata la mia tragedia. Volevo tornare a New York per donare il sangue, non ho mangiato per una settimana, avevo incubi tutte le notti. Sono venuti due giornalisti mandati dalla televisione italiana a intervistarmi. Mi fecero sedere e mi chiesero di raccontare la mia giornata. La raccontai come la sto adesso raccontando a te, ma essendo il giorno appena seguente furono solo pianto e singhiozzi, non riuscivo neanche a parlare. L’intervista fu trasmessa in prima serata e fu un bene perché molti parenti miei non riuscivano a mettersi in contatto con me e vedendomi in televisione sapevano che almeno ero viva.

Per un certo periodo mi sembrava di stare bene anche se non sono andata a lavorare per un paio di mesi perché non ce la facevo, avevo paura. Sono andata avanti così fino a gennaio, poi ho cominciato a stare male, male, male; al punto che temevo di avere un tumore alle ossa perché non riuscivo a camminare, mi faceva male sotto i piedi. Non dormivo, non mangiavo. Avevo quello che chiamano “Post-traumatic stress”.

Il giovedì successivo una persona che lavora per la Croce Rossa mi trovò seduta che piangevo sulla quinta Avenue e mi ha letteralmente portata all'ospedale. Là lo psicologo mi ha fatto parlare con la manager che mi ha detto: “Signora, abbiamo dei grossi problemi. C'è una lista di attesa di almeno un anno.” Puoi immaginare quanta gente sconvolta ci fosse.

Io ero sconvolta dalle lacrime, dai singhiozzi, dai tremolii, dalle paure e il lunedì sera ho iniziato la terapia di gruppo. Eravamo in otto e ti garantisco che eravamo come otto neonati che piangevano. Però devo dire che mi ha aiutato molto, perché in quei momenti la famiglia non basta. Io ero contro la mia famiglia perché secondo me non mi ascoltavano abbastanza; invece non era così, è che un familiare in quella situazione non sa come trattarti. Invece una persona esterna e del mestiere sa come trattarti e iniziai con gli antidepressivi. Dovevo prenderne 10 milligrammi, ma dopo un mese ne prendevo 50 milligrammi al giorno.

Io volevo solo andare a Saint Patrick a vedere i funerali e piangere, mi sentivo in colpa perché troppi padri e troppe madri erano morti e io che non ho figli mi chiedevo “Perché sono sopravvissuta?”

Sentivo il bisogno di farmi del male. Era una sensazione che non so descrivere.

Io avevo bisogno di guardare la televisione, perché guardando quelle immagini io stavo male e stare male mi faceva sentire bene. Era come se fosse il pegno che io dovevo pagare per essere sopravvissuta. Ero davanti alla televisione 24 ore al giorno, non la mollavo per niente.

Per far contenta mia madre le dicevo che andavo a letto, poi appena sentivo che lei chiudeva la porta tornavo davanti al televisore.

Anche adesso ogni volta che lo racconto io vivo quel momento, anche oggi per me è l'11 settembre. Sento dentro quella sensazione, il voler far qualcosa a tutti i costi e non poter fare niente.

Una mia amica di Bari aveva due figli: una figlia di 34 anni e un figlio di 38 anni sposato con due bambini. Erano una nella Torre 1 e l'altro nella Torre 2, sono morti entrambi.

Negli anni successivi sono stata ospite alla televisione varie volte. In una di queste occasioni, non ricordo bene quale trasmissione fosse, c'era in collegamento un giornalista inviato in Afghanistan (che se ne stava comodamente in albergo) e io dissi qualcosa relativamente al fatto che io non sono a favore della guerra (e se mettiamo in fila un milione di persone, nessuno dice “Sì, io voglio la guerra”), però proviamo a chiedere a quella mamma che aveva due figli e che sono morti entrambi... Quella donna non vuole la guerra, vuole giustizia. E questo giornalista mi attaccò dicendo che il sangue di quegli Americani che sono morti nelle Torri è rosso esattamente come quello di chi sta morendo a causa della guerra in Iraq e in Afghanistan.

Io gli dissi: “Sì, sicuramente. Perché la guerra uccide tantissimi innocenti e andrebbe evitata.” Ma in un momento del genere io non sono in grado di dire qual è la cosa giusta. Certo, io non voglio la guerra, vorrei che tutto il mondo fosse in pace, ma purtroppo non è così.

Un'amica di una mia collega, che lavora ancora con me, era sulla Torre 2 e il marito sai dov'era!? Era sull'aereo che ci si è schiantato contro!

E un signore di Staten Island ha corso per prendere il traghetto per tornare dalla sua famiglia con tre figli, è arrivato sulla banchina quando il traghetto si era appena spostato. Ha saltato per prendere il traghetto, ma ha battuto la testa ed è morto: l'11 settembre, non perché era nella Torri, ma nel tentativo di tornare dalla sua famiglia.

Tutto questo perché?!?!

Perché dei pazzi sono saliti su un aereo e sono venuti a infilarsi nel nostro cuore alle 9 meno un quarto dell'11 settembre! Io non ho fatto niente a nessuno e mi hanno rovinato la vita. Non sono più la stessa.

Non sorrido più, magari sorrido con il viso, ma dentro non sorrido più; non ricordo da quando il mio cuore non sorride veramente.

Non sento più niente. Mi ricordo quando è morto mio padre ho sentito un dolore fortissimo dentro perché avevo perso il mio papà e dopo l’11 settembre non ho più sentito nulla del genere anche se ho perso molti amici e amiche.

Questo grazie a loro e alla loro religione!

Non sento più niente, sono come un automa, come uno di quei giocattolini a cui tiri la corda e camminano.

Ho perso tutti i clienti perché non ce la facevo più a lavorare. Non ci andavo e quando ci andavo non ero la stessa di prima. Avevamo un altro ufficio nel New Jersey e il mio capo mi disse “Abbiamo due scrivanie libere, scegli quella che vuoi.” Ne scelsi una, mi sedetti e iniziai a piangere come una disperata. Avevo un computer e un telefono e mi chiesi “E adesso cosa faccio? Chi chiamo?”. Non avevo più niente.

Da lì poi sono ripartita, piano piano. Ma non ero più quella di una volta, facevo fatica.

Sono stata in terapia due anni e mezzo, poi mi sono accorta che non serviva più a niente. Poi ho fatto la terapia individuale e a un certo punto la psicologa mi ha detto “Gina, quello che hai dentro ormai non te lo toglie più nessuno. Devi imparare a conviverci.” e aggiunse una cosa che si avvera giorno dopo giorno, cioè che magari un giorno mi alzo e sono tranquilla e vivo normalmente, il giorno dopo sono depressa da morire anche senza nessun motivo.

Sono gli strascichi che mi porto dietro. Magari un giorno andranno via, non lo so, ma oggi ci sono ancora. Io dopo l'11 settembre non sono più quella che ero una volta.

Un'altra storia che ti posso raccontare è questa. Durante le analisi del DNA sui resti trovati a Ground Zero, nel momento in cui identificavano qualcuno ne informavano la famiglia; c'era una signora che sperava con tutta sé stessa che trovassero i resti del marito per potergli fare un funerale e di questo signore hanno trovato solo il cuore. E il funerale è stato fatto solo con il cuore nella bara.


Undicisettembre: Quando vi siete resi conto che era un attentato terroristico e non un incidente?

Gina Lippis: Ce ne siamo resi conto quando ci stavamo allontanando dalle Torri andando verso Nord, siamo entrati in un bar perché io dovevo bere e andare in bagno, nel bar c'era il televisore e per la prima volta vidi i due aerei che si infilavano nelle Torri. A quel punto era chiaro per tutti che era un attentato.


Undicisettembre: Ti ricordi chi diede le istruzioni di evacuare e in che modo?

Gina Lippis: Nessuno. Nella Torre 1 non furono date istruzioni. Quando siamo usciti dalla scala al trentaduesimo piano c'era un telefono di emergenza, ma non funzionava neanche quello. A noi non ha detto niente nessuno, non abbiamo sentito la voce di nessuno.

A meno che non sia io a non ricordarmelo, ma non credo perché ero lucida. Mi rendevo benissimo conto di ciò che stava avvenendo attorno a me. Mi ricordo della signora che si è dovuta togliere le scarpe con i tacchi e si è tagliata un piede e sanguinava, o di quell'altra signora che aveva tutta la camicia bagnata perché pioveva dentro.

Tutto questo macello dentro la scala me lo ricordo chiaramente, però – ripeto – non ricordo una voce, non ricordo un urlo, non ricordo niente. Come un film muto, anche a distanza di dieci anni.

Quando History Channel ha realizzato il documentario Gli Italiani nelle Torri ci ha intervistati uno per volta, quindi io non sapevo cosa avessero detto gli altri. Quando poi mi hanno inviato il DVD ho riscontrato che dicevamo tutti le stessissime cose. Anche Francesco Ambruoso ha detto che per lui era come un film muto, non ricorda le voci, non ricorda i suoni.


Undicisettembre: Una cosa che non ho capito dal tuo racconto è dov'eri quando è crollata la Torre Sud.

Gina Lippis: Eravamo già per strada, ma non ho visto il crollo della Torre Sud. Abbiamo sentito il boato e abbiamo visto la polvere che usciva da tutte le parti, ma non abbiamo capito cosa stesse succedendo perché a New York i palazzi sono molto alti e se ti trovi sul marciapiede non vedi il palazzo successivo a quello che hai più vicino.


Undicisettembre: Puoi confermare o smentire che ci sia stato un lungo blackout nei giorni precedenti all'11 settembre?

Gina Lippis: No, io non ricordo nulla del genere.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui le Torri Gemelle sarebbero state demolite con esplosivi dal governo americano?

Gina Lippis: Ho letto di tutto, anche questa teoria. Non sono un esperto, quindi non lo so. Non sono in grado di dire se credo a una teoria o a un'altra: non lo so.


Undicisettembre: Dopo quanto tempo sei tornata a Ground Zero?

Gina Lippis: Subito! Dopo due giorni sono andata lì a piangere come una disperata e ci sono tornata due o tre volte a settimana.


Undicisettembre: Cosa pensi del nuovo World Trade Center attualmente in costruzione?

Gina Lippis: Io avrei rivoluto le due Torri. Il nuovo progetto è bello, ma io avrei rivoluto le due Torri lì al loro posto. Erano il nostro simbolo, il simbolo di questa città.

Sebbene io mi senta molto italiana e adoro la mia patria, la mia gente e la mia lingua, dopo l'11/9 mi sento anche molto americana. Infatti dopo l'11/9 ho preso la cittadinanza americana e adesso ho i due passaporti. Non rinuncerei né all'uno né all'altro per niente al mondo.


Undicisettembre: Come si vive a New York dieci anni dopo l'accaduto?

Gina Lippis: New York si è rimboccata le maniche. I primi tempi questa città era devastata: non c'era turismo, non c'era nessuno in giro. Era veramente triste. Adesso la città ha un po' rialzato la testa, anche se la crisi la sentiamo anche qui in America.

Abbiamo un ottimo presidente. Ma come dico sempre, New York non è l'America. L'America è un'altra cosa.

Sì è ripresa un po', ma c'è sempre quell'ombra scura su di noi. Quando c'è qualche evento, ad esempio la maratona, c'è sempre un po' di paura. Ogni tanto quando prendi la metropolitana e vedi una gran flotta di poliziotti ti chiedi “Oddio, cos'è successo? Perché ci sono così tanti poliziotti?” e allora vai a chiedere “Excuse me, cosa è successo?” e loro ovviamente e giustamente ti rispondono “Non c'è niente, signora. Tutto okay.”

Quella che era una volta la vita di New York non lo è più. Va un pochino meglio dopo dieci anni, cominciamo a convivere con ciò che è successo.

2008/05/14

Steven Jones: Torri Gemelle demolite con la vernice magica

di Paolo Attivissimo. Si ringrazia Screwloosechange per la segnalazione.

Il professor Steven Jones viene spesso indicato dai cospirazionisti come un'inattaccabile autorità. A differenza di altri celebri esponenti del "movimento per la verità", Jones infatti non è un teologo (come David Ray Griffin) o un filosofo (come James Fetzer) o un custode ex prestigiatore (come William Rodriguez). E' un fisico. Un uomo di scienza concreta. Una persona seria, insomma.

Non solo: la competenza professionale del professor Jones non è in filosofia, teologia o prestidigitazione, ma in una materia tutto sommato attinente alla dinamica del crollo delle Torri Gemelle. Quando si contesta a un cospirazionista che nessun addetto ai lavori documentato sui fatti sostiene le teorie alternative, il cospirazionista immancabilmente tira fuori il nome di Steven Jones con l'atteggiamento beffardo di chi ha estratto a sorpresa il proverbiale coniglio dal proverbiale cappello, spiazzando inesorabilmente il povero debunker.

Poco importa che Jones non sia un esperto in analisi metallurgica o in cedimenti strutturali. Poco importa che Jones sia stato colto a presentare come prove delle fotografie fasulle, spacciando per metallo fuso un blocco di cemento pressato (con tanto di pezzetti di carta ancora inglobati) o per bagliore di metallo incandescente la luce delle lampade dei soccorritori. Siccome ha poi (almeno in parte) ritrattato queste "prove", per i cospirazionisti si tratta di banali incidenti di percorso. Nessuno si chiede come un uomo di scienza possa aver commesso errori metodologici madornali come questi. I cospirazionisti glieli perdonano disinvoltamente, e Steven Jones rimane per loro il nome autorevolissimo da invocare come un mantra contro i miscredenti.

Chissà se continueranno ad invocarlo dopo che avranno sentito la sua nuova teoria, presentata pochi giorni fa, l'8 maggio scorso, durante un programma radiofonico, Air America Radio, scaricabile qui. Jones la descrive a partire da 1 ora e 40 minuti dall'inizio della registrazione.

La nuova teoria del professor Steven Jones è che esisterebbe della "supertermite in forma nanocomposita di sol-gel" che può essere applicata come vernice e poi innescata con segnali radio. Sì, avete capito bene: scaricate la registrazione e sentitelo dire dalla viva voce del professore. Steven Jones, il pilastro scientifico del movimento per la verità, sostiene che esiste una vernicetta che si applica ai supporti di un edificio, non ha bisogno di detonatori, s'accende via radio, ed è capace di tranciare in pochi istanti colonne d'acciaio aventi una sezione quadrata con lati di 35 centimetri. Ecco la traduzione delle sue dichiarazioni:

STEVEN JONES: La supertermite, nella forma nanocomposita, di sol gel, può essere applicata tramite verniciatura alle colonne d'acciaio e può poi essere innescata con segnali di radiocomando. Questo non richiederebbe mesi.

GREENE: Professore, quanto tempo ci vorrebbe per collocare in questo modo in un edificio abbastanza termite da abbatterlo?

STEVEN JONES: Nel mio articolo, stimo che... dipende ovviamente dal numero, si dice loro che qui è dove devono andare... potrebbero anche non sapere che cosa stanno verniciando sulle colonne. Hanno accesso tramite le trombe degli ascensori nelle torri. E' lì che si devono principalmente collocare gli esplosivi, principalmente, per abbattere...

GREENE: OK, interessante, John Brown...

STEVEN JONES: La risposta è dunque che ci vorrebbero settimane, non mesi.


Il John Brown citato è un interlocutore chiamato a difendere la "versione ufficiale", in quello che Air America Radio presenta come un dibattito equo: da una parte tre noti cospirazionisti (Kevin Barrett, Steven Jones, Richard Gage), dall'altra uno sconosciuto (sì, ci siamo offerti di partecipare a futuri dibattiti). Ecco l'originale delle dichiarazioni di Jones, per gli increduli:

Jones: Superthermite, in the nanocomposite... the sol gel form, can be painted onto steel columns and that then can be touched off with radio control signals. This would not take months.

Greene: How long, professor, how long would it take to put enough thermite into a building like that to be able to bring it down?

Jones: In my paper, I estimate that... it depends of course on the number, you tell them, this is where you go... they might not even know what they are painting on the columns. They have access through the elevator shafts in the towers. That's where you need to plant the explosives, primarily, to bring [down]...

Greene: OK, interesting, John Brown...

Jones: The answer, then, is it would take weeks, not months.


Capito? Niente esplosivi, detonatori, cavi d'innesco. Per demolire un palazzo serve soltanto una squadra d'imbianchini: preferibilmente con un pennello grande, o un grande pennello.

Una mano di vernice magica, un opportuno segnale radio, e gli edifici vengono giù senza problemi. E invece quei poveri cretini degli addetti alle demolizioni insistono a usare pericolosissimi esplosivi tradizionali.

Attendiamo con malcelato entusiasmo che Steven Jones, l'uomo di scienza, il beniamino accademico dei cospirazionisti, presenti campioni di questa "supertermite nella forma nanocomposita di sol gel" e mostri esperimenti di taglio istantaneo di colonne d'acciaio da 35 centimetri utilizzando questa sostanza dopo averla applicata come vernice e innescata tramite onde radio.

Fino a quel momento, tuttavia, chiediamo ai cospirazionisti: siete ancora disposti a sostenere la serietà di Steven Jones, ora che ha sposato la Teoria della Vernicetta Magica?