di Hammer
William Rodriguez è stato fin dalle origini del cospirazionismo undicisettembrino uno strenuo sostenitore della presenza di esplosivi all'interno delle Torri Gemelle. Undicisettembre si è già occupato in passato delle testimonianze di Rodriguez e della leggerezza con cui ha cambiato la propria testimonanza introducendo esplosioni sospette che mancavano del tutto nei primi racconti.
Nel 2006 Rodriguez, con il contributo dell'avvocato Philip J. Berg, ha dato alle stampe un volume intitolato in italiano 11 settembre 2001: Bush ha mentito in cui espone le solite teorie del complotto che negli anni sono state smentite dai tecnici di settore e una sua intervista è anche presente nel famoso video complottista Loose Change.
Soprende quindi, e non poco, che William Rodriguez abbia deciso di abbandonare il complottismo. Il suo sito internet non ne fa più alcuna menzione e nemmeno il suo profilo Facebook contiene alcun riferimento a esplosivi o autoattentati. Rodriguez scrive inoltre con notevole frequenza su un gruppo chiamato 9/11 WTC Survivors ma i suoi interventi non fanno alcun riferimento alla teorie del complotto, anzi sembra molto interessato a diffondere la conoscenza del museo di Ground Zero e dei suoi contenuti.
Undicisettembre ha anche tentato di contattare Rodriguez, attraverso una persona esterna, per avere chiarimenti sulla sua attuale posizione, ma William, come ci attendevamo, non ha risposto all'email.
Questo cambio di rotta dovrebbe insospettire i complottisti, ma questi hanno del tutto ignorato l'abbandono del loro ex alleato. L'episodio comunque è molto eloquente sull'onestà di questo personaggio. Mentre sospendiamo il giudizio sui suoi sforzi nei primi soccorsi, su cui vi sono più dubbi che certezze, Rodriguez merita tutto il nostro biasimo per la scarsa serietà dimostrata e per i numerosi tentativi di spettacolarizzare la tragedia.
2014/07/04
2014/06/10
Visita al 9/11 Memorial Museum
di Leonardo Salvaggio
La prima settimana di giugno mi trovavo a New York principalmente allo scopo di incontrare alcuni dei sopravvissuti, dei testimoni e dei soccorritori che ho intervistato nel corso di questi anni. Proprio poche settimane prima era stato aperto il museo di Ground Zero e quindi ho colto l'occasione, quasi obbligata, per andare a visitarlo. Nonostante avessi chiesto a molti dei miei contatti se volessero venire con me, nessuno di loro ha accettato dicendo che era troppo presto o che lo shock era ancora così vivo che proprio non se la sentivano. E quindi la mattina di mercoledì 4 giugno ho deciso di andarci da solo.
L'ingresso del museo si trova in mezzo alle due immense fontane che occupano il posto delle compiante Torri Gemelle, tra il nuovo One World Trade Center, la folta vegetazione della Plaza e i molti cantieri che daranno vita agli altri palazzi e che ancora ostruiscono notevolmente le vie pedonali. Una volta entrati, il museo si sviluppa per quattro piani sotto terra tra quelle che un tempo erano le fondamenta del World Trade Center originale.
La prima cosa che si incontra all'ingresso è una gigantesca foto delle due Torri e subito accanto un bassorilievo su sfondo nero illustra la sequenza di eventi che si sono svolti quella tragica mattina. Proseguendo il percorso si sentono a ogni angolo registrazioni audio delle voci di chi si trovava nelle Torri e chiedeva aiuto o di chi è sopravvissuto agli attacchi e ha poi raccontato la propria vicenda. E mentre si sentono queste voci ci si ritrova immersi tra travi delle Torri recuperate dalle macerie, mezzi di soccorso come camion o motociclette distrutti dai crolli e oggetti personali di chi ha vissuto personalmente quei terribili momenti.
La parte principale dell'esposizione si snoda all'ultimo piano interrato, dove tra la mura costruite per arginare il fiume Hudson sono state ricavate quattro sale, nelle quali purtroppo è vietato fare foto o riprese. Mentre ci si muove tra di esse, sul percorso principale si possono vedere opere d'arte ispirate all'attentato, pezzi di travi contorte e bruciate, un camion dei pompieri distrutto dal crollo, un motore di un ascensore, un pezzo dell'antenna che svettava sulla Torre Nord e innumerevoli altri oggetti che riportano alla memoria la tragedia dell'attentato più distruttivo della storia.
Nella prima delle quattro sale sono esposte in ordine alfabetico le foto di tutte le vittime dell'11 settembre 2001 e dei sei morti del primo attentato contro le Torri Gemelle del 1993. Nella seconda, dopo una breve attesa in coda, si può assistere alla proiezione di un video della durata di 11 minuti intitolato Rebirth at Ground Zero sulla storia della ricostruzione del World Trade Center. Nella terza sono raccolti vari oggetti personali recuperati tra le macerie.
La quarta sala racchiude la sezione più importante dell'esposizione e da sola richiede un paio di ore per essere visitata oltre a un breve tempo di attesa in coda. Si viene accolti dalla proiezione su un megaschermo della ripresa in time-lapse dell'artista tedesco Wolfgang Staehle dello schianto del volo American Airlines 11 contro la Torre Nord. Quindi, udendo in ogni angolo le voci dei sopravvissuti e delle telecronache di quel giorno, ci si muove tra gli oggetti più disparati recuperati tra le macerie: scarpe, portafogli con ancora le banconote riconoscibili, documenti di identità, una bandana usata da un sopravvissuto per coprirsi bocca e naso durante la fuga, auto della Polizia distrutte dai crolli, cappelli, portachiavi e innumerevoli altri dettagli che non si riesce nemmeno a immaginare possano essere stati estratti dai resti.
Ciò che personalmente ho trovato più straziante è stato un foglio in formato A4, recuperato a Ground Zero, sul quale c'era una disperata richiesta di aiuto scritta a mano: "84th floor, west office, 12 people trapped".
Sezioni dell'esposizione sono dedicate anche al Pentagono, a Shanksville e all'attentato del 1993. Verso la fine dell'esposizione una sezione è dedicata a come si è arrivati alla conoscenza di quanto accaduto e vi sono esposti i rapporti della Commissione d'Inchiesta, del NIST, della FEMA e di tutti gli enti che hanno condotto studi sull'11 settembre. Vengono riepilogate tutte le rivendicazioni di Osama bin Laden e dei vari membri di al Qaeda e sono esposte anche le foto dei dirottatori con una breve nota biografica. L'unica menzione al complottismo all'interno del museo è proprio in questa sezione dove è esposta, accanto ai rapporti ufficiali, la copertina del numero di Marzo del 2005 di Popular Mechanics dedicato a smontare le leggende metropolitane sull'11/9.
Accanto a questa porzione di museo sono esposte numerose prime pagine dei giornali di tutto il mondo del giorno seguente agli attentati: purtroppo tra queste non ve ne è neanche una italiana.
Chiude il museo un piccolo negozio in cui è possibile acquistare libri o ricordi di ogni tipo legati al memoriale e all'attentato.
Ho sentito molte storie sull'11/9 in questi anni e ho raccolto molte testimonianze inedite; pensavo di essere vaccinato ma mi sbagliavo. Quelle voci, quei resti, quegli oggetti sono stati un pugno in pancia anche per me, e di quelli forti. Anche una volta uscito dal museo, mentre camminavo verso Little Italy e Chinatown, ho avuto per almeno un'ora un forte senso di nausea e di mal di testa.
Ma prima di allontanarmi da Ground Zero, un'ultima cosa mi ha colpito notevolmente all'uscita. Non per la sua presenza, ma proprio per la sua assenza. Non c'era nessun gruppuscolo di complottisti armati di striscioni e volantini. Non ne ho visti a Ground Zero né da nessun'altra parte a New York, nemmeno a Times Square, dove invece ne avevo incontrati nel mio precedente viaggio a New York e con i quali avevo anche dibattuto rendendomi purtroppo conto che i complottisti ripetono le stesse sciocchezze da entrambi i lati dell'oceano.
Del resto davanti al dramma e alla disperazione cruda e violenta proposta dal museo è meglio che i complottisti tengano per sé le loro offensive e assurde teorie.
Lo impone il rispetto per il dolore.
La prima settimana di giugno mi trovavo a New York principalmente allo scopo di incontrare alcuni dei sopravvissuti, dei testimoni e dei soccorritori che ho intervistato nel corso di questi anni. Proprio poche settimane prima era stato aperto il museo di Ground Zero e quindi ho colto l'occasione, quasi obbligata, per andare a visitarlo. Nonostante avessi chiesto a molti dei miei contatti se volessero venire con me, nessuno di loro ha accettato dicendo che era troppo presto o che lo shock era ancora così vivo che proprio non se la sentivano. E quindi la mattina di mercoledì 4 giugno ho deciso di andarci da solo.
L'ingresso del museo si trova in mezzo alle due immense fontane che occupano il posto delle compiante Torri Gemelle, tra il nuovo One World Trade Center, la folta vegetazione della Plaza e i molti cantieri che daranno vita agli altri palazzi e che ancora ostruiscono notevolmente le vie pedonali. Una volta entrati, il museo si sviluppa per quattro piani sotto terra tra quelle che un tempo erano le fondamenta del World Trade Center originale.
La prima cosa che si incontra all'ingresso è una gigantesca foto delle due Torri e subito accanto un bassorilievo su sfondo nero illustra la sequenza di eventi che si sono svolti quella tragica mattina. Proseguendo il percorso si sentono a ogni angolo registrazioni audio delle voci di chi si trovava nelle Torri e chiedeva aiuto o di chi è sopravvissuto agli attacchi e ha poi raccontato la propria vicenda. E mentre si sentono queste voci ci si ritrova immersi tra travi delle Torri recuperate dalle macerie, mezzi di soccorso come camion o motociclette distrutti dai crolli e oggetti personali di chi ha vissuto personalmente quei terribili momenti.
La parte principale dell'esposizione si snoda all'ultimo piano interrato, dove tra la mura costruite per arginare il fiume Hudson sono state ricavate quattro sale, nelle quali purtroppo è vietato fare foto o riprese. Mentre ci si muove tra di esse, sul percorso principale si possono vedere opere d'arte ispirate all'attentato, pezzi di travi contorte e bruciate, un camion dei pompieri distrutto dal crollo, un motore di un ascensore, un pezzo dell'antenna che svettava sulla Torre Nord e innumerevoli altri oggetti che riportano alla memoria la tragedia dell'attentato più distruttivo della storia.
Nella prima delle quattro sale sono esposte in ordine alfabetico le foto di tutte le vittime dell'11 settembre 2001 e dei sei morti del primo attentato contro le Torri Gemelle del 1993. Nella seconda, dopo una breve attesa in coda, si può assistere alla proiezione di un video della durata di 11 minuti intitolato Rebirth at Ground Zero sulla storia della ricostruzione del World Trade Center. Nella terza sono raccolti vari oggetti personali recuperati tra le macerie.
La quarta sala racchiude la sezione più importante dell'esposizione e da sola richiede un paio di ore per essere visitata oltre a un breve tempo di attesa in coda. Si viene accolti dalla proiezione su un megaschermo della ripresa in time-lapse dell'artista tedesco Wolfgang Staehle dello schianto del volo American Airlines 11 contro la Torre Nord. Quindi, udendo in ogni angolo le voci dei sopravvissuti e delle telecronache di quel giorno, ci si muove tra gli oggetti più disparati recuperati tra le macerie: scarpe, portafogli con ancora le banconote riconoscibili, documenti di identità, una bandana usata da un sopravvissuto per coprirsi bocca e naso durante la fuga, auto della Polizia distrutte dai crolli, cappelli, portachiavi e innumerevoli altri dettagli che non si riesce nemmeno a immaginare possano essere stati estratti dai resti.
Ciò che personalmente ho trovato più straziante è stato un foglio in formato A4, recuperato a Ground Zero, sul quale c'era una disperata richiesta di aiuto scritta a mano: "84th floor, west office, 12 people trapped".
Sezioni dell'esposizione sono dedicate anche al Pentagono, a Shanksville e all'attentato del 1993. Verso la fine dell'esposizione una sezione è dedicata a come si è arrivati alla conoscenza di quanto accaduto e vi sono esposti i rapporti della Commissione d'Inchiesta, del NIST, della FEMA e di tutti gli enti che hanno condotto studi sull'11 settembre. Vengono riepilogate tutte le rivendicazioni di Osama bin Laden e dei vari membri di al Qaeda e sono esposte anche le foto dei dirottatori con una breve nota biografica. L'unica menzione al complottismo all'interno del museo è proprio in questa sezione dove è esposta, accanto ai rapporti ufficiali, la copertina del numero di Marzo del 2005 di Popular Mechanics dedicato a smontare le leggende metropolitane sull'11/9.
Accanto a questa porzione di museo sono esposte numerose prime pagine dei giornali di tutto il mondo del giorno seguente agli attentati: purtroppo tra queste non ve ne è neanche una italiana.
Chiude il museo un piccolo negozio in cui è possibile acquistare libri o ricordi di ogni tipo legati al memoriale e all'attentato.
Ho sentito molte storie sull'11/9 in questi anni e ho raccolto molte testimonianze inedite; pensavo di essere vaccinato ma mi sbagliavo. Quelle voci, quei resti, quegli oggetti sono stati un pugno in pancia anche per me, e di quelli forti. Anche una volta uscito dal museo, mentre camminavo verso Little Italy e Chinatown, ho avuto per almeno un'ora un forte senso di nausea e di mal di testa.
Ma prima di allontanarmi da Ground Zero, un'ultima cosa mi ha colpito notevolmente all'uscita. Non per la sua presenza, ma proprio per la sua assenza. Non c'era nessun gruppuscolo di complottisti armati di striscioni e volantini. Non ne ho visti a Ground Zero né da nessun'altra parte a New York, nemmeno a Times Square, dove invece ne avevo incontrati nel mio precedente viaggio a New York e con i quali avevo anche dibattuto rendendomi purtroppo conto che i complottisti ripetono le stesse sciocchezze da entrambi i lati dell'oceano.
Del resto davanti al dramma e alla disperazione cruda e violenta proposta dal museo è meglio che i complottisti tengano per sé le loro offensive e assurde teorie.
Lo impone il rispetto per il dolore.
2014/05/18
Il caso del volo Korean Air 85
di Hammer
Uno degli aspetti meno noti dell'11/9/2001 riguarda quanto accaduto al volo Korean Air 85, un Boeing 747 della compagnia di bandiera sudcoreana decollato da Seul con destinazione New York. Durante il tragitto era prevista una sosta ad Anchorage, in Alaska, per il rifornimento di carburante, ma mentre il velivolo si stava avvicinando al confine statunitense, a causa di un errore di comunicazione, fu scambiato per un aereo dirottato e le forze armate degli Stati Uniti si stavano predisponendo all'eventualità di abbatterlo. Il Boeing aveva a bordo circa 200 passeggeri.
A quasi 13 anni di distanza la dinamica di quanto successo è ancora molto confusa e in rete si trovano dettagli fortemente discordanti. La notizia fu riportata nel 2002 da varie testate tra cui Usa Today, CNN e The Globe and Mail, ma per un'analisi il più possibile attendibile ci dobbiamo affidare alle interviste a due controllori di volo, Rick Wilder e Dave Connett, pubblicate dall'Alaska Public Media nel 2011.
Le diverse fonti concordano nel ritenere che il problema nacque quando nelle comunicazioni tra l'equipaggio del volo e l'ARINC, società a cui le compagnie aeree affidano lo scambio di messaggi con gli equipaggi dei velivoli di linea, questa ricevette alle 11:08 (orario della costa orientale) un messaggio contenente le lettere "HJK" che nella concitazione e nel caos di quella giornata vennero interpretate come comunicazione di un avvenuto dirottamento. L'ARINC ne informò prontamente l'FAA che a sua volta ne informò il NORAD e il centro di controllo di volo di Anchorage. Il NORAD inviò due caccia F-15 dalla base di Elmendorf ad affiancarlo e quanto accadde dopo che il velivolo entrò nello spazio aereo dell'Alaska intorno alle ore 13 è oggetto di racconti discordanti.
Alcune fonti, tra cui Usa Today, riportano che il pilota del volo Korean Air 85 inserì di sua iniziativa nel transponder il codice 7500, che indica un dirottamento in corso, invece entrambi i controllori sostengono di aver ricevuto ordine di chiedere al pilota di inserire tale valore. I racconti dei due controllori non collimano su chi dei due impartì l'ordine al pilota in quanto entrambi sostengono di essere stati i primi a farlo. Tuttavia entrambi asseriscono di essere rimasti molto sorpresi dall'aver ricevuto una simile richiesta in quanto a nessuno dei due era mai successo nel corso della loro esperienza di dover chiedere a un pilota di inserire il codice 7500. Connett chiarisce però che, nonostante lui non lo sapesse, questo era previsto dalla procedura dell'FAA per verificare che un eventuale dirottamento fosse veramente in atto.
Infatti lo scenario di dirottamento previsto prima dell'11/9 era che il pilota rimanesse ai comandi e si ritrovasse il dirottatore a puntargli un'arma per obbligarlo a ubbidirgli. La torre di controllo, in caso di sospetto dirottamento, doveva chiedere al pilota di inserire il codice 7500; se l'aereo fosse stato davvero dirottato il pilota doveva eseguire l'ordine così confermando l'avvenuto dirottamento inserendo un valore di cui difficilmente il dirottatore poteva conosce il significato, in caso di falso allarme il pilota avrebbe invece dovuto specificare che non era necessario inserire il 7500 in quanto non era in corso alcun dirottamento.
Il pilota del volo Korean Air 85, evidentemente ignorando la procedura, inserì il codice 7500 nel transponder, così aumentando l'allarme già in corso. Temendo quindi un quinto schianto suicida, la torre di controllo ordinò al pilota di non proseguire verso la popolosa città di Anchorage ma di atterrare a Whitehorse, nella provincia canadese dello Yukon. Nel frattempo, comunque, il governatore dell'Alaska ordinò l'evacuazione degli alberghi più grandi e degli edifici governativi di Anchorage.
Connett racconta di aver incontrato ripetute resistenze da parte del pilota ad allungare il proprio tragitto fino a Whitehorse e di essere riuscito a convincerlo solo dopo numerosi tentativi. Wilder aggiunge che il pilota comunicò di avere solo 65 minuti di autonomia e che il tragitto fino a Whitehorse sarebbe durato 50 minuti, l'atterraggio sarebbe quindi avvenuto con soli 15 minuti di autonomia residua. Il motivo delle resistenze del pilota è forse da individuarsi proprio nella scarsezza di carburante residuo e anche nel fatto che l'aeroporto di Whitehorse si trova in mezzo alle montagne (foto accanto) e l'atterraggio con un 747 può essere difficoltoso.
Il comando del NORAD di Winnipeg aveva acconsentito a fare entrare il volo Korean Air 85 nello spazio aereo canadese affiancato dai caccia F-15 statunitensi insistendo però che un eventuale abbattimento avrebbe dovuto essere deciso dal governo canadese. Come riportato da The Globe and Mail, l'allora Primo Ministro del Canada, Jean Chrétien, fu raggiunto da una telefonata e disse che in caso di accertato dirottamento sarebbe bastato chiamarlo di nuovo perché autorizzasse l'abbattimento.
Senza ulteriori complicazioni il velivolo atterrò a Whitehorse dove dei cecchini erano posizionati sui tetti degli edifici e dove i gendarmi canadesi della Royal Canadian Mounted Police attendevano l'aereo sulla pista. Secondo quanto riportato dall'Anchorage Daily News (che dedicò alla vicenda due articoli: uno e due) i Mounties entrarono nella cabina di pilotaggio con le armi spianate e fecero dapprima scendere il Primo Ufficiale tenendolo sotto tiro e poi il resto dell'equipaggio a cui fu ordinato di tenere le mani alzate in modo che potessero essere perquisiti. Dopo aver interrogato i piloti i Mounties chiarirono che si era trattato solo di un errore di comunicazione tra l'equipaggio e i controllori di volo.
Episodi come questo dimostrano quale caos regnasse l'11/9 nel NORAD, nell'FAA e tra i controllori di volo e mentre oggi, a distanza di 13 anni, è chiaro e noto che i voli dirottati fossero quattro e tutti decollati dagli Stati Uniti quel giorno non lo era e qualunque situazione poco chiara poteva essere interpretata come una minaccia. Inoltre un caso del genere mostra che gli scenari da Far West dei cieli in cui al minimo segnale un velivolo viene affiancato e abbattuto in pochi minuti ipotizzati dai complottisti sono solo il frutto della fantasia di chi ha visto troppi film d'azione.
Uno degli aspetti meno noti dell'11/9/2001 riguarda quanto accaduto al volo Korean Air 85, un Boeing 747 della compagnia di bandiera sudcoreana decollato da Seul con destinazione New York. Durante il tragitto era prevista una sosta ad Anchorage, in Alaska, per il rifornimento di carburante, ma mentre il velivolo si stava avvicinando al confine statunitense, a causa di un errore di comunicazione, fu scambiato per un aereo dirottato e le forze armate degli Stati Uniti si stavano predisponendo all'eventualità di abbatterlo. Il Boeing aveva a bordo circa 200 passeggeri.
A quasi 13 anni di distanza la dinamica di quanto successo è ancora molto confusa e in rete si trovano dettagli fortemente discordanti. La notizia fu riportata nel 2002 da varie testate tra cui Usa Today, CNN e The Globe and Mail, ma per un'analisi il più possibile attendibile ci dobbiamo affidare alle interviste a due controllori di volo, Rick Wilder e Dave Connett, pubblicate dall'Alaska Public Media nel 2011.
Le diverse fonti concordano nel ritenere che il problema nacque quando nelle comunicazioni tra l'equipaggio del volo e l'ARINC, società a cui le compagnie aeree affidano lo scambio di messaggi con gli equipaggi dei velivoli di linea, questa ricevette alle 11:08 (orario della costa orientale) un messaggio contenente le lettere "HJK" che nella concitazione e nel caos di quella giornata vennero interpretate come comunicazione di un avvenuto dirottamento. L'ARINC ne informò prontamente l'FAA che a sua volta ne informò il NORAD e il centro di controllo di volo di Anchorage. Il NORAD inviò due caccia F-15 dalla base di Elmendorf ad affiancarlo e quanto accadde dopo che il velivolo entrò nello spazio aereo dell'Alaska intorno alle ore 13 è oggetto di racconti discordanti.
Alcune fonti, tra cui Usa Today, riportano che il pilota del volo Korean Air 85 inserì di sua iniziativa nel transponder il codice 7500, che indica un dirottamento in corso, invece entrambi i controllori sostengono di aver ricevuto ordine di chiedere al pilota di inserire tale valore. I racconti dei due controllori non collimano su chi dei due impartì l'ordine al pilota in quanto entrambi sostengono di essere stati i primi a farlo. Tuttavia entrambi asseriscono di essere rimasti molto sorpresi dall'aver ricevuto una simile richiesta in quanto a nessuno dei due era mai successo nel corso della loro esperienza di dover chiedere a un pilota di inserire il codice 7500. Connett chiarisce però che, nonostante lui non lo sapesse, questo era previsto dalla procedura dell'FAA per verificare che un eventuale dirottamento fosse veramente in atto.
Infatti lo scenario di dirottamento previsto prima dell'11/9 era che il pilota rimanesse ai comandi e si ritrovasse il dirottatore a puntargli un'arma per obbligarlo a ubbidirgli. La torre di controllo, in caso di sospetto dirottamento, doveva chiedere al pilota di inserire il codice 7500; se l'aereo fosse stato davvero dirottato il pilota doveva eseguire l'ordine così confermando l'avvenuto dirottamento inserendo un valore di cui difficilmente il dirottatore poteva conosce il significato, in caso di falso allarme il pilota avrebbe invece dovuto specificare che non era necessario inserire il 7500 in quanto non era in corso alcun dirottamento.
Il pilota del volo Korean Air 85, evidentemente ignorando la procedura, inserì il codice 7500 nel transponder, così aumentando l'allarme già in corso. Temendo quindi un quinto schianto suicida, la torre di controllo ordinò al pilota di non proseguire verso la popolosa città di Anchorage ma di atterrare a Whitehorse, nella provincia canadese dello Yukon. Nel frattempo, comunque, il governatore dell'Alaska ordinò l'evacuazione degli alberghi più grandi e degli edifici governativi di Anchorage.
Connett racconta di aver incontrato ripetute resistenze da parte del pilota ad allungare il proprio tragitto fino a Whitehorse e di essere riuscito a convincerlo solo dopo numerosi tentativi. Wilder aggiunge che il pilota comunicò di avere solo 65 minuti di autonomia e che il tragitto fino a Whitehorse sarebbe durato 50 minuti, l'atterraggio sarebbe quindi avvenuto con soli 15 minuti di autonomia residua. Il motivo delle resistenze del pilota è forse da individuarsi proprio nella scarsezza di carburante residuo e anche nel fatto che l'aeroporto di Whitehorse si trova in mezzo alle montagne (foto accanto) e l'atterraggio con un 747 può essere difficoltoso.
Il comando del NORAD di Winnipeg aveva acconsentito a fare entrare il volo Korean Air 85 nello spazio aereo canadese affiancato dai caccia F-15 statunitensi insistendo però che un eventuale abbattimento avrebbe dovuto essere deciso dal governo canadese. Come riportato da The Globe and Mail, l'allora Primo Ministro del Canada, Jean Chrétien, fu raggiunto da una telefonata e disse che in caso di accertato dirottamento sarebbe bastato chiamarlo di nuovo perché autorizzasse l'abbattimento.
Senza ulteriori complicazioni il velivolo atterrò a Whitehorse dove dei cecchini erano posizionati sui tetti degli edifici e dove i gendarmi canadesi della Royal Canadian Mounted Police attendevano l'aereo sulla pista. Secondo quanto riportato dall'Anchorage Daily News (che dedicò alla vicenda due articoli: uno e due) i Mounties entrarono nella cabina di pilotaggio con le armi spianate e fecero dapprima scendere il Primo Ufficiale tenendolo sotto tiro e poi il resto dell'equipaggio a cui fu ordinato di tenere le mani alzate in modo che potessero essere perquisiti. Dopo aver interrogato i piloti i Mounties chiarirono che si era trattato solo di un errore di comunicazione tra l'equipaggio e i controllori di volo.
Episodi come questo dimostrano quale caos regnasse l'11/9 nel NORAD, nell'FAA e tra i controllori di volo e mentre oggi, a distanza di 13 anni, è chiaro e noto che i voli dirottati fossero quattro e tutti decollati dagli Stati Uniti quel giorno non lo era e qualunque situazione poco chiara poteva essere interpretata come una minaccia. Inoltre un caso del genere mostra che gli scenari da Far West dei cieli in cui al minimo segnale un velivolo viene affiancato e abbattuto in pochi minuti ipotizzati dai complottisti sono solo il frutto della fantasia di chi ha visto troppi film d'azione.
2014/05/02
Pentagon: an interview with journalist Richard Benedetto
di Hammer. An Italian translation is available here.
On the morning of September 11, 2001, journalist Richard Benedetto was driving to work at USA Today when American Airlines Flight 77 flew above him, heading towards the Pentagon.
Benedetto accepted our request for an interview, and his account shows once more that conspiracy theories about the Pentagon attack are the product of excessively imaginative minds. Indeed, like many other eyewitnesses, Benedetto confirms that an airliner followed the route verified by NTSB and crashed into the Pentagon.
We thank Richard Benedetto for his kindness and willingness to help.
On the morning of September 11, 2001, journalist Richard Benedetto was driving to work at USA Today when American Airlines Flight 77 flew above him, heading towards the Pentagon.
Benedetto accepted our request for an interview, and his account shows once more that conspiracy theories about the Pentagon attack are the product of excessively imaginative minds. Indeed, like many other eyewitnesses, Benedetto confirms that an airliner followed the route verified by NTSB and crashed into the Pentagon.
We thank Richard Benedetto for his kindness and willingness to help.
Undicisettembre: Can you give an account of what you saw and experienced that morning? What do you recall, generally speaking?
Richard Benedetto: I was driving to work at USA Today that morning and I was listening to the radio because I was already hearing reports about the World Trade Center being hit by two airplanes. All of a sudden I heard an airplane coming from behind me, it was very loud and very low. It's very unusual to see a plane in that particular area because the Ronald Reagan Airport, which is not very far away from the Pentagon, is where most of the planes in that area land but they would be kicking a different route. I looked out of the windows of my car to the left and up, and I didn't have to look very far up, and I saw this big American Airlines jet going by and heading down towards the ground and I remember shouting to no one, as I was alone in the car, “That plane is going to crash!” It disappeared behind the bridge, I heard the thud which sounded like artillery fire, and I saw a big black puff of smoke come up.
Many of the cars on the highway in front of me stopped, someone actually tried to turn around and go the other way; I pulled my car over to the side and ran down under the bridge toward the Pentagon and as I emerged from the other side of the bridge I saw a big fire and black smoke coming out of the building and people running out. There were police officers pushing people running toward the building back. I stood there watching what was going on as this unfolded. A firetruck had been already pulled up, because there was a firetruck adjacent to the Pentagon that was always parked there, and it was already spraying water. This is basically what I saw in the aftermath of the event.
Undicisettembre: Can I ask you a silly question? Are you positive it was an American Airlines jet?
Richard Benedetto: It was American Airlines, sure as heck! Yes. That plane was very very low.
Undicisettembre: How long did you stay there in the afternoon? Were you able to go to work afterward?
Richard Benedetto: I stayed there the whole day. I immediately made a call to my office, cellphones were still working at that moment, and they told me to stay there, so I continued to stay there until 6:30 that evening. Then eventually I got into the Pentagon because they held a press conference. The Secretary of Defense, who was Rumsfeld, and the Chairman of the Senate Armed Services, Mr Levin, held a press conference, I think to show that the building was still functioning. We reporters were escorted in there through the corridors that were still smoking, you could smell the kerosene fumes from the jet fuel.
Undicisettembre: What did you do in those hours between the incident and when you went into the Pentagon?
Richard Benedetto: We were all situated by a gasoline filling station across the street which was a station that was used by the Pentagon vehicles only, it was not a public filling station. We were there and many people from the Pentagon came out and briefed us from time to time, mostly military officers.
Undicisettembre: The next question is inevitably about the size of the hole in the face of the Pentagon. Some people say it was too small for an airliner. What's your opinion about this topic? Did you get a good look at the hole before the section of the building collapsed?
Richard Benedetto: I couldn't see the hole itself because there was a lot of smoke coming out of it, as the day wore on the smoke cleared and I could see the hole after the collapse. But I never questioned whether or not the whole was big enough for an airliner.
It was only a while afterward that I heard someone said it wasn't big enough and some people came out with those theories, especially with the theory of the plane coming from the North.
Undicisettembre: What's your opinion on the many conspiracy theories regarding 9/11 and specifically the Pentagon incident?
Richard Benedetto: Since I saw the airplane and I saw it happen I know what my eyes told me: it was not faked. If it was fake, where did that airplane that I saw go?
Undicisettembre: What are your feelings about conspiracy theorists?
Richard Benedetto: There are conspiracy theories about everything, from the JFK murder on. Some are more plausible than others, this particular one makes no sense to me. I don't understand what people think was the purpose in that particular case.
Undicisettembre: Most of the conspiracy theorists, at least in Italy, now seem to believe that an airplane hit the Pentagon but it didn't fly the route the official version says it followed, but flew further north (see this image: the blue line is the official path, the yellow line is the North Path). Based on your experience, I guess you can rule out this crazy idea, right?
Richard Benedetto: The plane was definitely coming from the west. It followed the blue line in the picture you showed me.
Undicisettembre: Have you ever met any conspiracy theorists and tried to debate them?
Richard Benedetto: No, I haven't.
Undicisettembre: While you were there at the Pentagon was anyone having doubts about the fact that a plane had hit the Pentagon?
Richard Benedetto: There was no doubt being expressed among either the reporters or people from the Pentagon we were talking to or eyewitnesses. We did interview people who had been in the building who came out and talk to us while we were in that designated place, we talked to a number of people who were in the building at the time of the crash. None of those that I interviewed said that they saw the airplane itself, but they felt the impact of the plane, saw people who had been thrown to the ground, saw people being injured. They were all pretty shocked themselves.
Undicisettembre: That's an interesting point. You made interviews with people who came out the Pentagon. What can you tell us about them?
Richard Benedetto: They were very nervous and very shook up, very shocked. People who were working there were sent home, so some were just wandering around without knowing what to do. They were wandering around endlessly, some of the metro system was not working, some were waiting for somebody to come and pick them up. It was a chaotic situation, but as a reporter you always try to talk to the people who might have been closest to it, so we did interview a lot of folks who were in the building.
Undicisettembre: As far as you know are there many conspiracy theorists among your colleagues?
Richard Benedetto: Not among mainstream journalists, no. It's not a popular topic here. The 9/11 conspiracy theories seem to be more popular outside the US. There are some people who have these theories but it's not a big topic among the mainstream media.
Undicisettembre: So in your opinion they are more popular in Europe than in the US?
Richard Benedetto: Yes, more in Europe. There are also some coming from the Middle East because some of these theories that I heard claim that it wasn't done by Arabs but by the Jews. But mainstream media play other conspiracy theories such as the JFK ones, especially this year past being the 50th anniversary.
Undicisettembre: How did 9/11 affect your everyday life?
Richard Benedetto: I was a White House correspondent at the time, covering the George W. Bush administration, so for the next several months most of my coverage was focused upon the US response to 9/11: the military response, the legislative response, the passage of the Patriot Act.
Many people in the compression of time have a sense that somehow 9/11 happened one day and the next day we invaded Iraq, that's not true at all: it was 18 months afterward. The other theory that is out there is that there was no debate and that the media were accomplices in all that, that's not true either.
There was a lot of debate, there were a lot of news articles that were very skeptical of the idea of going into Iraq. But in the compression of time people have a different sense of what happened. That's also true even in conspiracy theories.
Undicisettembre: Are there other aspects related to 9/11 that in your opinion deserve further investigation?
Richard Benedetto: As journalists I think we need to do researches about what happened between 9/11 and the invasion of Iraq. There are many college professors, actually I'm a college professor myself since retiring from USA Today, that believe that there was a rush to Iraq that was never debated or covered very heavily: it's just not true.
It was not only debated in the American media but also in the UN, there were several resolutions that passed the Security Council before the United Stated invaded Iraq that supported that, there was a final resolution that did not pass. But the Congress also passed a resolution bipartisan to invade Iraq: Senate and House. They both debated very long and hard.
But there's a sense out there, even in the academia now, that we didn't do that.
One thing that I point out is that it was inevitable that we were going to do that mainly because the American people wanted to do that. It was a revenge that was involved here and it was like a snowball rolling downhill over time. In fact as time went on and they debated more and more about what to do in Iraq public support for invasion went up, not down. It only started to go down when the war started to go badly.
Undicisettembre: Did you have psychological consequences after 9/11?
Richard Benedetto: It was very disturbing to see something like that, especially when you are not ready for it. It's not the same as being involved in a war directly, I assume that those kinds of psychological effects are much more severe. It makes you think about the fragility of life and makes you think about how things can change in a minute, it makes you think about the things that are more important. I was 60 at that time, that is a moment when you start to reassess your life: what's important and what's not.
So if there was an effect on me, it wasn't a psychological effect but it was like making me say to myself: what's important and what's not important?
Undicisettembre: Has this event given you a new insight into journalism?
Richard Benedetto: Yes. There was a need to explain the story the best I could from the perspective that I had, which was the White House. I was telling the story based upon what was happening in the White House: what the President was doing, what the President was doing in Congress. I went up to Capitol Hill during the time when the debate was being held on the so called Patriot Act which set in motion some of the rules and regulations that we are still debating today about surveillance and security and privacy vs security issues. You thought about those things for the first time, having covered the White House from the Reagan administration to the Bush administration you weren't debating this kind of thing until then. So these things became big issues and they continued to be big issues and very complex.
I tried to give the full story and not be caught in the heat of the moment or the passion of the moment. It certainly made me want to do a better job as a journalist.
Undicisettembre: Do you think the country is still living in fear or has it regained its standing in the world?
Richard Benedetto: I don't think the country is living in fear, the American people adjusted quickly. There's the concern that a terrorist attack can occur anytime but people don't walk around thinking about it. I think President Obama worries about it all the time for a couple of reasons. First he doesn't obviously want the American people to be hurt, second he worries about what effect it would have on his presidency. I don't think he wants the responsibility of having presided over another terrorist attack.
I think one of the reasons why he's so willing to have such broad and comprehensive surveillance by NSA is that he thinks and he hopes that by doing that they can prevent another terrorist attack.
Pentagono: intervista con il giornalista Richard Benedetto
di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.
La mattina dell'11 settembre 2001 il giornalista Richard Benedetto si stava recando in macchina al lavoro presso USA Today quando il volo American Airlines 77 passò sopra di lui, diretto verso il Pentagono.
Benedetto ha accettato la nostra richiesta di rilasciarci un'intervista e il suo racconto mostra ancora una volta che le teorie del complotto sull'attacco al Pentagono sono il prodotto di menti troppo fantasiose. Infatti Benedetto, così come altri testimoni oculari, conferma che un aereo di linea ha seguito la rotta verificata dal NTSB e si è schiantato contro il Pentagono.
Ringraziamo Benedetto per la sua cortesia e disponibilità.
La mattina dell'11 settembre 2001 il giornalista Richard Benedetto si stava recando in macchina al lavoro presso USA Today quando il volo American Airlines 77 passò sopra di lui, diretto verso il Pentagono.
Benedetto ha accettato la nostra richiesta di rilasciarci un'intervista e il suo racconto mostra ancora una volta che le teorie del complotto sull'attacco al Pentagono sono il prodotto di menti troppo fantasiose. Infatti Benedetto, così come altri testimoni oculari, conferma che un aereo di linea ha seguito la rotta verificata dal NTSB e si è schiantato contro il Pentagono.
Ringraziamo Benedetto per la sua cortesia e disponibilità.
Undicisettembre: Cosa ricordi in generale dell'11/9? Ci puoi fare un racconto di ciò che hai visto quel giorno?
Richard Benedetto: Ero in macchina e stavo andando al lavoro a USA Today quella mattina e ascoltavo la radio, perché stavo già sentendo i notiziari sul World Trade Center colpito da due aerei. All’improvviso sentii un aereo che arrivava da dietro di me, era molto rumoroso e molto basso. È molto insolito vedere un aereo proprio lì, perché il Ronald Reagan Airport, che non è molto lontano dal Pentagono, è il luogo dove atterra la gran parte degli aerei in quella zona, ma seguirebbero un’altra rotta. Guardai fuori dal finestrino a sinistra e in alto, non dovetti guardare molto in alto, e vidi questo grosso jet dell’American Airlines passare e puntare in basso verso il suolo e ricordo di aver urlato a me stesso, essendo io in macchina da solo, “Quell’aereo sta per schiantarsi!” Scomparve oltre il ponte, sentii il rumore dello schianto che sembrava quello del fuoco di artiglieria, e vidi alzarsi una grande nube di fumo nero.
Molte delle auto davanti a me in autostrada si fermarono, qualcuno tentò di fare inversione e tornare indietro; io accostai a destra e corsi sotto al cavalcavia verso il Pentagono e quando uscii dal lato opposto vidi un grosso incendio e fumo nero che usciva dall’edificio e gente che scappava. C’erano agenti di polizia che mandavano via le persone che si avvicinavano al Pentagono. Rimasi lì a vedere cosa succedeva. Un camion dei pompieri era già stato messo all’opera, perché c’era un camion dei pompieri adiacente al Pentagono che era sempre parcheggiato lì, e stava già spruzzando acqua. Questo è in sintesi ciò che vidi appena dopo lo schianto.
Undicisettembre: Posso farti una domanda stupida? Sei sicuro che fosse un jet dell’American Airlines?
Richard Benedetto: Era dell’American Airlines, assolutamente sicuro! Si. Quell’aereo era molto molto basso.
Undicisettembre: Per quanto tempo sei rimasto lì quel pomeriggio? Hai potuto andare al lavoro dopo?
Richard Benedetto: Rimasi lì per l’intera giornata. Chiamai immediatamente in ufficio, i cellulari funzionavano ancora in quel momento, e mi dissero di rimanere lì, quindi rimasi lì fino alle 18:30. Quindi finalmente entrai al Pentagono perché ci fu una conferenza stampa; il Segretario della Difesa, che era Rumsfeld, e il Presidente dei Servizi Armati del Senato, Carl Levin, tennero una conferenza stampa, credo per dimostrare che il palazzo stava funzionando. Noi giornalisti fummo scortati all’interno attraverso i corridoi che stavano ancora fumando, si sentiva l’odore dei vapori di kerosene proveniente dal carburante avio.
Undicisettembre: Cosa ti è successo nelle ore trascorse tra lo schianto e quando entrasti al Pentagono?
Richard Benedetto: Eravamo tutti raccolti vicino a una stazione di servizio dall’altra parte della strada che era usata solo dai veicoli del Pentagono, non era una stazione di servizio pubblica. Eravamo lì e molte persone che arrivavano dal Pentagono venivano a ragguagliarci di tanto in tanto, soprattutto militari.
Undicisettembre: La prossima domanda è inevitabilmente sulla dimensione del buco sulla facciata del Pentagono. Alcuni dicono che fosse troppo piccolo per un aereo di linea. Qual è la tua opinione a riguardo? Hai avuto modo di vedere bene il foro prima che quella parte dell'edificio crollasse?
Richard Benedetto: Non vidi il buco in sé perché c’era molto fumo che usciva; più tardi nel corso della giornata il fumo si diradò e vidi il buco dopo il crollo. Ma non ho mai messo in dubbio se fosse o meno grande abbastanza per un aereo di linea.
Fu solo dopo che sentii che qualcuno aveva detto che non era abbastanza grande e qualcun altro se ne uscì con quelle teorie, specialmente quella sull’aereo che arrivava da nord.
Undicisettembre: Cosa pensi delle varie teorie del complotto sull'11/9 e nello specifico di quella sull'attacco al Pentagono?
Richard Benedetto: Avendo visto l'aereo e avendo visto il tutto mentre accadeva so ciò che i miei occhi mi hanno detto: non fu una finzione. Se fu una finzione, dove è finito l’aereo che ho visto?
Undicisettembre: Cosa pensi di chi sostiene le teorie del complotto?
Richard Benedetto: Ci sono teorie del complotto su tutto, a cominciare dall'assassinio di JFK. Alcune sono più plausibili di altre; questa in particolare per me non ha senso. Non capisco quale sarebbe stato lo scopo secondo questa gente.
Undicisettembre: La maggior parte dei sostenitori delle teorie del complotto, almeno in Italia, adesso sembra credere che un aereo abbia davvero colpito il Pentagono ma che non abbia percorso la rotta sostenuta dalla versione ufficiale, ma una più a nord (guarda questa immagine: la linea azzurra è la rotta ufficiale, quella gialla è la rotta nord). Basandoti sulla tua esperienza credo che tu possa spazzare via questa folle idea, giusto?
Richard Benedetto: Sicuramente l'aereo arrivava da ovest. Seguì la linea azzurra nella foto che mi hai mostrato.
Undicisettembre: Hai mai incontrato qualche complottista e provato a discuterci?
Richard Benedetto: No.
Undicisettembre: Mentre eri al Pentagono qualcuno aveva dubbi sul fatto che fosse stato colpito da un aereo?
Richard Benedetto: Nessuno espresse dubbi né tra i giornalisti, né tra le persone che arrivavano dal Pentagono con cui parlammo, né tra i testimoni oculari. Intervistammo alcune persone che erano nell’edificio e che erano uscite per parlare con noi mentre ci trovavamo in quell’area designata; parlammo con alcune persone che erano nell'edificio al momento dello schianto. Nessuno di quelli che intervistai disse di aver visto l’aereo in sé, ma ne avevano sentito l'impatto, avevano visto persone che erano state gettate al suolo, avevano visto persone ferite. Erano tutti molto scioccati anche loro.
Undicisettembre: Questo è un punto interessante. Hai fatto interviste con persone uscite dal Pentagono. Cosa puoi dirci di loro?
Richard Benedetto: Erano molti nervosi e scossi, scioccati. La gente che stava lavorando fu mandata a casa e quindi c’erano alcuni di loro che vagavano senza sapere cosa fare. Vagavano senza sosta; parte della metropolitana non funzionava, alcuni aspettavano che qualcuno li venisse a prendere. Era una situazione caotica, ma come reporter devi sempre cercare di parlare alle persone che erano più vicine a ciò che è successo, quindi intervistammo molti di quelli che erano dall'edificio.
Undicisettembre: Che tu sappia ci sono molti complottisti tra i tuoi colleghi?
Richard Benedetto: Non tra i giornalisti delle testate principali, no. Non è un argomento popolare qui. Le teorie del complotto sull’11/9 sembrano essere più popolari fuori dagli USA. Qui ci sono alcune persone che hanno queste teorie ma non è un argomento di rilievo nei media principali.
Undicisettembre: Quindi a tuo parere sono più popolari in Europa che negli USA?
Richard Benedetto: Sì, più in Europa. Ce ne sono anche alcune che vengono dal Medio Oriente perché alcune delle teorie che ho sentito sostengono che l'attacco non fu compiuto dagli arabi ma dagli ebrei. Ma i media principali insistono su altre teorie del complotto, tipo quelle su JFK, specialmente lo scorso anno, dato che era il 50° anniversario.
Undicisettembre: L'11/9 come ha influenzato la tua vita quotidiana?
Richard Benedetto: Ero un corrispondente dalla Casa Bianca al tempo, mi occupavo dell’amministrazione di George W. Bush, quindi nei mesi successivi gran parte del mio lavoro era focalizzato sulla risposta americana all’11/9: la risposta militare, la risposta legislativa, l’approvazione del Patriot Act.
Molte persone a distanza di tempo hanno la sensazione che in qualche modo l’11/9 sia accaduto un dato giorno e il giorno seguente abbiamo invaso l’Iraq, ma non è assolutamente vero: accadde 18 mesi dopo. L’altra teoria molto diffusa è che non ci fu dibattito e che i media siano stati complici in questo; anche questo non è vero.
Ci fu molto dibattito, ci furono numerosi articoli molto scettici sull’idea di andare in Iraq. Ma a distanza di tempo la gente ha una percezione diversa di ciò che è successo. Questo è vero anche per le teorie del complotto.
Undicisettembre: Ci sono altri aspetti legati all'11/9 che secondo te meritano indagini più approfondite?
Richard Benedetto: Come giornalisti, credo che dobbiamo fare ricerca su ciò che è successo tra l’11/9 e l’invasione dell’Iraq. Ci sono molti professori universitari, in realtà anche io sono un professore universitario da quando mi sono dimesso da USA Today, che credono che ci fu una corsa all’Iraq che non fu mai dibattuta o raccontata nei dettagli: semplicemente non è vero.
Non solo fu dibattuta dai media americani ma anche all’interno dell’ONU, ci furono molte risoluzioni che furono approvate dal Consiglio di Sicurezza prima che gli USA invadessero l’Iraq ed erano a favore dell'invasione; ci fu un’ultima risoluzione che non fu approvata. Anche il Congresso approvò una risoluzione bipartisan per l’invasione dell’Iraq: al Senato e alla Camera. Ne dibatterono a lungo e duramente.
Ma c’è una credenza diffusa, anche nel mondo accademico adesso, che tutto questo non successe.
Una cosa che voglio sottolineare è che era inevitabile che succedesse, principalmente perché il popolo americano lo voleva. C’era una rivalsa in gioco ed era come una palla di neve che scende con il passare del tempo. Infatti nel tempo trascorso durante i dibattiti su ciò che doveva essere fatto in Iraq il consenso popolare sull’invasione aumentava invece di calare. Iniziò a diminuire solo quando la guerra iniziò ad andare male.
Undicisettembre: Hai avuto conseguenze psicologiche in seguito all'11/9?
Richard Benedetto: Fu terribile vedere una cosa del genere, specialmente quando non te lo aspetti. Non è come essere coinvolto direttamente in una guerra, presumo che quel tipo di conseguenze psicologiche sia molto peggiore. Ti fa pensare alla fragilità della vita e a come le cose possano cambiare in un minuto, ti fa pensare alle cose che sono più importanti. Avevo 60 anni al tempo, è un momento in cui cominci a risistemare la tua vita: ciò che è importante e ciò che non lo è.
Quindi se c'è stato un effetto su di me, non è stato psicologico, ma l'avermi fatto valutare: cosa è importante e cosa non lo e?
Undicisettembre: Questi avvenimenti ti hanno dato una nuova visione dell'arte di fare giornalismo?
Richard Benedetto: Sì. C'era la necessità di spiegare ciò che stava avvenendo al meglio di quanto ero capace dalla prospettiva che avevo, che era la Casa Bianca. Stavo riportando le notizie sulla base di ciò che succedeva alla Casa Bianca: cosa faceva il Presidente, cosa faceva il Presidente al Congresso. Andai al Campidoglio durante i dibattiti sul cosiddetto Patriot Act che mise in moto alcune regole e regolamenti che stiamo ancora dibattendo oggi per quanto riguarda la sicurezza e la sorveglianza e la riservatezza in contrapposizione alla sicurezza. Dovevamo valutare quelle cose per la prima volta, pur avendo riportato notizie dalla Casa Bianca sin dall'amministrazione Reagan fino all'amministrazione Bush non c'erano mai stati dibattiti su questi argomenti fino ad allora. Quindi queste cose divennero argomenti importanti e continuarono ad essere importanti e complessi.
Tentai di riportare tutto e di non farmi prendere dalle emozioni del momento. Sicuramente mi spinse a fare un lavoro migliore come giornalista.
Undicisettembre: Credi che la nazione viva ancora nella paura o che abbia ripreso la sua posizione mondiale?
Richard Benedetto: Non credo che la nazione viva nella paura; gli americani si sono adattati in fretta. C'è la preoccupazione che un nuovo attacco terroristico si possa verificare in ogni momento, ma la gente non cammina per strada pensando a questo. Credo che il Presidente Obama sia costantemente preoccupato di ciò per due motivi. Primo, ovviamente non vuole che la popolazione Americana sia colpita; secondo, è preoccupato degli effetti che questo avrebbe sulla sua presidenza. Non penso che voglia la responsabilità di essere stato il presidente durante un altro attacco terroristico.
Credo che una delle ragioni per cui è così desideroso che l'NSA operi una sorveglianza vasta e comprensiva sia che pensa e spera che così possa prevenire un altro attacco terroristico.
2014/04/18
È morto Michael Ruppert
di Paolo Attivissimo
Michael Ruppert, sostenitore di varie tesi di stampo cospirazionista sull'11/9, autore del libro Crossing the Rubicon e citato frequentemente da Undicisettembre, si è tolto la vita alcuni giorni fa. Era considerato da Giulietto Chiesa “tra i più accreditati e rigorosi ricercatori sull'argomento”. Aveva 63 anni.
Prima che qualcuno insinui che si tratta di un omicidio spacciato per suicidio, va chiarito che suoi colleghi stretti, come Jenna Orkin, non hanno alcun dubbio che il gesto di Ruppert sia stato volontario e premeditato da tempo, anche per via dell'ostracismo inflittogli da alcune frange del cospirazionismo, che lo accusavano di essersi venduto perché non abbracciava le tesi sulla “nanotermite” che avrebbe distrutto le Torri Gemelle.
Undicisettembre rimpiange la perdita di una vita umana e di un interlocutore del quale non condivideva le idee ma che si era sempre dimostrato civile e corretto.
Michael Ruppert, sostenitore di varie tesi di stampo cospirazionista sull'11/9, autore del libro Crossing the Rubicon e citato frequentemente da Undicisettembre, si è tolto la vita alcuni giorni fa. Era considerato da Giulietto Chiesa “tra i più accreditati e rigorosi ricercatori sull'argomento”. Aveva 63 anni.
Prima che qualcuno insinui che si tratta di un omicidio spacciato per suicidio, va chiarito che suoi colleghi stretti, come Jenna Orkin, non hanno alcun dubbio che il gesto di Ruppert sia stato volontario e premeditato da tempo, anche per via dell'ostracismo inflittogli da alcune frange del cospirazionismo, che lo accusavano di essersi venduto perché non abbracciava le tesi sulla “nanotermite” che avrebbe distrutto le Torri Gemelle.
Undicisettembre rimpiange la perdita di una vita umana e di un interlocutore del quale non condivideva le idee ma che si era sempre dimostrato civile e corretto.
2014/04/14
The Osama bin Laden I Know di Peter Bergen
di Hammer
Il giornalista della CNN Peter Bergen ha pubblicato nel 2006 il volume intitolato The Osama bin Laden I Know in cui ricostruisce la biografia del terrorista saudita attraverso i racconti di oltre cinquanta persone che lo hanno conosciuto: dal cognato al suo insegnante di inglese della scuola superiore fino ad alcuni membri di al Qaeda. Ai racconti di queste persone Bergen aggiunge i propri ricordi del suo incontro con Osama bin Laden nel 1997.
Attraverso una ricostruzione precisa e minuziosa, Bergen svela particolari poco noti della vita di bin Laden e contribuisce a smentire alcune voci diffuse ma non corrispondenti al vero. L'autore apre una specifica digressione per spiegare che la teoria secondo cui la CIA avrebbe finanziato bin Laden o la sua nascente organizzazione durante l'invasione sovietica dell'Afghanistan è infondata; infatti la CIA destinò tre miliardi di dollari ai mujahideen afghani e non vi è alcuna evidenza che questa somma di denaro sia finita nelle mani di Osama né che vi sia stato alcun contatto tra il terrorista e l'agenzia governativa. Bergen nomina esplicitamente il regista Michael Moore e lo scrittore indiano Arundhati Roy come principali sostenitori di questa teoria di cui non esiste alcuna conferma.
Bergen passa in seguito ad occuparsi della nascita di al Qaeda, avvenuta nel 1988 in seguito alla separazione di Osama bin Laden dal suo precedente mentore Abdullah Azzam. Anche in questo caso l'autore elenca alcune teorie alternative come il fatto che il nome "al Qaeda" sia stato utilizzato solo dopo l'11/9 o che l'organizzazione terroristica sia stata creata dalle autorità statunitensi. Il giudizio di Bergen su queste teorie è lapidario: All these assertions are nonsense, tutte queste asserzioni sono insensate. Infatti esiste molta documentazione che prova l'esistenza di al Qaeda già dal 1988, tra cui alcune lettere inviate dello stesso bin Laden, firmate a mano in calce, ad altri membri dell'organizzazione.
Nel prosieguo del volume Bergen prova a chiarire dove si trovasse bin Laden durante gli attacchi dell'11/9. L'autore riporta le parole di Salayman Abu Ghaith, uno dei portavoce di al Qaeda, che racconta di essersi trovato in una stanza con bin Laden e di essersi poi spostato in una stanza a fianco dove c'era un televisore che mostrava gli eventi mentre si svolgevano. Quindi tornò dove si trovava bin Laden insieme ad altre cinquanta o sessanta persone per informarlo di ciò che aveva visto, ma Osama lo anticipò dicendogli: "Lo so, lo so." Tuttavia questa ricostruzione confligge con un altro racconto più recente dello stesso Abu Ghait, che ha invece sostenuto di aver incontrato Osama solo la notte dell'11/9, molte ore dopo gli attentati.
Nelle settimane antecedenti all'attacco fu diffuso un messaggio video in VHS di Osama bin Laden che prometteva attacchi contro l'America. Il Presidente Bush fu informato con una nota riservata, nel frattempo desegretata e riportata nel libro, che l'attacco prevedeva dei dirottamenti aerei; lo stesso Bergen ne informò con una lettera il corrispondente del New York Times John Burnes, ma evidentemente l'anticipo non fu sufficiente.
Bergen chiarisce anche un punto rimasto oscuro durante la prima fase della guerra in Afghanistan: se Osama si fosse davvero rifugiato a Tora Bora o no. Grazie alla testimonianza del giornalista Peter Jouvenal e di un membro di al Qaeda che fu testimone oculare dei bombardamenti su Tora Bora, è accertato che bin Laden si trovasse lì. Bergen critica quindi la gestione dell'attacco alle caverne dove era rifugiato il terrorista saudita, sostenendo che se fosse stato impiegato un maggior numero di uomini a terra, anziché fare affidamento soprattutto sui bombardamenti aerei, Osama bin Laden sarebbe stato catturato già nel dicembre del 2001, evitando così una lunga caccia all'uomo che al momento della pubblicazione del libro non era ancora conclusa.
Il volume di Bergen dimostra ancora una volta quanto sia ampia la mole di documentazione disponibile per chiarire gli aspetti meno noti legati agli attacchi dell'11/9. Peccato che i complottisti preferiscano credere a registi senza competenza e che non compiono alcuna ricerca per giungere alle loro folli teorie.
Il giornalista della CNN Peter Bergen ha pubblicato nel 2006 il volume intitolato The Osama bin Laden I Know in cui ricostruisce la biografia del terrorista saudita attraverso i racconti di oltre cinquanta persone che lo hanno conosciuto: dal cognato al suo insegnante di inglese della scuola superiore fino ad alcuni membri di al Qaeda. Ai racconti di queste persone Bergen aggiunge i propri ricordi del suo incontro con Osama bin Laden nel 1997.
Attraverso una ricostruzione precisa e minuziosa, Bergen svela particolari poco noti della vita di bin Laden e contribuisce a smentire alcune voci diffuse ma non corrispondenti al vero. L'autore apre una specifica digressione per spiegare che la teoria secondo cui la CIA avrebbe finanziato bin Laden o la sua nascente organizzazione durante l'invasione sovietica dell'Afghanistan è infondata; infatti la CIA destinò tre miliardi di dollari ai mujahideen afghani e non vi è alcuna evidenza che questa somma di denaro sia finita nelle mani di Osama né che vi sia stato alcun contatto tra il terrorista e l'agenzia governativa. Bergen nomina esplicitamente il regista Michael Moore e lo scrittore indiano Arundhati Roy come principali sostenitori di questa teoria di cui non esiste alcuna conferma.
Bergen passa in seguito ad occuparsi della nascita di al Qaeda, avvenuta nel 1988 in seguito alla separazione di Osama bin Laden dal suo precedente mentore Abdullah Azzam. Anche in questo caso l'autore elenca alcune teorie alternative come il fatto che il nome "al Qaeda" sia stato utilizzato solo dopo l'11/9 o che l'organizzazione terroristica sia stata creata dalle autorità statunitensi. Il giudizio di Bergen su queste teorie è lapidario: All these assertions are nonsense, tutte queste asserzioni sono insensate. Infatti esiste molta documentazione che prova l'esistenza di al Qaeda già dal 1988, tra cui alcune lettere inviate dello stesso bin Laden, firmate a mano in calce, ad altri membri dell'organizzazione.
Nel prosieguo del volume Bergen prova a chiarire dove si trovasse bin Laden durante gli attacchi dell'11/9. L'autore riporta le parole di Salayman Abu Ghaith, uno dei portavoce di al Qaeda, che racconta di essersi trovato in una stanza con bin Laden e di essersi poi spostato in una stanza a fianco dove c'era un televisore che mostrava gli eventi mentre si svolgevano. Quindi tornò dove si trovava bin Laden insieme ad altre cinquanta o sessanta persone per informarlo di ciò che aveva visto, ma Osama lo anticipò dicendogli: "Lo so, lo so." Tuttavia questa ricostruzione confligge con un altro racconto più recente dello stesso Abu Ghait, che ha invece sostenuto di aver incontrato Osama solo la notte dell'11/9, molte ore dopo gli attentati.
Nelle settimane antecedenti all'attacco fu diffuso un messaggio video in VHS di Osama bin Laden che prometteva attacchi contro l'America. Il Presidente Bush fu informato con una nota riservata, nel frattempo desegretata e riportata nel libro, che l'attacco prevedeva dei dirottamenti aerei; lo stesso Bergen ne informò con una lettera il corrispondente del New York Times John Burnes, ma evidentemente l'anticipo non fu sufficiente.
Bergen chiarisce anche un punto rimasto oscuro durante la prima fase della guerra in Afghanistan: se Osama si fosse davvero rifugiato a Tora Bora o no. Grazie alla testimonianza del giornalista Peter Jouvenal e di un membro di al Qaeda che fu testimone oculare dei bombardamenti su Tora Bora, è accertato che bin Laden si trovasse lì. Bergen critica quindi la gestione dell'attacco alle caverne dove era rifugiato il terrorista saudita, sostenendo che se fosse stato impiegato un maggior numero di uomini a terra, anziché fare affidamento soprattutto sui bombardamenti aerei, Osama bin Laden sarebbe stato catturato già nel dicembre del 2001, evitando così una lunga caccia all'uomo che al momento della pubblicazione del libro non era ancora conclusa.
Il volume di Bergen dimostra ancora una volta quanto sia ampia la mole di documentazione disponibile per chiarire gli aspetti meno noti legati agli attacchi dell'11/9. Peccato che i complottisti preferiscano credere a registi senza competenza e che non compiono alcuna ricerca per giungere alle loro folli teorie.
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