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2020/03/02

World Trade Center: intervista a Kevin Rosenthal, membro delle squadre di primo intervento

di Leonardo Salvaggio (Hammer). L'originale in inglese è disponibile qui.

Uno degli aspetti meno noti degli attentati del'11 settembre è stato il primo intervento mirato a ripristinare i servizi essenziali a Ground Zero e all'intera area meridionale di Manhattan. Per conoscere meglio questi aspetti fondamentali offriamo oggi ai nostri lettori il racconto personale di Kevin Rosenthal, che al tempo era direttore esecutivo per lo sviluppo di una delle aziende coinvolte nei primi interventi e che oggi è uno dei soci di Sur-Seal, una società certificata MWBE che lavora nel settore dell'energia.

Ringraziamo Kevin Rosenthal per la sua disponibilità e per il suo prezioso contributo.


Undicisettembre: L’11/9 sei è arrivato a Ground Zero nel pomeriggio. Cosa hai visto da quel momento?

Kevin Rosenthal: Sono arrivato alle quattro del pomeriggio quando la Con Edison aveva spostato il suo centro di comando a West Street, a un isolato da Ground Zero. Quello diventò il centro di comando principale per tutta l’attività: per il recupero, il ripristino e la riparazione dell’area meridionale di Manhattan, a sud di Canal Street. Iniziammo una valutazione del sito, ma la prima cosa che vedemmo era la devastazione causata dal crollo delle due immense torri.

Quindi iniziammo a vedere i sopravvissuti. C'erano delle scuole elementari nella zona; gli insegnanti e gli studenti erano stati fatti evacuare ed erano ammassati agli angoli degli isolati. I telefoni cellulari non funzionavano, quindi non c'era modo di contattare i genitori degli scolari, e questi non sapevano nemmeno se i genitori che si trovavano nelle torri erano sopravvissuti. Ricordo molto, molto vividamente una scolara tirare il vestito della sua insegnante e chiese all'insegnante perché gli uccelli erano in fiamme. La scuola era stata evacuata prima che cadessero le torri, quindi i bambini erano in strada e videro le persone che si lanciavano dall’edificio. Alcuni di quelli che sono saltati giù stavano bruciando e quei piccoli scolari non riuscivano a capire cosa stavano vedendo. E l'insegnante rispose: “È una bella domanda, non lo so. Quando torni a casa potresti chiedere ai tuoi genitori.”

Ricordo anche, prima che l'esercito delimitasse la zona, che c’erano persone in giro come in trance, con in mano le foto dei loro cari sperando in un miracolo.

C'era una puzza nell'aria: una mistura di gomma bruciata e zolfo. La puzza era così intensa che sei mesi dopo aver lasciato Ground Zero me la sentivo ancora nel naso. Era l'odore della morte.


Undicisettembre: Hai visto il WTC7 crollare?

Kevin Rosenthal: Vidi il crollo del WTC7 e non dimenticherò mai l'incredibile violenza del collasso e la pace del silenzio totale che ne seguì.

Photo credit: Kevin Rosenthal

Undicisettembre: Quanto tempo hai trascorso a Ground Zero dopo l'11 settembre e cosa avete fatto in quel periodo?

Kevin Rosenthal: Nei primi sei giorni, su ordine del Presidente, abbiamo dovuto stendere oltre sessanta chilometri di cavi ad alta tensione in superficie per collegare la borsa di New York a una centrale elettrica a South Street Seaport [area di Manhattan affacciata sull’East River e adiacente al distretto finanziario, N.d.T.]. L’ordine presidenziale, dell’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush, doveva essere rispettato rigorosamente in modo che il lunedì successivo, alle 9, la borsa di New York riaprisse, segnalando al mondo che l'America era di nuovo operativa. Quella era una soluzione temporanea, ma rimase in funzione per mesi, perché ci vollero altri tre mesi di lavoro 24 ore al giorno per millenovecento uomini e donne della Con Edison per ripristinare i servizi essenziali come luce, gas e vapore a Manhattan.

È stato un lavoro enorme dal punto di vista della costruzione, dell’ingegneria, della manutenzione, delle operations, e della sicurezza.

Molte organizzazioni diverse lavoravano insieme per il recupero e il ripristino. Io lavoravo con l’Esercito, l'Aeronautica Militare, l'FBI, il Dipartimento di Polizia, e la squadra di gestione delle emergenze della Con Edison per mettere in sicurezza alcuni punti critici nella zona. Avendo esperienza nella supply-chain sapevo dove i materiali stavano fisicamente, e contattammo le aziende e ci coordinammo con loro. Scegliemmo i materiali essenziali e indispensabili con l'assistenza della Guardia Nazionale e dell'Esercito, e li trasportarono con gli aerei C30 dell’Aeronautica Militare. Con l’aiuto dell’FBI e polizia di New York, li portammo alle nostre tre aree di raccolta: uno per il materiale elettrico, uno per il gas, e uno per il vapore. Erano accanto al centro di comando della Con Edison a West Street. Da lì abbiamo dovuto portarli alle millenovecento persone. È stata un'operazione che è andata avanti 24 ore al giorno. Non c’era differenza se erano le tre di notte o le tre del pomeriggio. L'ho fatto per 201 giorni, di tanto in tanto facendo un’ora di sonno. Dormivamo poco, ma dovevamo anche essere in grado di lavorare per via dell’importanza e del significato di quello che stavamo cercando di raggiungere tutti insieme.

Ero meravigliato dalla determinazione degli uomini e delle donne della Con Edison nel portare a termine questo lavoro. La frase che veniva usata all'epoca era che erano "ON IT" [dedicati allo scopo, N.d.T]. Hanno fatto miracoli e sono stato onorato di averne fatto parte.

Non sono solo un primo risponditore; sono anche un sopravvissuto. Ho avuto due operazioni al cuore per essere stato a Ground Zero. Non ho avuto sintomi fino al 2012, ma grazie al World Trade Center Health Program ho ricevuto le migliori cure e ho avuto i migliori chirurghi che mi sono stati vicini al 100%. Mi sento fortunato di poterne parlarne oggi, al contrario di altri con cui ho lavorato che hanno sviluppato altri tipi di malattie e non sono abbastanza fortunati da essere qui oggi.

Photo credit: Kevin Rosenthal

Undicisettembre: Sei stato coinvolto in molti lavori di recupero dopo molte catastrofi diverse. In che modo Ground Zero è stato diverso dagli altri casi in cui sei stato coinvolto?

Kevin Rosenthal: Il migliore caso con cui posso confrontare l'11 settembre è l’uragano Sandy e le attività di riparazione, ripristino e recupero successive. Ogni incidente è assolutamente unico a sé stesso. Non avevamo mai affrontato ondate di tempeste di oltre quattro metri, quindi ha presentato sfide diverse rispetto all'11 settembre, ad esempio. Questa era una situazione in cui c'erano componenti elettrici delle le centrali elettriche adiacenti a masse di acqua per il raffreddamento delle turbine. Nei casi di queste tempeste, improvvisamente l’acqua entra in contatto con un’enorme quantità di componentistica elettrica. Naturalmente questo crea guasti, incendi ed esplosioni. La sfida in questa situazione era pompare l’acqua fuori dalle strutture, facendo una valutazione del livello di danno della componentistica e ottenere dai produttori i pezzi di ricambio rapidamente. Siamo stati fortunati ad aver potuto lavorare con la Con Edison per rimettere in funzione le centrali elettriche pompando l’acqua fuori dalle stazioni elettriche che erano sommerse. Abbiamo lavorato con aree di stoccaggio e raffinerie come Bayway/P66, IMTT, e Kinder Morgan per sostituire centinaia di attuatori e valvole che sono stati usati per aprire e chiudere i serbatoi che contengono prodotti chimici petroliferi o altri materiali liquidi che vengono trasportati tramite condutture.

Il Public Service Electric & Gas [la società di servizio pubblico per l’energia del New Jersey, N.d.T.] aveva clienti nel New Jersey che erano senza elettricità e gas. Non potevano usare l'acqua potabile e non era possibile procurarsi una bottiglia d'acqua in sei stati attorno a New York e New Jersey per otto giorni. Così abbiamo aiutato il PSE&G a distribuire bottiglie d’acqua e sacchi di giacchio per quattro milioni di dollari ai loro clienti da dodici centri di distribuzione in ed intorno al New Jersey.

Quindi i requisiti erano diversi e siamo stati in grado di assistere diversi clienti in diversi modi.


Undicisettembre: Com'è stata la collaborazione con altre società private in quei mesi?

Kevin Rosenthal: Abbiamo avuto la fortuna di collaborare con un'associazione chiamata Affiliated Distributors, una rete di centinaia di distributori indipendenti tra i migliori in tutti gli Stati Uniti che lavora con i migliori produttori in ambito elettrico, industriale, di tubi e valvole industriali, di sicurezza e per la costruzione. Con il supporto di un'organizzazione come AD, ho avuto la possibilità di soddisfare ogni tipo di richiesta dei clienti grazie alla varietà che AD rappresenta e all'accesso diretto che mi hanno concesso verso i principali produttori. Sono davvero stupefacenti durante le emergenze e le crisi.

Aziende come 3M, Duracell e Kimberly-Clark donavano il materiale e noi facevamo da distributore per loro per consegnare i materiali al personale che ne aveva bisogno a Ground Zero.

È importante avere e rispettare rapporti professionali e mantenerli nel tempo. È ciò che ti consente, durante questi eventi, di avere a disposizione le risorse necessarie. Essere una parte importante dell'intera catena di approvvigionamento e assicurarsi che esista dall'inizio alla fine consente di ottenere l'attrezzatura giusta al momento giusto e al prezzo giusto.


Undicisettembre: E come è stata la collaborazione con agenzie statali o federali?

Kevin Rosenthal: Durante i periodi di crisi non ci sono agenzie migliori con cui lavorare che l’NYPD, l'FDNY, la squadra di gestione emergenze della Con Edison, l'FBI, l'Esercito degli Stati Uniti, la US Air Force e la Guardia Costiera. È stato davvero uno sforzo congiunto. C'era un livello di collaborazione incredibile, senza precedenti. Era l'unico modo per rendere possibile l'impossibile.

Photo credit: Kevin Rosenthal

Undicisettembre: Quale impatto di lungo termine ha avuto l'11 settembre secondo te?

Kevin Rosenthal: Ha cambiato la mentalità del paese a livello individuale e ha unito il paese con un vero sentimento di unità e patriottismo che non si sentiva dagli anni '50. Siamo stati in grado di mantenere la perseveranza durante un attacco così terribile contro il nostro paese e di farlo in modo collaborativo. È stato bello vedere il risveglio del patriottismo e del rispetto. Le persone trattano le altre persone in modo diverso. Una cosa positiva che è scaturita da quella tragedia è un nuovo livello di gentilezza. Le persone erano guidate dal cuore!


Undicisettembre: In che modo l'11/9 influisce sulla tua vita quotidiana?

Kevin Rosenthal: Essendo un sopravvissuto, ne sono influenzato ogni giorno. Sono stati in grado di trattarmi, ma non di curarmi. Ogni giorno è una sfida. Ma non rimpiango nulla di ciò che ho fatto e se succedesse domani sarei di nuovo lì a sostegno di questo nostro grande paese!


Undicisettembre: Cosa ne pensi delle teorie della cospirazione secondo cui l'11 settembre sarebbe stato un inside job?

Kevin Rosenthal: Le persone stanno cercano di diffondere discordia per vendere giornali e libri. Non do alcun credito a queste teorie. È stato completamente opera di al-Qaeda. È stato un atto terroristico perpetrato contro il nostro grande paese.

World Trade Center: an interview with first responder Kevin Rosenthal

by Leonardo Salvaggio (Hammer). An Italian translation is available here.

One of the lesser known aspects of the 9/11 attacks is the initial response aimed at restoring essential services to Ground Zero and to the whole lower part of Manhattan. To have a better understanding of this key aspect we are today offering our readers the personal account of Kevin Rosenthal, who back then was the executive director of business development for a company involved with the initial response and who today is one of the associates of Sur-Seal, an MWBE certified company serving the energy market.

We would like to thank Kevin Rosenthal for his availability and willingness to help.


Undicisettembre: On 9/11, you arrived at Ground Zero in the afternoon. What happened to you then?

Kevin Rosenthal: I arrived at 4 pm when Con Edison mobilized their remote command center on West Street, a block away from Ground Zero. That became the central point of command for the whole operation—for the recovery, restoration and repair of lower Manhattan below Canal Street. We began a site assessment, but the first thing we saw was the devastation in the aftermath of the collapse of the two massive towers.

Then we began to see the survivors. There were elementary schools in the area; the teachers and students were all evacuated and were all huddled together at the corners of the surrounding city blocks. There was no cellphone communication, so there was no way to contact the children’s parents, and they just didn’t know if some of their parents who were in the towers had even survived. I remember very, very vividly a student pulling on her teacher’s dress and asking the teacher why the birds were on fire. Since they had evacuated the school in the morning before the towers came down, they were in the streets witnessing people jumping out of the buildings. Some of the jumpers were on fire, and the young students could not comprehend what they were witnessing. And the teacher responded “That’s a very good question, I am not really sure. When you get home you might ask your parents.”

I also remember, before the army set up the perimeter, people walking around in a trance-like state, holding pictures of their loved ones and hoping for a miracle.

There was a smell in the air: a combination of burnt rubber and sulfur. The smell was so intense that six months after I left Ground Zero, I still had that smell in my nose. It was the smell of death.


Undicisettembre: Did you see WTC7 collapsing?

Kevin Rosenthal: I saw the collapse of WTC7 and I will never forget the incredible violence of the crash and the peacefulness of the total silence in its aftermath.

Photo credit: Kevin Rosenthal

Undicisettembre: How long did you spend at Ground Zero after 9/11 and what did you guys do in that period?

Kevin Rosenthal: In the first six days, under presidential order, we had to serpentine 33 miles of high voltage cables above ground to hook up the New York Stock Exchange to a temporary substation at the South Street Seaport. Under the presidential order, by then-United States President George W. Bush, the order had to be adhered to strictly so that on the following Monday, at 9 AM, the New York Stock Exchange bell would ring, signaling to the world that America was back open for business. That was a temporary fix, but one that remained intact for a number of months because it took an additional three months around the clock with nineteen-hundred men and women from Con Edison to restore the essential services like electric, gas and steam service to Manhattan.

That was a huge undertaking from a construction, engineering, maintenance, operations, and safety standpoint.

Many different organizations were coordinating the recovery and restoration. I was working together with the United States Army, the Air Force, the FBI, the Police Department, and the Con Edison Emergency Management Response Team to secure critical items around the area. Having supply-chain background and experience, I knew where the materials physically resided, and we were able to contact these companies and coordinate with them. We picked up the essential, mission-critical materials with the assistance of the National Guard and the Army, and they flew it in with Air Force C30s transport planes. With the help of the FBI and NYPD, we caravanned the materials down to our three staging areas: one for electric, one for gas, and one for steam. They were adjacent to the Con Edison mobile command center on West Street. From there, it became a question of dispensing the necessary materials to the nineteen-hundred people. This was an operation that went on 24/7. There was really no difference if it was 3 in the morning or 3 in the afternoon. I did that for 201 days, occasionally grabbing a one-hour nap. We were sleep deprived but we also needed to be able to perform because of the importance and the significance of what we were trying to accomplish all together.

I was amazed by the determination of the men and women of Con Edison to get this job done. The phrase at the time was that they were “ON IT”. They performed miracles and I felt honored to play a part in that role.

I am not only a first responder; I’m also a survivor. I had two heart surgeries as a result of being exposed at Ground Zero. I didn’t get sick until 2012, but thanks to the World Trade Center Health Program, I got the best care and the best surgeons who stood by me 100%. I feel fortunate that I can talk to you about it today, as opposed to people I worked with who developed other kinds of illnesses and aren’t fortunate enough to be here today.

Photo credit: Kevin Rosenthal

Undicisettembre: You have been involved in many recovery efforts after a lot of different disasters. How was Ground Zero different from other cases you've been involved with?

Kevin Rosenthal: The best one that I compare 9/11 to would be Superstorm Sandy and the repair, restoration and recovery effort after that. Every incident is totally unique unto itself. We had never dealt with 14 foot storm surges before, so it presented different challenges than the 9/11 recovery, for example. This was a situation where you had electric components for the power plants adjacent to bodies of water for cooling the turbines. In the case of these storms, all of a sudden you have water coming in contact with a tremendous amount of electrical componentry. Of course this creates failures, fires, and explosions. The challenge in this situation was pumping out the facilities, making an assessment of the level of damage of the componentry and, with the manufacturers, to get replacements on an expedited basis. We were fortunate we were able to work with Con Edison to get the power plants operational by pumping out their substations, which were under water. We worked with a number of tank farms and refineries like Bayway/P66, IMTT, and Kinder Morgan to replace hundreds of actuators and valves, which were used to open and close tanks which house chemicals petroleum products or other liquid materials that are offloaded via pipelines.

Public Service Electric & Gas had customers in New Jersey which were without electricity or gas. They couldn’t use their drinking water and they couldn’t get a bottle of water in six states around New York and New Jersey for eight days. So we helped PSE&G distribute four million dollars worth of bottled water and bagged ice to their customers from twelve distribution centers in and around New Jersey.

So the requirements were different and we were able to assist different clients in different fashions.


Undicisettembre: How was collaboration with other private companies in those months?

Kevin Rosenthal: We were fortunate to collaborate with an association named Affiliated Distributors, a best-in-breed network of hundreds of independent distributors around the United States that works together with the top manufacturers of electrical, industrial, industrial PVF, safety, and construction products. Through the support of an organization like AD, I had the ability to meet any type of client requirement because of the diversity that AD represents and the direct access they afforded me to the key manufacturers. They really shine in times of emergencies and crisis.

Companies like 3M, Duracell, and Kimberly-Clark were donating goods and we were acting like a clearing house for them to get the materials to people who needed them at Ground Zero.

It’s important to have and respect professional business relationships, and maintain them over time. It is what allows you, during unique occurrences, to call in the necessary resources. Being an important part of that entire supply chain and making sure it exists from start to finish allows for getting the right equipment at the right time and at the right price.


Undicisettembre: And how was collaboration with State or Federal agencies?

Kevin Rosenthal: During times of crisis there’s no better agencies to work with than the NYPD, FDNY, the Con Edison Emergency Response Team, the FBI, the US Army, the US Air Force, and the Coast Guard. It was really a joint effort. There were incredible collaborations at unprecedented levels. That was the only way to make the impossible possible.

Photo credit: Kevin Rosenthal

Undicisettembre: What long term impact did 9/11 have in your opinion?

Kevin Rosenthal: It changed the mindset of the country at an individual level and it brought the country together with a real feeling of unity and patriotism that hadn’t been felt since the 1950s. We were able to persevere through such a tremendous assault on the country and do it collaboratively. It was great to see the revival of the patriotism and also of respect. People treated people differently. A good thing that came from that tragedy is a new level of kindness. People were leading from the heart!


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

Kevin Rosenthal: Being a survivor, I’m impacted by it every day. They were able to treat me, but not to cure me. Every day is a challenge. But I don’t regret anything that I did and if it happened tomorrow I’d be there again in support of this great country of ours!


Undicisettembre: What do you think of the conspiracy theories that 9/11 was an inside job?

Kevin Rosenthal: People are looking into spreading discord in order to sell papers and books. I don’t put any credence in those theories. This was totally the work of al-Qaeda. It was a terrorist act perpetrated on our great country.

2019/10/28

World Trade Center: an interview with former US Secret Service agent Samantha Horwitz

by Hammer. An Italian translation is available here.

We are offering our readers today the personal account of former US Secret Service agent Samantha Horwitz who on 9/11 intervened at Ground Zero as a first responder. After 9/11 Horwitz was a victim of post traumatic stress disorder and to tell her story and how she went through it she also wrote a book entitled The Silent Fall.

We would like to thank Samantha Horwitz for her kindness and willingness to help.


Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on 9/11?

Samantha Horwitz: I was on my way to work, the Secret Service field office in New York was located in World Trade Center 7, and while on my way to work I got stuck in an accident that - I didn't think about it at the time - would set into motion events that forever changed my life. When I arrived at my field office and parked underneath World Trade Center Tower 1, which was our parking area, I got into the elevator to go up to the Plaza level and while inside the elevator I thought there was a malfunction or I was getting stuck. The lights flickered and the elevator car shook and little did I know, 94 stories above, American Airlines flight 11 had just struck the tower.

We were very lucky that the elevator doors opened. We were met with a debris field that was already in the lobby level area. I got out of the elevator, made my way up an escalator and used an exit door that I never used before in all the time working down there. It put me on the Plaza level where I was stopped in my tracks by what I saw – debris was raining down from the sky. Pieces of metal, pieces of concrete and pieces of people. I knew something very bad had happened, I thought it was some sort of bomb that had been detonated and I made my way around the area across from building 7 and I could see into the lobby.

I could see some of my squad mates and my supervisor who was motioning for me to run. At that point where I stopped, I was shielded from all the debris and I had to run across a pedestrian bridge that connected the World Trade Center Plaza, crossed over the top of Vesey Street and into my building. I finally just took off running and made it into my building. We all thought the dust would settle and we’d be investigating what had just happened. Soon after, Tower 2 got hit and we watched the glass in our building bow inward and almost shatter. We were lucky it held and we then looked at each other, we didn't have to say a word. Everybody was thinking the same thing “We are the 3rd tallest building in the World Trade Center complex and we are next.”

In addition to the Secret Service New York Field Office being in World Trade Center 7, then Mayor Giuliani's Office of Emergency Management was inside that building along with other agencies that the public didn't have knowledge of. We decided to evacuate our building, we made it to West Side Highway where we got our first glimpse as to what had occurred. We were standing on West Side Highway looking at Tower 1 and you could see a huge gaping hole in it and Tower 2 behind it. A thick black smoke trail was coming out of it. We had no idea at that time that full sized passenger jets had flown into the towers.

We stood there assessing the situation as any good crime scene investigator would, figuring out what kind of explosion it was. Our concentration was broken by a fellow agent who was driving, he slammed on his brakes of his government vehicle and got our attention and he asked us if we had seen the planes. We were not comprehending and we were like “What are you talking about? Planes do not fly into the two tallest buildings in New York City. You would have seen them, they are huge”.

He was pretty insistent they were planes and then we heard over his radio that the Pentagon was hit. So we thought “Okay, we are at war. Something is drastically wrong here.” and for us being first responders we immediately thought “Well if we are at war, where's the enemy?” We were armed and there was nobody to shoot at and in our minds we were trying to figure everything out.

Passenger airliners had just flown into Tower 1 and Tower 2 and into the Pentagon, what was going to happen next? We were watching this horrific scene unfold, there's really no other word to describe it. Soon after, we watched as people started jumping out of Tower 1 and after the tenth one I stopped counting, you could feel them as they hit the ground. That's how close we were, we could feel the shockwave.

We watched the smoke and fire continue to pour out. As you can imagine there were a lot of different sounds related to what was going on and there was this one particular sound that stuck out, it was like a grizzly bear making a really deep growl; it got louder and louder and then all of a sudden Tower 2 came down. We took off running and we made it into the closest building that had a front door that was open which happened to be a school. I think there had to be thirty of us, obviously it got some attention from the front office and the principal came out.

We briefed him on what was going on and we decided that we were going to go back out and go down to where the tower collapsed because there had to be people to rescue. That's what we do as first responders. Responding to every day emergencies wasn’t necessarily part of the Secret Service’s mission, but we were trained to do that; we are highly trained in the first aid. There was one big problem though - that dust. You could not be outside without having your mouth and nose covered. A bunch of the guys started ripping up their shirts so we could fashion bandanas around our faces. Myself and two other agents decided to stay behind at the school to set up a triage so that we could receive the victims that were coming to us, we could triage them and then get the ambulances coordinated and get them off to the hospital.

None of that happened because about thirty minutes later the school got orders to evacuate. We were about three blocks from what would be called Ground Zero by the end day. Myself, the two agents that were with me, the principal and a student who is about six feet tall and his aide were the last ones out of that school and what we didn't know was the school was made up of a very large population of physically and mentally challenged kids. So we had an evacuation with walkers, wheelchairs, crutches.

We were walking back towards West Side Highway and the student was visibly shaken. He had no idea who we were and he was walking too slow for an emergency evacuation, we were encouraging him to walk faster. As we hit West Side Highway, we heard that low grumbling and growling sound again and the two agents and I looked at each other and said “We’ve got to go now!” I took one of the student’s legs, the other agent took another leg and the third agent scooped him up underneath his shoulder blades. We started running up West Side Highway. We had one mission - To outrun that dust cloud from World Trade Center 1’s collapse coming for us. We did, and we turned around and watched that dust settle.

It was as if watching a scene from a horror movie: people were coming out of this dust cloud completely covered, some of them had blood coming from different areas of their body. We continued our walk up West Side Highway, when we turned around and an ambulance appeared. The paramedics got their stretcher out, we loaded the student onto the stretcher and he and his aide went off to the hospital. The scene of us carrying the student was captured in People magazine. I didn't find out until somebody called me on the phone weeks later.

Again we were wondering “What's going to happen next? And what do we do now?” Our pagers went off and we received a message to go to Pier 63, which is one of the piers on the Hudson River. When we got there our supervisors had arranged with the US Park Police to use their small ferry boats, to ferry us from where we were across the Hudson River to New Jersey where the New Jersey field office agents were already waiting for us to take us home because we had lost all of our transportation. All the government vehicles were gone.

I’ll never forget as I pulled away from the dock. I was looking at a skyline that was forever changed, the two iconic towers and what everybody thought about when they thought about New York City were gone, and in their place was just thick black smoke. It started a new journey for me, called dealing with post-traumatic stress.

The symptoms started as soon as I got back to my apartment where I found that I couldn’t be in an enclosed space because it would cause an anxiety attack, my heart would start racing and I would start sweating. If I got out into the open the symptoms would go away. The nightmares, the hyper-vigilance and survivor’s guilt eventually lead to having to rely on alcohol to go to sleep at night. One day I was holding a gun to my head, it got that bad. It was not a fun time and not only for me, I know that other agents suffered as well.

What we soon realized, and what happened with me, was the mental game that post traumatic stress created in all of us. I remember sitting at my desk reading the same paragraph of a report I had to hand in for the umpteenth time and I thought I was losing my mind. At that time we had set up a makeshift office in some office space that we found, because our building was the last time to come down on 9/11 and we had nowhere to work. I knew I wasn’t able to function 100% so I told my supervisors “I can’t do this anymore” and they didn’t know how to offer help. We had one debriefing by the folks that came from our headquarters in Washington, DC, but other than that, despite asking for it, we didn’t have it, so I made the very difficult decision to resign as an agent. I couldn’t risk being a liability because an agent that doesn’t function 100% basically means someone might not go home that night and I couldn’t have that on my conscience.


Undicisettembre: What did you do on the next days after 9/11?

Samantha Horwitz: We had a few days off, the only ground rules were check in with our supervisors everyday, once a day if not twice, to let them know that we were okay, because we had some agents that were missing and one who was killed. We got orders to report to the JFK airport for a debriefing that took place three days later and that’s when the folks from the headquarters came up to find out where we were and what we saw.

Knowing we had some exposure to that dust, we were ordered to get chest x-rays but at that time nothing was visible. My family was in Maryland, I lived in New Jersey commuting to the city everyday, and I went back to Maryland just to get out of the city.


Undicisettembre: What role did you have in the following investigations and what were your major findings?

Samantha Horwitz: The US Secret Service was tasked with tracing the money from 9/11: what banks were involved, overseas and domestically, how money exchanged hands between the terrorists, how they got to the United States. Now we know the rest of the story with Khalid Sheikh Mohammed and Osama bin Laden and it was very rewarding to help with that. We were part of the Joint Terrorism Task Force and we were putting the puzzle pieces together. We were able to do that and to report our findings working together with other agencies. We pinpointed the ringleader who ended up being the same ringleader as for the bombing in 1993, what he succeeded in doing on 9/11 was what he wanted to do in 1993.


Undicisettembre: How does 9/11 affect the everyday work of US Secret Service even today?

Samantha Horwitz: The biggest change that we saw after 9/11 was when President Bush decided to create the Department of Homeland Security, no one of us thought we would have been absorbed into that agency because we had clearly defined roles and a skillset that no other agency had, and when that happened everything changed. I had already resigned my position along with eight other agents, so I did not go through that change in leadership.

We look at every case of fraud and see if we can tie it back to a terrorist organization, not only us but other federal agencies as well. The investigation revealed the terrorists had their hands in many different pies. So a fraud that was being perpetrated across the globe ended up putting money in their banks and help fund terrorist attacks. As federal law enforcement agencies, we have stopped numerous attacks both here and abroad. As technology expands, and as banking becomes more sophisticated, the terrorists became more sophisticated. It’s our job to level the playing field.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

The cover of The Silent Fall,
the book by Samantha Horwitz
about her 9/11 experience.
Samantha Horwitz: I consider myself one of the lucky ones, despite floundering and struggling after 9/11 I got help and it was very effective. It’s a therapy called EMDR, Eye Movement Desensitization Reprocessing, and what it did was take me back and help me create new neural synapses, new brain connections where if I heard a loud bang or a plane flying low overhead I didn’t go into the “fight of flight” response or be triggered. That allowed me to live a normal life again, because before that if I was out in public and there was a thunderstorm, I’d be diving under furniture, so I didn’t want to be out in public fearing this might happen. This therapy saved my life.

Every once in while I get triggered but there’s no flashback or anxiety response the way it used to. I’m trying to help others, whether they are veterans or local law enforcement or anybody in the first responder community who is exposed to traumas, understand that there’s help out there and that they can get better as well.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories that claim that 9/11 was an inside job?

Samantha Horwitz: I have had many conspiracy theories thrown in my face pretty much starting a year or two after 9/11 and I can confirm 100% what happened to WTC7. There is no conspiracy, the government did not plant explosives in that building. I watched hours and hours of videos, I’ve talked to engineers and I was there. When Tower 1 came down it sheared off the entire front of WTC 7 doing severe damage to the building.

In addition to the US Secret Service having their New York office in there, there were other agencies inside WTC7 as well; that means we had everything inside that building to do our job: ammunition, evidence collected from the crime scenes, and that was multi agency, not just us. At Ground Zero there were firefighters trying to put the fire out in WTC7 and point blank one of them asked me “What is continuing to explode inside that building?” I told them there were a lot of ammunition.

Being a first responder I saw things and I know things these conspiracy theorists don’t know and did not see. And of course they didn’t experience the after effects, I coughed for an entire year after 9/11 and I had a cancer scare last year. This was real, this was not something the government created.

I am not saying agencies didn’t miss stuff, we absolutely did. I mean if anyone comes here, goes to a flying school and only learns how to fly but not how to take off or land that should throw up some serious red flags. How were phone calls not made? How did they just disappear into public life? Of course it’s not easy, people want to sit back and be the “Monday morning quarterback”, as we say here in the United States, we can’t prevent all the bad guys from striking and it hurts us. But the Secret Service and other agencies are doing everything that they can every single day to make sure that we are safe.


Undicisettembre: Do you think 9/11 could have been avoided if different agencies communicated better between each other?

Samantha Horwitz: I’d love to say “Yes”, but one thing we learned at that time was that terrorist groups are so patient and we were a little too busy and distracted, so we did not pay attention as much as we should have. I think agencies communicate a lot better now, sharing information to prevent attacks from happening. But I don’t know if 9/11 could have been prevented.

President Clinton also had Osama bin Laden in sight long before 9/11, but it’s easy to look at any situation after the fact. That’s what debriefing is about, when any law enforcement agency goes and does a big operation we always come back to the table and we say “What could we have done better? What should we have not done? How do we move forward and do a better job next time?” And that’s what we had to do after 9/11, we had to admit our faults and that we missed these guys.


Undicisettembre: What do you think of security today? Is the country safer than in 2001?

Samantha Horwitz: Absolutely. We put in place security at the airports because there wasn’t any before, we now have the TSA – love them or hate them – and agencies are talking more with each other and exchanging information. Because our systems have become more sophisticated; there are technologies that are used to assist agencies and identifying new targets and if necessary eliminating them before they can do harm to overseas assets or here at home.

I have done wiretaps before, it’s not like the government is going after your neighbor who’s talking to his wife about what to pick up at the grocery store. There are levels and there are laws that govern what can be recorded and listened to and what cannot, and we always shut down any personal thing like that and if a certain word is used to turn it back on. It’s a necessary part of keeping us safe and if it’s going to prevent another 9/11 I am all for it. I do think we are safer, absolutely.

World Trade Center: intervista all'ex agente dello US Secret Service Samantha Horwitz

di Hammer. L'originale in inglese è disponibile qui.

Offriamo oggi ai nostri lettori il racconto personale dell'ex agente dello US Secret Service Samantha Horwitz che l'11/9 intervenne a Ground Zero tra i primi soccorritori. Dopo l'11/9 Samantha Horwitz fu colpita da stress post traumatico e per raccontare la sua storia e come ne è uscita ha scritto un libro intitolato The Silent Fall.

Ringraziamo Samantha Horwitz per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Puoi farci un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto l'11/9?

Samantha Horwitz: Stavo andando al lavoro, l'ufficio di New York dei servizi segreti si trovava nel World Trade Center 7, e mentre andavo al lavoro sono rimasta bloccata per via di un imprevisto che, al tempo non ci pensai, mise in moto eventi che cambiarono per sempre la mia vita. Quando arrivai nel mio ufficio e parcheggiai sotto alla Torre 1 del World Trade Center, che era il nostro parcheggio, sono entrata nell'ascensore per salire al livello della Plaza e mentre ero all'interno dell'ascensore pensai che ci fosse un malfunzionamento e che stavo per rimanere bloccata. Le luci tremarono e la vettura dell'ascensore vibrò, non sapevo che novantaquattro piani sopra il volo 11 dell'American Airlines aveva appena colpito la torre.

Siamo stati molto fortunati che le porte dell’ascensore si siano aperte. Ci imbattemmo in un campo di detriti che si era già formato nell'area della lobby. Uscii dall'ascensore, salii per una scala mobile e usai un’uscita che non avevo mai usato prima in tutto il tempo che avevo lavorato lì. Mi portò al livello della Plaza, dove mi dovetti fermare per quello che vidi: i detriti piovevano dal cielo. Pezzi di metallo, pezzi di cemento e pezzi di persone. Sapevo che era accaduto qualcosa di molto brutto, pensavo fosse stata una bomba di qualche tipo che era stata fatta esplodere e arrivai fino a di fronte all'edificio 7 e potei vedere nella hall.

Potei vedere alcuni dei miei compagni di squadra e il mio supervisore che mi faceva segno di allontanarmi. Nel punto in cui mi fermai ero protetta dai detriti e dovetti correre attraverso un ponte pedonale che arrivava alla Plaza del World Trade Center, attraversai Vesey Street e arrivai nel mio edificio. Quindi iniziai a correre ed entrai nell’edificio. Pensavamo tutti che la polvere si sarebbe depositata e avremmo indagato su ciò che era appena accaduto. Poco dopo, la Torre 2 fu colpita e vedemmo il vetro del nostro edificio piegarsi verso l'interno e andare quasi in frantumi. Siamo stati fortunati che abbia tenuto, poi ci guardammo, non dovemmo dire una parola. Tutti stavamo pensando la stessa cosa “Siamo il terzo edificio più alto del complesso del World Trade Center e siamo i prossimi.”

Oltre all'ufficio di New York dei servizi segreti nel World Trade Center 7 c’erano l'ufficio di gestione delle emergenze del sindaco Giuliani e altre agenzie di cui il pubblico non era a conoscenza. Decidemmo di evacuare il palazzo, arrivammo alla West Side Highway, da dove vedemmo per la prima volta ciò che era accaduto. Mentre eravamo sulla West Side Highway e guardavamo la Torre 1 e si vedeva un enorme buco e la Torre 2 dietro di essa. Ne usciva una fitta scia di fumo nero. Non sapevamo in quel momento che aerei di linea si fossero schiantati nelle torri.

Rimanemmo lì a valutare la situazione come farebbe qualsiasi buon investigatore della scena del crimine, a capire che tipo di esplosione fosse. La nostra concentrazione fu interrotta da un altro agente che arrivò in macchina, frenò di colpo con il suo veicolo governativo attirando la nostra attenzione e ci chiese se avessimo visto gli aerei. Non comprendevamo e dicevamo "Di cosa stai parlando? Gli aerei non volano contro gli edifici più alti di New York City. Li avremmo visti, sono enormi”.

Insisteva che fossero aerei e poi sentimmo dalla sua radio che il Pentagono era stato colpito. Quindi pensammo “Ok, siamo in guerra. C'è qualcosa che va drammaticamente male qui." e noi come primi soccorritori pensammo immediatamente "Beh, se siamo in guerra, dov'è il nemico?" Eravamo armati e non c'era nessuno a cui sparare e nella nostra mente stavamo cercando di capire.

Aerei di linea passeggeri si erano appena schiantati contro la Torre 1 e la Torre 2 e contro il Pentagono, che cosa sarebbe successo dopo? Guardavamo questa scena orribile, non c'è davvero altra parola per descriverla. Poco dopo, vedemmo le persone iniziare a saltare giù dalla Torre 1 e dopo la decima smisi di contarle, potevamo sentirle quando colpivano il suolo. Eravamo tanto vicini che potevamo sentire l'onda d'urto.

Vedevamo il fumo e il fuoco continuare a uscire. Come puoi immaginare c'erano molti suoni diversi per via di ciò che stava succedendo e c'era questo suono particolare che spiccava, era come un orso grizzly che emetteva un ringhio molto profondo; divenne sempre più forte e poi all'improvviso la Torre 2 crollò. Corremmo via ed entrammo nell'edificio più vicino che avesse una porta aperta ed era una scuola. Penso fossimo in trenta, ovviamente attirammo l'attenzione della segreteria e arrivò il preside.

Lo informammo di ciò che stava accadendo e decidemmo che saremmo tornati indietro e saremmo andati dove la torre era crollata perché dovevano esserci persone da salvare. Questo è ciò che facciamo come primi soccorritori. Rispondere alle emergenze quotidiane non era necessariamente parte della missione dei servizi segreti, ma eravamo addestrati a farlo; siamo altamente qualificati nel primo soccorso. C'era però un grosso problema: quella polvere. Non potevamo stare all’aperto senza avere la bocca e il naso coperti. Un gruppo di ragazzi iniziò a strappare le magliette in modo che potessimo improvvisare delle bandane attorno ai nostri volti. Io e altri due agenti decidemmo di rimanere nella scuola per organizzare lo smistamento in modo da poter ricevere le vittime che arrivavano da noi, avremmo potuto indirizzarle e poi coordinare le ambulanze in modo che li portassero negli ospedali.

Non successe niente di tutto ciò perché circa trenta minuti dopo la scuola ricevette l'ordine di evacuare. Eravamo a circa tre isolati da quello che sarebbe stato chiamato Ground Zero entro la fine della giornata. Io stessa, i due agenti che erano con me, il preside e uno studente alto circa un metro e ottanta e il suo assistente fummo gli ultimi a uscire da quella scuola e quello che non sapevamo era che la scuola era formata da una grande popolazione di ragazzi con disabilità fisiche e mentali. Quindi abbiamo condotto un'evacuazione con deambulatori, sedie a rotelle, stampelle.

Stavamo tornando indietro verso la West Side Highway e lo studente era visibilmente scosso. Non aveva idea di chi fossimo e camminava troppo lentamente per un'evacuazione di emergenza, lo incoraggiammo a camminare più velocemente. Mentre percorrevamo la West Side Highway, sentimmo di nuovo quel basso rumore e quel ringhio e i due agenti e io ci guardammo e ci dicemmo "Dobbiamo correre ora!" Presi una delle gambe dello studente, l'altro agente prese un'altra gamba e il terzo agente lo prese sotto le scapole. Cominciammo a correre sulla West Side Highway. Avevamo una missione: superare in velocità quella nuvola di polvere proveniente dal crollo del World Trade Center 1 che veniva verso di noi. Lo abbiamo fatto, ci siamo voltati e abbiamo visto la polvere depositarsi.

Era come guardare una scena di un film horror: la gente usciva da questa nuvola di polvere completamente coperta, alcuni avevano sangue proveniente da diverse parti del corpo. Continuammo a camminare lungo la West Side Highway, ci voltammo ed apparve un'ambulanza. I paramedici tirarono fuori una barella, caricammo lo studente sulla barella e lui e il suo assistemte andarono in ospedale. La scena in cui trasportavamo lo studente fu riportata dalla rivista People. Non lo scoprii fino a quando qualcuno non me lo disse al telefono settimane dopo.

Ancora una volta ci chiedemmo “Cosa succederà dopo? E adesso cosa facciamo?” I nostri cercapersone cominciarono a suonare e ricevemmo un messaggio che ci diceva di andare al Pier 63, che è uno dei moli sul fiume Hudson. Quando arrivammo lì, i nostri supervisori avevano concordato con la polizia del parco di usare i loro battelli, per portarci da dove eravamo sul fiume Hudson al New Jersey, dove gli agenti dell'ufficio del New Jersey stavano già aspettando per portarci a casa perché avevamo perso tutti i nostri mezzi di trasporto. Tutti i veicoli del governo erano stati distrutti.

Non dimenticherò mai mentre mi allontanavo dal molo. Stavo guardando uno skyline che era cambiato per sempre, le due torri iconiche e ciò a cui tutti pensavano quando pensavano a New York City erano sparite, e al loro posto c'era solo un denso fumo nero. Per me iniziò un nuovo viaggio, chiamato affrontare lo stress post-traumatico.

I sintomi iniziarono appena tornai nel mio appartamento dove scopriie che non potevo rimanere in uno spazio chiuso perché mi avrebbe causato un attacco d'ansia, il mio cuore avrebbe iniziato a correre e avrei iniziato a sudare. Se fossi uscita all’aperto i sintomi sarebbero spariti. Gli incubi, l'ipervigilanza e il senso di colpa dei sopravvissuti alla fine mi portano a dovermi affidare all'alcol per riuscire a dormire la notte. Un giorno mi sono puntata una pistola alla testa, è arrivato a questo punto. Non è stato un momento divertente e non solo per me, so che anche altri agenti ne hanno sofferto.

Presto ci siamo resi conto, ed è quello che è successo a me, del gioco mentale che lo stress post traumatico creò in tutti noi. Ricordo di essermi seduta alla mia scrivania a leggere per l’ennesima volta lo stesso paragrafo di un rapporto che dovevo consegnare e pensai di star perdendo la testa. A quel tempo avevamo creato un ufficio temporaneo in alcuni spazi per uffici che avevamo trovato, perché il nostro edificio fu l'ultimo a crollare l'11 settembre e non avevamo nessun posto dove lavorare. Sapevo di non essere in grado di funzionare al 100%, quindi dissi ai miei supervisori "Non posso più andare avanti." e non sapevano come aiutarmi. Abbiamo fatto un debriefing con il personale del nostro quartier generale di Washington, ma a parte questo, nonostante lo avessimo chiesto, non ce ne fu, quindi presi la decisione molto difficile di dimettermi da agente. Non potevo prendermi delle responsabilità perché un agente che non funziona al 100% significa sostanzialmente che qualcuno potrebbe non andare a casa quella sera e non potevo averlo sulla mia coscienza.


Undicisettembre: Che cosa hai fatto nei giorni successivi all'11 settembre?

Samantha Horwitz: Abbiamo avuto alcuni giorni liberi, le uniche regole di base erano che dovevamo farci sentire dai nostri supervisori ogni giorno, una volta al giorno se non due, per far loro sapere che stavamo bene, perché alcuni agenti erano dispersi e altri erano morti. Ricevemmo l'ordine di presentarci all'aeroporto JFK per un debriefing che ebbe luogo tre giorni dopo ed è stato allora che il personale del quartier generale seppe dove eravamo e cosa avevamo visto.

Sapendo che eravamo stati esposti a quella polvere, ci fu ordinato di fare radiografie al torace, ma a quel tempo non si vedeva nulla. La mia famiglia era nel Maryland, io vivevo nel New Jersey e andavo in città da pendolare, e tornai nel in Maryland solo per andare via dalla città.


Undicisettembre: Che ruolo hai avuto nelle seguenti indagini e quali sono state le tue scoperte principali?

Samantha Horwitz: Il Secret Service fu incaricato di rintracciare i soldi utilizzati per l'11/9: quali banche erano coinvolte, all’estero e sul territorio nazionale, come i soldi erano stati scambiati tra i terroristi, come sono arrivati negli Stati Uniti. Ora conosciamo il resto della storia con Khalid Sheikh Mohammed e Osama bin Laden ed è stato molto gratificante essere d’aiuto. Facevamo parte della Joint Terrorism Task Force e abbiamo messo insieme i pezzi del puzzle. Siamo stati in grado di farlo e di riferire i nostri risultati collaborando con altre agenzie. Abbiamo individuato il capobanda che alla fine era lo stesso dell’attentato del 1993, ciò che è riuscito a fare l'11 settembre era quello che voleva fare nel 1993.


Undicisettembre: L'11 settembre come influisce sul lavoro quotidiano del Secret Service anche oggi?

Samantha Horwitz: Il più grande cambiamento che abbiamo visto dopo l'11 settembre fu quando il presidente Bush decise di creare il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, nessuno di noi pensava che saremmo stati assorbiti da quell'agenzia perché avevamo ruoli e competenze chiaramente definiti che l'altra agenzia non aveva, e quando accadde tutto cambiò. Avevo già dato le dimissioni insieme ad altri otto agenti, quindi non ho attraversato quel cambiamento nel comando.

Esaminiamo ogni caso di frode e vediamo se possiamo legarlo a un'organizzazione terroristica, non solo noi ma anche altre agenzie federali. L'indagine ha rivelato che i terroristi avevano le mani in molti affari diversi. Quindi una frode che veniva perpetrata dall’altra parte del mondo poteva finire per mettere soldi nelle loro banche e contribuire a finanziare attacchi terroristici. Come forze dell'ordine federali, abbiamo fermato numerosi attacchi sia qui sia all'estero. Man mano che la tecnologia si evolve e quando le attività bancarie diventano più sofisticate, i terroristi diventano più sofisticati. È nostro compito livellare il campo.


Undicisettembre: In che modo l'11 settembre influisce sulla tua vita quotidiana?

La copertina di The Silent Fall,
il libro di Samantha Horwitz
sulla sua esperienza dell'11/9.
Samantha Horwitz: Mi considero uno dei più fortunati, nonostante il mio disappunto e la mia lotta dopo l'11 settembre ho ricevuto aiuto ed è stato molto efficace. È una terapia chiamata EMDR, Eye Movement Desensitization Reprocessing [ritrattamento della desensibilizzazione del movimento degli occhi, N.d.R.], e ciò che ha fatto è stato riportarmi indietro e aiutarmi a creare nuove sinapsi neurali, nuove connessioni cerebrali per cui se avessi sentito un forte botto o un aereo che volava basso non sarei entrata in modalità "scappa o combatti" e non sarei scattata. Ciò mi ha permesso di vivere di nuovo una vita normale, perché prima che se fossi stata in mezzo alla gente e fosse scoppiato un temporale, mi sarei nascosta sotto i mobili, quindi non volevo essere in mezzo alla gente per timore che potesse accadere. Questa terapia mi ha salvato la vita.

Ogni tanto scatto, ma non ci sono flashback e non mi faccio prendere dall'ansia come una volta. Cerco di aiutare gli altri, siano essi veterani o forze dell'ordine locali o chiunque sia in prima linea tra i soccorritori esposti a traumi, a capire che c'è aiuto là fuori e che la situazione può migliorare.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l'11 settembre fu un inside job?

Samantha Horwitz: Spesso le teorie del complotto mi sono state buttate in faccia a partire da uno o due anni dopo l'11 settembre e posso confermare al 100% ciò che è successo al WTC7. Non c'è nessun complotto, il governo non ha piazzato esplosivi in quell'edificio. Ho guardato ore e ore di video, ho parlato con ingegneri ed ero lì. Quando la Torre 1 è crollata, ha distrutto il lato frontale del WTC7 causando gravi danni all'edificio.

Oltre alla sede di New York del Secret Service, c'erano anche altre agenzie all'interno del WTC7; questo significa che tutto ciò che ci serviva per il nostro lavoro era dentro quell'edificio: munizioni, prove raccolte dalle scene del crimine, e c’era anche il materiale di altre agenzie, non solo noi. A Ground Zero c'erano dei vigili del fuoco che cercavano di spegnere l'incendio nel WTC7 e uno di loro all’improvviso mi chiese "Che cosa continua a esplodere all'interno di quell'edificio?" Dissi loro che c'erano molte munizioni.

Essendo un primo soccorritore, ho visto cose e so cose che questi teorici della cospirazione non sanno e non hanno visto. E ovviamente non hanno avuto effetti collaterali, io ho tossito per un anno intero dopo l'11 settembre e l'anno scorso ho temuto di avere un cancro. È stato vero, non era qualcosa che il governo ha ideato.

Non sto dicendo che alle agenzie non sia sfuggito qualcosa, è successo sicuramente. Voglio dire se qualcuno viene qui, va a una scuola di volo e impara solo a volare, ma non a decollare o atterrare, questo dovrebbe far scattare degli allarmi. Come mai nessuno ha fatto una telefonata? Come si sono mescolati nella società? Ovviamente non è facile, la gente vorrebbe fare il "quarterback del lunedì mattina" [chi dà giudizi sugli errori commessi quando ormai è troppo tardi, N.d.R.], come diciamo qui negli Stati Uniti, non possiamo impedire a tutti i cattivi di colpire e questo fa male. Ma i servizi segreti e altre agenzie stanno facendo tutto il possibile ogni giorno per assicurarci di vivere al sicuro.


Undicisettembre: Pensi che l'11 settembre avrebbe potuto essere evitato se le varie agenzie avessero comunicato meglio tra loro?

Samantha Horwitz: Vorrei dire "Sì", ma una cosa che abbiamo imparato in quel momento era che i gruppi terroristici sono molto pazienti e noi eravamo un po' troppo occupati e distratti, quindi non abbiamo prestato attenzione quanto avremmo dovuto. Penso che le agenzie comunichino molto meglio ora, condividendo informazioni per prevenire gli attacchi. Ma non so se l'11 settembre avrebbe potuto essere prevenuto.

Anche il presidente Clinton aveva come obiettivo Osama bin Laden molto prima dell'11 settembre, ma è facile giudicare a posteriori. Questo è ciò che si fa nei debriefing, quando qualsiasi agenzia di polizia fa una grande operazione, ci sediamo a un tavolo per chiederci “Cosa avremmo potuto fare di meglio? Cosa non avremmo dovuto fare? Come possiamo andare avanti e fare un lavoro migliore la prossima volta? ”Ed è quello che abbiamo fatto dopo l'11 settembre, abbiamo dovuto ammettere i nostri errori e che questi uomini ci sono sfuggiti.


Undicisettembre: Cosa ne pensi della sicurezza oggi? Il paese è più sicuro rispetto al 2001?

Samantha Horwitz: Assolutamente. Abbiamo attivato la sicurezza negli aeroporti perché non ce n'era prima, ora abbiamo la TSA, sia che li si ami sia che li si odi, e le agenzie comunicano di più tra loro e si scambiano informazioni. Perché i nostri sistemi sono diventati più sofisticati; ci sono tecnologie che vengono utilizzate per assistere le agenzie e identificare nuovi obiettivi e, se necessario, eliminarli prima che possano arrecare danno a beni all'estero o qui a casa.

Ho fatto intercettazioni telefoniche in passato, non è come se il governo inseguisse il tuo vicino che sta parlando con sua moglie su cosa comprare al supermercato. Ci sono livelli e ci sono leggi che regolano ciò che può essere registrato e ascoltato e ciò che non può, e chiudiamo sempre qualsiasi comunicazione personale come quella e se una determinata parola viene utilizzata la si riaccende. È una cosa necessaria a tenerci al sicuro e se può impedire un altro 11/9, sono assolutamente favorevole. Penso che siamo più sicuri, assolutamente.

2019/09/10

World Trade Center: intervista allo U.S. Marshal Dominic Guadagnoli

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

In occasione del diciottesimo anniversario degli attentati dell'11 settembre 2001, Undicisettembre offre ai suoi lettori la testimonianza dello U.S. Marshal Dominic Guadagnoli, che intervenne al World Trade Center dopo lo schianto dei due aerei e che sopravvisse ai crolli di entrambe le torri.

Ringraziamo Dominic Guadagnoli per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto l'11/9?

Dominic Guadagnoli: A quel tempo lavoravo per la Warrant Squad [quadra che si occupa di ricercare criminali colpevoli di crimini violenti N.d.T] dell’ufficio del Marshal per il distretto meridionale di New York, che si trova al terzo piano delle nuova corte federale, al numero 500 di Pearl Street, a circa cinque isolati dalle Twin Towers. Il mio collega John Svinos e io stavamo pianificando un'operazione per degli arresti più tardi quel giorno che era voluta dall'ATF. Eravamo seduti ai nostri tavoli e quando la prima torre fu attaccata, l'esplosione fece davvero tremare il nostro edificio e pensammo che il nostro o uno degli altri importanti edifici della città o quelli federali nelle vicinanze fossero stati colpiti da una bomba. Nel raggio di due isolati si trovano le corti federali, l'ufficio del procuratore degli Stati Uniti, il quartier generale dell’NYPD, la prigione federale (il Metropolitan Correctional Center), la corte suprema dello stato di New York, l'ufficio del sindaco, il 26 Federal Plaza, che era l'ufficio di molte agenzie federali tra cui l'FBI, il municipio di New York, il tribunale di New York.

In meno di un minuto vedemmo carta e detriti che fluttuano fino a terra tra i nostri edifici. Tuttavia, nonostante fossimo così vicini, dall'angolo del tribunale non potevamo vedere il Trade Center o le torri. John e io corremmo fuori per vedere cosa fosse successo. Mentre eravamo là fuori la gente ci diceva che un aereo aveva appena colpito le Torri Gemelle. Non potevamo crederci, così ci precipitammo a vedere cosa stesse succedendo e fu allora che il secondo aereo si schiantò contro la seconda torre. A quel punto, capimmo che la città era sotto attacco, molto probabilmente da parte di terroristi. Tornammo di corsa nel nostro ufficio per vedere quale fosse il piano d'azione. In quel momento non ce n'era uno. Quindi decidemmo da soli di iniziare ad aiutare le persone a uscire dagli edifici. Mentre uscivamo, incontrammo un altro US Marshal, Bill Schuchact, che voleva venire con noi e ci venne.

Iniziammo all'ingresso del WTC7 e al tunnel che conduce alla alla lobby. Scesi le scale mobili e tornai su. C'era un tunnel, un centro commerciale sotto la piazza che era enorme e che si attraversava a piedi. Aiutavamo le persone a uscire e indicavamo loro di andare verso nord o est. Vedendo le persone sembrava che avessero attacchi di asma, perché avevano difficoltà ed ebbero bisogno di ossigeno. Ricordo una giovane donna incinta, qualcuno la stava aiutando a camminare. La aiutai ad attraversare la strada e ad arrivare nell'area del primo soccorso e nella tua mente, una volta che li hai mandati via, pensi "sono al sicuro" e ti rigiri indietro.

La prima ondata di persone aveva giacche, borse, e stavano cercando di fare telefonate con i cellulari; erano agitati e preoccupati. Nella successiva ondata erano un po' più spaventati. Erano più confusi. Ma non ancora nel panico. Alcune persone non riuscivano a reggerlo, erano visibilmente scossi. La terza ondata aveva vestiti lacerati, tagli e graffi, erano molto più bagnati dai sistemi antincendio, più stanchi. All'inizio ho pensato che fosse sudore. Mi sembrava che fosse così e per alcune persone lo avrebbe potuto essere, era un giorno caldo nell'edificio, senza aria condizionata. Mi resi conto di cosa fosse quando vidi l'ultima ondata di persone e quanto fossero bagnati. Dovevano essere bagnati dal sistema antincendio. Non erano "bagnati come se si fossero tuffati in piscina", ma erano molto bagnati. Ad ogni modo, l'ultima ondata di persone sembravano usciti da una battaglia. Stavano sanguinando copiosamente, brutti tagli, lacerazioni, ferite alla testa e alcuni dovettero essere trasportati su barelle improvvisate.

In seguito appresi che nel frattempo un’impiegata della Aon Corporation di nome Donna Spera e i suoi colleghi del centounesimo piano aspettavano un ascensore espresso al 78° piano, insieme a diverse centinaia di persone, in modo che potessero uscire dall'edificio il più rapidamente possibile. Fu allora che il secondo aereo si schiantò direttamente nella sky lobby del 78° piano. Tranne Donna e altre undici persone, tutti quelli che si trovavano in quella lobby rimasero uccisi. Ogni singolo collaboratore con cui si trovava Donna era morto all'istante. Mentre il fuoco e il fumo consumavano il pavimento su cui si trovava, strisciava davanti a colleghi morti e su schegge di vetro alla ricerca dell'unica uscita rimasta su quel piano. Nonostante il fatto che fosse ustionata e sanguinante, Donna scese 78 rampe di scale con l'aiuto di un collega. Quando raggiunse il piano terra, crollò tra le mie braccia e la portai in una zona per lo smistamento dei feriti che si trovava dall'altra parte della strada rispetto agli edifici in fiamme. Non era per nulla bagnata. Forse il sistema antincendio non funziona a quell'altezza.

Anche se cercai di proteggerla da chi stava scattando delle foto, un fotografo dell’Associated Press riuscì a catturare uno scatto che ci legò insieme nella storia [foto sotto, N.d.T]. Dopo aver messo Donna su un'ambulanza, tornai ad aiutare le persone a uscire dal Trade Center. Poco dopo, la prima torre iniziò a crollare e io iniziai a correre. Corremmo tutti in direzioni diverse. Vidi una pensilina tra gli edifici 5 e 7, stavo per nascondermi lì sotto, e con la coda dell'occhio vidi John correre in una direzione diversa.


Caddi sulle mani e sulle ginocchia per un secondo e mi tagliai le mani e vidi del sangue, feci una capriola verso destra, mi rialzai e ricominciai a correre. Fu allora che vidi le scale della metropolitana dall'altra parte della strada rispetto all'ufficio postale. C'erano due macchine parcheggiate davanti e vidi che avevo abbastanza spazio per infilarmici in mezzo. E quello fu il momento in cui la nuvola nera mi raggiunse e tutto divenne buio. Appena arrivai alle scale della metropolitana, c'era un ufficiale donna della polizia di New York che indossava un casco. Andammo spalla a spalla e ci lanciammo giù dalle scale e tutto divenne completamente nero.

Mentre quella giornata di sole senza nuvole diventava incredibilmente nera come la notte, temevo di rimanere schiacciato e sepolto vivo. Per un attimo pensai che fosse la fine del mondo, quasi mi aspettavo di vedere Gesù uscire dalle nuvole.

Quando uscii dalla metropolitana, ero disorientato e ho visto il display a LED sull'ufficio postale che diceva "Yankees / Twins PPD", che significa che la partita era stata rinviata. E fu così che capii dov'ero.

Quindi stavo aiutando le persone e un giovane uomo di colore si avvicinò a me con una maschera sul viso e mi disse "Hai bisogno di aiuto." E gli dissi "Ma che dici?" Vidi un ragazzo con un distintivo d'argento al collo, Port Authority o NYPD, con una camicia di flanella e gli usciva l’osso del polso e un altro in uniforme lo stava aiutando. Quindi l’uomo di colore mi disse "Hai bisogno di aiuto." E non mi resi conto che avevo sangue sulle braccia e sulla mano, ma penso che il sangue sul mio braccio fosse di Donna. Mi portò nella chiesa di Saint Peter e avevano portato tutti nella parte posteriore, dietro l'altare e in una stanza per sciacquarsi. Mi tolsi la giacca e la camicia e mi tolsi la pistola. Lui disse "Whoa." E io dissi "Solo perché tu lo sappia, sono delle forze dell’ordine." Qualcuno entrò e disse “Non è sicuro qui, dobbiamo uscire. Tutti devono uscire.” Quindi mi diedero una benda. Recuperai la mia roba e quando stavo uscendo lo stesso poliziotto con l'osso esposto stava arrivando.

Così iniziai a dirigermi verso l'edificio e mi avvicinai a un ufficiale di pattuglia e a un sergente che mi dissero "Devi tornare indietro". Dissi "Sto cercando il mio compagno". E proprio in quel momento sentimmo di nuovo il rombo, quello stesso rumore.

Così iniziammo a correre e io mi diressi di nuovo verso quella chiesa e, mentre giravo a destra, una macchina della polizia stava arrivando con le luci accese e io iniziai a gridare "No, no, non andare in quella direzione. Non andare in quella direzione." E mi superò. E quando guardai indietro, vidi di nuovo quella grande nuvola di polvere che veniva giù per la strada. Ma questa volta, mi passò proprio dietro.

Ricominciai a correre verso l’ufficio, stavo cercando di pensare a come tornare. Tutto ciò a cui riuscivo a pensare era John e pensavo che mi sarei preso cura della sua famiglia. Li avrei fatti vivere con me, non so come, ma ci saremmo presi cura di loro. A quel punto mi ero arreso e pensavo che fosse morto. Avevo visto Bill dopo il crollo della prima torre, quindi sapevo che stava bene.

Così iniziai a camminare verso un ristorante greco chiamato Mt. Everest a cui io e John andavamo regolarmente. Non avevano corrente elettrica, la porta era semiaperta e c'era un poliziotto che stava usando un telefono a pagamento. Chiesi alle persone che ci lavoravano se avessero visto John. Non mi riconobbero e dissero "Scusa non sappiamo di chi stai parlando, siamo chiusi, mi dispiace". Dissi "Sono io, Dominic, tu conosci sia me sia il mio compagno John." Andavamo spesso lì a pranzo. Per qualche motivo pensavo che John potesse aspettarmi in un posto che conoscevamo, per riposare, bere qualcosa. Non so. A quel punto mi riconobbero e mi aiutarono a pulirmi.

Finalmente salii in ufficio e scoprii che John era lì. Quando finalmente ci vedemmo ci abbracciammo e abbiamo pianto. Bill arrivò e ci abbracciammo anche con lui. Ci portarono in un ospedale fuori Manhattan a causa delle ferite che riportammo.

La mattina del 12 settembre 2001, seppi della foto con me e Donna. Dato che era stata scattata da un fotografo dell'Associated Press, è stata diffusa sui giornali e sulle riviste di tutto il mondo. È stata anche pubblicata dal Corriere della Sera quel giorno. Circa un mese dopo, le nostre famiglie si sono incontrate a casa sua nel New Jersey. Da allora siamo diventati ottimi amici e entrambi diciamo che la nostra amicizia è l'unica cosa positiva che è venuta fuori da quella giornata orribile. Non so bene perché quella foto abbia ricevuto così tanta attenzione, forse perché mostra che l’umanità che si aiuta.


Undicisettembre: Cosa ti è successo nei giorni e nei mesi successivi?

Dominic Guadagnoli: Ricordo i giorni, le settimane, anche mesi dopo l'11 settembre, la fratellanza, la solidarietà e l'unità che si sentivano e si vedevano.

Molti di noi uscirono e comprarono bandiere. Secondo il St. Petersburg Times, il 12 settembre 2001, Walmart ha venduto 116.000 bandiere rispetto alle 6400 dello stesso giorno dell'anno precedente. C'erano bandiere che sventolavano da ogni casa e macchina. Ricordo di aver visto ovunque striscioni e adesivi che testimoniavano l'amore per il nostro paese ovunque. C'erano persone per le strade di New York con cartelli che dicevano "Grazie per quello che hai fatto", "Grazie eroi". Andò avanti per mesi e mesi. Le persone erano in fila per donare il sangue, si offrivano volontariamente e arrivarono provviste a Ground Zero quasi istantaneamente da tutto il paese. Le donazioni alle associazioni di beneficenza salirono alle stelle. Secondo quanto riferito, gli americani donarono quasi due miliardi di dollari.

Sembrava che le barriere tra le persone scomparissero. Non importava se eri nero o bianco, ispanico, asiatico o europeo. Potevi credere in Gesù, Dio, Buddha, Allah o nessuno per quel che importava. Le divisioni caddero per far posto all’unione. Per me era ovvio che insieme avevamo condiviso il dolore e non siamo mai stati più orgogliosi di essere americani.

Ho visto segni di amore, gentilezza, spiritualità e patriottismo. Si vedeva l’umanità aiutare l’umanità, e le persone erano veramente grate l'una all'altra. La gente si appoggiava l'un l'altra, sperando di riuscire in qualche modo a superare quel momento, anche se all'epoca sembrava quasi impossibile.


Undicisettembre: In che modo l'11/9 influenza ancora oggi il lavoro quotidiano degli US Marshals?

Dominic Guadagnoli: Non posso dire che lo influenza come accade ad esempio per gli aeroporti. Cose come la sicurezza negli uffici dei tribunali erano già piuttosto intense a causa di ciò che accadde nel 1993 e perché al tempo c'erano state importanti minacce contro diversi giudici che presiedevano le deposizioni per l’attentato del 1993. Lo sceicco Omar Abdel Rahman e il suo gruppo avevano pianificato di saltare in aria i tunnel, il quartier generale dell'FBI, l'ufficio del procuratore degli Stati Uniti e il quartier generale della polizia. Quindi a causa di ciò i Marshals avevano già avuto un aumento della sicurezza.

Da allora ovviamente con la tecnologia moderna era ulteriormente migliorata. Non penso ci siano stati cambiamenti con effetti quotidiani, ma i servizi di protezione per i giudici o i servizi di intelligence come la Joint Terrorism Task Force o l’FBI ovviamente sono più rigidi.

Nel nostro lavoro quotidiano direi che è non qualcosa che ha effetti di per sé.


Undicisettembre: In che modo l'11/9 influisce sulla tua vita quotidiana?

Dominic Guadagnoli: Penso di aver visto mille volte gli orologi che mostrano le ore 9:11. Ieri mattina è andata via la corrente e l’orario che lampeggiava era 9:11. Sembra che ogni volta che mi fermo a guardare l'orologio siano le 9:11.

Ho ancora problemi a volte con forti rumori, a volte posso essere nervoso. Una cosa che noto con gli anni che sono passati è che ogni anno quando si avvicina l'anniversario mi sembra di essere un po' più irritabile, un po' più irascibile. Quando si avvicina l'anniversario, un mese prima inizio a sentirmi più ansioso, mi irrito più facilmente. La gente se ne esce con queste teorie del complotto e normalmente le escluderei come "un piccolo problema", ma vicino all'anniversario mi danno più fastidio.

Il giorno dell'anniversario è una giornata in cui mi sento intontito, è una situazione strana e nei giorni successivi torna tutto normale. Non esce mai dalla tua mente, è nella tua mente 24 ore su 24; stai guardando un programma TV e vedi le Twin Towers o dei jet che volano e ti viene in mente l'11/9. Non è passato un giorno in cui qualcosa non ti ci faccia pensare. Alcuni giorni è lì in primo piano, alcuni giorni c'è solo un po’, ma è sempre lì.


Undicisettembre: Cosa ne pensi delle teorie del complotto secondo cui l'11/9 è stato un inside job?

Dominic Guadagnoli: Penso che sia spazzatura. Non so come la gente possa creare queste idee nelle loro menti. Anche se non fossi stato lì, non capirei come la gente possa inventare queste cose; penso che sia una cosa politica o per ottenere attenzione.

Ricordo che nel decimo anniversario ero qui in Florida, stavo guidando lungo una strada e vidi che qualcuno aveva attaccato a un albero un cartello con l’indirizzo del sito www.911truth.org. Fermai la macchina, lo strappai e lo gettai nel bosco. Questo è ciò che penso.


Undicisettembre: Cosa pensi della sicurezza oggi? La nazione è più sicura rispetto al 2001?

Dominic Guadagnoli: Penso che ci siano meccanismi che ci fanno sentire più sicuri, quindi in qualche modo sì, spero che abbiamo imparato. Ma essendo nelle forze dell'ordine, vedo varie cose e come si suol dire "Una catena è tanto forte quanto il suo anello più debole"; a volte passiamo attraverso i controlli di sicurezza, come ad un concerto o allo stadio, e non mi controllano, o controllano una persona ma non l’altra.

Di recente sono andato a un famoso parco di divertimenti della Florida, dove ci sono negozi e altre cose, ho lasciato la macchina nel parcheggio e sono entrato direttamente e l’addetto alla sicurezza ha solo guardato la gente che entrava. Nessuno mi ha controllato. Ma se vai a Magic Kingdom [parco tematico all’interno di Disney World], ti prendono l'impronta digitale, vieni controllato e passi attraverso i magnetometri. È successo anche a mio figlio, è un ragazzino di 15 anni e gli hanno guardato la borsa e hanno detto "Ok, vai." So che fanno profiling e forse lui non ricade nel profilo corretto, hanno soppesato la borsa e si sono assicurati che non avesse armi da fuoco, ma al giorno d’oggi dovrebbero controllare tutti: indipendentemente dal fatto che abbiano quattordici o cento anni. Se vuoi avere sicurezza, devi avere sicurezza. La sicurezza è al 100% oppure non è sicurezza; se non è al 100%, perché preoccuparsi e perché infastidire le persone?

Se dobbiamo essere sicuri al 100%, dobbiamo essere sicuri al 100%, non possiamo essere schizzinosi. Penso che tu sappia cosa succede in America nelle scuole ora; sono obiettivi vulnerabili, persino le chiese e i supermercati sono obiettivi vulnerabili. Hai visto cosa è successo in Nuova Zelanda e a El Paso e in molti altri luoghi. Non so quale sia la risposta per questo, ma se vuoi avere sicurezza devi andare fino in fondo. Solo metà non ha senso.

2019/05/28

World Trade Center: intervista all'ex detective dell'NYPD Anthony Agnelli

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Anthony Agnelli è un ex detective dell'NYPD che l'11/9 fu inviato sulla scena e arrivo al World Trade Center dopo il crollo della seconda torre. Per raccontarci la sua esperienza di quel giorno Agnelli ha accettato la nostra proposta di un'intervista che offriamo oggi ai nostri lettori.

Ringraziamo Anthony Agnelli per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto l’11/9?

Anthony Agnelli: Ero a casa, al tempo abitavo appena fuori città e sarei andato al lavoro nel pomeriggio perché quel giorno c'erano le elezioni primarie. Quindi avevano mandato tutti a lavorare ai seggi. Mi alzai la mattina e mia moglie mi chiamò al telefono, lavorava in città e stava andando là in macchina, e mi disse di aver sentito alla radio che un aereo si era schiantato contro il World Trade Center. Guardai fuori ed era una giornata bellissima e cercai di capire come fosse possibile che un aereo andasse a schiantarsi contro il World Trade Center in una giornata perfettamente limpida. Immediatamente accesi il televisore e vidi il secondo aereo schiantarsi contro il World Trade Center e a quel punto tutti capirono cosa stesse succedendo.

Appena dopo annunciarono in televisione che tutti gli ufficiali di polizia non in servizio e i pompieri dovevano recarsi immediatamente al lavoro, quindi mi vestii e mi preparai ad andare, salii in macchina e iniziai a correre giù verso la città. Ci arrivai abbastanza velocemente, c'era un bel gruppo di macchine in autostrada di poliziotti e pompieri e mezzi di soccorso che stavano tutte andando alla massima velocità possibile. Quando arrivai sulla scena incontrai un paio di altre persone tra cui il mio tenente. Salimmo su una macchina, passammo appena a destra del World Trade Center e io volli scendere dalla macchina per andare lì. La seconda torre era già crollata. Scesi dalla macchina e mi separai dalle altre persone con cui lavoravo e corsi giù verso il sito, ero a quindici o venti metri da dove si trovava la Torre Sud, e c'era un gruppo di poliziotti che guardavano la pila e non potevamo credere a ciò che stavamo vedendo, era quasi buio nel mezzo della giornata.

Dopodiché provammo a organizzarci in squadre e provammo a capire cosa avremmo dovuto fare e come; praticamente non avevamo strumenti, non avevamo nulla, non avevamo maschere, non avevamo abiti da lavoro. Iniziammo a salire sulla pila e a scavare con le manette tra le macerie cercando di fare un buco. Passammo molto tempo a fare questo. Intorno alle cinque del pomeriggio fu azionata una cellula temporanea per i telefoni cellulari perché mancava la corrente elettrica e il servizio per i cellulari non funzionava nella parte meridionale di Manhattan, quindi immediatamente presi il telefono e chiamai a casa. Mia moglie rispose al telefono e c'era con lei anche mia figlia, aveva 16 anni, spiegai loro dove mi trovavo e dopo un minuto che eravamo al telefono il World Trade Center 7 iniziò a crollare. Tutti iniziarono a correre e la nube di polvere ci investì mentre io ero al telefono con mia moglie e mia figlia che guardavano la televisione, quindi videro il palazzo che iniziava a crollare e mi sentirono iniziare a correre e pensarono: “Oh mio Dio, è in pericolo!”. Sentii le loro urla al telefono mentre correvo via per la strada.

La nube di polvere ci investì con molti detriti. Finalmente tornai al telefono e dissi loro che stavo bene.

Rimanemmo lì fino alle due del mattino, e poi ci dissero di andare a casa, di riposarci un po' e di tornare indietro alle cinque che era folle. I miei genitori vivevano nel Queens che era a circa dieci chilometri dal World Trade Center. Andai là, loro non erano a casa, erano in vacanza, ma andai a casa loro, mi stesi per un paio d'ore, mi alzai, feci una doccia e tornai subito lì.


Undicisettembre: Puoi confermare che il World Trade Center 7 stava bruciando ed era fuori controllo?

Anthony Agnelli: Oh, tutta la parte frontale dell'edificio era stata strappata via; anche se alle volte vedi foto del retro del palazzo mentre crolla e sembra che sia integro. C'era un buco gigantesco nella parte frontale dell'edificio dove una delle torri era caduta e aveva causato un danno enorme. Era tutto il giorno che bruciava. Bruciava dal mattino e i pompieri non stavano neanche tentando di spegnere l’incendio, l'avevano abbandonato per via di tutto ciò che era successo. Non stavano neanche gettando acqua sul fuoco, l'hanno semplicemente abbandonato.


Undicisettembre: Mentre il World Trade Center 7 crollava hai sentito delle esplosioni misteriose?

Anthony Agnelli: No. E la cosa divertente è che appena prima che il World Trade Center 7 crollasse stavamo lavorando in un posto e un capitano arrivò e prese alcuni di noi, circa quindici o venti detective che erano nella mia unità, eravamo in abiti civili; ci disse “Ho qualcosa da farvi fare, venite tutti con me.” Eravamo sulla strada che è proprio di fronte al World Trade Center 3 e lui ci portò fino a un isolato dal World Trade Center 7 e ci disse “State qui, ho qualcosa da farvi fare, torno subito.” Se ne andò e due minuti dopo ero al telefono con mia moglie, circa cento metri da uno dei vertici del palazzo, ero a questa distanza dal World Trade Center 7. Ero al telefono stavo guardando proprio il WTC7 e mi stavo dicendo “Wow, questo palazzo sta per crollare!” i primi piani alla base erano avvolti dalle fiamme. Stavamo commentando tra di noi “I pompieri non stanno facendo nulla per questo palazzo, si sono arresi.”

Un minuto o due dopo ero al telefono e guardavo direttamente il World Trade Center 7, le finestre iniziarono a vibrare e il palazzo iniziò ad ondeggiare leggermente, attimi dopo è crollato. Non ci furono esplosioni ed ero proprio a cento metri.


Undicisettembre: Cosa avete fatto nei giorni successivi?

Anthony Agnelli: Tutti si organizzarono un po' di più, perché nel primo giorno c'era molta poca organizzazione, nessuno aveva un incarico e nessuno sapeva cosa fare; nessuno aveva mai affrontato qualcosa del genere, non avevamo strumenti o niente del genere.

Nel dipartimento di polizia funziona che un sergente ha un ruolino, ci scrive il suo nome perché lui è il supervisore, e prende circa dieci detective o ufficiali di polizia della sua squadra e mette i suoi nomi sul ruolino. Va dal suo superiore, tenente o capitano, e gli dicono “Prendi la tua squadra, vai in questo posto e fai questo.” La seconda mattina fummo organizzati in una squadra con il mio sergente, andammo proprio alla base della Torre Sud e ognuno stava svolgendo l'incarico che gli era stato assegnato. Andammo alla pila, iniziammo a scavare e a cercare oggetti o persone e lavorammo insieme al dipartimento dei vigili del fuoco. Puoi vedere foto di ciò che chiamano la “brigata del secchio” in cui riempiono secchi con macerie della pila che era alta fino a quindici metri in alcune zone; scalavamo la pila fino alla sommità e iniziavamo a scavare passando i secchi avanti e indietro e scaricandoli in strada per poi portarli di nuovo su.

Cercavamo anche di trovare persone, ovviamente non trovammo nessuno. Il primo giorno fu molto più caotico perché nessuno sapeva cosa stava succedendo, c'erano aerei militari che volavano sopra Manhattan, che non succede mai, e le persone si spaventavano a morte.

Molti palazzi attorno al sito furono danneggiati e ci fu molta paura che quei palazzi potessero crollare come il World Trade Center 7. C'erano voci che alcuni di quegli edifici non erano stabili e che li stavano evacuando, le persone correvano via. Mentre i giorni passavano la gente si calmò, per quanto fosse possibile calmarsi, e si organizzò. Iniziammo a fare la “brigata del secchio” e a portare le cose fuori e a cercare sopravvissuti. Trovavamo persone parzialmente sepolte che erano morte, cercammo di disseppellirle e portarle fuori. Accaddero molte cose la prima settimana, facemmo questo per dodici o diciotto ore al giorno.


Undicisettembre: Quanto ci volle prima che la situazione tornasse alla normalità?

Anthony Agnelli: Non successe mai, fino all'ultimo mese che stetti lì, quando era già abbastanza pulito. A quell’epoca ero nell'unità investigativa sui narcotici di Manhattan, semplicemente ci fu detto “Abbandonate i vostri casi, dimenticate il vostro ruolo nelle forze dell'ordine. Andate là tutti i giorni finché non sarà finito.” Quindi lavorammo là tutto il tempo. La prima settimana lavorammo sette giorni di fila, dalla seconda settimana facemmo sei giorni per tre o quattro settimane, e poi abbassiamo a turni di dodici ore per cinque giorni a settimana, ma questo successe più avanti. In seguito passai del tempo anche alla discarica di Staten Island.


Undicisettembre: L’11/9 come condiziona l’attività quotidiana dell’NYPD ancora oggi?

Anthony Agnelli: Prima dell’11/9 non avevamo una grande unità investigativa antiterrorismo, i nostri obiettivi principali non riguardavano il terrorismo. Ora una gran parte di ciò che fanno è antiterrorismo, unità intere sono state formate solo per gestire il terrorismo. Ma l’NYPD è molto, molto peculiare sotto molti aspetti: è un dipartimento gigantesco, abbiamo 40.000 membri, quindi se avessero cambiato le cose gestendolo come un piccolo dipartimento ne sarebbero stati distrutti, non sarebbero stati in grado di gestirlo. Perché dovevamo fare pattugliamento, svolgevamo la nostra attività normale e siamo stati in grado al contempo di pulire il sito e di metterci in modalità antiterrorismo. A Times Square vedi la polizia ovunque con armi lunghe, fucili d'assalto, armature complete; prima dell’11/9 non c'era nulla di tutto ciò.


Undicisettembre: L’11/9 come condiziona la tua vita quotidiana?

Anthony Agnelli: All'inizio non ci fu mai un giorno in cui non ci pensavo, fino circa al 2015. Ogni giorno ci pensavo. Guardavo il cielo, vedevo un aereo che volava sopra la mia casa e pensavo all’11/9. Se stavo facendo il barbecue, o qualcuno nella casa accanto lo stava facendo, sentivo l'odore del fumo e pensavo all’11/9. Se sentivo rumori forti o certi odori, mi scattava in testa il ricordo dell’11/9. Ora mi succede ancora ma lentamente lo sto mettendo nel retro della mia testa; è ancora lì, ci penso ancora per via di tutte le persone che sono malate per aver respirato le polveri dell’11/9, ma per me adesso è meno negativo. E quando ne parlo e terapeutico, mi aiuta.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l’11/9 è stato un autoattentato?

Anthony Agnelli: Penso che siano ridicole. Non ha alcun senso. Li ascolto, leggo le cose che scrivono, ho visto i video in cui le persone discutono queste tesi della cospirazione. Ma io ero lì e loro no. Molte sono concentrate sul World Trade Center 7, è il punto cruciale delle teorie del complotto. So per aver fatto delle indagini che le persone possono prendere un piccolo filo e tesserlo in un maglione gigantesco.

Quando guardi il palazzo sembra che sia integro da alcune angolazioni, quindi creano queste storie ma non hanno senso e io lo so perché ero là. Non so perché lo facciano, forse perché sono in cerca di fama o forse perché sono antigovernativi. Vivono negli Stati Uniti, ma odiano gli Stati Uniti e vogliono far sembrare che gli Stati Uniti facciano sempre qualcosa di malvagio. Ma non mi offendono, penso solo che siano ridicole.


Undicisettembre: Cosa pensi della sicurezza oggi? Credi che la nazione sia più sicura oggi rispetto al 2001?

Anthony Agnelli: Credo che sia più sicura. Ma non credo che stiano facendo un lavoro sufficiente nella sicurezza, penso che sia diventata una cosa politica ed è abbastanza triste che sia diventato così. È diventata una cosa da repubblicani contro democratici. Le persone arrivano in questa nazione, e credo che anche voi lo vediate in Italia con persone che arrivano dalla Siria e nessuno sa chi sono e ora che sono nella vostra nazione nessuno sa cosa possono fare. Credo che l'Europa abbia aperto i propri porti un po' di più per ciò che sta succedendo là.

Quindi credo che sia più sicura, hanno reso i viaggi aerei più sicuri, hanno irrobustito la sicurezza su alcuni obiettivi in modo che non puoi prendere un camion o un autobomba e andare a schiantartici, quindi abbiamo reso la situazione migliore ma c'è altro che possiamo fare ai confini per essere più attenti su chi facciamo entrare nel paese perché probabilmente il prossimo attacco verrà da lì. Abbiamo già avuto alcuni attacchi, questi piccoli attacchi dell'ISIS dove prendono un furgone a basso costo e lo guidano contro un marciapiede uccidendo un po' di persone, l'hanno fatto anche in Europa, ma credo che sia molto più sicuro di allora.