2022/08/02

Ucciso in Afghanistan il leader di al-Qaeda Ayman al-Zawahiri

di Leonardo Salvaggio

L'alto leader di al-Qaeda Ayman al-Zawahri è stato ucciso domenica 31 luglio da un attacco missilistico con un drone, condotto dalle forze statunitensi in Afghanistan; al-Zawahiri è stato ucciso nella capitale Kabul alle 6:18 del mattino locali. L'annuncio è stato dato il giorno seguente dal presidente Joe Biden in un messaggio video.


Il terrorista è stato ucciso da due missili Hellfire lanciati contro un palazzo di Sherpur, quartiere centrale della capitale a poca distanza dall'università e dall'ambasciata americana rinnovato nel 2003 dal governo sostenuto dagli Stati Uniti per ospitare gli ufficiali del governo stesso e delle organizzazioni internazionali. 

Quello che ha ucciso al-Zawahiri è il primo attacco americano in Afghanistan dopo il ritiro delle truppe avvenuto nell'agosto del 2021. L'uomo è stato colpito in un momento in cui era uscito su uno dei balconi del palazzo in cui viveva da pochi mesi con la famiglia, ed è stato tradito proprio dalla sua abitudine di passare molto tempo su quel balcone che ha concesso all'intelligence americana di individuarlo. 

La modalità dell'attacco è stata scelta proprio per evitare altre vittime, infatti oltre ad al-Zawahiri nessun altro è rimasto colpito. Subito dopo l'attacco la rete Haqqani, organizzazione terroristica al momento alleata con i Talebani il cui leader è oggi de facto ministro degli interni di Kabul, ha tentato di nascondere il fatto che al-Zawahiri fosse ospitato in un'area controllata da loro e dai Talebani affermando che l'attacco fosse stato condotto dal Pakistan e che non avesse ucciso nessuno. Tuttavia la conferma è arrivata alla Casa Bianca da varie fonti di intelligence e anche l'FBI lo indica come deceased (deceduto) nella lista dei terroristi più ricercati.


Ayman al-Zawahiri era nato in Egitto nel 1951; si era unito ad al-Qaeda nel 1998, quando fuse la propria organizzazione egiziana con quella di bin Laden. Ebbe un ruolo fondamentale nell'organizzazione dell'11/9, reclutando i terroristi e trovando i fondi per finanziare l'operazione; non ebbe tuttavia ruoli decisionali e non venne coinvolto nella scelta degli obiettivi e delle modalità. Inoltre era il leader supremo di al-Qaeda dalla morte di Osama bin Laden nel 2011. Nel 2020 il giornale Arab News Pakistan aveva annunciato la possibile morte di al-Zawahiri per problemi respiratori, ma si è trattato evidentemente di una notizia infondata.

La morte di al-Zawahiri apre ora almeno due temi per il futuro. Il primo riguarda la leadership di al-Qaeda, perché molti dei potenziali successori tra cui Abdullah Ahmed Abdullah, Abu Muhsin al-Masri e Hamza bin Laden, figlio di Osama, sono stati recentemente uccisi. Secondo l'ex agente speciale dell'FBI Ali Soufan (autore del celeberrimo volume The Black Banners sul coinvolgimento del regime saudita negli attentati dell'11/9), il prossimo leader potrebbe essere il sessantenne egiziano Saif al-Adel, uno degli organizzatori degli attentati in Africa del 1998. Il secondo tema di discussione che si apre è il mancato rispetto degli accordi di Doha, stretti dall'allora presidente americano Donald Trump con i Talebani tagliando fuori il governo afghano in carica, perché entrambe le parti accusano l'altra di averli violati. Gli USA infatti sostengono che i Talebani non abbiano rispettato l'accordo di non ospitare organizzazioni terroristiche (l'accordo menziona esplicitamente al-Qaeda) proprio per il fatto che al-Zawahiri si trovasse in un'area controllata dai Talebani. Questi ultimi parimenti accusano con un tweet gli USA di aver violato il cessate il fuoco previsto dagli accordi.



Fonti:

2022/06/15

L'unico omicidio irrisolto dell'11 settembre 2001: la strana morte di Henryk Siwiak

di Leonardo Salvaggio. Si ringrazia la giornalista Ewa Kern-Jedrychowska per la consulenza fornita per la redazione di questo articolo.

Tra le persone morte a New York l'11 settembre del 2001 ce n'è una sola il cui decesso non ha ancora dei colpevoli accertati. La vittima, in questo caso, è stata uccisa lontano da downtown Manhattan e in circostanze completamente diverse, eppure il suo omicidio può essere collegato agli attentati da un tortuoso percorso.

Il quarantaseienne di Cracovia Henryk Siwiak aveva lasciato la Polonia nel 2000, dopo aver perso il lavoro come ispettore delle ferrovie statali, e si era trasferito a casa della sorella che viveva nel quartiere di Far Rockaway, nel Queens, da sei anni. Emigrando negli USA, Henryk lasciò in Polonia la moglie con i due figli di dieci e diciassette anni. Nonostante non avesse un visto per lavorare Henryk rimase negli USA più a lungo di quanto consentito dal visto turistico svolgendo lavori saltuari, grazie ai quali riusciva a spedire dei soldi alla famiglia in Polonia nella speranza di potervi un giorno tornare.


Nel 2001 Henryk lavorava come operaio in un cantiere nella punta meridionale di Manhattan. Dopo gli schianti dei due aerei dirottati contro le Torri Gemelle il cantiere venne evacuato e Henryk attraversò a piedi il Ponte di Brooklyn per poi prendere la metropolitana e tornare nel Queens a casa della sorella. Non potendo attendere per motivi economici i tempi lunghi della riapertura del cantiere, consultò gli annunci di lavoro sul giornale della comunità polacca di New York Nowy Dziennik (noto in inglese come Polish Daily News) e ne trovò uno in una società di pulizie che cercava personale per il supermercato della catena Pathmark ad Albany Avenue, nel quartiere Farragut di Brooklyn. Per candidarsi al ruolo dovette andare presso un'agenzia per il collocamento che seguiva la comunità polacca a Bay Ridge, nell'estremità sudoccidentale di Brooklyn.

Henryk trovò la proprietaria dell'agenzia sconvolta per il fatto che il marito era morto nei crolli delle torri; ciò nonostante la donna gli disse che avrebbe potuto iniziare il lavoro nuovo quella stessa sera. Siccome non conosceva la persona che avrebbe dovuto incontrare, Henryk disse all'agenzia di collocamento che avrebbe indossato abiti facilmente identificabili: una tuta mimetica militare e degli stivali neri, si sarebbe portato in uno zaino i vestiti da lavoro con l'intenzione di cambiarsi appena prima di prendere servizio. Henryk quindi tornò a Far Rockaway dove chiamò la moglie a cui disse di non essere rimasto coinvolto negli attentati anche se aveva visto uno dei due velivoli schiantarsi contro la torre.

Henryk non era mai stato a Farragut, quindi consultò una mappa della metropolitana con l'aiuto della padrona di casa e insieme valutarono che per giungere alla propria destinazione avrebbe dovuto prendere la linea A e scendere alla fermata di Utica Avenue, che era quella più vicina ad Albany Avenue. Tuttavia i due omisero di verificare a che numero civico si trovasse il supermercato, che era al 1525 di Albany Avenue, cioè all'estremità opposta e a circa cinque chilometri dalla fermata della metropolitana scelta. La proprietaria tentò di dissuaderlo, dicendogli che Farragut era un quartiere malfamato e che non era raccomandabile andarci di sera, ancor meno lo sarebbe stato quella sera in cui la popolazione era in preda alla paura. In ogni caso Henryk decise di andare e, ignaro del proprio errore nella scelta della fermata, scese dalla metropolitana lontanissimo dal luogo di lavoro.

Uscì dalla metro intorno alle 23 e percorse a piedi Fulton Street verso Albany Avenue. All'incrocio invece di girare a sinistra verso il numero 1525, che comunque era a circa un'ora di cammino, prese la strada alla propria destra trovandosi così nel quartiere di Bedford–Stuyvesant dove, secondo quanto riportato dai testimoni interrogati dalla stampa su questo caso, non è raccomandabile camminare da soli di notte.


Intorno alle 23:40 una donna residente in Decatur Street che stava accudendo la madre anziana e malata sentì le voci di un alterco provenire dalla strada, seguite da uno o due colpi di pistola, la donna stessa non ricorda l'esatto numero, ma non si affacciò alla finestra per guardare perché era troppo spaventata per farlo. Poco dopo un'altra residente della zona sentì qualcuno suonare al campanello di casa, ma non rispose per lo stesso motivo: era troppo spaventata e aveva anche appena udito gli stessi spari per strada.

Alle 23:42 qualcuno chiamò il 911, ma le forze di polizia erano quasi interamente dedicate a Ground Zero e quindi un numero ridotto di agenti poté intervenire a Decatur Street. Trovarono Henryk Siwiak, con indosso la tuta mimetica, steso a terra ai piedi degli scalini di ingresso del civico 119 ucciso da un colpo al petto. Seguendo la striscia di sangue al suolo gli agenti poterono subito capire i primi dettagli. Qualcuno aveva sparato a Siwiak sette proiettili calibro .40, uno dei quali lo raggiunse a un polmone. Nonostante fosse ferito, riuscì ad attraversare la strada, salire i pochi gradini del numero 119 e suonare al campanello in cerca di aiuto, non avendo ricevuto risposta ridiscese i gradini per poi cadere a terra morto.

Di norma in un caso di omicidio sarebbe dovuta intervenire la Crime Scene Unit, ma essendo tutti gli agenti impegnati a Ground Zero fu mandata invece la Evidence Collection Unit, quella che di norma ispeziona la scena in caso di crimini non fatali, come le effrazioni nelle proprietà private. Inoltre anziché la consueta squadra di nove detective ne furono inviati non più di tre. Il caso fu assegnato al detective della squadra omicidi Michael Prate che interrogò criminali arrestati per altri crimini nella zona e cercò testimoni, ma non emerse mai nulla nonostante fosse stata offerta una ricompensa di 12.000 dollari a chi fosse stato in grado di aiutare. Gli unici testimoni che si fecero avanti riportarono di aver visto Henryk camminare lungo Fulton Street, ma nulla di più di questo. Ad oggi il caso rimane insoluto.

La sorella di Henryk sostiene dal 2001 che il fratello possa essere stato scambiato per un terrorista per via del suo abbigliamento insolito, la sua carnagione scura e il suo inglese stentato. Michael Prate, che indagò sull'omicidio di Siwiak fino al suo ritiro nel 2011, sostiene invece che la teoria più probabile sia che non si sia trattato di un crimine d'odio ma di una rapina finita in tragedia, per via del fatto che Henryk potrebbe non aver capito le minacce dei suoi rapitori e non aver così consegnato loro i propri pochi averi. Il fatto che non sia morto sul colpo e che gli spari hanno attirato l'attenzione dei residenti, spiegherebbe perché i rapinatori sono fuggiti senza prelevare i circa ottanta dollari che l'uomo aveva con sé.

La morte di Henryk Siwiak resta oggi uno dei misteri dell'11 settembre, ma su questo caso difficilmente verrà mai fatta luce. Resta comunque un esempio emblematico di come gli attentati più devastanti della storia abbiamo avuto un impatto anche sulle vite e sulle morti di chi si trovava lontano e in tutt'altro contesto.


Fonti:

2022/05/28

Nuovo video mostra al-Bayoumi a una festa con due dei dirottatori

di Leonardo Salvaggio

Nello scorso mese di aprile la CBS ha riportato la notizia che un tribunale del Regno Unito ha ordinato la desecretazione di un lotto di documenti, tra cui nastri VHS e appunti manoscritti, rinvenuti tra i materiali sequestrati a Omar al-Bayoumi in seguito al suo arresto a Birmingham avvenuto dopo l'11 settembre su richiesta dell'FBI. Tra le evidenze emerse vi è un video, registrato nel 2000, che mostra le immagini di una festa nell'appartamento di Parkwood Apartments, a San Diego, dove risiedevano Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mihdhar, due dei dirottatori del volo che si schiantò contro il Pentagono, alla quale partecipò lo stesso al-Bayoumi che la CBS definisce the party host, ovvero l'organizzatore della festa stessa.

Foto credit: CBS News

Nel video i due dirottatori si vedono in faccia raramente in quanto sembrano molto attenti ad evitare la telecamera, solo al-Mihdhar è ripreso in un frammento di profilo mentre si trova in cucina. Al contrario, al-Bayoumi è visibile in viso più volte e molto chiaramente.

Tra il materiale pubblicato c'è anche un blocchetto per appunti che mostra dei calcoli eseguiti a mano accanto al disegno di un aereo; secondo quanto dichiarato da un pilota della Marina degli Stati Uniti davanti al tribunale si tratterebbe di calcoli eseguiti per valutare il raggio di discesa necessario a colpire un obiettivo a terra.

Foto credit: CBS News

La pubblicazione del materiale nel Regno Unito è avvenuta mentre l'FBI sta continuando il proprio lavoro di desecretazione di documenti (analizzati in più fasi su questo blog) relativi alle indagini sul coinvolgimento del governo saudita negli attentati dai quali è emerso che al-Bayoumi era effettivamente, come a lungo sospettato, un agente dell'intelligence di Riyadh che riceveva il proprio stipendio tramite il principe e ambasciatore Bandar bin Sultan Al Saud. Nella pianificazione originale al momento della firma dell'ordine di desecretazione da parte del Presidente Biden il lavoro avrebbe dovuto concludersi all'inizio dello scorso marzo, al contrario la desecretazione è ancora in corso e al momento i documenti più recenti sono stati rilasciati il 29 aprile.

La CBS aggiunge che si ritiene che al-Bayoumi, che oggi dovrebbe avere 64 o 65 anni, al momento viva in Arabia Saudita e di aver tentato di contattarlo senza successo attraverso l'ambasciata. Con l'avvicinarsi del ventunesimo anniversario i nodi da sciogliere sono ancora molti, ma negli ultimi mesi sembra che finalmente il percorso verso la verità abbia preso una netta accelerazione.

2022/04/29

World Trade Center: intervista all'ex cuoco del Windows on the World Sekou Siby

di Leonardo Salvaggio. L'originale in inglese è disponibile qui.

Undicisettembre offre oggi ai suoi lettori il racconto personale di Sekou Siby, che è un ex cuoco del ristorante Windows on the World, ai piani più alti della Torre Nord, e che l'11/9 perse il lavoro a causa del crollo delle torri. Siby si unì quindi all'organizzazione senza scopo di lucro Restaurant Opportunities Center di cui divenne negli anni l'amministratore delegato.

Ringraziamo Sekou Siby per la sua cortesia e disponibilità.





Undicisettembre: L'11 settembre ha cambiato la tua vita: hai perso il lavoro da cuoco al Windows on the World e dopo un lungo percorso sei diventato un amministratore delegato. Puoi spiegarci cosa è successo e come l'11 settembre ha cambiato la tua vita?

Sekou Siby:
Nel 2001 ero un cuoco per banchetti al ristorante Windows on the World. Quello che generalmente facevo era sbucciare patate e carote, in seguito sono diventato un cuoco garde-manger [cuoco specializzato nella realizzazione di piatti freddi, NdT]. Quando c'era una festa, perché ospitavamo feste con due o tremila ospiti, preparavamo tre cibi caldi e tre freddi e li davamo agli avventori prima che iniziassero il pasto.

Al tempo vivevo nel Bronx. La mattina dell'11 settembre ero a casa con mia moglie. Stavo dormendo quando ricevetti la telefonata della moglie di un mio collega che stava cercando suo marito. Fu così che mi svegliai. Mi disse che il nostro palazzo era in fiamme e voleva sapere se potevo aiutarla a chiamare suo marito. Poi mi disse di accendere la TV. Quando lo feci, fu scioccante perché vidi il fumo che usciva dall'edificio. Provai a chiamare la cucina del Windows on the World. Il collega che cercavo era un cuoco per banchetti; il telefono squillava. Chiamai fino a quando l'edificio crollò, a quel punto il telefono smise di suonare. La moglie del mio amico richiamò e mi chiese "Pensi che sia uscito?" dissi "Sì, è un ragazzo intelligente, avrà trovato il modo di uscire". Le promisi che se non avesse chiamato a casa entro la fine della giornata, il giorno dopo saremmo andati in tutti gli ospedali a cercarlo. Le dissi "Avremo sue notizie". Purtroppo non accadde.

Il giorno dopo mi svegliai, mi vestii e uscii di casa ma quando arrivai alla stazione della metropolitana capii di aver perso il lavoro perché l'edificio era crollato. L'11 settembre non me ne ero reso conto. Tornai indietro e mi domandai "Cosa faccio?" Ero un immigrato, non guadagnavo molto e avevo pochi risparmi.

Eravamo tutti dipendenti del sindacato, quindi quando perdemmo il lavoro il sindacato ci disse che ci avrebbero dato dei fondi per organizzarci. Organizzarono un centro chiamato Immigrant Workers Center che durò sei mesi, in modo che potessimo ottenere aiuto per trovare un altro lavoro. Nel 2002 quell'istituto si trasformò in un'organizzazione senza scopo di lucro chiamata ROC-NY, Restaurant Opportunities Center di New York. Nel 2003 vi entrai come direttore di comunità. Poi sono diventato direttore capo, cioè direttore di una sede, e poi nel 2008 l'organizzazione si espanse a livello nazionale per via delle similitudini con quanto accadde a New Orleans. La persone della Louisiana ci chiamarono per chiederci se potevamo creare una filiale della ROC nella loro zona e così diventammo un'organizzazione nazionale. Nel 2012 diventai vicedirettore nazionale, salii nella gerarchia. Diventai direttore della finanza, direttore delle risorse umane e infine divenni presidente e amministratore delegato.

Durante quel percorso, mi resi conto conto che "mi serve una laurea a supporto di ciò che sto facendo", quindi tornai a studiare e conseguii un master e un dottorato in economia aziendale.


Undicisettembre: Da quanto tempo vivevi negli Stati Uniti quando avvennero gli attacchi dell'11 settembre?

Sekou Siby: Arrivai qui nel 1996. Vengo dalla Costa d'Avorio, la mia lingua madre è il francese e quando arrivai qui parlavo a malapena inglese. Per essere in questa posizione oggi mi ci è voluto molto duro lavoro.

Il World Financial Center visto dal Windows on the World

Undicisettembre: Quali sono i tuoi ricordi del World Trade Center prima dell'11 settembre?

Sekou Siby: Era un posto molto bello: dall'interno degli edifici si vedeva tutta Manhattan, la Statua della Libertà, il New Jersey. È stato tutto molto bello, ma lavorare lì era una sensazione speciale perché le persone che ci lavoravano erano così diverse! Il proprietario dell'azienda voleva davvero creare una finestra sul mondo, nel senso che voleva dipendenti da tutto il mondo. Come musulmano, durante il Ramadan, digiunavo e mangiavo al tramonto; la cosa incredibile era che persone provenienti da luoghi diversi, Africa occidentale, India, Bangladesh, Pakistan, arrivavano con i loro piatti locali per interrompere il digiuno. Era una comunità di persone che si vedevano l’un l’altro come persone. Pregavamo insieme in uno spazio enorme messo a disposizione, non importava di che nazionalità fossi. Anche alla mensa avevamo cibo da tutto il mondo: messicano, africano, australiano. Tutto questo ci ha fatto sentire davvero bene perché era un gruppo molto vario.


Undicisettembre: All'epoca vivevi nel Bronx, com'era la vita nel Bronx in quegli anni?

Sekou Siby: Costava poco, molto meno di adesso! [Ride – NdR] Ma era comunque difficile per un immigrato dall'Africa occidentale che guadagnava 8,25 dollari l'ora e al tempo mia moglie era incinta di otto mesi, mia figlia è nata tre settimane dopo l'11 settembre. Era un posto difficile dove stare! Il Bronx non era, e non è, un quartiere ad alto reddito, ma ce la cavavamo.


Undicisettembre: L'11 settembre influisce ancora sulla tua vita anche oggi?

Sekou Siby: Influenza molto la mia vita, non sono cambiamenti si dimenticano facilmente. Non ho più lavorato per un ristorante dopo l'11 settembre perché mi avrebbe ricordato ciò che mi era successo e non voglio pensarci, non voglio trovarmi nella situazione di farmi di nuovo delle amicizie in una cucina o godermi la vita come dipendente di un ristorante, riporterebbe molti ricordi.

Tre giorni prima dell'11 settembre, sabato, ero andato a giocare a calcio con i miei colleghi sudamericani. Eravamo sedici persone e abbiamo giocato a Corona Park, nel Queens, e da lì sono tornato a casa. Tre giorni dopo, erano tutti morti tranne due persone: un ragazzo dal Messico di nome Luis e io. Te lo immagini? Giochi a calcio con degli amici e tre giorni dopo sono tutti morti.

L'11 settembre per me è questo tipo di esperienza: molto difficile da spiegare, molto difficile da dimenticare perché fa parte di me e a cui è molto difficile dare un senso, perché è impossibile dargli un senso.


Undicisettembre: Sei stato alla celebrazione per il 20° anniversario?

Sekou Siby: Beh, ora vivo nel Queens e vado al World Trade Center almeno una volta all'anno uno o due giorni prima dell'11 settembre, perché il giorno dell'anniversario è molto affollato. Se deve essere un luogo in cui vuoi commemorare i tuoi amici, ci vai in un giorno in cui non è troppo affollato. Quindi ci vado, ma non l'11 settembre.


Undicisettembre: Sei sia americano che immigrato, cosa pensi della politica estera degli USA in Africa?

Sekou Siby: In Africa credo si debba fare di più, investire in infrastrutture. So che c'è molto supporto militare, ma penso che la politica estera in Africa dovrebbe basarsi maggiormente sulla costruzione di infrastrutture. Ora americani ed europei sono più interessati a farlo perché la Cina ha scombinato molti paesi africani. Le aziende più grandi possono acquistare qualsiasi cosa in Africa al prezzo che vogliono, ma questo non aiuta i paesi africani. Ad esempio, la Costa d'Avorio è il numero uno per la produzione di cacao, ma il paese non è diventato ricco per via di questo. La materia prima è estremamente economica, il prodotto finale è molto costoso, ma portare le fabbriche in Africa è molto problematico perché non è l'investimento che si vuole fare. Se non lo si fa, se non si aiutano a creare fabbriche che creerebbero buoni posti di lavoro, l'aiuto estero non libererà questi paesi dai loro problemi.

World Trade Center: an interview with former Windows on the World cook Sekou Siby

by Leonardo Salvaggio. An Italian translation is available here.

Undicisettembre is offering today its readers the personal account of Sekou Siby, who is a former cook for the Windows on the World restaurant, at the top floors of the North Tower, and lost his job on 9/11 because of the collapse of the two towers. Siby then joined non-profit organization Restaurant Opportunities Center and eventually became the CEO.

We would like to thank Sekou Siby for his kindness and his time.





Undicisettembre: 9/11 changed your life: you lost your job as cook for Windows on the World and after a long process you became a CEO. Can you explain us what happened and how 9/11 changed your life?

Sekou Siby:
In 2001 I was a banquet cook for the Windows on the World restaurant. What I generally did was peel potatoes and carrots, it later evolved into being a garde-manger cook. It means that when there was a party, because we would have parties with two to three thousand guests or so, we would prepare three hot and three cold foods, and give them to the customers before they started their meal.

Back then, I lived in the Bronx. On the morning of 9/11, I was at home with my wife. I was sleeping when I received the phone call by a colleague of mine’s wife who was looking for her husband. This is how I woke up. She said that our building was burning. she wanted to know if I could help her call her husband. Then, she asked me to turn the TV on. When I did, it was shocking because I saw the smoke coming from the building. I tried to call in the kitchen of the Windows on the World restaurant. The colleague I was looking for was a banquet cook; the phone was ringing repeatedly. I called until the building collapsed, at that point the phone went dead silent. My friend’s wife called me back and asked “Do you think he got out?” I said “Yes, he’s a smart guy, he would get out.” I promised her if he does not call home by the end of the day, the following day we would go to all hospitals to check. I said “We will hear from him.” Unfortunately that didn’t happen.

The following day, I woke up, I got dressed, I got out but when I reached the subway station, I realized that I lost my job because the building had collapsed. On 9/11, I hadn’t realized that. I walked back and asked myself “What am I going to do?” I was an immigrant, not making a huge salary and my savings were not significant.

We were all union employees, so when we lost our job the union said that they will give us some funding to organize ourselves. They organized a center called Immigrant Workers Center for six months, so we could get help to find another job. In 2002 that institute changed into a non-profit called ROC-NY, Restaurant Opportunities Center of New York. In 2003, I joined as a community organizer. From there I moved to being a lead organizer, a chapter director, and then in 2008 the organization became national because of similarities with what happened in New Orleans. People there in Louisiana called us to ask if we could create a branch of ROC there and we became a national organization. In 2012 I became the national a deputy director, I rose through the ranks. I became finance director, human resources director and I ultimately became president and CEO.

During that process, I realized “I need a degree to back what I’m doing”, so I went back to school and I earned a master degree and a doctoral degree in business administration.


Undicisettembre: How long had you been living in the United States when 9/11 happened?

Sekou Siby: I came here in 1996. I’m from Ivory Coast, my first language is French and when I came here I was barely speaking English at all. Today to be in this position required a lot of hard work.

View of World Financial Center from the Windows on the World

Undicisettembre: What are your recollections of the World Trade Center before 9/11?

Sekou Siby: It was a very nice place: from inside the buildings you could see all Manhattan, the Statue of Liberty, New Jersey. It was all great, but working there was a different kind of feeling because people working there were so diverse! The owner of the company was really trying to create a window on the world, meaning that he wanted employees from all over the world. As a Muslim, during Ramadan, I would fast and eat at sundown; the amazing thing was that people from different places, West Africa, India, Bangladesh, Pakistan, would come with their local dishes to break their fast. It was a community of people who saw each other as people. We used to pray together in a huge space that was there, it didn’t matter what nationality you were. Even at the cafeteria we had food from all over the world: Mexican, African, Australian. This all made us feel really good because it was a very diverse group.


Undicisettembre: You were living in the Bronx back then, how was life in the Bronx in those years?

Sekou Siby: It was cheaper, much cheaper than now! [Laughs - editor's note] But it was still a struggle for an immigrant from west Africa earning 8,25$ per hour and at that time my wife was eight months pregnant, my daughter was born three weeks after 9/11. It was a tough place to be! Bronx was not, and is not, a high-income neighborhood, but we were managing.


Undicisettembre: Does 9/11 still affect your life even today?

Sekou Siby: It absolutely affects my life, these are not changes that you can forget about easily. I hadn’t worked for another restaurant after 9/11 because it was a reminder of what happened to me and I don’t want to think about it, I don’t want to be in the context of making friends in a kitchen space, enjoying life in a restaurant again as a worker, it would bring a lot of memories back.

Three days before 9/11, on Saturday, I went to play soccer with my colleagues from Latin America. We were sixteen people playing in Corona Park, Queens, and from there I went home. Three days later, everybody would be dead but two people: a guy from Mexico called Luis and me. Can you imagine that? You are playing soccer with my friends and a three days later they are all dead.

9/11 for me is this kind of experience: very difficult to explain, very difficult to forget about because it’s part of me and very difficult to make sense of, because it’s something you can’t make sense of.


Undicisettembre: Have you been to the 20th anniversary celebration?

Sekou Siby: Well, I live in Queens now and I go to the World Trade Center at least once a year one or two days before 9/11, because on the anniversary it’s very crowded. If it’s a place where you want to commemorate your friends you want to go on a day when it’s not too crowded. So I go there, but not on 9/11.


Undicisettembre: You are both an American and an immigrant, so what do you think of the foreign politics of the USA in Africa?

Sekou Siby: In Africa I think more should be done, to invest in infrastructures. I know there’s a lot of military support, but I think the foreign politics in Africa should be based more on building infrastructures. Now Americans and Europeans are more interested in doing that because China screwed up a lot of African countries. Larger corporations can buy anything in Africa at whatever price they want, but that’s not helping African countries. For instance Ivory Coast in number one for production of cocoa, but the country is not significantly wealthy because of that. The raw material is extremely cheap, the final product is very expensive but getting factories to Africa is very problematic because that’s not the investment that people want to make. If they don’t do that, if you don’t help create factories that would create good jobs, foreign help is not going to get these countries out of the hook.

2022/04/09

World Trade Center: an interview with survivor Thomas Grassi

by Leonardo Salvaggio. An Italian translation is available here.

We are today offering our readers the personal account of survivor Thomas Grassi who used to work for the Port Authority at the 82nd floor of Tower 1 and was in his office when the first plane struck.

We would like to thank Thomas Grassi for his kindness and willingness to help.





Undicisettembre: Can you give us an account of what happened to you on 9/11? What do you remember of that day?

Thomas Grassi:
I was an employee of the Port Authority of New York and New Jersey, who owns the site and the buildings, and I was on the 82nd floor of Tower 1. It was a fairly average morning. I was not looking out of the window, I was talking to somebody and suddenly came a crash and a thunderous sound and the feeling that the building was shaking; we had no idea what had happened but it was so big everybody just started to run. I immediately run for the exit stairs. After two or three minutes everybody started to calm down; we stopped going down and went into the 78th floor to kind of regroup. People were trying to find a television to understand what had just happened and figure out “Should we leave or should we stay?” because I was there during the attack in 93 and to a great degree it turned out the best thing to do was to stay in place.

So we didn’t know what to do, we even considered going back to the office because things seemed kind of normal: the air conditioning was on, the lighting was on. We turned on the radio and after lingering a bit we decided we would try to get out. We walked down slowly because the stairs at times got very crowded, sometimes there were people being carried coming behind us because they were very badly injured so we would get out of the way. It was a slow walk down but there was no sense of panic or urgency. At a certain point firefighters started coming up the stairs, so were getting out of their way too, but in good spirit like “Good luck guys, hang in there”. I had come across a Snapple bottle at some point and I gave it to one of these firefighters on his was up and said, “I think you are going to need this more than I do”. He seemed very grateful, took it and kept walking up.

Communications then were not like they are now, with social media and texting, but several people had pagers and were getting messages that a plane may have hit the World Trade Center and some were saying that planes had hit both Towers 1 and 2. I never heard Tower 2 being hit and the pager reports seemed somewhat unconfirmed.

We continued down very slowly; we were around the 7th floor when another thunderous roar came. I had no clue at that point, but it was Tower 2 collapsing right next to us. A prolonged rumble came and our building shook, it felt like our building was collapsing, a big gush of smoke also came up from the stairs from below. The lights then went out, it was total darkness and a lot of panic and people kind of swarmed back upstairs a flight or two, I then tapped into an office just to get out of the stairs because there were so many people and smoke. I followed the firefighters’ flashlights as they directed me to a different stair, and we were able to then get out. I got out around five minutes before Tower 1 collapsed, it was quite shocking when I saw the lobby and plaza because even at that point, I didn’t really know what was going on. I got out and saw the plaza in great disarray, there was a lot of smoke and dust, various pieces were collapsing or falling to the ground.

I was looking up and I couldn’t see Tower 2, somebody said, “You just can’t see it because of all the smoke” and somebody else said “No, Tower 2 collapsed, we just have to get out of here.” I was debating “What did you just say?? Tower 2 what??” because it was still completely unbelievable. It was hard to believe, but apparently, the earlier pager reports about both Towers being hit by planes was true. While I was there debating Tower 2, I looked up at Tower 1 and it slowly began to collapse.


I then made my way home, I lived in New Jersey across the Hudson River, there were ferryboats taking people off the island of Manhattan. It took me hours to get back to my home, but I did. Shortly thereafter there was a lot of phone calls, people asking who I had heard from or about people who were missing, who made it, who didn’t make it.

A couple of days after I was asked to go back to work, to work at the reconstruction effort. I worked on the reconstruction of the World Trade Center for fifteen years, until 2016, mostly on the transportation components because I’m an architect and have a lot of history in the transit architecture. I was very happy and proud to work on reconstructing for a long time until the Transportation Hub opened in 2016.


Undicisettembre: Well, this is very interesting, would you like to elaborate a bit on what you did in those fifteen years?

Thomas Grassi: As I mentioned I was an employee of the Port Authority of New York and New Jersey who owns the site; they became in charge of the reconstruction effort with a lot of input from other entities of course. There is a Port Authority run train system within the World Trade Center site called PATH, it stands for Port Authority Trans Hudson. The agency wanted to restore the PATH operations to help bring commerce and people in Lower Manhattan and to regain a sense of normalcy as quickly as possible. I was the project manager for the Temporary PATH Station; it opened in November 2003, just over two years after the attacks. It was in the middle of an otherwise empty sixteen-acre site, but we did reopen the PATH station – with new tracks and platforms as it had pre-9/11, but in the same placations and with a new entrance and a new facility. It did a great job with bringing people back to Lower Manhattan.

Once that opened, we transitioned immediately into working on the design of the permanent Transportation Hub and the master plan of the entire site. The site was ultimately built with a series of skyscrapers and the memorial; these projects were going on simultaneously but somewhat separately. The Port Authority hired a European architect, Santiago Calatrava, as the lead architect to design of the Transportation Hub and he, with some local engineering and architecture firms, was the visionary designer for the transportation components. Working very closely with him was a real thrill and very exciting; the building that we ultimately built did a lot for the healing and the reconstruction of the site. The building itself, and primarily the primary entrance building, the Oculus, has become kind of famous, it’s featured in commercials and is already great a landmark.

I work now for and Engineering and Architecture company, HNTB, in the Empire State Building, and every day I have a great view out my window of the World Trade Center [Thomas Grassi turns his webcam and shows me the World Trade Center view from his window – editor’s note].


Undicisettembre: You survived both attacks: 1993 and 9/11. After 93 were you expecting that to happen again?

Thomas Grassi: Well, probably not exactly “expecting”. 1993 was a shock to us, we who worked in the building didn’t know there was such a thing, but we recovered pretty quickly. We got back to work within a couple of months and new features were put in place in terms of egress stairs or the ability to get in and out of the building became stricter with new ID cards and turnstiles. Also to get into the garage underneath the building became more difficult. But as time went by, while nobody forgot about that, it was not on our minds everyday. We had fire drills and that type of things, but it sort of felt like a thing of the past. I don’t think that we had a sense that it might happen again.

Some of the features put in place as a result of the ’93 bombing saved a lot of lives on 9/11. For instance, glow-in the dark paint was applied to the stairs and handrails in the egress stairs, Those features were a great help as everything went dark when Tower 2 collapsed.



Undicisettembre: Was working on the reconstruction healing for you?

Thomas Grassi: Absolutely! Everyone reacts differently, there are people I worked with before 9/11 or that I was with on 9/11 who did not really want to go back or at least not so quickly, but I wanted to get back as quickly as possible.

My first time back at the site was October 12th, 2001. The Port Authority rented an office very close by the site for those of us involved in the reconstruction. The ability to get back and to play my little role and do whatever I could do to help clean up and recover became something very important to me and part of my personal healing.


Undicisettembre: What do you think of the choice of what the World Trade Center actually looks like now? Could it have been any better than this?

Thomas Grassi: The agency first made an initial decision not to put the towers back as they were, and that’s something that still comes up in discussion on social media or wherever else. I guess we’ll forever debate that and wonder. But there was a sense that people wouldn’t want to go back into buildings that looked exactly like the Twin Towers, I don’t know whether that’s true or not.

A lot of great things were done with the new design, some streets that the original complex interrupted were brought back. The original WTC site was designed in the late 60s with a super-block concept, so the site is now better integrated into the city’s grid. There’s a lot more of street life and street level activity. The World Trade Center, after 5 or 6 PM or during the weekends was generally a deserted place, it wasn’t a 24 hour campus. Now we have a performing art center soon to be completed on the site, another tower to be built, and the reconstruction of the streets has done a lot of positive things. A tremendous amount of people have moved downtown, I believe there’s about three times as many residents in that area today than pre-9/11.

So the reconstruction of the site, the improvements in public transit, the reintegration of the streets and the robust city life in general have done a long way for all that. It has been very successful.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life even today?

Thomas Grassi: Well, for the first 15 years I was involved with the reconstruction. I ultimately retired from the Port Authority and took a job in the private sector, from which I can fortunately see the World Trade Center from my window. I now work for an architecture and engineering company called HNTB, we work on transit projects all across the United States. So I’ve entered a new phase of life, but it certainly still comes back, when I get up just to go to talk to somebody, even briefly, I always take my cellphone with me because I always think “If it happens again now and I have got to run I want to make sure I have my cellphone with me.”

There are certain things like that that stick with me, small modifications to my behavior; it is always on the back of my mind that if it happens again I have to be ready to run.

Then on the anniversaries there are great memorial events that happen. In the fifteen years I was still in the neighborhood I was very involved with the Tribute Center and the 9/11 Museum, I was a docent there and my drawings of the reconstruction were exhibited there for a couple of years. So for those years I was connected not only for my workday to day but also because of the museum.

So it always stays with me, is small subtle ways.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories according to which 9/11 is an inside job?

Thomas Grassi: I’ve read, listened and looked into those theories but I’ve never found any realistic or convincing evidence that would bring me over to that point of view. I see no reason to believe them.


Undicisettembre: Have you been to the twentieth anniversary?

Thomas Grassi: I wasn’t physically there on the twentieth anniversary, there are years when I have returned for the anniversary and years when it’s a more private event. The memorial opened on the tenth anniversary and before that I started a charity called “Memorial Miles”; I with a lot of my coworkers, who were also working on the reconstruction, committed to walk or run a mile a day for the year leading up to the tenth anniversary and we raised money for the memorial’s opening. So for the tenth anniversary I was physically still there and very much involved. They still have some great memorials and anniversary commemorative events to make sure that we never forget which is very important, but I was not physically there for that anniversary though.

World Trade Center: intervista al sopravvissuto Thomas Grassi

di Leonardo Salvaggio. L'originale in inglese è disponibile qui.

Offriamo oggi ai nostri lettori il racconto personale del sopravvissuto Thomas Grassi che lavorava per la Port Authority all'ottantaduesimo piano della Torre 1 ed era nel suo officio quando il primo aereo colpì.

Ringraziamo Thomas Grassi per la sua cortesia e disponibilità.





Undicisettembre: Puoi farci un racconto generale di ciò che ti è successo l'11 settembre? Cosa ricordi di quel giorno?

Thomas Grassi:
Lavoravo per la Port Authority di New York e New Jersey, che era proprietaria del sito e dei palazzi, ed ero all'ottantaduesimo piano della Torre 1. Era una mattina normale. Non stavo guardando fuori dalla finestra, parlavo con qualcuno e all'improvviso ci fu uno schianto e un suono fragoroso e la sensazione che l'edificio tremasse; non avevamo idea di cosa fosse, ma era stato così grande che iniziammo tutti a correre. Corsi subito verso le scale per uscire. Dopo due o tre minuti cominciammo a calmarci; smettemmo di scendere ed entrammo al settantottesimo piano per riprenderci. Cercammo un televisore per capire cosa fosse appena successo e sapere "Dobbiamo andarcene o restare?" perché io ero presente anche quando avvenne l'attacco del 93 e in larga misura capimmo che la cosa migliore da fare era rimanere negli uffici.

Non sapevamo cosa fare, pensammo anche di tornare in ufficio perché la situazione sembrava tornata normale: l'aria condizionata era accesa, l'illuminazione era accesa. Accendemmo una radio e dopo aver atteso un po' decidemmo di provare a uscire. Scendevamo lentamente perché le scale in alcuni punti erano molto affollate; c'erano persone che venivano trasportate, in quanto gravemente ferite, che arrivavano dietro di noi, quindi dovevamo spostarci per farle passare. Fu una discesa lenta ma non c'era alcun senso di panico o fretta. Ad un certo punto iniziarono a salire i vigili del fuoco, anche loro si spostavano per far passare i feriti, ma l’umore era buono, ci dicevamo cose tipo "Buona fortuna ragazzi, tenete duro". Ad un certo punto avevo raccolto da terra una bottiglia di Snapple [una popolare bibita analcolica, NdR] e la diedi a uno dei pompieri e gli dissi: "Penso che ne avrai bisogno più di me". Sembrava molto grato, la prese e continuò a salire.

Le comunicazioni allora non erano come oggi, con i social media e le applicazioni per chattare. Ma molte persone avevano dei cercapersone e ricevevano messaggi che dicevano che forse un aereo aveva colpito il World Trade Center, alcuni dicevano che degli aerei avevano colpito entrambe le Torri. Io non avevo sentito che la Torre 2 fosse stata colpita e quindi i messaggi dei cercapersone sembravano non confermati.

Continuammo a scendere molto lentamente; eravamo al settimo piano circa quando arrivò un altro fragoroso boato. In quel momento non lo sapevo, ma era la Torre 2 che stava crollando proprio accanto a noi. Ci giunse un rombo prolungato e il palazzo tremò, sembrava che il nostro edificio stesse crollando, un’imponente nuvola di fumo salì dalle scale dal basso. Poi le luci si spensero, ci fu buio totale e si diffuse il panico e la gente tornò su un paio di rampe, entrai in un ufficio solo per togliermi dalle scale perché c'erano tante persone e tanto fumo. Seguii le torce elettriche dei vigili del fuoco che mi indirizzarono verso un'altra scala e riuscimmo a scendere. Uscii circa cinque minuti prima che la Torre 1 crollasse, già in quel momento era scioccante vedere la lobby e la piazza, e sapevo bene cosa stesse succedendo. Uscii e vidi la piazza nel caos, c'erano fumo e polvere, pezzi di edificio crollavano o cadevano a terra.

Guardai in alto e non vedevo la Torre 2, qualcuno mi disse "Non si vede per via del fumo" e qualcun altro disse "No, la Torre 2 è crollata, dobbiamo solo andarcene da qui." Ribattei "Cosa hai appena detto?? Torre 2 cosa??” perché era ancora completamente incredibile. Era difficile da credere, ma evidentemente i messaggi ricevuti in precedenza sui cercapersone sul fatto che entrambe le Torri fossero state colpite da aerei erano corretti. Mentre ero lì a discutere della Torre 2, guardai la Torre 1 e lentamente cominciò a crollare.


Più tardi a casa, vivevo nel New Jersey dall'altra parte del fiume Hudson, c'erano dei traghetti che portavano le persone fuori dell'isola di Manhattan. Mi ci vollero ore per tornare a casa, ma ci riuscii. Poco dopo ricevetti molte telefonate di persone che mi chiedevano di chi avevo ricevuto notizie o chi era scomparso, chi ce l'aveva fatta e chi non ce l'aveva fatta.

Un paio di giorni dopo mi fu chiesto di tornare al lavoro, per lavorare alla ricostruzione. Lavorai alla ricostruzione del World Trade Center per quindici anni, fino al 2016, principalmente ai componenti dei trasporti perché sono un architetto e ho esperienza nell'architettura dei trasporti. Fui molto felice e orgoglioso di lavorare per così tanto alla ricostruzione fino all'apertura del Transportation Hub nel 2016.


Undicisettembre: Beh, è molto interessante, ci racconti qualcosa di ciò che hai fatto in quei quindici anni?

Thomas Grassi: Come ho detto, ero un dipendente della Port Authority di New York e New Jersey, proprietaria del sito che divenne poi responsabile della ricostruzione, ovviamente con la collaborazione di altri enti. Sotto al World Trade Center passa un sistema ferroviario gestito dalla Port Authority chiamato PATH, che sta per Port Authority Trans Hudson. L'agenzia volle ripristinarlo subito per aiutare a riportare il commercio e le persone a Lower Manhattan e per ritrovare un senso di normalità il più rapidamente possibile. Ero il project manager per la stazione temporanea del PATH; è stata inaugurata nel novembre 2003, poco più di due anni dopo gli attentati. Era al centro di un sito di sedici acri in cui non c’era nient’altro, ma riaprimmo la stazione del PATH con i nuovi binari che erano uguali a quelli che c’erano prima dell'11 settembre, nelle stesse posizioni ma con un nuovo ingresso e una nuova struttura. Fu molto utile per riportare le persone a Lower Manhattan.

Una volta aperto, ci mettemmo subito al lavoro alla progettazione dell'hub di trasporto definitivo e al master plan dell'intero sito. Il sito fu poi costruito con una serie di grattacieli e con il memoriale; questi progetti andavano avanti simultaneamente ma separatamente. La Port Authority ha assunto un architetto europeo, Santiago Calatrava, come direttore della progettazione dell'hub dei trasporti e fu lui, con il contributo di studi di ingegneria e architettura locali, il progettista dei componenti per il trasporto. Lavorare a stretto contatto con lui fu un vero brivido e fu entusiasmante; la struttura che abbiamo costruito ha fatto molto per la guarigione e la ricostruzione del sito. La struttura stessa, e soprattutto la parte di ingresso principale, l'Oculus, è diventata piuttosto famosa, è presente negli spot pubblicitari ed è già un simbolo.

Ora lavoro per un’azienda di ingegneria e architettura, HNTB, all'Empire State Building, e ogni giorno ho una splendida visuale dalla mia finestra del World Trade Center [Thomas Grassi gira la webcam e mi mostra la vista del World Trade Center dalla sua finestra – NdR].


Undicisettembre: Sei sopravvissuto a entrambi gli attacchi: 1993 e 9/11. Dopo il 93 ti aspettavi che accadesse di nuovo?

Thomas Grassi: Beh, non direi che proprio me lo “aspettassi”. L’attentato del 1993 fu uno shock, noi che lavoravamo nell'edificio non sapevamo che esistesse una cosa del genere, ma ci riprendemmo in fretta. Tornammo al lavoro nel giro di un paio di mesi e le scale di uscita furono dotate di nuove misure di sicurezza e le regole per l’ingresso e l’uscita dai palazzi divennero più rigide con tesserini di identificazione e tornelli. Anche entrare nei garage sotterranei divenne più difficile. Ma con il passare del tempo, anche se nessuno se ne è dimenticato, non ci pensavamo più tutti i giorni. Facevamo esercitazioni antincendio e cose del genere, ma sembrava un ricordo del passato. Non credo che avessimo la sensazione che potesse succedere di nuovo.

Alcune delle misure attuate in seguito all'attentato del'93 hanno salvato molte vite l'11 settembre. Ad esempio era stata applicata vernice fosforescente che si illumina al buio sui gradini e ai corrimani delle scale di uscita. Fu molto utile perché quando la Torre 2 crollò divenne tutto buio.



Undicisettembre: Lavorare alla ricostruzione è stato catartico per te?

Thomas Grassi: Assolutamente! Ognuno reagisce a modo suo, ci sono persone con cui ho lavorato prima dell'11 settembre o con cui ero l'11 settembre che non hanno voluto tornare nella zona o almeno non subito, ma io volevo tornarci prima possibile.

La prima volta che ci tornai fu il 12 ottobre 2001. La Port Authority prese in affitto un ufficio molto vicino al sito per quelli di noi che erano coinvolti nella ricostruzione. La possibilità di tornarci e di svolgere il mio piccolo ruolo e fare tutto ciò che potevo per contribuire ai lavori di sgombero e ripristino divenne molto importante per me e parte della mia guarigione personale.


Undicisettembre: Cosa pensi della scelta dell'aspetto attuale del World Trade Center? Poteva essere migliore di così?

Thomas Grassi: L'agenzia ha da subito deciso di non ripristinare le torri come erano, e di questo si discute ancora nei social media o altrove. Immagino che ne discuteremo per sempre e ci chiederemo se sia stata la decisione giusta. Ma c'era la sensazione che la gente non volesse tornare in edifici che avevano lo stesso aspetto delle Torri Gemelle, non so se sia vero o no.

Il nuovo design include molte ottime cose, alcuni percorsi che il complesso originale interrompeva sono stati ripristinati. Il sito originale del WTC era stato progettato alla fine degli anni '60 con un concetto di super-blocco, il sito attuale invece è meglio integrato nella rete cittadina. C'è molta più vita e attività a livello di strada. Il World Trade Center, dopo le 17 o le 18 o durante i fine settimana era di solito deserto, non era un campus aperto 24 ore su 24. Ora c’è un centro per le arti performative che sarà presto completato, un'altra torre da costruire, e la ricostruzione delle strade ha dato un ottimo contributo positivo. Tantissime persone si sono trasferite a downtown, credo che ci siano circa tre volte più residenti in quella zona oggi rispetto a prima dell'11 settembre.

Quindi la ricostruzione del sito, il miglioramento del trasporto pubblico, il reinserimento delle strade e la fervente vita cittadina hanno fatto molto. Ha avuto molto successo.


Undicisettembre: In che modo l'11 settembre influisce sulla tua vita quotidiana anche oggi?

Thomas Grassi: Beh, per i primi 15 anni mi sono occupato della ricostruzione. Alla fine mi sono dimesso dalla Port Authority e ho accettato un lavoro nel settore privato, nel quale fortunatamente posso vedere il World Trade Center dalla finestra. Ora lavoro per una società di architettura e ingegneria chiamata HNTB, lavoriamo a progetti di trasporto in tutti gli Stati Uniti. Quindi sono entrato in una nuova fase della vita, ma sicuramente il ricordo ritorna, quando mi alzo anche solo per andare a parlare con qualcuno, anche per poco, porto sempre con me il cellulare perché penso sempre “Se succedesse ancora e dovessi scappare voglio assicurarmi di avere con me il cellulare”.

Ci sono cose del genere che restano impresse, piccole modifiche al mio comportamento; ho sempre in mente che se dovesse succedere di nuovo devo essere pronto a scappare.

In occasione degli anniversari ci sono grandi commemorazioni. Nei quindici anni in cui sono stato nel quartiere sono stato molto coinvolto con il Tribute Center e il 9/11 Museum, sono stato una delle guide e sono stati esposti i miei disegni della ricostruzione per un paio d'anni. Quindi in quegli anni ero collegato non solo per il mio lavoro quotidiano, ma anche per il museo.

Me lo porto sempre appresso, in modi piccoli e sottili.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l'11 settembre è stato un inside job?

Thomas Grassi: Ho letto, ascoltato e approfondito quelle teorie, ma non ho mai trovato alcuna prova realistica o convincente che mi portasse verso quel punto di vista. Non vedo alcun motivo di crederci.


Undicisettembre: Sei stato alle celebrazioni per il ventesimo anniversario?

Thomas Grassi: Non fisicamente lì per il ventesimo anniversario, ci sono stati anni in cui sono andato alle celebrazioni per l'anniversario e anni in cui lo vivo come un evento più personale. Il memoriale è stato aperto nel decimo anniversario e prima ancora avevo avviato un'organizzazione benefica chiamata "Memorial Miles"; io e molti dei miei colleghi, che stavano lavorando con me alla ricostruzione, ci siamo impegnati a camminare o correre un miglio al giorno nell'anno che ha preceduto il decimo anniversario e abbiamo raccolto fondi per l'apertura del memoriale. Quindi nel decimo anniversario ero fisicamente lì e ed ero ancora molto coinvolto. Ci sono ancora celebrazioni importanti agli anniversari per fare in modo che la gente non dimentichi mai cosa è successo ed è una cosa molto importante, ma non sono andato a quest’ultimo anniversario.