2014/08/10    Permalink       1 commenti         Avvertenze per i commentatori

Holy War, inc di Peter Bergen

di Hammer

Sei mesi dopo l'attentato dell'11/9 il giornalista della CNN Peter Bergen ha pubblicato il volume intitolato Holy Way, inc in cui ricostruisce la storia di al Qaeda e del suo fondatore. Il volume è disponibile anche in italiano con il medesimo titolo.

Il libro si apre con un lungo prologo in cui Bergen narra del proprio viaggio insieme al collega Peter Arnett in Afghanistan nel 1997 al fine di incontrare Osama bin Laden per un'intervista. I due giornalisti atterrarono con l'aereo nella capitale pakistana Islamabad e il tragitto proseguì con un autoveicolo fino all'Afghanistan. L'autore offre un racconto vivido dei profumi, dei rumori, dei mercati e dei paesaggi che sembravano tratti da Il Signore degli Anelli, come lui stesso dice, incontrati durante il lungo viaggio fino Jalalabad dove furono raggiunti dagli emissari di Osama bin Laden che li condussero bendati al luogo dove si nascondeva il loro capo. Bergen racconta quindi dell'incontro con il terrorista saudita e dell'intervista che questi concesse con l'aiuto di un interprete, nonostante in varie occasioni Osama dimostrasse di essere in grado di capire le domande in inglese senza traduzione.

Nel primo capitolo l'autore sostiene che la necessità di scrivere un libro che chiarisca le origini di al Qaeda e la storia personale di bin Laden nasce dal fatto che molto di ciò che si legge su articoli di giornale o libri è falso o basato su leggende metropolitane infondate. Tra i libri che contengono errori e imprecisioni cita anche la celeberrima biografia Bin Laden: The Man Who Declared War On America di Yossef Bondasky che narra di un viaggio, nella realtà mai compiuto, a Beirut di bin Laden in età giovanile durante il quale si sarebbe dedicato all'alcol, alle donne e alle risse da bar. Bodansky aumenta il proprio bagaglio di inesattezze sostenendo che Osama abbia vissuto a longo a Londra e che nel 1996 sarebbe anche stato corresponsabile dell'abbattimento del volo TWA800.

Bergen passa quindi a descrivere le origini di bin Laden, figlio di un imprenditore edile saudita di grande successo proveniente da una famiglia yemenita. Nei primi anni 80 Osama viveva spostandosi continuamente tra l'Arabia Saudita e l'Afghanistan dove fondò al Qaeda nel periodo di occupazione sovietica, inizialmente allo scopo di resistere all'invasore.

L'autore dedica quindi un intero capitolo a smentire le leggende secondo cui al Qaeda sarebbe stata legata alla CIA e abbia ricevuto finanziamenti proprio dall'agenzia statunitense. Bergen chiarisce infatti che i soldi che la CIA destinò ai guerriglieri locali che avrebbero dovuto ostacolare l'avanzata sovietica furono consegnati ai mujahideen attraverso la mediazione dei servizi segreti pakistani. L'amministrazione americana compì comunque degli errori in queste fasi: uno di questi fu l'aver dotato i mujahideen dei missili terra-aria Stinger. Lo Stinger, spalleggiabile e a ricerca di calore, consentì ai guerriglieri locali di abbattere numerosi aerei ed elicotteri sovietici, privando così il nemico del proprio principale vantaggio. Ma circa duecento di questi missili rimasero inutilizzati e finirono nelle mani dell'Iran, dei Talebani e di al Qaeda.

Nei primi anni novanta Osama iniziò a maturare l'odio verso gli Stati Uniti. Il 2 agosto del 1990 l'Iraq di Saddam Hussein avviò la propria offensiva militare verso il Kuwait al chiaro scopo di invaderlo. La risposta internazionale non si fece attendere e l'Arabia Saudita concesse alle truppe americane di entrare sul proprio suolo nell'ambito di quella che fu chiamata Operazione Desert Shield. Il rapporto tra Osama bin Laden e il governo saudita si trovò quindi irrimediabilmente compromesso perché quest'ultimo aveva concesso a degli "infedeli" di entrare sul proprio suolo. Il terrorista decise quindi di emigrare in Sudan dove governava un regime islamico fondamentalista.

Durante gli anni passati in Sudan Osama organizzò diversi attentati verso obiettivi statunitensi, tra cui il palazzo della National Guard a Riyadh e il complesso militare delle Khobar Towers a Dhahran.
Al contempo Osama fondò un'organizzazione chiamata Advice and Reformation Committee basata in Arabia Saudita che aveva lo scopo di organizzare e incoraggiare l'opposizione al governo. Negli stessi anni bin Laden tentò anche di danneggiare il governo egiziano di Honsi Mubarak organizzando un piano, poi fallito, per uccidere il presidente durante un congresso ad Addis Abeba nel 1995 e con un attentato all'ambasciata egiziana in Pakistan nel novembre dello stesso anno.

I governi dell'Egitto e degli Stati Uniti fecero forti pressioni al governo del Sudan affinché espellesse Osama, e a seguito di tali pressioni internazionali, il terrorista saudita decise di tornare in Afghanistan. Durante il periodo trascorso nello stato asiatico al Qaeda compì due attentati contro altrettante ambasciate americane in Africa: in Kenya e Tanzania. A seguito di questi attentati gli Stati Uniti condussero bombardamenti mirati verso campi di addestramento di al Qaeda in Afghanistan e in Sudan nei quali rimasero uccisi numerosi miliziani legati a bin Laden.

L'autore apre quindi una digressione sulle condizioni dell'Afghanistan sotto il regime fondamentalista dei Talebani e sui rapporti tutt'altro che idilliaci tra Osama e il Mullah Omar, quest'ultimo infatti vedeva nella violenza propagandata dal terrorista un ulteriore ostacolo al riconoscimento internazionale del governo dei Talebani.

Il racconto riprende quindi con l'attentato al cacciatorpediniere USS Cole e con il racconto di un viaggio dell'autore nel villaggio di al Rubat, nella regione Yemenita dello Hadramawt, da cui è originaria la famiglia bin Laden la cui popolazione locale rigetta integralmente la guerra santa di al Qaeda e del suo leader.

Nell'ultimo capitolo del volume Bergen prova a rispondere a una domanda che tutti si sono prima o poi posti: cosa spinge Osama bin Laden a spargere morte e terrore? Contrariamente a quanto viene detto da alcuni giornalisti generalisti o da politici a scopi propagandistici, l'odio di bin Laden per gli USA non nasce da ragioni culturali ma dalla politica americana in medio oriente: ossia dalla presenza militare americana in Arabia Saudita, dal loro sostegno di Israele e di regimi considerati apostatici da Osama quali quelli di Arabia Saudita e Hosni Mubarak in Egitto. Secondo alcuni commentatori l'odio di al Qaeda e del suo leader verso gli Stati Uniti è da ricercarsi anche nelle disparità sociali tra l'occidente e il mondo arabo, ma Bergen scarta anche questa teoria sostendendo che se così fosse i dirottatori sarebbero stati scelti tra le classi più povere, e non in quelle benestanti, dei paesi arabi.

L'autore chiude il volume con un'altra importantissima riflessione. Quello condotto e causato da bin Laden non è uno scontro di civiltà tra mondo islamico e occidente, anzitutto perché l'Islam non è un monoblocco dal pensiero unico, ma soprattutto perché molte nazioni a maggioranza islamica osteggiano l'operato di al Qaeda e supportano gli Stati Uniti e i loro alleati nella guerra al terrorismo.

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2014/07/21    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

World Trade Center 3: an interview with survivor Frank Razzano

di Hammer. An Italian translation is available here.

The Marriott Hotel stood right between the Twin Towers, and every day it was thronged with guests, visiting or on business in Manhattan.

The hotel was completely destroyed by the 9/11 attacks, yet many of its guests survived, and their personal accounts contain many precious details of what happened that day.

Undicisettembre now publishes the account of Washington lawyer Frank Razzano, quoted with his consent, who was in New York for a very important case.

We would like to thank Frank Razzano for his availability and kindness.

Undicisettembre: Can you give an account of what you saw and experienced that morning? What do you recall, generally speaking?

Frank Razzano: I'm a lawyer. I do primarily white collar criminal defense and securities litigation. I had a very large case pending in the Federal Court in Manhattan in 2001. We were getting ready for a trial that was going to start on September 11th and I was staying at the Marriott Hotel, which was between the Twin Towers.

I worked late on the night of September 10th, about 11 at night. The witness we were preparing said he was unable to stay any longer because he had a doctor's appointment the next morning and that he would have been in the office by eleven o'clock. We said that was fine and I decided I was going to sleep late the next morning, so I went back to the hotel and went to bed.

Then early in the morning I heard a huge banging sound. I got up, I went to the window, I opened the drapes, I looked out and there were papers fluttering down to the ground. I had stayed at this hotel many, many times and in that part of lower Manhattan, which is right on the harbor, strong winds would blow up off the Atlantic Ocean, through the harbor, and would hit the buildings, so I thought it was a pane of glass which had shattered and opened a hole, and that's where the papers were coming out of. So I didn't think very much of it and I went back to bed. When it was more or less twenty minutes later I heard an explosion. I got up, opened the blinds again and this time I saw fireballs falling into Liberty street. These fireballs were falling into a parking lot that was directly across from my room; there was a Greek Orthodox Church and there was a parking lot surrounding it, fireballs were falling into the street and were setting cars on fire. So at that point I knew there was something wrong.

I put the TV on and I put on “Today Show”, which is a morning television show in the United States, and they were reporting that two planes had hit the World Trade Center. One had hit the North Tower, and it was the first plane which I described as a big banging sound because it was on the opposite side of the hotel from where I was; and the second hit the South Tower and it was 80 stories above my head. Initially they were debating whether this was a terrorist attack, they weren't sure, in any event they were saying the firemen were on their way and they would have put out the fires. I looked out of the window again and sure enough I could see the fire trucks and the emergency vehicles down in the streets.

At this point I was just standing there in my underwear because I had just got out of bed. I thought to myself: “Well, what am I going to do?” I had a case that was going to trial and I needed to prepare the trial and I thought to myself: “The best thing to do is to get dressed and to go to my meeting at 11 o'clock.” I took a shower, I shaved, I got dressed and as I was about to put my jacket on, I was watching TV, and they were saying it was definitely a terrorist attack. And a thought occurred to me that if that was a terrorist attack, like had happened in 1993, the FBI was going to cordon off the building and I would not be able to get back in the building that evening. So I wasn't going to leave all the papers for my court case in the room. I was staying in a suite room and I went to the living room portion of the suite and I packed up all my papers and boxes and litigation bags. I was standing there and I thought to myself: “I wonder if I can get a bellman to help me to get all this stuff out of the room.” Suddenly the building began to quiver and shake as if there was an earthquake. I looked out of the windows and I saw a curtain of concrete and steel falling out of the sky. It was like a curtain of a theater coming down turning what was a bright and sunny day into total blackness.

I ran to the office side of the room, pressed myself against the wall and I could feel the building breaking up as if the building was being hit by artillery fire. My first thought was: “I'm going to die in this building” and I thought to myself: “Have you led a good life? Have you led a kind of life that our parents could be proud of?” Next thought was that my daughter had just gotten engaged two weeks before. I thought: “I'll never see my daughter get married.”

I wasn't panic stricken and I wasn't afraid. I was kind of resigned to “This is the end.”

This went on for about a minute with the hotel being hit by the rubble of the South Tower. Then it stopped, and when it stopped I was still alive. The room was a shambles and I made my way to the door. I got out of the door and I yelled out, a voice came back to me and that was Jeff Johnson, a fireman, he was under debris and in the doorway of the fire stairs.

I didn't know that at the time, but when the South Tower came down it collapsed the entire center portion of the hotel. There was a chunk of the hotel that was still left standing next to the North Tower, and then there was only a very small spire that was left standing up to the nineteenth floor on the south side of the building. And that's where I was. I was on the nineteenth floor, the floors above had collapsed, and the rest of the building, except these small slivers, had collapsed. Jeff, the fireman, told me I had to make my way down the fire staircase, and not to worry about him because he would be down after me.

I made my way down the fire staircase, the emergency lights were still on so I was able to see to make my way down the stairs. When I got down to the fourth floor there was debris in the stairwell, I called out and a group of people on the third floor landing called back and said: “There is a group of people here on the third floor landing, but we can’t go down any further because the stairs collapsed down to the ground.”

Moving around the rubble which was on the fire staircase, and creating an opening that was large enough to get through, I made my way down to the third floor landing. On that floor there was the banquet manager of the hotel and three hotel guests: one was an older gentleman who had worked for a law firm in Manhattan, and had come up from his retirement in Florida to visit his old partners; another one was a businessman from Denver, Colorado, and I don't recall where the other gentleman was from.

When standing at the third floor landing there was a huge hole in the wall, the entire wall had collapsed and we were looking directly on the same scene as I had seen from my room. We were looking out across Liberty Street and to the parking lot where the Orthodox Church was.

There was an I-beam that was lodged on a ledge on the second floor of the building and it was leaning up against the third floor landing. A few moments later Jeff Johnson, the fireman that I had seen on the nineteenth floor, came down the stairs with another fireman. Jeff came down, he walked up to the landing, looked outside and climbed down the I beam, when he got down to the ledge he walked along the ledge, disappeared for a moment, then came back. He looked up at us and said: “This is the way out. We have to get out of this building on our own, nobody is coming for us. Anybody who was in the streets is dead and no one will come for us. We have to get out on our own. What I want you all to do is to crawl down the I beam to the second floor landing, just the way I did.”

So we walked along the ledge on the outside of the building, just a few feet away there was another gaping hole in the wall. We would go back into the building through that gaping hole, and we would try to find our way out, through that gaping hole which was on the second floor. So the banquet manager of the hotel got onto the I-beam and made his way down, I got on the I-beam next and then the fellow from Colorado came down. We walked along the ledge and a few feet away there was the hole in the wall; we reentered the hotel from the ledge, and we were standing there, waiting for the other fireman and the other two men to come down the I-beam. All of a sudden I heard what I can only describe as a freight train coming at me out of the sky. I had no idea what it was. Jeff, the fireman, said to us: “Get on the ground”. We all got to the ground inside the building and you could hear the clackety, clackety, clackety, clackety sound of the North Tower coming down. It was not a freight train but the North Tower which was falling, with the floors falling on top of each other and that was causing that clacking sound. We got buried by debris, the hole in the wall from which we had come though was now gone, it was entirely filled with debris, and we had like three feet of debris on top of us. We fought our way out of the debris, and we were standing waist deep in debris, barely able to breath, there was a ton of smoke and debris in the air. Literally every time you took a breath it was like drowning, you couldn't get air into your lungs. That was probably the most terrifying moment I had that whole day: not being able to get any air and not being able to breathe, having your nose and your throat and your mouth filled with the debris that was in the air.

Anyway, we cleared our breathing passages and we were able to get some air. The banquet manager, the guy from Colorado and I stood there in the debris hugging each other, Jeff began to get his legs out from under the debris and he began looking around the room and he said to the banquet manager: “Where is there a door in this room? We have to get out.” The banquet manager said to him: “We are on the second floor, we must be over the restaurant, so this has to be the garden room. There should be a door at the end of this room.” Jeff fought his way across the debris field and got to the other side of the room and the door was blocked. There was very little light in the room, but in the center of the room there was a steel beam, a huge steel beam, a supporting beam from the hotel. Jeff looked at that steel beam and, I'll never forget this till my dying day, he said “We got to get the fuck out of here right now! That beam is buckling, the rest of the building is going to come down.” And he began looking to see how we were going to get out. On the West Street side of the building he found a small hole in the wall, maybe three feet by three feet. He took a rug, he lodged it in some debris, and he threw it over the side of the building. He looked back at us and said: “This is our way out.” One of the men that I was with said: “Oh, you got to be crazy, it is too dangerous to go down that rug.” The banquet manager went down that rug first and he made it down, I went second, then went the other man and then Jeff came down.

It wasn't as harrowing as it may seem because there were fifteen feet of debris in the street. The climb down the rug was probably only ten feet to the debris pile. We made our way across what was West Street which was now only a debris pile, as we moved across the debris pile again there was one of the most horrifying moments because there were still stuff falling out of the air. I remember thinking to myself: “God, I made it out of that building and now I'm going to die getting hit in the head with something.” We got across the street and Jeff hooked up with another fireman he knew, and he took off. He told us “Walk over to the Hudson River.” We walked to the Hudson River where there was a policeman who told me “You are bleeding from the head.” I hadn't realized I was bleeding up to that point. He said: “We are going to evacuate you out of here on a Police boat. We are going to take you across the river to New Jersey, we cannot take you to a hospital in New York because all the streets are blocked. There's no way we can get you to a hospital in New York.”

The other two men I was with were told: “Walk down to the end of the island, to the Battery, an aid station has been set up there.”

I got in on the Police boat, and they put several other firemen who injured themselves in the rescue attempt on the Police boat, and as we were going across the Hudson River I looked back to the city and I said to a guy: “Where is the World Trade Center?”

“What do you mean where is the World Trade Center?”

“I know the tops of the buildings fell down.”

“The tops of the buildings didn't fall down, these buildings collapsed down to their foundation.”

That was the first time I knew that the buildings were gone. I had gone to high school in New York City and I remember distinctively from one of the classrooms in my school I could see the World Trade Center being built. It was a tremendous landmark for New York City and it's almost inconceivable that in the course of a morning it would be gone.

We went to Ellis Island first where they set up a triage center, I was examined there and they put me in an ambulance, and took me to the hospital in Bayonne. When I got there they did an MRI and I had bleeding in the brain cavity. So they put me on intensive care and they had two possible treatments: one was the way to see if the bleeding had stopped naturally and the second is if it didn't, so they go in and they cauterize the wound.

In my case I was fortunate enough that it stopped and I was released from hospital three days later. My wife and daughter came up from Washington where I live and they got me out of the hospital and they took me home.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories which claim that 9/11 was an inside-job?

Frank Razzano: It's not true. It's preposterous to think that that's how it happened. It's just not true.


Undicisettembre: You described the noise of the collapses as “clacking sound”. Were they explosions in your opinion?

Frank Razzano: No, no. Clearly not. I'm not an engineer but what I understand is that the supports of these buildings were on the outside. One of the advantages, one of the big selling points is that you can have one acre of office space unimpeded by steel beams in the middle of the floor. What was holding the buildings up was the shell on the outside. So when the planes hit the buildings they undermined the structural integrity of the buildings, when the top portion of the building began to fall they fell one floor on top of another floor on top of another floor.


Undicisettembre: What are your thoughts about the firefighters and the rescuers who risked their lives to save others?

Frank Razzano: These guys are the most incredible human beings. Until this event I'd never thought too much about firemen. At the World Trade Center now there's a memorial with the names of the firemen that died. On that day over 300 firemen in NYC died trying to rescue people in the buildings. It's incredible to think that these guys risk their own lives on a day to day basis to help other people. The Jesuits have a saying that they are men for others, but also these firemen and police officers are truly men for others. Every day they go to work and they risk their lives, most of us don't do that.


Undicisettembre: How did 9/11 affect your everyday life?

Frank Razzano: I try to be nicer to people, kinder to people, more understanding. I used to think that I wanted to die at my desk, I don't want to die at my desk now. I want to enjoy life. That's how it affected my life. I became more religious as a result. It took me a few years to do it but I made the pilgrimage to Santiago in Spain, I walked the “Camino” in honor of the other people who didn't make it. So I think this is the way it has affected my life.


Undicisettembre: What are your personal thoughts about the new World Trade Center?

Frank Razzano: I think the new buildings are very nice. United States has been attacked by external enemies three times. Once the British invaded Washington D.C. and they burned down the White House during the war on 1812; then the Japanese attacked Pearl Harbor on December 7th 1941 and in 2001 terrorists attacked the World Trade Center. I think it was very important for United States to rebuild, every time we've been attacked by foreign enemies we have not given up, we've rebuilt and it has made the country stronger and that's what we've done this time. This new building is a symbol of the American strength and American determination, they will not be defeated by anyone.

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World Trade Center 3: intervista con il sopravvissuto Frank Razzano

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Il Marriott Hotel sorgeva in mezzo alle due Torri Gemelle ed era ogni giorni affollato di persone che si trovavano a Manhattan in visita o per motivi di lavoro.

L'hotel è andato completamente distrutto negli attacchi dell'11/9, ma molti dei suoi ospiti sono sopravvissuti e i loro racconti contengono molti preziosi dettagli su quanto accaduto quel giorno.

Undicisettembre offre oggi ai suoi lettori la testimonianza dell'avvocato di Washington Frank Razzano, citato con il suo permesso, che si trovava a New York per un caso particolarmente importante.

Ringraziamo Frank Razzano per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Cosa ricordi in generale dell'11/9? Ci puoi fare un racconto di ciò che hai visto quel giorno?

Frank Razzano: Sono un avvocato. Mi occupo principalmente della difesa nei reati dei “colletti bianchi” e di vertenze previdenziali. Avevo in corso un caso molto importante alla Corte Federale di Manhattan nel 2001. Ci stavamo preparando per un processo che sarebbe iniziato l'11 settembre e io alloggiavo al Marriott Hotel che era tra le Torri Gemelle.

Avevo lavorato fino a tardi la sera del 10 settembre, circa fino alle 11 di sera. Il testimone che stavamo preparando disse che non poteva restare oltre perché la mattina seguente aveva un appuntamento dal dottore e che sarebbe arrivato in ufficio per le undici. Gli dicemmo che andava bene e decisi che la mattina dopo avrei dormito fino a tardi, quindi tornai in albergo e andai a letto.

Poi la mattina presto sentii fortissimo il rumore di uno scoppio. Mi alzai, andai alla finestra, aprii le tende, guardai fuori e c'erano carte nell'aria che cadevano al suolo. Avevo alloggiato molte, molte volte in quell'albergo e in quella parte di Manhattan, che è proprio sul porto, forti venti soffiavano dall'Oceano Atlantico, attraversando il porto, e colpivano i palazzi quindi pensai che fosse un pannello di vetro che si era rotto e avesse aperto un varco da cui usciva la carta. Non ci badai molto e tornai a letto. Circa venti minuti dopo sentii un'esplosione. Mi alzai, aprii di nuovo le tende e questa volta vidi delle palle di fuoco che cadevano su Liberty Street. Queste palle di fuoco cadevano in un parcheggio che era proprio di fronte alla mia camera; c'era una Chiesa Greco Ortodossa e c'era un parcheggio che la circondava, le palle di fuoco cadevano nella strada e incendiavano le automobili. A quel punto capii che c'era qualcosa che non andava.

Accesi la televisione su “Today show”, che è una trasmissione del mattino negli Stati Uniti, e stavano raccontando che due aerei avevano colpito il World Trade Center. Uno aveva colpito la Torre Nord, ed era il primo aereo che io descrissi come uno scoppio perché era dalla parte opposta dell'hotel rispetto a dove mi trovavo; e il secondo aveva colpito la Torre Sud ed era 80 piani sopra la mia testa. Inizialmente discutevano se si trattasse di un attentato, non lo sapevano con certezza, comunque stavano dicendo che i pompieri stavano arrivando e che avrebbero spento gli incendi. Guardai fuori dalla finestra un'altra volta ed effettivamente vidi i camion dei pompieri e i veicoli di emergenza nelle strade.

A quel punto ero lì in piedi in intimo perché mi ero appena alzato dal letto. Pensai: “Beh, adesso cosa faccio?” Avevo un caso che stava andando a processo e dovevo prepararlo e pensai: “La cosa migliore da fare è vestirmi e andare al mio appuntamento alle 11.” Feci la doccia, mi feci la barba, mi vestii e mentre stavo per mettermi la giacca guardavo la TV e stavano dicendo che era sicuramente un attacco terroristico. Pensai che se era un attacco terroristico, come nel 1993, l'FBI avrebbe recintato il palazzo e non avrei potuto rientrare quella sera. Quindi non volevo lasciare le carte del mio caso nella stanza. Ero in una suite e mi spostai nel salotto della suite e raccolsi tutte le mie carte, le scatole e le borse con i documenti. Ero lì in piedi e pensai: “Chissà se posso chiedere un facchino che mi aiuti a portare queste cose fuori dalla stanza.” Improvvisamente il palazzo cominciò a vibrare e a scuotersi come se ci fosse un terremoto. Guardai fuori dalla finestra e vidi una tenda di calcestruzzo e acciaio che cadeva dal cielo. Era come la tenda di un teatro che scendeva trasformando una giornata che era luminosa e solare nella totale oscurità.

Corsi nella porzione di ufficio della suite e mi schiacciai contro il muro e potei sentire il palazzo che si stava rompendo come se fosse sotto fuoco di artiglieria. Il mio primo pensiero fu: “Morirò in questo palazzo” e pensai: “Hai condotto una buona vita? Hai trascorso un tipo di vita di cui i tuoi genitori possono essere orgogliosi?” Il mio pensiero successivo fu che mia figlia si era appena fidanzata due settimane prima. Pensai: “Non vedrò mia figlia sposarsi.”

Non ero nel panico, non avevo paura. Ero come rassegnato a “Questa è la fine.”

Questo continuò per circa un minuto con l'albergo che veniva colpito dalle macerie della Torre Sud. Dopo un po' si fermò e quando si fermò ero ancora vivo. La stanza era un disastro, camminai fino alla porta, uscii dalla stanza e urlai, una voce mi rispose ed era Jeff Johnson, un pompiere, era sotto le macerie nel varco della porta per la scala antincendio.

In quel momento non lo sapevo ma quando la Torre Sud crollò distrusse l'intera porzione centrale dell'hotel. C'era una parte di albergo ancora in piedi vicino alla Torre Nord e poi c'era una guglia sottilissima che era ancora in piedi per diciannove piani sul lato sud del palazzo. E io ero lì. Ero al diciannovesimo piano, i piano sovrastanti erano crollati e il resto del palazzo, ad eccezione di queste due piccole porzioni, era crollato. Jeff, il pompiere, mi disse che dovevo scendere per la scala antincendio e di non preoccuparmi per lui perché sarebbe sceso dopo di me

Scesi per le scale antincendio, le luci di emergenza erano ancora accese e quindi potevo vedere mentre scendevo le scale. Quando arrivai al quarto piano c'erano macerie per le scale, provai a chiamare qualcuno e dal pianerottolo del terzo piano mi risposero: “Qui c'è un gruppo di persone al terzo piano ma non possiamo andare oltre perché la scala è crollata al suolo.”

Muovendomi intorno ai detriti che erano nella scala antincendio e aprendo un'apertura grande abbastanza da passarci attraverso, scesi fino al terzo piano e lì c'erano il direttore dei banchetti dell'albergo e altre tre persone che alloggiavano nell'albergo: uno era un signore anziano che aveva lavorato per uno studio legale a Manhattan ed era venuto dalla Florida, dove viveva da pensionato, per incontrare i suoi ex colleghi; un altro era un uomo d'affari di Denver, Colorado, e non ricordo da dove venisse il terzo signore.

Al terzo piano c'era un enorme buco nel muro, l'intero muro era crollato e guardavamo direttamente la stessa scena che avevo visto dalla mia stanza. Guardavamo fuori verso Liberty Street nella parcheggio dove era la Chiesa Ortodossa.

C'era una trave incastrata su un cornicione del secondo piano che era appoggiata contro il pianerottolo del terzo piano. Pochi istanti dopo Jeff Johnson, il pompiere che avevo visto al diciannovesimo piano, arrivò dalle scale con un altro pompiere. Jeff scese, camminò fino al pianerottolo, guardò fuori e scese dalla trave, quando arrivò al cornicione camminò lungo il cornicione, sparì per un momento e poi tornò. Guardò in alto verso di noi e disse: “Questa è la nostra via di uscita. Dobbiamo uscire da questo palazzo da soli, nessuno verrà a prenderci. Tutti quelli che erano nelle strade sono morti e nessuno verrà a cercarci. Dobbiamo uscire da soli. Ciò che voglio che facciate è strisciare lungo trave fino al secondo piano, così come ho fatto io.”

Quindi camminammo lungo il cornicione sul lato esterno dell'edifico, a pochi metri di distanza c'era un altra voragine nel muro. Saremmo rientrati nel palazzo attraverso quella voragine e avremmo cercato una via di fuga attraverso quella stessa voragine al secondo piano. Quindi il direttore dei banchetti scese lungo la trave, io scesi dopo e quindi scese l'uomo del Colorado. Camminammo lungo il cornicione e poco dopo trovammo il buco nel muro; rientrammo nell'hotel dal cornicione ed eravamo lì ad aspettare che l'altro pompiere e gli altri due uomini scendessero dalla trave. All'improvviso sentii quello che posso solo descrivere come un treno merci che mi arrivava addosso dal cielo. Non avevo idea di cosa fosse, Jeff, il pompiere, ci disse: “Mettetevi a terra”. Ci sdraiammo a terra all'interno del palazzo e sentivamo il rumore della Torre Nord che crollava facendo clackety, clackety, clackety, clackety. Non era un treno merci ma la Torre Nord che stava crollando con i piani che cadevano uno addosso all'altro causando quel rumore secco ripetuto. Rimanemmo sepolti dalle macerie, il buco nel muro da cui eravamo entrati non c'era più, era interamente ostruito dalle macerie e ne avevamo un metro anche sopra di noi. Emergemmo a fatica e rimanemmo nelle macerie fino alla vita, respiravamo a fatica perché c'era molto fumo e frammenti nell'aria. Letteralmente ogni volta che respiravamo sembrava di annegare, non entrava aria nei polmoni. Questo fu probabilmente il momento più spaventoso della giornata: non poter respirare, avere il naso e la bocca e la gola pieni delle macerie che volavano nell'aria.

Comunque, ci pulimmo le vie respiratorie e riuscimmo a prendere un po' d'aria. Il direttore dei banchetti, l'uomo del Colorado e io rimanemmo lì in mezzo alla macerie abbracciandoci, Jeff cominciò a tirarsi fuori le gambe da sotto le macerie e iniziò a guardarsi in giro per la stanza e chiese al direttore dei banchetti: “Dov'è la porta di questa stanza? Dobbiamo uscire di qui.” Il direttore dei banchetti gli disse: “Siamo al secondo piano, dovremmo essere sopra il ristorante, quindi questa dovrebbe essere la sala giardino. Dovrebbe esserci una porta all'estremità della stanza.” Jeff si fece strada nel campo di macerie e arrivò all'altra estremità della stanza e la porta era bloccata. C'era poca luce nella stanza, ma al centro della stanza c'era una trave d'acciaio, un'enorme trave d'acciaio, una trave portante dell'hotel. Jeff guardò la trave e, non me lo dimenticherò mai fino al giorno della mia morte, disse: “Dobbiamo uscire di qui adesso, cazzo! Quella trave sta cedendo, tutto il resto dell'hotel sta per crollare.” E iniziò e cercare una via di fuga. Sul lato del palazzo che dà verso West Street trovò un piccolo buco del muro, circa un metro per un metro. Prese un tappeto, lo incastrò tra le macerie, e lo gettò al di fuori del palazzo. Si volse verso di noi e disse: “Usciremo di qui.” Uno degli uomini che erano con noi disse: “Oh, devi essere pazzo, è troppo pericoloso scendere da quel tappeto.” Il direttore dei banchetti scese da quel tappeto per primo e arrivò giù senza problemi, io scesi per secondo, quindi l'altro uomo e poi scese anche Jeff.

Non era rischioso come può sembrare perché c'erano circa cinque metri di macerie in strada. La discesa lungo il tappeto era forse di soli tre metri fino al cumulo delle macerie. Attraversammo ciò che rimaneva di West Street che era ridotta a un cumulo di macere, mentre attraversavamo il cumulo di detriti ci fu un altro dei momenti più terrificanti perché c'erano ancora oggetti che cadevano dall'altro. Ricordo di aver pensato: “Oh Dio, sono uscito vivo dal palazzo e adesso morirò qui colpito alla testa da qualcosa che arriva dall'alto.” Attraversammo la strada e Jeff incontrò un altro pompiere che conosceva e ci lasciò. Ci disse: “Andate fino al fiume Hudson.” Camminammo fino al fiume e lì un poliziotto mi disse “Sanguini dalla testa.” Non mi ero accorto di sanguinare fino a quel momento, il Poliziotto disse: “Vi porteremo via di qui con un battello della Polizia. Attraverseremo il fiume e vi porteremo nel New Jersey, non vi possiamo portare in un ospedale a New York perché tutte le strade solo bloccate. Non c'è modo di portarvi in un ospedale a New York.”

Agli altri due uomini che erano con me fu detto: “Camminate fino all'estremità dell'isola, a Battery Park, c'è una stazione di soccorso là.”

Salii sul battello della Polizia su cui c'erano anche molti pompieri che si erano feriti durante le operazioni di soccorso e mentre stavamo attraversando il fiume Hudson guardai indietro verso Manhattan e dissi all'uomo seduto accanto a me: “Dov'è il World Trade Center?”

“Cosa vuoi dire 'Dov'è il World Trade Center'?”

“So che sono crollate le cime degli edifici.”

“Non sono crollate le cime degli edifici, gli edifici sono crollati fino alle fondamenta.”

Fu la prima volta che mi resi conto che i palazzi erano andati distrutti. Avevo fatto la scuola superiore a New York e ricordo bene che da una delle classi della scuola si vedeva il World Trade Center in costruzione. Era un bellissimo segno distintivo per la città di New York City ed era quasi inconcepibile che nel corso di una mattina andasse distrutto.

Per prima cosa ci portarono a Ellis Island dove era stato allestito un centro di smistamento, esaminarono la gravità delle mie ferite e mi portarono in ambulanza all'ospedale di Bayonne. Quando arrivai lì mi fecero una risonanza magnetica e avevo un sanguinamento nella scatola cranica. Quindi mi misero sotto trattamento intensivo e ce n'erano due possibili: uno era per vedere se il sanguinamento si era fermato da solo e il secondo, se invece non succede, in cui devono chiudere la ferita.

Io fui sufficientemente fortunato che il mio sanguinamento si fermò e fui dimesso dall'ospedale tre giorni dopo. Mia moglie e mia figlia vennero da Washington, dove abito, e mi portarono a casa dall'ospedale.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l'11/9 sarebbe stato un autoattentato?

Frank Razzano: Non è vero. E' assurdo pensare che sia andata così. Non è vero.


Undicisettembre: Hai descritto il rumore dei crolli come un “clacking sound”. Erano esplosioni secondo te?

Frank Razzano: No, no. Chiaramente no. Non sono un ingegnere ma da quanto capisco le parti portarti di quegli edifici erano lungo il perimetro esterno. Uno dei vantaggi, uno degli aspetti positivi commercialmente è che così hai un acro di spazio per uffici senza travi d'acciaio in mezzo ai pavimenti. Ciò che reggeva il palazzo era il guscio esterno. Quindi quando gli aerei si sono schiantati contro i palazzi ne hanno compromesso l'integrità strutturale, quando la parte superiore del palazzo ha iniziato a cadere i pavimenti sono crollati uno sull'altro, sull'altro e sull'altro ancora.


Undicisettembre: Cosa pensi dei pompieri e dei soccorritori che hanno rischiato le proprie vite per salvare gli altri?

Frank Razzano: Quegli uomini sono le persone più incredibili. Fino a questo evento non avevo mai pensato troppo ai pompieri. Al World Trade Center adesso c'è un memoriale con i nomi dei pompieri che sono morti. Quel giorno ne sono morti oltre 300 a New York nel tentativo di salvare le persone nei palazzi. E' incredibile pensare che quelle persone rischiano la vita quotidianamente per aiutare altre persone. I Gesuiti hanno un detto che dice che sono uomini per gli altri, ma anche i pompieri e i poliziotti sono veramente uomini per gli altri. Ogni giorno vanno al lavoro e rischiano la vita, la maggior parte di noi non lo fa.


Undicisettembre: L'11/9 come ha influenzato la tua vita quotidiana?

Frank Razzano: Cerco di essere più gentile con le persone, più cortese e più comprensivo. Un tempo pensavo che volevo lavorare fino al giorno della mia morte, ora non voglio più lavorare fino al giorno della mia morte. Voglio godermi la vita. E' in questo modo che ha condizionato la mia vita. Sono diventato più religioso come conseguenza. Mi ci volle qualche anno ma sono andato in pellegrinaggio a Santiago in Spagna, ho fatto il cammino per onorare le altre persone che non sono sopravvissute. Credo che sia questo il modo in cui ha condizionato la mia vita.


Undicisettembre: Cosa pensi dei nuovo World Trade Center?

Frank Razzano: Credo che i nuovi palazzi siano molto belli. Gli Stati Uniti sono stati attaccati da nemici esterni tre volte. La prima volta la Gran Bretagna ha invaso Washington e ha bruciato la Casa Bianca durante la Guerra del 1812; quindi il Giappone ha attaccato Pearl Harbor il 7 dicembre 1941 e nel 2001 i terroristi hanno attaccato il World Trade Center. Credo che fosse molto importante per gli Stati Uniti ricostruire, ogni volta che siamo stati attaccati da nemici esterni non ci siamo arresi, abbiamo ricostruito e questo ha reso la nostra nazione più forte ed è stato ciò che abbiamo fatto anche questa volta. Questi nuovi palazzi sono un simbolo della forza americana e della determinazione americana, che non saranno sconfitte da nessuno.

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2014/07/04    Permalink       2 commenti         Avvertenze per i commentatori

William Rodriguez abbandona i complottisti

di Hammer

William Rodriguez è stato fin dalle origini del cospirazionismo undicisettembrino uno strenuo sostenitore della presenza di esplosivi all'interno delle Torri Gemelle. Undicisettembre si è già occupato in passato delle testimonianze di Rodriguez e della leggerezza con cui ha cambiato la propria testimonanza introducendo esplosioni sospette che mancavano del tutto nei primi racconti.

Nel 2006 Rodriguez, con il contributo dell'avvocato Philip J. Berg, ha dato alle stampe un volume intitolato in italiano 11 settembre 2001: Bush ha mentito in cui espone le solite teorie del complotto che negli anni sono state smentite dai tecnici di settore e una sua intervista è anche presente nel famoso video complottista Loose Change.

Soprende quindi, e non poco, che William Rodriguez abbia deciso di abbandonare il complottismo. Il suo sito internet non ne fa più alcuna menzione e nemmeno il suo profilo Facebook contiene alcun riferimento a esplosivi o autoattentati. Rodriguez scrive inoltre con notevole frequenza su un gruppo chiamato 9/11 WTC Survivors ma i suoi interventi non fanno alcun riferimento alla teorie del complotto, anzi sembra molto interessato a diffondere la conoscenza del museo di Ground Zero e dei suoi contenuti.

Undicisettembre ha anche tentato di contattare Rodriguez, attraverso una persona esterna, per avere chiarimenti sulla sua attuale posizione, ma William, come ci attendevamo, non ha risposto all'email.

Questo cambio di rotta dovrebbe insospettire i complottisti, ma questi hanno del tutto ignorato l'abbandono del loro ex alleato. L'episodio comunque è molto eloquente sull'onestà di questo personaggio. Mentre sospendiamo il giudizio sui suoi sforzi nei primi soccorsi, su cui vi sono più dubbi che certezze, Rodriguez merita tutto il nostro biasimo per la scarsa serietà dimostrata e per i numerosi tentativi di spettacolarizzare la tragedia.

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2014/06/10    Permalink       8 commenti         Avvertenze per i commentatori

Visita al 9/11 Memorial Museum

di Hammer

La prima settimana di giugno mi trovavo a New York principalmente allo scopo di incontrare alcuni dei sopravvissuti, dei testimoni e dei soccorritori che ho intervistato nel corso di questi anni. Proprio poche settimane prima era stato aperto il museo di Ground Zero e quindi ho colto l'occasione, quasi obbligata, per andare a visitarlo. Nonostante avessi chiesto a molti dei miei contatti se volessero venire con me, nessuno di loro ha accettato dicendo che era troppo presto o che lo shock era ancora così vivo che proprio non se la sentivano. E quindi la mattina di mercoledì 4 giugno ho deciso di andarci da solo.

L'ingresso del museo si trova in mezzo alle due immense fontane che occupano il posto delle compiante Torri Gemelle, tra il nuovo One World Trade Center, la folta vegetazione della Plaza e i molti cantieri che daranno vita agli altri palazzi e che ancora ostruiscono notevolmente le vie pedonali. Una volta entrati, il museo si sviluppa per quattro piani sotto terra tra quelle che un tempo erano le fondamenta del World Trade Center originale.

La prima cosa che si incontra all'ingresso è una gigantesca foto delle due Torri e subito accanto un bassorilievo su sfondo nero illustra la sequenza di eventi che si sono svolti quella tragica mattina. Proseguendo il percorso si sentono a ogni angolo registrazioni audio delle voci di chi si trovava nelle Torri e chiedeva aiuto o di chi è sopravvissuto agli attacchi e ha poi raccontato la propria vicenda. E mentre si sentono queste voci ci si ritrova immersi tra travi delle Torri recuperate dalle macerie, mezzi di soccorso come camion o motociclette distrutti dai crolli e oggetti personali di chi ha vissuto personalmente quei terribili momenti.

La parte principale dell'esposizione si snoda all'ultimo piano interrato, dove tra la mura costruite per arginare il fiume Hudson sono state ricavate quattro sale, nelle quali purtroppo è vietato fare foto o riprese. Mentre ci si muove tra di esse, sul percorso principale si possono vedere opere d'arte ispirate all'attentato, pezzi di travi contorte e bruciate, un camion dei pompieri distrutto dal crollo, un motore di un ascensore, un pezzo dell'antenna che svettava sulla Torre Nord e innumerevoli altri oggetti che riportano alla memoria la tragedia dell'attentato più distruttivo della storia.

Nella prima delle quattro sale sono esposte in ordine alfabetico le foto di tutte le vittime dell'11 settembre 2001 e dei sei morti del primo attentato contro le Torri Gemelle del 1993. Nella seconda, dopo una breve attesa in coda, si può assistere alla proiezione di un video della durata di 11 minuti intitolato Rebirth at Ground Zero sulla storia della ricostruzione del World Trade Center. Nella terza sono raccolti vari oggetti personali recuperati tra le macerie.

La quarta sala racchiude la sezione più importante dell'esposizione e da sola richiede un paio di ore per essere visitata oltre a un breve tempo di attesa in coda. Si viene accolti dalla proiezione su un megaschermo della ripresa in time-lapse dell'artista tedesco Wolfgang Staehle dello schianto del volo American Airlines 11 contro la Torre Nord. Quindi, udendo in ogni angolo le voci dei sopravvissuti e delle telecronache di quel giorno, ci si muove tra gli oggetti più disparati recuperati tra le macerie: scarpe, portafogli con ancora le banconote riconoscibili, documenti di identità, una bandana usata da un sopravvissuto per coprirsi bocca e naso durante la fuga, auto della Polizia distrutte dai crolli, cappelli, portachiavi e innumerevoli altri dettagli che non si riesce nemmeno a immaginare possano essere stati estratti dai resti.

Ciò che personalmente ho trovato più straziante è stato un foglio in formato A4, recuperato a Ground Zero, sul quale c'era una disperata richiesta di aiuto scritta a mano: "84th floor, west office, 12 people trapped".

Sezioni dell'esposizione sono dedicate anche al Pentagono, a Shanksville e all'attentato del 1993. Verso la fine dell'esposizione una sezione è dedicata a come si è arrivati alla conoscenza di quanto accaduto e vi sono esposti i rapporti della Commissione d'Inchiesta, del NIST, della FEMA e di tutti gli enti che hanno condotto studi sull'11 settembre. Vengono riepilogate tutte le rivendicazioni di Osama bin Laden e dei vari membri di al Qaeda e sono esposte anche le foto dei dirottatori con una breve nota biografica. L'unica menzione al complottismo all'interno del museo è proprio in questa sezione dove è esposta, accanto ai rapporti ufficiali, la copertina del numero di Marzo del 2005 di Popular Mechanics dedicato a smontare le leggende metropolitane sull'11/9.

Accanto a questa porzione di museo sono esposte numerose prime pagine dei giornali di tutto il mondo del giorno seguente agli attentati: purtroppo tra queste non ve ne è neanche una italiana.

Chiude il museo un piccolo negozio in cui è possibile acquistare libri o ricordi di ogni tipo legati al memoriale e all'attentato.

Ho sentito molte storie sull'11/9 in questi anni e ho raccolto molte testimonianze inedite; pensavo di essere vaccinato ma mi sbagliavo. Quelle voci, quei resti, quegli oggetti sono stati un pugno in pancia anche per me, e di quelli forti. Anche una volta uscito dal museo, mentre camminavo verso Little Italy e Chinatown, ho avuto per almeno un'ora un forte senso di nausea e di mal di testa.

Ma prima di allontanarmi da Ground Zero, un'ultima cosa mi ha colpito notevolmente all'uscita. Non per la sua presenza, ma proprio per la sua assenza. Non c'era nessun gruppuscolo di complottisti armati di striscioni e volantini. Non ne ho visti a Ground Zero né da nessun'altra parte a New York, nemmeno a Times Square, dove invece ne avevo incontrati nel mio precedente viaggio a New York e con i quali avevo anche dibattuto rendendomi purtroppo conto che i complottisti ripetono le stesse sciocchezze da entrambi i lati dell'oceano.

Del resto davanti al dramma e alla disperazione cruda e violenta proposta dal museo è meglio che i complottisti tengano per sé le loro offensive e assurde teorie.

Lo impone il rispetto per il dolore.

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2014/05/18    Permalink       4 commenti         Avvertenze per i commentatori

Il caso del volo Korean Air 85

di Hammer

Uno degli aspetti meno noti dell'11/9/2001 riguarda quanto accaduto al volo Korean Air 85, un Boeing 747 della compagnia di bandiera sudcoreana decollato da Seul con destinazione New York. Durante il tragitto era prevista una sosta ad Anchorage, in Alaska, per il rifornimento di carburante, ma mentre il velivolo si stava avvicinando al confine statunitense, a causa di un errore di comunicazione, fu scambiato per un aereo dirottato e le forze armate degli Stati Uniti si stavano predisponendo all'eventualità di abbatterlo. Il Boeing aveva a bordo circa 200 passeggeri.

A quasi 13 anni di distanza la dinamica di quanto successo è ancora molto confusa e in rete si trovano dettagli fortemente discordanti. La notizia fu riportata nel 2002 da varie testate tra cui Usa Today, CNN e The Globe and Mail, ma per un'analisi il più possibile attendibile ci dobbiamo affidare alle interviste a due controllori di volo, Rick Wilder e Dave Connett, pubblicate dall'Alaska Public Media nel 2011.

Le diverse fonti concordano nel ritenere che il problema nacque quando nelle comunicazioni tra l'equipaggio del volo e l'ARINC, società a cui le compagnie aeree affidano lo scambio di messaggi con gli equipaggi dei velivoli di linea, questa ricevette alle 11:08 (orario della costa orientale) un messaggio contenente le lettere "HJK" che nella concitazione e nel caos di quella giornata vennero interpretate come comunicazione di un avvenuto dirottamento. L'ARINC ne informò prontamente l'FAA che a sua volta ne informò il NORAD e il centro di controllo di volo di Anchorage. Il NORAD inviò due caccia F-15 dalla base di Elmendorf ad affiancarlo e quanto accadde dopo che il velivolo entrò nello spazio aereo dell'Alaska intorno alle ore 13 è oggetto di racconti discordanti.

Alcune fonti, tra cui Usa Today, riportano che il pilota del volo Korean Air 85 inserì di sua iniziativa nel transponder il codice 7500, che indica un dirottamento in corso, invece entrambi i controllori sostengono di aver ricevuto ordine di chiedere al pilota di inserire tale valore. I racconti dei due controllori non collimano su chi dei due impartì l'ordine al pilota in quanto entrambi sostengono di essere stati i primi a farlo. Tuttavia entrambi asseriscono di essere rimasti molto sorpresi dall'aver ricevuto una simile richiesta in quanto a nessuno dei due era mai successo nel corso della loro esperienza di dover chiedere a un pilota di inserire il codice 7500. Connett chiarisce però che, nonostante lui non lo sapesse, questo era previsto dalla procedura dell'FAA per verificare che un eventuale dirottamento fosse veramente in atto.

Infatti lo scenario di dirottamento previsto prima dell'11/9 era che il pilota rimanesse ai comandi e si ritrovasse il dirottatore a puntargli un'arma per obbligarlo a ubbidirgli. La torre di controllo, in caso di sospetto dirottamento, doveva chiedere al pilota di inserire il codice 7500; se l'aereo fosse stato davvero dirottato il pilota doveva eseguire l'ordine così confermando l'avvenuto dirottamento inserendo un valore di cui difficilmente il dirottatore poteva conosce il significato, in caso di falso allarme il pilota avrebbe invece dovuto specificare che non era necessario inserire il 7500 in quanto non era in corso alcun dirottamento.

Il pilota del volo Korean Air 85, evidentemente ignorando la procedura, inserì il codice 7500 nel transponder, così aumentando l'allarme già in corso. Temendo quindi un quinto schianto suicida, la torre di controllo ordinò al pilota di non proseguire verso la popolosa città di Anchorage ma di atterrare a Whitehorse, nella provincia canadese dello Yukon. Nel frattempo, comunque, il governatore dell'Alaska ordinò l'evacuazione degli alberghi più grandi e degli edifici governativi di Anchorage.

Connett racconta di aver incontrato ripetute resistenze da parte del pilota ad allungare il proprio tragitto fino a Whitehorse e di essere riuscito a convincerlo solo dopo numerosi tentativi. Wilder aggiunge che il pilota comunicò di avere solo 65 minuti di autonomia e che il tragitto fino a Whitehorse sarebbe durato 50 minuti, l'atterraggio sarebbe quindi avvenuto con soli 15 minuti di autonomia residua. Il motivo delle resistenze del pilota è forse da individuarsi proprio nella scarsezza di carburante residuo e anche nel fatto che l'aeroporto di Whitehorse si trova in mezzo alle montagne (foto accanto) e l'atterraggio con un 747 può essere difficoltoso.

Il comando del NORAD di Winnipeg aveva acconsentito a fare entrare il volo Korean Air 85 nello spazio aereo canadese affiancato dai caccia F-15 statunitensi insistendo però che un eventuale abbattimento avrebbe dovuto essere deciso dal governo canadese. Come riportato da The Globe and Mail, l'allora Primo Ministro del Canada, Jean Chrétien, fu raggiunto da una telefonata e disse che in caso di accertato dirottamento sarebbe bastato chiamarlo di nuovo perché autorizzasse l'abbattimento.

Senza ulteriori complicazioni il velivolo atterrò a Whitehorse dove dei cecchini erano posizionati sui tetti degli edifici e dove i gendarmi canadesi della Royal Canadian Mounted Police attendevano l'aereo sulla pista. Secondo quanto riportato dall'Anchorage Daily News (che dedicò alla vicenda due articoli: uno e due) i Mounties entrarono nella cabina di pilotaggio con le armi spianate e fecero dapprima scendere il Primo Ufficiale tenendolo sotto tiro e poi il resto dell'equipaggio a cui fu ordinato di tenere le mani alzate in modo che potessero essere perquisiti. Dopo aver interrogato i piloti i Mounties chiarirono che si era trattato solo di un errore di comunicazione tra l'equipaggio e i controllori di volo.

Episodi come questo dimostrano quale caos regnasse l'11/9 nel NORAD, nell'FAA e tra i controllori di volo e mentre oggi, a distanza di 13 anni, è chiaro e noto che i voli dirottati fossero quattro e tutti decollati dagli Stati Uniti quel giorno non lo era e qualunque situazione poco chiara poteva essere interpretata come una minaccia. Inoltre un caso del genere mostra che gli scenari da Far West dei cieli in cui al minimo segnale un velivolo viene affiancato e abbattuto in pochi minuti ipotizzati dai complottisti sono solo il frutto della fantasia di chi ha visto troppi film d'azione.

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2014/05/02    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

Pentagon: an interview with journalist Richard Benedetto

di Hammer. An Italian translation is available here.

On the morning of September 11, 2001, journalist Richard Benedetto was driving to work at USA Today when American Airlines Flight 77 flew above him, heading towards the Pentagon.

Benedetto accepted our request for an interview, and his account shows once more that conspiracy theories about the Pentagon attack are the product of excessively imaginative minds. Indeed, like many other eyewitnesses, Benedetto confirms that an airliner followed the route verified by NIST and crashed into the Pentagon.

We thank Richard Benedetto for his kindness and willingness to help.


Undicisettembre: Can you give an account of what you saw and experienced that morning? What do you recall, generally speaking?

Richard Benedetto: I was driving to work at USA Today that morning and I was listening to the radio because I was already hearing reports about the World Trade Center being hit by two airplanes. All of a sudden I heard an airplane coming from behind me, it was very loud and very low. It's very unusual to see a plane in that particular area because the Ronald Reagan Airport, which is not very far away from the Pentagon, is where most of the planes in that area land but they would be kicking a different route. I looked out of the windows of my car to the left and up, and I didn't have to look very far up, and I saw this big American Airlines jet going by and heading down towards the ground and I remember shouting to no one, as I was alone in the car, “That plane is going to crash!” It disappeared behind the bridge, I heard the thud which sounded like artillery fire, and I saw a big black puff of smoke come up.

Many of the cars on the highway in front of me stopped, someone actually tried to turn around and go the other way; I pulled my car over to the side and ran down under the bridge toward the Pentagon and as I emerged from the other side of the bridge I saw a big fire and black smoke coming out of the building and people running out. There were police officers pushing people running toward the building back. I stood there watching what was going on as this unfolded. A firetruck had been already pulled up, because there was a firetruck adjacent to the Pentagon that was always parked there, and it was already spraying water. This is basically what I saw in the aftermath of the event.


Undicisettembre: Can I ask you a silly question? Are you positive it was an American Airlines jet?

Richard Benedetto: It was American Airlines, sure as heck! Yes. That plane was very very low.


Undicisettembre: How long did you stay there in the afternoon? Were you able to go to work afterward?

Richard Benedetto: I stayed there the whole day. I immediately made a call to my office, cellphones were still working at that moment, and they told me to stay there, so I continued to stay there until 6:30 that evening. Then eventually I got into the Pentagon because they held a press conference. The Secretary of Defense, who was Rumsfeld, and the Chairman of the Senate Armed Services, Mr Levin, held a press conference, I think to show that the building was still functioning. We reporters were escorted in there through the corridors that were still smoking, you could smell the kerosene fumes from the jet fuel.


Undicisettembre: What did you do in those hours between the incident and when you went into the Pentagon?

Richard Benedetto: We were all situated by a gasoline filling station across the street which was a station that was used by the Pentagon vehicles only, it was not a public filling station. We were there and many people from the Pentagon came out and briefed us from time to time, mostly military officers.


Undicisettembre: The next question is inevitably about the size of the hole in the face of the Pentagon. Some people say it was too small for an airliner. What's your opinion about this topic? Did you get a good look at the hole before the section of the building collapsed?

Richard Benedetto: I couldn't see the hole itself because there was a lot of smoke coming out of it, as the day wore on the smoke cleared and I could see the hole after the collapse. But I never questioned whether or not the whole was big enough for an airliner.

It was only a while afterward that I heard someone said it wasn't big enough and some people came out with those theories, especially with the theory of the plane coming from the North.


Undicisettembre: What's your opinion on the many conspiracy theories regarding 9/11 and specifically the Pentagon incident?

Richard Benedetto: Since I saw the airplane and I saw it happen I know what my eyes told me: it was not faked. If it was fake, where did that airplane that I saw go?


Undicisettembre: What are your feelings about conspiracy theorists?

Richard Benedetto: There are conspiracy theories about everything, from the JFK murder on. Some are more plausible than others, this particular one makes no sense to me. I don't understand what people think was the purpose in that particular case.


Undicisettembre: Most of the conspiracy theorists, at least in Italy, now seem to believe that an airplane hit the Pentagon but it didn't fly the route the official version says it followed, but flew further north (see this image: the blue line is the official path, the yellow line is the North Path). Based on your experience, I guess you can rule out this crazy idea, right?

Richard Benedetto: The plane was definitely coming from the west. It followed the blue line in the picture you showed me.


Undicisettembre: Have you ever met any conspiracy theorists and tried to debate them?

Richard Benedetto: No, I haven't.


Undicisettembre: While you were there at the Pentagon was anyone having doubts about the fact that a plane had hit the Pentagon?

Richard Benedetto: There was no doubt being expressed among either the reporters or people from the Pentagon we were talking to or eyewitnesses. We did interview people who had been in the building who came out and talk to us while we were in that designated place, we talked to a number of people who were in the building at the time of the crash. None of those that I interviewed said that they saw the airplane itself, but they felt the impact of the plane, saw people who had been thrown to the ground, saw people being injured. They were all pretty shocked themselves.


Undicisettembre: That's an interesting point. You made interviews with people who came out the Pentagon. What can you tell us about them?

Richard Benedetto: They were very nervous and very shook up, very shocked. People who were working there were sent home, so some were just wandering around without knowing what to do. They were wandering around endlessly, some of the metro system was not working, some were waiting for somebody to come and pick them up. It was a chaotic situation, but as a reporter you always try to talk to the people who might have been closest to it, so we did interview a lot of folks who were in the building.


Undicisettembre: As far as you know are there many conspiracy theorists among your colleagues?

Richard Benedetto: Not among mainstream journalists, no. It's not a popular topic here. The 9/11 conspiracy theories seem to be more popular outside the US. There are some people who have these theories but it's not a big topic among the mainstream media.


Undicisettembre: So in your opinion they are more popular in Europe than in the US?

Richard Benedetto: Yes, more in Europe. There are also some coming from the Middle East because some of these theories that I heard claim that it wasn't done by Arabs but by the Jews. But mainstream media play other conspiracy theories such as the JFK ones, especially this year past being the 50th anniversary.


Undicisettembre: How did 9/11 affect your everyday life?

Richard Benedetto: I was a White House correspondent at the time, covering the George W. Bush administration, so for the next several months most of my coverage was focused upon the US response to 9/11: the military response, the legislative response, the passage of the Patriot Act.

Many people in the compression of time have a sense that somehow 9/11 happened one day and the next day we invaded Iraq, that's not true at all: it was 18 months afterward. The other theory that is out there is that there was no debate and that the media were accomplices in all that, that's not true either.

There was a lot of debate, there were a lot of news articles that were very skeptical of the idea of going into Iraq. But in the compression of time people have a different sense of what happened. That's also true even in conspiracy theories.


Undicisettembre: Are there other aspects related to 9/11 that in your opinion deserve further investigation?

Richard Benedetto: As journalists I think we need to do researches about what happened between 9/11 and the invasion of Iraq. There are many college professors, actually I'm a college professor myself since retiring from USA Today, that believe that there was a rush to Iraq that was never debated or covered very heavily: it's just not true.

It was not only debated in the American media but also in the UN, there were several resolutions that passed the Security Council before the United Stated invaded Iraq that supported that, there was a final resolution that did not pass. But the Congress also passed a resolution bipartisan to invade Iraq: Senate and House. They both debated very long and hard.

But there's a sense out there, even in the academia now, that we didn't do that.

One thing that I point out is that it was inevitable that we were going to do that mainly because the American people wanted to do that. It was a revenge that was involved here and it was like a snowball rolling downhill over time. In fact as time went on and they debated more and more about what to do in Iraq public support for invasion went up, not down. It only started to go down when the war started to go badly.


Undicisettembre: Did you have psychological consequences after 9/11?

Richard Benedetto: It was very disturbing to see something like that, especially when you are not ready for it. It's not the same as being involved in a war directly, I assume that those kinds of psychological effects are much more severe. It makes you think about the fragility of life and makes you think about how things can change in a minute, it makes you think about the things that are more important. I was 60 at that time, that is a moment when you start to reassess your life: what's important and what's not.

So if there was an effect on me, it wasn't a psychological effect but it was like making me say to myself: what's important and what's not important?


Undicisettembre: Has this event given you a new insight into journalism?

Richard Benedetto: Yes. There was a need to explain the story the best I could from the perspective that I had, which was the White House. I was telling the story based upon what was happening in the White House: what the President was doing, what the President was doing in Congress. I went up to Capitol Hill during the time when the debate was being held on the so called Patriot Act which set in motion some of the rules and regulations that we are still debating today about surveillance and security and privacy vs security issues. You thought about those things for the first time, having covered the White House from the Reagan administration to the Bush administration you weren't debating this kind of thing until then. So these things became big issues and they continued to be big issues and very complex.

I tried to give the full story and not be caught in the heat of the moment or the passion of the moment. It certainly made me want to do a better job as a journalist.


Undicisettembre: Do you think the country is still living in fear or has it regained its standing in the world?

Richard Benedetto: I don't think the country is living in fear, the American people adjusted quickly. There's the concern that a terrorist attack can occur anytime but people don't walk around thinking about it. I think President Obama worries about it all the time for a couple of reasons. First he doesn't obviously want the American people to be hurt, second he worries about what effect it would have on his presidency. I don't think he wants the responsibility of having presided over another terrorist attack.

I think one of the reasons why he's so willing to have such broad and comprehensive surveillance by NSA is that he thinks and he hopes that by doing that they can prevent another terrorist attack.

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Pentagono: intervista con il giornalista Richard Benedetto

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

La mattina dell'11 settembre 2001 il giornalista Richard Benedetto si stava recando in macchina al lavoro presso USA Today quando il volo American Airlines 77 passò sopra di lui, diretto verso il Pentagono.

Benedetto ha accettato la nostra richiesta di rilasciarci un'intervista e il suo racconto mostra ancora una volta che le teorie del complotto sull'attacco al Pentagono sono il prodotto di menti troppo fantasiose. Infatti Benedetto, così come altri testimoni oculari, conferma che un aereo di linea ha seguito la rotta verificata dal NIST e si è schiantato contro il Pentagono.

Ringraziamo Benedetto per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Cosa ricordi in generale dell'11/9? Ci puoi fare un racconto di ciò che hai visto quel giorno?

Richard Benedetto: Ero in macchina e stavo andando al lavoro a USA Today quella mattina e ascoltavo la radio, perché stavo già sentendo i notiziari sul World Trade Center colpito da due aerei. All’improvviso sentii un aereo che arrivava da dietro di me, era molto rumoroso e molto basso. È molto insolito vedere un aereo proprio lì, perché il Ronald Reagan Airport, che non è molto lontano dal Pentagono, è il luogo dove atterra la gran parte degli aerei in quella zona, ma seguirebbero un’altra rotta. Guardai fuori dal finestrino a sinistra e in alto, non dovetti guardare molto in alto, e vidi questo grosso jet dell’American Airlines passare e puntare in basso verso il suolo e ricordo di aver urlato a me stesso, essendo io in macchina da solo, “Quell’aereo sta per schiantarsi!” Scomparve oltre il ponte, sentii il rumore dello schianto che sembrava quello del fuoco di artiglieria, e vidi alzarsi una grande nube di fumo nero.

Molte delle auto davanti a me in autostrada si fermarono, qualcuno tentò di fare inversione e tornare indietro; io accostai a destra e corsi sotto al cavalcavia verso il Pentagono e quando uscii dal lato opposto vidi un grosso incendio e fumo nero che usciva dall’edificio e gente che scappava. C’erano agenti di polizia che mandavano via le persone che si avvicinavano al Pentagono. Rimasi lì a vedere cosa succedeva. Un camion dei pompieri era già stato messo all’opera, perché c’era un camion dei pompieri adiacente al Pentagono che era sempre parcheggiato lì, e stava già spruzzando acqua. Questo è in sintesi ciò che vidi appena dopo lo schianto.


Undicisettembre: Posso farti una domanda stupida? Sei sicuro che fosse un jet dell’American Airlines?

Richard Benedetto: Era dell’American Airlines, assolutamente sicuro! Si. Quell’aereo era molto molto basso.


Undicisettembre: Per quanto tempo sei rimasto lì quel pomeriggio? Hai potuto andare al lavoro dopo?

Richard Benedetto: Rimasi lì per l’intera giornata. Chiamai immediatamente in ufficio, i cellulari funzionavano ancora in quel momento, e mi dissero di rimanere lì, quindi rimasi lì fino alle 18:30. Quindi finalmente entrai al Pentagono perché ci fu una conferenza stampa; il Segretario della Difesa, che era Rumsfeld, e il Presidente dei Servizi Armati del Senato, Carl Levin, tennero una conferenza stampa, credo per dimostrare che il palazzo stava funzionando. Noi giornalisti fummo scortati all’interno attraverso i corridoi che stavano ancora fumando, si sentiva l’odore dei vapori di kerosene proveniente dal carburante avio.


Undicisettembre: Cosa ti è successo nelle ore trascorse tra lo schianto e quando entrasti al Pentagono?

Richard Benedetto: Eravamo tutti raccolti vicino a una stazione di servizio dall’altra parte della strada che era usata solo dai veicoli del Pentagono, non era una stazione di servizio pubblica. Eravamo lì e molte persone che arrivavano dal Pentagono venivano a ragguagliarci di tanto in tanto, soprattutto militari.


Undicisettembre: La prossima domanda è inevitabilmente sulla dimensione del buco sulla facciata del Pentagono. Alcuni dicono che fosse troppo piccolo per un aereo di linea. Qual è la tua opinione a riguardo? Hai avuto modo di vedere bene il foro prima che quella parte dell'edificio crollasse?

Richard Benedetto: Non vidi il buco in sé perché c’era molto fumo che usciva; più tardi nel corso della giornata il fumo si diradò e vidi il buco dopo il crollo. Ma non ho mai messo in dubbio se fosse o meno grande abbastanza per un aereo di linea.

Fu solo dopo che sentii che qualcuno aveva detto che non era abbastanza grande e qualcun altro se ne uscì con quelle teorie, specialmente quella sull’aereo che arrivava da nord.


Undicisettembre: Cosa pensi delle varie teorie del complotto sull'11/9 e nello specifico di quella sull'attacco al Pentagono?

Richard Benedetto: Avendo visto l'aereo e avendo visto il tutto mentre accadeva so ciò che i miei occhi mi hanno detto: non fu una finzione. Se fu una finzione, dove è finito l’aereo che ho visto?


Undicisettembre: Cosa pensi di chi sostiene le teorie del complotto?

Richard Benedetto: Ci sono teorie del complotto su tutto, a cominciare dall'assassinio di JFK. Alcune sono più plausibili di altre; questa in particolare per me non ha senso. Non capisco quale sarebbe stato lo scopo secondo questa gente.


Undicisettembre: La maggior parte dei sostenitori delle teorie del complotto, almeno in Italia, adesso sembra credere che un aereo abbia davvero colpito il Pentagono ma che non abbia percorso la rotta sostenuta dalla versione ufficiale, ma una più a nord (guarda questa immagine: la linea azzurra è la rotta ufficiale, quella gialla è la rotta nord). Basandoti sulla tua esperienza credo che tu possa spazzare via questa folle idea, giusto?

Richard Benedetto: Sicuramente l'aereo arrivava da ovest. Seguì la linea azzurra nella foto che mi hai mostrato.


Undicisettembre: Hai mai incontrato qualche complottista e provato a discuterci?

Richard Benedetto: No.


Undicisettembre: Mentre eri al Pentagono qualcuno aveva dubbi sul fatto che fosse stato colpito da un aereo?

Richard Benedetto: Nessuno espresse dubbi né tra i giornalisti, né tra le persone che arrivavano dal Pentagono con cui parlammo, né tra i testimoni oculari. Intervistammo alcune persone che erano nell’edificio e che erano uscite per parlare con noi mentre ci trovavamo in quell’area designata; parlammo con alcune persone che erano nell'edificio al momento dello schianto. Nessuno di quelli che intervistai disse di aver visto l’aereo in sé, ma ne avevano sentito l'impatto, avevano visto persone che erano state gettate al suolo, avevano visto persone ferite. Erano tutti molto scioccati anche loro.


Undicisettembre: Questo è un punto interessante. Hai fatto interviste con persone uscite dal Pentagono. Cosa puoi dirci di loro?

Richard Benedetto: Erano molti nervosi e scossi, scioccati. La gente che stava lavorando fu mandata a casa e quindi c’erano alcuni di loro che vagavano senza sapere cosa fare. Vagavano senza sosta; parte della metropolitana non funzionava, alcuni aspettavano che qualcuno li venisse a prendere. Era una situazione caotica, ma come reporter devi sempre cercare di parlare alle persone che erano più vicine a ciò che è successo, quindi intervistammo molti di quelli che erano dall'edificio.


Undicisettembre: Che tu sappia ci sono molti complottisti tra i tuoi colleghi?

Richard Benedetto: Non tra i giornalisti delle testate principali, no. Non è un argomento popolare qui. Le teorie del complotto sull’11/9 sembrano essere più popolari fuori dagli USA. Qui ci sono alcune persone che hanno queste teorie ma non è un argomento di rilievo nei media principali.


Undicisettembre: Quindi a tuo parere sono più popolari in Europa che negli USA?

Richard Benedetto: Sì, più in Europa. Ce ne sono anche alcune che vengono dal Medio Oriente perché alcune delle teorie che ho sentito sostengono che l'attacco non fu compiuto dagli arabi ma dagli ebrei. Ma i media principali insistono su altre teorie del complotto, tipo quelle su JFK, specialmente lo scorso anno, dato che era il 50° anniversario.


Undicisettembre: L'11/9 come ha influenzato la tua vita quotidiana?

Richard Benedetto: Ero un corrispondente dalla Casa Bianca al tempo, mi occupavo dell’amministrazione di George W. Bush, quindi nei mesi successivi gran parte del mio lavoro era focalizzato sulla risposta americana all’11/9: la risposta militare, la risposta legislativa, l’approvazione del Patriot Act.

Molte persone a distanza di tempo hanno la sensazione che in qualche modo l’11/9 sia accaduto un dato giorno e il giorno seguente abbiamo invaso l’Iraq, ma non è assolutamente vero: accadde 18 mesi dopo. L’altra teoria molto diffusa è che non ci fu dibattito e che i media siano stati complici in questo; anche questo non è vero.

Ci fu molto dibattito, ci furono numerosi articoli molto scettici sull’idea di andare in Iraq. Ma a distanza di tempo la gente ha una percezione diversa di ciò che è successo. Questo è vero anche per le teorie del complotto.


Undicisettembre: Ci sono altri aspetti legati all'11/9 che secondo te meritano indagini più approfondite?

Richard Benedetto: Come giornalisti, credo che dobbiamo fare ricerca su ciò che è successo tra l’11/9 e l’invasione dell’Iraq. Ci sono molti professori universitari, in realtà anche io sono un professore universitario da quando mi sono dimesso da USA Today, che credono che ci fu una corsa all’Iraq che non fu mai dibattuta o raccontata nei dettagli: semplicemente non è vero.

Non solo fu dibattuta dai media americani ma anche all’interno dell’ONU, ci furono molte risoluzioni che furono approvate dal Consiglio di Sicurezza prima che gli USA invadessero l’Iraq ed erano a favore dell'invasione; ci fu un’ultima risoluzione che non fu approvata. Anche il Congresso approvò una risoluzione bipartisan per l’invasione dell’Iraq: al Senato e alla Camera. Ne dibatterono a lungo e duramente.

Ma c’è una credenza diffusa, anche nel mondo accademico adesso, che tutto questo non successe.

Una cosa che voglio sottolineare è che era inevitabile che succedesse, principalmente perché il popolo americano lo voleva. C’era una rivalsa in gioco ed era come una palla di neve che scende con il passare del tempo. Infatti nel tempo trascorso durante i dibattiti su ciò che doveva essere fatto in Iraq il consenso popolare sull’invasione aumentava invece di calare. Iniziò a diminuire solo quando la guerra iniziò ad andare male.


Undicisettembre: Hai avuto conseguenze psicologiche in seguito all'11/9?

Richard Benedetto: Fu terribile vedere una cosa del genere, specialmente quando non te lo aspetti. Non è come essere coinvolto direttamente in una guerra, presumo che quel tipo di conseguenze psicologiche sia molto peggiore. Ti fa pensare alla fragilità della vita e a come le cose possano cambiare in un minuto, ti fa pensare alle cose che sono più importanti. Avevo 60 anni al tempo, è un momento in cui cominci a risistemare la tua vita: ciò che è importante e ciò che non lo è.

Quindi se c'è stato un effetto su di me, non è stato psicologico, ma l'avermi fatto valutare: cosa è importante e cosa non lo e?


Undicisettembre: Questi avvenimenti ti hanno dato una nuova visione dell'arte di fare giornalismo?

Richard Benedetto: Sì. C'era la necessità di spiegare ciò che stava avvenendo al meglio di quanto ero capace dalla prospettiva che avevo, che era la Casa Bianca. Stavo riportando le notizie sulla base di ciò che succedeva alla Casa Bianca: cosa faceva il Presidente, cosa faceva il Presidente al Congresso. Andai al Campidoglio durante i dibattiti sul cosiddetto Patriot Act che mise in moto alcune regole e regolamenti che stiamo ancora dibattendo oggi per quanto riguarda la sicurezza e la sorveglianza e la riservatezza in contrapposizione alla sicurezza. Dovevamo valutare quelle cose per la prima volta, pur avendo riportato notizie dalla Casa Bianca sin dall'amministrazione Reagan fino all'amministrazione Bush non c'erano mai stati dibattiti su questi argomenti fino ad allora. Quindi queste cose divennero argomenti importanti e continuarono ad essere importanti e complessi.

Tentai di riportare tutto e di non farmi prendere dalle emozioni del momento. Sicuramente mi spinse a fare un lavoro migliore come giornalista.


Undicisettembre: Credi che la nazione viva ancora nella paura o che abbia ripreso la sua posizione mondiale?

Richard Benedetto: Non credo che la nazione viva nella paura; gli americani si sono adattati in fretta. C'è la preoccupazione che un nuovo attacco terroristico si possa verificare in ogni momento, ma la gente non cammina per strada pensando a questo. Credo che il Presidente Obama sia costantemente preoccupato di ciò per due motivi. Primo, ovviamente non vuole che la popolazione Americana sia colpita; secondo, è preoccupato degli effetti che questo avrebbe sulla sua presidenza. Non penso che voglia la responsabilità di essere stato il presidente durante un altro attacco terroristico.

Credo che una delle ragioni per cui è così desideroso che l'NSA operi una sorveglianza vasta e comprensiva sia che pensa e spera che così possa prevenire un altro attacco terroristico.

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2014/04/18    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

È morto Michael Ruppert

di Paolo Attivissimo

Michael Ruppert, sostenitore di varie tesi di stampo cospirazionista sull'11/9, autore del libro Crossing the Rubicon e citato frequentemente da Undicisettembre, si è tolto la vita alcuni giorni fa. Era considerato da Giulietto Chiesa “tra i più accreditati e rigorosi ricercatori sull'argomento”. Aveva 63 anni.

Prima che qualcuno insinui che si tratta di un omicidio spacciato per suicidio, va chiarito che suoi colleghi stretti, come Jenna Orkin, non hanno alcun dubbio che il gesto di Ruppert sia stato volontario e premeditato da tempo, anche per via dell'ostracismo inflittogli da alcune frange del cospirazionismo, che lo accusavano di essersi venduto perché non abbracciava le tesi sulla “nanotermite” che avrebbe distrutto le Torri Gemelle.

Undicisettembre rimpiange la perdita di una vita umana e di un interlocutore del quale non condivideva le idee ma che si era sempre dimostrato civile e corretto.

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