2015/07/30    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

Il Mullah Omar è morto in Pakistan

di Hammer. L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il Mullah Mohammed Omar, leader dei Talebani e capo di stato de facto dell'Afghanistan dal 1996 al 2001, è morto di tubercolosi nell'aprile del 2013 in un ospedale di Karachi, in Pakistan, secondo quanto riferito da Abdul Hassib Seddiqi, portavoce dei servizi segreti afghani, e riportato inizialmente dal sito afghano 1TVNews (al momento il cui scriviamo il sito web di 1TVNews è indisponibile ma la notizia è stata data anche al telegiornale della rete televisiva nello stesso giorno).

La notizia è stata poi confermata dal Presidente dell'Afghanistan Ashraf Ghani con un comunicato stampa pubblicato sul proprio sito web. Una posizione simile è stata presa dalla Casa Bianca attraverso il proprio portavoce Eric Schultz che, come riportato dalla CNN, ha ribadito che l'informazione è ritenuta credibile pur non potendo verificare in modo indipendente l'avvenuto decesso. La stessa CNN aggiunge di aver ottenuto da una fonte vicina ai Talebani la conferma della morte anche dai vertici del movimento guidato dallo stesso Mullah, tuttavia secondo questi non sarebbe ancora chiaro se Omar sia deceduto in un ospedale a Karachi o nel suo villaggio natale in Afghanistan.

Negli ultimi quattro mesi del 2001 il Mullah Omar aveva avuto un ruolo chiave nelle trattative con gli USA in quanto l'Afghanistan ospitava e proteggeva Osama bin Laden e il governo dei Talebani si rifiutò numerose volte di consegnare il terrorista, portando così all'attacco militare americano e alla caduta del regime dei Talebani. In quel periodo lo stesso Omar è sfuggito a numerosi attacchi americani e nel primi giorni del 2002, secondo alcuni racconti, sarebbe sfuggito a un accerchiamento scappando con una motocicletta.

Nell'aprile di quest'anno i Talebani hanno pubblicato sul proprio sito Internet una biografia del Mullah la quale riportava che il loro leader era ancora vivo al momento della pubblicazione e saldamente al comando. Alla luce di quanto emerso negli ultimi giorni questa appare come una mossa di propaganda allo scopo di smentire le voci ricorrenti sulla morte del Mullah per evitare lo sfaldamento dei Talebani dovuto al decesso del loro leader.

Sempre secondo la CNN la morte del Mullah Omar potrebbe avere ripercussioni positive sulla trattative di pace tra il governo Afghano e i Talebani ma potrebbe paradossalmente avere una ripercussione negativa se a seguito dello sfaldamento dei Talebani alcuni miliziani decidessero di unirsi all'ISIS, che in questo modo potrebbe aumentare il proprio potenziale in Afghanistan e in Pakistan.


Aggiornamento 30/07/2015 15:45 Numerose fonti giornalistiche tra cui Usa Today, Al Jazeera e Al Jazeera America riportano la conferma dei Talebani della morte del loro leader e la nomina del Mullah Akhtar Mansoor a successore di Omar. La conferma è stata data dal portavoce dei Talebani Zabiullah Mujahid sul suo profilo di Twitter in lingua pashtu, l'annuncio non chiarisce il dubbio sul luogo del decesso.

Etichette: , , ,

2015/07/20    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

La procedura SCATANA e il suo uso l'11/9

di Hammer

Il piano Security Control of Air Traffic and Air Navigation Aids (comunemente chiamato con l'acronimo SCATANA) era una procedura di emergenza predisposta dal Department of Defence, dalla FAA e dalla Federal Communication Commission per fronteggiare un eventuale attacco aereo sovietico sul suolo americano. La procedura era stata sviluppata negli anni '60 e il testo ad oggi disponibile risale al 1976. Il piano avrebbe dovuto essere attuato nel caso in cui fosse stata dichiarata un'emergenza per la difesa aerea, oppure quando pur non arrivando all'emergenza la situazione contingente avesse reso comunque necessario che gli enti militari identificassero tutti i velivoli che si trovavano nello spazio aereo nazionale o che vi si stessero avvicinando. Le misure di sicurezza da implementare sarebbero state diverse nei due casi. In estrema sintesi SCATANA prevedeva che il controllo dello spazio aereo passasse dagli enti civili a quelli militari, cioè dalla FAA al NORAD, e che tutti gli aerei in volo fossero fatti atterrare nel più breve tempo possibile affinché fosse possibile organizzare la difesa; nel caso di dichiarazione dell'emergenza gli aiuti alla navigazione aerea della FAA (come VOR, DME e NDB) avrebbero dovuto essere spenti nel minor tempo possibile per evitare che il bombardiere nemico potesse usufruirne.

Una sezione del testo di SCATANA è dedicato alla Wartime Air Traffic Priority List (abbreviata in WATPL), ovvero la lista di priorità che doveva essere applicata in caso di dichiarazione di SCATANA. Il testo contiene anche un estratto del modulo che, in caso di implementazione della procedura, avrebbe dovuto essere riempito dagli equipaggi che chiedevano il permesso al volo e sulla base delle informazioni fornite a ciascun volo veniva attribuita una priorità compresa tra 1 e 8 in ordine di importanza. La priorità 1 veniva attribuita ai velivoli che trasportavano il presidente degli USA, il primo ministro Canadese e i loro staff, i mezzi militari impegnati direttamente nella difesa contro il nemico e i centri di comando mobile. La priorità 2 veniva attribuita ai mezzi a diretto e immediato supporto di quelli al punto 1. Ai velivoli di priorità 1 e 2 veniva concesso immediatamente l'autorizzazione al volo secondo il proprio piano.

In ultimo lo stesso testo della procedura prevedeva l'esecuzione di sessioni di test periodiche in cui tutti gli avvenimenti erano comunque simulati, ovvero gli aerei non venivano fatti effettivamente atterrare e gli ausili alla navigazione non venivano spenti.

Attualmente il Code of Federal Regulations non fa più alcuna menzione a SCATANA (mentre era presente nelle edizioni precedenti), al contrario il Canada prevede ancora una procedura analoga chiamata ESCAT (che ne sostituisce una precedente pure denominata SCATANA).

Secondo quanto riportato dal volume Atomic Audit: The Costs and Consequences of U.S. Nuclear Weapons Since 1940 di Stephen Schwartz l'unica attivazione di SCATANA è avvenuta il 9 novembre del 1979 (curiosamente secondo il formato europeo la data era 9/11) quando un tecnico del NORAD inserì per errore un nastro audio relativo a un'esercitazione per attacco nucleare nel sistema di allarme produttivo. In alcune zone i controllori di volo iniziarono a ordinare ai voli di atterrare, ma dopo pochi minuti si capì la natura dell'errore e l'ordine di attivare SCATANA fu ritirato.

La prima occasione in cui si rese necessario liberare lo spazio aereo fu ovviamente l'11/9/2001 e il NORAD prese in considerazione l'implementazione dell'intera procedura SCATANA, ma l'ipotesi fu scartata. La spiegazione delle motivazioni di questa scelta si trovano nella deposizione del generale Ralph Eberhart alla 9/11 Commission. Eberhart, che nel 2001 ricopriva la carica di comandante del NORAD, spiega anzitutto che SCATANA era stata prevista per uno scenario notevolmente diverso, ossia l'avvistamento a distanza di un bombardiere sovietico diretto verso gli USA, in questo caso con l'attuazione di SCATANA lo spazio aereo avrebbe potuto essere liberato prima dell'arrivo dell'aereo nemico in modo da poter organizzare di conseguenza la difesa. Al contrario l'11/9 la FAA dovette fare atterrare i voli mentre l'attacco era già in atto dall'interno

Inoltre il NORAD non aveva gli strumenti per controllare il traffico aereo di tutta la nazione, che in quel momento includeva un numero di velivoli compreso tra 4000 e 5000, perché al tempo il NORAD attingeva le informazioni sul traffico aereo dal sistema JSS che includeva solo elementi disposti lungo il perimetro nazionale (compresi gli aerostati radar) e non aveva alcun controllo del traffico interno (questa situazione è stata migliorata in breve tempo e da allora vengono inviati al NEADS tutti i dati scambiati dai radar della FAA). In ultimo, aggiunge Eberhart, spegnere tutti gli aiuti alla navigazione avrebbe solo peggiorato la situazione creando ancora più confusione e complicando le procedure per fare atterrare i voli già decollati

Nella comunicazione NOTAM FDC 1/9746 (disponibile a pagina 13 di questo link) il Department of Defence ha confermato che SCATANA non è stata attivata nella sua interezza ma che solo i voli militari avrebbero dovuto seguirne le indicazioni per definire il piano di volo e ottenere il permesso al decollo.

Anche in questo caso emerge come gli apparati civili e militari degli Stati Uniti l'11/9 hanno dovuto fronteggiare situazioni non previste per le quali non esistevano nemmeno procedure adeguate, va comunque lodata la prontezza del NORAD nel modificare la procedura in tempi così rapidi ed improvvisarne quindi una funzionante.

Etichette: ,

2015/06/29    Permalink       2 commenti         Avvertenze per i commentatori

The Black Banners di Ali H. Soufan

di Hammer

Nel 2011 l'ex agente dell'FBI Ali Soufan ha pubblicato il libro The Black Banners: Inside the hunt for al-Qaeda in cui racconta la propria esperienza nella lotta all'organizzazione terroristica fondata da Osama bin Laden. Il testo del volume è preceduto da una nota che spiega come prima della pubblicazione l'autore abbia sottoposto il testo all'FBI che lo approvato senza modifiche ma che lo ha a sua volta sottoposto all'approvazione della CIA che ha imposto che alcune parti venissero censurate. Infatti in alcune sezioni, a volte molto ampie, il testo è censurato. Va tuttavia detto che molte delle censure sono assolutamente sciocche perché si capisce benissimo dalle parole circostanti e dal numero di caratteri cancellati quali siano le parole oscurate (come si vede dall'immagine sopra).

Il libro si apre con una sezione autobiografica in cui l'autore racconta la propria vita, dai primi anni trascorsi in Libano, suo paese natale, al trasferimento negli USA e all'ingresso nel FBI. Parallelamente racconta la storia di al Qaeda, dalla fondazione fino agli attentati alle ambasciate in Africa del 1998. Da questa data in avanti l'autore prosegue il racconto intrecciandolo a quello delle indagini svolte dall'FBI per arrivare ai vertici dell'organizzazione terroristica tra mille difficoltà di coordinamento con altri enti e dipartimenti statali americani e agenzie investigative sia in Europa sia nei paesi Arabi.

L'autore lamenta ad esempio che i bombardamenti in Sudan e Afghanistan del 1998 in risposta agli attentati contro le ambasciate in Kenya e Tanzania non erano stati concordati con l'FBI e che agenti infiltrati erano presenti nelle zone attaccate, per fortuna nessuno di loro rimase ucciso. Tra i paesi esteri citati da Soufan c'è anche l'Italia dove l'FBI dovette collaborare con la DIGOS nell'identificare un presunto terrorista legato ad al Qaeda che abitava a Torino, ma nessuno degli agenti italiani parlava inglese e nessuno degli americani parlava italiano: la comunicazione si svolse quindi con l'aiuto di un'interprete di arabo che traduceva per Soufan che a sua volta traduceva in inglese.

Nonostante gli scoordinamenti con altri enti nel 1999 l'FBI riuscì comunque insieme all'intelligence della Giordania a sventare la serie di attacchi prevista per il capodanno del 2000 comunemente denominata Millennium Plot che prevedeva una serie di attacchi contro obiettivi giordani e americani.

L'autore dedica poi un'ampia sezione del volume alle indagini sull'attacco kamikaze contro la USS Cole nel 2000 e racconta in particolare le difficoltà nel lavorare con le autorità yemenite. Da subito infatti questi si dimostrarono poco collaborativi installando cimici nelle stanze dove si riunivano gli americani e in secondo luogo vollero negare che si trattasse di un attentato imputando il danno a un'incidente. Messi di fronte all'evidenza provarono a incolparne il Mossad. In ultimo riconobbero che si trattò di un atto di terrorismo ma sostennero che non fosse necessaria un'indagine perché gli unici perpetratori erano morti nell'attacco. L'autore racconta di come, tra mille difficoltà dovute principalmente all'ostilità e alla disorganizzazione della autorità yemenite, l'FBI abbia comunque individuato i mandanti dell'attentato.

L'11/9 l'autore si trovava ancora in Yemen per l'indagine e dovette tornare in USA in pochi giorni in quanto lo Yemen era ritenuto luogo insicuro. Appena tornato in America l'autore constatò che l'attentato avrebbe potuto essere sventato o attenuato se le informazioni relative ai membri di al Qaeda che venivano al tempo seguiti fossero state scambiate correttamente tra CIA ed FBI . In seguito Soufan fu ascoltato dalla Commissione 9/11 e riportò loro le stesse considerazioni.

Pochi giorni dopo Soufan fece ritorno in Yemen per partecipare all'interrogatorio della guardia di bin Laden Abu Jandal il quale confermò che l'attentato fu opera di al Qaeda in quanto riconobbe i dirottatori come membri di al Qaeda.

Nel 2002 in Pakistan fu catturato il terrorista Abu Zubayda che fu poi interrogato dopo essere stato trasferito negli USA. In questa occasione Soufan dovette scontrarsi con l'agente della CIA Boris, di cui omette il cognome, che ha sottoposto l'interrogato a tortura. Soufan sottolinea che i terroristi di norma resistono alla tortura perché sono psicologicamente pronti a soffrire e anche ad affrontare la morte. Quando Zubayda fu passato all'FBI per essere interrogato, Soufan lo interrogò con metodi miti che sorpresero il terrorista e lo misero in condizione di collaborare. L'autore insiste molto sull'inutilità delle tecniche di tortura messe in atto dalla CIA aggiungendo che le informazioni ottenute dalla tortura non sono attendibili perché questa spinge il detenuto a inventare informazioni per compiacere l'interrogatore.

Soufan passa quindi a occuparsi dei detenuti a Guantanamo e dicendo che il primo problema fu quello di distinguere i terroristi (Talebani o membri di al Qaeda) dagli innocenti arrestati per sbaglio, questo avvenne perché i terroristi sono noti con i loro nomi di battaglia mentre sui documenti sono riportati quelli veri. Anche in questo caso sottolinea che i metodi di tortura applicati dalla CIA non sono efficaci, oltre ad essere inumani. L'FBI trattò i detenuti con moderazione consentendo loro telefonate a casa e portando loro cibo gradito, questo trattamento spinse i terroristi ad essere più collaborativi e a dare informazioni utili. Alcuni di loro rivelarono anche che dopo l'11/9 non si aspettavano l'attacco militare americano in Afghanistan perché bin Laden aveva sostenuto che gli USA fossero una nazione debole che sarebbe arretrata davanti a un attacco terroristico.

Vista l'inimicizia creatasi con la CIA, una volta tornato negli USA la stessa CIA gli impedì di partecipare ad alcuni interrogatori di terroristi a Washington. E, aggiunge l'autore, nonostante l'FBI abbia raggiunto più risultati, la CIA si è arrogata maggiori successi in questo senso sulla stampa.

L'autore chiude il volume raccontando di un attentato al teatro di Doha nel 2005 compiuto da parte di un terrorista suicida che l'FBI inseguiva dagli attentati alle ambasciate del '98; l'autore espresse la sua delusione al suo capo, Pat D'Amuro, trovandolo già dimissionario. D'Amuro convinse Soufan a seguirlo nella nuova occupazione e Soufan lasciò l'FBI non prima di aver concluso la sua ultima missione sotto copertura nel Bronx in cui individuò due affiliati di al Qaeda che vennero arrestati.

In conclusione l'autore constata che Osama bin Laden è stato ucciso proprio nel 2011 e si chiede perché ci sia voluto così tanto tempo anni visto che il corriere di al Qaeda che fu seguito per trovare il compound in cui si nascondeva il terrorista era noto già da almeno 9 anni agli investigatori.

Essendo l'autore un ex agente dell'FBI è chiaro che deve essere riconosciuto un minimo di parzialità nel suo testo; sicuramente non tutte le ragioni stanno dalla parte dell'FBI e tutti i torti altrove, come sembra emergere dal libro, ma ciò nonostante questo volume spiega che i rapporti tra le diverse agenzie non sono sempre idilliaci e da questo si evince perché l'intelligence sia spesso più difficile di quanto possa sembrare dall'esterno.

Etichette: , , ,

2015/06/08    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

Seymour Hersh e le versioni alternative sulla morte di Osama

di Hammer

Il 10 maggio di quest'anno il giornalista americano Seymour Hersh ha pubblicato sul London Review of Books un articolo intitolato The Killing of Osama bin Laden in cui sostiene che la versione diffusa dalla Casa Bianca su come si è svolta la missione che ha ucciso Osama bin Laden sia fasulla e che quella che ci è stata raccontata altro non sarebbe che una messinscena.

L'articolo di Hersh è molto lungo, oltre 10000 parole, e in estrema sintesi secondo il giornalista bin Laden sarebbe stato tenuto prigioniero dai servizi segreti pakistani per cinque anni al termine dei quali lo resero disponibile per i Navy SEALs nel compound di Abbottabad dopo che la CIA aveva scoperto dove veniva tenuto nascosto. Secondo Hersh gli unici colpi sparati durante durante il blitz dei Navy SEALs all'interno del compound sarebbero proprio quelli che hanno ucciso Osama perché in realtà non sarebbe avvenuto nessun vero conflitto. Inoltre l'Arabia Saudita avrebbe pagato al Pakistan il mantenimento di Osama ottenendo in cambio il silenzio pakistano sul luogo in cui era tenuto prigioniero il terrorista.

Se le parole di Hersh fossero basate su informazioni affidabili costituirebbero chiaramente una rivelazione fondamentale. Purtroppo invece l'unica fonte citata nominalmente da Hersh è Asad Durrani che è stato direttore generale dell'ISI, il servizio segreto pakistano, nei primi anni 90, ossia circa vent'anni prima che si svolgessero i fatti di Abbottabbad: si tratta quindi di una singola fonte che non ha avuto accesso diretto alle informazioni su cui si esprime e come tale ci sembra decisamente scarsa.

L'11 maggio il giornalista della CNN Peter Bergen ha pubblicato un articolo che analizza quanto sostenuto da Hersh e lo smentisce in numerosi punti definendolo una mistura di insensatezze smentite dai fatti, dai testimoni oculari e dal semplice buon senso. Anzitutto, sostiene Bergen, il fatto che gli unici proiettili sparati nel compound di Abbottabad siano quelli che hanno ucciso Osama è falso; in quel conflitto a fuoco, infatti, sono rimaste uccise altre persone tra cui due guardie del corpo e uno dei figli del terrorista. Il fatto è riportato da entrambi i Navy SEALs che hanno partecipato alla missione e che negli anni si sono pubblicamente rivelati: Matt Bissonnette e Robert O'Neill. E se i racconti dei militari non fossero sufficienti, Bergen aggiunge anche la propria testimonianza oculare in veste di unico giornalista a cui è stato concesso di entrare nel compound dopo il raid: lui stesso notò la devastazione all'interno dell'edificio e i segni dei numerosi colpi esplosi.

In secondo luogo, prosegue Bergen, ritenere che l'Arabia Saudita abbia finanziato Osama è semplicemente risibile visti i rapporti tra il terrorista e il suo paese di origine che gli aveva revocato la cittadinanza nel 1994, in nessun modo si spiega perché i Sauditi avrebbero dovuto avere a cuore il suo mantenimento.

E se le smentite fattuali non dovessero bastare, Bergen aggiunge una considerazione di buon senso: per quale motivo gli USA avrebbero dovuto coprire l'ISI partecipando a questa messinscena? E per quale motivo avrebbe l'ISI dovuto organizzarla considerando che sarebbe stato più semplice consegnare il prigioniero agli americani, come accaduto in passato con Khalid Shaykh Muhammad e Abu Faraj al-Libi, senza inventare coperture così complicate. Aggiungiamo anche noi una considerazione basata sul buon senso: perché mai l'ISI avrebbe dovuto architettare un piano così intricato nel quale fa francamente una misera figura che il governo pakistano ha dovuto ammettere?

L'articolo di Hersh non spiega perché Durrani sia convinto di quanto asserisce, Bergen ha anche tentato di contattare Durrani per chiedergli spiegazioni e questi ha risposto vagamente di non avere la certezza che Osama fosse prigioniero dell'ISI ma solo di non poter escludere che sia così. E questo è tutto ciò su cui si basa l'articolo di Hersh. Durrani aveva tenuto la stessa posizione pilatesca di dubbio in un'intervista rilasciata ad Al Jazeera lo scorso aprile.

Oltre a Bergen anche Rob O'Neil (il Navy SEAL che ha sparato il colpo mortale a Osama) è intervenuto sull'argomento con due interviste rilasciate a Fox News (prima e seconda). In entrambe O'Neill si mostra molto infastidito dal fatto che Hersh voglia sminuire la complessità di quanto compiuto dai SEALs e definisce l'articolo dapprima ludicrous (ridicolo) e poi insulting (offensivo). O'Neill smentisce l'asserzione che non sia avvenuto un vero conflitto a fuoco ricordando che alcuni militari americani sono rimasti feriti e confermando che alcune guardie di Osama e uno dei figli sono rimasti uccisi. O'Neill conferma inoltre che nessun ufficiale dell'ISI li ha aiutati nella missione e condotti nel punto in cui si trovava Osama. O'Neill smentisce anche quanto sostenuto da Hersh secondo cui il cadavere di Osama non sarebbe stato gettato in mare, il militare conferma infatti che il cadavere è stato riportato in Afghanistan e poi consegnato ad altri SEALs, che O'Neill definisce friends (amici), che lo hanno sepolto in acqua.

La teoria di Hersh su quest'ultimo punto è talmente assurda da essere inspiegabile. Il giornalista sostiene di aver saputo da due consulenti dello United States Special Operations Command che avrebbero avuto accesso a queste informazioni (ed Hersh non spiega come) che il cadavere di bin Laden sarebbe stato torn [...] to pieces with rifle fire, cioè ridotto in pezzi con colpi di fucile, e poi messo in un body-bag e gettato dall'elicottero sulle montagne dell'Hindu Kush. Premesso che non è chiaro come si possa ridurre a brandelli il corpo di un uomo alto quasi due metri con colpi di fucile e quanti colpi debbano essere sparati per fare ciò (francamente sembra una scena tratta da un film horror piuttosto che qualcosa di effettivamente fattibile) il buon senso suggerisce un'altra volta che si tratti di un'ipotesi assurda. Perché mai gli USA avrebbero dovuto gettare il cadavere sulle montagne e raccontare di averlo gettato in mare invece che gettarlo in mare davvero? Pratica, tra l'altro, già utilizzata in passato con il terrorista di Al Qaeda Saleh Ali Saleh Nabhan.

E' un vero peccato che un giornalista del calibro di Hersh sia inciampato su una storia infondata come questa e non stupisce che l'articolo in questione sia stato pubblicato dal London Review of Books e non dal ben più noto The New Yorker con cui Hersh collabora dal 1993. Resta di fatto che a quattro anni dai fatti di Abbottabad non sono stati ancora portati argomenti ragionevoli che facciano dubitare di quanto riportato dalle fonti ufficiali americane.

Etichette: , , , ,

2015/05/25    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

Operation Yellow Ribbon: la reazione canadese agli attacchi dell'11/9

di Hammer

Gli Stati Uniti non furono l'unica nazione che dovette fronteggiare gli attentati dell'11/9 mentre si stavano svolgendo: anche il loro vicino più a nord, il Canada con cui condividono storia, tradizione, cultura e il confine più lungo del mondo, dovette ricorrere a procedure mai attuate prima per aiutare gli USA nell'organizzazione della propria difesa e per liberare lo spazio aereo nel più breve tempo possibile. L'operazione fu denominata Operation Yellow Ribbon.

Dopo che la FAA ordinò di fare atterrare tutti i voli interni, lo stesso ente chiese il supporto del Dipartimento dei Trasporti del Canada e dell'agenzia Nav Canada per fare atterrare in Canada tutti i voli intercontinentali diretti verso gli Stati Uniti. Durante l'operazione tutti i voli in partenza dagli aeroporti canadesi furono cancellati.

Le fonti che abbiamo utilizzato per la nostra ricerca sono le informazioni fornite da Nav Canada alla pagina NAV CANADA and the 9/11 Crisis, il documento PDF 11-09-2001 Four Days in September di Transport Canada, gli articoli di giornale Scores of U.S.-Bound Planes Are Diverted to Canadian Airports, pubblicato dal New York Times il 12 settembre 2001, e International Flights Diverted to Canada di DeNeen Brown pubblicato dal Washington Post il 12 settembre 2001, alcuni articoli del National Post del 12/9/2001 e il documentario Operation Yellow Ribbon della NBC trasmesso per la prima volta il 27 febbraio 2010 in occasione delle olimpiadi invernali di Vancouver.

Il dipartimento Transport Canada attivò un situation center al quattordicesimo piano della Torre C del Place de Ville di Ottawa (immagine a fianco); la sede era originariamente stata costruita per gestire gravi terremoti sulla costa occidentale, ma dalla sua attivazione nel 1994 non se ne verificò neanche uno. Negli anni era comunque stata utilizzata per altri scopi, ad esempio per la gestione della tempesta di ghiaccio in Ontario del 1998 e per lo schianto del volo Swissair 111 a Paggys Cove nello stesso anno. Il situation center rimase attivo per tre settimane.

Al contempo Nav Canada attivò un centro di comando strategico nella propria sede principale di Ottawa, allo scopo di coordinare tutta l'operazione, e un centro di comando tattico nella propria sede per la formazione a Cornwall, Ontario, per gestire le comunicazioni con gli aeroporti e le torri di controllo. Il centro di comando tattico rimaste operativo solo per la giornata dell'11/9 e dopo che tutti i voli furono fatti atterrare fu spostato nella sede di Ottawa e le funzioni dei due uffici furono fuse.

Al momento degli attacchi circa 500 voli intercontinentali erano diretti verso gli Stati Uniti e Transport Canada consentì l'accesso sul suolo canadese di tutti quelli che erano oltre la metà nel proprio tragitto verso il continente americano, a tutti gli altri fu chiesto di tornare verso il loro aeroporto di origine. I velivoli entravano nello spazio canadese alla media di due al minuto e uno degli aspetti problematici che fu gestito fu far entrare tutti i passeggeri sul suolo canadese con i dovuti controlli di frontiera.

Per i voli di provenienza atlantica furono preferiti gli aeroporti che si trovano sulla costa occidentale e solo un numero ridotto di velivoli fu diretto verso quelli più grandi, e quindi più trafficati, di Ottawa, Toronto e Montreal.

Il primo aeroporto a essere coinvolto fu l'International Airport della città di Gander (immagine a fianco scattata l'11/9/2001), nel Newfoundland, in quanto è il più orientale di tutto il Canada. Gander è una piccola città di 10.000 abitanti e i voli previsti in arrivo quella mattina erano solo otto, al contrario ne atterrarono 38 creando non poche difficoltà ai controllori di volo e portando oltre 6000 persone nella cittadina.

L'unità di controllo di Gander controlla anche tutti gli aeroporti del Newfoundland e delle zone immediatamente circostanti e quella mattina riuscì a fare atterrare nei propri aeroporti 167 voli. L'aeroporto maggiormente coinvolto fu quello di Halifax, dove ne arrivarono oltre 40. Molti dei velivoli atterrati sulla costa orientale dovettero scaricare il carburante per raggiungere un peso adatto all'atterreggio.

Similmente sulla costa occidentale 34 voli provenienti dall'Oceano Pacifico furono fatti atterrare nell'aeroporto di Vancouver.

Durante questa operazione si verificarono, come è ovvio, alcuni incidenti dovuti a falsi allarmi su sospetti aerei dirottati che coinvolsero l'aviazione militare canadese. Ci siamo occupati in passato del caso del volo Korean Air 85, ma non fu l'unico: Nav Canada e i giornali dell'epoca riportano un caso analogo occorso ad un 747 proveniente dalla Cina (ad esempio ne parlò brevemente il National Post il 12 settembre 2001, pag. A9).

Secondo i dati forniti da Transport Canada sul suolo nazionale entrarono 33.000 persone in 224 voli, Nav Canada riporta invece che i velivoli coinvolti furono 238 e non specifica il numero dei passeggeri.

Gli impatti di un tale afflusso di persone non furono limitati agli aeroporti e all'aviazione in generale. Anche gli alberghi, le scuole e le palestre del Canada dovettero attrezzarsi per ospitare i viaggiatori scesi dagli oltre 200 voli. Le autorità locali chiesero ai propri cittadini di aiutare gli ospiti che la nazione si trovava ad avere in modo del tutto inaspettato e la risposta della popolazione fu notevole. Molte persone si presentarono spontaneamente agli aeroporti per offrire posti letto e pasti nelle loro case, inoltre numerosi esercizi commerciali, incluse le farmacie, rimasero aperti oltre le ore previste concedendo gratuitamente cibo e medicine.

Ovviamente lo sforzo canadese fu molto apprezzato dalle autorità degli Stati Uniti che espressero il loro ringraziamento, attraverso il Segretario dei Trasporti Norman Mineta, in diretta televisiva il giorno stesso e nel decennale degli attentati anche il Presidente Obama scrisse una lettera al Primo Ministro del Canada, Stephen Harper, per ringraziarlo del prezioso aiuto fornito dalla sua nazione dieci anni prima.

Etichette: , ,

2015/05/11    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

Pentagon: An Interview with Firefighter James Bonzano

by Hammer. An Italian translation is available here.

Undicisettembre today offers its readers the account of firefighter James Bonzano, who was one of the first responders to arrive on the scene at the Pentagon. Bonzano's account is yet another confirmation that among people who were present no one had doubts about the fact that the facade of the Pentagon was hit by an airliner and that conspiracy theories were only created long afterwards by people who don't know what they are talking about.

We thank James Bonzano for his time and willingness to help.


Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on that day?

James Bonzano: All the chief officers, even those off duty, were attending a leadership class half a mile from the Pentagon. While we were at the class we heard what sounded like an explosion and all of our pagers went off, so my colleagues and I exited the school and got into our vehicles. I turned on my portable radio and started listening to the radio traffic and it was almost surreal; I could not believe what I was hearing. We heard that an airliner crashed into the Pentagon and we had a mass casualty incident. I was listening to the return of the first two units that arrived on the scene basically saying what there were up against.

We staged at one of our firehouses and then we started to shuttle over to the Pentagon. I was given the responsibility of the EMS division. I was in charge of the triage, treatment and the transport of the injured and making sure that we got the casualties to the appropriate facilities and hospitals.

As you can imagine there was a lot of fire, you could see where the point of impact was and there was a lot of mass chaos. My first responsibility was also to get control of the civilian and military traffic; bring order to chaos. I was working with an Arlington County police officer and friend Don Grinder. We started working and setting up a perimeter with one point of entrance and one point of exit so we could get control of the situation. Our main concern was taking care of the injured and transporting them to the hospitals.

Immediately following the attack, I was at the Pentagon for 24 hours. Following that I worked nine days in a row on twelve hours shifts. On the first day we were in a recovery and rescue mode. The following days we did more firefighting as well as casualty collection.


Undicisettembre: What can you tell us about people coming out of the Pentagon? What were their conditions?

James Bonzano: There were people being transported either via helicopter or medic units to the civilian hospitals before I even got there. But I remember people were rattled because of the event of that day. We had civilians, military and firefighters with soot on their faces and torn clothes. Some said they were fortunate enough and blessed to have made it out.


Undicisettembre: What happened in the next days at the Pentagon?

James Bonzano: Over the next few days, I had several responsibilities. The first day I was in charge of the EMS division and the day after I was in charge of the operations section, which included fighting the fires and search and recovery effort. The incident commander was then Assistant Fire Chief James Schwartz and I was working under his direction.


Undicisettembre: Did you get a chance to see the hole in the facade before it collapsed?

James Bonzano: I got there just after the collapse; the radio announcement was happening as I was getting there.


Undicisettembre: Did you get a chance to see if it was big enough for an airliner?

James Bonzano: It collapsed when I was getting there but there were different layers or “rings” of the Pentagon which were pierced. There was no question that the impact zone was catastrophic and large enough for an airliner.


Undicisettembre: Has this experience given you a new insight into being a firefighter?

James Bonzano: I have been a firefighter for 31 years. I'm a Deputy Chief now and this has always been a very rewarding job. I was blessed to come to work and actually help people and this is how I still see it today. I love the fact that all our focus is to be trained to help people. On that day my job changed significantly; no longer was it just running to fight fires, or treat the sick and injured but also terrorism. And we knew we would have to deal with it for a long time. We were fortunate as we had forged great relations with our partners at the Pentagon and our mutual aide neighbors. We had trained together, working on regional emergency standard operating procedures, and medical protocols which enabled us all to operate smoothly. Like any incident, there are always challenges to overcome, but it’s so much easier when you have developed positive working relationships with your regional partners prior to an event, thus facilitating a team mentality.


Undicisettembre: What's your opinion on the many conspiracy theories regarding 9/11 and specifically the Pentagon incident?

James Bonzano: I was one of the first responders on that day and it doesn't hold the water with me. I know what we were up against on that day and conspiracy theories weren’t a reality, we had a major airline disaster.


Undicisettembre: How does it feel to have been part of such a search and rescue effort? Firefighters are generally considered the heroes of that day.

James Bonzano: I don't see myself as a hero, I see myself as a part of people who came together to do the right thing. Anybody in the same situation would have done the same thing. We were blessed in the sense that we were trained and everybody came together on that day and worked in a framework according to our procedures. I think anybody under the same circumstances would have done the same thing. I feel blessed I was able to help people, my heart and my prayers go to people who lost their life or lost the loved ones on that day. I feel for my brothers and sisters in New York City and in Pennsylvania as well. It was a tragedy and the only good I saw was the people coming together to help others.


Undicisettembre: Did you have psychological consequences after 9/11?

James Bonzano: I did not. But I have close friends in the fire department that did have consequences.

One of my colleagues and very close friend, Captain Ed Blunt, had been there since very early and dealing with the casualties as an EMS Supervisor. I asked him “Are you good?” He said “Yes, I am good.” and then he told me his wife was on a flight headed home right then. He didn’t know which flight but he thought it was the flight that hit the Pentagon. I looked at him and said “Eddie, are you sure?” he said “No, I'm not sure but I have this feeling it's that flight.” and I said “We need to get you out of here.” He looked at me very clearly and said “No, I need to be here.” I guess what he was saying to me was that if he had to leave the scene what was on his mind would have been more than he could handle but staying and being focused on helping people helped him feel like he was serving the cause.

I thank God she wasn't on that flight.

My family was 20 miles away that morning. Cellphones were not working but I was able somehow to make one phone call to my wife to make sure they were all okay. Once I knew they were safe, I was fine.

As sad as that event was I was very, very proud of the men and women who worked for the fire department as well as our regional neighbors; lots of people did very good things on that day. Even before we got there, there were people helping people, putting themselves in harm’s way trying to save others.


Undicisettembre: While you were there at the Pentagon was anyone having doubts about the fact that a plane had hit the Pentagon?

James Bonzano: No. Not even one. Never. It's easy for me to refute them because I lived it. However, I heard these theories later but they hold no water with me. I don't believe, not even for a second, that something different from an airliner crashed into the Pentagon on that day. I know what I lived, I know what I saw, I know what I saw for more than ten days. There is no question.


Undicisettembre: Do you think the country is still living in fear or has it regained its standing in the world?

James Bonzano: We have a new outlook. 9/11 woke up a lot of people, the world changed before my eyes. I cannot tell you that people live in fear, but we are better prepared and resolved to defend our liberties.

Etichette: , , , ,

Pentagono: intervista con il pompiere James Bonzano

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Undicisettembre propone oggi ai suoi lettori la testimonianza diretta del pompiere James Bonzano, che fu tra i primi soccorritori a intervenire sulla scena al Pentagono. La testimonianza di Bonzano è l'ennesima conferma che tra coloro che si trovavano lì mentre gli eventi si svolgevano nessuno aveva dubbi sul fatto che contro la facciata dell'edificio si fosse schiantato un aereo di linea e che le teorie alternative sono nate solo in seguito dalla fantasia di persone che non sanno di cosa parlano.

Ringraziamo James Bonzano per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto generale di cosa hai visto e vissuto quella mattina?

James Bonzano: Tutti i comandanti, anche quelli che non erano in servizio, erano a un corso di leadership a circa ottocento metri dal Pentagono. Mentre eravamo al corso sentimmo ciò che sembrava un'esplosione e tutti i nostri cercapersone iniziarono a suonare, quindi io e miei colleghi uscimmo dalla scuola e prendemmo i nostri veicoli. Accesi la radio portatile e iniziai a sentire le notizie del traffico ed era quasi surreale; non potevo credere a ciò che sentivo. Sentimmo che un aereo di linea si era schiantato contro il Pentagono e che c'erano molte vittime. Stavo ascoltando il ritorno delle prime due unità che erano arrivate sulla scena e stavano raccontando quello che stavano affrontando.

Usavamo una delle nostre stazioni come base e iniziammo ad andare al Pentagono. Io fui incaricato di dirigere la divisione EMS. Ero responsabile dello smistamento, del trattamento e del trasporto dei feriti e di assicurarmi che i cadaveri venissero trasferiti nei luoghi appositi e negli ospedali.

Come puoi immaginare c'era molto fuoco, si vedeva dov'era il punto d'impatto e c'era molto caos. La mia prima responsabilità era di controllare il traffico civile e militare: riportare ordine nel caos. Lavoravo con l'amico e l'ufficiale di polizia della contea di Arlington Don Grinder. Iniziammo a lavorare e a definire un perimetro con un punto di ingresso e uno di uscita così che potessimo prendere il controllo della situazione. La nostra principale preoccupazione era prenderci cura dei feriti e trasportarli agli ospedali.

Immediatamente dopo l'attacco, rimasi al Pentagono per 24 ore. Dopo quel giorno lavorai nove giorni consecutivi in turni da dodici ore. Il primo giorno eravamo in modalità recupero e soccorso. I giorni successivi eravamo più impegnati a spegnere gli incendi e a raccogliere le vittime.


Undicisettembre: Cosa ci puoi dire delle persone che arrivavano dal Pentagono? In che condizioni erano?

James Bonzano: C'erano persone che venivano portate in elicottero o con mezzi medici agli ospedali civili anche prima che io arrivassi lì. Ma ricordo che le persone erano scosse dagli eventi di quel giorno. C'erano civili, militari e pompieri con fuliggine sul viso e i vestiti strappati. Alcuni di loro dicevano di essere stati sufficientemente fortunati e benedetti da esserne usciti vivi.


Undicisettembre: Cosa è successo al Pentagono nei giorni seguenti?

James Bonzano: Nei giorni successivi avevo diverse responsabilità. Il primo giorno ero responsabile della divisione EMS e il giorno dopo ero responsabile delle operations, che includeva spegnere gli incendi e il lavoro di ricerca e soccorso. Il responsabile dell'incidente era il vice capo James Schwartz e io lavoravo ai suoi ordini.


Undicisettembre: Sei riuscito a vedere il buco sulla facciata del Pentagono prima che crollasse?

James Bonzano: Arrivai appena dopo il crollo; l'annuncio radio fu dato mentre arrivavo.


Undicisettembre: Hai potuto vedere se sembrava grande abbastanza perché lo avesse causato un aereo di linea?

James Bonzano: Crollò mentre arrivavo lì ma c'erano diversi strati o “anelli” del Pentagono che furono bucati. Non c'erano dubbi che la zona dell'impatto fosse abbastanza grande per un aereo di linea.


Undicisettembre: Questa esperienza ti ha dato una nuova visione del tuo lavoro come pompiere?

James Bonzano: Sono un pompiere da 31 anni. Sono un Vice Comandante adesso ed è sempre stato un lavoro molto gratificante. Sono onorato di andare al lavoro e aiutare davvero la gente ed è così che ancora lo vedo. Mi piace molto il fatto che il nostro impegno è essere pronti per aiutare le persone. Quel giorno il mio lavoro è cambiato significativamente; non correvo più solo per combattere gli incendi, o occuparmi di malati e feriti ma anche per il terrorismo. E sapevamo che avremmo dovuto occuparcene per molto tempo. Eravamo fortunati perché avevamo creato buone relazioni con i nostri partner al Pentagono e con gli altri gruppi con cui prestavamo soccorso. Ci eravamo allenati insieme, lavorando su emergenze regionali, procedure operative standard, e protocolli medici che ci hanno consentito di operare senza intoppi. Come in tutti gli incidenti ci sono ostacoli da superare, ma è molto più facile quando hai sviluppato buone relazioni di lavoro con i tuoi partner regionali prima di un evento, così da facilitare una mentalità di gruppo.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto sull'11/9 e nello specifico di quelle sull'attentato al Pentagono?

James Bonzano: Sono stato uno dei primi a intervenire quel giorno e queste teorie per me non hanno senso. So cosa ho affrontato quel giorno e le teorie del complotto non corrispondono alla realtà, si è schiantato un aereo di linea.


Undicisettembre: Come ti senti ad essere stato parte di un tale lavoro di ricerca e soccorso? I pompieri sono generalmente considerati gli eroi di quel giorno.

James Bonzano: Non mi vedo come un eroe, mi vedo come parte di un gruppo di persone che si sono unite per fare la cosa giusta. Chiunque nella stessa situazione avrebbe fatto la stessa cosa. Siamo privilegiati nel senso che eravamo preparati e ci siamo tutti uniti quel giorno a lavorare in gruppo secondo le nostre procedure. Credo che chiunque nelle stesse circostanze avrebbe fatto lo stesso. Mi sento onorato di aver potuto aiutare la gente, il mio cuore e le mie preghiere sono rivolte alle persone che quel giorno hanno perso la vita o perso i propri cari. Mi dispiace anche per i miei fratelli e sorelle a New York City e in Pennsylvania. Fu una tragedia e l'unica cosa buona che ho visto è stata la gente che si univa per aiutare gli altri.


Undicisettembre: Hai avuto conseguenze psicologiche dopo l'11/9?

James Bonzano: Io no. Ma ho amici nel dipartimento dei pompieri che ne ebbero.

Uno dei miei colleghi e amico intimo, il Capitano Ed Blunt, era lì dall'inizio e si stava occupando delle vittime come supervisore dell'EMS. Gli chiesi “Stai bene?” Mi rispose “Si, sto bene” e poi mi disse che sua moglie era su un aereo e che stava tornando a casa proprio in quel momento. Non sapeva quale volo fosse ma pensava che fosse quello che aveva colpito il Pentagono. Lo guardai e gli dissi “Eddie, sei sicuro?” mi disse “No, non ne sono sicuro, ma mi sento che il volo fosse quello.” e gli dissi “Devi andartene da qui.” Mi guardò molto chiaramente e mi disse “No, devo restare qui.” Credo che volesse dirmi che se avesse dovuto lasciare la scena ciò che aveva nella testa sarebbe stato più di ciò che poteva sopportare ma restare lì ed essere concentrato nell'aiutare le persone lo aiutava a sentire che stesse servendo la causa.

Grazie a Dio la moglie non era su quel volo.

La mia famiglia era a 30 chilometri di distanza quel giorno. I cellulari non funzionavano ma in qualche modo riuscii a fare una telefonata a mia moglie per assicurarmi che stessero bene. Quando ho saputo che stavano bene, io ero a posto.

Per quanto triste fosse quell'evento ero molto, molto orgoglioso degli uomini e delle donne che lavoravano al dipartimento dei vigili del fuoco così come dei nostri colleghi degli altri stati, molte persone fecero cose ottime quel giorno. Anche prima che noi arrivassimo, c'era gente che aiutava altra gente, mettendosi in pericolo per aiutare gli altri.


Undicisettembre: Mentre eri al Pentagono c'era qualcuno che avesse dei dubbi sul fatto che il Pentagono fosse stato colpito da un aereo?

James Bonzano: No. Nessuno. Mai. È facile per me smentirli perché l'ho vissuto. Comunque ho sentito queste teorie in seguito e per me non hanno senso. Non credo, neppure per un secondo, che qualcosa diverso da un aereo di linea si sia schiantato contro il Pentagono quel giorno. So cosa ho vissuto, so cosa ho visto, so cosa ho visto per più di dieci giorni. È fuori discussione.


Undicisettembre: Pensi che la nazione viva ancora nella paura o credi che abbia recuperato la sua posizione mondiale?

James Bonzano: Abbiamo una nuova visione d'insieme. L'11/9 ha svegliato molta gente, il mondo è cambiato davanti ai miei occhi. Non posso dirti che le persone vivono ancora nella paura, ma siamo più pronti e risoluti nel difendere le nostre libertà.

Etichette: , , ,

2015/04/20    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

Afghanistan 1998: il primo tentativo americano di uccidere Osama bin Laden

di Hammer. Le foto satellitari dei siti bombardati a corredo di questo articolo sono state prese dall'archivio della George Washington University.

Il 7 agosto del 1998 al Qaeda attaccò con dei camion bomba le ambasciate statunitensi a Dar es Salaam, in Tanzania, e a Nairobi, in Kenya. La risposta americana agli attacchi non si fece attendere e il 20 agosto dello stesso anno le forze statunitensi condussero un attacco missilistico contro un industria farmaceutica legata ad al Qaeda a Karthum, in Sudan, e contro alcuni campi di addestramento in Afghanistan: una di tali sedi veniva regolarmente frequentata da bin Laden e quindi l'attacco aveva anche lo scopo di uccidere proprio terrorista saudita. L'operazione fu denominata Operation Infinite Reach.

Le fonti che abbiamo utilizzato per la nostra ricerca sono gli articoli del New York Times Post Look at the Place! Sudan Says, 'Say Sorry,' but U.S. Won't di Marc Lacey del 20 ottobre 2005 e To Bomb Sudan Plant, or Not: A Year Later, Debates Rankle di James Risen del 27 ottobre 1999, gli articoli CIA Trained Pakistanis to Nab Terrorist But Military Coup Put an End to 1999 Plot, pubblicato sul Washington Times da Bob Woodward e Thomas E. Ricks il 3 ottobre 2001; Inside the Ring, pubblicato da Bill Gertz il 18 settembre 2009 sul Washington Post e U.S. missiles pound targets in Afghanistan, Sudan di Jamie McIntyre and Andrea Koppel pubblicato dalla CNN il 21 agosto 1998.

Oltre a questi abbiamo consultato i libri Ghost Wars: The Secret History of the CIA, Afghanistan, and Bin Laden, from the Soviet Invasion to September 10, 2001 di Steve Coll, The Osama bin Laden I Know di Peter Bergen, Taliban di Ahmed Rashid e la dichiarazione dell'ex Segretario alla Difesa William Cohen alla 9/11 Commission.

I campi di addestramento di al Qaeda oggetto dell'attacco in Afghanistan furono quattro, tutti nelle vicinanze di Kandahar. Uno di questi, chiamato Zhawar Kili al-Badr, veniva spesso utilizzato da bin Laden per organizzare incontri con i vertici di al Qaeda. Un summit era previsto proprio per il 20 di agosto, ma nonostante lo sforzo militare americano Osama non era presente al momento del bombardamento. Secondo quanto riportato da Coll, Osama era effettivamente presente a Zhawar Kili al-Badr il giorno dell'attacco ma lasciò la sede poche ore prima del bombardamento; al contrario secondo quanto riportato da Gertz, nei giorni immediatamente precedenti il leader di al Qaeda avrebbe cautelativamente cancellato l'incontro previsto per il 20 agosto dopo che Mohammed Sadeeq Odeh, uno dei leader di al Qaeda che avrebbe dovuto parteciparvi, fu arrestato in Pakistan.

L'attacco contro le quattro basi afghane fu condotto con 66 missili cruise lanciati da navi da guerra posizionate nel Mar Arabico. La scelta usare solo missili e di non impiegare forze umane fu ovviamente dettato dalla volontà di non rischiare la vita dei propri militari. Il numero di morti causati dall'attacco non è mai stato chiarito: secondo il giornalista pakistano Ahmed Rashid furono circa 30, mentre il membro di al Qaeda Nasser al-Bahri ha sostenuto che le vittime furono solo 6.

Lo stesso giorno e secondo le stesse modalità un simile attacco fu condotto contro l'industria farmaceutica Al-Shifa, a Khartoum, in Sudan. L'intelligence americana riteneva, come dichiarato da William Cohen, che vi fossero forti evidenze del fatto che Al-Shifa lavorasse alla creazione di armi chimiche, specificatamente gas nervini, per al Qaeda. Tuttavia l'anno seguente il Bureau of Intelligence and Research condusse un'indagine per chiarire se vi fossero effettivamente prove sufficienti e concluse che gli indizi in tal senso erano in realtà molto deboli. L'attacco fu condotto con il lancio di 13 missili cruise lanciati da navi da guerra posizionate nel Mar Rosso; il bilancio fu di un morto e dieci feriti, e ovviamente i danni prodotti ebbero un effetto nefasto sulla disponibilità di medicinali in Sudan.

Dopo quasi vent'anni i punti oscuri su quanto avvenuto quel giorno sono ancora molti e a distanza di tanto tempo sembra molto improbabile che vengano mai chiariti.

Etichette: , , , , ,

Articoli Precedenti