2014/09/17    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

Il Joint Inquiry e il presunto coinvolgimento saudita negli attentati

di John

Già nel corso della drammatica giornata dell’11 settembre 2001, mentre l’America prendeva coscienza della propria vulnerabilità nei confronti di una minaccia che aveva a lungo sottovalutato e mentre decine di migliaia di persone si adoperavano per prestare soccorso ai sopravvissuti del più grande attacco terroristico nella storia dell’umanità, i principali servizi responsabili per la sicurezza nazionale e  per l’antiterrorismo si erano messi in moto per acquisire ogni elemento utile all'identificazione degli esecutori degli attentati e dei loro mandanti.

Questo lavoro era dettato non solo dall'esigenza di valutare modalità e obiettivi della reazione americana ma anche di individuare le falle del sistema attraverso le quali i terroristi avevano potuto colpire così duramente. Numerose indagini e inchieste, anche interne e giudiziarie, si sono pertanto succedute nel tempo e tutte hanno prodotto rapporti e conclusioni che nel corso degli anni sono stati pubblicati anche sul Web, soprattutto dopo la conclusione del cosiddetto Processo Moussaoui che portò alla condanna di uno dei terroristi implicati nella fase preparatoria degli attacchi.

Tuttavia tanta gente non conosce questi documenti e ha sentito parlare soltanto del 9/11 Commission Report, ossia il rapporto di quasi 600 pagine rilasciato nel 2004 dalla Commissione Indipendente voluta dal Congresso Americano, perché quasi sempre, per ignoranza o per malevolo interesse, è l’unico ad essere citato, al punto da ingenerarsi la diffusa convinzione che quel rapporto sia la “verità ufficiale” del Governo Americano sui fatti dell’11 settembre 2001.

Peraltro gran parte di coloro che citano il 9/11 Commission Report (abbreviato: 9/11 Report) nemmeno lo hanno letto (e non ne esistono edizioni autorizzate in lingue diverse da quella originale in inglese), altrimenti saprebbero che in esso sono citati vari altri rapporti e inchieste precedenti, fra cui quello della FAA (l’ente americano che gestisce il trasporto aereo), dell’NTSB (l’ente che indaga sulle sciagure aeree), dell’USAF (l’aviazione militare americana), dell’ FBI (all’epoca il principale servizio antiterrorismo all’interno del territorio statunitense) e quello delle due commissioni congressuali permanenti di controllo sull’operato dei servizi segreti, denominato Report of the Joint Inquiry into the Terrorist Attacks of September 11, 2001 – by the House Permanent Select Committee on Intelligence and the Senate Select Committee on Intelligence (abbreviato: Joint Inquiry). In effetti il Joint Inquiry è un documento di grande interesse, certamente non secondario al 9/11 Report ma quasi del tutto ignorato in questi anni, nonostante fornisca risposte precise ed esaurienti a gran parte delle domande relative all'organizzazione degli attentati e alle ragioni per cui i servizi antiterrorismo americani non riuscirono a prevenirli.

Il Joint Inquiry, redatto nel 2002, mise a nudo gli errori di valutazione, il mancato scambio di informazioni tra i servizi che non cooperavano ma rivaleggiavano tra loro, le pastoie burocratiche e le limitazioni giuridiche che rallentarono o bloccarono l'attività di quegli investigatori che avevano subodorato che qualcosa di molto grave stava per accadere.

Anche dopo la sua pubblicazione, alcune delle circa 800 pagine del Joint Inquiry rimasero coperte dal segreto, ma ben pochi ci fecero caso perché, come si è detto, l'attenzione dell'opinione pubblica era concentrata soprattutto sul 9/11 Report (tant'è che qualcuno ancora confonde i due rapporti).

La questione è stata sollevata nella seconda metà del 2013 ed è stata riproposta con insistenza nelle ultime settimane, all'approssimarsi dell'anniversario della tragedia. Tutti parlano di “28 pagine secretate” nelle quali, secondo indiscrezioni apprese da chi avrebbe avuto accesso a quelle pagine, sarebbero descritti gli elementi che proverebbero il coinvolgimento dell'Arabia Saudita negli attentati dell'11 settembre.

È singolare che quasi nessuno tra i media che riportano la notizia indichi con precisione quali sono le pagine in questione: probabilmente in pochi hanno voglia di scartabellare 800 pagine, sia pure in formato PDF.

Se lo facessero, scoprirebbero che le pagine sono quelle comprese tra la 416 e la 443 del documento originale (che corrispondono alle pagine tra la 396 e la 422 del documento in formato PDF diffuso al pubblico) e che esse non solo le uniche ad essere secretate. Nel corpo del documento infatti, ci sono altre pagine e numerosi paragrafi non accessibili per cui il totale delle parti secretate ammonta a ben più di 28 pagine.

E non si tratta di una “scoperta” recente, nemmeno dal punto di vista mediatico: già nel 2003 i giornali scrivevano esattamente le stesse cose che vengono scritte oggi: le 28 pagine nascoste e il presunto coinvolgimento dell'Arabia Saudita.

Ma cosa c'è scritto in queste misteriose pagine mancanti?

Lo stesso Joint Inquiry si premura di spiegarlo, all'inizio del capitolo (Parte Quarta) secretato:

PART FOUR—FINDING, DISCUSSION AND NARRATIVE REGARDING CERTAIN SENSITIVE NATIONAL SECURITY MATTERS
20. Finding: [Through its investigation, the Joint Inquiry developed information suggesting specific sources of foreign support for some of the September 11 hijackers while they were in the United States. The Joint Inquiry’s review confirmed that the Intelligence Community also has information, much of which has yet to be independently verified, concerning these potential sources of support. In their testimony, neither CIA nor FBI officials were able to address definitively the extent of such support for the hijackers globally or within the United States or the extent to which such support, if it exists, is knowing or inadvertent in nature. Only recently, and at least in part due to the Joint Inquiry’s focus on this issue, did the FBI and CIA strengthen their efforts to address these issues. In the view of the Joint Inquiry, this gap in U.S. intelligence coverage is unacceptable, given the magnitude and immediacy of the potential risk to U.S. national security. The Intelligence Community needs to address this area of concern as aggressively and as quickly as possible].
Discussion: [The Joint Inquiry reviewed information in FBI and CIA documents suggesting specific potential sources of foreign support for the September 11 hijackers. While the Joint Inquiry uncovered this material during the course of its review of FBI and CIA documents, it did not attempt to investigate and assess the accuracy and significance of this information independently, recognizing that such a task would be beyond the scope of the Joint Inquiry. Instead, the Joint Inquiry referred a detailed compilation of information it had uncovered in documents and interviews to the FBI and CIA for further investigation by the Intelligence Community and, if appropriate, law enforcement agencies. A detailed summary of the available information pertaining to this issue is included in the classified version of the Joint Inquiry final report].
[It should be clear that this Joint Inquiry has made no final determinations as to the reliability or sufficiency of the information regarding these issues that was found contained in FBI and CIA documents. It was not the task of this Joint Inquiry to conduct the kind of extensive investigation that would be required to determine the true significance of such alleged support to the hijackers. On the one hand, it is possible that these kinds of connections could suggest, as indicated in a CIA memorandum, “incontrovertible evidence that there is support for these terrorists [---------------------------].” On the other hand, it is also possible that further investigation of these allegations could reveal legitimate, and innocent, explanations for these associations].
[Given the serious national security implications of this information, however, the leadership of the Joint Inquiry is referring the Joint Inquiry Staff’s compilation of relevant information to both the FBI and the CIA for investigative review and appropriate investigative and intelligence action].

In sostanza, il rapporto spiegava che gli investigatori erano in possesso di informazioni relative al possibile coinvolgimento di soggetti ubicati in paesi stranieri (“potential sources of foreign support”) ma precisava che tali informazioni non erano state verificate e che sarebbe stato necessario approfondire le indagini in quella direzione.

Trattandosi di indagini da sviluppare, è comprensibile che le autorità americane abbiano deciso di secretare quella parte del rapporto.

Tuttavia alcune testate giornalistiche riportarono alcune indiscrezioni provenienti da chi aveva avuto modo di leggere il rapporto originale (o vi aveva contribuito direttamente) e anche se le fonti di queste informazioni erano anonime, il loro contenuto sembra circostanziato e verosimile.

Tali indiscrezioni sono state ribadite in tempi molto più recenti e questa volta le fonti hanno anche un nome e cognome.

Dal complesso di queste informazioni giornalistiche si evince che i servizi investigativi avevano scoperto che alcuni dei dirottatori kamikaze avevano ricevuto supporto logistico e finanziamenti da esponenti del governo saudita e della casa regnante.

È bene precisare, però, che si sta parlando sempre e solo di ciò che è illustrato nel Joint Inquiry del 2003, ossia di informazioni che non erano state ancora verificate né approfondite a quel tempo. Ad esempio le “incontrovertibili prove” del coinvolgimento saudita sono un semplice appunto (“memo”) della CIA.

È il caso di ricordare che sulla base di informazioni incomplete e smozzicate gli americani sono già incappati in clamorosi errori (come quello del coinvolgimento iracheno negli attentati o del possesso di armi di distruzione di massa da parte dell'Iraq) per cui il buon senso consiglia di non dare un peso eccessivo alle ipotesi e alle indicazioni non verificate contenute nel Joint Inquiry e di attendere, piuttosto, che siano diffuse le conclusioni delle successive indagini da esse scaturite, delle quali, però, nessuno parla.

Purtroppo si ha la sensazione, infatti, che dietro la pressione mediatica per la desecretazione delle famigerate 28 pagine si celino interessi politici (come quello di mettere in difficoltà l'Amministrazione Obama o di incrinare i rapporti privilegiati che intercorrono tra Stati Uniti e Arabia Saudita) ed economici (la possibilità di ottenere risarcimenti dal governo saudita) anziché la sete di verità.

Del resto, che Osama bin Laden abbia goduto di importanti amicizie e parentele in Arabia Saudita è fuori discussione: era nato in Arabia, figlio di un magnate delle costruzioni edili molto vicino alla casa regnante saudita. Uno dei fratelli di Osama, Salem bin Laden, era stato uno dei due amici più intimi di Re Fahd.

Con oltre cinquanta fratelli e sorelle cittadini sauditi benestanti e a capo di un vero e proprio impero imprenditoriale e finanziario, non c'è da meravigliarsi che Osama bin Laden abbia mantenuto contatti con personaggi in vista del mondo politico, istituzionale e religioso saudita e sia riuscito a ottenere appoggi e finanziamenti per garantire il buon esito dei suoi piani terroristici.

Di qui a sostenere, però, che l'Arabia Saudita abbia consapevolmente concorso all'organizzazione degli attentati dell'11 settembre 2001 contro il suo principale alleato politico, economico e militare ce ne passa e soltanto la diffusione dell'esito delle indagini effettuate dopo la stesura del Joint Inquiry può, forse, dissipare il dubbio.

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2014/09/10    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

World Trade Center: an interview with survivor Alexander Spano

by Hammer. An Italian translation is available here.

For the thirteenth anniversary of 9/11, we wish to offer our readers the first-hand account of a survivor, Alexander Spano, who worked in the South Tower and was in his office when the first plane struck.

The survivors' direct accounts of their experience are the best way to avoid losing memory of the events and to prevent them from being twisted by conspiracy theories, which, as Spano confirms, only take hold among those who weren't there and didn't live those events personally.

We wish to thank Alexander Spano for his kindness and willingness.


Undicisettembre: Can you give an account of what you saw and experienced that morning? What do you recall, generally speaking?

Alexander Spano: I was working for a company called Oppenheimer Funds, I was the operations manager for them and my office was on the 33rd floor of Tower 2 on the south end of the tower overlooking the Hudson river. My main view was on the Statue of Liberty, which was very nice! I was a kind of workaholic at that time, I was usually the first one in and the last one out, so I used to get there at about 6 or 6:30 in the morning and be the first one to turn the lights on, get the office up and running and set up. So when employees started to come in on that day I was in my office and at a certain point we heard a very loud rumble and we felt the shake. Being the operations manager I was also the designated fire marshal for the four floors that we occupied.

I didn't think too much of it until I saw the debris flying around the buildings, all you could see was debris flying around the building. In the World Trade Center the air filtration system was seven stories below the bedrock of Manhattan and both buildings shared the air, so when the first plane hit the first building our building started right away getting of the smoke coming into the building from the air conditioning system. At first we thought it was a small plane, like a Cessna plane or a news helicopter, at that point we didn't know what it was.

I started to evacuate my people and had them starting to go down using the stairway because we were not allowed to use the elevators. It took about a good half an hour to get everybody down to the bottom. Once at the ground floor I checked all four floors. I had a couple of people that were with me: a friend of mine, Bill, and a girl, Valerie, they were helping me and making sure everybody had evacuated their floor.

While we were at the ground floor I saw there was some police, so I went to one of the cops and asked them “What's going on?” and he just told me “Get the hell out of here, get the hell out of here! Get out of the building right away!” But I said “Hey, wait a minute. The speakers are saying to get back to offices.” and he told me those were pre-recorded messages and told me “Forget about them, just get the hell out of here.” and he also started running away.

So we went outside on Liberty Street and while I was like ten feet from the door the second plane came over my head and hit the building right overhead of us. Some of the visions that I saw in those moments are haunting, I still have post traumatic stress disorder, I still suffer from that very much. I wish I could cut a piece of my brain from my head that stores all that so that I never hear or see it again but unfortunately it is something that I carry with me every day. It's hard and it's very, very scary but when I walked outside the first thing I saw were bodies flying around and on the floor. When I first walked out of the doors somebody's body fell from the sky and landed ten feet in front of me. I have a vision of an arm, just lying in the street and I saw it in shock and horror. The next thing that happened is this huge airplane flying right over my head and flying into the building right over me.

We started running but we couldn't get too far, I got hit by a piece of either building or airplane in the head and in the lower spine. Still today I'm paralyzed in my right leg and I wear an external prosthetic and I had five back surgeries. That happened when I covered two people when the debris was falling down: my friend Valerie and an older lady.

Anyway since I saw and heard this airplane directly it upsets me when I see these conspiracy theorists. It upsets me a lot because if you were not there you have no right to comment on what happened. They should speak to people it actually happened to. I find them insulting and rude. I would love to sit across a table from a conspiracy theorist and I want to hear what he has to say. I would love to do that one day.

So, after running for a while I wanted to call home and check in with my family, I knew some friends of mine a couple of streets away and I went over there but even their phones were not working. At that point what Valerie and I were going to do was to catch a ferry to New Jersey because the both of us lived there, but the police told us that we could not. We stayed there just looking up and watching the buildings burn: we saw bodies falling and people jumping out. It was very horrifying and it's something you never, ever want to see in your life.

As I was standing there and I was arguing with this police officer that the only thing I wanted to do was to get across the street to catch a ferry to go to New Jersey, all that we could hear was the sound of the slamming floors within the building.

I want to clarify this because a lot of people say “There was a bomb that triggered the floors to start falling”. That was not the sound of bombs. It clearly sounded like one floor dropping on top of another, it was just “boom, boom, boom, boom, boom, boom”, you could hear it from inside the Tower before it started falling. It didn't sound like a blast, it didn't sound like an explosion of any kind. It just sounded clearly like floors falling on top on one another. My building, which was Tower 2, started to come down. I was only one block away.

We found shelter inside a restaurant where we closed the doors, and we ended up getting locked in there because the smoke and the debris was so heavy it jammed the door shut, and we couldn't get out. We were stuck there for a half hour until the police broke the windows and we got out. When we got out Tower 1 started to fall down, it was the same exact sound of the interior floors falling and then the rest of the building coming down.


Undicisettembre: What happened next? What time did you go home?

Alexander Spano: We walked to Battery Park where they had buses, we took a bus that brought us up the East Side of Manhattan that is called FDR Drive, Franklin Delano Roosevelt Drive, they dropped us off and we walked to Midtown by Times Square. We walked across Manhattan to the West Side where we took a ferry that took us home. By the time I got home it was five or six o'clock at night.

My family didn't even know if I was alive or not until four o'clock when I found a pay phone close to Times Square that was working, it was pretty scary.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories which claim that 9/11 was an inside job?

 Alexander Spano: As I mentioned before I would love to sit across a table from one of these people, I want to sit down and see where they are getting their evidence, because I was there and they were not. Do you know anybody who is a conspiracy theorist and needs to be told and proven? Let me know! I would be more than happy to get on the phone with them. They are going to discount me being there and my first hand account versus what they just think happened just for fun or giggles. I want to have a one-on-one talk with one of these people.

There's nothing more frustrating than to know that people out there think that our government did this to us or that this was done on purpose for some other strange reason. None of these people saw what I went through and what many other people went through. I would love to have a talk with one of these people because there's no way they can discount what the heck I have to say.


Undicisettembre: In your opinion how popular are these theories in the United States?

Alexander Spano: They are considered a joke. They are not that popular but people who come out and say it was a conspiracy are discounted right away as jokes or as kooks.


Undicisettembre: What are your thoughts about the firefighters and the rescuers who risked their lives to save others?

Alexander Spano: Absolute heroes! Absolute heroes! If I were asking you “Would you give your life to save somebody else?” it would be a tough question to answer, but that's their job. These people wake up in the morning, wear a uniform and serve the public. They are pure humanitarian heroes.


Undicisettembre: What happened to you in the days after 9/11? How long did it take you to get back to normalcy?

Alexander Spano: To this day there's no normal life. I still wake up in the middle of the night with night shakes and sweating, loud noises for me are very tough.

Even just a few days after that date my responsibility as operations manager was to get the company back up and running. We had a contingency site in New Jersey and I had to get that up and running. I drowned myself in my work, this is what I ended up doing. I didn't feel much of the post traumatic stress disorder until much later, around six weeks later. But in the first days my main goal was to get my company up and running and in that period my body started to take the toll. I didn't know I had a broken spine and that I needed an operation right away until six weeks.

Within 48 hours my company was back up and trading. Thank God nobody of our company died, we got everybody out and nobody died.


Undicisettembre: Have you been to the 9/11 Memorial Museum yet?

Alexander Spano: I am planning on going. Soon. I just haven't had time to go yet unfortunately. It's not going to be easy. It's going to be a day of emotion and tears. It's going to be a day full of crying and I'll be in an emotional mess for the following two or three weeks. It's not going to be an easy thing to do.


Undicisettembre: What do you think about the new World Trade Center currently being built? Do you like it or would you have preferred to have the Twin Towers rebuilt?

Alexander Spano: At first I was more on the side of “We are the strong America, let's not show any weakness. They knocked down those buildings, let's build them right back up again”. But now if I think about it again I like the fact that they built a memorial where the two towers were and I do like the new tower, I think it brings pride back to New York. I like it.


Undicisettembre: You already told me your life never got back to normalcy, so how does 9/11 affect your everyday life?

Alexander Spano: Besides the physical part, emotionally it's very hard to live with that. Every anniversary I don't answer the phone anymore, I don't want to talk to people on that day anymore, I don't want people to tell me “Oh, I'm calling you for the anniversary, I'm glad you are here, bla bla bla...” I don't want all that. I want that to be a normal day. It's behind me, I want to go on.

I already have enough stuff in my life that reminds me of this. I don't know if you noticed but when we started this phone call it was 9:11 Eastern Daylight Time. And it happens me at least every day that I look at a digital clock, either in the morning or at night, and it says 9:11. My wife and I were looking to buy a new house and we went looking at one that we absolutely love and the address was 911 Ashburn Lane.

I know it's coincidence and that it might sound silly. I'm not a superstitious person, but it's just kind of weird that this kind of things just pop up.

I've spoken to people who were on D-Day, older gentlemen, veterans who were in World War 2, or people who were in war in Vietnam and they say that post traumatic stress is something you never get rid of. You cannot get rid of a thought in your mind, you can ignore it, you can put it in the back of your mind but it's always going to be there. People just told me “This is something that is now part of your life and it won't get away because it's in your brain, you are never going to get rid of it. You have to learn how to deal and cope with it on a daily basis, and the way you deal and cope with it is the most important thing.”


Undicisettembre: Do you think the country is still living in fear or has it regained its standing in the world?

Alexander Spano: Since 9/11 the country is living differently. We are more aware, it is unfortunate that even if international terrorism is scary enough we have our own problems like kids shootings in schools, or people going haywire. We are living in a much different age today, I tell my son often that when I was a kid, when you were 7, 8 or 9 years old, you could go outside and play and no one cared and you were fine. Today we are in a much different world. Even with my son being a teenager we always want to know where he is and that he's okay and that he's in an area that is okay.


Undicisettembre: Do you think bin Laden's killing helped healing the wound?

Alexander Spano: Oh yes! Oh sure, by far! I think America owed that to the people who lost their lives because of him and I think President Obama has done a wonderful job in working with the prior administration and with his administration in keeping up the fight and looking for him and finding him. I'm glad he wasn't captured alive, I'm happy he was shot in the head. A special operation like that, with a few of our soldiers, was the right way to do it.

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World Trade Center: intervista con il sopravvissuto Alexander Spano

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

In occasione del tredicesimo anniversario dell'11/9 offriamo ai nostri lettori il racconto diretto del sopravvissuto Alexander Spano che lavorava nella Torre Sud e che si trovava in ufficio al momento del primo schianto.

Le testimonianze dirette dei sopravvissuti sono il modo migliore per non perdere il ricordo di quanto accaduto e per evitare che questo venga distorto dalle teorie del complotto che, come confermato da Spano, attecchiscono solo tra chi non era presente e non ha vissuto sulla propria pelle quanto successo.

Ringraziamo Alexander Spano per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Cosa ricordi in generale dell'11/9? Ci puoi fare un racconto di ciò che hai visto quel giorno?

Alexander Spano: Lavoravo per una compagnia chiamata Oppenheimer Funds, ero il loro operations manager e il mio ufficio era al trentatreesimo piano della Torre 2 sul lato meridionale della torre, che si affacciava sul fiume Hudson. La mia veduta principale dava sulla Statua della Libertà, ed era bellissima! Ero un maniaco del lavoro, a quel tempo, solitamente arrivavo per primo e uscivo per ultimo, quindi di solito arrivavo alle 6 o alle 6:30 del mattino ed ero il primo ad accendere le luci e ad avviare le attività di ufficio. Quindi quando iniziarono ad arrivare gli impiegati quel giorno io mi trovavo in ufficio, e a un certo punto udimmo un rombo fortissimo e sentimmo l'edificio tremare. Essendo l’operations manager, ero anche responsabile delle emergenze per i quattro piani che occupavamo.
Non ci badai troppo finché non vidi macerie volare attorno agli edifici, tutto ciò che si vedeva erano macerie che volavano attorno all'edificio. Al World Trade Center il sistema di filtraggio dell’aria era sette piani sotto il livello del suolo roccioso di Manhattan e i due edifici condividevano l’aria, quindi quando il primo aereo colpì il primo edificio anche il nostro iniziò a ricevere del fumo che entrava dal sistema di condizionamento. Sulle prime pensavamo che si fosse trattato di un piccolo aereo, come un Cessna o un elicottero della stampa, in quel momento non sapevamo cosa fosse.

Iniziai a evacuare la mia gente facendola scendere per le scale, perché non era permesso usare gli ascensori. Mi ci volle una buona mezz’ora per far scendere tutti al piano terreno. Una volta giunti al piano terra controllai che tutti i quattro piani fossero stati evacuati. C’erano due persone con me: il mio amico Bill e Valerie, una ragazza, che mi stavano aiutando a controllare che tutti fossero usciti.

Mentre eravamo al piano terra vidi che c’erano alcuni agenti di polizia, quindi andai da uno di loro e chiesi: “Cosa succede?” mi disse: “Andate via da qui, andate via di qui! Lasciate subito l'edificio!” Ma io gli dissi: “Hey, aspetta un attimo. Gli altoparlanti stanno dicendo di tornare negli uffici.” E lui mi spiegò che quelli erano messaggi preregistrati e mi disse “Lascia stare i messaggi audio, andate via da qui.” e anche lui corse via.


Così uscimmo su Liberty Street, e quando ero a circa tre metri di distanza dalla porta il secondo aereo passò sopra la mia testa e colpì l'edificio proprio sopra di noi. Alcune cose che vidi in quei momenti mi perseguitano, soffro ancora di stress post traumatico, ne soffro ancora molto. Vorrei potermi tagliare via un pezzo di cervello dalla testa che conserva tutto questo, in modo da non sentirlo e non vederlo mai più, ma sfortunatamente è qualcosa che porto con me ogni giorno. È difficile ed è molto, molto spaventoso, ma la prima cosa che vidi quando uscii erano corpi che volavano e altri a terra. Appena uscii, il corpo cadde dal cielo e si schiantò a tre metri da me. Ho ancora la visione di un braccio, semplicemente steso in mezzo alla strada; lo vidi con sgomento e orrore. La cosa che vidi appena dopo fu questo immenso aereo che mi volava sopra la testa e si schiantava contro l'edificio sopra di me.

Cominciammo a correre ma non potemmo andare troppo lontano; fui colpito da un pezzo di aereo o di edificio in testa e nella parte bassa della spina dorsale. Tuttora sono paralizzato alla gamba destra, indosso una protesi esterna e ho subito cinque operazioni alla schiena. Questo successe quando coprii due persone mentre le macerie cadevano dall’alto: la mia amica Valerie e una signora anziana.

Comunque siccome ho visto e ho sentito questo aereo direttamente, mi infastidisce quando sento questi complottisti. Mi infastidisce molto, perché chi non era lì non ha diritto di commentare su ciò che accadde. Dovrebbero parlare con persone che lo hanno visto direttamente. Trovo che i complottisti siano offensivi e maleducati. Mi piacerebbe molto sedermi a un tavolo con un complottista e vorrei sentire cosa ha da dire. Mi piacerebbe molto farlo un giorno.

Quindi, dopo aver corso per un po’, volevo chiamare casa per informare la mia famiglia; avevo degli amici a un paio di isolati di distanza e andai da loro, ma neanche i loro telefoni funzionavano. A quel punto ciò che io e Valerie volevamo fare era prendere un traghetto che ci portasse nel New Jersey, perché entrambi abitavamo lì, ma la polizia ci disse che non potevamo. Rimanemmo lì a guardare in alto gli edifici che bruciavano: vedemmo corpi che cadevano e persone che si gettavano nel vuoto. Fu una cosa orribile, che non vorresti mai, mai vedere nella tua vita.

Mentre ero lì a dire a questo poliziotto che l’unica cosa che volevo fare era attraversare la strada per prendere un battello per il New Jersey sentimmo unicamente il rumore dei piani che collassavano all’interno del palazzo.

Voglio chiarire questa cosa, perché molta gente dice “C’era una bomba che ha innescato la caduta dei piani.” Non era il rumore di bombe. Era chiaramente il rumore dei piani che cadevano l’uno sull’altro, era proprio un “boom, boom, boom, boom, boom, boom” che si sentiva dall’interno dell'edificio prima che iniziasse a crollare. Non era il fragore di uno scoppio, non era il rumore di un'esplosione di qualsiasi tipo. Era proprio chiaramente il rumore dei piani che cadono l'uno sull'altro. Il mio edificio, che era la Torre 2, iniziò a crollare. Ero solo a un isolato di distanza.

Trovammo riparo in un ristorante, dove chiudemmo le porte e rimanemmo bloccati all’interno, perché il fumo e le macerie erano così pesanti che bloccarono la porta e non potevamo uscire. Rimanemmo bloccati lì per mezz’ora prima che la polizia rompesse le finestre e potessimo uscire. Quando uscimmo, la Torre 1 iniziò a crollare; c'era lo stesso rumore di piani interni che cadevano l’uno sull’altro e poi venne giù il resto del palazzo.


Undicisettembre: Poi cosa successe? A che ora tornasti a casa?

Alexander Spano: Camminammo fino a Battery Park, da cui partivano degli autobus, prendemmo un autobus che ci portò verso nord lungo la FDR Drive, Franklin Delano Roosevelt Drive, che costeggia il lato orientale; ci fecero scendere e camminammo fino a Midtown vicino a Times Square. Attraversammo Manhattan fino a West Side, dove prendemmo un battello che ci portò a casa. Arrivai a casa verso le cinque o le sei del pomeriggio.

La mia famiglia non seppe nemmeno se ero vivo o no fino alle quattro del pomeriggio, quando trovai un telefono a pagamento funzionante vicino a Times Square, fu spaventoso.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l'11/9 fu un autoattentato?


Alexander Spano: Come ho accennato prima, mi piacerebbe molto sedermi a un tavolo con una di queste persone, vorrei parlare con loro e sentire da dove tirano fuori le loro prove, perché io c’ero e loro no. Conosci qualche complottista che abbia bisogno di spiegazioni e prove? Fammelo sapere! Sarei più che felice di parlargli al telefono. Cercheranno di negare che ero lì e il mio racconto diretto in favore di ciò che loro pensano sia successo per divertimento o per scherzo. Voglio fare una chiacchierata faccia a faccia con una di queste persone.

Non c’è nulla di più frustrante di sapere che ci sono persone là fuori che pensano che questo sia stato fatto dal nostro governo o che sia stato fatta apposta per qualche altro strano motivo. Nessuna di queste persone ha visto ciò che ho passato io e che molti altri hanno passato. Vorrei proprio fare una chiacchierata con una di queste persone, perché non possono in alcun modo smentire ciò che ho da dire.


Undicisettembre: Secondo te, quanto sono popolari queste teorie negli USA?

Alexander Spano: Sono considerate una barzelletta. Non sono particolarmente popolari, ma le persone che dicono apertamente che era un complotto vengono screditate subito come barzellette o come dei pazzi.


Undicisettembre: Cosa pensi dei pompieri e dei soccorritori che hanno rischiato la propria vita per salvare gli altri?

Alexander Spano: Eroi assoluti! Eroi assoluti! Se ti chiedessi “daresti la propria vita per salvare qualcun altro?” sarebbe una domanda difficile da rispondere, ma questo è il loro lavoro. Queste persone si svegliano al mattino e indossano un’uniforme per servire la collettività. Sono eroi umanitari.


Undicisettembre: Cosa ti è successo dopo l’11/9? Quanto ti ci è voluto per tornare alla normalità?

Alexander Spano: Tuttora non ho una vita normale. Mi sveglio ancora nel cuore della notte sudato e con tremori; i rumori forti mi mettono in crisi.

Già pochi giorni dopo, il mio compito come operations manager era di far ripartire la società. Avevamo un sito d'emergenza nel New Jersey e feci ripartire quello. Mi immersi totalmente nel lavoro, questo è ciò che finii per fare. Non sentii granché lo stress post traumatico fino a molto dopo, circa sei settimane più tardi. Ma nei primi giorni il mio obiettivo principale era far ripartire la società e in quel periodo il mio fisico iniziò a risentirne. Seppi di avere una vertebra fratturata e che dovevo essere subito operato soltanto sei settimane dopo.

Entro 48 ore la mia società aveva ripreso a fare trading. Grazie a Dio nessuno dell'azienda era morto; avevamo evacuato tutti e nessuno era perito.


Undicisettembre: Sei già stato al 9/11 Memorial Museum?

Alexander Spano: Ho intenzione di andarci. Presto. Non ne ho ancora avuto tempo, purtroppo. Non sarà facile. Sarà un giorno di emozioni e lacrime. Sarà un giorno pieno di pianto e sarò in un caos emotivo per le successive due o tre settimane. Non sarà una cosa facile da fare.


Undicisettembre: Cosa pensi del nuovo World Trade Center attualmente in costruzione? Ti piace o avresti preferito che fossero ricostruite le Torri Gemelle?


Alexander Spano: Sulle prime ero più propenso a pensare “Siamo la forte America, vediamo di non mostrare alcuna debolezza. Hanno abbattuto quegli edifici, ricostruiamoli subito.” Ma adesso, se ci ripenso, apprezzo che abbiano costruito un memoriale dove sorgevano le torri e mi piace la torre nuova, credo che riporti l’orgoglio a New York. Mi piace.


Undicisettembre: Hai già spiegato che la tua vita non è mai tornata alla normalità, l'11/9 come influenza la tua vita quotidiana?

Alexander Spano: A parte il lato fisico, emotivamente è molto difficile conviverci. Nel giorno dell’anniversario non rispondo più al telefono, non voglio più parlare con le persone quel giorno, non voglio che mi dicano: “Oh, ti chiamo per l’anniversario. Sono felice che tu sia vivo, bla bla bla...” Non voglio niente di tutto ciò. Voglio che sia un giorno normale. L’ho lasciato dietro di me, voglio andare avanti.

Ho già abbastanza cose nella mia vita che me lo ricordano. Non so se l’hai notato, ma quando abbiamo iniziato questa telefonata qui erano le 9:11. E mi capita almeno una volta al giorno di guardare un orologio digitale, la mattina o la sera, e sono le 9:11. Mia moglie e io volevamo comprare una casa nuova e siamo andati a vederne una che ci piaceva molto e l’indirizzo era 911 Ashburn Lane.

So che è una coincidenza e che può sembrare stupido. Non sono superstizioso, ma è strano quando ti capitano queste cose.

Ho parlato con persone che hanno partecipato al D-Day, uomini anziani, veterani che hanno fatto la Seconda Guerra Mondiale, o persone che hanno fatto la guerra del Vietnam, e dicono che lo stress post traumatico è qualcosa di cui non ti liberi mai. Non puoi liberarti di un pensiero che hai in testa, puoi ignorarlo, puoi metterlo in disparte mentalmente, ma sarà sempre lì. Mi dicevano semplicemente “È qualcosa che ora è parte della tua vita e non puoi liberartene perché è nel tuo cervello, non te ne libererai mai. Devi imparare a conviverci e ad affrontarlo giornalmente, e il modo in cui ci convivi e lo affronti è la cosa più importante.”


Undicisettembre: Pensi che la nazione viva ancora nella paura o che abbia recuperato la sua posizione mondiale?

Alexander Spano: Dall’11/9 la nazione vive in modo diverso. Siamo più consapevoli, ed è triste che anche se il terrorismo internazionale fa abbastanza paura, abbiamo i nostri problemi interni come le sparatorie di ragazzini nelle scuole o le persone che impazziscono. Viviamo in un’epoca molto diversa oggi; dico spesso a mio figlio che quando io ero piccolo a sette, otto o nove anni potevi uscire a giocare e nessuno si preoccupava. Oggi siamo in un mondo molto diverso. Anche se mio figlio è un teenager, vogliamo sempre sapere dov’è, se sta bene e se la zona dove si trova è sicura.


Undicisettembre: Pensi che l'uccisione di bin Laden abbia aiutato a sanare la ferita?


Alexander Spano: Oh sì! Oh certo, di molto! Credo che l’America lo dovesse alle persone che hanno perso la propria vita a causa sua e credo che il Presidente Obama abbia fatto un ottimo lavoro collaborando con l’amministrazione precedente e con la propria nel tenere viva la lotta e nel cercarlo e trovarlo. Sono contento che non sia stato preso vivo; sono contento che sia stato ucciso con un colpo alla testa. Un’operazione speciale come quella, con pochi dei nostri soldati, è stato il modo giusto di farlo.

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2014/08/10    Permalink       3 commenti         Avvertenze per i commentatori

Holy War, inc di Peter Bergen

di Hammer

Sei mesi dopo l'attentato dell'11/9 il giornalista della CNN Peter Bergen ha pubblicato il volume intitolato Holy War, inc in cui ricostruisce la storia di al Qaeda e del suo fondatore. Il volume è disponibile anche in italiano con il medesimo titolo.

Il libro si apre con un lungo prologo in cui Bergen narra del proprio viaggio insieme al collega Peter Arnett in Afghanistan nel 1997 al fine di incontrare Osama bin Laden per un'intervista. I due giornalisti atterrarono con l'aereo nella capitale pakistana Islamabad e il tragitto proseguì con un autoveicolo fino all'Afghanistan. L'autore offre un racconto vivido dei profumi, dei rumori, dei mercati e dei paesaggi che sembravano tratti da Il Signore degli Anelli, come lui stesso dice, incontrati durante il lungo viaggio fino Jalalabad dove furono raggiunti dagli emissari di Osama bin Laden che li condussero bendati al luogo dove si nascondeva il loro capo. Bergen racconta quindi dell'incontro con il terrorista saudita e dell'intervista che questi concesse con l'aiuto di un interprete, nonostante in varie occasioni Osama dimostrasse di essere in grado di capire le domande in inglese senza traduzione.

Nel primo capitolo l'autore sostiene che la necessità di scrivere un libro che chiarisca le origini di al Qaeda e la storia personale di bin Laden nasce dal fatto che molto di ciò che si legge su articoli di giornale o libri è falso o basato su leggende metropolitane infondate. Tra i libri che contengono errori e imprecisioni cita anche la celeberrima biografia Bin Laden: The Man Who Declared War On America di Yossef Bondasky che narra di un viaggio, nella realtà mai compiuto, a Beirut di bin Laden in età giovanile durante il quale si sarebbe dedicato all'alcol, alle donne e alle risse da bar. Bodansky aumenta il proprio bagaglio di inesattezze sostenendo che Osama abbia vissuto a lungo a Londra e che nel 1996 sarebbe anche stato corresponsabile dell'abbattimento del volo TWA800.

Bergen passa quindi a descrivere le origini di bin Laden, figlio di un imprenditore edile saudita di grande successo proveniente da una famiglia yemenita. Nei primi anni 80 Osama viveva spostandosi continuamente tra l'Arabia Saudita e l'Afghanistan dove fondò al Qaeda nel periodo di occupazione sovietica, inizialmente allo scopo di resistere all'invasore.

L'autore dedica quindi un intero capitolo a smentire le leggende secondo cui al Qaeda sarebbe stata legata alla CIA e abbia ricevuto finanziamenti proprio dall'agenzia statunitense. Bergen chiarisce infatti che i soldi che la CIA destinò ai guerriglieri locali che avrebbero dovuto ostacolare l'avanzata sovietica furono consegnati ai mujahideen attraverso la mediazione dei servizi segreti pakistani. L'amministrazione americana compì comunque degli errori in queste fasi: uno di questi fu l'aver dotato i mujahideen dei missili terra-aria Stinger. Lo Stinger, spalleggiabile e a ricerca di calore, consentì ai guerriglieri locali di abbattere numerosi aerei ed elicotteri sovietici, privando così il nemico del proprio principale vantaggio. Ma circa duecento di questi missili rimasero inutilizzati e finirono nelle mani dell'Iran, dei Talebani e di al Qaeda.

Nei primi anni novanta Osama iniziò a maturare l'odio verso gli Stati Uniti. Il 2 agosto del 1990 l'Iraq di Saddam Hussein avviò la propria offensiva militare verso il Kuwait al chiaro scopo di invaderlo. La risposta internazionale non si fece attendere e l'Arabia Saudita concesse alle truppe americane di entrare sul proprio suolo nell'ambito di quella che fu chiamata Operazione Desert Shield. Il rapporto tra Osama bin Laden e il governo saudita si trovò quindi irrimediabilmente compromesso perché quest'ultimo aveva concesso a degli "infedeli" di entrare sul proprio suolo. Il terrorista decise quindi di emigrare in Sudan dove governava un regime islamico fondamentalista.

Durante gli anni passati in Sudan Osama organizzò diversi attentati verso obiettivi statunitensi, tra cui il palazzo della National Guard a Riyadh e il complesso militare delle Khobar Towers a Dhahran.
Al contempo Osama fondò un'organizzazione chiamata Advice and Reformation Committee basata in Arabia Saudita che aveva lo scopo di organizzare e incoraggiare l'opposizione al governo. Negli stessi anni bin Laden tentò anche di danneggiare il governo egiziano di Honsi Mubarak organizzando un piano, poi fallito, per uccidere il presidente durante un congresso ad Addis Abeba nel 1995 e con un attentato all'ambasciata egiziana in Pakistan nel novembre dello stesso anno.

I governi dell'Egitto e degli Stati Uniti fecero forti pressioni al governo del Sudan affinché espellesse Osama, e a seguito di tali pressioni internazionali, il terrorista saudita decise di tornare in Afghanistan. Durante il periodo trascorso nello stato asiatico al Qaeda compì due attentati contro altrettante ambasciate americane in Africa: in Kenya e Tanzania. A seguito di questi attentati gli Stati Uniti condussero bombardamenti mirati verso campi di addestramento di al Qaeda in Afghanistan e in Sudan nei quali rimasero uccisi numerosi miliziani legati a bin Laden.

L'autore apre quindi una digressione sulle condizioni dell'Afghanistan sotto il regime fondamentalista dei Talebani e sui rapporti tutt'altro che idilliaci tra Osama e il Mullah Omar, quest'ultimo infatti vedeva nella violenza propagandata dal terrorista un ulteriore ostacolo al riconoscimento internazionale del governo dei Talebani.

Il racconto riprende quindi con l'attentato al cacciatorpediniere USS Cole e con il racconto di un viaggio dell'autore nel villaggio di al Rubat, nella regione Yemenita dello Hadramawt, da cui è originaria la famiglia bin Laden la cui popolazione locale rigetta integralmente la guerra santa di al Qaeda e del suo leader.

Nell'ultimo capitolo del volume Bergen prova a rispondere a una domanda che tutti si sono prima o poi posti: cosa spinge Osama bin Laden a spargere morte e terrore? Contrariamente a quanto viene detto da alcuni giornalisti generalisti o da politici a scopi propagandistici, l'odio di bin Laden per gli USA non nasce da ragioni culturali ma dalla politica americana in medio oriente: ossia dalla presenza militare americana in Arabia Saudita, dal loro sostegno di Israele e di regimi considerati apostatici da Osama quali quelli di Arabia Saudita e Hosni Mubarak in Egitto. Secondo alcuni commentatori l'odio di al Qaeda e del suo leader verso gli Stati Uniti è da ricercarsi anche nelle disparità sociali tra l'occidente e il mondo arabo, ma Bergen scarta anche questa teoria sostendendo che se così fosse i dirottatori sarebbero stati scelti tra le classi più povere, e non in quelle benestanti, dei paesi arabi.

L'autore chiude il volume con un'altra importantissima riflessione. Quello condotto e causato da bin Laden non è uno scontro di civiltà tra mondo islamico e occidente, anzitutto perché l'Islam non è un monoblocco dal pensiero unico, ma soprattutto perché molte nazioni a maggioranza islamica osteggiano l'operato di al Qaeda e supportano gli Stati Uniti e i loro alleati nella guerra al terrorismo.

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2014/07/21    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

World Trade Center 3: an interview with survivor Frank Razzano

di Hammer. An Italian translation is available here.

The Marriott Hotel stood right between the Twin Towers, and every day it was thronged with guests, visiting or on business in Manhattan.

The hotel was completely destroyed by the 9/11 attacks, yet many of its guests survived, and their personal accounts contain many precious details of what happened that day.

Undicisettembre now publishes the account of Washington lawyer Frank Razzano, quoted with his consent, who was in New York for a very important case.

We would like to thank Frank Razzano for his availability and kindness.

Undicisettembre: Can you give an account of what you saw and experienced that morning? What do you recall, generally speaking?

Frank Razzano: I'm a lawyer. I do primarily white collar criminal defense and securities litigation. I had a very large case pending in the Federal Court in Manhattan in 2001. We were getting ready for a trial that was going to start on September 11th and I was staying at the Marriott Hotel, which was between the Twin Towers.

I worked late on the night of September 10th, about 11 at night. The witness we were preparing said he was unable to stay any longer because he had a doctor's appointment the next morning and that he would have been in the office by eleven o'clock. We said that was fine and I decided I was going to sleep late the next morning, so I went back to the hotel and went to bed.

Then early in the morning I heard a huge banging sound. I got up, I went to the window, I opened the drapes, I looked out and there were papers fluttering down to the ground. I had stayed at this hotel many, many times and in that part of lower Manhattan, which is right on the harbor, strong winds would blow up off the Atlantic Ocean, through the harbor, and would hit the buildings, so I thought it was a pane of glass which had shattered and opened a hole, and that's where the papers were coming out of. So I didn't think very much of it and I went back to bed. When it was more or less twenty minutes later I heard an explosion. I got up, opened the blinds again and this time I saw fireballs falling into Liberty street. These fireballs were falling into a parking lot that was directly across from my room; there was a Greek Orthodox Church and there was a parking lot surrounding it, fireballs were falling into the street and were setting cars on fire. So at that point I knew there was something wrong.

I put the TV on and I put on “Today Show”, which is a morning television show in the United States, and they were reporting that two planes had hit the World Trade Center. One had hit the North Tower, and it was the first plane which I described as a big banging sound because it was on the opposite side of the hotel from where I was; and the second hit the South Tower and it was 80 stories above my head. Initially they were debating whether this was a terrorist attack, they weren't sure, in any event they were saying the firemen were on their way and they would have put out the fires. I looked out of the window again and sure enough I could see the fire trucks and the emergency vehicles down in the streets.

At this point I was just standing there in my underwear because I had just got out of bed. I thought to myself: “Well, what am I going to do?” I had a case that was going to trial and I needed to prepare the trial and I thought to myself: “The best thing to do is to get dressed and to go to my meeting at 11 o'clock.” I took a shower, I shaved, I got dressed and as I was about to put my jacket on, I was watching TV, and they were saying it was definitely a terrorist attack. And a thought occurred to me that if that was a terrorist attack, like had happened in 1993, the FBI was going to cordon off the building and I would not be able to get back in the building that evening. So I wasn't going to leave all the papers for my court case in the room. I was staying in a suite room and I went to the living room portion of the suite and I packed up all my papers and boxes and litigation bags. I was standing there and I thought to myself: “I wonder if I can get a bellman to help me to get all this stuff out of the room.” Suddenly the building began to quiver and shake as if there was an earthquake. I looked out of the windows and I saw a curtain of concrete and steel falling out of the sky. It was like a curtain of a theater coming down turning what was a bright and sunny day into total blackness.

I ran to the office side of the room, pressed myself against the wall and I could feel the building breaking up as if the building was being hit by artillery fire. My first thought was: “I'm going to die in this building” and I thought to myself: “Have you led a good life? Have you led a kind of life that our parents could be proud of?” Next thought was that my daughter had just gotten engaged two weeks before. I thought: “I'll never see my daughter get married.”

I wasn't panic stricken and I wasn't afraid. I was kind of resigned to “This is the end.”

This went on for about a minute with the hotel being hit by the rubble of the South Tower. Then it stopped, and when it stopped I was still alive. The room was a shambles and I made my way to the door. I got out of the door and I yelled out, a voice came back to me and that was Jeff Johnson, a fireman, he was under debris and in the doorway of the fire stairs.

I didn't know that at the time, but when the South Tower came down it collapsed the entire center portion of the hotel. There was a chunk of the hotel that was still left standing next to the North Tower, and then there was only a very small spire that was left standing up to the nineteenth floor on the south side of the building. And that's where I was. I was on the nineteenth floor, the floors above had collapsed, and the rest of the building, except these small slivers, had collapsed. Jeff, the fireman, told me I had to make my way down the fire staircase, and not to worry about him because he would be down after me.

I made my way down the fire staircase, the emergency lights were still on so I was able to see to make my way down the stairs. When I got down to the fourth floor there was debris in the stairwell, I called out and a group of people on the third floor landing called back and said: “There is a group of people here on the third floor landing, but we can’t go down any further because the stairs collapsed down to the ground.”

Moving around the rubble which was on the fire staircase, and creating an opening that was large enough to get through, I made my way down to the third floor landing. On that floor there was the banquet manager of the hotel and three hotel guests: one was an older gentleman who had worked for a law firm in Manhattan, and had come up from his retirement in Florida to visit his old partners; another one was a businessman from Denver, Colorado, and I don't recall where the other gentleman was from.

When standing at the third floor landing there was a huge hole in the wall, the entire wall had collapsed and we were looking directly on the same scene as I had seen from my room. We were looking out across Liberty Street and to the parking lot where the Orthodox Church was.

There was an I-beam that was lodged on a ledge on the second floor of the building and it was leaning up against the third floor landing. A few moments later Jeff Johnson, the fireman that I had seen on the nineteenth floor, came down the stairs with another fireman. Jeff came down, he walked up to the landing, looked outside and climbed down the I beam, when he got down to the ledge he walked along the ledge, disappeared for a moment, then came back. He looked up at us and said: “This is the way out. We have to get out of this building on our own, nobody is coming for us. Anybody who was in the streets is dead and no one will come for us. We have to get out on our own. What I want you all to do is to crawl down the I beam to the second floor landing, just the way I did.”

So we walked along the ledge on the outside of the building, just a few feet away there was another gaping hole in the wall. We would go back into the building through that gaping hole, and we would try to find our way out, through that gaping hole which was on the second floor. So the banquet manager of the hotel got onto the I-beam and made his way down, I got on the I-beam next and then the fellow from Colorado came down. We walked along the ledge and a few feet away there was the hole in the wall; we reentered the hotel from the ledge, and we were standing there, waiting for the other fireman and the other two men to come down the I-beam. All of a sudden I heard what I can only describe as a freight train coming at me out of the sky. I had no idea what it was. Jeff, the fireman, said to us: “Get on the ground”. We all got to the ground inside the building and you could hear the clackety, clackety, clackety, clackety sound of the North Tower coming down. It was not a freight train but the North Tower which was falling, with the floors falling on top of each other and that was causing that clacking sound. We got buried by debris, the hole in the wall from which we had come though was now gone, it was entirely filled with debris, and we had like three feet of debris on top of us. We fought our way out of the debris, and we were standing waist deep in debris, barely able to breath, there was a ton of smoke and debris in the air. Literally every time you took a breath it was like drowning, you couldn't get air into your lungs. That was probably the most terrifying moment I had that whole day: not being able to get any air and not being able to breathe, having your nose and your throat and your mouth filled with the debris that was in the air.

Anyway, we cleared our breathing passages and we were able to get some air. The banquet manager, the guy from Colorado and I stood there in the debris hugging each other, Jeff began to get his legs out from under the debris and he began looking around the room and he said to the banquet manager: “Where is there a door in this room? We have to get out.” The banquet manager said to him: “We are on the second floor, we must be over the restaurant, so this has to be the garden room. There should be a door at the end of this room.” Jeff fought his way across the debris field and got to the other side of the room and the door was blocked. There was very little light in the room, but in the center of the room there was a steel beam, a huge steel beam, a supporting beam from the hotel. Jeff looked at that steel beam and, I'll never forget this till my dying day, he said “We got to get the fuck out of here right now! That beam is buckling, the rest of the building is going to come down.” And he began looking to see how we were going to get out. On the West Street side of the building he found a small hole in the wall, maybe three feet by three feet. He took a rug, he lodged it in some debris, and he threw it over the side of the building. He looked back at us and said: “This is our way out.” One of the men that I was with said: “Oh, you got to be crazy, it is too dangerous to go down that rug.” The banquet manager went down that rug first and he made it down, I went second, then went the other man and then Jeff came down.

It wasn't as harrowing as it may seem because there were fifteen feet of debris in the street. The climb down the rug was probably only ten feet to the debris pile. We made our way across what was West Street which was now only a debris pile, as we moved across the debris pile again there was one of the most horrifying moments because there were still stuff falling out of the air. I remember thinking to myself: “God, I made it out of that building and now I'm going to die getting hit in the head with something.” We got across the street and Jeff hooked up with another fireman he knew, and he took off. He told us “Walk over to the Hudson River.” We walked to the Hudson River where there was a policeman who told me “You are bleeding from the head.” I hadn't realized I was bleeding up to that point. He said: “We are going to evacuate you out of here on a Police boat. We are going to take you across the river to New Jersey, we cannot take you to a hospital in New York because all the streets are blocked. There's no way we can get you to a hospital in New York.”

The other two men I was with were told: “Walk down to the end of the island, to the Battery, an aid station has been set up there.”

I got in on the Police boat, and they put several other firemen who injured themselves in the rescue attempt on the Police boat, and as we were going across the Hudson River I looked back to the city and I said to a guy: “Where is the World Trade Center?”

“What do you mean where is the World Trade Center?”

“I know the tops of the buildings fell down.”

“The tops of the buildings didn't fall down, these buildings collapsed down to their foundation.”

That was the first time I knew that the buildings were gone. I had gone to high school in New York City and I remember distinctively from one of the classrooms in my school I could see the World Trade Center being built. It was a tremendous landmark for New York City and it's almost inconceivable that in the course of a morning it would be gone.

We went to Ellis Island first where they set up a triage center, I was examined there and they put me in an ambulance, and took me to the hospital in Bayonne. When I got there they did an MRI and I had bleeding in the brain cavity. So they put me on intensive care and they had two possible treatments: one was the way to see if the bleeding had stopped naturally and the second is if it didn't, so they go in and they cauterize the wound.

In my case I was fortunate enough that it stopped and I was released from hospital three days later. My wife and daughter came up from Washington where I live and they got me out of the hospital and they took me home.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories which claim that 9/11 was an inside-job?

Frank Razzano: It's not true. It's preposterous to think that that's how it happened. It's just not true.


Undicisettembre: You described the noise of the collapses as “clacking sound”. Were they explosions in your opinion?

Frank Razzano: No, no. Clearly not. I'm not an engineer but what I understand is that the supports of these buildings were on the outside. One of the advantages, one of the big selling points is that you can have one acre of office space unimpeded by steel beams in the middle of the floor. What was holding the buildings up was the shell on the outside. So when the planes hit the buildings they undermined the structural integrity of the buildings, when the top portion of the building began to fall they fell one floor on top of another floor on top of another floor.


Undicisettembre: What are your thoughts about the firefighters and the rescuers who risked their lives to save others?

Frank Razzano: These guys are the most incredible human beings. Until this event I'd never thought too much about firemen. At the World Trade Center now there's a memorial with the names of the firemen that died. On that day over 300 firemen in NYC died trying to rescue people in the buildings. It's incredible to think that these guys risk their own lives on a day to day basis to help other people. The Jesuits have a saying that they are men for others, but also these firemen and police officers are truly men for others. Every day they go to work and they risk their lives, most of us don't do that.


Undicisettembre: How did 9/11 affect your everyday life?

Frank Razzano: I try to be nicer to people, kinder to people, more understanding. I used to think that I wanted to die at my desk, I don't want to die at my desk now. I want to enjoy life. That's how it affected my life. I became more religious as a result. It took me a few years to do it but I made the pilgrimage to Santiago in Spain, I walked the “Camino” in honor of the other people who didn't make it. So I think this is the way it has affected my life.


Undicisettembre: What are your personal thoughts about the new World Trade Center?

Frank Razzano: I think the new buildings are very nice. United States has been attacked by external enemies three times. Once the British invaded Washington D.C. and they burned down the White House during the war on 1812; then the Japanese attacked Pearl Harbor on December 7th 1941 and in 2001 terrorists attacked the World Trade Center. I think it was very important for United States to rebuild, every time we've been attacked by foreign enemies we have not given up, we've rebuilt and it has made the country stronger and that's what we've done this time. This new building is a symbol of the American strength and American determination, they will not be defeated by anyone.

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World Trade Center 3: intervista con il sopravvissuto Frank Razzano

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Il Marriott Hotel sorgeva in mezzo alle due Torri Gemelle ed era ogni giorni affollato di persone che si trovavano a Manhattan in visita o per motivi di lavoro.

L'hotel è andato completamente distrutto negli attacchi dell'11/9, ma molti dei suoi ospiti sono sopravvissuti e i loro racconti contengono molti preziosi dettagli su quanto accaduto quel giorno.

Undicisettembre offre oggi ai suoi lettori la testimonianza dell'avvocato di Washington Frank Razzano, citato con il suo permesso, che si trovava a New York per un caso particolarmente importante.

Ringraziamo Frank Razzano per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Cosa ricordi in generale dell'11/9? Ci puoi fare un racconto di ciò che hai visto quel giorno?

Frank Razzano: Sono un avvocato. Mi occupo principalmente della difesa nei reati dei “colletti bianchi” e di vertenze previdenziali. Avevo in corso un caso molto importante alla Corte Federale di Manhattan nel 2001. Ci stavamo preparando per un processo che sarebbe iniziato l'11 settembre e io alloggiavo al Marriott Hotel che era tra le Torri Gemelle.

Avevo lavorato fino a tardi la sera del 10 settembre, circa fino alle 11 di sera. Il testimone che stavamo preparando disse che non poteva restare oltre perché la mattina seguente aveva un appuntamento dal dottore e che sarebbe arrivato in ufficio per le undici. Gli dicemmo che andava bene e decisi che la mattina dopo avrei dormito fino a tardi, quindi tornai in albergo e andai a letto.

Poi la mattina presto sentii fortissimo il rumore di uno scoppio. Mi alzai, andai alla finestra, aprii le tende, guardai fuori e c'erano carte nell'aria che cadevano al suolo. Avevo alloggiato molte, molte volte in quell'albergo e in quella parte di Manhattan, che è proprio sul porto, forti venti soffiavano dall'Oceano Atlantico, attraversando il porto, e colpivano i palazzi quindi pensai che fosse un pannello di vetro che si era rotto e avesse aperto un varco da cui usciva la carta. Non ci badai molto e tornai a letto. Circa venti minuti dopo sentii un'esplosione. Mi alzai, aprii di nuovo le tende e questa volta vidi delle palle di fuoco che cadevano su Liberty Street. Queste palle di fuoco cadevano in un parcheggio che era proprio di fronte alla mia camera; c'era una Chiesa Greco Ortodossa e c'era un parcheggio che la circondava, le palle di fuoco cadevano nella strada e incendiavano le automobili. A quel punto capii che c'era qualcosa che non andava.

Accesi la televisione su “Today show”, che è una trasmissione del mattino negli Stati Uniti, e stavano raccontando che due aerei avevano colpito il World Trade Center. Uno aveva colpito la Torre Nord, ed era il primo aereo che io descrissi come uno scoppio perché era dalla parte opposta dell'hotel rispetto a dove mi trovavo; e il secondo aveva colpito la Torre Sud ed era 80 piani sopra la mia testa. Inizialmente discutevano se si trattasse di un attentato, non lo sapevano con certezza, comunque stavano dicendo che i pompieri stavano arrivando e che avrebbero spento gli incendi. Guardai fuori dalla finestra un'altra volta ed effettivamente vidi i camion dei pompieri e i veicoli di emergenza nelle strade.

A quel punto ero lì in piedi in intimo perché mi ero appena alzato dal letto. Pensai: “Beh, adesso cosa faccio?” Avevo un caso che stava andando a processo e dovevo prepararlo e pensai: “La cosa migliore da fare è vestirmi e andare al mio appuntamento alle 11.” Feci la doccia, mi feci la barba, mi vestii e mentre stavo per mettermi la giacca guardavo la TV e stavano dicendo che era sicuramente un attacco terroristico. Pensai che se era un attacco terroristico, come nel 1993, l'FBI avrebbe recintato il palazzo e non avrei potuto rientrare quella sera. Quindi non volevo lasciare le carte del mio caso nella stanza. Ero in una suite e mi spostai nel salotto della suite e raccolsi tutte le mie carte, le scatole e le borse con i documenti. Ero lì in piedi e pensai: “Chissà se posso chiedere un facchino che mi aiuti a portare queste cose fuori dalla stanza.” Improvvisamente il palazzo cominciò a vibrare e a scuotersi come se ci fosse un terremoto. Guardai fuori dalla finestra e vidi una tenda di calcestruzzo e acciaio che cadeva dal cielo. Era come la tenda di un teatro che scendeva trasformando una giornata che era luminosa e solare nella totale oscurità.

Corsi nella porzione di ufficio della suite e mi schiacciai contro il muro e potei sentire il palazzo che si stava rompendo come se fosse sotto fuoco di artiglieria. Il mio primo pensiero fu: “Morirò in questo palazzo” e pensai: “Hai condotto una buona vita? Hai trascorso un tipo di vita di cui i tuoi genitori possono essere orgogliosi?” Il mio pensiero successivo fu che mia figlia si era appena fidanzata due settimane prima. Pensai: “Non vedrò mia figlia sposarsi.”

Non ero nel panico, non avevo paura. Ero come rassegnato a “Questa è la fine.”

Questo continuò per circa un minuto con l'albergo che veniva colpito dalle macerie della Torre Sud. Dopo un po' si fermò e quando si fermò ero ancora vivo. La stanza era un disastro, camminai fino alla porta, uscii dalla stanza e urlai, una voce mi rispose ed era Jeff Johnson, un pompiere, era sotto le macerie nel varco della porta per la scala antincendio.

In quel momento non lo sapevo ma quando la Torre Sud crollò distrusse l'intera porzione centrale dell'hotel. C'era una parte di albergo ancora in piedi vicino alla Torre Nord e poi c'era una guglia sottilissima che era ancora in piedi per diciannove piani sul lato sud del palazzo. E io ero lì. Ero al diciannovesimo piano, i piano sovrastanti erano crollati e il resto del palazzo, ad eccezione di queste due piccole porzioni, era crollato. Jeff, il pompiere, mi disse che dovevo scendere per la scala antincendio e di non preoccuparmi per lui perché sarebbe sceso dopo di me

Scesi per le scale antincendio, le luci di emergenza erano ancora accese e quindi potevo vedere mentre scendevo le scale. Quando arrivai al quarto piano c'erano macerie per le scale, provai a chiamare qualcuno e dal pianerottolo del terzo piano mi risposero: “Qui c'è un gruppo di persone al terzo piano ma non possiamo andare oltre perché la scala è crollata al suolo.”

Muovendomi intorno ai detriti che erano nella scala antincendio e aprendo un'apertura grande abbastanza da passarci attraverso, scesi fino al terzo piano e lì c'erano il direttore dei banchetti dell'albergo e altre tre persone che alloggiavano nell'albergo: uno era un signore anziano che aveva lavorato per uno studio legale a Manhattan ed era venuto dalla Florida, dove viveva da pensionato, per incontrare i suoi ex colleghi; un altro era un uomo d'affari di Denver, Colorado, e non ricordo da dove venisse il terzo signore.

Al terzo piano c'era un enorme buco nel muro, l'intero muro era crollato e guardavamo direttamente la stessa scena che avevo visto dalla mia stanza. Guardavamo fuori verso Liberty Street nella parcheggio dove era la Chiesa Ortodossa.

C'era una trave incastrata su un cornicione del secondo piano che era appoggiata contro il pianerottolo del terzo piano. Pochi istanti dopo Jeff Johnson, il pompiere che avevo visto al diciannovesimo piano, arrivò dalle scale con un altro pompiere. Jeff scese, camminò fino al pianerottolo, guardò fuori e scese dalla trave, quando arrivò al cornicione camminò lungo il cornicione, sparì per un momento e poi tornò. Guardò in alto verso di noi e disse: “Questa è la nostra via di uscita. Dobbiamo uscire da questo palazzo da soli, nessuno verrà a prenderci. Tutti quelli che erano nelle strade sono morti e nessuno verrà a cercarci. Dobbiamo uscire da soli. Ciò che voglio che facciate è strisciare lungo trave fino al secondo piano, così come ho fatto io.”

Quindi camminammo lungo il cornicione sul lato esterno dell'edifico, a pochi metri di distanza c'era un altra voragine nel muro. Saremmo rientrati nel palazzo attraverso quella voragine e avremmo cercato una via di fuga attraverso quella stessa voragine al secondo piano. Quindi il direttore dei banchetti scese lungo la trave, io scesi dopo e quindi scese l'uomo del Colorado. Camminammo lungo il cornicione e poco dopo trovammo il buco nel muro; rientrammo nell'hotel dal cornicione ed eravamo lì ad aspettare che l'altro pompiere e gli altri due uomini scendessero dalla trave. All'improvviso sentii quello che posso solo descrivere come un treno merci che mi arrivava addosso dal cielo. Non avevo idea di cosa fosse, Jeff, il pompiere, ci disse: “Mettetevi a terra”. Ci sdraiammo a terra all'interno del palazzo e sentivamo il rumore della Torre Nord che crollava facendo clackety, clackety, clackety, clackety. Non era un treno merci ma la Torre Nord che stava crollando con i piani che cadevano uno addosso all'altro causando quel rumore secco ripetuto. Rimanemmo sepolti dalle macerie, il buco nel muro da cui eravamo entrati non c'era più, era interamente ostruito dalle macerie e ne avevamo un metro anche sopra di noi. Emergemmo a fatica e rimanemmo nelle macerie fino alla vita, respiravamo a fatica perché c'era molto fumo e frammenti nell'aria. Letteralmente ogni volta che respiravamo sembrava di annegare, non entrava aria nei polmoni. Questo fu probabilmente il momento più spaventoso della giornata: non poter respirare, avere il naso e la bocca e la gola pieni delle macerie che volavano nell'aria.

Comunque, ci pulimmo le vie respiratorie e riuscimmo a prendere un po' d'aria. Il direttore dei banchetti, l'uomo del Colorado e io rimanemmo lì in mezzo alla macerie abbracciandoci, Jeff cominciò a tirarsi fuori le gambe da sotto le macerie e iniziò a guardarsi in giro per la stanza e chiese al direttore dei banchetti: “Dov'è la porta di questa stanza? Dobbiamo uscire di qui.” Il direttore dei banchetti gli disse: “Siamo al secondo piano, dovremmo essere sopra il ristorante, quindi questa dovrebbe essere la sala giardino. Dovrebbe esserci una porta all'estremità della stanza.” Jeff si fece strada nel campo di macerie e arrivò all'altra estremità della stanza e la porta era bloccata. C'era poca luce nella stanza, ma al centro della stanza c'era una trave d'acciaio, un'enorme trave d'acciaio, una trave portante dell'hotel. Jeff guardò la trave e, non me lo dimenticherò mai fino al giorno della mia morte, disse: “Dobbiamo uscire di qui adesso, cazzo! Quella trave sta cedendo, tutto il resto dell'hotel sta per crollare.” E iniziò e cercare una via di fuga. Sul lato del palazzo che dà verso West Street trovò un piccolo buco del muro, circa un metro per un metro. Prese un tappeto, lo incastrò tra le macerie, e lo gettò al di fuori del palazzo. Si volse verso di noi e disse: “Usciremo di qui.” Uno degli uomini che erano con noi disse: “Oh, devi essere pazzo, è troppo pericoloso scendere da quel tappeto.” Il direttore dei banchetti scese da quel tappeto per primo e arrivò giù senza problemi, io scesi per secondo, quindi l'altro uomo e poi scese anche Jeff.

Non era rischioso come può sembrare perché c'erano circa cinque metri di macerie in strada. La discesa lungo il tappeto era forse di soli tre metri fino al cumulo delle macerie. Attraversammo ciò che rimaneva di West Street che era ridotta a un cumulo di macere, mentre attraversavamo il cumulo di detriti ci fu un altro dei momenti più terrificanti perché c'erano ancora oggetti che cadevano dall'altro. Ricordo di aver pensato: “Oh Dio, sono uscito vivo dal palazzo e adesso morirò qui colpito alla testa da qualcosa che arriva dall'alto.” Attraversammo la strada e Jeff incontrò un altro pompiere che conosceva e ci lasciò. Ci disse: “Andate fino al fiume Hudson.” Camminammo fino al fiume e lì un poliziotto mi disse “Sanguini dalla testa.” Non mi ero accorto di sanguinare fino a quel momento, il Poliziotto disse: “Vi porteremo via di qui con un battello della Polizia. Attraverseremo il fiume e vi porteremo nel New Jersey, non vi possiamo portare in un ospedale a New York perché tutte le strade solo bloccate. Non c'è modo di portarvi in un ospedale a New York.”

Agli altri due uomini che erano con me fu detto: “Camminate fino all'estremità dell'isola, a Battery Park, c'è una stazione di soccorso là.”

Salii sul battello della Polizia su cui c'erano anche molti pompieri che si erano feriti durante le operazioni di soccorso e mentre stavamo attraversando il fiume Hudson guardai indietro verso Manhattan e dissi all'uomo seduto accanto a me: “Dov'è il World Trade Center?”

“Cosa vuoi dire 'Dov'è il World Trade Center'?”

“So che sono crollate le cime degli edifici.”

“Non sono crollate le cime degli edifici, gli edifici sono crollati fino alle fondamenta.”

Fu la prima volta che mi resi conto che i palazzi erano andati distrutti. Avevo fatto la scuola superiore a New York e ricordo bene che da una delle classi della scuola si vedeva il World Trade Center in costruzione. Era un bellissimo segno distintivo per la città di New York City ed era quasi inconcepibile che nel corso di una mattina andasse distrutto.

Per prima cosa ci portarono a Ellis Island dove era stato allestito un centro di smistamento, esaminarono la gravità delle mie ferite e mi portarono in ambulanza all'ospedale di Bayonne. Quando arrivai lì mi fecero una risonanza magnetica e avevo un sanguinamento nella scatola cranica. Quindi mi misero sotto trattamento intensivo e ce n'erano due possibili: uno era per vedere se il sanguinamento si era fermato da solo e il secondo, se invece non succede, in cui devono chiudere la ferita.

Io fui sufficientemente fortunato che il mio sanguinamento si fermò e fui dimesso dall'ospedale tre giorni dopo. Mia moglie e mia figlia vennero da Washington, dove abito, e mi portarono a casa dall'ospedale.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l'11/9 sarebbe stato un autoattentato?

Frank Razzano: Non è vero. E' assurdo pensare che sia andata così. Non è vero.


Undicisettembre: Hai descritto il rumore dei crolli come un “clacking sound”. Erano esplosioni secondo te?

Frank Razzano: No, no. Chiaramente no. Non sono un ingegnere ma da quanto capisco le parti portarti di quegli edifici erano lungo il perimetro esterno. Uno dei vantaggi, uno degli aspetti positivi commercialmente è che così hai un acro di spazio per uffici senza travi d'acciaio in mezzo ai pavimenti. Ciò che reggeva il palazzo era il guscio esterno. Quindi quando gli aerei si sono schiantati contro i palazzi ne hanno compromesso l'integrità strutturale, quando la parte superiore del palazzo ha iniziato a cadere i pavimenti sono crollati uno sull'altro, sull'altro e sull'altro ancora.


Undicisettembre: Cosa pensi dei pompieri e dei soccorritori che hanno rischiato le proprie vite per salvare gli altri?

Frank Razzano: Quegli uomini sono le persone più incredibili. Fino a questo evento non avevo mai pensato troppo ai pompieri. Al World Trade Center adesso c'è un memoriale con i nomi dei pompieri che sono morti. Quel giorno ne sono morti oltre 300 a New York nel tentativo di salvare le persone nei palazzi. E' incredibile pensare che quelle persone rischiano la vita quotidianamente per aiutare altre persone. I Gesuiti hanno un detto che dice che sono uomini per gli altri, ma anche i pompieri e i poliziotti sono veramente uomini per gli altri. Ogni giorno vanno al lavoro e rischiano la vita, la maggior parte di noi non lo fa.


Undicisettembre: L'11/9 come ha influenzato la tua vita quotidiana?

Frank Razzano: Cerco di essere più gentile con le persone, più cortese e più comprensivo. Un tempo pensavo che volevo lavorare fino al giorno della mia morte, ora non voglio più lavorare fino al giorno della mia morte. Voglio godermi la vita. E' in questo modo che ha condizionato la mia vita. Sono diventato più religioso come conseguenza. Mi ci volle qualche anno ma sono andato in pellegrinaggio a Santiago in Spagna, ho fatto il cammino per onorare le altre persone che non sono sopravvissute. Credo che sia questo il modo in cui ha condizionato la mia vita.


Undicisettembre: Cosa pensi dei nuovo World Trade Center?

Frank Razzano: Credo che i nuovi palazzi siano molto belli. Gli Stati Uniti sono stati attaccati da nemici esterni tre volte. La prima volta la Gran Bretagna ha invaso Washington e ha bruciato la Casa Bianca durante la Guerra del 1812; quindi il Giappone ha attaccato Pearl Harbor il 7 dicembre 1941 e nel 2001 i terroristi hanno attaccato il World Trade Center. Credo che fosse molto importante per gli Stati Uniti ricostruire, ogni volta che siamo stati attaccati da nemici esterni non ci siamo arresi, abbiamo ricostruito e questo ha reso la nostra nazione più forte ed è stato ciò che abbiamo fatto anche questa volta. Questi nuovi palazzi sono un simbolo della forza americana e della determinazione americana, che non saranno sconfitte da nessuno.

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2014/07/04    Permalink       2 commenti         Avvertenze per i commentatori

William Rodriguez abbandona i complottisti

di Hammer

William Rodriguez è stato fin dalle origini del cospirazionismo undicisettembrino uno strenuo sostenitore della presenza di esplosivi all'interno delle Torri Gemelle. Undicisettembre si è già occupato in passato delle testimonianze di Rodriguez e della leggerezza con cui ha cambiato la propria testimonanza introducendo esplosioni sospette che mancavano del tutto nei primi racconti.

Nel 2006 Rodriguez, con il contributo dell'avvocato Philip J. Berg, ha dato alle stampe un volume intitolato in italiano 11 settembre 2001: Bush ha mentito in cui espone le solite teorie del complotto che negli anni sono state smentite dai tecnici di settore e una sua intervista è anche presente nel famoso video complottista Loose Change.

Soprende quindi, e non poco, che William Rodriguez abbia deciso di abbandonare il complottismo. Il suo sito internet non ne fa più alcuna menzione e nemmeno il suo profilo Facebook contiene alcun riferimento a esplosivi o autoattentati. Rodriguez scrive inoltre con notevole frequenza su un gruppo chiamato 9/11 WTC Survivors ma i suoi interventi non fanno alcun riferimento alla teorie del complotto, anzi sembra molto interessato a diffondere la conoscenza del museo di Ground Zero e dei suoi contenuti.

Undicisettembre ha anche tentato di contattare Rodriguez, attraverso una persona esterna, per avere chiarimenti sulla sua attuale posizione, ma William, come ci attendevamo, non ha risposto all'email.

Questo cambio di rotta dovrebbe insospettire i complottisti, ma questi hanno del tutto ignorato l'abbandono del loro ex alleato. L'episodio comunque è molto eloquente sull'onestà di questo personaggio. Mentre sospendiamo il giudizio sui suoi sforzi nei primi soccorsi, su cui vi sono più dubbi che certezze, Rodriguez merita tutto il nostro biasimo per la scarsa serietà dimostrata e per i numerosi tentativi di spettacolarizzare la tragedia.

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