2012/05/17    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

World Trade Center: intervista con la sopravvissuta italiana Gina Lippis

di Hammer

Tra i sopravvisuti delle Torri Gemelle ci sono, come è ovvio, diversi cittadini italiani il cui racconto è per noi particolarmente toccante in quanto ci riporta le loro dirette emozioni senza la mediazione della traduzione.

Proprio per questi motivi il gruppo Undicisettembre ha raccolto la testimonianza dell'italiana Gina Lippis le cui parole cariche di emozione e di trasporto rappresentano un tassello molto importante per la ricostruzione degli eventi di quel giorno.

Offriamo di seguito l'intervista ai nostri lettori e ringraziamo Gina per la sua cortesia e disponibilità


Undicisettembre: Ci puoi fare un breve racconto della tua giornata dell'11/9? Cosa ricordi in generale di quel giorno?

Gina Lippis: Io lavoravo per una società di brokeraggio ed ero al quarantaseiesimo piano della Torre 1. Alla mia destra c’era la finestra di vetro e avevo una vista che era la fine del mondo! C’erano la Statua della Libertà e il Ponte di Verrazano che rappresentano proprio l'entrata a New York per chi arriva dall'Europa. Osservavo questa visuale sempre con un sentimento particolare perché mi ricordava quando sono arrivata in America la prima volta.

Io sono venuta in America nel 1966, siamo emigrati letteralmente con la valigia di cartone. Siamo arrivati a New York il 16 maggio passando proprio sotto la Statua della Libertà e il Ponte di Verrazano; quindi quella vista per me rappresentava il momento del cambio della mia vita.

Quando sono emigrata con i miei genitori sono rimasta qui in America dieci anni e venendo da una famiglia molto povera non conoscevo la mia Italia. Quindi dieci anni dopo essere emigrata decisi di tornare in Italia per qualche anno, trovare un lavoro, e girare un po' la mia patria. Questo perché a quel tempo purtroppo (e mi spiace dire questo!) gli unici Italiani che c'erano qua in America erano persone molto povere come noi. E io mi ribellavo a queste gente che si metteva a lavorare senza andare a scuola perché dovevano solo guadagnare per comprarsi il “carro”, come chiamavano le automobili italianizzando “the car”. Io mi sono detta “No, questa non è l'Italia. L'Italia deve essere diversa.” e così decisi di tornare. Arrivai a Milano senza conoscere nessuno e trovai un lavoro in borsa per puro caso, mi buttai con entusiasmo in questo lavoro che mi piaceva tantissimo e rimasi in Italia 17 anni.

Dopo 17 anni avendo tutti i parenti in America (oltre ai genitori ho un fratello e una sorella sposati con bambini) per me non aveva più senso rimanere in Italia da sola e decisi di rientrare. Cominciai a lavorare in borsa qui a New York, ma avevo tutta la clientela in Europa: Londra, Madrid, Parigi, Lugano e Milano principalmente.

Quindi, anche a causa del fuso orario, io dovevo arrivare in ufficio presto la mattina. Di solito arrivavo tra le 5:30 e le 6 e lo stesso successe la mattina dell'11 settembre; arrivavo in ufficio sempre per prima e sempre da sola.

Quella mattina era indescrivibile! Un chiarore, una limpidezza, un sole splendido! Quando aprii la porta mi trovai davanti alla finestra del mio ufficio, con la Statua della Libertà e il Ponte di Verrazzano e le navi che entravano nel porto. Era più bello di una cartolina e ho pensato “Che meraviglia! Che peccato non avere una macchina fotografica.”

Mi sono messa a lavorare, cominciai con le solite telefonate in Italia e in Europa. In ogni stanza avevamo un monitor per controllare l’andamento delle borse in Europa. Alle 9 meno un quarto eravamo in ufficio in 6, il mio capo aveva l'ufficio proprio a fianco al mio. Mi alzai per andare a prendere un caffè al self service al quarantaquattresimo piano; ho poggiato la mia borsa sulla scrivania e ho preso il portafoglio. C'era un collega con me che era venuto a vedere sul monitor come andavano i futures in Europa e abbiamo sentito un botto incredibile. Ricordo con chiarezza che mi è mancato il terreno sotto ai piedi.

A quel punto arrivò il mio capo di corsa, lui che non bestemmia mai, e urlò “Let's get the fuck out of here!”. Presi il mio zainetto, me lo misi sulle spalle e cominciammo a scendere. Ovviamente come noi fece tutto il resto del palazzo.

Nel palazzo c'erano quattro scale e in ogni scala c'era un sacco di gente. Abbiamo cominciato a scendere, ti garantisco, con una lentezza estrema e a ogni piano affluiva altra gente. Tutti chiedevano “Cos'è successo?” ma nessuno sapeva niente.

Quando facevamo le prove di evacuazione (ora si fanno ogni mese, al tempo si facevano un po' meno frequentemente) ci dicevano sempre di non prendere l'ascensore, ma di usare le scale. Quindi ci siamo tutti catapultati in queste scale e abbiamo cominciato a scendere piano piano. Puoi immaginare le urla, i pianti... Io però sono rimasta in me, non ho urlato, non ho pianto, quasi come se non avessi paura: ero gelata.

Arrivati al trentaduesimo piano, e ci arrivammo dopo tanto tempo, il mio capo disse “Proviamo a cambiare scala”, perché eravamo completamente fermi e dai bocchettoni cominciava a uscire del fumo. Io mi aggrappai alla cintura del mio capo che è un omone di due metri e cinque e continuavo a ripetergli “Bob, don't leave me. Don't leave me”, “Non mi lasciare. Non mi lasciare.”

Provammo un'altra scala, ma la situazione era la stessa. Provammo la terza ma era piena anche quella. Ci stavamo portando alla quarta scala e passammo davanti a un ufficio con la porta di vetro. Provammo ad entrare per vedere se c'era qualcuno che magari sapeva cos'era successo. Tutti provavamo a chiamare con i cellulari, ma non c'era telefono che funzionasse lì dentro.

Entrammo in quell'ufficio e trovammo due persone che giravano come due zombie, abbiamo chiesto se avessero un televisore ma non l'avevano. Un mio collega per caso provò a telefonare a casa e riuscì a parlare con la moglie la quale gli disse che un aereo si era abbattuto sulla Torre però oltre il settantesimo piano. Lui disse “Non ti preoccupare, noi siamo al trentaduesimo, stiamo scendendo e non abbiamo nessuna intenzione di risalire. Stai tranquilla che sto bene.”

Non ci siamo rilassati, però ci siamo detti che poteva essere un aereo da turismo e se fossimo scesi non ci sarebbero stati problemi. Il mio capo disse “Gina, fermatevi qui un attimo, io arrivo subito.”

“No, tu non mi lasci qua” risposi.

“Stai qua, devo andare un attimo in bagno. Arrivo subito.”

Scoprii dopo che era andato a prendere della carta bagnata per coprirci la bocca, visto che dai bocchettoni usciva fumo. Nel frattempo ebbi la brillante idea di andarmi ad affacciare alla finestra per vedere fuori. Mentre ero alla finestra una donna si buttò dai piani alti, mi passò davanti e si spiaccicò su un tetto sotto di me.

Questa cosa mi paralizzò. Non ho pianto, non ho urlato, sono rimasta pietrificata davanti a questa finestra.

Tornò il mio capo, mi venne vicino e mi disse “Vieni via di qua! Vieni via di qua!” perché aveva visto anche lui questa donna spiaccicata come una pelle di leone sotto al tavolino del soggiorno con le braccia spalancate. Quella figura l'ho avuta davanti agli occhi non sai per quanto tempo.

Ricominciammo a scendere e dopo poco, ma proprio poco, sentimmo una scossa incredibile e sentimmo la Torre oscillare. Tutti pensammo “Adesso crolla”, anche se ce lo siamo detti dopo. In quel momento ci guardammo l'un l'altro ma nessuno disse niente, perché ciascuno non voleva spaventare gli altri. Dopo capimmo che fu lo schianto del secondo aereo.

Continuammo a scendere e oltre al fumo che usciva dai bocchettoni c'era dell'acqua per terra. A un certo punto incontrammo una signora di colore molto grassa che occupava tutta la scala (che non era poi così larga, in due ci si stava ma in tre si era stretti) e mi ricordo che piangeva e invitava gli altri a passarle avanti. Noi le dicevamo “Ma no, scendiamo insieme lentamente” ma lei rispondeva “No, blocco troppa gente.” e ci lasciò passare.

Scendendo, scendendo e scendendo incontrammo un uomo sulla sedia a rotelle. Incontravo questo signore ogni mattina perché evidentemente facevamo gli stessi orari di lavoro. Anche lui come la signora di colore ci diceva “Andate, andate.” e c'era un amico che gli spingeva la carrozzina. Noi gli dicevamo “Vai, noi veniamo dietro di te.” ma rispose “No, mi ci vuole troppo tempo.” Insomma, portare una sedia a rotelle giù dalle scale non è una cosa facile.

Questo signore lavorava per la Port Authority e ogni mattina scambiavamo qualche parola: “Buon giorno”, “Come sta?”, “Ah che bel tempo oggi”, “Oggi fa freddo”, “Oggi fa caldo”. Dopo tanto tempo lessi su un settimanale che sia lui che l'amico morirono nel crollo. Uno dei due era al telefono con i genitori quando la Torre è crollata. Lui voleva che l'amico scendesse, ma questo gli disse “No. O ci salviamo tutti e due, o moriamo tutti e due.”

Noi continuavamo a scendere piano piano e a un certo punto cominciarono a salire i pompieri. Una scena che non hai idea! Questi pompieri che salivano carichi di tutta l'attrezzatura che si portano addosso... Noi chiedevamo loro “Ma cosa è successo?”, ma non ci dicevano niente. Dicevano solo “Non lo sappiamo, non vi preoccupate. Voi scendete, tenete la destra e andrà tutto bene.”

Ci hanno fatto uscire al secondo piano dove abbiamo preso la scala mobile per portarci sotto dove c'erano i negozi. Lì c'era una tale folla che io, il mio capo e io miei colleghi ci siamo persi. C'erano varie uscite: chi usciva di qua, chi usciva di là, e io persi i miei colleghi.

Ci hanno fatto risalire e ci portarono sulla strada. Dalle scale scendeva quasi mezzo metro d'acqua. Immagina come eravamo conciati, tutti bagnati! Da lì uscii fuori: non chiedermi dove perché non ne ho idea. Ancora oggi non so dove sono uscita. L'unica cosa che ricordo è che mi trovavo in questo slargo e mi bloccai completamente davanti a una gamba con una scarpa rossa che è stata la mia tortura per tanti, tanti, tanti mesi.

Continuavo a chiedere aiuto ma nessuno si fermava, eravamo tutti sulla stessa barca ovviamente.

A un certo punto sentii il mio capo, Bob, che mi chiamava da lontano: “Gina, corri!” Io gli dissi: “Vieni qua, Bob, aiutiamo questa gente.” Lui corse verso di me e si accorse che ero paralizzata. Non sentivo le gambe, non reagivo, non una lacrima: niente! Ero un sasso. E ti dico che io dentro ancora oggi mi sento così.

Se chiudo gli occhi e penso a quel giorno, non sento rumori, non sento urla. Come un film muto. A distanza di dieci anni non sento niente. Non sento urla: niente!

Ero un pezzo di ghiaccio, non sentivo niente. Lui mi ha strattonata. “Corri, corri, via di qui.” Ricordo bene che lui disse “E' Broadway e qui sotto c'è la metropolitana.”. Cominciammo a camminare verso nord; io abito sulla cinquantaquattresima, all'altezza a cui si trova il palazzo delle Nazioni Unite.

Camminammo a lungo, ci fermammo in un bar. Ricordo particolarmente la solidarietà di questa città. Tutti i bar erano aperti e offrivano da bere. Tutti i televisori erano accesi, addirittura qualche bar aveva messo il televisore sulla porta.

Quando io e Bob eravamo già a una certa distanza dal World Trade Center, la Torre Nord crollò e con essa sparirono le Torri Gemelle. Abbiamo sentito il boato e le urla della gente, ci siamo girati e le Torri non c'erano più.

Il mio capo mi ha accompagnato fino a casa e con il computer ha tentato di mettersi in contatto con la moglie, perché abita nel New Jersey. Lui poi andò da sua sorella che abita qui vicino. Io decisi che sarei andata dai miei genitori nel Queens, oltre il Queensboro Bridge sulla cinquantanovesima. Verso le due il mio telefono squillò ed era mio fratello che finalmente era riuscito a mettersi in contatto con me. A quel punto scoppiai in urla e pianti sentendo la voce di mio fratello che urlava e piangeva a sua volta.

Mi cambiai e uscii per andare dai miei. Arrivai nel Queens verso le cinque, mio fratello era venuto a prendermi oltre il ponte. Mentre attraversavo il ponte ero proprio afflitta, con il mio zainetto sulle spalle. A volte quando ci penso mi vedo e mi faccio pena. Vedo questa figura triste che attraversa il ponte con questo dolore dentro.

A metà del ponte guardai a destra e vidi una massa di fumo nero che si spostava verso est, perché il vento soffiava da quella parte quel giorno, e sono svenuta. Nessuno mi ha soccorsa perché c'era questa fiumana di gente che voleva solo uscire da Manhattan. A un certo punto sono rinvenuta e ho sentito un urlo: “Gii-naa, Gii-naa!” Mi guardavo intorno per vedere chi mi stava chiamando ed era mio fratello che si era arrampicato sul ponte e in mezzo a quella marea di gente mi aveva riconosciuta.

Da lì è cominciata la mia tragedia. Volevo tornare a New York per donare il sangue, non ho mangiato per una settimana, avevo incubi tutte le notti. Sono venuti due giornalisti mandati dalla televisione italiana a intervistarmi. Mi fecero sedere e mi chiesero di raccontare la mia giornata. La raccontai come la sto adesso raccontando a te, ma essendo il giorno appena seguente furono solo pianto e singhiozzi, non riuscivo neanche a parlare. L’intervista fu trasmessa in prima serata e fu un bene perché molti parenti miei non riuscivano a mettersi in contatto con me e vedendomi in televisione sapevano che almeno ero viva.

Per un certo periodo mi sembrava di stare bene anche se non sono andata a lavorare per un paio di mesi perché non ce la facevo, avevo paura. Sono andata avanti così fino a gennaio, poi ho cominciato a stare male, male, male; al punto che temevo di avere un tumore alle ossa perché non riuscivo a camminare, mi faceva male sotto i piedi. Non dormivo, non mangiavo. Avevo quello che chiamano “Post-traumatic stress”.

Il giovedì successivo una persona che lavora per la Croce Rossa mi trovò seduta che piangevo sulla quinta Avenue e mi ha letteralmente portata all'ospedale. Là lo psicologo mi ha fatto parlare con la manager che mi ha detto: “Signora, abbiamo dei grossi problemi. C'è una lista di attesa di almeno un anno.” Puoi immaginare quanta gente sconvolta ci fosse.

Io ero sconvolta dalle lacrime, dai singhiozzi, dai tremolii, dalle paure e il lunedì sera ho iniziato la terapia di gruppo. Eravamo in otto e ti garantisco che eravamo come otto neonati che piangevano. Però devo dire che mi ha aiutato molto, perché in quei momenti la famiglia non basta. Io ero contro la mia famiglia perché secondo me non mi ascoltavano abbastanza; invece non era così, è che un familiare in quella situazione non sa come trattarti. Invece una persona esterna e del mestiere sa come trattarti e iniziai con gli antidepressivi. Dovevo prenderne 10 milligrammi, ma dopo un mese ne prendevo 50 milligrammi al giorno.

Io volevo solo andare a Saint Patrick a vedere i funerali e piangere, mi sentivo in colpa perché troppi padri e troppe madri erano morti e io che non ho figli mi chiedevo “Perché sono sopravvissuta?”

Sentivo il bisogno di farmi del male. Era una sensazione che non so descrivere.

Io avevo bisogno di guardare la televisione, perché guardando quelle immagini io stavo male e stare male mi faceva sentire bene. Era come se fosse il pegno che io dovevo pagare per essere sopravvissuta. Ero davanti alla televisione 24 ore al giorno, non la mollavo per niente.

Per far contenta mia madre le dicevo che andavo a letto, poi appena sentivo che lei chiudeva la porta tornavo davanti al televisore.

Anche adesso ogni volta che lo racconto io vivo quel momento, anche oggi per me è l'11 settembre. Sento dentro quella sensazione, il voler far qualcosa a tutti i costi e non poter fare niente.

Una mia amica di Bari aveva due figli: una figlia di 34 anni e un figlio di 38 anni sposato con due bambini. Erano una nella Torre 1 e l'altro nella Torre 2, sono morti entrambi.

Negli anni successivi sono stata ospite alla televisione varie volte. In una di queste occasioni, non ricordo bene quale trasmissione fosse, c'era in collegamento un giornalista inviato in Afghanistan (che se ne stava comodamente in albergo) e io dissi qualcosa relativamente al fatto che io non sono a favore della guerra (e se mettiamo in fila un milione di persone, nessuno dice “Sì, io voglio la guerra”), però proviamo a chiedere a quella mamma che aveva due figli e che sono morti entrambi... Quella donna non vuole la guerra, vuole giustizia. E questo giornalista mi attaccò dicendo che il sangue di quegli Americani che sono morti nelle Torri è rosso esattamente come quello di chi sta morendo a causa della guerra in Iraq e in Afghanistan.

Io gli dissi: “Sì, sicuramente. Perché la guerra uccide tantissimi innocenti e andrebbe evitata.” Ma in un momento del genere io non sono in grado di dire qual è la cosa giusta. Certo, io non voglio la guerra, vorrei che tutto il mondo fosse in pace, ma purtroppo non è così.

Un'amica di una mia collega, che lavora ancora con me, era sulla Torre 2 e il marito sai dov'era!? Era sull'aereo che ci si è schiantato contro!

E un signore di Staten Island ha corso per prendere il traghetto per tornare dalla sua famiglia con tre figli, è arrivato sulla banchina quando il traghetto si era appena spostato. Ha saltato per prendere il traghetto, ma ha battuto la testa ed è morto: l'11 settembre, non perché era nella Torri, ma nel tentativo di tornare dalla sua famiglia.

Tutto questo perché?!?!

Perché dei pazzi sono saliti su un aereo e sono venuti a infilarsi nel nostro cuore alle 9 meno un quarto dell'11 settembre! Io non ho fatto niente a nessuno e mi hanno rovinato la vita. Non sono più la stessa.

Non sorrido più, magari sorrido con il viso, ma dentro non sorrido più; non ricordo da quando il mio cuore non sorride veramente.

Non sento più niente. Mi ricordo quando è morto mio padre ho sentito un dolore fortissimo dentro perché avevo perso il mio papà e dopo l’11 settembre non ho più sentito nulla del genere anche se ho perso molti amici e amiche.

Questo grazie a loro e alla loro religione!

Non sento più niente, sono come un automa, come uno di quei giocattolini a cui tiri la corda e camminano.

Ho perso tutti i clienti perché non ce la facevo più a lavorare. Non ci andavo e quando ci andavo non ero la stessa di prima. Avevamo un altro ufficio nel New Jersey e il mio capo mi disse “Abbiamo due scrivanie libere, scegli quella che vuoi.” Ne scelsi una, mi sedetti e iniziai a piangere come una disperata. Avevo un computer e un telefono e mi chiesi “E adesso cosa faccio? Chi chiamo?”. Non avevo più niente.

Da lì poi sono ripartita, piano piano. Ma non ero più quella di una volta, facevo fatica.

Sono stata in terapia due anni e mezzo, poi mi sono accorta che non serviva più a niente. Poi ho fatto la terapia individuale e a un certo punto la psicologa mi ha detto “Gina, quello che hai dentro ormai non te lo toglie più nessuno. Devi imparare a conviverci.” e aggiunse una cosa che si avvera giorno dopo giorno, cioè che magari un giorno mi alzo e sono tranquilla e vivo normalmente, il giorno dopo sono depressa da morire anche senza nessun motivo.

Sono gli strascichi che mi porto dietro. Magari un giorno andranno via, non lo so, ma oggi ci sono ancora. Io dopo l'11 settembre non sono più quella che ero una volta.

Un'altra storia che ti posso raccontare è questa. Durante le analisi del DNA sui resti trovati a Ground Zero, nel momento in cui identificavano qualcuno ne informavano la famiglia; c'era una signora che sperava con tutta sé stessa che trovassero i resti del marito per potergli fare un funerale e di questo signore hanno trovato solo il cuore. E il funerale è stato fatto solo con il cuore nella bara.


Undicisettembre: Quando vi siete resi conto che era un attentato terroristico e non un incidente?

Gina Lippis: Ce ne siamo resi conto quando ci stavamo allontanando dalle Torri andando verso Nord, siamo entrati in un bar perché io dovevo bere e andare in bagno, nel bar c'era il televisore e per la prima volta vidi i due aerei che si infilavano nelle Torri. A quel punto era chiaro per tutti che era un attentato.


Undicisettembre: Ti ricordi chi diede le istruzioni di evacuare e in che modo?

Gina Lippis: Nessuno. Nella Torre 1 non furono date istruzioni. Quando siamo usciti dalla scala al trentaduesimo piano c'era un telefono di emergenza, ma non funzionava neanche quello. A noi non ha detto niente nessuno, non abbiamo sentito la voce di nessuno.

A meno che non sia io a non ricordarmelo, ma non credo perché ero lucida. Mi rendevo benissimo conto di ciò che stava avvenendo attorno a me. Mi ricordo della signora che si è dovuta togliere le scarpe con i tacchi e si è tagliata un piede e sanguinava, o di quell'altra signora che aveva tutta la camicia bagnata perché pioveva dentro.

Tutto questo macello dentro la scala me lo ricordo chiaramente, però – ripeto – non ricordo una voce, non ricordo un urlo, non ricordo niente. Come un film muto, anche a distanza di dieci anni.

Quando History Channel ha realizzato il documentario Gli Italiani nelle Torri ci ha intervistati uno per volta, quindi io non sapevo cosa avessero detto gli altri. Quando poi mi hanno inviato il DVD ho riscontrato che dicevamo tutti le stessissime cose. Anche Francesco Ambruoso ha detto che per lui era come un film muto, non ricorda le voci, non ricorda i suoni.


Undicisettembre: Una cosa che non ho capito dal tuo racconto è dov'eri quando è crollata la Torre Sud.

Gina Lippis: Eravamo già per strada, ma non ho visto il crollo della Torre Sud. Abbiamo sentito il boato e abbiamo visto la polvere che usciva da tutte le parti, ma non abbiamo capito cosa stesse succedendo perché a New York i palazzi sono molto alti e se ti trovi sul marciapiede non vedi il palazzo successivo a quello che hai più vicino.


Undicisettembre: Puoi confermare o smentire che ci sia stato un lungo blackout nei giorni precedenti all'11 settembre?

Gina Lippis: No, io non ricordo nulla del genere.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui le Torri Gemelle sarebbero state demolite con esplosivi dal governo americano?

Gina Lippis: Ho letto di tutto, anche questa teoria. Non sono un esperto, quindi non lo so. Non sono in grado di dire se credo a una teoria o a un'altra: non lo so.


Undicisettembre: Dopo quanto tempo sei tornata a Ground Zero?

Gina Lippis: Subito! Dopo due giorni sono andata lì a piangere come una disperata e ci sono tornata due o tre volte a settimana.


Undicisettembre: Cosa pensi del nuovo World Trade Center attualmente in costruzione?

Gina Lippis: Io avrei rivoluto le due Torri. Il nuovo progetto è bello, ma io avrei rivoluto le due Torri lì al loro posto. Erano il nostro simbolo, il simbolo di questa città.

Sebbene io mi senta molto italiana e adoro la mia patria, la mia gente e la mia lingua, dopo l'11/9 mi sento anche molto americana. Infatti dopo l'11/9 ho preso la cittadinanza americana e adesso ho i due passaporti. Non rinuncerei né all'uno né all'altro per niente al mondo.


Undicisettembre: Come si vive a New York dieci anni dopo l'accaduto?

Gina Lippis: New York si è rimboccata le maniche. I primi tempi questa città era devastata: non c'era turismo, non c'era nessuno in giro. Era veramente triste. Adesso la città ha un po' rialzato la testa, anche se la crisi la sentiamo anche qui in America.

Abbiamo un ottimo presidente. Ma come dico sempre, New York non è l'America. L'America è un'altra cosa.

Sì è ripresa un po', ma c'è sempre quell'ombra scura su di noi. Quando c'è qualche evento, ad esempio la maratona, c'è sempre un po' di paura. Ogni tanto quando prendi la metropolitana e vedi una gran flotta di poliziotti ti chiedi “Oddio, cos'è successo? Perché ci sono così tanti poliziotti?” e allora vai a chiedere “Excuse me, cosa è successo?” e loro ovviamente e giustamente ti rispondono “Non c'è niente, signora. Tutto okay.”

Quella che era una volta la vita di New York non lo è più. Va un pochino meglio dopo dieci anni, cominciamo a convivere con ciò che è successo.

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2012/04/18    Permalink       15 commenti         Avvertenze per i commentatori

Recensione: "11 Settembre Reloaded"

di John - www.crono911.org

Dopo i numerosi libri di stampo complottista pubblicati da autori italiani (fra i quali spiccano quelli di Chiesa, Cardini, Mazzucco e Blondet) o da autori stranieri tradotti in lingua italiana (da Meyssan in poi la lista è lunghissima) è inevitabile apprezzare la pubblicazione di un volume italiano che tratta l'argomento attenendosi ai fatti, senza indugiare nelle baggianate cospirazioniste se non per confutarle e criticarle.

Il libro di Daniela Parrella, storica e giornalista, trae origine dalla tesi di laurea dell'autrice, opportunamente adattata per la pubblicazione in forma di un volume agile e scorrevole.

Il volume analizza soprattutto l'evoluzione e il cambiamento della minaccia terroristica alla luce degli attentati dell'11 settembre e le reazioni che ne sono conseguite, tracciando un vero e proprio bilancio della situazione a distanza di dieci anni da quei drammatici eventi.

Daniella Parrella ha affrontato l'argomento, in sede di preparazione della tesi, con un approccio equidistante rispetto alle due fazioni (debunker e complottisti) che in quel periodo si scontravano quotidianamente in ogni angolo del Web, sui giornali e in televisione.

Con un tenace e umile lavoro di ricerca e di confronto delle fonti, è arrivata alle considerazioni e alle conclusioni esposte nel libro, che proprio in questa caratteristica trova il maggior pregio: chi si impegna a voler conoscere i fatti, scopre inevitabilmente che le teorie complottiste appartengono al mondo delle frottole.

"11 Settembre Reloaded" è edito da Biblion Edizioni (214 pagine, anno 2011, ISBN 9788896177440) ed è venduto al prezzo di copertina di 16 euro.

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2012/04/11    Permalink       2 commenti         Avvertenze per i commentatori

Riprendono i processi a Guantanamo Bay

di Brain_use

"It has been more than 10 years since 9/11 and the President is committed to ensuring that those who were accused of perpetrating the attacks against the United States be brought to justice."

"Sono ormai trascorsi oltre dieci anni dall'11 settembre e il Presidente si impegna a garantire che coloro che sono stati accusati di aver perpetrato gli attacchi contro gli Stati Uniti siano consegnati alla giustizia".

Sono le parole del portavoce della Casa Bianca Jay Carney a commento della notizia, diffusa mercoledì 4 aprile (Washington Post, BBC, CBS, ABC), che sono stati formalmente rinviati a giudizio cinque presunti militanti di al-Qaeda ritenuti i pianificatori degli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001, che causarono complessivamente 2.976 vittime.

I cinque, Khalid Sheikh Mohammed, Waleed bin Attash, Ramzi Binalshibh, Ali Abd al-Aziz Ali e Mustafa Ahmad al-Hawsawi, sono detenuti a Guantanamo Bay e saranno giudicati congiuntamente da una commissione militare. L'avvio della fase dibattimentale è prevista entro trenta giorni dalla notifica.

Le accuse sono pesantissime: terrorismo, dirottamento aereo, omicidio, attacchi a civili, attività cospiratorie e distruzione di proprietà ed è possibile che si arrivi anche ad una sentenza di morte.

La giuria è composta da 12 ufficiali militari provenienti da tutte le forze armate americane. Secondo la legge militare degli Stati Uniti deve essere raggiunta l'unanimità per poter giungere alla sentenza capitale.

La decisione di affidare il processo a un tribunale militare è stata presa dopo un lungo dibattito di natura sia politica che giuridica sull'opportunità di considerare gli imputati dei semplici criminali e giudicarli di conseguenza in un tribunale civile, oppure portarli davanti ai tribunali militari in qualità di combattenti nemici (ricordiamo che gli attacchi dell'11 settembre sono stati giuridicamente inquadrati come "atti di guerra").

Il presidente Obama, infatti, aveva basato parte della propria campagna elettorale sull'ipotesi di chiudere Guantanamo Bay e di trasferire la competenza sui terroristi ai tribunali civili. Aveva infatti sospeso l'attività del tribunale militare istituito nel 2008, cercando di trasferire il dibattimento alla corte federale di New York nel corso del 2009. Obama, tuttavia, si è trovato costretto a cambiare posizione di fronte all'oggettiva difficoltà di collocazione sul territorio nazionale dei sospetti terroristi detenuti a Guantanamo Bay e alla fortissima opposizione del partito repubblicano nell'ambito del Congresso e della stessa popolazione di New York al trasferimento dei processi alle corti civili, proprio accanto al luogo colpito dagli attentatori.

Il principale imputato, Khalid Sheikh Mohammed, kuwaitiano, è ritenuto l'ideatore e pianificatore degli attentati dell'11 settembre. Si era già dichiarato colpevole e pronto ad affrontare il "martirio" nel corso del 2008.

Si ritiene che Khalid Sheikh Mohammed sia coinvolto anche nell'attentato del 1993 al World Trade Center, in quello del 2002 a un nightclub a Bali, in Indonesia, nell'omicidio del giornalista americano Daniel Pearl e nel tentativo fallito del 2001 di far esplodere in volo un aereo con una bomba nascosta in una calzatura.

Già nel 2002 affermò il proprio ruolo di ideatore degli attentati a Yosri Fouda, un giornalista di Al-Jazeera, che pubblicò il libro "Masterminds of Terror". Catturato nel 2003 in Pakistan, è detenuto a Guantanamo dal 2006, dove documenti della CIA confermano che è stato sottoposto alla tortura conosciuta come "waterboarding" (annegamento simulato) per 183 volte, pratica oggi vietata dall'amministrazione Obama.

Le rivelazioni ottenute con la tortura non saranno ammesse come prova e l'attività del tribunale dovrà ripartire da zero, senza tener conto di quanto già emerso nel corso del precedente avvio dibattimentale del 2008, compresa la dichiarazione di colpevolezza di Khalid Sheikh Mohammed, l'intenzione manifestata dagli altri imputati di seguirne l'esempio e affrontare il "martirio" e la scelta di due altri imputati di difendersi da soli.

Per quanto riguarda gli altri quattro imputati (qui un rapido profilo su Al-Jazeera), ricordiamo che sono tutti accusati di essere coinvolti nella pianificazione e organizzazione degli attentati dell'11/9.
Si tratta di:
  • Walid bin Attash, yemenita, accusato di aver addestrato due dei terroristi nei campi di al-Queda in Afghanistan, di aver preparato tecnicamente i dirottamenti e di essere coinvolto nell'attentato al cacciatorpediniere USS Cole del 2000 e in quello all'ambasciata statunitense in Kenia del 1998.
  • Ramzi Binalshibh, yemenita, accusato di aver contribuito ad organizzare la formazione dei piloti, di aver fornito copertura finanziaria, di essersi occupato del collegamento fra al-Qaeda e i terroristi e di essere stato scelto per far parte del gruppo dei dirottatori prima di essere fermato dall'impossibilità di ottenere il visto per entrare in territorio statunitense.
  • Ali Abd al-Aziz Ali, pakistano, nipote di KSM, accusato di aver aiutato a far entrare negli Stati Uniti nove dei dirottatori e di aver fornito sostegno finanziario all'operazione.
  • Mustafa Ahmad al-Hawsawi, saudita, accusato di aver preso parte alla pianificazione degli attentati e di aver fornito denaro e appoggio logistico ai terroristi.

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2012/03/22    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

Pentagon: an interview with journalist Jamie McIntyre

by Hammer. An Italian translation is available here.

Journalist Jamie McIntyre is one of the best known eyewitnesses of the Pentagon crash scene. His words, spoken live on CNN, have often been twisted and taken out of context by conspiracy theorists, and used as support for the claim that no commercial airplane crashed into the Pentagon on 9/11.

Jamie McIntyre agreed to give Undicisettembre an interview and his words, which we offer to our readers, are very helpful in dispelling many of the myths surrounding the attack on the Pentagon.

McIntyre, for instance, clarifies his comment that no plane “crashed near the Pentagon” (which was taken out of context also by Italian conspiracy theorist Massimo Mazzucco in his video “Inganno Globale”). He rules out the existence of anti-airplane missiles on the roof of the Pentagon, which supposedly should have shot down any airplane attacking the building (as claimed by Giulietto Chiesa in his video “Zero”). But above all he brings the account of a person who saw the scene with his own eyes and never had any doubt about a commercial jetliner having crashed into the Pentagon.

We thank Jamie McIntyre for his kindness and willingness to help.


Undicisettembre: Hi Jamie, thanks for giving us this chance to speak with you. We are sure our Italian audience will be happy to hear your first-person account. First of all, can you give us a brief account of what you saw and experienced that morning? What do you recall, generally speaking?

Jamie McIntyre: Well, it will take me a long time to tell you all the events of that day. Briefly, I was in the Pentagon when the plane hit the building and I didn't feel the plane hit the building and I didn't see the plane hit the building because it's a very large building. In fact the way I found out that a plane hit the building was that I saw it on CNN, which is where I worked at the time as the senior Pentagon correspondent. My producer, who arrived at work after me, happened to arrive just as the plane hit the building and he called CNN and told them that an aircraft of some kind had hit the side of the building. I was sitting in my office making calls about the events that were going on in New York when I began to get messages from my colleagues back in Washington and in the bureau, and they asked me if I was okay. I was wondering why they were asking me because the events were going on in New York, then I looked up and saw that in fact something was going on at the Pentagon.

So then I rushed out of my office, walked down to the center courtyard where people were gathering after evacuating the building. I interviewed a bunch of people there, went back to my office, began to do a live report from my office just before ten o'clock in the morning - the plane hit at about 9:37 or 9:38 depending on exactly which clock you're looking at - and as I was doing that report the anchor on the air interrupted me and said "Wait a minute, Jamie, we have to stop because something is going on behind me". He turned around and the first of the two Towers of the World Trade Center collapsed. At that point I knew I wasn't going to get back on the air from the Pentagon anytime real soon, and so I packed up some stuff from my office and left permanently for that day.

I walked out of the building, around to the crash site, inspected the crash site, and took pictures of some of the plane wreckage. Eventually I was asked by some emergency personnel to move back to where the rest of the press were located, across the street. They had set up an area where the cameras were recording what was going on and I spent the rest of the day there reporting on the aftermath of the terrorist attack.


Undicisettembre: The second question is inevitably about that sentence of yours that keeps getting twisted by conspiracy theorists. They say you claimed there was no airplane at all at the Pentagon; can you rule out this crazy idea once and for all? What did you mean by saying no airplane crashed "near" the Pentagon?

Jamie McIntyre: In the course of my coverage that day I uttered this faithful phrase that was something along lines "From my close-up inspection, there's no evidence of a plane having crashed anywhere near the Pentagon". That sentence has been taken out of context, and within around six months that became part of a growing conspiracy theory according to which no plane hit the Pentagon. It was offered as evidence that "here is a CNN reporter who is on the scene and he says in his own words there's no evidence of a plane crashed anywhere near the Pentagon." And if you google "Jamie McIntyre" and "September 11" you can find that clip still on the internet, it's pretty easy to find. If you google a little bit more though you can find the rest of what I said that day and you can see what the context was: I was describing the plane crash to the anchor, Judy Woodruff. I was describing the scene, I was describing how I'd been up to the side of the Pentagon and seen parts of the plane, most of them were very small, so small you could pick them up and hold them in your hand. And she said to me "Jamie, what about the reports we had earlier from an eyewitness" - one of her own reporters - "that a plane crashed near the Pentagon, short of the Pentagon?". And I said "Judy I can tell you from my close up inspection" meaning that I've been up to the scene to see the plane crash "there's no sign of a plane having crashed anywhere near the Pentagon, the only crash site is the part of the building behind me that is all caved it" (pointing to the things behind me).

The context was essentially that she was asking me whether a plane had crashed some distance from the Pentagon and I was saying "No, the only plane that crashed was the one that hit the Pentagon."

That was one of the many, many things and events that were taken out of context that day by people who are just predisposed to believe that the official story is not true, and they are looking for reasons not to believe it.

Coincidentally, one of the things I did that day was interview an eyewitness who saw the plane: the journalist Mike Walter. I didn't actually see the plane because, as I explained, I was in the building at the time, but Mike actually did see it, he was on the road that goes by that side of the Pentagon when the plane hit. He was describing how the plane was flying very very low to the ground and he could see it very clearly it was an American Airlines plane. He could almost see the people who were in the plane, and he described the way the plane went into the side of the Pentagon: he said it looked like a cruise missile just slamming into the side of the Pentagon, the way a cruise missile would fly. That phrase "it was like a cruise missile with wings" was also taken out of context from the interview I did with him and offered as evidence that "here's an eyewitness who says it doesn't look like a plane, it looks like a cruise missile, so it was a cruise missile which hit the Pentagon", but what he was actually describing was the way the plane hit the Pentagon that reminded him of the way a cruise missile would hit. And if you google "Mike Walter" and "September 11" you can find that clip on the internet to this day, too.

It's a very interesting phenomenon. One of the reasons people believe alternate theories that involve a government cover up or the government doing sneaky things or lying is that governments sometimes do those things: they sometimes lie, they sometimes have secret plots. It's just that you really have to look at the evidence and see what the evidence shows. Typically what these conspiracy theorists do is seize the weakest pieces of evidence and argue about them, as if we didn't have all the stronger evidence that actually tells us what happened. So one of the problems you have with conspiracy theorists is they are trying to raise some doubts about some parts of what happened but they ignore other things.

For instance, in all my discussions with conspiracy theorists, people who don't believe a plane hit the Pentagon, I ask "If the plane didn't hit the Pentagon, what do you think happened to it? There was a real plane and it took off from Dulles airport, it had real people on board. They are no longer here, the plane is no longer here. If it didn't hit the Pentagon, where is it? What happened to it? Did it fly somewhere else? Have these people been silenced? Where is it?" They can never answer that question. One of the people I talked to said "I can't explain everything, I just know that it doesn't make sense that a plane hit the Pentagon".

There's a show in the United States called "Conspiracy Theories", hosted by a fellow named Jesse Ventura (former governor of Minnesota and former professional wrestler), that investigates conspiracy theories. They investigated the idea that a plane didn't hit the Pentagon and they concluded that it did not, based on the fact that they got a professional pilot, put him in a flight simulator and he had a hard time flying the plane the way the terrorists supposedly flew it on September 11. So based on that they decided it didn't happen. But they also couldn't explain the eyewitnesses who saw the plane, so they came up with an alternate theory that a plane had flown over the Pentagon - it flew by the Pentagon but over it - and then right after that a missile or something fired by the US military hit the Pentagon.

And then they never explained what happened to the plane. If the plane flew over the Pentagon, where is it today? So it's interesting that whenever you try to decide whether you believe something, or not, there's a whole chain of evidence that you can look at - and you have to make a judgement. If you take only a couple of pieces of that evidence it might not be clear, but when you look at all the evidence there's really no question that the plane took off and hit the Pentagon.

Another example of that are the pictures that we have of the plane hitting the Pentagon from a security camera. A lot of people who believe in conspiracy theories also believe that the Pentagon was covered with security cameras and therefore there would have been hundreds of pictures of the plane. The fact is that there aren't hundreds of security cameras. There are cameras at some of the entrances and there are cameras that were at the checkpoints, nearby where the plane hit. And those cameras, directly two of them, were the only ones that actually captured the plane. But they’re not very high quality pictures. And if you didn't know what it was, if you weren't sure of what was coming in, you might be able to argue all day whether this was a plane or a missile or what it was that was coming in; because it's just a kind of a white blur. And if that was the only piece of evidence you had, reasonable people could disagree about what it was. But reality is we know it was a plane. We know it's a plane and it's completely consistent with all the accounts of what happened on September 11. So a lot of those people look at those pictures and say "These aren't clear enough to see that it is really a plane so we don't know if it's truly a plane". While it's true they are not clear, we do know it was a plane. Once we consider all the other accounts, we know what happened, and we know what the pictures are.


Undicisettembre: Have you ever heard about the so called "North Path" theory?

Jamie McIntyre: No, I haven't. Enlighten me.


Undicisettembre: Most of the conspiracy theorists, at least in Italy, now seem to believe that an airplane hit the Pentagon but it didn't fly the route the official version says it went, but further north. And we asked them "So what?" and they replied "We don't know either, we just wanted to stress that the official version is not true because from our point of view the airplane took another route".

Jamie McIntyre: If you were on a murder trial, with someone accused of murder, and the prosecution presents its case, and the defense presents its case, in the United States in order to get off and to be found "not guilty" all you have to do is to create reasonable doubt about the account. While a lot of the evidence may point in one direction, creating reasonable doubt about one key piece of evidence is enough for somebody in the United States to be found not guilty. I think sometimes conspiracy theorists sort of take that tack, they are not looking at the weight of the evidence and the preponderance of the evidence, they are not saying "Most of the evidence looks this way". They are just trying to raise some doubt about some part of the evidence and, as with the pictures, it is sometimes something that, in and of itself, doesn’t tell the whole story.

So all I have to say about the "Northern Route" is, like you point out, it's a small consequence in the great scheme of things, but I see no reason to disbelieve the route that was calculated by the FAA and the investigators and is outlined in "The 9/11 Commision Report" as the most likely way the plane flew.


Undicisettembre: You saw the wreckage of the airplane with your own eyes and the damaged facade of the Pentagon. While watching this scene, did you or anyone else ever doubt an airplane had crashed into the Pentagon?

Jamie McIntyre: Well I certainly didn't doubt it. I saw thousands of pieces of the plane, shards of aluminum skin that were scattered all over the ground by the Pentagon. I saw parts of the plane wreckage where you could still see the painting from the paint scheme of American Airlines. I didn't have any doubt that a plane hit the Pentagon and I'm not aware of anybody there having any doubts about whether it was a plane that hit the Pentagon.

These questions arose later, really months later when people began to circulate theories according to which maybe it wasn't a plane. But, again, most of these are people who are just predisposed to believe the worst about the government, predisposed to believe the worst about the military, predisposed to believe the worst about the media. They move from healthy skepticism into a sort of unhealthy cynicism about all of these institutions, so therefore they are not willing to accept any of the evidence that clearly indicates that a plane hit the Pentagon.


Undicisettembre: Did you get a good look at the hole before the section of the building collapsed? If so, how wide did it look? Was it, according to you, big enough for an airliner?

Jamie McIntyre: By the time I got around the side had just collapsed. So I didn't see the hole before the side collapsed. But I would tell you that a lot of pictures of the hole that people point to and say "This is not big enough for a plane to have gone through" show the hole on the other side of the building.

Essentially there is an entrance point and an exit point. The Pentagon has 5 rings: the outer ring is the E ring and the inner ring is the A ring. The plane went through rings E, D and C. From the B ring - I know someone who was in his office in the B ring - you could see just where the nose of the plane sort of came through, the leading point of the wreckage to that point. And that hole on the C ring, the very last damaged point from the plane crashing, is the hole people point to and say "This hole is not big enough for an airplane to get through". It's not where the plane hit, it's where the plane stopped and created a final little hole there. And that's why I think a lot of people are confused, they look at this hole and say "It's not big enough for a plane". Yeah, but they are not looking at the point where the plane went in, they are looking at where it ended: three corridors of a building later.


Undicisettembre: How would you describe the wreckage of the plane? Did anything in particular strike you?

Jamie McIntyre: Well, the pieces that I saw were not very big, there wasn't much left of the plane. Most of the pieces were tiny little shards of aluminum. But there were pieces that were recognizable, in fact I posted some of the photographs of these on my blog. I posted them several times over the years to show people what they look like.

There were some bigger pieces of wreckage that were pulled away, and you can find pictures of those as well: some of the workers from the fire crew moving the wreckage of the plane.

There wasn't much left of it. The plane was fully loaded with fuel when it took off, hadn't used much of that fuel in its flight, it exploded in a spectacular fashion as you can see from the photographs. You can see what happens when a plane hits the building with the videos of the plane in New York. So there's wasn't a whole lot left of the wreckage, but there was enough to tell it was a commercial jetliner.


Undicisettembre: You were also been arrested for taking a picture of the Pentagon behind the yellow police tape by an overreacting police officer, who also confiscated your equipment. Would you like to tell us about this weird incident?

Jamie McIntyre: Again, this is the kind of thing that could fit into a conspiracy theory; if you believe that, you might think that the Pentagon was trying to stop me from documenting what was going on. But the fact of the matter is that there was actually a ban on photography outside the Pentagon and this police officer told me I was violating that. I explained to him that I was a news reporter covering a big story (by the way, that was a picture that was broadcasted live on CNN at the time).

And in a way police officers often do, he didn't take well to anybody resisting what he had to say. He briefly arrested me and confiscated my camera, cellphone, press pass and tape recorder. Within about ten minutes, when he sort-of realized that was a silly thing to do, he let me go, keeping my camera and my press pass, but giving me back my cellphone and tape recorder.

I didn't get the camera back for a couple of days, but when I got it back all the pictures were still on: nothing had been deleted from the camera, everything that I'd taken was still on the camera and nothing had been manipulated, nothing had been changed. I got a sort-of apology from the head of the police department saying they were sorry that they arrested me that day. It was a brief episode, it was almost funny when it took place. It was just a panicked police officer who didn't know what to do, and he thought he was supposed to be enforcing the usual ban on photography. There is still a ban on photography outside the Pentagon by the way. If you go to the Pentagon today and start taking pictures in the parking lot you could probably be arrested too.

It's just that arresting a journalist covering a major story like that was probably not the smartest thing to do for the police officer.


Undicisettembre: What's your opinion on the many conspiracy theories regarding 9/11 and specifically the Pentagon incident?

Jamie McIntyre: As said I think people are suspicious of the government, I think they have a hard time sometimes looking at all of the facts and just making reasonable rational decisions. I think that 99.9% of the people are not confused about what happened on September 11 at the Pentagon. But it also shows the power of the media these days (when I say the media, I mean the internet in particular) and it shows the power of propaganda too, because if you look at some of these presentations that are used to say "no plane hit the Pentagon" you can see that some are very convincing. If you had no outside information, if you knew nothing else about it and just watched some of these presentations on the internet, you might wonder if a plane hit the Pentagon, because they are very selective in how they present the facts. It's good to be skeptical, as long as you are not too cynical, but they need to be skeptical of some of the skeptics as well.

The thing that is surprising about this is that they are not just people who have a different point of view, just looking at something in a different way; but these are people, like in the case of misrepresenting what I said on September 11, who have to know that they are taking these things out of context. They have to know that they are misrepresenting these facts. This is not something that is innocently done by people who have a different understanding of what happened. These are people who are deliberately trying to manipulate things in order to create anti-government, or anti-media, or anti-military feelings. So they are doing it on purpose, it's not just a difference of opinion. And I think people just really need to be very aware of that, especially when they’re watching things online.

It's a kind of a two edge sword: it's very good at distributing information and alternate theories and all kinds of things, but it's also pretty good at debunking things. A lot of things that aren't true get quickly spread over the internet, and then they get quickly debunked and corrected on the internet. So it's a very interesting time, and I think that the conspiracy theory around September 11 and the Pentagon in particular is evidence of how long these conspiracy theories can last, and people's fascination with them. The conspiracy theories will be with us forever. We just had this major motion picture out about the conspiracy theory that William Shakespeare didn't write any of his plays; that's been around for hundreds of years, and unlike the September 11th one, we don't have every piece of evidence to conclusively know. The key to conspiracy theories is to create enough doubt so that people believe that maybe another explanation may be true.

We are fortunate though that in the September 11th one there is plenty of real direct evidence to know what happened. We don't really have to wonder what happened on September 11, we really know what happened. We might wonder who wrote Shakespeare's plays but we don't have to worry about September 11th.


Undicisettembre: We watched Mike Walter's film "Breaking News, Breaking Down", which deals with the psychological consequences on journalists of covering tragic events. How has 9/11 affected your everyday life?

Jamie McIntyre: Well, I watched it too and I have to say I didn't feel any particular psychological effect on me. My life changed dramatically after September 11 but just because the beat I was covering, which is the US Military, became very, very busy, and I was in a high profile, stressful job. But witnessing the tragedy of September 11 didn't bring me bad dreams or flashbacks. My mood didn't change. I think it's similar to experiences that soldiers have when returning home. Some soldiers come back profoundly changed, and they have a hard time readjusting, and others just resume their life and it doesn't seem to have had much effect on them.

For whatever reason I never felt any particular psychological impact from September 11. I was profoundly moved by what happened, I was saddened by what happened, I knew that the world had changed and this was going to have profound effects on my country. I knew there would have been a war. The impact of all of that wasn't lost on me, but psychologically I was just a journalist covering a story, a big story that kept unfolding (it kept me employed for years after that).

I never felt any particular psychological impact, at least not that I'm aware of.


Undicisettembre: Many Italians have this mythical impression of the Pentagon as some sort of impregnable fortress, like Cheyenne Mountain. As a Pentagon correspondent, you were familiar with the reality of the building. Without compromising security, what can you say to dispel this myth?

Jamie McIntyre: First of all I can say that security is a lot better now than it was before September 11. Since September 11 they spent millions of dollars improving it. They have moved roads that are now not as close to the Pentagon, so that it's not as vulnerable to truck bombs. They have installed new detection devices to sniff out chemicals and explosives. They have put more armed guards at each entrance, behind bulletproof glass. They have installed more security cameras. They have implemented all this kind of things that didn't exist before September 11.

But before September 11, particularly before the Oklahoma City bombing, which is actually when security began to be ramped up, the Pentagon was just a big office building. In fact you could actually walk right up to it. For a long time there was a shopping mall inside the Pentagon, and people from the outside could come and go shopping there. Buses used to drive into the Pentagon, and underneath the Pentagon, and let people off. Over the years security got better and better, but there wasn't really much security back in September 11; they had only just started to figure out that maybe they should put some barriers up so that you couldn't drive so close to the building. For a long time you only had to flash a badge to get in the building, and once inside you could walk around the building without any identification. That's all changed, you have to have ID to go anywhere in the Pentagon these days.

There is also this myth that the Pentagon had surface-to-air and anti-aircraft missiles on the roof that would shoot down anything that attacked the Pentagon. That is not the case, there are no missiles on the roof of the Pentagon, there still aren't any missiles on the roof of the Pentagon.

It was just another big government building, essentially, a solid building which was built out of concrete during World War II. It's not just girders and glass, it's solid concrete. In that sense, it is somewhat fortress-like but it didn't have all the security that it has now. And even now it's not an impregnable fortress, there are no defenses at the Pentagon against another plane flying in. Sometimes it's kind of eerie, frankly, because the Pentagon is just a short distance away from Washington's Reagan National Airport, and you see planes flying over the Pentagon all the time. You can stand in the parking lot and see commercial planes flying right over the top of the Pentagon and you think "Wow, what if one of these planes was hijacked?!". Security is based on keeping hijackers off the plane, not protecting building from hijacked planes. And there was a short discussion after September 11 about closing the airport that is near the Pentagon and near Washington. But after a while that idea was discarded. It would have been a huge inconvenience, because that is the most convenient airport to Washington: Washington National, which is right on the Potomac, just a short distance away from the Pentagon.


Undicisettembre: Do you think the country and its people have recovered from the tragedy? Do you feel like the nation is still living in fear, or has it regained its standing in the world?

Jamie McIntyre: Well, that's a very subjective opinion. I think people overcame the trauma. I think some people are beginning to question how much time we spend every September 11 commemorating and remembering what happened on that day. Obviously nobody wants to forget what happened on September 11. But one of the family members of one of the people who died on the plane at the Pentagon said she felt she had to go to a funeral for her husband every year, because of all the ceremonies. I think people have started to move on from that. I don't think people are as afraid, as I think there is a lot more frustration for the security things that we've done. All the money that we've spent, all the things we've done in order to try to protect ourselves against terrorists. Almost seems like terrorists have succeeded in changing our way of life. Of course the most obvious example is flying on an airplane these days is not a very enjoyable experience, with all the security measures, and all the hassles you have go through at the airport. Flying isn’t very glamorous any more.

But the short answer is I think we've recovered.

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Pentagono: intervista con il giornalista Jamie McIntyre

di Hammer. L'intervista originale in inglese è disponibile qui.

Il giornalista Jamie McIntyre è uno dei più noti testimoni oculari della scena dello schianto al Pentagono. Le sue parole pronunciate in diretta alla CNN sono state spesso distorte ed estratte dal loro contesto dai complottisti per sostenere le loro ipotesi secondo cui nessun'aereo di linea si sarebbe schiantato al Pentagono l'11 settembre 2001.

Jamie McIntyre ha acconsentito a rilasciare un'intervista al gruppo Undicisettembre e le sue parole, che offriamo di seguito ai nostri lettori, servono a smentire molti miti riguardo all'attacco al Pentagono.

McIntyre chiarisce, ad esempio, quale fosse il vero senso del suo commento secondo cui nessun aereo si schiantò "vicino al Pentagono" (che è stato estratto dal suo contesto anche dal regista italiano Massimo Mazzucco nel suo video "Inganno Globale") e smentisce l'esistenza di missili antiaerei che avrebbero potuto abbattere un aereo che attaccasse l'edificio (come sostenuto da Giulietto Chiesa nel video "Zero"). Ma soprattutto porta la testimonianza di una persona che ha visto la scena con i propri occhi e che non ha mai dubitato che un aereo di linea si fosse schiantato contro il Pentagono.

Ringraziamo Jamie McIntyre per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Ciao Jamie, grazie per questa occasione che ci concedi di parlare con te. Siamo certi che i nostri lettori italiani saranno felici di ascoltare il tuo racconto personale. Prima di tutto, puoi farci un breve racconto di ciò che hai visto e vissuto quella mattina? Cosa ricordi in generale?

Jamie McIntyre: Beh, mi ci vorrà un po' per raccontarti tutti gli eventi di quel giorno. In sintesi, ero dentro al Pentagono quando l'aereo colpì il palazzo e non sentii l'aereo colpire il palazzo e non lo vidi colpire il palazzo perché è un palazzo molto grande. Infatti scoprii che un aereo aveva colpito il palazzo vedendolo alla CNN, che era dove lavoravo al tempo come corrispondente senior dal Pentagono. Il mio produttore, che arrivò al lavoro dopo di me, arrivò proprio appena dopo lo schianto dell'aereo e chiamò la CNN per informarli che un aereo di qualche tipo aveva colpito il lato del palazzo. Io ero seduto nel mio ufficio che stavo facendo delle chiamate riguardo a ciò che stava avvenendo a New York quando cominciai a ricevere messaggi dai miei colleghi che si trovavano a Washington e in sede che mi chiedevano se stavo bene. Mi domandavo perché me lo chiedessero visto che gli eventi stavano avvenendo a New York e poi alzai lo sguardo e vidi che effettivamente al Pentagono stava succedendo qualcosa.

A quel punto uscii di corsa dal mio ufficio, camminai fino al cortile centrale dove la gente si stava radunando in seguito all’evacuazione del palazzo. Lì intervistai alcune persone, tornai nel mio ufficio, iniziai un reportage in diretta dal mio ufficio poco prima delle dieci del mattino (l'aereo colpì alle 9:37 o alle 9:38 a seconda di quale orologio si considera) e durante il mio reportage il conduttore mi interruppe e disse "Aspetta un minuto, Jamie, ti devo interrompere perché sta succedendo qualcosa dietro di me". Si volse indietro e la prima delle Torri del World Trade Center crollò. A quel punto sapevo che non sarei tornato in diretta per un po' quindi raccolsi alcuni oggetti dal mio ufficio e me ne andai definitivamente per quel giorno.

Uscii dal palazzo, raggiunsi il luogo dello schianto, lo ispezionai, feci delle foto ad alcuni dei rottami dell'aereo. Infine mi fu chiesto dal personale di soccorso di allontanarmi e di recarmi dove era raccolto il resto della stampa, dall'altro lato della strada. Lì avevano allestito un’area dove avevano posizionato le videocamere per riprendere ciò che stava succedendo e passai lì il resto della giornata raccontando le conseguenze dell'attacco terroristico.


Undicisettembre: La seconda domanda è inevitabilmente su quella frase che pronunciasti e che viene costantemente distorta dai complottisti. Sostengono che tu abbia detto che nessun aereo si è mai schiantato sul Pentagono; puoi spazzare via questa idea folle una volta per tutte? Cosa intendevi dicendo che nessun aereo si schiantò "vicino" al Pentagono?

Jamie McIntyre: Nel corso della mia telecronaca quel giorno pronunciai questa fatidica frase che era qualcosa del tipo "Dalla mia ispezione da vicino, non ci sono tracce di un aereo che si sia schiantato vicino al Pentagono". Questa frase è stata tolta dal suo contesto, e nel giro di circa sei mesi divenne parte di una montante teoria del complotto secondo cui nessun aereo aveva colpito il Pentagono. Fu portata come evidenza che "qui c'è un giornalista della CNN che si trova sulla scena e dice con parole sue che non c'è evidenza di un aereo che abbia colpito da nessuna parte nelle vicinanze del Pentagono". Se cerchi con google "Jamie McIntyre" e "11 settembre" puoi trovare ancora il video in rete, è piuttosto facile da trovare. Se cerchi un po' di più puoi trovare anche il resto di ciò che dissi insieme a quella frase quel giorno e puoi verificare quale fosse in contesto: stavo descrivendo la scena alla conduttrice in studio, Judy Woodruff. Stavo descrivendo la scena, stavo raccontando che ero stato sul lato del Pentagono e avevo visto frammenti dell'aereo, la maggior parte era molto piccola, così piccola che la si poteva prendere e tenere in mano. E lei mi disse "Jamie, cosa puoi dirci riguardo a ciò che ci è stato riportato da un testimone oculare", uno dei suoi cronisti, "cioè che un aereo si sarebbe schiantato vicino al Pentagono, mancandolo?" E io le dissi: "Judy dalla mia ispezione da vicino" intendendo che ero stato a vedere il luogo dello schianto "non c'è alcuna traccia di un aereo che si sia schiantato vicino al Pentagono, l'unico luogo dello schianto è la parte di edificio alle mie spalle che è completamente incavata" (indicavo ciò che c'era alle mie spalle).

Essenzialmente il contesto era che mi stava chiedendo se un aereo si fosse schiantato a una certa distanza dal Pentagono e le stavo rispondendo "No, l'unico aereo che si è schiantato e quello che ha colpito il Pentagono."

Questa una delle tante, tante cose ed eventi che quel giorno sono stati estrapolati dal contesto da persone predisposte a credere che la storia ufficiale sia falsa, e cercano ragioni per non crederci.

Per coincidenza una delle cose che feci quel giorno fu intervistare un testimone oculare che aveva visto l'aereo: il giornalista Mike Walter. Io non avevo visto l'aereo perché, come ho spiegato, ero nel palazzo in quel momento, ma Mike invece lo aveva visto, stava percorrendo la strada che fiancheggia il Pentagono quando l'aereo colpì. Stava descrivendo l'aereo che volava molto molto basso e poté vedere chiaramente che era un aereo dell’American Airlines. E’ quasi riuscito a vedere le persone dentro l’aereo, e descrisse il modo in cui l’aereo si schiantò sul lato del Pentagono: disse che sembrava un missile cruise che si schiantava contro la fiancata del Pentagono, volando come un missile cruise. Quella frase "era come un missile cruise con le ali" fu pure estromessa dal contesto dell'intervista che feci con lui e fu proposta come evidenza che "qui c'è un testimone oculare che dice che non sembrava un aereo ma un missile cruise, quindi è stato un missile cruise a colpire il Pentagono", ma ciò che in realtà stava descrivendo era il modo in cui l'aereo colpì il Pentagono che gli ricordò come colpisce un missile cruise. Se cerchi con google "Mike Walter" e "11 settembre" troverai anche questo video ancora oggi.

E' un fenomeno molto interessante. Una delle ragioni per cui la gente crede a teorie alternative che coinvolgono governi che nascondono la verità o che fanno cose subdole è che alle volte i governi fanno queste cose: alle volte mentono, alle volte hanno piani segreti. Semplicemente bisogna valutare le evidenze e considerare ciò che le evidenze mostrano. Di solito ciò che i complottisti fanno è aggrapparsi ai dettagli più piccoli e discutere su questi, come se non avessimo a disposizione tutta la mole di evidenze che di fatto ci dicono cosa è successo. Quindi uno dei problemi che si hanno con i cospirazionisti è che cercano di generare dubbi su alcune parti di ciò che è successo ma ignorano altre cose.

Ad esempio in tutte le mie discussioni con i complottisti, ossia le persone che non credono che un aereo abbia colpito il Pentagono, chiedo "Se l'aereo non ha colpito il Pentagono, secondo te che fine ha fatto? C'era un vero aereo che è partito dall'aeroporto di Dulles, a bordo c'erano vere persone. Queste persone non ci sono più, l'aereo non c'è più. Se non ha colpito il Pentagono adesso dov'è? E' volato altrove? Queste persone sono state ridotte al silenzio? Dove si trova?" Non sono mai capaci di rispondere a questa domanda. Una delle persone con cui ho parlato mi ha detto "Non posso spiegare tutto, so solo che non ha senso che un aereo abbia colpito il Pentagono."

C'è una trasmissione televisiva negli Stati Uniti intitolata "Conspiracy Theories" presentata dal collega Jesse Ventura, ex governatore del Minnesota ed ex wrestler, che indaga le teorie del complotto. Hanno indagato l'ipotesi che un aereo non abbia colpito il Pentagono e conclusero che non successe basandosi sul fatto che presero un pilota professionista, lo misero in un simulatore di volo e lui ebbe difficoltà a guidare l'aereo come si presume fecero i terroristi l'11 settembre. Quindi basandosi su questo conclusero che non è così che andò. Ma non furono in grado di dare una spiegazione dei testimoni oculari che avevano visto l'aereo, quindi partorirono una teoria alternativa secondo cui un aereo volò sopra al Pentagono (avrebbe volato vicino al Pentagono ma sorvolandolo) e appena dopo un missile o qualcos'altro sparato dall'aviazione americana colpì il Pentagono.

E non hanno mai spiegato cosa sarebbe successo all'aereo. Se l'aereo sorvolò il Pentagono, oggi dov'è? Quindi è interessante che ogni volta che provi a decidere se credi a qualcosa o no, c'è una lunga catena di evidenze che puoi considerare; e devi dare un giudizio. Se consideri solo un paio di pezzi di quell'evidenza potrebbe non essere chiaro, ma se consideri le evidenze nel loro insieme davvero non c'è dubbio che quell'aereo sia decollato e abbia colpito il Pentagono.

Un altro esempio sono le foto scattate da una videocamera di sicurezza dell'aereo che colpisce il Pentagono. Molte persone che credono alle teorie del complotto credono anche che il Pentagono fosse disseminato di videocamere di sicurezza e che quindi ci dovrebbero essere centinaia di foto dell'aereo. Il fatto è che non ci sono centinaia di telecamere. Le telecamere sono ad alcuni degli ingressi e ci solo videocamere ai varchi di controllo degli accessi vicino a dove ha colpito l'aereo. E quelle sono le videocamere, nello specifico due di queste, che hanno fotografato l'aereo. Ma non sono foto di alta qualità. E se non sai cos'era, se non sei sicuro di ciò che sta entrando nell'inquadratura, potresti discutere per giorni interi se sia un aereo o un missile o cos'altro che entra nell'inquadratura; perché è solo una macchia bianca. E se questa fosse l'unica evidenza disponibile, persone ragionevoli potrebbero essere in disaccordo su cos'era. Ma in realtà sappiamo che era un aereo. Sappiamo che era un aereo e questo è completamente coerente con tutti i resoconti di ciò che è successo l'11 settembre. Quindi molte persone guardano queste foto e dicono "Non sono sufficientemente chiare per stabilire se davvero è un aereo". Nonostante sia vero che non sono chiare, sappiamo che era un aereo. Se consideriamo tutti gli altri resoconti, sappiamo cosa è successo, sappiamo anche cosa sono quelle foto.


Undicisettembre: Hai mai sentito parlare della cosiddetta teoria della "Rotta Nord"?

Jamie McIntyre: No, illuminami.


Undicisettembre: La maggior parte dei complottisti, almeno in Italia, sembra che adesso creda che un aereo ha colpito il Pentagono ma non ha percorso la rotta sostenuta dalla versione ufficiale, ma una più a nord. Abbiamo chiesto loro "e quindi?" e loro hanno risposto "Neanche noi lo sappiamo, vogliamo solo sottolineare che la versione ufficiale è falsa perché dal nostro punto di vista l'aereo ha volato secondo una traiettoria diversa."

Jamie McIntyre: Se fossimo a un processo per omicidio, con qualcuno accusato di omicidio, e l'accusa presentasse le sue tesi e la difesa presentasse le sue tesi, negli Stati Uniti tutto ciò che devi fare per essere giudicato "non colpevole" è creare un ragionevole dubbio sui fatti. Anche se molte evidenze puntano in una direzione, creare un ragionevole dubbio su uno dei punti chiavi è sufficiente perché una persona negli Stati Uniti sia giudicata non colpevole. Credo che alle volte i cospirazionisti usino questa tattica, non guardano al peso delle evidenze o alla preponderanza delle evidenze, non dicono "La gran parte delle evidenze punta in questa direzione." Tentano solo di generare un ragionevole dubbio su parte delle evidenze e, come nel caso delle foto, sono cose che prese di per sé possono anche non essere risolutive.

Quindi tutto ciò che ho da dire sulla "Rotta Nord" è, come anche tu fai notare, che è solo una piccola questione in un grande schema di eventi, ma non vedo ragione di non credere alla rotta che è stata calcolata dall'FAA e dagli investigatori che è evidenziata dal "September 11 Commission Report" come la più probabile rotta percorsa dall'aereo.


Undicisettembre: Tu hai potuto vedere con i tuoi occhi i rottami dell'aereo e la facciata danneggiata del Pentagono. Mentre osservavi la scena, tu o altri dubitavate che un aereo si fosse schiantato contro il Pentagono?

Jamie McIntyre: Certamente io non ne dubitavo. Ho visto migliaia di pezzi dell'aereo, frammenti sottili di alluminio sparpagliati ovunque sul terreno vicino al Pentagono. Ho visto parti di rottami dell'aereo su cui si poteva ancora riconoscere la livrea dell'American Airlines. Io non avevo dubbi che un aereo avesse colpito il Pentagono e che io sappia nessuno lì aveva dubbi sul fatto che un aereo avesse colpito il Pentagono.

Queste domande sorsero in seguito, davvero molti mesi dopo quando qualcuno ha cominciato a diffondere queste teorie secondo cui forse non era un aereo. Ma, di nuovo, molte di queste persone semplicemente sono predisposte a credere il peggio sui governi, predisposte a credere il peggio sui militari, predisposte a credere il peggio sui media. Si spostano da un sano scetticismo a un malsano cinismo verso queste istituzioni, pertanto non vogliono accettare nessuna delle evidenze che chiaramente indicano che un aereo ha colpito il Pentagono.


Undicisettembre: Hai potuto vedere bene il buco prima che la sezione dell'edificio crollasse? Se sì, quanto sembrava grande? Secondo te era abbastanza grande per un aereo di linea?

Jamie McIntyre: Quando arrivai sulla scena il lato dell'edificio era appena crollato. Quindi non ho visto il buco prima che la sezione crollasse. Ma devo dire che molte foto del buco che vengono mostrate per sostenere "Questo non è abbastanza grande perché un aereo ci sia passato attraverso" mostrano il buco dall'altra parte del palazzo.

Sostanzialmente c'è un punto di ingresso e un punto di uscita. Il Pentagono ha 5 anelli: quello più esterno è l'anello E e quello più interno è l'anello A. L'aereo attraversò gli anelli E, D e C. Dall'anello B (e conosco persone che erano negli uffici dell'anello B) si poteva vedere solo il punto in cui in naso dell'aereo è arrivato, il punto in cui sono arrivate le macerie. E quel buco nell'anello C, proprio l'ultimo punto danneggiato dall'impatto dell'aereo, è il buco che molti indicano per dire "questo non è abbastanza grande perché ci sia passato un aereo". Ma non è dove l'aereo ha colpito, è dove l'aereo si è fermato e ha prodotto questo piccolo buco finale. E per questo credo che molta gente sia confusa, guardano questo buco e pensano "Non è abbastanza grande per un aereo". Sì, ma non stanno guardando il buco da cui è entrato ma quello in cui ha finito la propria corsa: tre corridoi di palazzo dopo.


Undicisettembre: Come descriveresti i rottami dell'aereo? C'è qualcosa in particolare che ti ha colpito?

Jamie McIntyre: Beh, i pezzi che ho visto non erano molto grandi, non rimaneva molto dell'aereo. La gran parte dei pezzi erano piccoli frammenti di alluminio. Ma c’erano pezzi riconoscibili, infatti ne ho pubblicato alcune foto sul mio blog. Le ho pubblicate molte volte negli anni per mostrare alla gente che aspetto avevano.

C’erano pezzi di rottami più grandi che sono stati asportati a mano, ci sono foto anche di quelli: alcuni membri del personale di emergenza che spostano pezzi dell’aereo.

Non ne restava molto. L’aereo era a pieno carico quando è partito e non ha usato molto carburante durante il volo, è esploso in modo spettacolare come si vede dalle foto. Si può vedere cosa succede quando un aereo colpisce un palazzo dai video dell’aereo a New York. Quindi non restava molto delle macerie, ma era abbastanza per riconoscere che si trattava di un aereo di linea.


Undicisettembre: Sei anche stato arrestato per aver scattato una foto del Pentagono oltre al nastro giallo della polizia da un poliziotto che ha reagito in modo esagerato e che ti ha anche confiscato gli strumenti di lavoro. Ci diresti qualcosa in più su questo strano incidente?

Jamie McIntyre: Di nuovo, questa é una di quelle cose che ben si adattano a una teoria del complotto; se uno ci crede, può anche credere che il Pentagono stesse provando a impedirmi di documentare ciò che stava succedendo. Ma la realtà é che effettivamente c’era un divieto di scattare foto fuori dal Pentagono e questo agente di polizia mi disse che stavo violando il divieto, gli spiegai che ero un giornalista che stava raccontando una storia importante (comunque quella foto veniva trasmessa in diretta dalla CNN).

E come i poliziotti fanno spesso, non prese bene il fatto che qualcuno stesse facendo resistenza a ciò che stava dicendo. Mi arrestò per un breve tempo e mi confiscò la macchina fotografica, il cellulare, il pass per la stampa e il mio registratore. Dopo una decina di minuti, quando capì che era una cosa piuttosto stupida da fare, mi lasciò andare, trattenendo la macchina fotografica e il pass della stampa, ma restituendomi il cellulare e il registratore.

Non ho riavuto la macchina fotografica fino a un paio di giorni dopo, ma quando mi è stata restituita c’erano ancora tutte le foto: nulla era stato cancellato, tutte le foto che avevo scattato erano ancora sulla macchina fotografica e nulla era stato manipolato, nulla era stato modificato. Ricevetti delle scuse dal capo del dipartimento di polizia in cui si dicevano dispiaciuti per avermi arrestato quel giorno. Fu un breve episodio, quasi buffo quando accadde. Era solo un poliziotto nel panico che non sapeva come comportarsi e pensava che avrebbe dovuto far rispettare il consueto divieto di fotografare. E’ tuttora vietato fotografare fuori dal Pentagono comunque, se vai oggi al Pentagono e ti metti a fare foto nel parcheggio potresti essere arrestato.

Solo che arrestare un giornalista che stava raccontando una storia così importante non era la cosa più furba che un poliziotto potesse fare.


Undicisettembre: Cosa pensi delle molte teorie del complotto sull’11/9 e nello specifico quelle che riguardano l’incidente al Pentagono?

Jamie McIntyre: Come ho già detto credo che le perone siano sospettose nei confronti del governo, credo che sia difficile guardare ai fatti e prendere una decisione ragionevole e razionale. Credo che il 99,9% delle persone non siano confuse su ciò che é successo l’11/9 al Pentagono. Ma questo inoltre mostra la potenza dei media in questi giorni (quando dico i media intendo internet in particolare) e mostra anche la potenza della propaganda perché se guardi alcune delle presentazioni che vengono usate per dire che “nessun aereo ha colpito il Pentagono” puoi vedere che alcune sono molto persuasive. Se non si avessero altre informazioni, se non si sapesse nient’altro e ci si limitasse a guardare queste presentazioni su internet, ci si potrebbe davvero chiedere se un aereo abbia colpito il Pentagono, perché sono molto selettive nel modo in cui presentano i fatti. E' giusto essere scettici, purché non si diventi troppo cinici, ma è necessario anche essere scettici verso alcuni degli scettici.

Ciò che è sorprendente è che non sono solo persone che hanno un punto di vista diverso, che guardano le cose con un'angolazione diversa; ma queste sono persone, come nel caso del mistificare ciò che ho detto io l'11 settembre, che sanno che stanno prendendo queste cose fuori contesto. Sanno che stanno mistificando i fatti. Non è qualcosa che viene fatto in modo innocente da persone che hanno una comprensione diversa di ciò che è successo. Queste sono persone che stanno deliberatamente tentando di manipolare le cose in modo da creare sentimenti anti governativi, anti militaristici e anche contro i media. Quindi lo fanno apposta, non è solo una divergenza di opinioni. E credo che la gente debba essere ben informata, soprattutto quando guarda materiale distribuito via internet.

E' come una lama a doppio taglio: è ottima nel distribuire informazioni e teorie alternative e tutte queste cose, ma è anche ottima a demistificare. Molte cose false vengono diffuse velocemente sulla rete e vengono presto smentite e corrette sulla rete. E' un'epoca molto interessante e credo che le teorie del complotto sull'11 settembre e sul Pentagono nello specifico diano evidenza di quanto queste teorie possano durare e quanto affascinino la gente. Le teorie del complotto saranno in mezzo a noi per sempre. E' appena uscito questo film sulla teoria del complotto secondo cui Shakespeare non avrebbe scritto nessuna delle sue opere teatrali: se ne parla da secoli, e contrariamente all'11 settembre non abbiamo ogni piccolo pezzo di evidenza per sapere con certezza cosa è avvenuto. Il punto chiave delle teorie del complotto è creare un sufficiente dubbio affinché la gente creda che forse qualche altra spiegazione è vera.

Siamo fortunati che nel caso dell'11 settembre c'è una miriade di evidenze dirette per sapere cosa è successo. Non dobbiamo dubitare di ciò che è successo l'11 settembre, sappiamo davvero cosa è successo. Possiamo dubitare su chi ha scritto le opere di Shakespeare ma non c'è da preoccuparsi sull'11 settembre.


Undicisettembre: Abbiamo visto il documentario di Mike Walter "Breaking News, Breaking Down", che tratta delle conseguenze psicologiche sui giornalisti che trattano eventi tragici. L'11 settembre come ha cambiato la tua vita quotidiana?

Jamie McIntyre: Sì, l'ho visto anche io e devo dire di non avere avuto particolari conseguenze psicologiche. La mia vita è cambiata drasticamente dopo l'11 settembre ma solo perché ciò di cui mi occupavo come giornalista, cioè l'attività militare degli USA, divenne molto molto attivo e io facevo un lavoro molto stressante e di alto profilo. Ma essere stato testimone della tragedia dell'11 settembre non mi ha causato incubi o flashback. Il mio umore non è cambiato. Credo che sia simile alle esperienze dei soldati che tornano a casa. Alcuni soldati tornano profondamente cambiati e fanno fatica a riadattarsi, altri tornano e riprendono loro la vita senza che questo abbia grandi effetti su di loro.

Qualunque ne sia la ragione, non ho avuto conseguenze psicologiche dopo l'11 settembre. Ero profondamente commosso per ciò che era successo, ero addolorato per ciò che era successo, sapevo che il mondo era cambiato e che questo avrebbe avuto effetti profondi per la mia nazione. Sapevo che ci sarebbe stata una guerra. L'impatto di tutto ciò non si era perso dentro di me, ma psicologicamente ero solo un giornalista che stava riportando una storia importante che si stava sviluppando (mi ha tenuto impegnato per altri dieci anni).

Non ne ho avuto alcun effetto psicologico, almeno di cui mi sia reso conto.


Undicisettembre: Molti italiani hanno l'impressione mitica del Pentagono come di una fortezza inespugnabile come Cheyenne Mountain. Come corrispondente dal Pentagono, avevi confidenza con il palazzo. Senza compromettere la sicurezza, può smentire questo mito?

Jamie McIntyre: Anzitutto posso dire che la sicurezza è molto migliorata oggi rispetto a com'era l'11 settembre. Dall'11 settembre sono stati spesi milioni di dollari per migliorare la sicurezza. Sono state spostate le strade allontanandole dal Pentagono, in modo da renderlo meno esposto ai camion bomba. Sono stati installati nuovi strumenti per rilevare sostanze chimiche ed esplosivi. Sono state poste più guardie armate ad ogni ingresso, dietro a vetri antiproiettile. Sono state installate altre videocamere di sicurezza. Sono state fatte tutte queste cose che non esistevano prima dell'11 settembre.

Ma prima dell'11 settembre, in particolare prima dell'attentato di Oklahoma City, che è stato il momento in cui la sicurezza cominciò a essere incrementata, il Pentagono era solo un grande edificio di uffici. Infatti potevi raggiungerlo a piedi. Per lungo tempo c'è stato un centro commerciale a cui la gente da fuori poteva accedere. Gli autobus passavano all'interno e sotto al Pentagono e facevano scendere le persone. Negli anni la sicurezza è migliorata notevolmente, ma non c'era una gran sicurezza l'11 settembre; al tempo si era appena iniziato a capire che sarebbero state necessarie delle barriere così da non potersi avvicinare con un automezzo così vicino all'edificio. Per lungo tempo bastava esibire un badge per entrare nel palazzo e una volta all'interno ci si poteva spostare ovunque senza doversi identificare. Ora è tutto cambiato, serve identificarsi per accedere a qualunque parte dal Pentagono.

C'è anche questa leggenda secondo cui il Pentagono aveva missili terra-aria e antiaerei sul tetto che avrebbero abbattuto qualunque cosa attaccasse il Pentagono. Non c'è nulla del genere, non ci sono missili sul tetto del Pentagono, tuttora non ci sono.

Era solo un altro palazzo governativo, essenzialmente, un solido edificio costruito in calcestruzzo durante la Seconda Guerra Mondiale. Non è fatto solo di travi e vetro, è un edificio di solido calcestruzzo. In questo senso assomiglia più o meno a una fortezza ma non aveva tutta la sicurezza che c'è adesso. E nemmeno adesso è una fortezza inespugnabile, non ci sono difese al Pentagono contro un altro aereo che volesse schiantarcisi. Alle volte, sinceramente, è spaventoso perché il Pentagono è a breve distanza dell'Aeroporto Nazionale Reagan e si vedono aerei volare sopra il Pentagono costantemente. Dal parcheggio puoi vedere aerei di linea che volano proprio sopra al Pentagono e pensi: "Wow, e se uno di questi aerei fosse dirottato?!". La sicurezza si basa sul tenere i dirottatori giù dagli aerei, non sul proteggere il palazzo dagli aerei dirottati. Ci fu una breve discussione dopo l'11 settembre sull'eventualità di chiudere l'aeroporto che si trova vicino al Pentagono e vicino a Washington. Ma dopo poco l'idea fu scartata. Sarebbe stato un grosso svantaggio perché è il miglior aeroporto per Washington: il Washington National, che è proprio sul Potomac, a poca distanza dal Pentagono.


Undicisettembre: Credi che la tua nazione e il suo popolo si siano ripresi dalla tragedia? Hai l'impressione che il paese viva ancora nella paura o che abbia ripreso il proprio ruolo nel mondo?

Jamie McIntyre: E' molto soggettivo. Credo che la gente abbia superato il trauma. Credo che qualcuno cominci ad avere dubbi su quanto tempo passiamo ogni 11 settembre a commemorare e ricordare quanto successo quel giorno. Ovviamente nessuno vuole dimenticare ciò che è successo l'11 settembre. Ma una parente di uno dei passeggeri morti sul volo al Pentagono disse che le sembrava di dover andare al funerale di suo marito ogni anno, per via di tutte le cerimonie. Credo che la gente inizi a superare queste cose. Non credo che le persone siano ancora così spaventate, credo che ci sia molta più frustrazione per ciò che è stato fatto per la sicurezza. Tutti i soldi che sono stati spesi, tutto ciò che abbiamo fatto per proteggerci dai terroristi. Sembra quasi che i terroristi abbiano raggiunto il loro obiettivo di cambiare le nostre vite. Ovviamente l'esempio più scontato è che viaggiare su un aereo non è più un esperienza tanto piacevole con tutte le misure di sicurezza che sono state messe in piedi e tutti i fastidi che devi affrontare in aeroporto. Prendere un aereo non è più così piacevole.

Ma in sintesi la risposta è che credo che l'abbiamo superato.

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