2017/05/09

The Hunt for KSM di Terry McDermott e Josh Meyer

di Hammer

Nel 2012 i giornalisti del Los Angeles Times Josh Meyer e Terry McDermott (autore anche del prezioso Perfect Soldiers) hanno pubblicato il volume The Hunt for KSM che, come dice il titolo stesso, narra della caccia e della cattura del famoso terrorista Khalid Sheikh Mohammed (spesso indicato come KSM), vero ideatore degli attentati dell'11/9.

Il libro si apre con il racconto della cattura del noto membro di al Qaeda Abu Zubaydah in Pakistan nel marzo del 2002 e del suo interrogatorio in Thailandia. Il prigioniero si dimostrò da subito collaborativo con gli inquirenti e li aiutò a identificare proprio Khalid Sheikh Mohammed, conosciuto nel mondo jihadista con il nome di Mukhtar, come una delle menti dell'11/9 quando gliene fu mostrata una foto.

L'autore passa quindi a narrare in breve la vita di KSM, dai primi anni trascorsi in Kuwait, dove nacque nel 1965, al trasferimento per gli studi di ingegneria in North Carolina nel 1984, al primo incontro con i movimenti jihadisti in Pakistan, dove si spostò nel 1989, alla breve permanenza a Doha nel 1992.

Nel 1994 KSM si trasferì con il nipote Ramzi Youssef (che al tempo era braccato dall'FBI in seguito all'attentato del 1993 contro le Torri Gemelle) a Manila, dove insieme progettarono dapprima un duplice attentato allo scopo di uccidere il presidente Bill Clinton e il papa Giovanni Paolo II. Il piano fu presto abbandonato perché i due temevano di non essere in grado di superare la sicurezza che avrebbe protetto le due personalità; sostituirono quindi il loro piano con quello di far esplodere un numero imprecisato di aerei di linea in volo in varie parti del mondo. Il piano era noto come Bojinka. Tuttavia anche questo fallì a causa di un'esplosione in casa di uno dei cospiratori, Abdul Hakim Murad, che attirò l'attenzione della polizia filippina, che scoprì così il piano terroristico.

Ramzi Youssef e KSM riuscirono a scappare dalle Filippine il giorno stesso dell'incidente, ma Murad fu arrestato mentre su ordine di Yussef tornava a recuperare il PC di quest'ultimo. Il computer finì nelle mani della polizia, che capì che il suo proprietario era tra gli organizzatori dell'attentato al World Trade Center. Dai dati contenuti nel PC gli inquirenti capirono anche che uno degli organizzatori del piano sventato era proprio Khalid Sheikh Mohammed, fino ad allora considerato una figura di secondo piano. Youssef scappò in Pakistan, dove un suo collaboratore, il sudafricano Istaique Parker, ne tradì la fiducia consegnandolo agli inquirenti statunitensi.

Youssef fu catturato e portato a New York, dove fu interrogato e confessò di aver progettato il piano Bojinka e di aver condotto l'attentato contro il World Trade Center del 1993. Nel 1995 in Malesia fu arrestato anche Wali Khan, un altro dei cospiratori del piano Bojinka; anche lui fu portato a New York per essere interrogato. Tuttavia né Murad, né Youssef, né Khan fornirono informazioni su dove si trovasse KSM. Nel frattempo questi si trasferì in Qatar, dove l'FBI non poté catturarlo, nonostante fosse stato localizzato, perché le autorità qatariote si dimostrarono poco collaborative. Dal Qatar KSM si spostò in Pakistan, dove organizzò un incontro con Osama bin Laden a Tora Bora. In tale occasione KSM propose a bin Laden di organizzare un attacco contro gli USA usando degli aerei di linea come missili.

Osama accolse favorevolmente la proposta e nel 1999 iniziò a selezionare gli uomini del commando che avrebbe condotto l'attentato. Nel 2000 si svolse il celebre summit del terrore di Kuala Lumpur e nel 2001 l'attentato ideato da KSM e bin Laden fu tragicamente realizzato.

Dopo l'11/9 la Casa Bianca affidò alla CIA il ruolo di guida nelle indagini contro i perpetratori, scelta che l'FBI non accettò di buon grado. Inoltre, poco dopo l'attentato partì l'azione militare americana in Afghanistan che causò la caduta del governo dei Talebani e l'uccisione di alcuni vertici di al Qaeda. Tuttavia Osama bin Laden riuscì a scappare attraverso il dedalo di cunicoli delle montagne di Tora Bora. Nelle indagini e per il supporto militare, gli USA si dovettero alleare con il Pakistan; l'alleanza funzionò bene sulla carta ma meno sul campo, sia per via della facile corruttibilità degli agenti dell'ISI sia per la loro scarsità di mezzi.

Nel 2002 venne rapito e ucciso il giornalista americano Daniel Pearl; in seguito all'omicidio venne diffuso il video in cui l'uomo veniva decapitato e gli inquirenti americani ebbero da subito il sospetto che l'uomo corpulento che decapitava il giornalista nel video fosse proprio KSM.

Poche settimane dopo Abu Zubaydah confermò che KSM era l'organizzatore dell'11/9. Nello stesso periodo il giornalista egiziano Yosri Fouda intervistò proprio KSM e l'intervista (in cui KSM ammise apertamente il proprio ruolo di ideatore degli attentati dell'11/9) venne poi pubblicata nel celebre libro Masterminds of Terror. Abu Zubaydah, durante gli interrogatori, spiegò agli inquirenti dove KSM si trovasse a Karachi, in Pakistan. Dapprima le ricerche andarono a vuoto; in un raid che avrebbe dovuto arrestare KSM, che riuscì a scappare in tempo, venne invece preso il suo collaboratore Ramzi Binalshibh.

In seguito al primo fallimento, la CIA reclutò un collaboratore di KSM, di cui gli autori omettono il vero nome, che comunicò dove KSM si trovasse. Il terrorista venne finalmente catturato di notte a Rawalpindi, nei primi mesi del 2003, mentre era intontito dalle medicine che aveva preso per dormire.

Una volta nelle mani degli inquirenti americani, KSM venne trasferito più volte e poi portato a Guantanamo, dove la CIA lo interrogò sottoponendolo a tortura. Il terrorista fornì informazioni vere e altre false per accontentare gli interrogatori e interrompere la tortura, e anche per far perdere loro tempo prezioso. KSM omise sicuramente anche delle informazioni importanti; per esempio non disse nulla degli attentati che si sarebbero svolti a Madrid nel 2004, di cui non poteva non essere al corrente.

I due autori chiudono il volume con la considerazione che, nonostante l'uccisione di Osama bin Laden nel 2011 sia stata molto più celebrata della cattura di KSM, quest'ultimo aveva in al Qaeda un ruolo quasi più importante di quello del fondatore, che quando fu ucciso viveva nascosto, isolato e incapace di agire.

2017/04/17

Gli scambi di identità di Salem al-Hazmi

di Hammer

Uno degli argomenti più frequenti di chi sostiene le teorie del complotto sugli attentati dell’11/9 è quello secondo cui i terroristi furono identificati troppo in fretta dagli inquirenti e che alcuni, se non tutti, dei 19 dirottatori fossero in realtà ancora vivi dopo gli attacchi.

È abbastanza ovvio che chi sostiene queste teorie ignora un concetto molto semplice: cioè che al mondo esistono le omonimie e che quindi persone diverse possono avere lo stesso nome. Se il buon senso non basta, come spesso accade con i complottisti, si rende necessario analizzare in dettaglio cosa è accaduto in realtà durante l'identificazione degli attentatori.

Un esempio di questo riguarda l'identificazione di Salem al-Hazmi, uno dei muscle hijackers (dirottatori col compito di usare la forza per prendere il controllo) del volo American Airlines 77 che si schiantò contro il Pentagono.

L’FBI diffuse la prima lista dei presunti dirottatori il 14 settembre del 2001 e pochi giorni dopo, il 19 settembre, il Washington Post riportò che il capo dell'ambasciata saudita degli USA avrebbe detto che l’uomo indicato come Salem al-Hazmi era in realtà un impiegato presso uno stabilimento petrolchimico di una società governativa a Yanbuʿ in Arabia Saudita.

L'ambasciata aggiunse che all’uomo era stato rubato il passaporto anni prima al Cairo e che probabilmente il terrorista aveva compiuto un furto di identità per assumere quella del saudita che viveva tranquillamente in patria. Il 19 settembre il quotidiano saudita Al-Sharq Al-Awsat pubblicò un articolo in cui mostrava la foto di Ibrahim Salem al-Hazmi, che si riteneva accusato ingiustamente di essere uno dei dirottatori.

Tuttavia, contrariamente a quanto scritto nell'articolo del Washington Post linkato in precedenza, stando alla traduzione proposta da Google Translate del testo originale in arabo, la seconda foto non mostra il presunto terrorista che ha rubato l'identità a Ibrahim Salem al-Hazmi, ma il medico al-Bader al-Hazmi (che quindi condivide il cognome con il terrorista e con l’impiegato saudita), che in quei giorni era stato ingiustamente arrestato negli USA perché aveva usato in alcune occasioni il nome Khalid al-Mihdhar, incappando così in uno scambio di persona con un altro terrorista anch’egli dirottatore del volo American Airlines 77. Di questo grave errore di identificazione parla, tra l'altro, il medesimo articolo del Washington Post che cita il quotidiano saudita.

Le due foto pubblicate da Al-Sharq Al-Awsat il 19/9/2001

Una volta rilasciato il medico e riconosciuto l’errore, l’FBI non capì subito che si trattava di un’omonimia, ma pensò dapprima a un furto di identità ai danni del medico.

Il 20 settembre Al-Sharq Al-Awsat ribadì il concetto ripetendo che al-Hazmi era ancora vivo e che il terrorista suicida era un’altra persona.

Nonostante la confusione generata dai numerosi scambi di persona, dopo che l’FBI divulgò la lista definitiva dei dirottatori il 28 settembre, l’Arabia Saudita dovette ammettere che 15 dei 19 uomini del commando erano effettivamente sauditi. Tuttavia tale conferma arrivò solo a febbraio del 2002.

Un episodio di questo tipo, e se ne sono verificati molti durante l’identificazione dei 19 dirottatori, dimostra ancora una volta che le teorie complottiste si basano spesso su molta ingenuità e sull’ignorare fatti ovvi: come quello che al mondo esistono casi di omonimia.

2017/04/01

Nota sulle foto “inedite” del Pentagono segnalate dai media

di Paolo Attivissimo

Numerosi media generalisti, italiani e stranieri, hanno lanciato la notizia di una serie di foto “inedite” riguardanti i danni prodotti dall’attacco al Pentagono dell’11 settembre 2001.

Le foto sono in realtà tutt’altro che inedite: risalgono almeno al 2011, come documenta questo nostro articolo di quell’epoca. Una di esse, inoltre, fu pubblicata nel libro Pentagon 9/11 dieci anni fa, nel 2007.

Maggiori informazioni sulla causa di questo diffuso errore giornalistico sono in questo articolo su Disinformatico.info.

2017/03/27

Le riflessioni dell'ex agente dell'FBI Mark Rossini

di Hammer

L'ex agente dell'FBI Mark Rossini ha scritto un lungo testo su come l'11/9 avrebbe potuto essere evitato e sulle pressioni politiche, dettate dalla volontà di non creare tensioni tra gli USA e l'Arabia Saudita, che hanno bloccato lo scambio di informazioni tra CIA ed FBI in alcune fasi fondamentali delle indagini su due cittadini sauditi che erano entrati negli USA e che sarebbero poi diventati due dei diciannove dirottatori.

Con il permesso dell'autore, pubblichiamo il testo originale in inglese e la nostra traduzione in italiano.

In Re: 9/11 (testo originale in inglese)


In Re: 9/11 (traduzione in italiano)


Ringraziamo Rossini per la sua cortesia e disponibilità.

2017/02/21

I problemi legali di No Easy Day

di Hammer

Il volume No Easy Day pubblicato il 4 settembre del 2012 fu il primo racconto della missione di Abbottabad, che uccise Osama bin Laden, scritto da uno dei militari che presero parte all'operazione. L'autore del testo è l'ex Navy SEAL Matt Bissonnette, che si celò sotto lo pseudonimo di Mark Owen. Fin da prima di essere pubblicato il libro suscitò polemiche perché l'autore decise di darlo alle stampe senza prima sottoporlo alla revisione del Dipartimento della Difesa. E già nell'agosto del 2012 il Pentagono comunicò attraverso i propri portavoce che avrebbe avviato un'azione legale contro l'autore se il libro avesse rivelato dei segreti militari.

Per spingere Bissonnette a sottoporre il proprio testo alla revisione, il Dipartimento della Difesa inviò anche una lettera ufficiale all'autore, sottolineando come questi avesse firmato un accordo di non disclosure (cioè di non divulgazione). Tuttavia Robert Luskin, consulente legale dell'ex militare, rispose che l'accordo firmato non era vincolante.

Negli stessi giorni in cui usciva il libro di Bissonnette fu pubblicato anche l'ebook No Easy Op: The Unclassified Analysis of the Book Detailing the Killing of OBL, scritto da un gruppo di ex Navy SEALs autori anche di numerosi altri volumi su attività militari. Gli autori sostennero che la scelta di Bissonnette di non sottoporre il proprio testo alla revisione ufficiale fosse comprensibile per via dei tempi lunghi dei revisori e perché questi sono sempre più attenti a tagliare che a preservare l'integrità della storia. Secondo la rivista The Atlantic, Bissonnette aveva fretta di pubblicare il proprio testo affinché questo arrivasse nei negozi prima del libro The Finish: The Killing of Osama bin Laden di Marc Bowden sullo stesso argomento. Bowden sottolinea tra l'altro come lo pseudonimo scelto da Bissonnette sia molto simile al suo nome. La stessa posizione è espressa da Bowden nella postfazione alla seconda edizione di The Finish.


Nel 2014 Bissonnette fu effettivamente oggetto di un'indagine da parte del Dipartimento della Difesa, poi sfociata in un'investigazione criminale da parte del Dipartimento di Giustizia, per aver rivelato dettagli che non era autorizzato a rivelare. A seguito della querela, Bissonnette avviò a sua volta un'azione legale nei confronti del suo avvocato Kevin Podlaski, sostenendo che fosse quest'ultimo ad avergli suggerito che non fosse necessario sottoporre il testo a revisione.

L'ex militare apparve anche nella trasmissione televisiva 60 Minutes della CBS il 2 novembre 2014 e in tale occasione Robert Luskin spiegò di non poter rivelare i dettagli della denuncia ma aggiunse che uno degli oggetti della contesa era l'aver rivelato l'esistenza dei visori notturni. Tuttavia di questi aveva già scritto Nicholas Schmidle nel suo articolo Getting Bin Laden pubblicato dell'agosto del 2011, inoltre gli stessi visori si vedono chiaramente nel film Zero Dark Thirty (da cui è tratto il fotogramma sottostante) uscito all'inizio del 2013 e sono disponibili sul sito Internet del produttore e su quello di venditori terzi come questo.


Nel 2016 Bissonnette raggiunse l'accordo di pagare al Pentagono una cifra forfettaria di 6,8 milioni di dollari (pari alle royalty guadagnate dalla vendita del libro) e a seguito dell'accordo il Dipartimento di Giustizia decise di non proseguire nella propria azione legale ma di accettare il risarcimento pattuito. Per lo stesso motivo il Dipartimento abbandonò anche l'intenzione di una seconda azione legale nei confronti di Bissonnette.

Nel 2014 Bissonnette pubblicò un secondo volume intitolato No Hero che narra delle operazioni militari in Afghanistan e Iraq a cui ha preso parte. Questa volta l'autore decise di sottoporre il testo all'approvazione del Pentagono, così da evitare ulteriori problemi.

2017/01/30

L’elicottero distrutto durante la missione di Abbottabad

di Hammer

La missione che uccise Osama bin Laden, svoltasi nella notte del 2 maggio 2011, non iniziò come previsto. Il primo dei due elicotteri Black Hawk avrebbe dovuto far scendere dodici uomini vicino al compound mentre il secondo avrebbe scaricato il contingente in un angolo del muro di cinta affinché presidiasse il perimetro. Ma al contrario dei piani il primo velivolo incontrò problemi aerodinamici che obbligarono il pilota a un atterraggio di emergenza.

L'elicottero infatti si trovò nella situazione chiamata vortex ring state, come riportato dal sito AVweb, o di settling with power, come riportato dal celeberrimo articolo Getting bin Laden di Nicholas Schmidle (curiosamente l'FAA considera i due termini come sinonimi, mentre Transport Canada li considera fenomeni diversi), aggravata dall'elevata temperatura dell'aria. Il pilota dovette atterrare bruscamente per evitare di perdere il controllo del mezzo; nella manovra uno dei rotori si danneggiò gravemente sbattendo contro il muro. Durante le esercitazioni condotte in North Carolina il problema non si verificò perché al posto del muro di cinta del compound, alto circa cinque metri e mezzo, vi era una ringhiera che consentiva all'aria di circolare.

Il mezzo riportò gravi danni a seguito del brusco atterraggio, ma nessuno degli uomini a bordo riportò gravi ferite. La squadra riuscì comunque a procedere nella missione e a concluderla con successo.


Al termine della missione e dopo aver caricato il cadavere di Osama sul Chinook giunto appositamente sul luogo, i militari dovettero distruggere il Black Hawk danneggiato, che non poteva riprendere il volo, per evitare che potesse essere oggetto di spionaggio. Il pilota dapprima ne distrusse la strumentazione interna con un martello che portava apposta per situazioni del genere, quindi alcuni dei militari posizionarono della cariche di esplosivo C-4, che fecero esplodere appena prima di imbarcarsi sul Chinook.

Tuttavia i Navy SEALs non riuscirono a distruggere tutto l'elicottero, perché durante la fase di atterraggio un pezzo della coda fu proiettato all'esterno del muro di cinta del compound. Le forze pakistane posero una barriera di plastica per proteggere i rottami dalla vista, tuttavia lo fecero solo dopo che furono scattate numerose foto del pezzo, facilmente reperibili in rete. Il rottame fu quindi coperto da un telone e rimosso con un trattore.


Le foto scattate nonostante le cautele (sia di quando si trovava nel prato del compound, sia di quando fu coperto, sia di quando fu rimosso) concessero ad alcuni esperti di valutare che il mezzo era un Sikorsky H-60 Black Hawk (anche se non è chiaro se si trattasse di un MH-60K, MH-60L o MH60-M) prodotto nel 2009. Tuttavia, nonostante la tecnologia non fosse nuova, fu molto efficace nello sfuggire alla sorveglianza pakistana; il velivolo fu quindi molto efficace nell'ingannare i sistemi di ricognizione per via della propria conformazione esterna e del rivestimento speciale atto ad assorbire le onde dei radar. Inoltre le pale era progettate appositamente per ridurre il rumore. Quel piccolo pezzo rivelò come la tecnologia utilizzata fosse notevolmente innovativa, perché fino ad allora la tecnologia stealth era utilizzata solo su aerei ed era stata progettata per l'elicottero RAH-66 Comanche, la cui progettazione fu cancellata nel 2004, ma parte di quanto sviluppato è stato probabilmente utilizzato nei velivoli impiegati ad Abbottabad.

Gli USA chiesero la restituzione del pezzo, che ottennero dopo due settimane. Durante quel breve periodo anche il governo cinese espresse interesse nei confronti del rottame e secondo alcuni agenti della CIA a un gruppo di ingegneri cinesi fu concesso di vedere il pezzo e fotografarlo. Tuttavia il Pakistan smentì di aver consentito a esponenti cinesi di visionare l’oggetto.

Nonostante l'impegno delle forze pakistane e di quelle statunitensi, alcuni frammenti del relitto non furono comunque recuperati, come dimostrato dalle molte foto reperibili in rete che mostrano persone che ne raccolgono dei piccoli pezzi da terra. Inoltre il giornalista Peter Oborne riporta di aver visto dei bambini raccoglierne frammenti e venderli come souvenir; lo stesso giornalista poté acquistarne un pezzo per cento rupie.

2017/01/09

World Trade Center: an interview with survivor Marvin Pickrum

by Hammer. An Italian translation is available here.

We continue our commitment to preserving the memory of the events of 9/11 by publishing the account of survivor Marvin Pickrum, who was in the North Tower at the time of the first impact.

His vivid report is an important step towards understanding the feelings of those who directly experienced the World Trade Center attack.

We wish to thank Marvin Pickrum for his kindness and willingness to share his harrowing story.


Undicisettembre: What do you remember about 9/11, generally speaking?

Marvin Pickrum: I was working for a trading company of the 85th floor of Tower 1, I was getting ready to head to my trading floor which was on the lower floors, at the fourth floor of the tower. I was heading out of my office and going to the restroom and as I walked out of my office my building was hit, and when it was hit the building leaned forward. I knew and I could tell it was something big because I am an ex-military, I had been in the army and in the navy and I had been around explosions and stuff of that nature before and I knew it was something pretty serious. In addition when I was in the hallway the jet fuel from the airplane was filling up the elevators, it was traveling through the elevators shafts when the plane hit the building and I literally had to run down the hallway to escape the flames that were filling up in the hallway. Well, having served in the service I can tell you I’ve never felt that heat before. So from the building leaning and the heat from the flames I knew it was serious. In my life I rarely panic but that was one of the few times in my life I panicked.

My initial reaction was to try and head back to the office to see if my coworkers were ok, but when I turned around flames were filling up the hallway. It was if I was looking down the mouth of a dragon – literally! It was at that point I panicked and what went through my mind in that instant was there is no way they survived that, they must be dead. I never would have separated from my co-workers if I believed they were alive so I went into a survival mode.

So after the initial impact I was just trying to figure out what was going on and was basically trying to find out how to get out of the hallway and not burn by the flame, once I got at the end of the hallway I kind of collected myself, I got into an office that was down the hallway, looked outside to see what was going on outside, I didn’t see anything, the sky was clear. I collected myself and I decided I was getting out of the building, I knew right away I needed to get out of that building.

Before having all the facts people were making assumptions about what had happened, we started to hear the stories that a plane hit the building but we didn’t know how big it was. Nobody really knew. At that point people starting filling up the stairwell to get out of the building. There was no chaos in the stairwell, people were very orderly, once we were in the stairwell people were coming out of all the levels on the way down. It was very calm. On one of the floors I hooked up with one of my coworkers and through her I heard that everyone got out of our office and that they were okay. We connected when she was getting out of another floor and I was heading in her direction.

There was no immediate threat and we were just moving out of the building. We got to an area where we couldn’t continue down the stairwell, we had to move across in one of the lower levels and that was kind of being in a movie: there was fire everywhere, the corridor was broken up, there were people covered with ash. We got across that level, we ended up in a different stairwell to continue going down. When we were in the forties or fifties, or even lower than that, we started seeing firemen coming up; at that point I was confident we would have made it out because I thought “if the firemen are getting in it means there is a way out of the building”. At that point nobody considered that the building would have collapsed.

When we got to the fourth floor, at the time nobody knew it, was when Tower 2 collapsed. I was on the fourth level and I will never forget this. I was going down the stairs, I was looking at my coworker and she was standing against the wall about to turn down the stairwell and the building started shaking and the wall started to crack behind her. At that point people panicked, everyone was trying to get out of the building. We didn’t know if our building was also coming down. All the lights went out, there was smoke everywhere. There are images of that day you will never forget. We got to a point where there was so much smoke and no lights and we didn’t know what the path was to get out of the building. Firemen had light-sticks and emergency lights to tell you were the guy in front of you is, in the service that’s how we track each other at night. I saw one light-stick and I went that direction and that’s how I knew what was the path to get out of the building.


Se we went out of the building and I didn’t know and I couldn’t figure which side of the building it was, there was so much going on that I don’t remember how we got out of there. I just remember seeing the fireman and the next thing I know is we were out of the building. Out of the building there were debris everywhere, chaos. I remember telling my coworker “We are in a war zone.” We started following the crowd that was getting north, away from the building, we were trying to get as far away from the building as we could because of the thick smoke. A few minutes after that, when we were far away from the building, a little bit safer and the air was starting to get not as thick with smoke I thought “Okay, maybe I can turn around and take a look at the building to see what is going on.” I turned around and looked up and saw this huge hole and the buildings in the flames and fire. And our tower started to collapse. As you can imagine people went back into panic and we started running north as far away as we could to escape the collapsing building. My coworker lived in Brooklyn, I lived in Jersey City and there was no way I could get home, so we headed across the Brooklyn Bridge, we made it to her place, turned on the news and tried to process what had happened.


Undicisettembre: When did you eventually get home?

Marvin Pickrum: I didn’t get home until the weekend. We had just gotten bombed, so we went to a store and got alcohol because we needed to decompress. We went straight to a store and got beer and vodka, set on the couch and listened to all the stories and kind of processed it. I didn’t get back until the weekend, Saturday I believe it was.


Undicisettembre: What happened to you in those days, when you could not get home?

Marvin Pickrum: I just hanged out with my coworker, we listened to the news on CNN. I called my mother to let her know that I got out of the building okay and that I was staying with a coworker. The city was on lockout, there was no public transportation and going home wasn’t even a priority. I was trying to decompress mostly from what had happened.


Undicisettembre: How long did it take you to get your life back to normalcy?

Marvin Pickrum: Well, how do you define what normalcy is? I moved to New York because my goal was to become a trader, I was working for a trading company and that was my priority. I graduated from law school, I had a financial background and I wanted to be a trader. After 9/11 my emotional sense was to leave New York right away, a lot of people felt that way. Everybody was on an emotional edge but I didn’t want to take an emotional decision. I decided that I was going to take time and decide whether or not I wanted to stay there. New York is a very stressful city to live in, it’s an amazing city but also very stressful and there are a lot of people: it’s the best and the worst of everything. So 9/11 changed my life, I wouldn’t be here in San Francisco if it wasn’t for 9/11, I would have stayed in New York to become a trader.

So after 9/11 I stayed there for a year and then I said “It’s not worth it. This is too hard of a grind, I’m moving back to California, find a job there.” And I got my life back together, so when you say “When did you get back to normalcy?” my answer is “I never got back to normalcy.” It changed the course of my life, there was no doubt in my mind that I ultimately would have landed a job to do trading somewhere and it didn’t happen. I’m now an auditor with an IT company. But that’s not the vision that I had for my life, that’s not the goal that I had: 9/11 changed it.

So if you ask me if my life is normal, yes, I go to work as everybody else, I enjoy outdoor and all that California has to offer. Now my life is normal and it took a while because I spent a year in New York after 9/11 and moved to Los Angeles and worked as a trainer because I always wanted to be an athlete, so I worked as a trainer in a gym for a year and a half and you would never expect someone with my education and my background to have done that. But then I got back to a job that was in line with my education and background.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

Marvin Pickrum: Well, I came very close to being a Navy SEAL and for personal reasons I left that program. After 9/11 I wanted to go back into the service but at that point I was too old and physically I couldn’t do the things that I used to do when I was in my early twenties but I was angry, I was mad, I couldn’t believe that these guys targeted civilians.

Every single day I think about this whole thing with ISIS and what we are doing and I hope we are doing enough behind the scenes to really deal with that threat. Having almost become a special forces guy I have a different perspective on what our policies should be and when you hear there was another attack and that the whole world on the social media are encouraging people to commit this kind of terror against civilians I hope that the United States and the global community are doing everything that is necessary to eliminate, and I mean eliminate, that threat. I live in San Francisco but I lived in the East Bay where I had to catch a tunnel into the financial district and I don’t like being of those trains anymore because to me its such an easy target to hit. I think about this things while I don’t think other people think the same way.

But I go on with my life. We have been at war for I don’t know how long, we’ll continue to be at war. They are using tactics that are a sign of the times, I cannot worry about things I can’t control and I have to go to work like everybody else.


Undicisettembre: What do you think about wars in Afghanistan and Iraq?

Marvin Pickrum: It’s complicated, to me what’s happening in the middle East has given rise to these groups but I don’t understand the nature of why there’s so much conflict and I also feel it can never be resolved. When you try to follow “Ok, well, this group arose out of what happened in Iraq”, then there’s war in Syria, who’s supporting who it’s incredibly confusing. I believe we might have made some mistakes in terms of our policy but I don’t think I have the experience to really know the history behind that region and the basis for the conflict and the animosity towards us. Having said that, as an ex military I love my country, I’m a patriot and I hope we do all the necessary to eliminate that threat.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories that claim that 9/11 was an inside job?

Marvin Pickrum: I’m not a big believer in conspiracy theories unless there is proof. Well, I’m a lawyer and I ask these people “Show me some evidence. Is there any evidence that this was an inside job? If it is a conspiracy let me see the hard evidence.” Until then to me it’s just conjecture to sell newspapers and get people excited.

They have to show some evidence, it’s that simple. In my mind there was a group, we know who they were, they were tied to a very specific terrorist group.


Undicisettembre: Do you think the country is still living in fear or has it regained its standing in the world?

Marvin Pickrum: Well, I survived it, so I don’t fear it. We have threats as we always had, the United States have always had enemies, we are always going to have enemies, that’s why I support the military. That’s why I believe in having a strong, solid, effective, capable, competent military. Having said that I believe we need more intel to face this threat. I have no experience in that but I believe that good intel provides you with targets. I don’t think we have to repeat Iraq and mobilize huge masses of people and materials, I don’t think that’s the war of the future. So money should be shifted away from that into intel, to get information about who these people are where they are based.

As for the rest of the country I think people live their lives the way they always had. They get to work, have bills to pay, take care of the kids, education, but we are always going to face threats.