2015/04/20    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

Afganistan 1998: il primo tentativo americano di uccidere Osama bin Laden

di Hammer. Le foto satellitari dei siti bombardati a corredo di questo articolo sono state prese dall'archivio della George Washington University.

Il 7 agosto del 1998 al Qaeda attaccò con dei camion bomba le ambasciate statunitensi a Dar es Salaam, in Tanzania, e a Nairobi, in Kenya. La risposta americana agli attacchi non si fece attendere e il 20 agosto dello stesso anno le forze statunitensi condussero un attacco missilistico contro un industria farmaceutica legata ad al Qaeda a Karthum, in Sudan, e contro alcuni campi di addestramento in Afghanistan: una di tali sedi veniva regolarmente frequentata da bin Laden e quindi l'attacco aveva anche lo scopo di uccidere proprio terrorista saudita. L'operazione fu denominata Operation Infinite Reach.

Le fonti che abbiamo utilizzato per la nostra ricerca sono gli articoli del New York Times Post Look at the Place! Sudan Says, 'Say Sorry,' but U.S. Won't di Marc Lacey del 20 ottobre 2005 e To Bomb Sudan Plant, or Not: A Year Later, Debates Rankle di James Risen del 27 ottobre 1999, gli articoli CIA Trained Pakistanis to Nab Terrorist But Military Coup Put an End to 1999 Plot, pubblicato sul Washington Times da Bob Woodward e Thomas E. Ricks il 3 ottobre 2001; Inside the Ring, pubblicato da Bill Gertz il 18 settembre 2009 sul Washington Post e U.S. missiles pound targets in Afghanistan, Sudan di Jamie McIntyre and Andrea Koppel pubblicato dalla CNN il 21 agosto 1998.

Oltre a questi abbiamo consultato i libri Ghost Wars: The Secret History of the CIA, Afghanistan, and Bin Laden, from the Soviet Invasion to September 10, 2001 di Steve Coll, The Osama bin Laden I Know di Peter Bergen, Taliban di Ahmed Rashid e la dichiarazione dell'ex Segretario alla Difesa William Cohen alla 9/11 Commission.

I campi di addestramento di al Qaeda oggetto dell'attacco in Afghanistan furono quattro, tutti nelle vicinanze di Kandahar. Uno di questi, chiamato Zhawar Kili al-Badr, veniva spesso utilizzato da bin Laden per organizzare incontri con i vertici di al Qaeda. Un summit era previsto proprio per il 20 di agosto, ma nonostante lo sforzo militare americano Osama non era presente al momento del bombardamento. Secondo quanto riportato da Coll, Osama era effettivamente presente a Zhawar Kili al-Badr il giorno dell'attacco ma lasciò la sede poche ore prima del bombardamento; al contrario secondo quanto riportato da Gertz, nei giorni immediatamente precedenti il leader di al Qaeda avrebbe cautelativamente cancellato l'incontro previsto per il 20 agosto dopo che Mohammed Sadeeq Odeh, uno dei leader di al Qaeda che avrebbe dovuto parteciparvi, fu arrestato in Pakistan.

L'attacco contro le quattro basi afghane fu condotto con 66 missili cruise lanciati da navi da guerra posizionate nel Mar Arabico. La scelta usare solo missili e di non impiegare forze umane fu ovviamente dettato dalla volontà di non rischiare la vita dei propri militari. Il numero di morti causati dall'attacco non è mai stato chiarito: secondo il giornalista pakistano Ahmed Rashid furono circa 30, mentre il membro di al Qaeda Nasser al-Bahri ha sostenuto che le vittime furono solo 6.

Lo stesso giorno e secondo le stesse modalità un simile attacco fu condotto contro l'industria farmaceutica Al-Shifa, a Khartoum, in Sudan. L'intelligence americana riteneva, come dichiarato da William Cohen, che vi fossero forti evidenze del fatto che Al-Shifa lavorasse alla creazione di armi chimiche, specificatamente gas nervini, per al Qaeda. Tuttavia l'anno seguente il Bureau of Intelligence and Research condusse un'indagine per chiarire se vi fossero effettivamente prove sufficienti e concluse che gli indizi in tal senso erano in realtà molto deboli. L'attacco fu condotto con il lancio di 13 missili cruise lanciati da navi da guerra posizionate nel Mar Rosso; il bilancio fu di un morto e dieci feriti, e ovviamente i danni prodotti ebbero un effetto nefasto sulla disponibilità di medicinali in Sudan.

Dopo quasi vent'anni i punti oscuri su quanto avvenuto quel giorno sono ancora molti e a distanza di tanto tempo sembra molto improbabile che vengano mai chiariti.

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2015/04/06    Permalink       2 commenti         Avvertenze per i commentatori

United 93: confronto con lo schianto del volo Tatarstan Airlines 363

di Hammer. L'articolo è stato corretto dopo la pubblicazione iniziale per tenere conto delle osservazioni emerse nei commenti.

Lo schianto del volo United 93 è un aspetto degli attentati dell'11/9 che sfida l'intuizione anche di chi non è propenso a credere alle teorie del complotto. Verrebbe naturale attendersi che in qualunque disastro aereo restino grosse carcasse del velivolo facilmente identificabili anche da lontano, ma nel caso di United 93 non è stato così. Abbiamo già mostrato in passato come casi analoghi abbiano prodotto effetti analoghi in termini di dimensione e forma dei rottami e di condizioni della scena del disastro: si vedano ad esempio gli incidenti occorsi ai voli United 585, Pacific Southwest Airlines 1771 e Kenya Airways 507.

In tempi più recenti si è verificato un caso di schianto quasi verticale che ha avuto conseguenze simili a quelle di UA93: lo schianto del volo Tatarstan Airlines 363 precipitato a Kazan, in Russia, il 17 novembre 2013.

Il velivolo, un Boeing 737-500, era partito dall'aeroporto di Mosca-Domodedovo alle 18:25 (ora locale) con destinazione Kazan, a circa 800 chilometri di distanza. In fase di atterraggio, a causa di un errore del pilota dovuto anche alle condizione meteo avverse, l'aereo si schiantò con un angolo di circa 75 gradi sulla pista di atterraggio, alla velocità di circa 450 chilometri orari. Dello schianto esiste anche un video, decisamente impressionante, disponibile qui.

Lo schianto può essere paragonato per l'angolo di impatto a quello di United 93. Va tuttavia notato che il Boeing 757-222 (ossia il modello di UA93) è notevolmente più grande del 737-500, che la velocità di impatto di UA93 fu circa doppia rispetto a quella del Tatarstan Airlines 363 (450 km/h per il volo della Tatarstan Airlines, 900 km/h per United 93) e che UA93 si schiantò su un terreno morbido mentre il velivolo russo su una pista di asfalto.

Come si può vedere dalle seguenti foto, i rottami del volo Tatarstan Airlines 363 sono per forma e dimensione molto simili a quelli di United 93 (che si possono vedere per confronto in questo video).








Un secondo aspetto importante da sottolineare è la forma della nube di fumo prodotta dall'impatto. Poco prima del secondo 30 nel video di Russia Today si può vedere, nonostante l'immagine sia molto buia, la nuvola nera che si alza dal luogo d'impatto, staccandosi dalle fiamme in modo del tutto simile a quanto accaduto nel caso di United 93.



Un ultimo aspetto che merita di essere considerato è che al secondo 45 del video si può vedere una seconda esplosione che avviene 40 secondi dopo l'impatto (anche se il video è rallentato e quindi la seconda esplosione è avvenuta nella realtà entro un tempo minore). Nonostante questo aspetto non sia strettamente legato a un confronto con United 93, è utile sottolineare che gli schianti aerei non sempre si comportano in modo intuitivo e a causa della grosse quantità di carburante coinvolte possono dare luogo a esplosioni secondarie ben dopo l'impatto principale.

Ancora una volta l'analisi di questo caso ha dimostrato che i comportamenti poco intuitivi dipendono più dalla scarsa conoscenza degli argomenti che da improbabili complotti.

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2015/03/16    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

World Trade Center: an interview with doctor Emil Chynn

by Hammer. An Italian translation is available here.

Among the many people who took part in the rescue and recovery work on and after 9/11, in addition to firefighters and police forces, an important role was played by medical workers. Although they are mentioned rarely, they helped greatly in treating injured civilians and in helping other rescuers as well.

Undicisettembre offers its readers the account of surgeon Emil Chynn, who was the first doctor to arrive at Ground Zero and organized the first triage center for the injured near the site of the disaster. Dr. Chynn, MBA, is also the proprietor of the Park Avenue SafeSight practice in New York.

The photographs in this article are courtesy of Emil Chynn, whom we wish to thank for his kindness and willingness to share his experience.


Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on that day?

Emil Chynn: I was the first doctor to arrive at Ground Zero on 9/11 - when I arrived it looked like a war zone. At the time, I lived on West 12th Street, which is about a mile away from WTC. I remember going to work and seeing people staring up at the Twin Towers, which had both been hit, and were on fire. I decided to go down there myself to help out.

This wasn’t as crazy as it sounds. I was also involved back in 1993, when terrorists set off a truck bomb in the parking garage of one of the Towers. At that time I was an intern at Saint Vincent's Hospital and was about to get off call, and hospital administration told us all to just stay at the hospital, since that was the closest Trauma Center to WTC. However, it took at least 4 hours for any victims to arrive by ambulance, because of logistical delays (like getting the ambulances downtown, triaging the patients, and having them come back uptown). So I thought I would be much more useful if I were at the scene this time to accelerate the process - so I headed downtown.

I first tried to catch a cab, but that was impossible. First of all, almost all of them were occupied. Second, you can imagine the reaction of the cabby I found who didn’t have a fare, when I asked him to take me to WTC. So to save time, I rollerbladed down to WTC in my scrubs. By the time I got below Canal Street, there was like a foot of paper on the ground, so I had to take off my blades and walk. A few more blocks downtown, like Worth Street, you started to see some stuff on fire, with people running past you, uptown towards safety. By the time you got to Chambers Street, it was really scary; nobody on the street, with abandoned ambulances and fire trucks on fire. I had a cop car explode near me. It was like a post-apocalyptic, World War III movie.

Near where I thought WTC should be, I came across a few other brave or stupid healthcare workers like myself, who were also disoriented. Visibility was about 20 feet because of all the dust and smoke and ash in the air - it was literally as dark as dusk at Ground Zero, although it was a beautiful, perfect sunny fall day up on 12th St. We thought we were lost, because we couldn’t find WTC - and it’s hard to miss two 100-plus-storey buildings, even with that much smoke. I remember walking around the block with one nurse, one EMT guy, and one girl who was a PT student or something, looking upwards like tourists in Times Square, but never being able to find the Twin Towers. Finally, the EMT guy said, “I think that’s the Tower, guys” and pointed to a small pile of rubble, about 100 feet high. I argued with him, saying “Are you nuts? How could a 100 storey building be reduced to something only 4 stories high?” so we all walked around the block again. You have to understand that when we started downtown, both towers were burning on top, but still standing. We didn’t have access to TV, or radio, and all cell phones didn’t work downtown. So a person watching CNN in Japan would know more about what was going on than us, a few dozen feet away.

Finally, we all realized that he was right, and we just sat down and stared at the rubble pile. I don’t know what the others were thinking, because everyone was silent. I was really numb from that emotional shock, thinking about the enormity of the situation, the sheer destruction we were witnessing, and all the people who must have died. The PT girl started to cry, but quietly.


Undicisettembre: Why were there no professional rescue efforts going on when you arrived?

Emil Chynn: Many weeks after 9/11, after I went back to work as a LASEK surgeon, I figured out why, and there were several reasons. First, the Command and Control Center for emergency response for all of New York City had been coincidentally and tragically located at 7 WTC. A month before 9/11, I almost signed a lease to move my LASEK center to the retail arcade of one of the Towers, but decided against that because rent was too high, so I just missed making a similar tragic decision. Unfortunately, 7 WTC was hit by a lot of debris from the collapse of 1 and 2, which set the building on fire. It didn’t help that they had huge backup generators to supply electricity to the Command Center on the 23rd Floor of 7, plus a tank of over 1,000 gallons of diesel fuel to power that generator – which also ignited. So that wiped out a lot of the resources for emergency response.

Plus, you have to understand that before 9/11, the US had never been attacked on home soil ever, and it was before terrorism was a recognized threat around the world. So it’s understandable that the NYPD and other government agencies weren’t that prepared, as this hadn’t happened before.


Undicisettembre: Tell us about your efforts on 9/11 itself, and those of other first responders that day.

Emil Chynn: Well, I got there very early, and you can imagine the emotional toll the collapse of both towers had on all the cops and firefighters. I saw a few just sitting down and crying. That made even more of an impact than seeing a firetruck on fire, because those guys are incredibly tough, so it’s really disconcerting when you see them sobbing. Of course, unlike them, I didn’t lose any close friends or colleagues myself that day, or else I probably would have been less functional than I was.

After the PT girl got her shit back together, as well as the rest of us, our little group decided that we’d better set up some kind of triage center, since it was pretty clear that there wouldn’t be any organized medical response at the scene that day. Not with firefighters crying, and cops saying to us when we asked who we should report to “beats me – your guess is as good as mine.”

So we took over the nearest store that was still standing, and that looked structurally sound – like, not with a huge shard of WTC sticking out of it. That turned out to be a Burger King across the street, which had most of its front glass blown out but at least it wasn't on fire. We cleared out the Burger King and most places in the area didn't have running water, but the Burger King did, maybe because it was a restaurant or something like that. There were a couple of ambulances standing around with no crew. I'm not sure to this day what happened to them – maybe they died during the tower collapse, maybe they ran to safety when that happened. Who knows. All we knew is we desperately needed supplies – so we looted those ambulances and took their IVs and trauma kits.


Undicisettembre: Did you have any contact or coordination with government agencies at that time?

Emil Chynn: Well, after we set up a makeshift triage center and ER, I remember a firefighter handed me a walkie talkie, and put me on with his Battalion Commander or something like that, who asked me, “can we send in the ambulances yet?” I looked around, and realized that the debris, mostly paper, was about knee deep all over, so there was no way that any ambulance would be able to arrive. I told him, “We need to clear a path for the ambulances, can you send a bulldozer or something?” Let’s just say I didn’t get a positive reply. But there was some hippy-looking construction worker who was nearby, and he said “I can help with that.” Five minutes later, he arrived with a Bobcat, and started plowing the street, piling up paper in these huge mounds, like they’re snowdrifts. Later on he told me that he hot-wired the Bobcat, and stole it from a construction site he saw a few blocks away.


Undicisettembre: Were there many episodes like that, of regular folks risking a lot, just to help out?

Emil Chynn: Yes. There were hundreds of episodes like that every day. People were literally falling over themselves to help out in any way they could. There were people digging in the rubble with their bare hands, “on the pile” is what we called it, searching for survivors. Everyone was so dedicated, and generous, and giving. It’s what made being there tolerable, because amidst all the death and destruction from all that evil, you could still also feel the kindness and humanity of all the volunteers and first responders. Everybody was just pitching in, doing their part, without thought of pay, or glory, or anything selfish. I was nice to be a part of that.

I was interviewed on some network TV station the next day, and was asked if the first responders could use anything, and I mentioned that we needed masks, because there was so much dust in the air it was sometimes uncomfortable breathing. The next day, somehow, hundreds, if not thousands of masks arrived. It’s like the entire country wanted to help us help those people at Ground Zero.


Undicisettembre: What can you tell us about the victims at Ground Zero? What were their conditions?

Emil Chynn: They were bloody with lacerations because all the glass blew out. I didn’t see many people with major trauma or severe concussions or stuff like that – unfortunately, those people were probably all dead. Most people either had injuries that weren't that major, or they were dead. We were expecting people to come in missing a leg or an arm or something like that, but that wasn’t the case.

In retrospect, that was because of the way the buildings collapsed – they went straight down, and compacted themselves, rather than falling over. So if you were inside the buildings when they collapsed, you were dead, whereas if you were a block away, you were basically fine.


Undicisettembre: What happened in the next days? How long were you there?

Emil Chynn: I volunteered at Ground Zero for nearly one week straight, working between 12 and 18 hours per day. The first day was totally chaotic and you didn't get any real visibility until the afternoon, when all the particulate matter settled down and you got normal visibility and could see at least a block. Before then you couldn’t really see much of anything, so you didn’t realize the scope of the situation. That’s when you saw both towers had collapsed, and there was another skyscraper nearby with part of one of the towers embedded in it, and by then WTC7 had also collapsed.

There were ambulances pulling in and out, evacuating trauma victims, a lot of whom were first responders with relatively minor injuries (like broken bones). At that point, it was somewhat more organized, with cop cars pulling up with cops inside, rather than abandoned cop cars on fire.

But again, we were expecting major trauma victims to arrive at our triage center, but no victims were arriving. By that evening, all of us healthcare workers were starting to realize that there were going to be very, very few survivors. That was really sad, and also disappointing: you work so hard all day, preparing to help people – and we did help hundreds of people with minor trauma like abrasions and lacerations and fractures – but we didn’t help one person on the major trauma side.

FEMA didn't arrive until the second or third day. Of course, NYPD and FDNY was there from the start. At midday on 9/11, I already saw guys with FBI jackets, and even ATF, which I thought odd, but maybe there was an ATF base nearby. I never saw a single FEMA jacket until the second or third day. Not that I blame FEMA, because pre-9/11, FEMA was only involved in natural disasters like hurricanes or floods for which you have more warning, like at least a day or so. So FEMA probably needs a couple of days to prepare a fast response for a natural disaster. But in the case of 9/11, there was zero warning, because it was not a natural disaster – it was man-made.


Undicisettembre: Doctors are rarely mentioned among the heroes of that day. How do you explain that? What do you think about it?

Emil Chynn: First of all, I want to make clear that everyone there, like all the firemen and policemen, were very dedicated and professional, as well as humble – no one was trying to get credit for anything because we were all there on a pure humanitarian mission.

That said, it’s unfair that the vast majority of healthcare workers who were there on 9/11 were not only “first responders” but true volunteers – they weren’t going down there as part of their jobs, and they weren’t getting paid. This leads to even more unfairness, although it’s really nobody’s fault.

If you developed a medical problem while at Ground Zero, and were a cop or firefighter, you would get lifetime disability and lifetime pay, because you were on the job, and your disability was “work related.” However, if you were a true volunteer, you would get none of that. It’s not like I think that the lifetime benefits of city employees from their work at Ground Zero are unfair. Of course that’s fair – they risked their lives, and lost friends, protecting all of us.

But what about the true volunteers, like the healthcare workers, and myself?

I never had any respiratory issues before 9/11. At Dartmouth, I briefly raced on the cycling team, which was a club sport back then. When I was a medical student at Columbia, I ran the NY Marathon in 3:36, which was a pretty respectable time, especially since I didn’t really get to train, because they were working me like a dog. So I was always in top cardiovascular shape.

After volunteering at Ground Zero for nearly a week, working 12-18 hour days, I developed asthma about a month or two afterward, for the first time, and I’ve had that since, and will have that the rest of my life. But I received no disability for this, and that’s why I’ve had to work every day of my life since. On the positive side, that’s how I’ve managed to treat over 20,000 LASEK patients!


Undicisettembre: Did you medical volunteers receive any recognition at all?

Emil Chynn: A few months after 9/11, I got a call from someone saying they were organizing a tribute to first responders at Yankee Stadium, they were inviting cops and firefighters and their families, and wanted me and the other medical volunteers that day to participate. I was briefly happy, as I thought that finally we would at least be properly recognized. (The only free meal I was offered for my service was at a place called Bar 6 across from my apartment in the West Village, and when I showed up a month later for dinner, the owner reneged on his promise of a “thank-you dinner”.)

Well, that happiness lasted about 5 seconds. Because the NYC official calling then said, “We would like to ask you if you would be willing to provide free medical services that night, in case someone at the Stadium has a heart attack or something.” I hung up the phone on him.

Look, as a doctor it’s not like I need or want the free dinner. But some fair recognition for the hundreds of medical workers who were true volunteers at Ground Zero would be nice.


Undicisettembre: Did you have psychological consequences after 9/11?

Emil Chynn: I'm a surgeon and when you are a surgeon you learn how to block a lot of stuff out – this is a necessity to do your job properly. I have the largest Refractive Surgery fellowship program in the US, so I train a lot of doctors on how to be eye surgeons – at least 20 doctors from over a dozen different countries over the past 15 years.

Right now I'm training a doctor who's very good at treating patients medically, but she gets very nervous in the operating room: so nervous she sometimes she says she cannot proceed. I tell her “What do you mean you cannot proceed? You are a surgeon – you must proceed!” Eye surgery is different from other kind of surgeries because the patient is awake (we just anesthetize their eyeball), so in that sense it’s harder than most other kinds of surgery. Like, I’ve scrubbed in on neurosurgery when I was at Columbia, but those patients are unconscious.

So eye surgeons are operating on people’s eyes while they’re awake and fully alert! So that means, to be an excellent eye surgeon, you must get good at always being in control, no matter what. I've done 30,000 cases of different types of surgery: mostly laser vision correction but also “real surgery” like corneal transplants. I think almost all good surgeons (as opposed to all doctors) would be good in a war-like setting, like 9/11 was, because we have to deal with blood and sometimes death or blindness routinely.

Having said that, after 9/11 I thought I was perfectly fine for a couple of months, and thought I would happily not have any PTSD, but then I started not be able to sleep. I went to psychological counseling provided by New York City and NYU (I was a part-time MBA student at the time), and went once or twice a week for three months. It was very helpful. You cannot speak freely with nonprofessionals, because there are too many things going on and you don't want to talk about this with a relative, say with your mom, because she would get very upset for me. I think anybody who is in a very stressful situation should seek some counseling,


Undicisettembre: Has 9/11 given you a new insight into being a doctor?

Emil Chynn: I was already taking trauma call for Manhattan Eye and Ear and for New York Eye and Ear, and even though I was just teaching residents how to sew up ruptured eyeballs, it is often part of other major trauma. But this is part of your job as a surgeon, so it probably doesn’t affect you that much as a person, because you perceive it as somewhat normal.

But 9/11 was not at all normal or acceptable because it was an intentional act, not an accident. So you tend to dwell on that far longer than another kind of accidental trauma. It’s like grieving for a relative that was killed in a car accident, versus one who was murdered. The latter is much worse.

Being the first doctor to arrive at Ground Zero on 9/11 changed me as a person, by giving me a new perspective on life, in terms of what’s a big thing, and what’s a small thing. After 9/11, everything is a small thing.

I’m not going to lie and say that I don’t get upset about small things, because I am a perfectionist, am known as a perfectionist, and that’s why people choose me for LASEK, and why I can get most of my patients seeing better than 20/20.

I would say that volunteering at 9/11 for a week, enduring incredibly challenging and even scary conditions, has made me impervious to getting rattled by anything. It’s given me strength – or more accurately, given me total confidence that I will be able to perform at a very high level, under any condition, no matter what. That kind of confidence is not normal for civilians, probably only something that soldiers who have gone through combat can understand. So 9/11 was my combat.


Undicisettembre: What do you think about conspiracy theories that claim that 9/11 was an inside job?

Emil Chynn: This is ridiculous and those people are nuts! I am very logical and rational. If you apply Occam's razor: the simplest answer is usually correct. These conspiracy theorists drive me nuts. They say there were explosives hidden in the WTC 7, for example, and that building came down because of that. What about the 1,000 gallons of diesel oil? Why invoke some hidden explosives? Plus, I was born in NYC, and was in WTC 7 before it burnt to the ground. There is no way anyone could plant shaped charges throughout that building and not be detected. That’s impossible. Or have these people forgotten that the NYC Emergency Command and Control was on the 23rd Floor?


Undicisettembre: Did you get a chance to see World Trade Center 7? Was is burning? As you know conspiracy theorists say that the fire inside WTC 7 was not enough to make it collapse.

Emil Chynn: Yes, it was burning. What do they mean with “not enough”? Are they going to qualify how much each building should burn? It's so stupid.


Undicisettembre: Have you been to the 9/11 Memorial Museum yet?

Emil Chynn: Yes. A couple of months ago, because someone wanted to interview me for the museum. I think they did a remarkable job. I was reading all of the controversy about portraying Muslims unfairly. I think they consciously made good efforts not to portray Islam or Muslims negatively.

For instance, there is a simulation where you hear the cockpit recording of United 93. If you pay attention, they only play voices in English of the pilot and the air traffic control. They purposely cut out the part where the terrorists speak and say “God is Great!” in Arabic. They were very conscious to present things so that it doesn't represent a religion or a race negatively. They did a remarkably good job. I challenge anyone who thinks they could do it better, given all the constraints.

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World Trade Center: intervista con il medico Emil Chynn

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Tra i soccorritori dell'11/9, oltre a pompieri e poliziotti, anche i medici che hanno prestato il proprio servizio a Ground Zero occupano un posto di rilievo. Nonostante siano di rado menzionati hanno contribuito considerevolmente a curare i feriti e a prestare i soccorsi anche agli altri soccorritori.

Undicisettembre offre oggi ai suoi lettori la testimonianza diretta del medico chirurgo Emil Chynn, che nel suo corso di studi ha conseguito anche un MBA, che fu il primo medico ad arrivare a Ground Zero ed organizzò il primo centro di smistamento per i feriti vicino al luogo del disastro. Il dottor Chynn è anche il proprietario dello studio Park Avenue SafeSight di New York.

Le immagini a corredo di questo articolo sono state fornite da Emil Chynn, che ringraziamo per la sua disponibilità e cortesia.


Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto quel giorno?

Emil Chynn: Sono stato il primo medico ad arrivare a Ground Zero l'11/9; quando arrivai sembrava una zona di guerra. A quel tempo vivevo sulla West 12th Street, che è circa a un miglio di distanza dal WTC. Ricordo che mentre andavo al lavoro tutta la gente guardava verso le Torri Gemelle, che erano state entrambe colpite ed erano in fiamme. Decisi di andare anche io là per aiutare.

Non era una cosa folle come può sembrare. Ero stato coinvolto anche nel 1993, quando i terroristi avevano fatto esplodere un autobomba nel parcheggio di una delle Torri. Al tempo lavoravo al Saint Vincent's Hospital e stavo per terminare il turno quando i capi ci dissero di restare in ospedale perché eravamo il Centro Traumatologico più vicino al WTC. Ciò nonostante ci vollero almeno quattro ore prima che le prime vittime arrivassero con le ambulanze per via di ritardi logistici (come far arrivare le ambulanze downtown, smistare i pazienti a riportarli ad uptown). Quindi pensai che sarebbe stato molto più utile se questa volta fossi andato sulla scena per accelerare il processo, quindi mi diressi verso downtown.

Inizialmente provai a prendere un taxi, ma fu impossibile. Anzitutto perché erano tutti occupati. Secondo, puoi immaginare la reazione del tassista libero che trovai quando gli chiesi di portarmi al WTC. Per risparmiare tempo andai con i rollerblade verso il WTC indossando il camice da lavoro. Quando oltrepassai Canal Street, c'erano circa 30 centimetri di carta a terra, quindi tolsi i rollerblade e continuai a piedi. Qualche isolato oltre, circa a Worth Street, si cominciava a vedere del materiale in fiamme con la gente che ti correva accanto cercando di mettersi in salvo andando a nord. Quando arrivai a Chambers Street fu veramente inquietante; non c'era nessuno per le strade, e c'erano ambulanze abbandonate e camion dei pompieri in fiamme. Una macchina della polizia esplose accanto a me. Sembrava un film post apocalittico sulla Terza Guerra Mondiale.

Vicino a dove pensavo che si trovasse il WTC incontrai altri operatori sanitari coraggiosi o stupidi come ero io, che erano anche loro disorientati. La visibilità era di circa 6 metri per via di tutta la polvere e del fumo e della cenere che c'era nell'aria; era letteralmente buio come al tramonto a Ground Zero, anche se era una giornata bellissima e perfettamente assolata su alla 12esima strada. Pensavamo di esserci persi perché non trovavamo il WTC, e non è facile non vedere due palazzi di oltre 100 piani, anche in tutto quel fumo. Ricordo di aver girato attorno all'isolato con un'infermiera, un ragazzo dell'EMT, e una studentessa di fisioterapia o qualcosa del genere guardando in alto come i turisti a Times Square, ma incapaci di trovare le Torri Gemelle. Finalmente l'uomo dell'EMT disse: “Credo che quella sia la Torre, ragazzi” indicando una piccola pila di macerie di circa 30 metri. Gli risposi “Sei matto? Come può un palazzo di oltre 100 piani essere ridotto a qualcosa di circa 4 piani?” e quindi girammo attorno all'isolato un'altra volta. Devi capire che quando ci eravamo incamminati entrambe le torri erano in fiamme ma ancora in piedi. Non avevamo accesso alla TV o alla radio e downtown i telefoni cellulari non funzionavano. Quindi una persona che stava guardando la CNN in Giappone sapeva ciò che stava succedendo meglio di noi che eravamo a pochi metri.

Infine capimmo che aveva ragione, quindi ci sedemmo e guardammo la pila di macerie. Non so cosa stessero pensando gli altri, perché eravamo tutti in silenzio. Ero intontito dallo shock emotivo, pensavo all'enormità di quella situazione, la pura distruzione che stavamo guardando e tutte le persone che dovevano essere morte. La studentessa di PT iniziò a piangere, ma in silenzio.


Undicisettembre: Perché non c'erano ancora i servizi professionali di soccorso quando sei arrivato?

Emil Chynn: Molte settimane dopo l'11/9, quando tornai a lavorare come chirurgo LASEK, capii perché e c'erano molte ragioni. Anzitutto il Centro di Comando e Controllo per le emergenze di tutta la città di New York per coincidenza era stato tragicamente posto al WTC7. Un mese prima dell'11/9 avevo quasi firmato un contratto di affitto per spostare il mio centro LASEK nella zona commerciale di una delle Torri, ma cambiai idea perché il costo era troppo alto, quindi evitai una simile tragica decisione. Sfortunatamente, il WTC7 era stato colpito dai detriti dei crolli delle Torri 1 e 2 che avevano incendiato il palazzo. Non aiutò il fatto che avessero generatori di backup per fornire elettricità al Centro di Comando al 23esimo piano del WTC7, oltre a un serbatoio di quasi 4000 litri di gasolio per alimentare il generatore, che pure prese fuoco. Quindi questo tolse molte risorse alla risposta all'emergenza.

Inoltre devi capire che prima dell'11/9 gli Stati Uniti non erano mai stati attaccati sul suolo nazionale e quest'attacco avvenne prima che il terrorismo fosse riconosciuto come come una minaccia per il mondo. Quindi è comprensibile che la Polizia e altre agenzie governative non fossero preparate, perché non era mai successo prima.


Undicisettembre: Raccontaci qualcosa su ciò che avete fatto tu e gli altri soccorritori quel giorno.

Emil Chynn: Beh, arrivai molto presto e puoi immaginare il carico emotivo che i crolli di entrambe le torri ebbe su tutti i poliziotti e i pompieri. Ne vidi alcuni seduti a piangere. Fu ancora più duro che vedere un camion dei pompieri in fiamme, perché sono persone incredibilmente tenaci, quindi è veramente sconcertante vederli piangere. Ovviamente, contrariamente a loro, non persi amici o colleghi quel giorno, o probabilmente avrei lavorato peggio di come ho fatto.

Dopo che la studentessa si riprese, così come noi altri, il nostro piccolo gruppo decise che avremmo dovuto allestire un centro di smistamento, visto che era piuttosto ovvio che non ci fosse nessun centro medico organizzato sulla scena quel giorno. Non con i pompieri che piangevano e i poliziotti che quando chiedevamo dove avremmo dovuto prendere istruzioni rispondevano “Non ne ho idea. Ne so quanto te.”

Quindi prendemmo il controllo del negozio più vicino che stesse ancora in piedi e che sembrasse strutturalmente solido, cioè che non avesse grossi pezzi di WTC conficcati. Fu il Burger King dall'altro lato della strada, che aveva quasi tutte le sue vetrate frontali distrutte ma almeno non stava bruciando. Sgombrammo il Burger King e anche se la maggioranza dei posti non aveva acqua corrente, il Burger King l'aveva, forse perché era un ristorante o qualcosa del genere. C'erano un paio di ambulanze in giro senza personale. Tuttora non so cosa sia successo a quelle persone, forse morirono durante il crollo o forse erano corsi in salvo mentre accadeva. Chi lo sa. Tutto ciò che sapevamo era che avevamo disperatamente bisogno degli attrezzi, quindi saccheggiammo quelle ambulanze e prendemmo le flebo e i kit per i traumi.


Undicisettembre: Ti coordinasti o mettesti in contatto con agenzie governative in quei momenti?

Emil Chynn: Beh, dopo aver allestito un centro di smistamento temporaneo e pronto soccorso, ricordo che un pompiere mi passò una ricetrasmittente per farmi parlare con il suo Comandante di Battaglione o qualcosa del genere che mi chiese “Possiamo già mandare le ambulanze?” Guardai in giro e capii che le macerie, soprattutto carta, arrivavano all'altezza del ginocchio, quindi non c'era modo che le ambulanze potessero arrivare. Gli dissi “Ci serve un percorso sgombro per le ambulanze, ci puoi mandare un bulldozer o qualcosa del genere?” Diciamo solo che non ho avuto una risposta positiva. Ma c'era un operaio che sembrava un hippy nelle vicinanze che disse “Posso aiutarti io.” Cinque minuti dopo arrivò con un Bobcat, e iniziò a sgombrare la strada ammucchiando la carta in enormi cumuli, come dei banchi di neve. In seguito mi disse che aveva fatto partire il Bobcat collegando i fili e lo aveva rubato da un sito di costruzioni a pochi isolati di distanza.


Undicisettembre: Ci sono stati molti episodi del genere, con persone comuni che correvano rischi pur di aiutare gli altri?

Emil Chynn: Si. Ci furono centinaia di episodi di questo tipo ogni giorno. La gente letteralmente si calpestava per aiutare come poteva. C'erano persone che scavavano con le mani “sulla pila”, come la chiamavamo, alla ricerca di sopravvissuti. Erano tutti così assorti e generosi e solerti. E' stato ciò che ha reso tollerabile il fatto di essere lì, perché in mezzo a tutta quella morte e alla distruzione causata da tutta quella malvagità si sentiva ancora la gentilezza e l'umanità dei volontari e dei primi soccorritori. Tutti stavano scavando, facendo la loro parte, senza pensare alla paga, alla gloria o ad alcunché di egoista. Fu bello esserne parte.

Fui intervistato da qualche canale televisivo quel giorno mi chiesero se i primi soccorritori avevano a disposizione qualche apparato, ho risposto che avremmo avuto bisogno di mascherine perché c'era così tanta polvere nell'aria che era faticoso respirare. Il giorno dopo, in qualche modo, arrivarono centinaia se non migliaia di mascherine. Era come se l'intera nazione volesse venire ai aiutare quelle persone a Ground Zero.


Undicisettembre: Cosa puoi dirci delle vittime a Ground Zero? In che condizioni erano?

Emil Chynn: Erano insanguinati con lacerazioni per via di tutto il vetro che era esploso. Non vidi molte persone con traumi importanti o con traumi cranici o cose del genere; sfortunatamente quelli erano probabilmente tutti morti. La maggior parte delle persone aveva ferite non gravi oppure era morta. Ci aspettavamo persone senza una gamba o senza un braccio o qualcosa del genere, ma non succedeva.

Ripensandoci, fu per via di come crollarono i palazzi: andarono giù in verticale e si compattarono invece di cadere di lato. Quindi se eri nel palazzo durante il crollo eri morto, ma se eri a un isolato di distanza eri incolume.


Undicisettembre: Cosa è successo nei giorni seguenti? Per quanto tempo sei rimasto lì?

Emil Chynn: Andai come volontario a Ground Zero per circa una settimana di seguito, lavorando da 12 a 18 ore al giorno. Il primo giorno fu completamente caotico e non c'era visibilità fino al pomeriggio, quando tutto il particolato si era depositato e c'era visibilità normale e si vedeva almeno per un isolato. Prima non si vedeva nulla, quindi non si capiva l'enormità della situazione. Fu allora che vedemmo che entrambe le torri erano crollate e c'era un altro grattacielo nelle vicinanze in cui era entrato un pezzo delle torri e a quell'ora anche il WTC7 era già crollato.

Arrivavano le ambulanze, portando via chi aveva dei traumi, molti di questi erano primi soccorritori con traumi di minore entità (come ossa rotte). A quel punto i soccorsi erano più ordinati, con auto della polizia che arrivavano invece che essere abbandonate e incendiate.

Ma di nuovo, ci aspettavamo che arrivassero vittime con grossi traumi al centro di smistamento ma non arrivava nessuna vittima. Alla sera noi operatori sanitari iniziammo a capire che ci sarebbero stati ben pochi sopravvissuti. Fu molto triste e anche deludente: lavorammo duramente tutto il giorno preparandoci ad aiutare la gente, e aiutammo davvero centinaia di persone con traumi di minore entità come abrasioni o lacerazioni o fratture, ma non aiutammo nessuno con grossi traumi.

La FEMA non arrivò fino al secondo o terzo giorno. Ovviamente la Polizia e i pompieri erano lì dall'inizio. A mezzogiorno dell'11/9 vidi già persone che le divise dell'FBI e anche dell'ATF, il che mi sembrò strano, ma forse c'era una sede dell'ATF nelle vicinanze. Non vidi divise della FEMA fino al secondo o il terzo giorno. Non li sto incolpando, perché prima dell'11/9 la FEMA interveniva solo nei disastri naturali come uragani o inondazioni, per i quali esiste più preavviso, almeno di uno o due giorni. Quindi la FEMA probabilmente ha bisogno di un paio di giorni di preavviso per preparare una rapida risposta a un disastro naturale. Ma nel caso dell'11/9 non ci fu preavviso, perché non fu un evento naturale ma causato dall'uomo.


Undicisettembre: I medici sono raramente menzionati tra gli eroi di quel giorno. Come te lo spieghi? Cosa ne pensi?

Emil Chynn: Anzitutto voglio chiarire che tutti quelli che erano lì, come poliziotti o pompieri, misero il massimo dell'impegno e della professionalità, e furono umili; nessuno cercava di avere credito per quello che succedeva perché eravamo in una missione puramente umanitaria.

Detto ciò è ingiusto che la maggior parte degli operatori sanitari che era lì l'11/9 non era solo un “primo soccorritore” ma veri volontari; non andarono là nell'ambito del loro lavoro e non furono pagati per farlo. E questo porta a un'altra ulteriore ingiustizia, anche se in realtà non è colpa di nessuno.

Se un pompiere o un poliziotto subiva un danno di carattere medico a Ground Zero otteneva l'invalidità permanente e e un indennizzo permanente, perché era il suo lavoro e la disabilità era legata al lavoro. Invece i veri volontari non hanno avuto nulla di tutto ciò. Non voglio dire che i sussidi permanenti che hanno ricevuto i dipendenti della città per il loro impegno a Ground Zero siano ingiusti. Ovviamente sono giusti, hanno rischiato la vita e perso degli amici per proteggere tutti noi.

Ma i veri volontari, come gli operatori sanitari e io stesso?

Non ho mai avuto problemi respiratori prima dell'11/9. A Dartmouth, per un certo periodo gareggiai per la squadra di ciclismo, che era una società sportiva al tempo. Quando ero uno studente di medicina alla Columbia, feci la maratona di New York in 3:36, che fu un buon risultato visto che non potevo allenarmi molto dato che mi facevano lavorare come un cane. Quindi sono sempre stato al massimo della forma cardiovascolare.

Dopo aver lavorato da volontario a Ground Zero per quasi una settimana per 12 o 18 ore al giorno mi è venuta l'asma uno o due mesi dopo, per la prima volta, e da allora ce l'ho e l'avrò per il resto della mia vita. Ma non ho avuto riconosciuta la disabilità per questo, ed è per questo che ho dovuto lavorare ogni giorno della mia vita da allora. Il lato positivo è che è così che ho potuto trattare più di 20.000 pazienti con la tecnologia LASEK!


Undicisettembre: Voi volontari medici avete avuto un riconoscimento di qualunque tipo?

Emil Chynn: Alcuni mesi dopo l'11/9 ricevetti una telefonata da qualcuno che mi disse che stavano organizzando un tributo ai primi soccorritori allo Yankee Stadium, invitavano poliziotti e pompieri e le loro famiglie e volevano che partecipassi anche io e altri medici volontari. Per un po' fui contento, pensando che finalmente ci avrebbero dato la giusta riconoscenza (l'unico pasto che mi fu offerto per il servizio che ho prestato è stato a un posto chiamato Bar 6 di fronte al mio appartamento nel West Village, e quando ci sono andato un mese dopo per cena il proprietario ha ritirato la sua proposta di una cena di ringraziamento).

Beh, la felicità durò circa 5 secondi. Perché l'ufficiale di New York che mi aveva chiamato mi disse “Volevamo chiederti se sei disposto a prestare servizio medico quella sera, in caso qualcuno allo Stadio abbia problemi di cuore o qualcosa del genere.” Attaccai il telefono.

Vedi, da medico non è che ho bisogno o voglio la cena gratis. Ma un giusto riconoscimento per le centinaia di operatori sanitari che sono stati veri volontari a Ground Zero sarebbe bello.


Undicisettembre: Hai avuto conseguenze psicologiche dopo l'11/9?

Emil Chynn: Sono un chirurgo e quando sei un chirurgo impari a tenere lontane molte cose, è una necessità nel fare bene il nostro lavoro. Gestisco il più grande programma di formazione per studenti con borsa di studio in Chirurgia Refrattiva negli USA, quindi formo molti dottori su come diventare chirurghi oculari, almeno 20 medici da una dozzina di nazioni diverse negli ultimi 15 anni.

Proprio adesso sto formando una dottoressa che è molto brava a trattare i pazienti medicalmente ma diventa molto nervosa in sala operatoria: così nervosa che alle volte dice che non può procedere. Le dico “Come non puoi procedere? Sei un chirurgo: devi procedere!” La chirurgia oculare è diversa dagli altri tipi di chirurgia perché il paziente è sveglio (gli anestetizziamo solo il bulbo oculare), quindi in questo senso è più difficile di altri tipi di chirurgia. Per esempio, ho fatto pratica nella neurochirurgia quando ero alla Columbia, ma quei pazienti non sono coscienti.

Dunque i chirurghi oculari operano gli occhi delle persone quando sono sveglie e pienamente vigili! Quindi per essere un eccellente chirurgo devi essere bravo ad avere sempre il controllo della situazione, qualunque cosa succeda. Ho trattato 30.000 casi di tipo diverso: principalmente correzione laser ma anche “vera chirurgia” come il trapianto di cornea. Credo che quasi tutti i bravi chirurghi (a differenza di altri tipi di medici) sarebbero bravi in situazioni di guerra, come l'11/9, perché affrontiamo il sangue e a volte la morte o la cecità ogni giorno.

Detto ciò, dopo l'11/9 sono stato perfettamente bene per un paio di mesi e pensavo felicemente di non soffrire di stress post traumatico, ma poi ho iniziato a non riuscire a dormire. Ho fatto della terapia psicologia che mi fu offerta dalla città di New York e dalla New York University (ero studente di un MBA part time al tempo) e sono andato una o due volte a settimana a fare la terapia per tre mesi. Fu molto utile. Non puoi parlare liberamente con i non professionisti, perché ci sono troppe cose che accadono e non vuoi parlare di questo con un parente, ad esempio con tua madre, perché si preoccuperebbe molto per me. Credo che ogni persona che si trovi in una situazione di stress dovrebbe fare della terapia.


Undicisettembre: L'11/9 ti ha dato una nuova visione dell'essere medico?

Emil Chynn: Lavoravo già per i casi di trauma per l'ospedale Manhattan Eye and Ear e per il New York Eye and Ear, e anche se stavo solo insegnando agli interni come ricucire un bulbo oculare danneggiato, questo era spesso parte di traumi più grandi. Ma questa è una parte del nostro lavoro da chirurghi, quindi non lascia conseguenze sulla persona, perché è percepito come una cosa normale.

Ma l'11/9 non è stato affatto una cosa normale o accettabile perché è stato intenzionale e non un incidente. Quindi tendi a pensarci molto di più che ad altri tipi di trauma accidentale. È come dolersi di un parente morto in un incidente d'auto piuttosto che di uno che è stato ucciso. Il secondo caso è molto peggiore.

Essere stato il primo medico a essere arrivato a Ground Zero l'11/9 mi ha cambiato come persona perché mi ha dato una nuova prospettiva sulla vita, in termini di ciò che è importante e ciò che non lo è. Dopo l'11/9 tutto mi sembra piccolo.

Non voglio mentire e dire che non mi preoccupo delle cose piccole, perché sono un perfezionista, sono noto come un perfezionista ed è per questo che la gente sceglie me per il LASEK, e perché riesco a portare la maggior parte dei miei pazienti a vedere meglio di 20/20.

Direi che essere stato un volontario l'11/9 per una settimana, sopportando condizioni incredibilmente difficili e anche spaventose, ha fatto sì che ora nulla riesce più a spaventarmi. Mi ha dato forza, o più precisamente mi ha dato totale fiducia nel fatto di essere in grado di lavorare a livelli molto alti in qualunque condizione, qualunque cosa accada. Quel livello di fiducia non è normale per i civili, probabilmente è qualcosa che solo quei soldati che sono andati in battaglia possono capire. E l'11/9 è stato la mia battaglia.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto che sostengono che l'11/9 sia stato un "inside job"?

Emil Chynn: È ridicolo e quelle persone sono pazze! Sono molto logico e razionale. Se applichi il Rasoio di Occam la risposta più semplice è di solito quella corretta. I complottisti mi fanno impazzire. Ad esempio dicono che c'erano esplosivi del WTC7 e che il palazzo è crollato per via di questi esplosivi. E che dire invece dei 10.000 litri di combustibile? Perché mai pensare a esplosivi nascosti? Inoltre io sono nato a New York ed ero stato nel WTC7 prima che crollasse per via degli incendi. Non c'è modo di mettere delle cariche cave nel palazzo senza essere visti. È impossibile. O questa gente si è dimenticata che il Centro di Comando e Controllo per le emergenze di New York era al ventitreesimo piano?


Undicisettembre: Hai avuto modo di vedere il World Trade Center 7? Stava bruciando? Come sai, i complottisti dicono che gli incendi nel WTC7 non erano sufficienti a farlo crollare

Emil Chynn: Si, stava bruciando. Ma cosa vogliono dire con “non erano sufficienti”? Vogliono valutare quando debba bruciare ciascun palazzo? È così stupido.


Undicisettembre: Sei già stato al 9/11 Memorial Museum?

Emil Chynn: Si. Un paio di mesi fa, perché qualcuno ha voluto intervistarmi per il museo. Credo che abbiano fatto un ottimo lavoro. Ho letto della polemica sul fatto di non rappresentare i musulmani in modo ingiusto. Credo che abbiamo intenzionalmente fatto molti sforzi per non rappresentare l'Islam o i musulmani negativamente.

Per esempio, c'è una simulazione dove si sente la registrazione della cabina di pilotaggio di United 93. Se fai attenzione, ci sono solo le voci in inglese del pilota e del controllo del traffico aereo. Hanno intenzionalmente tolto le parti in cui i terroristi parlano e urlano “Dio è grande!” in arabo. Sono stati molto coscienziosi nel presentare le cose in modo da non rappresentare una religione o una razza negativamente. Hanno fatto un ottimo lavoro. Sfido a dire che avrebbero potuto farlo meglio, visti tutti i vincoli.

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2015/03/02    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

Sudan 1994: il primo tentativo di uccidere Osama bin Laden

di Hammer

Un aspetto controverso e poco noto della vita di Osama bin Laden riguarda quanto avvenuto nei primi giorni di febbraio del 1994, durante il suo periodo di vita in Sudan, quando un gruppo di miliziani libanesi tentò di ucciderlo dapprima nella moschea che frequentava regolarmente e in seguito nella sua abitazione.

I fatti di quei giorni sono tuttora, a oltre vent'anni di distanza, poco chiari e le informazioni disponibili sono poche e spesso contraddittorie. Le fonti da noi utilizzate sono i libri di Peter Bergen Holy War, inc e The Osama bin Laden I know, The Looming Tower di Lawrence Wright, The Search for al Qaeda di Bruce Riedel e Canada in Sudan di Peter Pigott oltre all'articolo Bin Laden's Plush Life in Sudan di Tina Susman, pubblicato su Newsday il 26 agosto 1998, e a un articolo di Mohammed Ibrahim Naqd pubblicato sul quotidiano al Hayat il 18 novembre 2001 (quest'ultimo è disponibile solo in arabo, ma è complessivamente comprensibile grazie a Google Translate).

Il 4 febbraio del 1994, nella città di Omdurman, un gruppo di libanesi armati di kalashnikov e guidati dal connazionale Mohammed Abdullah al-Khilaifi assaltò una stazione di polizia, dove uccise due agenti per poi rubare armi e munizioni. Il gruppo si diresse quindi verso la moschea di Ansar al-Sunnah, nella periferia della città, dove alla conclusione della preghiera della sera aprì il fuoco indiscriminatamente sulla folla, uccidendo sedici persone e ferendone altre venti. La moschea era frequentata dai sauditi residenti nella zona, tra cui Osama bin Laden, che quel giorno era insolitamente assente.

Gli assalitori trascorsero la notte nascosti nei pressi dell'aeroporto di Khartoum. Il giorno seguente ingaggiarono uno scontro a fuoco con alcuni poliziotti per le strade di Khartoum e si diressero quindi verso la sede della Wadi al Aqiq, la holding fondata in Sudan dallo stesso bin Laden, dove aprirono il fuoco su alcuni dipendenti di Osama.

Il gruppo libanese giunse quindi alla residenza di Osama (immagine a fianco) nel quartiere Al-Riyadh di Khartoum intorno alle cinque del pomeriggio, quando bin Laden era solito aprire le porte di casa per ricevere ospiti. I libanesi spararono proprio verso il posto dove Osama era solito sedersi quando riceveva ospiti, ma in quel momento bin Laden era altrove impegnato in una discussione con il figlio maggiore Abdullah. Le guardie personali di Osama risposero al fuoco e nel conflitto e conseguente inseguimento rimasero uccisi tutti i membri del gruppo di al-Khilaifi (due secondo Wright, tre secondo Naqd), ad esclusione del loro leader, e alcune guardie di bin Laden.

Una settimana dopo l'accaduto, Osama bin Laden ha raccontato in un'intervista rilasciata al quotidiano National Salvation Front di ritenere che si trattasse di un tentativo di assassinarlo e che non fosse un gesto casuale, come accadeva frequentemente a Khartoum, ma pianificato e deliberato.

Al-Khilaifi rimase ferito negli scontri, fu portato in ospedale e fu poi sottoposto a processo ma, secondo quanto riportato da Naqd, rifiutò di rispondere alle domande e di nominare un avvocato; al termine del processo fu decisa per lui la condanna a morte.

Nonostante siano trascorsi più di vent'anni, molti aspetti della vicenda sono ancora poco chiari. Il primo dubbio riguarda i mandanti del duplice attentato. Un'indagine della CIA ha individuato l'Arabia Saudita come mandante del gruppo libanese, ma i sauditi hanno smentito di avere avuto alcun ruolo nella vicenda; tuttavia alcuni esperti, tra cui Peter Bergen e Bruce Riedel, non ritengono la smentita del tutto credibile e ad oggi non è chiaro chi fossero i mandanti.

Un secondo punto dibattuto riguarda le tempistiche con cui l'azione si sarebbe svolta. Lawrence Wright riporta nelle note al suo volume che secondo alcuni testimoni la sparatoria alla Moschea e quella nella casa di bin Laden non sarebbero avvenute in giorni consecutivi ma addirittura a distanza di diverse settimane e che i due attacchi sarebbero quindi due tentativi distinti di uccidere il terrorista saudita. Tuttavia questa versione è ritenuta poco credibile in quanto collide con la maggior parte delle testimonianze tra cui quello dello stesso bin Laden.

Altri dettagli, in contrasto con quanto già noto, sono emersi anche nel 2007 quando il sito di giornalismo investigativo Interlwire ha ottenuto un cablogramma, reso pubblico tramite una richiesta FOIA, che riporta una deposizione rilasciata in tribunale da al-Khilaifi che avrebbe raccontato una versione completamente diversa. Al-Khilaifi avrebbe infatti sostenuto che l'attacco alla Moschea sarebbe stato ordinato da ufficiali sudanesi e appoggiato da bin Laden allo scopo di uccidere alcuni oppositori. Dopo la sparatoria al-Khilaifi si sarebbe quindi diretto a casa di bin Laden, dove sarebbe nato un conflitto a fuoco con le sue guardie dopo che Osama avrebbe manifestato il proprio dissenso con l'attacco alla moschea. Nonostante non ci sia motivo di dubitare dell'autenticità del cablogramma, anche questa versione sembra poco realistica, in quanto contrasta con quanto dichiarato dallo stesso bin Laden e anche con le conclusioni a cui è giunta l'indagine della CIA.

A distanza di oltre vent'anni e dopo la morte di gran parte dei protagonisti di questa vicenda appare impossibile che si faccia mai totale chiarezza su quanto avvenuto.

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2015/02/13    Permalink       2 commenti         Avvertenze per i commentatori

Pravda: “l'America teme la pubblicazione delle foto satellitari russe dell'11/9”

di Paolo Attivissimo

Un articolo pubblicato il 7 febbraio 2015 su Pravda.ru in russo scrive che “Gli Stati Uniti temono la pubblicazione, da parte russa, delle fotografie satellitari della tragedia dell'11 settembre”. L'articolo afferma che “la Russia sta preparando la pubblicazione di prove del coinvolgimento del governo e dei servizi d'intelligence americana negli attacchi dell'11 settembre” e che “l'elenco di prove include immagini satellitari”. La notizia è stata anche tradotta in inglese da Gordon Duff su Veterans Today.

Tuttavia la notizia è priva di qualunque documentazione che confermi questo asserito timore o la presunta intenzione russa di pubblicare le suddette fotografie. L'articolo non fa nomi di fonti, non descrive l'ipotetico contenuto delle immagini, non spiega in che modo delle foto satellitari potrebbero dimostrare che si trattò di un autoattentato e in sostanza non propone alcun dato concreto a supporto di quello che afferma. Aria fritta, insomma.

Non c'è da sorprendersi: Pravda.ru cita come unica fonte Secretsofthefed.com, sito complottista che pubblica qualunque fantasia attorniandola di una quantità spettacolare di pubblicità. Specificamente, l'articolo di Secretsofthefed.com è questo, che però a sua volta cita come fonte Conspiracyclub.co, altro sito che pubblica qualunque tesi complottista (esempi: “La Russia ordina a Obama: racconta al mondo degli alieni o lo faremo noi”; “demonio fotografato in ospedale mentre aleggia sopra un paziente moribondo”). L'articolo specifico di Conspiracyclub.co è questo.

Ma a sua volta l'articolo di Conspiracyclub dichiara di essere la traduzione di un altro articolo: quello di Pravda.ru.

In sintesi, l'articolo di Pravda.ru cita come fonte Secretsofthefed, che cita Conspiracyclub, che cita l'articolo di Pravda.ru. E il cerchio si chiude su se stesso, in un perfetto esempio del modo in cui il cospirazionismo costruisce le proprie “verità”.

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2015/01/30    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

World Trade Center: an interview with firefighter Frank Papalia

by Hammer. An Italian translation is available here.

World Trade Center 7 has always been one of the favorite topics of conspiracy theorists, who for years have imagined that it was demolished with explosives because, they allege, fires would not have been sufficient to cause it to collapse. To clarify what really happened, Undicisettembre has interviewed New York firefighter Frank Papalia, who has already debunked conspiracy theories on previous occasions. His words join those of firefighters and witnesses who confirmed that there were no mysteries in the collapse of WTC7.

In addition to refuting conspiracy theories, Papalia reports many touching and little-known details of the events of 9/11 and his testimony is an important contribution towards keeping alive the memory of those tragic days.

We thank Frank Papalia for his kindness and willingness to share his thoughts.

Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on that day?

Frank Papalia: That day I was working at my side job. I found out that a plane crashed into the World Trade Center, I saw the second plane hit on the TV and at first I thought it was a replay of the first one. When I realized what was going on I knew they would call in all the firemen in, so I went to my firehouse which was in Queens.

We knew we would be going into the site and we got there after both towers fell. The first thing that we had to do, which is the one that really sticks to my head, is that we got sent into building 5, which was one of the smaller buildings to the east of the Towers, only eight stories. When the South Tower came down it actually ripped a part of building 5 and it was completely engulfed with flames from the ground up. When we got there, there was a chief who had been in communication with another chief who was trapped in the building and he asked us to get him. We went into the building with no tools, no breathing apparatus. We were trusting that the building was going to stay up; we went down to the basement and into the PATH train, which was an underground train like a subway, through a gigantic escalator and we made our way into the building through the smoke and as we were making our way through this you could hear something collapse and things falling on the ceiling above us, you could see the ceiling all bowed down and fire was dropping onto the floor.

We ended up about half way to were the chief was but they starting yelling to get out because the building was coming down. So we turned and ran towards the escalator and got outside. That was the most frightening thing that has ever happened to me in my life, I don't think I'll ever be that frightened again. Going up the escalator I knew I was going to die, fortunately it didn't happen. We got outside, we regrouped and the chief told us: “It's not the building coming down, it's something else on the outside. So, go back.” We went and we got the trapped chief out and he was okay.

After that we had to search these areas and it was horrible because we were finding pieces of guys we worked with. I found the top half of a guy I worked with.

It was a horrible day, I saw things no human being should have to see.

There are so many things in my head. In the afternoon we were in the Telephone Building which is close to World Trade Center 7 and we watched building 7 which was on fire. I know there are conspiracy theories about that.


Undicisettembre: What happened in the next days? Were you part of the search and rescue effort?

Frank Papalia: I was not involved as much as other guys were because in my fire house I was a regular chauffeur that meant that I normally drove the firetruck. So while all the firemen went every other day, with 24 hours on and 24 off, I went every third or fourth day; I wanted to be there but I couldn't because I still had to drive my firetruck. I went back the next day and we were trying to find people, looking for void holes hoping against hope that you were going to find someone that was still alive. We were looking for people and picking body parts and anything else that we could find. I found a briefcase with photos of a family, we gave them to the Police hoping that they could contact someone. We did that for a few days.

For the first days we breathed without any apparatus and we breathed as much stuff as was there because they told us not to worry because the air was fine, then they gave us paper masks which didn't stay on your face anyway because the elastic came off and they were useless. For a couple of weeks we didn't use any breathing apparatus.

In the first days it was still pretty warm and while I was looking for people one of the guys showed us how to do it. While looking at the pile he said “Stop and look for the flies” because the flies went for the bodies, and that's how we started to look for people.

The first day that we went we took magic markers and we wrote our Social Security Numbers on our forearms and we wrote our names on our coats because we thought “If we are going to get killed we want them to know who we were.”


Undicisettembre: What are your thoughts about your colleagues who climbed the stairs in WTC Towers 1 and 2 during the evacuation? Most of them died, but they died while trying to save people who would have died instead of them.

Frank Papalia: I have a real problem when people say “Oh, you are a hero”, if you want to call me a hero for something else I did it's fine, but I don't think I'm a hero for that day. Those guys are the real heroes.

With all what was happening, people diving out of the windows, they were beyond brave. I know in my heart I would have done the same thing but those guys who didn't come out knew what was about to happen.

You know about those guys in the Stairwell B, right? While coming down the building they stopped at every floor to make sure that everyone was out and they knew that the first tower already fell and they kept stopping. They could have run out and run for their lives but their bravery was just beyond.

This is what I think of them: they are the bravest men possible.


Undicisettembre: Has this experience given you a new insight into being a firefighter?

Frank Papalia: Absolutely, 100%. I always wanted to be a fireman, I became a fireman and I loved my job. I went to a lot of fires and car accidents because I wanted to help people. Firemen love being firemen, it's something you cannot even explain. It's not even a job, I say I never worked a day in my life. But from 9/11 on the whole world changed, I wasn't fighting fires anymore because we had a new entity which was terrorism. I retired a few years ago and all the training we took was all about terrorism, and this is what I do now: I teach now. I teach those classes now and it's a scary world.

I always wanted my kids to be firemen, but from 9/11 on I told them I don't want them to be firemen anymore because it's too dangerous now.


Undicisettembre: What do you think about conspiracy theories that claim 9/11 was an inside job? Most of these theories believe the Towers and WTC7 were intentionally demolished with explosives. What's your opinion?

Frank Papalia: I think those people suffer from mental disease or defects. I think they are crazy. I was there and I saw things happening. I was standing in the building next to 7 and the whole bottom was gouged out from being hit by the other building. The whole building was on fire, the windows were popping out. Buildings aren't made to be on fire like that, because if there's a fire they are designed to have sprinklers system that is supposed to put it out, so they are not meant to burn indefinitely. If they do steel softens. Steel softens at about 950 F. That's what happened, buildings were not built to be on fire like that.

People even say “Oh, buildings don't fall like that”, what do they expect? Buildings to just fall off like a cartoon?

I also heard theories that when they were built the construction crews put explosives charges in the buildings “just in case”... come on, come on...

I watched it happen: it wasn't an inside job. Two planes crashed into these buildings, come on.


Undicisettembre: I would like to go into details about WTC7. You saw it burning, can you confirm it was burning out of control?

Frank Papalia: Oh, absolutely! There was an incredible amount of fire, and plus the whole bottom was ripped out. That building was severely damaged on the bottom. If you destroy some of the columns in a building you put more stress on the ones that are still there and if you also start heating them up with 100 to 200 feet of fire from one side of the building to the other the weight of the building is on fewer supports and weaker supports. There's no way that building could have stood up.

And it fell the way it was supposed to, even if folks say “Oh, it fell like buildings fall when there are explosive charges.”


Undicisettembre: What's your reaction to being a witness of such a huge tragedy and then hearing the so-called "truthers" claim it all was fake?

Frank Papalia: I was more angry in the beginning, because I used to take them seriously since I lost many of my friends on that day. Now I think of them as a joke and a lot of them were kids back then, it would be as if I was saying there was a conspiracy in WW2 when they bombed Pearl Harbor. They weren't there; I don't pay them much mind any more.

I don't think they are very intelligent. Anyone who comes up with an idea like that is not very intelligent. Some even say that the plane didn't hit and that it was an optical illusion. They are just a joke to me now. I haven't thought of them for a long time before you asked.

You cannot have a serious conversation with these people.


Undicisettembre: Have you ever met one of these guys and tried to debate them?

Frank Papalia: We have a saying in the firehouse that says “You cannot have a battle of wits with an unarmed person”. You cannot have a serious conversation with those people. So, I generally don't, I don't think it's worth my energy.


Undicisettembre: Do you know any of your colleagues who believe these guys?

Frank Papalia: No, not even one.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

Frank Papalia: I'm more conscious and nervous about the world. When you hear about ISIS or Syria and the fact that terrorists use chemical agents I know that some days these things will happen here also. It's not a matter of if it's going to happen, but when it's going to happen.

And I'm nervous for my country, and for all good countries. Globally I'm more concerned than I was.


Undicisettembre: How long did it take you to get back to normalcy?

Frank Papalia: I got promoted little after and I started working in a firehouse in Manhattan that lost everybody on that day and I tried to steer them into the right way and teach them to care for themselves physically and mentally and it ended up that I had to do that for myself too.

It took me a while, I went to mental health counseling for a while. It took a while but it was good. But I don't know if I ever got totally fixed.


Undicisettembre: Have you been to the 9/11 Memorial Museum yet?

Frank Papalia: No. I have no desire to go. A few friends of mine went a couple of times. But I will not go. I spent enough time there. It's still a construction site and I don't want to smell the concrete or steel cutting because if I smell those again – boom! A flashback! So I don't really feel like going.

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World Trade Center: intervista con il pompiere Frank Papalia

di Hammer. L'originale in inglese è disponibile qui.

Il World Trade Center 7 è sempre stato uno degli argomenti che più ha stimolato la fantasia dei complottisti che da anni immaginano che sia stato demolito con esplosivi poiché gli incendi non sarebbero stati sufficienti a causarne il crollo. Per chiarire quanto in realtà avvenuto Undicisettembre ha raccolto la testimonianza del pompiere Frank Papalia che già in passato ha smentito le teorie del complotto e che si aggiunge agli altri racconti di pompieri e testimoni che hanno confermato che il crollo del WTC7 non ebbe nulla di misterioso.

Oltre a ciò che smentisce le teorie del complotto Papalia racconta molti dettagli toccanti e poco noti su quanto accaduto quel giorno e la sua testimonianza aggiunge un tassello importante che contribuisce a mantenere vivo il ricordo di quei tragici fatti.

Ringraziamo Frank Papalia per la sua cortesia e disponibilità.

Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto quel giorno?

Frank Papalia: Quel giorno stavo lavorando al mio secondo lavoro. Venni a sapere che un aereo si era schiantato contro il World Trade Center, vidi l'impatto del secondo aereo in TV e inizialmente pensai che fosse un replay del primo. Quando capii ciò che stava succedendo mi resi conto che avrebbero richiamato tutti i pompieri, quindi andai nella mia stazione che era nel Queens.

Sapevamo che saremmo stati mandati sulla scena e ci arrivammo dopo che entrambe le torri erano crollate. La prima cosa che dovemmo fare, che è quella che resta costantemente in mente, fu entrare nel palazzo 5, che era uno degli edifici più piccoli a est delle Torri, di solo 8 piani. Quando la Torre Sud crollò, strappò via un pezzo del palazzo 5, che era completamente avvolto dalle fiamme dal piano terra in su. Quando arrivammo lì, c'era un capitano che era in contatto con un altro capitano che era intrappolato dentro al palazzo e ci chiese di andarlo a prendere. Entrammo nel palazzo senza attrezzi, senza respiratori. Confidavamo che il palazzo avrebbe retto, entrammo nei sotterranei e nel PATH, che era un treno sotterraneo tipo metropolitana, attraverso una scala mobile gigantesca ed entrammo nel palazzo attraverso il fumo; mentre lo attraversavamo sentivamo che sul soffitto sopra di noi crollava qualcosa, potevamo vedere il soffitto imbarcato e c'era del fuoco che cadeva sul pavimento.

Arrivammo fino a metà strada rispetto a dove era il capitano, ma qualcuno iniziò a urlare di uscire perché il palazzo stava crollando. Quindi ci volgemmo indietro e corremmo verso la scala mobile e andammo fuori. Fu la cosa più spaventosa che mi sia mai successa, non credo che avrò mai più così tanta paura. Mentre salivamo la scala mobile credevo che sarei morto; fortunatamente non successe. Arrivammo fuori, ci riunimmo e il capitano disse: “Non è il palazzo che sta crollando, è qualcos'altro fuori. Quindi tornate dentro.” Tornammo e portammo fuori il capitano intrappolato, che stava bene.

Fatto questo, abbiamo dovuto perlustrare quelle aree; fu orribile, perché trovammo parti di persone con cui lavoravamo. Io trovai la parte superiore di un uomo con cui lavoravo.

Fu un giorno terribile, vidi cose che nessuno mai dovrebbe vedere.

Ho tante cose nella testa. Nel pomeriggio eravamo nel Telephone Building, che è vicino al World Trade Center 7, e vedemmo il palazzo 7 che bruciava. So che ci sono teorie del complotto su di esso.


Undicisettembre: Cosa successe nei giorni seguenti? Hai partecipato ai lavori di ricerca e soccorso?

Frank Papalia: Non fui coinvolto tanto quanto lo furono altri, perché io ero l'autista per la mia stazione e quindi dovevo guidare il camion. Quindi mentre tutti i pompieri andavano a giorni alterni, con turni di 24 ore, io andavo ogni tre o quattro giorni; avrei voluto rimanere lì, ma non potevo, perché dovevo guidare il camion. Ci tornai il giorno seguente e stavamo cercando di trovare delle persone, cercando degli spazi vuoti nella speranza di trovare qualcuno ancora vivo. Cercavamo persone e raccoglievamo parti di cadaveri e qualunque altro oggetto che potevamo trovare. Io trovai una valigia con foto di una famiglia, le demmo alla Polizia sperando che potessero contattare qualcuno. Facemmo questo per qualche giorno.

Nei primi giorni respirammo senza nessuna apparecchiatura e respirammo tutto ciò che c'era nell'aria, perché ci dissero di non preoccuparci che l'aria era sana; in seguito ci diedero delle mascherine di carta che non stavano attaccate al viso perché l'elastico si staccava, non servivano a nulla. Per le prime due settimane circa non usammo nessuna apparecchiatura per respirare.

Nel primi giorni faceva ancora caldo e mentre cercavamo le persone un altro pompiere ci disse come fare. Guardando la pila di macerie disse “Fermatevi e cercate le mosche”, perché le mosche andavano verso i corpi, e così iniziammo a cercare le persone.

Il primo giorno prendemmo dei pennarelli e ci scrivemmo il nostro Numero della Previdenza Sociale sulle braccia e i nomi sulla divisa perché pensavamo “Se rimaniamo uccisi vogliamo poter essere identificati.”


Undicisettembre: Cosa pensi dei tuoi colleghi che si arrampicarono lungo le scale nelle Torri 1 e 2 del WTC durante l'evacuazione? La maggior parte di loro è morta, ma lo ha fatto mentre tentava di salvare delle persone che sarebbero morte al posto loro.

Frank Papalia: Ho un serio problema quando la gente mi dice “Oh, sei un eroe”, se vogliono definirmi un eroe per qualcosa d'altro che ho fatto va bene, ma non credo di essere un eroe per ciò che ho fatto quel giorno. Quelli sono i veri eroi.

Con tutto ciò che stava succedendo, persone che si gettavano dalle finestre, sono stati più che coraggiosi. So nel mio cuore che lo avrei fatto anch'io, ma quegli uomini che non ne sono usciti sapevano ciò che stava per accadere.

Sai di quei pompieri nella Scala B, giusto? Mentre scendevano nel palazzo si fermarono ad ogni piano per assicurarsi che tutti fossero usciti; sapevano che la prima torre era già crollata eppure continuarono a fermarsi. Avrebbero potuto correre fuori per salvarsi ma il loro coraggio fu eccezionale.

Questo è ciò che penso di loro: sono gli uomini più coraggiosi che possano esistere.


Undicisettembre: Questa esperienza ti ha dato una nuova visione del tuo lavoro come pompiere?

Frank Papalia: Assolutamente, al 100%. Ho sempre voluto essere un pompiere, sono diventato un pompiere e ho amato il mio lavoro. Sono intervenuto in molti incendi e incidenti d'auto perché volevo aiutare la gente. I pompieri amano il loro lavoro, è qualcosa che non si può nemmeno spiegare. Non è nemmeno un lavoro, io dico di non aver lavorato un solo giorno della mia vita. Ma dall'11/9 tutto il mondo è cambiato, non stavo più combattendo incendi perché c'era una nuova entità, che era il terrorismo. Mi sono ritirato dal servizio pochi anni fa e la formazione che ricevevamo era tutta sul terrorismo, ed è ciò che faccio adesso: insegno. Insegno in quei corsi, ora, ed è un mondo che fa paura.

Ho sempre voluto che i miei figli diventassero pompieri, ma dall'11/9 ho detto loro che non volevo più che lo diventassero, perché adesso è troppo pericoloso.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto che sostengono che l'11/9 sia stato un "inside job"? La maggior parte di queste teorie sostiene che le Torri e il WTC7 furono demolite intenzionalmente con esplosivi. Qual è la tua opinione?

Frank Papalia: Credo che quelle persone soffrano di malattie o tare mentali. Credo che siano pazzi. Ero là e ho visto le cose succedere. Ero nel palazzo accanto al 7 e l'intera parte inferiore era stata strappata via dal crollo dell'altro palazzo. L'intero edificio era in fiamme e le finestre stavano scoppiando. I palazzi non sono fatti per bruciare in quel modo, perché sono progettati in modo che in caso di incendio il sistema di idranti lo spenga, quindi non è previsto che brucino indefinitamente. Se succede, l'acciaio si ammorbidisce. L'acciaio ammorbidisce a circa 500°C. Questo è ciò che è successo, i palazzi non sono fatti per bruciare in quel modo.

La gente dice anche “Oh, i palazzi non cadono così”. Cosa si aspettano? Che cadano come nei cartoni animati?

Ho anche sentito teorie secondo le quali i costruttori avrebbero messo cariche esplosive nel palazzo in caso servissero.... suvvia, andiamo...

L'ho visto accadere: non fu un autoattentato. Due aerei si schiantarono contro quei palazzi, suvvia.


Undicisettembre: Vorrei entrare maggiormente in dettaglio sul WTC7. Lo vedesti, puoi confermare che stava bruciando fuori controllo?

Frank Papalia: Oh, assolutamente! C'era una quantità di fuoco incredibile e tutta la parte più bassa era stata strappata via. Il palazzo era gravemente danneggiato alla base. Se distruggi alcune colonne in un palazzo poni più carico sulle rimanenti, e se inizi anche a scaldarle con un incendio che va da 30 a 60 metri da un lato all'altro del palazzo il peso dell'edificio grava su un numero minore di colonne oltretutto indebolite. Non c'è modo che quel palazzo potesse rimanere in piedi.

E crollò nel modo in cui doveva crollare, anche se alcuni dicono “Oh, è crollato come crollano i palazzi quando ci sono cariche esplosive.”


Undicisettembre: Come hai reagito al fatto di essere stato testimone di una tale tragedia e poi sentire i sedicenti "ricercatori della verità" sostenere che fu tutta una messinscena?

Frank Papalia: Ero più arrabbiato all'inizio, perché li prendevo seriamente dato che ho perso molti amici quel giorno. Adesso li considero una barzelletta e molti di loro erano bambini allora, è come se io dicessi che ci fu un complotto nella Seconda Guerra Mondiale quando bombardarono Pearl Harbor. Non erano lì; non dedico più molta attenzione a questa gente.

Non credo che siano molto intelligenti. Chiunque se ne esca con idee del genere non è molto intelligente. Alcuni addirittura dicono che l'aereo non colpì e che si trattò di un'illusione ottica. Sono solo una barzelletta per me adesso. Non ci pensavo da molto tempo prima che tu me lo chiedessi.

Non puoi avere una conversazione seria con queste persone.


Undicisettembre: Hai mai incontrato qualche complottista e provato a discuterci?

Frank Papalia: C'è un detto che usiamo nella stazione dei pompieri: “Non puoi combattere un duello d'intelletto con una persona disarmata”. Non puoi avere una discussione seria con queste persone. Quindi in genere non lo faccio, non credo che sia qualcosa per cui valga la pena impegnarmi.


Undicisettembre: Conosci qualche tuo collega che crede a queste persone?

Frank Papalia: No, nemmeno uno.


Undicisettembre: L'11/9 come condiziona la tua vita quotidiana?

Frank Papalia: Sono più consapevole e nervoso riguardo al mondo. Quando si sente parlare dell'ISIS o della Siria e del fatto che i terroristi usano armi chimiche, so che qualche giorno questo succederà anche qui. La questione non è se succederà, ma quando succederà.

Sono nervoso per la mia nazione, e per tutte le nazioni buone. Globalmente sono più preoccupato di prima.


Undicisettembre: Quanto tempo ti ci è voluto prima di tornare alla normalità?

Frank Papalia: Fui promosso poco dopo e iniziai a lavorare in una Stazione dei Pompieri a Manhattan che quel giorno aveva perso tutti e provai a riportarli sulla strada giusta e a insegnare loro a prendersi cura di sé stessi fisicamente e mentalmente; finì che dovetti fare lo stesso lavoro anche su me stesso.

Mi ci volle un po', andai per un po' a fare della terapia. Mi ci volle un po', ma fu una cosa buona. Ma non so se sono del tutto recuperato.


Undicisettembre: Sei già stato al 9/11 Memorial Museum?

Frank Papalia: No. Non ne ho alcun desiderio. Alcuni miei amici sono andati un paio di volte. Ma io non ci andrò. Ho passato abbastanza tempo in quel posto. È ancora un cantiere e non voglio sentire l'odore del cemento o del taglio dell'acciaio, perché se sento ancora quegli odori – boom! Flashback! Quindi non mi sento proprio di andarci.

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