2017/06/12

Robert O'Neill - The Operator

di Hammer

A sei anni di distanza dalla missione che ha ucciso Osama bin Laden, l’ex Navy SEAL Robert O'Neill, l’uomo che dichiara di aver sparato al terrorista il colpo mortale, ha pubblicato la propria autobiografia intitolata The Operator.

Il libro inizia con il racconto dell'adolescenza dell'autore e della sua dedizione alle passioni giovanili quali la caccia e la pallacanestro. Fu proprio la passione per la caccia a indurlo a perseguire la carriera militare e nelle sue intenzioni O'Neill avrebbe voluto diventare un cecchino nei Marines, ma al momento del colloquio il recruiter gli disse che se la sua intenzione era di diventare un cecchino, la scelta migliore sarebbe stata di entrare nei Navy SEALs.

O'Neill entrò nei BUD/S, il corpo preposto all’addestramento dei futuri SEALs, dopo aver completato la scuola superiore e lì scoprì che la vita e la preparazione fisica richiesta erano molto più duri di quanto si aspettasse. Al termine del periodo di addestramento, della durata di poco meno di un anno, O’Neill riuscì comunque ad entrare nei Navy SEALs nonostante il processo di reclutamento di norma scarti l’80% dei partecipanti. Dapprima l’autore del libro fu inserito nel SEAL Team 2 e durante il primo periodo del suo incaricò sentì per la prima volta il nome di Osama bin Laden quando la sua squadra dovette sorvegliare l’ambasciata americana in Albania per timori che al Qaeda volesse compiere un attacco per uccidere alcuni ufficiali americani.

Qualche mese dopo avvennero gli attacchi dell’11/9 e i SEALs capirono subito che dietro di essi c’era l'organizzazione di bin Laden; a quel punto O’Neill volle spostarsi nel SEAL Team 6 in quanto fu il primo ad essere inviato in Afghanistan e quello che aveva le maggiori responsabilità nella lotta al regime dei Talebani. Curiosamente nel libro il numero della squadra di cui faceva parte O’Neill, e che di conseguenza uccise Osama bin Laden, è oscurato; non se ne capisce il motivo, essendo ampiamente noto che si trattasse del Team 6 sin dai primi giorni dopo la missione; inoltre in alcune frasi (come l'esempio sotto riportato) si capisce perfettamente dal contesto.


O’Neill ottenne il passaggio desiderato dopo aver trascorso un breve periodo nel Team 4. Da allora passò molto tempo tra Afghanistan e in Iraq. L’autore dedica quindi ampie parti del libro a raccontare e descrivere le numerose missioni a cui partecipò; tra di esse spicca quella narrata dal SEAL Marcus Luttrell nel libro Lone Survivor, in cui lo stesso Luttrell rischiò di finire prigioniero del Talebani ma fu salvato dagli abitanti di un villaggio locale. Quando i Talebani attaccarono il villaggio per uccidere Luttrell questi fu salvato da un tempestivo intervento della squadra di cui faceva parte lo stesso O'Neill, che partecipò al salvataggio del collega.

L'ultima parte del libro è ovviamente dedicata alla missione di Abbottabad. Il primo passo verso la missione avvenne quando i membri della squadra furono convocati in un edificio governativo in North Carolina una domenica di aprile del 2011 per discutere di una missione segreta. I vertici militari spiegarono di aver una pista molto forte che aveva probabilmente condotto a localizzare Osama bin Laden, e che si basava sull’aver seguito un corriere di al Qaeda chiamato Abu Ahmed al-Kuwaiti che si recava spesso presso un compound dove abitava un uomo molto alto vestito di bianco che non usciva mai dalla recinzione. La riunione durò sei ore, mettendo a dura prova la resistenza dei militari, e i vertici spiegarono che erano state considerate tre ipotesi per l'uccisione di Osama: un'operazione condotta insieme alle forze pakistane, un attacco missilistico e una missione da terra di una squadra speciale. La scelta finale cadde sulla terza ipotesi.

O'Neill ricorda anche che l'ammiraglio McRaven raccontò di aver proposto il piano al presidente Obama e che questi lo accettò rispondendo "Avete tre settimane." Durante il periodo della preparazione O’Neill credeva che nel compound di Abbottabad sarebbe morto e in quei giorni trovò conforto ascoltando la canzone Alive dei Pearl Jam il cui ritornello dice I'm still alive (Sono ancora vivo).

Per le esercitazioni fu ricreato un compound a grandezza naturale; tuttavia, specifica l'autore, gli interni non erano noti e una volta giunti dentro l'edificio la squadra si sarebbe affidata alla propria esperienza.

Il gruppo si spostò in Afghanistan pochi giorni prima della missione, che si sarebbe svolta nella notte tra l'1 e il 2 maggio. O'Neill racconta quindi le fasi dell'operazione, dalla partenza da Jalalabad all'ingresso nello spazio aereo pakistano, dove temevano di venir abbattuti dalle forze antiaeree nazionali. Una volta raggiunto il compound, O'Neill descrive i problemi aerodinamici incontrati dal primo dei due elicotteri, che portarono il pilota a un atterraggio di emergenza; tuttavia questa fase concitata gli fu raccontata da un altro militare in quanto essendo sull'altro elicottero l'autore pensò dapprima che fosse stato il velivolo preposto ad asportare il cadavere ad essersi schiantato.

O'Neill racconta poi lo svolgersi dell'agguato ai danni di Osama bin Laden secondo la versione che ha sempre sostenuto, cioè che fu lui a sparare al terrorista saudita i colpi mortali. Come sottolineato varie volte su questo blog (in occasione dell'intervista rilasciata da O'Neill all'Esquire sotto lo pseudonimo di The Shooter e in occasione dell'uscita dello speciale televisivo The Man Who Killed Usama bin Laden, in cui O'Neill apparve per la prima volta a viso scoperto e con il suo vero nome), un altro Navy SEAL che partecipò alla missione, Matt Bissonnette, raccontò invece una versione diversa, cioè che quando il gruppo formato da Bissonnette, O'Neill e the point man (l'unico dei tre rimasto anonimo) salì al terzo piano del compound fu the point man a colpire per primo il terrorista con un colpo non mortale e che poi tutti e tre lo finirono quando era steso a terra.

Dopo aver sparato a bin Laden, O'Neill si prese cura della sua giovane moglie Amal, che rimase colpita alla spalla ma non in modo grave; tuttavia a causa dello spavento il militare la trovò in stato catatonico.

O'Neill racconta anche della missione del 6 agosto 2011, a cui comunque non prese parte, in cui morirono alcuni membri del SEAL Team 6, incidente che stimolò la fantasia complottista, senza aggiungere particolari di rilievo rispetto a quanto già noto.

In ultimo l'autore chiude il volume interrogandosi sulla responsabilità morale che ora si porta appresso per aver ucciso Osama bin Laden. Ancora non sa rispondere alla domanda se sia stata la cosa migliore o la peggiore che ha fatto nella sua vita, ma è ora determinato a sfruttare questo onere per il bene di tutti.

2017/05/29

An interview with U.S Marshal William Sorukas

by Hammer. An Italian translation is available here.

Today Undicisettembre offers its readers the account of US Marshal William Sorukas, who was near the Pentagon on 9/11 and worked at Ground Zero from the following day. His words provide another important insight into the events and offer an unusual view on the consequences of the 9/11 attacks.

We wish to thank William Sorukas for his kindness and for his time.


Undicisettembre: On 9/11 you were in Virginia; what happened to you on that day and what do you recall?

William Sorukas: I was assigned to the U. S. Marshals Service Technical Operations Group, which is located outside of Washington D.C., at an off-site location. At the time when the planes hit the World Trade Center, I was in Alexandria, Virginia, installing an intercept for an ongoing fugitive investigation. As part of this process, a telephone call was necessary to initialize the device and the setup. During this call, it was difficult to hear due to an aircraft overhead, which I later learned was the plane that hit the Pentagon. After completing the intercept installation, I received a call to return to the office, at which time I saw what was happening in New York and at the Pentagon. Early that afternoon, I responded to Marshals Service Headquarters, which was in very close proximity to Washington Reagan National Airport and the Pentagon. Not having a full understanding of the breadth of the attacks or additional targets, security was established at USMS HQ. At one point while on the roof of USMS HQ, I observed Air Force One returning to the Washington D.C. area and landing at Andrews Air Force Base.


Undicisettembre: From the 12th of September you were at Ground Zero. What did you guys do in those days?

William Sorukas: I responded with a team to Ground Zero in New York City on the evening of September 12, at the request of the New York Police Department and their Technical Assistance Response Unit. Our initial response was to work with the other first responders as part of the effort to locate and rescue individuals. As time passed, our responsibility changed to locating and recovering the remains of individuals.


Undicisettembre: What was the situation at Ground Zero after 9/11?

William Sorukas: When our team first arrived, it was dark with the exception of the fires that were continuing to burn. There was a large cloud of dust that surrounded the area and the debris field seemed to never end as we walked through the area. In retrospect, it is what a person would expect from two buildings, of more than a hundred floors, that had collapsed.


Undicisettembre: Did anything in particular strike you during the period you spent there?

William Sorukas: There was a tremendous effort by the rescue workers, which included firefighters, police officers, emergency medical professionals, construction workers, and during the first two or three days, regular people that merely wanted to help.

Within the debris field, I don’t recall seeing large objects that you would expect from a large office building, such as desks, chairs, file cabinets, tables. At one point our team found a large pane of glass (probably a window), which was fully intact.

The aroma that I still recall was similar to that of wet cement. For the first two or three days, our team was not utilizing any type of breathing equipment, so we all ingested whatever was in the air. For 7 or 8 years, I had a chronic cough that continuously reminded me of the wet cement aroma that we had experienced.


Undicisettembre: How long were you there?

William Sorukas: Our team was there for 9 or 10 days.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories that claim 9/11 was an inside job?

William Sorukas: If by an “inside job”, you are referring to complicity on the part of the United States Government, I totally disagree.


Undicisettembre: How did 9/11 affect the daily work of US Marshals?

William Sorukas: It had both a direct and indirect effect on the responsibilities of the Marshals Service. For example, this was viewed as an attack against the United States, the Government of the United States and the People of the United States. Federal Judges represent the United States Government, so their protection became a priority for the U.S. Marshals Service, since this was the foundation of the agency since its creation in 1789. Indirectly, the responsibility for fugitive investigations became more prominent. This was because other agencies such as the Federal Bureau of Investigation, which was also involved in apprehending fugitives, moved many of their personnel resources to combating terrorism.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

William Sorukas: Personally, it made me understand our vulnerabilities and what was experienced by the United States in December of 1941.

Intervista con lo U.S. Marshal William Sorukas

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Undicisettembre offre oggi ai suoi lettori il racconto dello US Marshal William Sorukas, che si trovava nei pressi del Pentagono l'11/9 e che dal giorno seguente fu impiegato a Ground Zero.

Il racconto di Sorukas fornisce un altro importante tassello per ricordare quanto successo quel giorno e fornisce una visione inconsueta sulle conseguenze degli attentati dell'11/9.

Ringraziamo William Sorukas per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: L’11/9 ti trovavi in Virginia, cosa ti è successo quel giorno e cosa ricordi?

William Sorukas: Ero assegnato allo US Marshals Service Technical Operations Group, che si trova appena fuori da Washington D.C., in una sede staccata. Quando gli aerei colpirono il World Trade Center, io ero ad Alexandria, in Virginia, a installare un dispositivo per le intercettazioni per un'indagine in corso su un fuggitivo. Come parte di questo processo, era necessaria una telefonata per inizializzare il dispositivo e la configurazione. Durante questa chiamata, fu difficile sentire per via di un aereo che passava sopra di me; seppi poi che era l'aereo che colpì il Pentagono. Dopo aver completato l'installazione del dispositivo, ricevetti una chiamata con cui mi venne chiesto di tornare in ufficio, e in quel momento vidi cosa stava succedendo a New York e al Pentagono. Nel primo pomeriggio mi recai al quartier generale del Marshals Service, che era molto vicino all'aeroporto nazionale Reagan di Washington e al Pentagono. Non avendo ben chiara la vastità degli attacchi o di altri obiettivi, fu costituita una zona di sicurezza al quartier generale del Marshals Service. A un certo punto, mentre ero sul tetto del quartier generale, vidi l’Air Force One tornare verso la zona di Washington e atterrare alla base Andrews dell'aviazione militare.


Undicisettembre: Dal 12/9 sei stato a Ground Zero. Cosa avete fatto in quei giorni?

William Sorukas: Andai a Ground Zero a New York con una squadra la sera del 12 settembre, su richiesta del Dipartimento di Polizia di New York e della loro Unità di Risposta e Assistenza Tecnica. Il nostro primo incarico fu lavorare con gli altri operatori di primo intervento nel tentativo di trovare e salvare persone. Con il passare del tempo, la nostra responsabilità cambiò e divenne la localizzazione e il recupero dei resti di persone.


Undicisettembre: Qual era la situazione a Ground Zero dopo l’11/9?

William Sorukas: Quando arrivò la nostra squadra era buio, con l'eccezione degli incendi che continuavano a bruciare. C'era una grande nuvola di polvere che circondava l'area e l'estensione delle macerie sembrava non finire mai mentre camminavamo nell'area. Ripensandoci, è ciò che una persona si aspetterebbe da due palazzi di oltre cento piani che erano crollati.


Undicisettembre: Nel periodo che hai trascorso lì c’è stato qualcosa in particolare che ti ha colpito?

William Sorukas: C'era un grandissimo sforzo da parte di tutti i soccorritori, che includevano pompieri, ufficiali di polizia, professionisti del soccorso medico, operai edili, e durante i primi due o tre giorni anche persone couni che semplicemente volevano aiutare.

In mezzo alle macerie non ricordo di aver visto grandi oggetti che ti aspetteresti di vedere da un grande edificio adibitio a uffici, come scrivanie, sedie, armadi d'archiviazione, tavoli. A un certo punto la nostra squadra trovò una grande lastra di vetro (probabilmente una finestra) che era completamente intatta.

L'odore che ancora ricordo era simile a quello del cemento bagnato. Per i primi due o tre giorni, la nostra squadra non utilizzò nessun tipo di apparato di respirazione, quindi tutti noi inalammo qualunque cosa ci fosse nell'aria. Per sette o otto anni ho avuto una tosse cronica che mi ricordava costantemente l'odore del cemento bagnato che avevamo sentito.


Undicisettembre: Per quanto tempo rimaneste lì?

William Sorukas: La nostra squadra rimase lì per nove o dieci giorni.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie di complotto secondo le quali l’11/9 sarebbe stato un inside job?

William Sorukas: Se con inside job intendi la complicità da parte del governo degli Stati Uniti, sono totalmente in disaccordo.


Undicisettembre: L’11/9 che effetti ha avuto sul lavoro quotidiano degli US Marshals?

William Sorukas: Ha avuto effetti sia diretti sia indiretti sulle responsabilità dello US Marshals Service. Per esempio, questo fu visto come un attacco contro gli Stati Uniti, il governo degli Stati Uniti e il popolo degli Stati Uniti. I giudici federali rappresentano il governo degli Stati Uniti, quindi la loro protezione divenne una priorità per lo US Marshals Service, perché queste erano le basi fondamentali dell'agenzia sin dalla sua creazione nel 1789. Indirettamente, le responsabilità per le investigazioni sui fuggitivi divennero più importanti. Questo accadde perché altre agenzie, come l’FBI, anch'essa coinvolta nella caccia ai fuggitivi, spostarono gran parte del loro personale alla lotta al terrorismo.


Undicisettembre: L’11/9 come condiziona la tua vita quotidiana?

William Sorukas: Personalmente, mi ha fatto capire le nostre vulnerabilità e cosa accadde agli Stati Uniti nel dicembre del 1941.

2017/05/09

The Hunt for KSM di Terry McDermott e Josh Meyer

di Hammer

Nel 2012 i giornalisti del Los Angeles Times Josh Meyer e Terry McDermott (autore anche del prezioso Perfect Soldiers) hanno pubblicato il volume The Hunt for KSM che, come dice il titolo stesso, narra della caccia e della cattura del famoso terrorista Khalid Sheikh Mohammed (spesso indicato come KSM), vero ideatore degli attentati dell'11/9.

Il libro si apre con il racconto della cattura del noto membro di al Qaeda Abu Zubaydah in Pakistan nel marzo del 2002 e del suo interrogatorio in Thailandia. Il prigioniero si dimostrò da subito collaborativo con gli inquirenti e li aiutò a identificare proprio Khalid Sheikh Mohammed, conosciuto nel mondo jihadista con il nome di Mukhtar, come una delle menti dell'11/9 quando gliene fu mostrata una foto.

L'autore passa quindi a narrare in breve la vita di KSM, dai primi anni trascorsi in Kuwait, dove nacque nel 1965, al trasferimento per gli studi di ingegneria in North Carolina nel 1984, al primo incontro con i movimenti jihadisti in Pakistan, dove si spostò nel 1989, alla breve permanenza a Doha nel 1992.

Nel 1994 KSM si trasferì con il nipote Ramzi Youssef (che al tempo era braccato dall'FBI in seguito all'attentato del 1993 contro le Torri Gemelle) a Manila, dove insieme progettarono dapprima un duplice attentato allo scopo di uccidere il presidente Bill Clinton e il papa Giovanni Paolo II. Il piano fu presto abbandonato perché i due temevano di non essere in grado di superare la sicurezza che avrebbe protetto le due personalità; sostituirono quindi il loro piano con quello di far esplodere un numero imprecisato di aerei di linea in volo in varie parti del mondo. Il piano era noto come Bojinka. Tuttavia anche questo fallì a causa di un'esplosione in casa di uno dei cospiratori, Abdul Hakim Murad, che attirò l'attenzione della polizia filippina, che scoprì così il piano terroristico.

Ramzi Youssef e KSM riuscirono a scappare dalle Filippine il giorno stesso dell'incidente, ma Murad fu arrestato mentre su ordine di Yussef tornava a recuperare il PC di quest'ultimo. Il computer finì nelle mani della polizia, che capì che il suo proprietario era tra gli organizzatori dell'attentato al World Trade Center. Dai dati contenuti nel PC gli inquirenti capirono anche che uno degli organizzatori del piano sventato era proprio Khalid Sheikh Mohammed, fino ad allora considerato una figura di secondo piano. Youssef scappò in Pakistan, dove un suo collaboratore, il sudafricano Istaique Parker, ne tradì la fiducia consegnandolo agli inquirenti statunitensi.

Youssef fu catturato e portato a New York, dove fu interrogato e confessò di aver progettato il piano Bojinka e di aver condotto l'attentato contro il World Trade Center del 1993. Nel 1995 in Malesia fu arrestato anche Wali Khan, un altro dei cospiratori del piano Bojinka; anche lui fu portato a New York per essere interrogato. Tuttavia né Murad, né Youssef, né Khan fornirono informazioni su dove si trovasse KSM. Nel frattempo questi si trasferì in Qatar, dove l'FBI non poté catturarlo, nonostante fosse stato localizzato, perché le autorità qatariote si dimostrarono poco collaborative. Dal Qatar KSM si spostò in Pakistan, dove organizzò un incontro con Osama bin Laden a Tora Bora. In tale occasione KSM propose a bin Laden di organizzare un attacco contro gli USA usando degli aerei di linea come missili.

Osama accolse favorevolmente la proposta e nel 1999 iniziò a selezionare gli uomini del commando che avrebbe condotto l'attentato. Nel 2000 si svolse il celebre summit del terrore di Kuala Lumpur e nel 2001 l'attentato ideato da KSM e bin Laden fu tragicamente realizzato.

Dopo l'11/9 la Casa Bianca affidò alla CIA il ruolo di guida nelle indagini contro i perpetratori, scelta che l'FBI non accettò di buon grado. Inoltre, poco dopo l'attentato partì l'azione militare americana in Afghanistan che causò la caduta del governo dei Talebani e l'uccisione di alcuni vertici di al Qaeda. Tuttavia Osama bin Laden riuscì a scappare attraverso il dedalo di cunicoli delle montagne di Tora Bora. Nelle indagini e per il supporto militare, gli USA si dovettero alleare con il Pakistan; l'alleanza funzionò bene sulla carta ma meno sul campo, sia per via della facile corruttibilità degli agenti dell'ISI sia per la loro scarsità di mezzi.

Nel 2002 venne rapito e ucciso il giornalista americano Daniel Pearl; in seguito all'omicidio venne diffuso il video in cui l'uomo veniva decapitato e gli inquirenti americani ebbero da subito il sospetto che l'uomo corpulento che decapitava il giornalista nel video fosse proprio KSM.

Poche settimane dopo Abu Zubaydah confermò che KSM era l'organizzatore dell'11/9. Nello stesso periodo il giornalista egiziano Yosri Fouda intervistò proprio KSM e l'intervista (in cui KSM ammise apertamente il proprio ruolo di ideatore degli attentati dell'11/9) venne poi pubblicata nel celebre libro Masterminds of Terror. Abu Zubaydah, durante gli interrogatori, spiegò agli inquirenti dove KSM si trovasse a Karachi, in Pakistan. Dapprima le ricerche andarono a vuoto; in un raid che avrebbe dovuto arrestare KSM, che riuscì a scappare in tempo, venne invece preso il suo collaboratore Ramzi Binalshibh.

In seguito al primo fallimento, la CIA reclutò un collaboratore di KSM, di cui gli autori omettono il vero nome, che comunicò dove KSM si trovasse. Il terrorista venne finalmente catturato di notte a Rawalpindi, nei primi mesi del 2003, mentre era intontito dalle medicine che aveva preso per dormire.

Una volta nelle mani degli inquirenti americani, KSM venne trasferito più volte e poi portato a Guantanamo, dove la CIA lo interrogò sottoponendolo a tortura. Il terrorista fornì informazioni vere e altre false per accontentare gli interrogatori e interrompere la tortura, e anche per far perdere loro tempo prezioso. KSM omise sicuramente anche delle informazioni importanti; per esempio non disse nulla degli attentati che si sarebbero svolti a Madrid nel 2004, di cui non poteva non essere al corrente.

I due autori chiudono il volume con la considerazione che, nonostante l'uccisione di Osama bin Laden nel 2011 sia stata molto più celebrata della cattura di KSM, quest'ultimo aveva in al Qaeda un ruolo quasi più importante di quello del fondatore, che quando fu ucciso viveva nascosto, isolato e incapace di agire.

2017/04/17

Gli scambi di identità di Salem al-Hazmi

di Hammer

Uno degli argomenti più frequenti di chi sostiene le teorie del complotto sugli attentati dell’11/9 è quello secondo cui i terroristi furono identificati troppo in fretta dagli inquirenti e che alcuni, se non tutti, dei 19 dirottatori fossero in realtà ancora vivi dopo gli attacchi.

È abbastanza ovvio che chi sostiene queste teorie ignora un concetto molto semplice: cioè che al mondo esistono le omonimie e che quindi persone diverse possono avere lo stesso nome. Se il buon senso non basta, come spesso accade con i complottisti, si rende necessario analizzare in dettaglio cosa è accaduto in realtà durante l'identificazione degli attentatori.

Un esempio di questo riguarda l'identificazione di Salem al-Hazmi, uno dei muscle hijackers (dirottatori col compito di usare la forza per prendere il controllo) del volo American Airlines 77 che si schiantò contro il Pentagono.

L’FBI diffuse la prima lista dei presunti dirottatori il 14 settembre del 2001 e pochi giorni dopo, il 19 settembre, il Washington Post riportò che il capo dell'ambasciata saudita degli USA avrebbe detto che l’uomo indicato come Salem al-Hazmi era in realtà un impiegato presso uno stabilimento petrolchimico di una società governativa a Yanbuʿ in Arabia Saudita.

L'ambasciata aggiunse che all’uomo era stato rubato il passaporto anni prima al Cairo e che probabilmente il terrorista aveva compiuto un furto di identità per assumere quella del saudita che viveva tranquillamente in patria. Il 19 settembre il quotidiano saudita Al-Sharq Al-Awsat pubblicò un articolo in cui mostrava la foto di Ibrahim Salem al-Hazmi, che si riteneva accusato ingiustamente di essere uno dei dirottatori.

Tuttavia, contrariamente a quanto scritto nell'articolo del Washington Post linkato in precedenza, stando alla traduzione proposta da Google Translate del testo originale in arabo, la seconda foto non mostra il presunto terrorista che ha rubato l'identità a Ibrahim Salem al-Hazmi, ma il medico al-Bader al-Hazmi (che quindi condivide il cognome con il terrorista e con l’impiegato saudita), che in quei giorni era stato ingiustamente arrestato negli USA perché aveva usato in alcune occasioni il nome Khalid al-Mihdhar, incappando così in uno scambio di persona con un altro terrorista anch’egli dirottatore del volo American Airlines 77. Di questo grave errore di identificazione parla, tra l'altro, il medesimo articolo del Washington Post che cita il quotidiano saudita.

Le due foto pubblicate da Al-Sharq Al-Awsat il 19/9/2001

Una volta rilasciato il medico e riconosciuto l’errore, l’FBI non capì subito che si trattava di un’omonimia, ma pensò dapprima a un furto di identità ai danni del medico.

Il 20 settembre Al-Sharq Al-Awsat ribadì il concetto ripetendo che al-Hazmi era ancora vivo e che il terrorista suicida era un’altra persona.

Nonostante la confusione generata dai numerosi scambi di persona, dopo che l’FBI divulgò la lista definitiva dei dirottatori il 28 settembre, l’Arabia Saudita dovette ammettere che 15 dei 19 uomini del commando erano effettivamente sauditi. Tuttavia tale conferma arrivò solo a febbraio del 2002.

Un episodio di questo tipo, e se ne sono verificati molti durante l’identificazione dei 19 dirottatori, dimostra ancora una volta che le teorie complottiste si basano spesso su molta ingenuità e sull’ignorare fatti ovvi: come quello che al mondo esistono casi di omonimia.

2017/04/01

Nota sulle foto “inedite” del Pentagono segnalate dai media

di Paolo Attivissimo

Numerosi media generalisti, italiani e stranieri, hanno lanciato la notizia di una serie di foto “inedite” riguardanti i danni prodotti dall’attacco al Pentagono dell’11 settembre 2001.

Le foto sono in realtà tutt’altro che inedite: risalgono almeno al 2011, come documenta questo nostro articolo di quell’epoca. Una di esse, inoltre, fu pubblicata nel libro Pentagon 9/11 dieci anni fa, nel 2007.

Maggiori informazioni sulla causa di questo diffuso errore giornalistico sono in questo articolo su Disinformatico.info.

2017/03/27

Le riflessioni dell'ex agente dell'FBI Mark Rossini

di Hammer

L'ex agente dell'FBI Mark Rossini ha scritto un lungo testo su come l'11/9 avrebbe potuto essere evitato e sulle pressioni politiche, dettate dalla volontà di non creare tensioni tra gli USA e l'Arabia Saudita, che hanno bloccato lo scambio di informazioni tra CIA ed FBI in alcune fasi fondamentali delle indagini su due cittadini sauditi che erano entrati negli USA e che sarebbero poi diventati due dei diciannove dirottatori.

Con il permesso dell'autore, pubblichiamo il testo originale in inglese e la nostra traduzione in italiano.

In Re: 9/11 (testo originale in inglese)


In Re: 9/11 (traduzione in italiano)


Ringraziamo Rossini per la sua cortesia e disponibilità.