2016/02/08

World Trade Center: l'attentato del 1993 e il presunto coinvolgimento dell'FBI

di Hammer

Il primo attentato terroristico contro il World Trade Center avvenne il 26 febbraio del 1993, quando un gruppo di terroristi islamici fece esplodere un furgone-bomba nel parcheggio sotterraneo della Torre Nord. L'intenzione dei terroristi era di far crollare la Torre Nord in modo che cadesse addosso alla Torre Sud, distruggendole così entrambe. In realtà la bomba causò un cratere di cinque piani sotterranei ma non danneggiò l'integrità strutturale dell'edificio. L'attentato provocò comunque sei morti e oltre mille feriti.

Il gruppo di terroristi che perpetrò l'attacco era guidato dal kuwaitiano Ramzi Yousef, che fu catturato in Pakistan nel 1995 dopo aver partecipato anche alla pianificazione dell’Operazione Bojinka e dopo aver piazzato la bomba sul volo Philippine Airlines 434, che esplose in volo dopo che il terrorista era sceso dall'aereo durante uno scalo. Gli altri terroristi che parteciparono alla pianificazione dell’attacco contro il World Trade Center erano Mahmud Abouhalima, Mohammed Salameh, Ahmed Ajaj, Nidal Ayyad e Eyad Ismoil (che guidò il furgone fino al parcheggio della Torre), oggi detenuti nel carcere ADX Florence in Colorado, e Abdul Rahman Yasin, che non fu mai catturato. Le sovvenzioni economiche per l’attacco arrivarono al gruppo da Khalid Sheikh Mohammed, zio di Ramzi Yousef, che ebbe un ruolo fondamentale anche nell’organizzazione degli attacchi dell’11/9.

Secondo alcune fonti complottiste, come è ovvio e facile aspettarsi, anche questo attentato sarebbe stato un inside-job e alcune di queste fonti si spingono fino a sostenere che il materiale per realizzare la bomba fu fornito ai terroristi dall’FBI attraverso un loro infiltrato di nome Emad Salem. In realtà, come emerge dalla ricostruzione del New York Times, che nell’ottobre del 1993 dedicò a questa vicenda tre articoli (il 27, il 28 e il 31), e dalle registrazioni audio delle conversazioni di Salem con l'agente dell’FBI John Anticev, la verità è ben diversa: Salem aveva informato l’FBI che un gruppo di terroristi stava preparando una bomba e il piano dell’FBI prevedeva dapprima di utilizzare Salem per sabotare l’attentato fornendo ai terroristi della polvere innocua da sostituire all’esplosivo. Il sabotaggio fallì in quanto il supervisore dell'FBI sottovalutò la minaccia e decise di abbandonare il piano e di destinare Salem ad altro incarico. Secondo Salem (a sinistra nella foto sotto, insieme al terrorista egiziano Omar Abd al-Rahman noto anche con il soprannome di The Blind Sheik) il motivo fu che l’FBI non gli credette; va comunque sottolineato che Salem non specifica che l’FBI fosse al corrente del fatto che la bomba sarebbe stata usata al WTC ma sapeva solo genericamente che alcuni terroristi stavano costruendo una bomba e che poi questa è stata usata al World Trade Center.


I video complottisti a questo punto mostrano uno spezzone del telegiornale del 28 ottobre 1993 della CBS con l'intento di convalidare la teoria appena esposta, ma in realtà sia il conduttore Dan Rather sia il servizio che viene mostrato dicono proprio che l’FBI avrebbe potuto sventare l'attacco ma non lo fece, che è ben diverso da quanto i complottisti sostengono.

I complottisti si aggrappano quindi alla frase di Salem It was built by supervising supervision from the Bureau and the D.A. per sostenere che Salem confermi che l’FBI fu l’effettivo produttore della bomba. Ma basta leggere il periodo per intero per rendersi conto anzitutto che l'inglese di Salem è molto povero e che in realtà sta dicendo che l’FBI era stato informato dell’attentato imminente dal suo informatore, cioè lo stesso Salem, ma che non fece nulla per sventarlo.

La frase di Salem (al minuto 3:42 della registrazione) è:

[...] we was start already building the bomb which is went off in the World Trade Center. It was built by ...eh, eh, eh.... supervising... [si corregge] supervision from the Bureau [l'FBI] and the D.A. [District Attorney, il procuratore distrettuale] and we was all informed about it and we know that the bomb start to be built. By who? By your confidential informant. What a wonderful, great case! And then he put his head in the sand and said "Oh, no, no, that’s not true, he is son of a bitch."

Ignorando i grossolani errori di grammatica, ciò che Salem intende dire in italiano è:

[...] avevamo già iniziato a costruire la bomba che sarebbe esplosa nel World Trade Center. E' stata costruita sotto gli occhi dell'FBI e del procuratore distrettuale e ne eravamo tutti informati e sapevamo che la bomba stava per essere costruita. Da chi? Dal vostro informatore confidenziale. Che meraviglioso caso! E poi ha messo la testa sotto la sabbia e ha detto "Oh, no, no, non è vero, è un figlio di puttana."

Secondo i complottisti, invece, Salem starebbe dicendo che la bomba fu costruita sotto la direzione dell’FBI e che l’FBI stesso ne fu informato dal suo informatore. Si tratta di un’assurdità e di un corto circuito logico piuttosto evidente.

Nel 2014 Emad Salem ha pubblicato un libro sulla propria vita e sul proprio ruolo di informatore dell’FBI. Il volume si intitola Undercover e in esso Salem ribadisce quanto detto in precedenza: l’uomo aveva informato l'FBI del fatto che un gruppo di terroristi stava preparando una bomba e la sua segnalazione fu sottovalutata.


Il motivo dietro a questo autoattentato sarebbe, secondo i complottisti, che serviva una giustificazione per l’approvazione di leggi antiterrorismo particolarmente liberticide. Premesso che nessuno di loro ha mai specificato quali sarebbero i danni alla libertà causati da queste leggi, a riprova di ciò viene mostrato un breve video tratto dagli ultimi minuti di Inside 9/11 di National Geographic in cui il giornalista Steve Emerson dice:

I heard it repeatedly after the ’93 World Trade Center bombing, by saying they didn’t kill enough people. It wasn’t said by militants, it was said by FBI agents. They didn’t say it because they wanted more blood, but they understood that it would take more blood in order to get the government to react. And now I’m hearing other FBI and other officials say to me, Steve, we’re gonna need another 9/11.

La traduzione in italiano è:

L'ho sentito varie volte anche dopo l'attentato del 1993 al World Trade Center quando dicevano che non erano state uccise abbastanza persone. Non è stato detto dai militanti, è stato detto dagli agenti dell'FBI. Non lo dicevano perché volevano più sangue, ma perché capirono che sarebbe stato necessario più sangue affinché il governo reagisse. E adesso sento altri agenti dell'FBI e altri ufficiali che mi dicono "Steve, serve un altro 11/9."

Ma in questo breve passaggio Emerson non sta attribuendo in alcun modo la colpa dell’attentato all’FBI: piuttosto si sta lamentando della lentezza del governo americano nell’emanare leggi efficaci nonostante l’attentato sanguinoso del 93 e anche dopo l’11/9.

Ancora una volta i complottisti fondano le proprie teorie su brandelli di frasi estratti dal loro contesto e spesso intenzionalmente distorti. Se vogliono dimostrare che l’attentato del 93 fu un inside-job è meglio che portino argomentazioni più convincenti.

2016/01/25

World Trade Center: an interview with survivor Gregory Carafello

by Hammer. An Italian translation is available here.

Today Undicisettembre offers its readers the personal account of survivor Gregory Carafello, who was a business owner in the South Tower and left his office after the crash of the first airplane. Now Gregory Carafello is back in the new World Trade Center with his new business.

We would like to thank Mr Carafello for his kindness and willingness to help.




Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on that day??

Gregory Carafello: I was one of the 407 people who owned a business in those buildings. In the seven buildings there were 12,000,000 square feet and there were 407 businesses there and I owned one of them in the South Tower at the 18th floor, it was called AbraCadabra Digital Printing. It was a digital color printing company which in the 90s was very big.

We went in early, at about 7, and we had a big meeting at 9:30 in the morning so we were preparing for the meeting and once we were done we felt the concussion, the windows were shaking and it was unusual for Manhattan. We didn’t know what was going on, we thought as everyone else it was a small plane accident, so we started to walk out. The facility manager came in and said “We should leave right now”, I said “Why?” because our building was fine, and he said “In 1999 Mayor Giuliani evacuated downtown Manhattan because of a hurricane and when he did that it took three hours to go down 18 floors,” because what people don’t realize is that the staircase is very narrow and there were only three staircases for an acre of plan. So I took my PalmPilot, my wallet, my phone and that’s it because we thought we would have stayed out for a couple of minutes.

We decided not to take the elevator for obvious reasons, but because of the 93 bombings we did fire drills every six months so the evacuation was very ordered. It took us sixteen or seventeen minutes to get out. While we were going down the staircases we could smell a lot of jet fuel coming from the other building because there were 99 elevators in each building and the elevators started to act like chimneys with the smoke going up the chimneys.

When we got out, the plaza, which usually was a beautiful place where they had concerts or you could have a cup of coffee or a cappuccino, was so damaged that we decided to go even further, go to the subway and then get out of there but it was all sealed off so we could not go down that way. So we went back up the stairs and we ran out from 4 World Trade Center and we sprinted to One Liberty, which was across the street and that was where we were when the second plane hit.

While we were standing there I gave my phone to the gentleman who worked with me and told him to call New Jersey where we had four facilities to tell them we would have been back to the building in a few minutes. And as he was looking over me he saw the plane arriving behind me.

As the second plane hit things changed, things were different. In an instant we knew we were under attack and people started to run out. We ended up walking and running through the city to the Waldorf Astoria and they wouldn’t allow us in that day because they were packed and sold out. So we had to beg for a room, we were probably the first people to go up the town.

We made it in there and the city was kind of sealed off, everyone was watching TV and so were we while sitting at a table there.


Undicisettembre: Where were you during the collapses?

Gregory Carafello: Running through midtown, we didn’t know they had collapsed until 14:30.


Undicisettembre: What happened to you in the following days?

Gregory Carafello: I was working from home and I was very shaken up and the noise level was unbelievable. In the next days we had to do with the FBI and FEMA. The FBI was asking what employees did not show up for work that day and where my employees were from.


Undicisettembre: Did you suffer from post traumatic stress disorder?

Gregory Carafello: I don’t think I did. One thing good about talking about it is that it’s cathartic, it helps you.


Undicisettembre: You were a business owner but you didn’t have a facility for your business anymore. How did you manage that situation?

Gregory Carafello: We had to bring everything to New Jersey, where we had facilities but we didn’t have big equipment. We had a deal with the insurance for the equipment and for the business interruption. The equipment insurance worked very quickly, so in two or three weeks we had our new equipment.

But a lot of our customers were gone, so we had to start over.

I sold the business in 2004 and till that time we remained in New Jersey. Now I’m back in New York, I own a different business called Cartridge World and we are now in the new One World Trade Center.


Undicisettembre: What are your thoughts about the firefighters who risked their lives to save others?

Gregory Carafello: It’s heroic and amazing that they continued to do their jobs knowing what the situation was. Those guys lost 343 people on that day. I only have the highest respect for them.


Undicisettembre: How’s life in the new World Trade Center?

Gregory Carafello: It’s the best. It’s a beautiful building, the safest building in the world, it’s very modern, very structurally sound and good looking. It’s great.


Undicisettembre: Do you feel proud of being part of something that is actually part of the healing process?

Gregory Carafello: Definitely. You come full circle. I love being there.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories that claim that 9/11 was an inside job?

Gregory Carafello: People can believe whatever they want, but I was there and smelled the jet fuel. I don’t believe it was an inside job. I don’t think there’s any credibility to their statements.


Undicisettembre: How long did it take you to get back to normalcy?

Gregory Carafello: It took years to get into rhythm, into a comfort zone. But when you own a business you cannot just go look for another job. I had to lay off a lot of people and that was hard. I had 39 people who had been with me for years, they bought houses, cars and started families. And it’s hard to say to people who work 70 hours a week “Listen, man, we can’t go on. There’s nothing here for you.” It’s a very bad situation.

The other side of that is that being financially strapped keeps you busy, you have to grow your business. That situation creates such a drive that helps you restart things.


Undicisettembre: Do you think the city is still living in fear?

Gregory Carafello: I’ve been working here since 1981 so I can tell you that in my 35 years it has never been better, never been cleaner, nicer, newer. There are 14 brand new residential buildings being built in the financial district right now: it’s unbelievable. To me that’s the best I’ve even seen it by far. It’s very safe and very dynamic and I hope it stays that way.

What people don’t understand about New York is the volume of the business that goes on there, there’s more business in one building of the Trade Center than in half New Jersey.

So I think it’s beautiful. I don’t think people are living in fear.


Undicisettembre: Have you been to the 9/11 Memorial Museum?

Gregory Carafello: Yes. I’m a docent there. I’ve been there since day one. I’ve been upstairs to where the pools are for one year and I’ve been downstairs to the museum since the opening. It’s very moving and I mean moving because of the people I met and worked with: a wonderful camaraderie. The museum itself is a very popular place and about 50% of the people who go there are from abroad.

World Trade Center: intervista con il sopravvissuto Gregory Carafello

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Undicisettembre offre oggi ai suoi lettori il racconto del sopravvissuto Gregory Carafello, che era proprietario di un’azienda nella Torre Sud e che scappò dal proprio ufficio dopo il primo schianto. Oggi Gregory Carafello è tornato a lavorare nel nuovo World Trade Center con la sua nuova azienda.

Ringraziamo Carafello per la sua cortesia e disponibilità.




Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto quel giorno?

Gregory Carafello: Ero una delle 407 persone che avevano un'azienda in quei palazzi. Nei sette palazzi c'era più di un chilometro quadrato di superficie e c'erano 407 aziende e io ero il proprietario di una di queste, nella Torre Sud, al diciottesimo piano: si chiamava AbraCadabra Digital Printing. Era una società di stampa digitale a colori, che negli anni 90 era un settore molto importante.

Arrivammo presto, circa alle 7, e avevamo una riunione importante alle 9:30 quella mattina, quindi ci stavamo preparando per la riunione e dopo aver finito sentimmo l’urto, le finestre tremarono ed era una cosa inusuale per Manhattan. Non sapevamo cosa stesse succedendo, come tutti gli altri pensavamo all’incidente di un piccolo aereo, quindi cominciammo ad uscire. Il manager della struttura entrò e disse “Dobbiamo andarcene immediatamente”. Chiesi “Perché?”, visto che il nostro palazzo non aveva problemi, e mi rispose “Nel 1999 il sindaco Giuliani evacuò tutta l'area di downtown Manhattan per via di un uragano e quando lo fece ci vollero tre ore per scendere per 18 piani,” perché la gente non si rende conto che la scala è molto stretta e c'erano solo tre scale per ogni acro di piano. Quindi presi il mio PalmPilot, il mio portafogli, il mio telefono e nient’altro, perché pensavamo che saremmo rimasti fuori solo un paio di minuti.

Decidemmo di non prendere l’ascensore per ovvi motivi, ma per via dell’attentato del 1993 facevamo esercitazioni antincendio ogni sei mesi, quindi l’evacuazione fu molto ordinata. Ci vollero 16 o 17 minuti per uscire. Mentre scendevamo per le scale sentimmo forte l’odore del carburante avio arrivare dall’altro palazzo, perché c'erano 99 ascensori in ogni edificio e gli ascensori cominciarono a fare da canne fumarie con il fumo che saliva lungo di esse.

Quando uscimmo, la Plaza, che di solito era un posto bellissimo dove facevano concerti o dove potevi prendere un caffé o un cappuccino, era così danneggiata che decidemmo di allontanarci ulteriormente, arrivare alla metropolitana e andarcene, ma tutto era sbarrato e quindi non potemmo proseguire in quella direzione. Così tornammo su per le scale, uscimmo di corsa dal World Trade Center 4 e corremmo fino al One Liberty Plaza, che era dall'altra parte della strada. Eravamo lì quando il secondo aereo colpì.

Mentre eravamo lì diedi il mio telefono al mio collega e gli dissi di chiamare nel New Jersey, dove avevamo quattro sedi, per dire loro che saremmo tornati nel palazzo entro pochi minuti. Mentre guardava sopra di me vide l’aereo arrivare dietro di me.

Quando il secondo aereo colpì le cose cambiarono, le cose divennero diverse. In un istante capimmo che eravamo sotto attacco e la gente iniziò a correre fuori. Finimmo per camminare e correre attraverso la città fino al Waldorf Astoria e non ci lasciarono entrare quel giorno, perché erano al completo e non avevano più posti liberi. Quindi dovremmo implorare per avere una stanza, probabilmente eravamo tra le prime persone a salire verso la zona nord della città.

Entrammo nell’albergo e la città era come sigillata, tutti stavano guardando la televisione e così facemmo anche noi lì, seduti ad un tavolo.


Undicisettembre: Dove ti trovavi durante i crolli?

Gregory Carafello: Stavamo correndo attraverso midtown, non abbiamo saputo che le torri erano crollate fino alle 14:30.


Undicisettembre: Cosa ti è successo nei giorni seguenti?

Gregory Carafello: Lavoravo da casa ed ero molto scosso e il livello del rumore era incredibile. Nei giorni successivi fummo impegnati con l’FBI e la FEMA. L’FBI ci chiese quali dipendenti non erano venuti al lavoro quel giorno e da dove provenivano i miei dipendenti.


Undicisettembre: Hai sofferto di stress post traumatico?

Gregory Carafello: No, credo di no. Una cosa buona del parlarne è che è catartico, ti aiuta.


Undicisettembre: Eri proprietario di un’azienda ma non avevi più una sede per il tuo lavoro. Come hai gestito questa situazione?

Gregory Carafello: Dovemmo portare tutto nel New Jersey, dove avevamo delle sedi ma non avevamo grandi macchinari. Avevamo un contratto con l’assicurazione per i macchinari e per l’interruzione dell’attività. L’assicurazione per i macchinari fu molto veloce, quindi in due o tre settimane avemmo macchinari nuovi.

Ma molti dei nostri clienti erano scomparsi e quindi dovemmo ricominciare da capo.

Vendetti l’azienda nel 2004 e fino ad allora rimanemmo nel New Jersey. Adesso sono tornato a New York, ho un’altra azienda che si chiama Cartridge World e ora siamo nel nuovo One World Trade Center.


Undicisettembre: Cosa pensi dei pompieri che hanno rischiato la propria vita per salvare gli altri?

Gregory Carafello: È eroico e stupefacente che continuarono a fare il loro lavoro sapendo quale fosse la situazione. Hanno perso 343 uomini quel giorno. Ho il massimo rispetto per loro.


Undicisettembre: Come si vive nel nuovo World Trade Center?

Gregory Carafello: È il posto migliore del mondo. È un palazzo bellissimo, il palazzo più sicuro del mondo, molto moderno, molto solido strutturalmente e bello. È fantastico.


Undicisettembre: Sei orgoglioso di essere parte di qualcosa che fa parte effettivamente del processo di guarigione?

Gregory Carafello: Sicuramente sì. Chiude il cerchio. Mi piace tantissimo essere lì.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l’11/9 fu un autoattentato?

Gregory Carafello: La gente può credere quello che vuole, ma io ero lì e ho sentito l’odore del carburante avio. Non credo che sia stato un inside job. Non credo che ci sia alcuna credibilità nelle loro asserzioni.


Undicisettembre: Quanto tempo ti ci volle per tornare alla normalità?

Gregory Carafello: Mi ci vollero anni per riprendere il ritmo, per arrivare a una zona di serenità. Ma quando hai un’azienda non puoi semplicemente cercarti un altro lavoro. Ho dovuto licenziare molte persone ed è stato difficile. Avevo 39 dipendenti che erano con me da tanti anni, avevano comprati case, automobili e avevano messo su famiglia. È duro dover dire a persone che lavorano 70 ore la settimana “Senti, non possiamo andare avanti. Qui non c’è più lavoro per te.” È una situazione molto brutta.

L’altra faccia dell’essere finanziariamente in difficoltà è che ti tiene occupato, devi far crescere la tua azienda. La situazione crea una tale motivazione che ti aiuta a far ripartire le cose.


Undicisettembre: Pensi che la città viva ancora nella paura?

Gregory Carafello: Lavoro qui dal 1981 e quindi posso dirti che nei miei 35 anni non è mai stata migliore, non è mai stata più pulita, più bella, più moderna. Ci sono 14 nuovi palazzi residenziali che sono in costruzione nel quartiere finanziario proprio adesso: è incredibile. Per me ora è al meglio di come l’abbia mai vista, e di gran lunga. È molto sicura e molto dinamica e spero che resterà così.

Ciò che la gente non capisce di New York è il volume di lavoro che vi gira. C’è più attività in un solo palazzo del World Trade Center che in metà del New Jersey.

Quindi credo che sia bellissima. Non penso che la gente vive nella paura.


Undicisettembre: Sei stato al 9/11 Memorial Museum?

Gregory Carafello: Si. Sono una delle guide. Sono stato lì sin dal primo giorno. Sono stato di sopra, dove ci sono le vasche, per un anno, e sono stato sotto, al museo, fin dall'apertura. È molto toccante, e intendo toccante per via della gente che ho incontrato e con cui ho lavorato: una compagnia magnifica. Il museo in sé è un posto molto frequentato e circa il 50% delle persone arriva dall'estero.

2016/01/11

World Trade Center: an interview with Port Authority commanding officer Joe Morris

by Hammer. An Italian translation is available here.

Today Undicisettembre offers its readers the account of Port Authority commanding officer Joe Morris, who on the morning of 9/11 was in his office at LaGuardia Airport and was deployed to the World Trade Center among the first rescuers.

His account not only provides further insight into the events of that day but also provides important details on how security worked in the World Trade Center jurisdiction-wise and as regards the areas of competence of different agencies.

We wish to thank Joe Morris for his kindness and willingness to share his story.


Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced that day?

Joe Morris: I was the commanding officer at LaGuardia Airport with the Port Authority of New York and New Jersey Police Department. The Port Authority Police Department is unique in that not only does it perform functions at the airports but also has aircraft rescue firefighting responsibilities: if a plane has an accident or a fire at the airport we respond and put the fire out, creating an escape path for the passengers and crew to escape the aircraft. After that is accomplished, the aircraft becomes a structural fire where the New York Fire Department would come in. The Port Authority has governmental jurisdiction for World Trade Center Complex, John F. Kennedy International Airport, LaGuardia Airport, Newark Liberty International Airport. The agency’s jurisdiction also includes the Port Authority Bus terminal in mid-town Manhattan, the Hudson River crossings between New York and New Jersey that include the George Washington Bridge, the Uptown Bus Station, Lincoln Tunnel and Holland Tunnel. The other river crossings include the Goethal, Bayonne and Outerbridge Crossing in Staten Island. The Port Authority also operate the Port Authority Trans Hudson (PATH) train system that provides train service between Newark, New Jersey and Manhattan. It also operates the sea ports of New York and New Jersey. The Port Authority had leased World Trade Center complex to Silverstein Real Estate 4 months before September 11, 2001. Silverstein operated the complex, with the Port Authority Police providing the primary police and fire services.

On the morning of September 11th I was at LaGuardia Airport involved in everyday activity a commanding officer is involved in, in this case sitting at my office with my office administrator and interior designer discussing the need to recover chairs with new fabric in my office at a small meeting table. I joked with them that because police officers wearing their gun belts had gotten bigger and bigger they wore the fabric out to the point it needed to be replaced. During this discussion somebody outside my office said: “A plane hit the World Trade Center.” The Port Authority Police had mobilization plans, so I knew a mobilization would be initiated by Police Headquarters. I met with my staff lieutenant, Ed Dowling. Ed had been the long time staff lieutenant at the airport; nobody understood its operation better. I told him: “You stay here and take care of the airport and I’ll take the mobilized personnel down to the Trade Center.” We mobilized with eight vehicles and I believe 17 or 18 uniformed personnel and detectives. Our caravan of police vehicles drove southward on Brooklyn Queens Expressway, while en route I saw the second tower struck by an airplane. At that moment I knew this was not just an aircraft accident or high-rise building fire but an act of terrorism. My mind went back to 1993, I had been part of the rescue and recovery back then as a lieutenant, working that February day with Chief James Nachstein, the department’s Chief of Operations.

On crossing the Williamsburg Bridge and seeing the inferno engulfing the World Trade Center towers I realized this was completely different from the 1993 bombing. I radioed instructions to the responding personnel from LaGuardia Airport not to respond to the planned West Street location for World Trade Center mobilizations but to a point one block north of the towers on Barclay Street. This location provided cover by the buildings between the north boundary of the World Trade Center Complex on Vesey Street and Barclay Street. During our response drive I attempted via the 800 police radio system to contact the World Trade Center Police Desk and also the responding Headquarters units but was unable to make radio contact. I later learned the radio base station located at 5 World Trade Center Building had been damaged due to falling debris from the burning towers knocking out radio communication capabilities. I discovered the ability to utilize a little used outdated police channel, “Channel A”, to get in touch with the Port Authority Police Central Police Desk to inform them of our response and resources at the WTC Site.

My vehicle was parked at Barclay Street and West Broadway on a sidewalk right under a construction protective canopy. The other LaGuardia vehicles were also parked at this location that was across the street from the Barclay Street WTC vehicle entrance ramp. I gathered and instructed all my LaGuardia personnel to remain with me and we walked westward along Barclay Street till we came to West Street and turned southward, where we found the Port Authority Police Command Bus vehicle parked at the northeast corner of Vesey and West streets. Approaching the Command Bus I saw then met with a long time Port Authority Senior Executive, Robert Van Etten, and New York City Police Department 1st Deputy Commissioner, Joseph Dunne. Mr. Dunne inquired if the Port Authority had closed off the tunnels and bridges into New York City. I told him I believed they were, based on the radio transmissions on Channel A, but would check in the Command Bus. I was able to get a phone line to the Central Police Desk and they told me the George Washington Bridge and the Holland and Lincoln Tunnels were closed to incoming Manhattan bound traffic and that only outbound traffic to New Jersey could use the crossings. I left the Command Bus and informed Joe Dunne of the river crossings’ operations. I was unable to make contact with any ranking command officers taking part in the rescue operations in the two towers. I was informed by Joe Poland, a Headquarters Sergeant, that the police Superintendent and two working police chiefs had entered the North Tower to lead the rescue operations.

At that point I decided to respond to the North Tower lobby, knowing that was the designated incident command area in the procedures developed after the 1993 bombing. At the Command Bus location were the maybe 17 or 18 LaGuardia police personnel as well as I guess 50 to 60 police officers from other Port Authority Police offices taking part in the World Trade Center Complex mobilization. I instructed the lieutenants and sergeants at this location to break up in groups of 3 or 4 officers and to remain there until I came back with a plan. I informed them I was going to respond into the North Tower and meet up with the New York City Fire Department and any Port Authority Police supervisory personnel at the incident command post located in the North Tower lobby.

I had Lieutenant Emilio Sepleveda, who had during his career worked years at the World Trade Center Command including the 1993 bombing, accompany me to the lobby command post. While walking southbound on West Street toward the VIP Drive North Tower entrance I started looking upward and suddenly observed objects exiting the South Tower higher floors and the tower started to collapse straight down. The first few seconds I was amazed at what I was seeing, not believing my own eyes that the South Tower was collapsing. I then realized the danger and yelled “Fuck! Run!”, I turned and started to run north on West Street with other people around me. As I ran back north I realized that there was a powerful force of collapsing debris above and behind me. At about 80 yards I saw and dove into the Command Bus for cover. The police personnel in the bus then closed the doors to provide protection from the driven airborne debris. While the collapse debris was still all about people knocked on the vehicle door seeking safety from the debris storm. One person was Chief of NYPD Detective, Chief Olly, who was being carried by other NYPD personnel and who was covered with white dust covering his entire person including every opening in his face: his nostrils and mouth were covered with dust. We cleaned him with water that allowed his breathing distress to be alleviated.


I can only describe the blowing dust and debris as a warm blizzard white out. I remember the only thing that really survived was pieces of paper. At that point I did not see any other police commanders from the Port Authority Police so I took command responsibility, anticipating things that might be happening. During the time after the South Tower collapse other Port Authority Police personnel who escaped the collapse and its aftermath gathered at the Command Bus. One of those was Captain Tony Whitaker, the World Trade Center Commanding Officer; we were attempting to organize the personnel and available resources. We were located outside the Verizon Building that was located yards away from the North Tower. Captain Whitaker expressed the need to quickly move saying “We have to get out of here”, I asked “Why?”, and Tony said “The first tower came down and this is going to come down too.” Based on that a decision was made to move our Command Bus further north on West Street for safety.

Due to the depth of the airborne debris that collected all about the Command Bus its engine choked and stopped running. Police Officers Arcardi and Kennedy took the initiative, removing the clogged filter, then went to the closest fire hydrant and washed it off, returning it to the engine, then were able to restart the bus. The Command Bus was then moved three blocks north on West Street just south of Chambers Street intersection.

One thing I experienced that most of other commanders did not that morning was a panoramic view of the World Trade Center while responding down the Brooklyn Queens Expressway. That view provided me a better understanding of the devastation caused by the terrorist acts. Port Authority personnel gathered about the Command Bus. We were just accounting for who had survived, we believed 300 to 400 Port Authority Police personnel were in and about the World Trade Center Complex when the South Tower collapsed. During this same period of time more employees of the agency gathered about the Command Bus. Two senior executives, Christopher Ward, a Project Director, as well as Jeff Green, the Chief Legal Counsel, arrived at the location. Both had fled their North Tower offices after the aircraft striking the tower and taken refuge in the WTC Complex’s Marriott Hotel only to escape the South Tower collapse upon the hotel and took shelter in the Command Bus. I was in discussions with them concerning their knowledge and understanding of the situation when the North Tower collapsed. Again the warm blizzard white out overtook the entire area, with people seeking cover for refuge from the warm blizzard of debris until it ended.

I remembered words of Chief Nachstein during the 1993 bombing response and rescue operations to the effect that it was our job to avoid drowning in the tidal wave and to bring order to chaos. Those words dictated my actions for the rest of that day. I, with other supervisory personnel, did bring order to chaos as we met and took actions as the day went on. Meeting with other agency personnel in an enclosed courtyard at Manhattan Community College I directed the fellow employees to group by the department they worked for and organize in that manner.

In the early afternoon I was informed by Chief Thomas Farrell, who was on medical leave and responded to the Port Authority Agencies Command Post in Jersey City, that I had been designated the WTC Site Commander. I had moved up to the Manhattan Community College that was located on West Street, north of Chambers Street. The college’s gymnasium is where Port Authority rescue and recovery operations were established. I was introduced and began a relationship with Ed Sullivan, a great man, who was Senior Vice President for the facility. Ed told me “I have no power at the building facility”. I told him “No problem, we will get you power with portable generators. We just need to use the gymnasium.” That is simply how things were done, no bureaucracy just people trusting each other to get things done that day and in the months that followed. I remained at the site as the Port Authority Police WTC Site Commander till I was promoted to Chief of the Department and Acting Superintendent of Police on September 24, 2001. I kept an almost daily physical presence at the site till its closing ceremony in May of 2002.



Undicisettembre: Do you know anything about the collapse of World Trade Center 7?

Joe Morris: We knew it was on fire, I spoke with some United States Secret Service agents whose offices were in the building and escaped from it and told me of the scale of damage and spreading fires in the structure. The building also was the location of the New York City Office of Emergency Management Offices and Emergency Command Post located on the 25th floor. The building contained large storage tanks of diesel fuel that provided power to emergency generators used to provide emergency electrical power. World Trade Center 7 was completely ablaze by late afternoon on 9/11, there was no firefighting capability. There existed no water supply due to lack of any water pressure caused by the damage to street infrastructure by the collapse of the Towers, the water lines were broken. The only recourse was to keep personnel away. We knew the situation was bad and the structure collapsed after 5 in the afternoon, adding itself to the physical carnage on the WTC Site.

One thing you learn as a police commander is that cops and firemen want to get back into action, holding them back and organizing is the toughest part of the supervising. That, though, is our function in bringing order to chaos. I was determined, like many other bosses, not to lose one more person to that pile of carnage.


Undicisettembre: What happened in the evening?

Joe Morris: I remember sending some people to go look at and explore the site, I utilized only department certified emergency service personnel; I had the ranking department Emergency Service Supervisor, Police Sergeant John Flynn, go down with these specially trained officers to make observations of what the site was like, what we could do as well as what we could not do. The sergeant came back and reported how bad the existing conditions were at the site. At 8:30 that evening I met with the city officials and people from the medical examiner’s office; they estimated at that time that there was a possibility of losing 10.000 people because of the attacks during rush hour. The medical examiner also expressed to us that few bodies are going to be found. Most were pulverized, at best body parts will be found.

Looking back that evening I remembered while approaching the North Tower to go to the command post I had seen Port Authority Police Officer George Howard, he was standing yards off to my right near One World Financial Center in the West Street southbound traffic lanes. George was one of the first officers killed that were discovered that afternoon. His death occurred during the collapse of the South Tower with debris striking him in the head. I surmise it occurred at the time I was running northward away from the collapse. I look back and realize it was just a matter of where you were standing that day. What protected me I think was the North Bridge structure that crossed over West Street connecting World Trade Center’s Custom House to the World Financial Center. That structure provided me enough cover as I ran up West Street before diving into the Command Bus.

It was a matter of continuing to utilize your existing resources. Resource use included the assignment of department detectives to the temporary morgue and hospitals to perform investigate responsibilities at those locations or assignment of lieutenants for accounting those who we knew survived, those killed and those that were still missing. Personnel were assigned to account for vehicles and equipment sent to the WTC site and what vehicles and equipment were still in a useable state. It was very tough because communications were for the most part wiped out. The Port Authority had very little radio communications, we had no workable cellphones. I utilized motorcycle officers, as in World War I, to deliver verbal and written messages. The only phones that were actually working in the WTC site area were BlackBerry instruments, but because of their costs neither the police nor the fire department personnel had been issued.

The police agencies and the Fire Department were trying to get themselves together and organized to address the fire and police responsibilities at the WTC site. The best way to explain responsibilities jurisdiction-wise during a catastrophe or a fire at the World Trade Center Complex is that the Port Authority Police would respond to the smoke alarm or fire alarm area with police officers. The fire department would respond to the tower lobby command desk waiting for confirmation. If a fire or smoke event was confirmed the fire department personnel would then respond to the area via elevators. Port Authority Police officers assigned to the World Trade Center Complex were fire trained, every year attending and certified as to fight structural fires. The New York City Police had jurisdiction responsibilities for the adjacent streets and sidewalks abutting the World Trade Center Complex. These jurisdictional responsibilities were the basis for all the operational directives for all interagency responses between the Port Authority and City of New York. As you look at the World Trade Center attacks on September 11th, the casualties sustained by the three agencies reflect their operational responsibilities. Fire department personnel were casualties in and about the World Trade Center Complex, Port Authority Police officers assigned to the World Trade Center or responded in the mobilization were casualties and only NYPD personnel specifically assigned to their Emergency Service Unit that were directed into the Complex were casualties. The only exception was a NYPD officer who was retiring that day, he ran from NYPD Police Headquarters into the World Trade Center complex and lost his life.


Undicisettembre: Having witnessed the attacks in ‘93, were you guys expecting another attack to the Trade Center?

Joe Morris: In 1993 I was a lieutenant, I was in the Headquarters’ administrative assignment. I know from talking to people there was a threat, a very general threat. The Port Authority Police, based on that general threat, did increased World Trade Center perimeter security vehicle and foot patrols.

Based on the 1993 bombing experiences the emergency response plans were reviewed and adjusted by the responding agencies. These plans were the basis for the response to the September 11, 2001 attacks upon the World Trade Center Complex. In July 2001 there was a meeting called by the Federal Aviation Administration (FAA) that I attended as the LaGuardia Airport Commanding Officer. The FAA informed those attending of a general threat that was not specific serving as only informational purposes. The Port Authority as an agency had determined in 1996 after the TWA 800 incident to bring its police personnel to its next to highest threat level for security purposes at its three major airports.


Undicisettembre: What do you think of conspiracy theories that claim that 9/11 was an inside job?

Joe Morris: That's at the highest level what I consider bullshit! What happened were one large aircraft were flown into each of the towers a great rate of speed, causing massive structural damage, diminishing fire retardation capacity of the structures. These conditions, along with the high level of heat, further fed by the jet fuel, were further fed by materials contained in office furniture and furnishings and caused the structural collapse.

During the first days of the recovery operations the work boots we were wearing needed sometimes to be changed twice within a twelve-hour shift because of the heat coming off the debris pile we moved about on. There was the ever smelling odor of death. It is a terrible way to put it, but it smelled like barbecue.


Undicisettembre: How long did it take you to get back to normalcy?

Joe Morris: Let me describe what happened with Port Authority Police. We were a department of 1300 personnel on September 11th, after the attacks we needed additional police personnel to cover airports, tunnels, bridges and other transportation facilities; we needed 2200 to 2500 personnel to meet security levels and responsibilities due to these facilities being prime targets for terrorism. In our department any vacation or sick leave was canceled, being ordered back to work. During the first 20 days there was no days off; after those first 20 days personnel were given one day off every two weeks. Months later a day off each week. All police personnel worked 12 hour shifts until July 2003.

It was the only way we could cover our security responsibilities, but it takes a toll on people. The one thing I'm very proud of is that on the afternoon on 9/11, when we were at the gymnasium, the peer counselors came to us from New Jersey, they represented Cop2Cop each having been trained police officer to perform peer counseling. One of them happened to be a neighbor of mine with whom I met at our boys’ high school sporting events. During our talk he told me that after the Oklahoma City bombing 19 first responders committed suicide over the years since the event. I was shocked at that number and determined to take actions to address the risk. What we did was continually bring in counselors and psychologists on almost a daily basis and they talked to everyone, anybody who worked at the WTC site and carried it over to all our facilities where police personnel were assigned.


Right after the recovery operations started, the Port Authority Police made the decision that let any officer on the department that wanted to come down and work at the WTC site do so. The entire department operated on two twelve-hour shifts, one 7am to 7pm and the second 7pm to 7am. After the first week lieutenants assigned to the WTC site told me they wanted to have the same selected personnel working at the site. I decided to follow their recommendation and the personnel were selected. That system differed from what NYPD and FDNY did because they were rotating people all the time.

Those lieutenants got together and recommended the 200 officers. The recommended personnel included personnel with one year on the job to personnel with 25 to 30 years on the job. I understood the need to have different people coming to speak to them all the time, they accepted the counseling as part of their work and were given a phone number if they thought they needed a problem addressed away from the site. When the work was completed at the WTC site in May 2002, the Port Authority decided to provide a debriefing program that consisted of a two-day seminar with counselors of Cop2Cop led by Cherie Castellano and a former FBI profiler Jim Reese. After the first day we had a dinner where personnel were invited to bring their wife or partner and also include them in the second day that addressed suicide. The gist of the counseling was that all they experienced and felt was not unique to them, others have experienced similar feelings and emotions, never be shamed or afraid but reach out for an ear and assistance.

I can say with great pride to this day not one Port Authority Police personnel involved in the recovery operations related to 9/11 committed suicide. I credit Cherie Castellano, Lillian Valente of the Port Authority Office of Medical Services and Lieutenant Anthony Fitzgerald for this. I've been told by Mrs. Castellano that the debriefing program has been the model used with personnel returning from Iraq.

After the events of September 11th when I got home that night around about 1am, I found my wife and two sons awaiting me with some of their friends. They all gave me hugs that I will never forget. I later learned weeks after that my wife and boys only became aware I survived the day at 10pm and I had been listed as missing. Being involved I never reached out to my family. My greatest fear was all the stuff I ingested that day in the air would have harmed me, I woke up at 4 o'clock on 9/12 and took care of my body functions and I realized everything was working fine to great relief.

My other distinct memory of that night is that my oldest son, who was attending law, had taken my work shoes and shined them when I went to bed. Putting those shined shoes the following morning is something I will never forget.

My wife understood that I needed to extend my energies and time to take care of the department. My first son took care of a lot of things for the first year at home and also my wife was so very understanding and supportive.

World Trade Center: intervista con il comandante della Port Authority Joe Morris

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Undicisettembre offre oggi ai suoi lettori il racconto del comandante della Port Authority Joe Morris, che la mattina dell’11/9 si trovava nel proprio ufficio all'aeroporto LaGuardia e fu inviato al World Trade Center tra i primi soccorritori.

Il racconto di Morris non solo fornisce un ulteriore tassello per capire cosa è successo quel giorno ma fornisce anche dettagli importanti su come funzionava la sicurezza al World Trade Center dal punto di vista della giurisdizione e delle aree di competenza delle diverse agenzie coinvolte.

Ringraziamo Joe Morris per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto quel giorno?

Joe Morris: Ero il comandante del dipartimento di polizia della Port Authority di New York e New Jersey all’aeroporto LaGuardia. Ciò che rende unico il dipartimento di polizia della Port Authority è che non solo svolge i propri compiti negli aeroporti ma ha anche la responsabilità di gestire gli incendi sugli aerei: se un aereo ha un incidente o un incendio nell’aeroporto rispondiamo noi e spegniamo il fuoco, creando una via di fuga per i passeggeri e per l’equipaggio in modo che possano abbandonare l’aereo; fatto questo, l’aereo diventa un incendio di una struttura, per il quale interviene il dipartimento dei vigili del fuoco di New York. La Port Authority ha giurisdizione governativa sul complesso del World Trade Center, sull’aeroporto JFK, sull’aeroporto LaGuardia, e sull’aeroporto Liberty International di Newark. La giurisdizione dell’agenzia include anche la stazione degli autobus della Port Authority a Midtown Manhattan e i ponti sul fiume Hudson tra New York e il New Jersey, che includono il George Washington Bridge, l’Uptown Bus Station, il Lincoln Tunnel e l’Holland Tunnel. Gli altri attraversamenti del fiume includono il Goethal, Bayonne e l’Outerbridge Crossing a Staten Island. La Port Authority gestisce anche il sistema ferroviario PATH (Port Authority Trans Hudson) e i treni tra Newark, New Jersey e Manhattan. Gestisce anche i porti marittimi di New York e New Jersey. La Port Authority aveva dato in affitto il complesso del World Trade Center alla Silverstein Real Estate quattro mesi prima dell’11 settembre 2001. Silverstein si occupava della conduzione del complesso, mentre la Port Authority manteneva le funzioni primarie di polizia e di gestione degli incendi.

La mattina dell’11 settembre ero all’aeroporto LaGuardia e stavo svolgendo l’attività quotidiana che svolge ogni comandante: in questo caso ero seduto nel mio ufficio con l’amministratore dell’ufficio e l’arredatore e stavamo discutendo, attorno a un piccolo tavolo, della necessità di rifoderare le poltrone con tessuti nuovi nel mio ufficio. Scherzavo con loro del fatto che siccome i poliziotti che portano il cinturone con la pistola diventano sempre più grossi, avevano consumato il tessuto delle sedie al punto che era necessario sostituirlo. Durante questa discussione qualcuno fuori dal mio ufficio disse: “Un aereo ha colpito il World Trade Center”. La polizia della Port Authority aveva dei piani di mobilitazione e quindi sapevo che la mobilitazione sarebbe stata avviata dal Quartier Generale della Polizia. Incontrai il mio tenente, Ed Dowling. Ed era tenente da lungo tempo all’aeroporto e nessuno conosceva il suo funzionamento meglio di lui. Gli dissi: “Tu resta qua e prenditi cura dell’aeroporto; io prendo le persone mobilitate e le porto al Trade Center”. Ci spostammo con otto veicoli e credo che fossimo 17 o 18 tra detective e personale in divisa. Il nostro convoglio di mezzi della polizia si spostò verso sud sulla Brooklyn Queens Expressway. Durante il tragitto vidi la seconda torre colpita da un aereo. In quel momento capii che non era un semplice incidente aereo o un incendio in un grattacielo ma era un atto di terrorismo. La mia mente tornò al 1993; allora partecipai alle attività di soccorso e recupero come tenente lavorando quel giorno di febbraio con il Capitano James Nachstein, il direttore delle operazioni del dipartimento.

Quando attraversammo il Williamsburg Bridge e vidi l’inferno che avvolgeva il World Trade Center capii che era completamente diverso dall'attacco del 1993. Diedi istruzioni via radio al personale che stava arrivando dall’aeroporto LaGuardia di non raggiungere la posizione prevista a West Street per le mobilitazioni per il World Trade Center ma di recarsi ad un punto di raccolta un isolato più a nord delle torri, a Barclay Street. Questo punto era al riparo dei palazzi tra il confine nord del complesso del World Trade Center su Vesey Street e Barclay Street. Durante il nostro spostamento in auto cercai, attraverso il sistema radio 800 della polizia, di contattare la sede della polizia al World Trade Center e anche le unità del Quartier Generale che stavano intervenendo, ma mi fu impossibile stabilire un contatto radio. In seguito scoprii che la stazione della radio localizzata al World Trade Center 5 era stata danneggiata dalle macerie cadute dalle torri in fiamme, rendendo così inservibili le comunicazioni radio. Scoprii che potevo utilizzare un canale di comunicazione della polizia obsoleto e poco usato, il “Channel A”, per contattare la sede centrale della polizia della Port Authority per informarla su come procedeva il nostro intervento e sulle nostre risorse al World Trade Center.

Il mio veicolo era parcheggiato all’incrocio tra Barclay Street e West Broadway, su un marciapiede proprio sotto una copertura protettiva di un cantiere. Anche gli altri veicoli che arrivavano da LaGuardia erano parcheggiati lì, sul lato opposto della strada rispetto alla rampa di accesso veicolare al World Trade Center da Barclay Street. Radunai il mio personale che arrivava da LaGuardia e diedi istruzioni di rimanere con me. Camminammo verso ovest lungo Barclay Street finché arrivammo a West Street e girammo a sud, dove trovammo l’automezzo di comando della Port Authority Police parcheggiato all'angolo nord-est dell'incrocio tra Vesey Street e West Street. Mentre ci avvicinavamo al mezzo di comando incontrai un Senior Executive di lunga esperienza della Port Authority, Robert Van Etten, e il primo Vice Commissario della Polizia di New York, Joseph Dunne. Dunne mi chiese se la Port Authority avesse chiuso i tunnel e i ponti verso New York. Gli risposi che basandomi su quando avevo sentito sul “Channel A” pensavo di sì, ma avrei verificato presso l’automezzo di comando. Riuscii a fare una telefonata alla sede centrale della polizia e mi dissero che il George Washington Bridge e i tunnel Holland e Lincoln erano chiusi al traffico in ingresso a Manhattan e che solo il traffico in uscita verso il New Jersey poteva usare quegli attraversamenti. Lasciai l’automezzo di comando e informai Joe Dunne della situazione degli attraversamenti fluviali. Mi fu impossibile entrare in contatto con altri comandanti che prendevano parte alle operazioni di soccorso nelle due torri. Fui informato da Joe Poland, un Sergente del Quartier Generale, che il Sovrintendente della polizia e due capitani di polizia erano entrati nella Torre Nord per condurre le operazioni di salvataggio.

A quel punto decisi che sarei andato al lobby (atrio) della Torre Nord, sapendo che era la zona di comando per gli incidenti che era stata designata dalle procedure sviluppate in seguito all’attacco del 1993. Vicino all’automezzo di comando c'erano circa 17 o 18 membri della polizia dell'aeroporto LaGuardia insieme a credo altri 50 o 60 membri degli altri uffici della polizia della Port Authority che prendevano parte alle operazioni di mobilitazione per il World Trade Center. Ordinai ai tenenti e ai sergenti che si trovavano lì di dividersi in gruppi di tre o quattro e di rimanere lì finché non fossi tornato con un piano. Li informai che sarei entrato nella Torre Nord e avrei incontrato i supervisori del dipartimento dei pompieri di New York e della polizia della Port Authority alla postazione di comando per gli incidenti nel lobby della Torre Nord.

Mi feci accompagnare alla postazione di comando nel lobby dal tenente Emilio Sepleveda, che durante la propria carriera aveva lavorato per anni al comando del World Trade Center, anche in occasione dell’attentato del 1993. Mentre camminavamo verso sud su West Street verso l'ingresso carraio VIP della Torre Nord iniziai a guardare in alto e improvvisamente vidi oggetti che uscivano dai piani più alti della Torre Sud e la torre iniziò a crollare verticalmente. Nei primi secondi rimasi stupefatto da ciò che vedevo, non credevo ai miei occhi che la Torre Sud stesse crollando. Poi mi resi conto dell pericolo e urlai “Cazzo! Corriamo!”, mi girai e cominciai a correre verso nord su West Street con altre persone che erano con me. Mentre correvamo indietro verso nord capii che sopra e dietro di me c’era una forza potente di macerie in caduta. A circa 70 metri di distanza vidi l’automezzo di comando e mi ci lanciai dentro per proteggermi. Il personale di polizia dentro l’automezzo poi chiuse le porte per proteggersi dai detriti che volavano. Mentre le macerie del crollo ancora volavano, le persone bussavano alle porte del veicolo cercando riparo dalla tempesta di macerie. Una di queste persone era il capitano dei detective della polizia, il Capitano Olly, che veniva portato da altri membri del New York Police Department ed era ricoperto di polvere bianca ovunque, inclusa ogni apertura del suo viso: le narici e la bocca erano coperte di polvere. Lo ripulimmo con acqua, che gli permise di respirare in modo meno sofferto.


Posso descrivere la polvere e le macerie che volavano solo come una bufera di neve calda. Ricordo che l’unica cosa che effettivamente sopravvisse erano pezzi di carta. In quel momento non vedi nessun altro comandante della polizia della Port Authority e quindi presi il comando, cercando di prevedere ciò che poteva succedere. Dopo il crollo della Torre Sud altri agenti della polizia della Port Authority che erano sfuggiti al crollo e alle sue conseguenze si radunarono al furgone di comando. Uno di loro era il capitano Tony Whitaker, il comandante per il World Trade Center; stavamo cercando di organizzare il personale e le risorse disponibili. Eravamo posizionati fuori dal Verizon Building, che sorgeva a pochi metri dalla Torre Nord. Il Capitano Whitaker espresse la necessità di andarcene velocemente dicendo “Dobbiamo andare via da qui”; io chiesi “Perché?” e Tony mi disse “La prima torre è crollata e anche quest'altra verrà giù”. Su questa base fu deciso di spostare l’automezzo di comando più a nord su West Street, per sicurezza.

Per via della quantità dei detriti nell’aria che si erano raccolti intorno all’autobus di comando il motore non prendeva aria e si fermò. Gli agenti di polizia Arcardi e Kennedy presero l’iniziativa, tolsero il filtro intasato, andarono all’idrante dei pompieri più vicino, lavaronoil filtro e lo rimisero nel motore, e così fu possibile far partire l’automezzo, che fu spostato tre isolati più a nord su West Street appena più a sud dell'incrocio con Chambers Street.

Una cosa che vidi io e che la maggior parte degli altri comandanti non vide quella mattina fu la veduta panoramica del World Trade Center mentre percorrevo la Brooklyn Queens Expressway. Quella vista mi diede una migliore comprensione della devastazione causata dagli attacchi terroristici. Il personale della Port Authority si radunò attorno all’autobus di comando. Stavamo facendo l’appello di chi era sopravvissuto, ritenevamo che 300 o 400 poliziotti della Port Authority fossero stati dentro o nelle vicinanze del World Trade Center quando la Torre Sud era crollata. Nel frattempo altri dipendenti dell’Agenzia si radunarono intorno all’autobus di comando. Arrivarono anche due Senior Executive, Christopher Ward, un direttore di progetto, e Jeff Green, il capo dei consulenti legali. Entrambi erano scappati dai propri uffici nella Torre Nord dopo che l’aereo aveva colpito la torre e si erano rifugiati nel Marriott Hotel del World Trade Center, per poi sfuggire al crollo della Torre Sud addosso all’albergo, ed avevano trovato riparo nell’autobus di comando. Stavo discutendo con loro per capire cosa sapessero loro della situazione quando la Torre Nord crollò. Di nuovo la bufera di neve calda ricoprì l'intera area e la gente cercava riparo dalla bufera finché questa non finì.

Ricordai le parole del Comandante Nachstein durante le operazioni di intervento e soccorso in occasione dell’attacco del 1993 sul fatto che il nostro lavoro era non annegare nella marea e di portare ordine nel caos. Quelle parole dettarono le mie azioni per il resto della giornata. Io e altro personale di supervisione portammo ordine al caos, incontrandoci e intraprendendo azioni man mano che la giornata si evolveva. Incontrando altro personale dell’agenzia in un cortile chiuso del Manhattan Community College ordinai ai colleghi dipendenti di raggrupparsi in base al reparto nel quale lavoravano e di organizzarsi in questo modo.

Nel primo pomeriggio venni informato dal Comandante Thomas Farrell, che era in malattia e che aveva risposto presso la sede di comando della Port Authority di Jersey City, che ero stato designato comandante del sito del World Trade Center. Mi ero spostato al Manhattan Community College, che era su West Street, a nord di Chambers Street. Le attività di soccorso e recupero della Port Authority furono dirette dalla palestra del college. Io fui presentato e iniziai a lavorare con Ed Sullivan, un grande uomo, che era Senior Vice President del college. Mi disse: “Non abbiamo corrente elettrica nel palazzo”. Io gli dissi “Non c'è problema, ti porteremo la corrente elettrica con dei generatori portatili. Abbiamo solo bisogno di usare la palestra.” È semplicemente così che le cose furono fatte, senza burocrazia: solo persone che si fidavano reciprocamente e che portavano le cose a compimento, quel giorno e nei mesi che seguirono. Io rimasi al sito come Comandante della Port Authority al World Trade Center finché non fui promosso Capitano del Dipartimento e sostituto Sovrintendente della polizia il 24 settembre 2001. Fui materialmente presente quasi ogni giorno sul luogo, fino alla cerimonia di chiusura nel maggio del 2002.




Undicisettembre: Sai qualcosa del crollo del WTC7?

Joe Morris: Sapevamo che stava bruciando, parlai con alcuni agenti del Secret Service [servizio di protezione delle principali autorità governative, N.d.T.], i cui uffici erano nel palazzo e che erano scappati da lì; mi descrissero i danni e gli incendi che si diffondevano nella struttura. Il palazzo era anche la sede dell’ufficio della gestione delle emergenze e del centro di comando per le emergenze della città di New York che erano al 25° piano. Il palazzo conteneva grandi serbatoi di gasolio che fornivano energia elettrica ai generatori d’emergenza usati per fornire energia elettrica d’emergenza. Il WTC7 era completamente in fiamme nel tardo pomeriggio dell’11 settembre, non c’erano risorse per estinguere gli incendi. Non c’era acqua perché non c’era pressione nelle condotte, a causa del danno alle infrastrutture stradali dovuto al crollo delle Torri, le condutture dell’acqua erano rotte. L'unica cosa che si poteva fare era tenere lontano il personale. Sapevamo che la situazione era grave e la struttura crollò dopo le 17, aggiungendosi alla carneficina del World Trade Center.

Una cosa che impari come comandante della polizia è che poliziotti e pompieri vogliono entrare in azione; tenerli a freno e organizzarli è la parte più difficile della supervisione. Ma quello è il nostro compito nel portare ordine nel caos. Ero deciso, come molti altri capi, a non perdere nessun’altra persona in quel massacro.


Undicisettembre: Cosa successe quella sera?

Joe Morris: Ricordo di aver mandato delle persone a verificare ed esplorare il sito. Mandai solo personale del dipartimento qualificato per la gestione delle emergenze; inviai il supervisore delle gestione delle emergenze, il sergente della polizia John Flynn, con questi ufficiali specificamente preparati ad osservare quali fossero le condizioni del sito, ciò che potevamo fare e ciò che non potevamo fare. Il sergente tornò e mi riferì quanto fossero negative le condizioni del sito. Alle 20:30 incontrai i funzionari della città e il personale dell’ufficio del medico legale. Stimarono, a quel punto, che ci fosse la possibilità di aver perso 10.000 persone, perché gli attacchi erano avvenuti durante l’ora di punta. Il medico legale ci disse inoltre che sarebbero stati trovati pochi cadaveri. La maggior parte sarebbe stata polverizzata, nella migliore delle ipotesi avremmo trovato brandelli di corpi.

Ripensando a quella sera ricordo che mentre mi avvicinavo alla Torre Nord per andare al centro di comando vidi l’ufficiale di polizia della Port Authority George Howard; era alcuni metri alla mia destra, vicino al One World Financial Center, sulla carreggiata sud di West Street. George fu uno dei primi ufficiali morti che furono ritrovati quel pomeriggio. Era morto durante il crollo della Torre Sud, colpito alla testa dalle macerie. Penso che fosse accaduto mentre stavo correndo verso nord via dal crollo. Se ci ripenso mi rendo conto che fu solo una questione di dove ti trovavi quel giorno. Ciò che mi protesse, credo, fu la struttura del North Bridge che attraversava West Street unendo l'ufficio della dogana del World Trade Center al World Financial Center. Quella struttura mi riparò sufficientemente mentre correvo lungo West Street prima di tuffarmi nell’autobus di comando.

Era questione di continuare a utilizzare le risorse che avevi a disposizione. L’uso delle risorse include l’assegnazione dei detective del dipartimento agli obitori temporanei e agli ospedali per svolgere le funzioni investigative in quei luoghi o l’assegnazione dei tenenti per conteggiare quelli che sapevamo essere sopravvissuti, quelli uccisi e quelli ancora dispersi. Fu assegnato del personale per fare il punto dei veicoli e dell’equipaggiamento inviato al World Trade Center e di quali veicoli e quale equipaggiamento fossero ancora utilizzabili. Fu molto difficile, perché le comunicazioni erano per la maggior parte interrotte. La Port Authority aveva pochissime comunicazioni radio e noi non avevamo cellulari funzionanti. Io utilizzai agenti in moto, come durante la prima guerra mondiale, per consegnare messaggi verbali e scritti. Gli unici telefoni che effettivamente funzionavano al World Trade Center erano i BlackBerry, ma per via del loro costo né la polizia né il dipartimento dei pompieri ne aveva.

Le agenzie di polizia e il dipartimento dei pompieri stavano cercando di organizzarsi per assegnare le responsabilità di polizia e di gestione degli incendi al World Trade Center. Il miglior modo di spiegare le responsabilità dal punto di vista della giurisdizione durante una catastrofe o un incendio al World Trade Center è che la Port Authority rispondeva agli allarmi per fumo o incendi ricorrendo ad agenti di polizia. Il dipartimento dei pompieri doveva recarsi alla postazione di comando nel lobby della torre e attendere conferme. Se del fumo o un incendio veniva confermato, spettav al personale del dipartimento intervenire sul posto tramite gli ascensori. Gli ufficiali di polizia della Port Authoirty assegnati al World Trade Center erano stati formati sulla gestione degli incendi e frequentavano corsi e conseguivano certificazioni ogni anno per la gestione degli incendi nei palazzi. La polizia di New York aveva responsabilità sulle strade adiacenti e sui marciapiedi circostanti il World Trade Center. Queste responsabilità giurisdizionali erano alle base di tutte le direttive operative per gli interventi che coinvolgevano sia la Port Authority che le agenzie della città di New York. Se consideri gli attacchi al World Trade Center dell’11 settembre, le vittime subite dalle tre agenzie rispecchiano le loro responsabilità operative. I vigili del fuoco ebbero vittime dentro e nei dintorni del World Trade Center, gli agenti di polizia della Port Authority che erano assegnati al World Trade Center o che risposero alla mobilitazione subirono perdite e solo il personale della Polizia di New York specificamente assegnato all'Unità di Servizio per le Emergenze che fu inviato quel giorno al World Trade Center ebbe delle vittime. L'unica eccezione fu un ufficiale della polizia di New York che sarebbe andato in pensione quel giorno: corse dalla sede della polizia al World Trade Center e perse la vita.


Undicisettembre: Avendo vissuto l’attacco del 1993, vi aspettatavate un altro attentato contro il World Trade Center?

Joe Morris: Nel 1993 ero tenente, avevo un incarico amministrativo nel quartier generale. Avendo parlato con delle persone, so che c'era una minaccia, una minaccia molto generica. La polizia della Port Authority basandosi su quella minaccia generale, effettivamente aumentò la sicurezza perimetrale al World Trade Center per quanto riguarda pattuglie a piedi e motorizzate.

In base all’esperienza dell’attacco al World Trade Center nel 1993 i piani per la risposta alle emergenze furono rivisti e corretti dalle agenzie che dovevano intervenire. Questi piani furono alla base della risposta agli attacchi dell’11 settembre al World Trade Center. Nel luglio del 2001 ci fu un incontro, convocato dalla Federal Aviation Administration (FAA), al quale partecipai come Comandante dell’aeroporto LaGuardia. La FAA informò i partecipanti di una minaccia generica che non era specifica e serviva solo a fini informativi. La Port Authority, come agenzia, aveva deciso nel 1996, dopo l’incidente occorso al volo TWA 800, di portare il proprio personale di polizia al livello di allerta appena inferiore a quello massimo per motivi di sicurezza nei suoi tre principali aeroporti.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l’11/9 fu un autoattentato?

Joe Morris: È ciò che considero al livello massimo una stronzata! Ciò che successe fu che un grande aereo fu fatto schiantare contro ciascuna torre a grande velocità, causando un grave danno strutturale e diminuendo le capacità delle strutture di resistere agli incendi. Queste condizioni, insieme all’elevato calore alimentato dal carburante avio, furono ulteriormente alimentate dai materiali presenti nel mobilio degli uffici e causò il crollo.

Durante i primi giorni delle operazioni di recupero, a volte gli stivali da lavoro che indossavamo dovevano essere sostituiti due volte durante un turno da 12 ore per via del calore che veniva dalla pila delle macerie su cui ci muovevamo. C’era un onnipresente odore di morte. È un modo terribile di descriverlo, ma c’era odore di barbecue.


Undicisettembre: Quanto tempo ti ci volle per tornare alla normalità?

Joe Morris: Lascia che ti descriva cosa è successo alla polizia della Port Authority. L’11 settembre eravamo un dipartimento di 1300 persone; dopo gli attacchi avevamo bisogno di più personale per coprire gli aeroporti, i tunnel, i ponti e le altre sedi di trasporti; avevamo bisogno da 2200 a 2500 persone per raggiungere i livelli di sicurezza e le responsabilità, perché questi luoghi erano obiettivi primari per il terrorismo. Nel nostro dipartimento ogni richiesta di ferie o assenza per malattia fu cancellata e fu ordinato a tutti di tornare al lavoro. Durante i primi 20 giorni non furono concesso giorni di riposo; dopo quei primi 20 giorni fu concesso un giorno di riposo ogni due settimane, e mesi dopo uno ogni settimana. Tutto il personale della polizia lavorò su turni di 12 ore fino a luglio del 2003.

Era l’unico modo con cui potevamo coprire le nostre responsabilità, ma le persone ne pagarono il peso. La cosa di cui sono veramente orgoglioso è che nel pomeriggio dell’11 settembre, quando eravamo nella palestra, arrivarono dei consulenti psicologici dal New Jersey, erano della Cop2Cop; ciascuno di loro era un agente di polizia formato per fare consulenza psicologica ai colleghi. Uno di loro era, per caso, un mio vicino di casa che avevo conosciuto in occasione degli eventi sportivi della scuola superiore dei nostri figli. Parlando con lui mi disse che dopo l’attentato di Oklahoma City 19 dei primi soccorritori si suicidarono negli anni successivi. Fui sconvolto da quel numero e decisi di intraprendere delle azioni per gestire il rischio. Ciò che facemmo fu portare continuamente consulenti e psicologi su base quasi giornaliera, farli parlare con tutto il personale che lavorava al World Trade Center e portarli in tutti i posti dove era stato assegnato del personale della polizia.


Subito dopo l’inizio delle operazioni di recupero, la polizia della Port Authority decise di lasciare che ogni agente del dipartimento che voleva andare a lavorare al World Trade Center potesse andarci. L’intero dipartimento lavorava su due turni di 12 ore, dalle 7 alle 19 e dalle 19 alle 7. Dopo la prima settimana i tenenti assegnati al World Trade Center mi dissero che volevano che fossero sempre le stesse persone selezionate a lavorare al sito. Decisi di seguire i loro suggerimenti e il personale fu selezionato. Questo sistema fu diverso da quanto fatto dai pompieri e dalla polizia di New York, perché loro avvicendavano continuamente le persone.

Questi tenenti si incontrarono e consigliarono i 200 agenti. Il personale consigliato includeva agenti con un solo anno di servizio e altri con 25 o 30 anni di servizio. Capii la necessità di avere persone diverse che parlassero con loro tutto il tempo; loro accettarono la consulenza psicologica come parte del loro lavoro e fu dato loro un numero di telefono se pensavano di avere un problema che doveva essere discusso lontano dal sito. Quando il lavoro al World Trade Center fu completato, nel maggio del 2002, la Port Authority decise di organizzare un programma di debriefing che consistette in un seminario di due giorni con consulenti della Cop2Cop guidati da Cherie Castellano e da un ex profiler dell’FBI, Jim Reese. Dopo il primo giorno ci fu una cena a cui il personale fu invitato a portare le proprie mogli o partner e di coinvolgere anche loro nel secondo giorno, in cui si discusse dei suicidi. Il nocciolo della consulenza fu che tutto quello che loro stavano vivendo e provando non era una sensazione unica: altri avevano provato emozioni e sensazioni simili e non dovevano vergognarsi o aver paura ma solo chiedere assistenza e di essere ascoltati.

Posso dire con grande orgoglio che ad oggi nessun ufficiale della polizia della Port Authority coinvolto nelle operazioni di recupero dopo l’11 settembre si è suicidato. Ne do il merito a Cherie Castellano, a Lillian Valente dei servizi medici della Port Authority e al tenente Anthony Fitzgerald. La signora Castellano mi ha detto che il programma di debriefing è stato il modello utilizzato poi con il personale di ritorno dall’Iraq.

Dopo gli eventi dell’11 settembre, quando tornai a casa quella sera intorno all'una di notte, trovai mia moglie e i miei due figli che mi aspettavano con alcuni loro amici. Mi diedero tutti degli abbracci che non dimenticherò mai. Alcune settimane dopo venni a sapere che mia moglie e i miei ragazzi furono informati che ero sopravvissuto soltanto alle 20 e che ero stato incluso nei dispersi. Siccome avevo da fare, non avevo contattato la mia famiglia. La mia paura più grande fu che tutto il materiale che avevo ingerito quel giorno nell’aria mi avesse causato dei danni: mi svegliai alle 4 del mattino del 12 settembre, mi occupai delle mie funzioni corporali e capii che tutto funzionava bene, con mio grande sollievo.

Un altro ricordo vivo di quella notte è che mio figlio maggiore, che stava studiando legge, prese le mie scarpe da lavoro e le lucidò quando andai a letto. Aver indossato quelle scarpe lucidate la mattina seguente è una cosa che non dimenticherò mai.

Mia moglie capì che avevo bisogno di dedicare le mie energie e il mio tempo al dipartimento. Il mio figlio maggiore si fece carico di molte cose per il primo anno a casa e anche mia moglie fu molto comprensiva e di supporto.

2015/12/20

Purgatory Ironworks smentisce i complottisti

di Hammer

Il 15 dicembre del 2015 l’azienda americana Purgatory Ironworks, con sede a Morgan nello stato della Georgia, ha pubblicato sul proprio canale YouTube un video in cui il fondatore dell'azienda, Trenton Tye, smentisce con una prova pratica l'asserzione complottista secondo cui il calore sviluppato dal carburante avio quando brucia non è sufficiente a far cedere l'acciaio perché questo fonde a una temperatura molto maggiore.

Tye esordisce dicendo che è stato spinto a realizzare questa prova pratica sentendo i complottisti dire che le Torri Gemelle non possono essere crollate a causa del calore prodotto dagli incendi perché il carburante avio brucia a 800 gradi Celsius (1500 gradi Fahrenheit) mentre l’acciaio fonde a 1500 gradi Celsius (2700 gradi Fahrenheit).

Per dimostrare che non serve fondere l’acciaio affinché questo ceda Tye prende una barra d'acciaio conforme allo standard A36, cioè quello utilizzato per le costruzioni, e mostra come questa possa essere usata come leva per sollevare a un’estremità un’incudine di circa 125 chilogrammi (250 libbre). Quindi prende dal forno metallurgico una barra identica che è stata scaldata a 980 gradi Celsius (1800 gradi Fahreneit), cioè poco più della temperatura a cui brucia il carburante avio ma comunque una temperatura compatibile con un incendio al chiuso come quello del WTC, e mostra, battendolo sull’incudine, che il materiale è incandescente ma non fuso. Tuttavia infilando la punta incandescente della barra nel foro dell'incudine mostra come questa possa essere piegata spingendola semplicemente con il mignolo e poi la piega di nuovo ripetutamente senza alcuna fatica. La frase con cui descrive quanto avviene è lapidaria "It's a freaking noodle" (traduzione: "E' un dannato spaghetto".)

E ancora più lapidaria è la frase con cui chiude il video: "Your argument is invalid, get over it. Find a job." (traduzione: "La vostra argomentazione è sbagliata, accettatelo. Trovatevi un lavoro.")

2015/12/14

Il ventesimo dirottatore

di Hammer

Il commando che condusse gli attentati dell'11/9 era formato da 19 terroristi suddivisi in tre gruppi di cinque persone e uno, quello che dirottò il volo United 93, composto da soli quattro uomini. Nel gruppo guidato da Ziad Jarrah mancava quindi il quinto terrorista e fin dal 2001 si sono susseguite numerose ipotesi su chi fosse nelle intenzioni originali di al-Qaeda il ventesimo dirottatore.

Negli anni le ricostruzioni giornalistiche hanno abusato dell'espressione il ventesimo dirottatore e il terrorista più famoso a cui è stato attribuito tale ruolo è Zacarias Moussaoui (foto accanto), arrestato nel Minnesota il 16 agosto del 2001 per aver violato le norme sull'immigrazione. Tuttavia Moussaoui era stato addestrato da pilota e quindi il suo ruolo non sarebbe stato quello di ventesimo dirottatore inteso come quarto muscle hijacker di United 93; al contrario era stato individuato come possibile sostituto di Ziad Jarrah nel caso in cui questi si fosse ritirato dal commando per via di malumori interni, come confermato dal 9/11 Commission Report; lo stesso Osama bin Laden, in un messaggio audio emesso il 23 maggio del 2006, smentì che Moussaoui fosse uno dei venti terroristi che avrebbero dovuto condurre gli attacchi.

Il ruolo di ventesimo dirottatore fu attribuito anche allo yemenita Ramzi Binalshibh, ma anche questi avrebbe dovuto essere uno dei possibili piloti; infatti fece richiesta per l'iscrizione a scuole di volo negli USA ma non poté entrare negli Stati Uniti perché gli fu negato il visto quattro volte (il 17 maggio, il 15 giugno, il 14 agosto e il 15 settembre del 2000, come riportato nell'atto d'accusa contro Moussaoui) per via dello scetticismo nei confronti dei cittadini yemeniti in particolare quando la richiesta veniva fatta da un altro stato (la Germania, in questo caso) come descritto di nuovo dal 9/11 Commission Report.

Trovandosi quindi nell'impossibilità di prendere parte all'attentato, Binalshibh assunse il nuovo ruolo di coordinatore tra i terroristi che erano entrati negli USA e Khalid Sheikh Mohammed e quindi neanche Binalshibh era il designato ventesimo dirottatore.

Nel 2006 al-Qaeda stessa indicò chi avrebbe dovuto essere il ventesimo dirottatore; secondo quanto riportato dalla BBC e dalla CNN l'organizzazione fondata da Osama bin Laden pubblicò un messaggio online e un video in cui sostenne che Fawaz al-Nashimi (foto accanto) sarebbe stato il quarto muscle hijacker di United 93. Tuttavia non vengono chiariti i motivi per cui al-Nashimi non prese parte agli attacchi. L'uomo è morto nel 2004 in uno scontro a fuoco con le forze saudite a Khobar a seguito di un attentato perpetrato da un gruppo legato ad al-Qaeda contro le sedi di alcune aziende petrolifere.

Il governo americano non si è mai pronunciato ufficialmente sulla credibilità di questa attribuzione e si tratta probabilmente solo di propaganda per glorificare un terrorista morto, perché gli indizi che indicano un'altra persona come il ventesimo dirottatore sono molto più solidi; infatti secondo le autorità americane il vero ventesimo dirottatore sarebbe Mohammed al-Qahtani. L'uomo, un saudita nato nel 1979, tentò di entrare negli USA all'aeroporto di Orlando il 4 agosto 2001 arrivando da Dubai dopo uno scalo a Londra, ma gli fu negato il permesso all'ingresso dall'agente José Meléndez-Pérez, che fu anche ascoltato dalla 9/11 Commission.

La testimonianza di Melendez-Pérez riporta che al-Qahtani non parlava inglese e quindi fu necessario un interprete per interrogarlo. L'agente gli chiese perché non avesse un biglietto aereo di ritorno né una prenotazione in albergo, ma al-Qahtani divenne aggressivo e puntando il dito all'agente gli disse che non sapeva ancora da quale aeroporto sarebbe ripartito dagli Stati Uniti. L'uomo aggiunse che un amico lo avrebbe raggiunto in America nel giro di tre o quattro giorni e questo amico sapeva dove si sarebbero spostati all'interno degli USA, L'agente gli chiese quanto tempo intendeva restare e quale fosse il motivo del viaggio, il terrorista rispose che sarebbe rimasto solo sei giorni per una vacanza. A quel punto fu chiaro che la sua storia non reggeva perché avrebbe dovuto aspettare il misterioso amico per circa la metà della sua permanenza negli Stati Uniti.

Melendez-Pérez gli chiese quindi dove avrebbe alloggiato e al-Qahtani (foto accanto) rispose vagamente che avrebbe alloggiato in un albergo e che un altro amico era venuto a prenderlo all'aeroporto. L'agente gli chiese il nome dell'amico che lo avrebbe prelevato e l'uomo cambiò versione dicendo che avrebbe telefonato a qualcuno affinché venisse a prenderlo, ma si rifiutò di darne il numero all'agente. Al-Qahtani si mostrò aggressivo e indisponente per tutto il colloquio, che durò circa un'ora e mezza.

Considerando che l'uomo, oltre a non saper l'inglese, aveva con sé solo 2800 dollari e nessuna carta di credito, Mendelez-Pèrez in accordo con il proprio superiore gli negò il permesso all'ingresso e lo accompagnò personalmente al gate, dove prese un volo della Virgin Airlines (la stessa con cui era arrivato) per Londra dove avrebbe preso un altro per Dubai.

Ad attendere al-Qahtani all'aeroporto di Orlando c'era Mohamed Atta. Nel libro The Black Banners l'ex agente dell'FBI Ali Soufan spiega come fu possibile verificare questa circostanza: quel giorno da un telefono a pagamento dell'aeroporto di Orlando furono effettuate cinque telefonate al terrorista saudita Mustafa al-Hawsawi con una tessera telefonica prepagata acquistata con la carta di credito di Atta; inoltre un'automobile noleggiata con la medesima carta di credito entrò nel parcheggio alle 16:30 e ne uscì alle 21:04. Il fatto che Atta si trovasse all'aeroporto di Orlando ad attendere l'arrivo di al-Qahtani è riportato anche dal documento Prisoner 63 pubblicato da WikiLeaks nell'ambito dei Guantanamo Files.

Al-Qahtani fu catturato nel dicembre del 2001 durante la battaglia di Tora Bora e poi imprigionato a Guantanamo, dove è tuttora detenuto.