2015/06/29    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

The Black Banners di Ali H. Soufan

di Hammer

Nel 2011 l'ex agente dell'FBI Ali Soufan ha pubblicato il libro The Black Banners: Inside the hunt for al-Qaeda in cui racconta la propria esperienza nella lotta all'organizzazione terroristica fondata da Osama bin Laden. Il testo del volume è preceduto da una nota che spiega come prima della pubblicazione l'autore abbia sottoposto il testo all'FBI che lo approvato senza modifiche ma che lo ha a sua volta sottoposto all'approvazione della CIA che ha imposto che alcune parti venissero censurate. Infatti in alcune sezioni, a volte molto ampie, il testo è censurato. Va tuttavia detto che molte delle censure sono assolutamente sciocche perché si capisce benissimo dalle parole circostanti e dal numero di caratteri cancellati quali siano le parole oscurate (come si vede dall'immagine sopra).

Il libro si apre con una sezione autobiografica in cui l'autore racconta la propria vita, dai primi anni trascorsi in Libano, suo paese natale, al trasferimento negli USA e all'ingresso nel FBI. Parallelamente racconta la storia di al Qaeda, dalla fondazione fino agli attentati alle ambasciate in Africa del 1998. Da questa data in avanti l'autore prosegue il racconto intrecciandolo a quello delle indagini svolte dall'FBI per arrivare ai vertici dell'organizzazione terroristica tra mille difficoltà di coordinamento con altri enti e dipartimenti statali americani e agenzie investigative sia in Europa sia nei paesi Arabi.

L'autore lamenta ad esempio che i bombardamenti in Sudan e Afghanistan del 1998 in risposta agli attentati contro le ambasciate in Kenya e Tanzania non erano stati concordati con l'FBI e che agenti infiltrati erano presenti nelle zone attaccate, per fortuna nessuno di loro rimase ucciso. Tra i paesi esteri citati da Soufan c'è anche l'Italia dove l'FBI dovette collaborare con la DIGOS nell'identificare un presunto terrorista legato ad al Qaeda che abitava a Torino, ma nessuno degli agenti italiani parlava inglese e nessuno degli americani parlava italiano: la comunicazione si svolse quindi con l'aiuto di un'interprete di arabo che traduceva per Soufan che a sua volta traduceva in inglese.

Nonostante gli scoordinamenti con altri enti nel 1999 l'FBI riuscì comunque insieme all'intelligence della Giordania a sventare la serie di attacchi prevista per il capodanno del 2000 comunemente denominata Millennium Plot che prevedeva una serie di attacchi contro obiettivi giordani e americani.

L'autore dedica poi un'ampia sezione del volume alle indagini sull'attacco kamikaze contro la USS Cole nel 2000 e racconta in particolare le difficoltà nel lavorare con le autorità yemenite. Da subito infatti questi si dimostrarono poco collaborativi installando cimici nelle stanze dove si riunivano gli americani e in secondo luogo vollero negare che si trattasse di un attentato imputando il danno a un'incidente. Messi di fronte all'evidenza provarono a incolparne il Mossad. In ultimo riconobbero che si trattò di un atto di terrorismo ma sostennero che non fosse necessaria un'indagine perché gli unici perpetratori erano morti nell'attacco. L'autore racconta di come, tra mille difficoltà dovute principalmente all'ostilità e alla disorganizzazione della autorità yemenite, l'FBI abbia comunque individuato i mandanti dell'attentato.

L'11/9 l'autore si trovava ancora in Yemen per l'indagine e dovette tornare in USA in pochi giorni in quanto lo Yemen era ritenuto luogo insicuro. Appena tornato in America l'autore constatò che l'attentato avrebbe potuto essere sventato o attenuato se le informazioni relative ai membri di al Qaeda che venivano al tempo seguiti fossero state scambiate correttamente tra CIA ed FBI . In seguito Soufan fu ascoltato dalla Commissione 9/11 e riportò loro le stesse considerazioni.

Pochi giorni dopo Soufan fece ritorno in Yemen per partecipare all'interrogatorio della guardia di bin Lande Abu Jandal il quale confermò che l'attentato fu opera di al Qaeda in quanto riconobbe i dirottatori come membri di al Qaeda.

Nel 2002 in Pakistan fu catturato il terrorista Abu Zubayda che fu poi interrogato dopo essere stato trasferito negli USA. In questa occasione Soufan dovette scontrarsi con l'agente della CIA Boris, di cui omette il cognome, che ha sottoposto l'interrogato a tortura. Soufan sottolinea che i terroristi di norma resistono alla tortura perché sono psicologicamente pronti a soffrire e anche ad affrontare la morte. Quando Zubayda fu passato all'FBI per essere interrogato, Soufan lo interrogò con metodi miti che sorpresero il terrorista e lo misero in condizione di collaborare. L'autore insiste molto sull'inutilità delle tecniche di tortura messe in atto dalla CIA aggiungendo che le informazioni ottenute dalla tortura non sono attendibili perché questa spinge il detenuto a inventare informazioni per compiacere l'interrogatore.

Soufan passa quindi a occuparsi dei detenuti a Guantanamo e dicendo che il primo problema fu quello di distinguere i terroristi (Talebani o membri di al Qaeda) dagli innocenti arrestati per sbaglio, questo avvenne perché i terroristi sono noti con i loro nomi di battaglia mentre sui documenti sono riportati quelli veri. Anche in questo caso sottolinea che i metodi di tortura applicati dalla CIA non sono efficaci, oltre ad essere inumani. L'FBI trattò i detenuti con moderazione consentendo loro telefonate a casa e portando loro cibo gradito, questo trattamento spinse i terroristi ad essere più collaborativi e a dare informazioni utili. Alcuni di loro rivelarono anche che dopo l'11/9 non si aspettavano l'attacco militare americano in Afghanistan perché bin Laden aveva sostenuto che gli USA fossero una nazione debole che sarebbe arretrata davanti a un attacco terroristico.

Vista l'inimicizia creatasi con la CIA, una volta tornato negli USA la stessa CIA gli impedì di partecipare ad alcuni interrogatori di terroristi a Washington. E, aggiunge l'autore, nonostante l'FBI abbia raggiunto più risultati, la CIA si è arrogata maggiori successi in questo senso sulla stampa.

L'autore chiude il volume raccontando di un attentato al teatro di Doha nel 2005 compiuto da parte di un terrorista suicida che l'FBI inseguiva dagli attentati alle ambasciate del '98; l'autore espresse la sua delusione al suo capo, Pat D'Amuro, trovandolo già dimissionario. D'Amuro convinse Soufan a seguirlo nella nuova occupazione e Soufan lasciò l'FBI non prima di aver concluso la sua ultima missione sotto copertura nel Bronx in cui individuò due affiliati di al Qaeda che vennero arrestati.

In conclusione l'autore constata che Osama bin Laden è stato ucciso proprio nel 2011 e si chiede perché ci sia voluto così tanto tempo anni visto che il corriere di al Qaeda che fu seguito per trovare il compound in cui si nascondeva il terrorista era noto già da almeno 9 anni agli investigatori.

Essendo l'autore un ex agente dell'FBI è chiaro che deve essere riconosciuto un minimo di parzialità nel suo testo; sicuramente non tutte le ragioni stanno dalla parte dell'FBI e tutti i torti altrove, come sembra emergere dal libro, ma ciò nonostante questo volume spiega che i rapporti tra le diverse agenzie non sono sempre idilliaci e da questo si evince perché l'intelligence sia spesso più difficile di quanto possa sembrare dall'esterno.

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2015/06/08    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

Seymour Hersh e le versioni alternative sulla morte di Osama

di Hammer

Il 10 maggio di quest'anno il giornalista americano Seymour Hersh ha pubblicato sul London Review of Books un articolo intitolato The Killing of Osama bin Laden in cui sostiene che la versione diffusa dalla Casa Bianca su come si è svolta la missione che ha ucciso Osama bin Laden sia fasulla e che quella che ci è stata raccontata altro non sarebbe che una messinscena.

L'articolo di Hersh è molto lungo, oltre 10000 parole, e in estrema sintesi secondo il giornalista bin Laden sarebbe stato tenuto prigioniero dai servizi segreti pakistani per cinque anni al termine dei quali lo resero disponibile per i Navy SEALs nel compound di Abbottabad dopo che la CIA aveva scoperto dove veniva tenuto nascosto. Secondo Hersh gli unici colpi sparati durante durante il blitz dei Navy SEALs all'interno del compound sarebbero proprio quelli che hanno ucciso Osama perché in realtà non sarebbe avvenuto nessun vero conflitto. Inoltre l'Arabia Saudita avrebbe pagato al Pakistan il mantenimento di Osama ottenendo in cambio il silenzio pakistano sul luogo in cui era tenuto prigioniero il terrorista.

Se le parole di Hersh fossero basate su informazioni affidabili costituirebbero chiaramente una rivelazione fondamentale. Purtroppo invece l'unica fonte citata nominalmente da Hersh è Asad Durrani che è stato direttore generale dell'ISI, il servizio segreto pakistano, nei primi anni 90, ossia circa vent'anni prima che si svolgessero i fatti di Abbottabbad: si tratta quindi di una singola fonte che non ha avuto accesso diretto alle informazioni su cui si esprime e come tale ci sembra decisamente scarsa.

L'11 maggio il giornalista della CNN Peter Bergen ha pubblicato un articolo che analizza quanto sostenuto da Hersh e lo smentisce in numerosi punti definendolo una mistura di insensatezze smentite dai fatti, dai testimoni oculari e dal semplice buon senso. Anzitutto, sostiene Bergen, il fatto che gli unici proiettili sparati nel compound di Abbottabad siano quelli che hanno ucciso Osama è falso; in quel conflitto a fuoco, infatti, sono rimaste uccise altre persone tra cui due guardie del corpo e uno dei figli del terrorista. Il fatto è riportato da entrambi i Navy SEALs che hanno partecipato alla missione e che negli anni si sono pubblicamente rivelati: Matt Bissonnette e Robert O'Neill. E se i racconti dei militari non fossero sufficienti, Bergen aggiunge anche la propria testimonianza oculare in veste di unico giornalista a cui è stato concesso di entrare nel compound dopo il raid: lui stesso notò la devastazione all'interno dell'edificio e i segni dei numerosi colpi esplosi.

In secondo luogo, prosegue Bergen, ritenere che l'Arabia Saudita abbia finanziato Osama è semplicemente risibile visti i rapporti tra il terrorista e il suo paese di origine che gli aveva revocato la cittadinanza nel 1994, in nessun modo si spiega perché i Sauditi avrebbero dovuto avere a cuore il suo mantenimento.

E se le smentite fattuali non dovessero bastare, Bergen aggiunge una considerazione di buon senso: per quale motivo gli USA avrebbero dovuto coprire l'ISI partecipando a questa messinscena? E per quale motivo avrebbe l'ISI dovuto organizzarla considerando che sarebbe stato più semplice consegnare il prigioniero agli americani, come accaduto in passato con Khalid Shaykh Muhammad e Abu Faraj al-Libi, senza inventare coperture così complicate. Aggiungiamo anche noi una considerazione basata sul buon senso: perché mai l'ISI avrebbe dovuto architettare un piano così intricato nel quale fa francamente una misera figura che il governo pakistano ha dovuto ammettere?

L'articolo di Hersh non spiega perché Durrani sia convinto di quanto asserisce, Bergen ha anche tentato di contattare Durrani per chiedergli spiegazioni e questi ha risposto vagamente di non avere la certezza che Osama fosse prigioniero dell'ISI ma solo di non poter escludere che sia così. E questo è tutto ciò su cui si basa l'articolo di Hersh. Durrani aveva tenuto la stessa posizione pilatesca di dubbio in un'intervista rilasciata ad Al Jazeera lo scorso aprile.

Oltre a Bergen anche Rob O'Neil (il Navy SEAL che ha sparato il colpo mortale a Osama) è intervenuto sull'argomento con due interviste rilasciate a Fox News (prima e seconda). In entrambe O'Neill si mostra molto infastidito dal fatto che Hersh voglia sminuire la complessità di quanto compiuto dai SEALs e definisce l'articolo dapprima ludicrous (ridicolo) e poi insulting (offensivo). O'Neill smentisce l'asserzione che non sia avvenuto un vero conflitto a fuoco ricordando che alcuni militari americani sono rimasti feriti e confermando che alcune guardie di Osama e uno dei figli sono rimasti uccisi. O'Neill conferma inoltre che nessun ufficiale dell'ISI li ha aiutati nella missione e condotti nel punto in cui si trovava Osama. O'Neill smentisce anche quanto sostenuto da Hersh secondo cui il cadavere di Osama non sarebbe stato gettato in mare, il militare conferma infatti che il cadavere è stato riportato in Afghanistan e poi consegnato ad altri SEALs, che O'Neill definisce friends (amici), che lo hanno sepolto in acqua.

La teoria di Hersh su quest'ultimo punto è talmente assurda da essere inspiegabile. Il giornalista sostiene di aver saputo da due consulenti dello United States Special Operations Command che avrebbero avuto accesso a queste informazioni (ed Hersh non spiega come) che il cadavere di bin Laden sarebbe stato torn [...] to pieces with rifle fire, cioè ridotto in pezzi con colpi di fucile, e poi messo in un body-bag e gettato dall'elicottero sulle montagne dell'Hindu Kush. Premesso che non è chiaro come si possa ridurre a brandelli il corpo di un uomo alto quasi due metri con colpi di fucile e quanti colpi debbano essere sparati per fare ciò (francamente sembra una scena tratta da un film horror piuttosto che qualcosa di effettivamente fattibile) il buon senso suggerisce un'altra volta che si tratti di un'ipotesi assurda. Perché mai gli USA avrebbero dovuto gettare il cadavere sulle montagne e raccontare di averlo gettato in mare invece che gettarlo in mare davvero? Pratica, tra l'altro, già utilizzata in passato con il terrorista di Al Qaeda Saleh Ali Saleh Nabhan.

E' un vero peccato che un giornalista del calibro di Hersh sia inciampato su una storia infondata come questa e non stupisce che l'articolo in questione sia stato pubblicato dal London Review of Books e non dal ben più noto The New Yorker con cui Hersh collabora dal 1993. Resta di fatto che a quattro anni dai fatti di Abbottabad non sono stati ancora portati argomenti ragionevoli che facciano dubitare di quanto riportato dalle fonti ufficiali americane.

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2015/05/25    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

Operation Yellow Ribbon: la reazione canadese agli attacchi dell'11/9

di Hammer

Gli Stati Uniti non furono l'unica nazione che dovette fronteggiare gli attentati dell'11/9 mentre si stavano svolgendo: anche il loro vicino più a nord, il Canada con cui condividono storia, tradizione, cultura e il confine più lungo del mondo, dovette ricorrere a procedure mai attuate prima per aiutare gli USA nell'organizzazione della propria difesa e per liberare lo spazio aereo nel più breve tempo possibile. L'operazione fu denominata Operation Yellow Ribbon.

Dopo che la FAA ordinò di fare atterrare tutti i voli interni, lo stesso ente chiese il supporto del Dipartimento dei Trasporti del Canada e dell'agenzia Nav Canada per fare atterrare in Canada tutti i voli intercontinentali diretti verso gli Stati Uniti. Durante l'operazione tutti i voli in partenza dagli aeroporti canadesi furono cancellati.

Le fonti che abbiamo utilizzato per la nostra ricerca sono le informazioni fornite da Nav Canada alla pagina NAV CANADA and the 9/11 Crisis, il documento PDF 11-09-2001 Four Days in September di Transport Canada, gli articoli di giornale Scores of U.S.-Bound Planes Are Diverted to Canadian Airports, pubblicato dal New York Times il 12 settembre 2001, e International Flights Diverted to Canada di DeNeen Brown pubblicato dal Washington Post il 12 settembre 2001, alcuni articoli del National Post del 12/9/2001 e il documentario Operation Yellow Ribbon della NBC trasmesso per la prima volta il 27 febbraio 2010 in occasione delle olimpiadi invernali di Vancouver.

Il dipartimento Transport Canada attivò un situation center al quattordicesimo piano della Torre C del Place de Ville di Ottawa (immagine a fianco); la sede era originariamente stata costruita per gestire gravi terremoti sulla costa occidentale, ma dalla sua attivazione nel 1994 non se ne verificò neanche uno. Negli anni era comunque stata utilizzata per altri scopi, ad esempio per la gestione della tempesta di ghiaccio in Ontario del 1998 e per lo schianto del volo Swissair 111 a Paggys Cove nello stesso anno. Il situation center rimase attivo per tre settimane.

Al contempo Nav Canada attivò un centro di comando strategico nella propria sede principale di Ottawa, allo scopo di coordinare tutta l'operazione, e un centro di comando tattico nella propria sede per la formazione a Cornwall, Ontario, per gestire le comunicazioni con gli aeroporti e le torri di controllo. Il centro di comando tattico rimaste operativo solo per la giornata dell'11/9 e dopo che tutti i voli furono fatti atterrare fu spostato nella sede di Ottawa e le funzioni dei due uffici furono fuse.

Al momento degli attacchi circa 500 voli intercontinentali erano diretti verso gli Stati Uniti e Transport Canada consentì l'accesso sul suolo canadese di tutti quelli che erano oltre la metà nel proprio tragitto verso il continente americano, a tutti gli altri fu chiesto di tornare verso il loro aeroporto di origine. I velivoli entravano nello spazio canadese alla media di due al minuto e uno degli aspetti problematici che fu gestito fu far entrare tutti i passeggeri sul suolo canadese con i dovuti controlli di frontiera.

Per i voli di provenienza atlantica furono preferiti gli aeroporti che si trovano sulla costa occidentale e solo un numero ridotto di velivoli fu diretto verso quelli più grandi, e quindi più trafficati, di Ottawa, Toronto e Montreal.

Il primo aeroporto a essere coinvolto fu l'International Airport della città di Gander (immagine a fianco scattata l'11/9/2001), nel Newfoundland, in quanto è il più orientale di tutto il Canada. Gander è una piccola città di 10.000 abitanti e i voli previsti in arrivo quella mattina erano solo otto, al contrario ne atterrarono 38 creando non poche difficoltà ai controllori di volo e portando oltre 6000 persone nella cittadina.

L'unità di controllo di Gander controlla anche tutti gli aeroporti del Newfoundland e delle zone immediatamente circostanti e quella mattina riuscì a fare atterrare nei propri aeroporti 167 voli. L'aeroporto maggiormente coinvolto fu quello di Halifax, dove ne arrivarono oltre 40. Molti dei velivoli atterrati sulla costa orientale dovettero scaricare il carburante per raggiungere un peso adatto all'atterreggio.

Similmente sulla costa occidentale 34 voli provenienti dall'Oceano Pacifico furono fatti atterrare nell'aeroporto di Vancouver.

Durante questa operazione si verificarono, come è ovvio, alcuni incidenti dovuti a falsi allarmi su sospetti aerei dirottati che coinvolsero l'aviazione militare canadese. Ci siamo occupati in passato del caso del volo Korean Air 85, ma non fu l'unico: Nav Canada e i giornali dell'epoca riportano un caso analogo occorso ad un 747 proveniente dalla Cina (ad esempio ne parlò brevemente il National Post il 12 settembre 2001, pag. A9).

Secondo i dati forniti da Transport Canada sul suolo nazionale entrarono 33.000 persone in 224 voli, Nav Canada riporta invece che i velivoli coinvolti furono 238 e non specifica il numero dei passeggeri.

Gli impatti di un tale afflusso di persone non furono limitati agli aeroporti e all'aviazione in generale. Anche gli alberghi, le scuole e le palestre del Canada dovettero attrezzarsi per ospitare i viaggiatori scesi dagli oltre 200 voli. Le autorità locali chiesero ai propri cittadini di aiutare gli ospiti che la nazione si trovava ad avere in modo del tutto inaspettato e la risposta della popolazione fu notevole. Molte persone si presentarono spontaneamente agli aeroporti per offrire posti letto e pasti nelle loro case, inoltre numerosi esercizi commerciali, incluse le farmacie, rimasero aperti oltre le ore previste concedendo gratuitamente cibo e medicine.

Ovviamente lo sforzo canadese fu molto apprezzato dalle autorità degli Stati Uniti che espressero il loro ringraziamento, attraverso il Segretario dei Trasporti Norman Mineta, in diretta televisiva il giorno stesso e nel decennale degli attentati anche il Presidente Obama scrisse una lettera al Primo Ministro del Canada, Stephen Harper, per ringraziarlo del prezioso aiuto fornito dalla sua nazione dieci anni prima.

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2015/05/11    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

Pentagon: An Interview with Firefighter James Bonzano

by Hammer. An Italian translation is available here.

Undicisettembre today offers its readers the account of firefighter James Bonzano, who was one of the first responders to arrive on the scene at the Pentagon. Bonzano's account is yet another confirmation that among people who were present no one had doubts about the fact that the facade of the Pentagon was hit by an airliner and that conspiracy theories were only created long afterwards by people who don't know what they are talking about.

We thank James Bonzano for his time and willingness to help.


Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on that day?

James Bonzano: All the chief officers, even those off duty, were attending a leadership class half a mile from the Pentagon. While we were at the class we heard what sounded like an explosion and all of our pagers went off, so my colleagues and I exited the school and got into our vehicles. I turned on my portable radio and started listening to the radio traffic and it was almost surreal; I could not believe what I was hearing. We heard that an airliner crashed into the Pentagon and we had a mass casualty incident. I was listening to the return of the first two units that arrived on the scene basically saying what there were up against.

We staged at one of our firehouses and then we started to shuttle over to the Pentagon. I was given the responsibility of the EMS division. I was in charge of the triage, treatment and the transport of the injured and making sure that we got the casualties to the appropriate facilities and hospitals.

As you can imagine there was a lot of fire, you could see where the point of impact was and there was a lot of mass chaos. My first responsibility was also to get control of the civilian and military traffic; bring order to chaos. I was working with an Arlington County police officer and friend Don Grinder. We started working and setting up a perimeter with one point of entrance and one point of exit so we could get control of the situation. Our main concern was taking care of the injured and transporting them to the hospitals.

Immediately following the attack, I was at the Pentagon for 24 hours. Following that I worked nine days in a row on twelve hours shifts. On the first day we were in a recovery and rescue mode. The following days we did more firefighting as well as casualty collection.


Undicisettembre: What can you tell us about people coming out of the Pentagon? What were their conditions?

James Bonzano: There were people being transported either via helicopter or medic units to the civilian hospitals before I even got there. But I remember people were rattled because of the event of that day. We had civilians, military and firefighters with soot on their faces and torn clothes. Some said they were fortunate enough and blessed to have made it out.


Undicisettembre: What happened in the next days at the Pentagon?

James Bonzano: Over the next few days, I had several responsibilities. The first day I was in charge of the EMS division and the day after I was in charge of the operations section, which included fighting the fires and search and recovery effort. The incident commander was then Assistant Fire Chief James Schwartz and I was working under his direction.


Undicisettembre: Did you get a chance to see the hole in the facade before it collapsed?

James Bonzano: I got there just after the collapse; the radio announcement was happening as I was getting there.


Undicisettembre: Did you get a chance to see if it was big enough for an airliner?

James Bonzano: It collapsed when I was getting there but there were different layers or “rings” of the Pentagon which were pierced. There was no question that the impact zone was catastrophic and large enough for an airliner.


Undicisettembre: Has this experience given you a new insight into being a firefighter?

James Bonzano: I have been a firefighter for 31 years. I'm a Deputy Chief now and this has always been a very rewarding job. I was blessed to come to work and actually help people and this is how I still see it today. I love the fact that all our focus is to be trained to help people. On that day my job changed significantly; no longer was it just running to fight fires, or treat the sick and injured but also terrorism. And we knew we would have to deal with it for a long time. We were fortunate as we had forged great relations with our partners at the Pentagon and our mutual aide neighbors. We had trained together, working on regional emergency standard operating procedures, and medical protocols which enabled us all to operate smoothly. Like any incident, there are always challenges to overcome, but it’s so much easier when you have developed positive working relationships with your regional partners prior to an event, thus facilitating a team mentality.


Undicisettembre: What's your opinion on the many conspiracy theories regarding 9/11 and specifically the Pentagon incident?

James Bonzano: I was one of the first responders on that day and it doesn't hold the water with me. I know what we were up against on that day and conspiracy theories weren’t a reality, we had a major airline disaster.


Undicisettembre: How does it feel to have been part of such a search and rescue effort? Firefighters are generally considered the heroes of that day.

James Bonzano: I don't see myself as a hero, I see myself as a part of people who came together to do the right thing. Anybody in the same situation would have done the same thing. We were blessed in the sense that we were trained and everybody came together on that day and worked in a framework according to our procedures. I think anybody under the same circumstances would have done the same thing. I feel blessed I was able to help people, my heart and my prayers go to people who lost their life or lost the loved ones on that day. I feel for my brothers and sisters in New York City and in Pennsylvania as well. It was a tragedy and the only good I saw was the people coming together to help others.


Undicisettembre: Did you have psychological consequences after 9/11?

James Bonzano: I did not. But I have close friends in the fire department that did have consequences.

One of my colleagues and very close friend, Captain Ed Blunt, had been there since very early and dealing with the casualties as an EMS Supervisor. I asked him “Are you good?” He said “Yes, I am good.” and then he told me his wife was on a flight headed home right then. He didn’t know which flight but he thought it was the flight that hit the Pentagon. I looked at him and said “Eddie, are you sure?” he said “No, I'm not sure but I have this feeling it's that flight.” and I said “We need to get you out of here.” He looked at me very clearly and said “No, I need to be here.” I guess what he was saying to me was that if he had to leave the scene what was on his mind would have been more than he could handle but staying and being focused on helping people helped him feel like he was serving the cause.

I thank God she wasn't on that flight.

My family was 20 miles away that morning. Cellphones were not working but I was able somehow to make one phone call to my wife to make sure they were all okay. Once I knew they were safe, I was fine.

As sad as that event was I was very, very proud of the men and women who worked for the fire department as well as our regional neighbors; lots of people did very good things on that day. Even before we got there, there were people helping people, putting themselves in harm’s way trying to save others.


Undicisettembre: While you were there at the Pentagon was anyone having doubts about the fact that a plane had hit the Pentagon?

James Bonzano: No. Not even one. Never. It's easy for me to refute them because I lived it. However, I heard these theories later but they hold no water with me. I don't believe, not even for a second, that something different from an airliner crashed into the Pentagon on that day. I know what I lived, I know what I saw, I know what I saw for more than ten days. There is no question.


Undicisettembre: Do you think the country is still living in fear or has it regained its standing in the world?

James Bonzano: We have a new outlook. 9/11 woke up a lot of people, the world changed before my eyes. I cannot tell you that people live in fear, but we are better prepared and resolved to defend our liberties.

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Pentagono: intervista con il pompiere James Bonzano

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Undicisettembre propone oggi ai suoi lettori la testimonianza diretta del pompiere James Bonzano, che fu tra i primi soccorritori a intervenire sulla scena al Pentagono. La testimonianza di Bonzano è l'ennesima conferma che tra coloro che si trovavano lì mentre gli eventi si svolgevano nessuno aveva dubbi sul fatto che contro la facciata dell'edificio si fosse schiantato un aereo di linea e che le teorie alternative sono nate solo in seguito dalla fantasia di persone che non sanno di cosa parlano.

Ringraziamo James Bonzano per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto generale di cosa hai visto e vissuto quella mattina?

James Bonzano: Tutti i comandanti, anche quelli che non erano in servizio, erano a un corso di leadership a circa ottocento metri dal Pentagono. Mentre eravamo al corso sentimmo ciò che sembrava un'esplosione e tutti i nostri cercapersone iniziarono a suonare, quindi io e miei colleghi uscimmo dalla scuola e prendemmo i nostri veicoli. Accesi la radio portatile e iniziai a sentire le notizie del traffico ed era quasi surreale; non potevo credere a ciò che sentivo. Sentimmo che un aereo di linea si era schiantato contro il Pentagono e che c'erano molte vittime. Stavo ascoltando il ritorno delle prime due unità che erano arrivate sulla scena e stavano raccontando quello che stavano affrontando.

Usavamo una delle nostre stazioni come base e iniziammo ad andare al Pentagono. Io fui incaricato di dirigere la divisione EMS. Ero responsabile dello smistamento, del trattamento e del trasporto dei feriti e di assicurarmi che i cadaveri venissero trasferiti nei luoghi appositi e negli ospedali.

Come puoi immaginare c'era molto fuoco, si vedeva dov'era il punto d'impatto e c'era molto caos. La mia prima responsabilità era di controllare il traffico civile e militare: riportare ordine nel caos. Lavoravo con l'amico e l'ufficiale di polizia della contea di Arlington Don Grinder. Iniziammo a lavorare e a definire un perimetro con un punto di ingresso e uno di uscita così che potessimo prendere il controllo della situazione. La nostra principale preoccupazione era prenderci cura dei feriti e trasportarli agli ospedali.

Immediatamente dopo l'attacco, rimasi al Pentagono per 24 ore. Dopo quel giorno lavorai nove giorni consecutivi in turni da dodici ore. Il primo giorno eravamo in modalità recupero e soccorso. I giorni successivi eravamo più impegnati a spegnere gli incendi e a raccogliere le vittime.


Undicisettembre: Cosa ci puoi dire delle persone che arrivavano dal Pentagono? In che condizioni erano?

James Bonzano: C'erano persone che venivano portate in elicottero o con mezzi medici agli ospedali civili anche prima che io arrivassi lì. Ma ricordo che le persone erano scosse dagli eventi di quel giorno. C'erano civili, militari e pompieri con fuliggine sul viso e i vestiti strappati. Alcuni di loro dicevano di essere stati sufficientemente fortunati e benedetti da esserne usciti vivi.


Undicisettembre: Cosa è successo al Pentagono nei giorni seguenti?

James Bonzano: Nei giorni successivi avevo diverse responsabilità. Il primo giorno ero responsabile della divisione EMS e il giorno dopo ero responsabile delle operations, che includeva spegnere gli incendi e il lavoro di ricerca e soccorso. Il responsabile dell'incidente era il vice capo James Schwartz e io lavoravo ai suoi ordini.


Undicisettembre: Sei riuscito a vedere il buco sulla facciata del Pentagono prima che crollasse?

James Bonzano: Arrivai appena dopo il crollo; l'annuncio radio fu dato mentre arrivavo.


Undicisettembre: Hai potuto vedere se sembrava grande abbastanza perché lo avesse causato un aereo di linea?

James Bonzano: Crollò mentre arrivavo lì ma c'erano diversi strati o “anelli” del Pentagono che furono bucati. Non c'erano dubbi che la zona dell'impatto fosse abbastanza grande per un aereo di linea.


Undicisettembre: Questa esperienza ti ha dato una nuova visione del tuo lavoro come pompiere?

James Bonzano: Sono un pompiere da 31 anni. Sono un Vice Comandante adesso ed è sempre stato un lavoro molto gratificante. Sono onorato di andare al lavoro e aiutare davvero la gente ed è così che ancora lo vedo. Mi piace molto il fatto che il nostro impegno è essere pronti per aiutare le persone. Quel giorno il mio lavoro è cambiato significativamente; non correvo più solo per combattere gli incendi, o occuparmi di malati e feriti ma anche per il terrorismo. E sapevamo che avremmo dovuto occuparcene per molto tempo. Eravamo fortunati perché avevamo creato buone relazioni con i nostri partner al Pentagono e con gli altri gruppi con cui prestavamo soccorso. Ci eravamo allenati insieme, lavorando su emergenze regionali, procedure operative standard, e protocolli medici che ci hanno consentito di operare senza intoppi. Come in tutti gli incidenti ci sono ostacoli da superare, ma è molto più facile quando hai sviluppato buone relazioni di lavoro con i tuoi partner regionali prima di un evento, così da facilitare una mentalità di gruppo.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto sull'11/9 e nello specifico di quelle sull'attentato al Pentagono?

James Bonzano: Sono stato uno dei primi a intervenire quel giorno e queste teorie per me non hanno senso. So cosa ho affrontato quel giorno e le teorie del complotto non corrispondono alla realtà, si è schiantato un aereo di linea.


Undicisettembre: Come ti senti ad essere stato parte di un tale lavoro di ricerca e soccorso? I pompieri sono generalmente considerati gli eroi di quel giorno.

James Bonzano: Non mi vedo come un eroe, mi vedo come parte di un gruppo di persone che si sono unite per fare la cosa giusta. Chiunque nella stessa situazione avrebbe fatto la stessa cosa. Siamo privilegiati nel senso che eravamo preparati e ci siamo tutti uniti quel giorno a lavorare in gruppo secondo le nostre procedure. Credo che chiunque nelle stesse circostanze avrebbe fatto lo stesso. Mi sento onorato di aver potuto aiutare la gente, il mio cuore e le mie preghiere sono rivolte alle persone che quel giorno hanno perso la vita o perso i propri cari. Mi dispiace anche per i miei fratelli e sorelle a New York City e in Pennsylvania. Fu una tragedia e l'unica cosa buona che ho visto è stata la gente che si univa per aiutare gli altri.


Undicisettembre: Hai avuto conseguenze psicologiche dopo l'11/9?

James Bonzano: Io no. Ma ho amici nel dipartimento dei pompieri che ne ebbero.

Uno dei miei colleghi e amico intimo, il Capitano Ed Blunt, era lì dall'inizio e si stava occupando delle vittime come supervisore dell'EMS. Gli chiesi “Stai bene?” Mi rispose “Si, sto bene” e poi mi disse che sua moglie era su un aereo e che stava tornando a casa proprio in quel momento. Non sapeva quale volo fosse ma pensava che fosse quello che aveva colpito il Pentagono. Lo guardai e gli dissi “Eddie, sei sicuro?” mi disse “No, non ne sono sicuro, ma mi sento che il volo fosse quello.” e gli dissi “Devi andartene da qui.” Mi guardò molto chiaramente e mi disse “No, devo restare qui.” Credo che volesse dirmi che se avesse dovuto lasciare la scena ciò che aveva nella testa sarebbe stato più di ciò che poteva sopportare ma restare lì ed essere concentrato nell'aiutare le persone lo aiutava a sentire che stesse servendo la causa.

Grazie a Dio la moglie non era su quel volo.

La mia famiglia era a 30 chilometri di distanza quel giorno. I cellulari non funzionavano ma in qualche modo riuscii a fare una telefonata a mia moglie per assicurarmi che stessero bene. Quando ho saputo che stavano bene, io ero a posto.

Per quanto triste fosse quell'evento ero molto, molto orgoglioso degli uomini e delle donne che lavoravano al dipartimento dei vigili del fuoco così come dei nostri colleghi degli altri stati, molte persone fecero cose ottime quel giorno. Anche prima che noi arrivassimo, c'era gente che aiutava altra gente, mettendosi in pericolo per aiutare gli altri.


Undicisettembre: Mentre eri al Pentagono c'era qualcuno che avesse dei dubbi sul fatto che il Pentagono fosse stato colpito da un aereo?

James Bonzano: No. Nessuno. Mai. È facile per me smentirli perché l'ho vissuto. Comunque ho sentito queste teorie in seguito e per me non hanno senso. Non credo, neppure per un secondo, che qualcosa diverso da un aereo di linea si sia schiantato contro il Pentagono quel giorno. So cosa ho vissuto, so cosa ho visto, so cosa ho visto per più di dieci giorni. È fuori discussione.


Undicisettembre: Pensi che la nazione viva ancora nella paura o credi che abbia recuperato la sua posizione mondiale?

James Bonzano: Abbiamo una nuova visione d'insieme. L'11/9 ha svegliato molta gente, il mondo è cambiato davanti ai miei occhi. Non posso dirti che le persone vivono ancora nella paura, ma siamo più pronti e risoluti nel difendere le nostre libertà.

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2015/04/20    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

Afganistan 1998: il primo tentativo americano di uccidere Osama bin Laden

di Hammer. Le foto satellitari dei siti bombardati a corredo di questo articolo sono state prese dall'archivio della George Washington University.

Il 7 agosto del 1998 al Qaeda attaccò con dei camion bomba le ambasciate statunitensi a Dar es Salaam, in Tanzania, e a Nairobi, in Kenya. La risposta americana agli attacchi non si fece attendere e il 20 agosto dello stesso anno le forze statunitensi condussero un attacco missilistico contro un industria farmaceutica legata ad al Qaeda a Karthum, in Sudan, e contro alcuni campi di addestramento in Afghanistan: una di tali sedi veniva regolarmente frequentata da bin Laden e quindi l'attacco aveva anche lo scopo di uccidere proprio terrorista saudita. L'operazione fu denominata Operation Infinite Reach.

Le fonti che abbiamo utilizzato per la nostra ricerca sono gli articoli del New York Times Post Look at the Place! Sudan Says, 'Say Sorry,' but U.S. Won't di Marc Lacey del 20 ottobre 2005 e To Bomb Sudan Plant, or Not: A Year Later, Debates Rankle di James Risen del 27 ottobre 1999, gli articoli CIA Trained Pakistanis to Nab Terrorist But Military Coup Put an End to 1999 Plot, pubblicato sul Washington Times da Bob Woodward e Thomas E. Ricks il 3 ottobre 2001; Inside the Ring, pubblicato da Bill Gertz il 18 settembre 2009 sul Washington Post e U.S. missiles pound targets in Afghanistan, Sudan di Jamie McIntyre and Andrea Koppel pubblicato dalla CNN il 21 agosto 1998.

Oltre a questi abbiamo consultato i libri Ghost Wars: The Secret History of the CIA, Afghanistan, and Bin Laden, from the Soviet Invasion to September 10, 2001 di Steve Coll, The Osama bin Laden I Know di Peter Bergen, Taliban di Ahmed Rashid e la dichiarazione dell'ex Segretario alla Difesa William Cohen alla 9/11 Commission.

I campi di addestramento di al Qaeda oggetto dell'attacco in Afghanistan furono quattro, tutti nelle vicinanze di Kandahar. Uno di questi, chiamato Zhawar Kili al-Badr, veniva spesso utilizzato da bin Laden per organizzare incontri con i vertici di al Qaeda. Un summit era previsto proprio per il 20 di agosto, ma nonostante lo sforzo militare americano Osama non era presente al momento del bombardamento. Secondo quanto riportato da Coll, Osama era effettivamente presente a Zhawar Kili al-Badr il giorno dell'attacco ma lasciò la sede poche ore prima del bombardamento; al contrario secondo quanto riportato da Gertz, nei giorni immediatamente precedenti il leader di al Qaeda avrebbe cautelativamente cancellato l'incontro previsto per il 20 agosto dopo che Mohammed Sadeeq Odeh, uno dei leader di al Qaeda che avrebbe dovuto parteciparvi, fu arrestato in Pakistan.

L'attacco contro le quattro basi afghane fu condotto con 66 missili cruise lanciati da navi da guerra posizionate nel Mar Arabico. La scelta usare solo missili e di non impiegare forze umane fu ovviamente dettato dalla volontà di non rischiare la vita dei propri militari. Il numero di morti causati dall'attacco non è mai stato chiarito: secondo il giornalista pakistano Ahmed Rashid furono circa 30, mentre il membro di al Qaeda Nasser al-Bahri ha sostenuto che le vittime furono solo 6.

Lo stesso giorno e secondo le stesse modalità un simile attacco fu condotto contro l'industria farmaceutica Al-Shifa, a Khartoum, in Sudan. L'intelligence americana riteneva, come dichiarato da William Cohen, che vi fossero forti evidenze del fatto che Al-Shifa lavorasse alla creazione di armi chimiche, specificatamente gas nervini, per al Qaeda. Tuttavia l'anno seguente il Bureau of Intelligence and Research condusse un'indagine per chiarire se vi fossero effettivamente prove sufficienti e concluse che gli indizi in tal senso erano in realtà molto deboli. L'attacco fu condotto con il lancio di 13 missili cruise lanciati da navi da guerra posizionate nel Mar Rosso; il bilancio fu di un morto e dieci feriti, e ovviamente i danni prodotti ebbero un effetto nefasto sulla disponibilità di medicinali in Sudan.

Dopo quasi vent'anni i punti oscuri su quanto avvenuto quel giorno sono ancora molti e a distanza di tanto tempo sembra molto improbabile che vengano mai chiariti.

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2015/04/06    Permalink       2 commenti         Avvertenze per i commentatori

United 93: confronto con lo schianto del volo Tatarstan Airlines 363

di Hammer. L'articolo è stato corretto dopo la pubblicazione iniziale per tenere conto delle osservazioni emerse nei commenti.

Lo schianto del volo United 93 è un aspetto degli attentati dell'11/9 che sfida l'intuizione anche di chi non è propenso a credere alle teorie del complotto. Verrebbe naturale attendersi che in qualunque disastro aereo restino grosse carcasse del velivolo facilmente identificabili anche da lontano, ma nel caso di United 93 non è stato così. Abbiamo già mostrato in passato come casi analoghi abbiano prodotto effetti analoghi in termini di dimensione e forma dei rottami e di condizioni della scena del disastro: si vedano ad esempio gli incidenti occorsi ai voli United 585, Pacific Southwest Airlines 1771 e Kenya Airways 507.

In tempi più recenti si è verificato un caso di schianto quasi verticale che ha avuto conseguenze simili a quelle di UA93: lo schianto del volo Tatarstan Airlines 363 precipitato a Kazan, in Russia, il 17 novembre 2013.

Il velivolo, un Boeing 737-500, era partito dall'aeroporto di Mosca-Domodedovo alle 18:25 (ora locale) con destinazione Kazan, a circa 800 chilometri di distanza. In fase di atterraggio, a causa di un errore del pilota dovuto anche alle condizione meteo avverse, l'aereo si schiantò con un angolo di circa 75 gradi sulla pista di atterraggio, alla velocità di circa 450 chilometri orari. Dello schianto esiste anche un video, decisamente impressionante, disponibile qui.

Lo schianto può essere paragonato per l'angolo di impatto a quello di United 93. Va tuttavia notato che il Boeing 757-222 (ossia il modello di UA93) è notevolmente più grande del 737-500, che la velocità di impatto di UA93 fu circa doppia rispetto a quella del Tatarstan Airlines 363 (450 km/h per il volo della Tatarstan Airlines, 900 km/h per United 93) e che UA93 si schiantò su un terreno morbido mentre il velivolo russo su una pista di asfalto.

Come si può vedere dalle seguenti foto, i rottami del volo Tatarstan Airlines 363 sono per forma e dimensione molto simili a quelli di United 93 (che si possono vedere per confronto in questo video).








Un secondo aspetto importante da sottolineare è la forma della nube di fumo prodotta dall'impatto. Poco prima del secondo 30 nel video di Russia Today si può vedere, nonostante l'immagine sia molto buia, la nuvola nera che si alza dal luogo d'impatto, staccandosi dalle fiamme in modo del tutto simile a quanto accaduto nel caso di United 93.



Un ultimo aspetto che merita di essere considerato è che al secondo 45 del video si può vedere una seconda esplosione che avviene 40 secondi dopo l'impatto (anche se il video è rallentato e quindi la seconda esplosione è avvenuta nella realtà entro un tempo minore). Nonostante questo aspetto non sia strettamente legato a un confronto con United 93, è utile sottolineare che gli schianti aerei non sempre si comportano in modo intuitivo e a causa della grosse quantità di carburante coinvolte possono dare luogo a esplosioni secondarie ben dopo l'impatto principale.

Ancora una volta l'analisi di questo caso ha dimostrato che i comportamenti poco intuitivi dipendono più dalla scarsa conoscenza degli argomenti che da improbabili complotti.

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2015/03/16    Permalink       0 commenti         Avvertenze per i commentatori

World Trade Center: an interview with doctor Emil Chynn

by Hammer. An Italian translation is available here.

Among the many people who took part in the rescue and recovery work on and after 9/11, in addition to firefighters and police forces, an important role was played by medical workers. Although they are mentioned rarely, they helped greatly in treating injured civilians and in helping other rescuers as well.

Undicisettembre offers its readers the account of surgeon Emil Chynn, who was the first doctor to arrive at Ground Zero and organized the first triage center for the injured near the site of the disaster. Dr. Chynn, MBA, is also the proprietor of the Park Avenue SafeSight practice in New York.

The photographs in this article are courtesy of Emil Chynn, whom we wish to thank for his kindness and willingness to share his experience.


Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on that day?

Emil Chynn: I was the first doctor to arrive at Ground Zero on 9/11 - when I arrived it looked like a war zone. At the time, I lived on West 12th Street, which is about a mile away from WTC. I remember going to work and seeing people staring up at the Twin Towers, which had both been hit, and were on fire. I decided to go down there myself to help out.

This wasn’t as crazy as it sounds. I was also involved back in 1993, when terrorists set off a truck bomb in the parking garage of one of the Towers. At that time I was an intern at Saint Vincent's Hospital and was about to get off call, and hospital administration told us all to just stay at the hospital, since that was the closest Trauma Center to WTC. However, it took at least 4 hours for any victims to arrive by ambulance, because of logistical delays (like getting the ambulances downtown, triaging the patients, and having them come back uptown). So I thought I would be much more useful if I were at the scene this time to accelerate the process - so I headed downtown.

I first tried to catch a cab, but that was impossible. First of all, almost all of them were occupied. Second, you can imagine the reaction of the cabby I found who didn’t have a fare, when I asked him to take me to WTC. So to save time, I rollerbladed down to WTC in my scrubs. By the time I got below Canal Street, there was like a foot of paper on the ground, so I had to take off my blades and walk. A few more blocks downtown, like Worth Street, you started to see some stuff on fire, with people running past you, uptown towards safety. By the time you got to Chambers Street, it was really scary; nobody on the street, with abandoned ambulances and fire trucks on fire. I had a cop car explode near me. It was like a post-apocalyptic, World War III movie.

Near where I thought WTC should be, I came across a few other brave or stupid healthcare workers like myself, who were also disoriented. Visibility was about 20 feet because of all the dust and smoke and ash in the air - it was literally as dark as dusk at Ground Zero, although it was a beautiful, perfect sunny fall day up on 12th St. We thought we were lost, because we couldn’t find WTC - and it’s hard to miss two 100-plus-storey buildings, even with that much smoke. I remember walking around the block with one nurse, one EMT guy, and one girl who was a PT student or something, looking upwards like tourists in Times Square, but never being able to find the Twin Towers. Finally, the EMT guy said, “I think that’s the Tower, guys” and pointed to a small pile of rubble, about 100 feet high. I argued with him, saying “Are you nuts? How could a 100 storey building be reduced to something only 4 stories high?” so we all walked around the block again. You have to understand that when we started downtown, both towers were burning on top, but still standing. We didn’t have access to TV, or radio, and all cell phones didn’t work downtown. So a person watching CNN in Japan would know more about what was going on than us, a few dozen feet away.

Finally, we all realized that he was right, and we just sat down and stared at the rubble pile. I don’t know what the others were thinking, because everyone was silent. I was really numb from that emotional shock, thinking about the enormity of the situation, the sheer destruction we were witnessing, and all the people who must have died. The PT girl started to cry, but quietly.


Undicisettembre: Why were there no professional rescue efforts going on when you arrived?

Emil Chynn: Many weeks after 9/11, after I went back to work as a LASEK surgeon, I figured out why, and there were several reasons. First, the Command and Control Center for emergency response for all of New York City had been coincidentally and tragically located at 7 WTC. A month before 9/11, I almost signed a lease to move my LASEK center to the retail arcade of one of the Towers, but decided against that because rent was too high, so I just missed making a similar tragic decision. Unfortunately, 7 WTC was hit by a lot of debris from the collapse of 1 and 2, which set the building on fire. It didn’t help that they had huge backup generators to supply electricity to the Command Center on the 23rd Floor of 7, plus a tank of over 1,000 gallons of diesel fuel to power that generator – which also ignited. So that wiped out a lot of the resources for emergency response.

Plus, you have to understand that before 9/11, the US had never been attacked on home soil ever, and it was before terrorism was a recognized threat around the world. So it’s understandable that the NYPD and other government agencies weren’t that prepared, as this hadn’t happened before.


Undicisettembre: Tell us about your efforts on 9/11 itself, and those of other first responders that day.

Emil Chynn: Well, I got there very early, and you can imagine the emotional toll the collapse of both towers had on all the cops and firefighters. I saw a few just sitting down and crying. That made even more of an impact than seeing a firetruck on fire, because those guys are incredibly tough, so it’s really disconcerting when you see them sobbing. Of course, unlike them, I didn’t lose any close friends or colleagues myself that day, or else I probably would have been less functional than I was.

After the PT girl got her shit back together, as well as the rest of us, our little group decided that we’d better set up some kind of triage center, since it was pretty clear that there wouldn’t be any organized medical response at the scene that day. Not with firefighters crying, and cops saying to us when we asked who we should report to “beats me – your guess is as good as mine.”

So we took over the nearest store that was still standing, and that looked structurally sound – like, not with a huge shard of WTC sticking out of it. That turned out to be a Burger King across the street, which had most of its front glass blown out but at least it wasn't on fire. We cleared out the Burger King and most places in the area didn't have running water, but the Burger King did, maybe because it was a restaurant or something like that. There were a couple of ambulances standing around with no crew. I'm not sure to this day what happened to them – maybe they died during the tower collapse, maybe they ran to safety when that happened. Who knows. All we knew is we desperately needed supplies – so we looted those ambulances and took their IVs and trauma kits.


Undicisettembre: Did you have any contact or coordination with government agencies at that time?

Emil Chynn: Well, after we set up a makeshift triage center and ER, I remember a firefighter handed me a walkie talkie, and put me on with his Battalion Commander or something like that, who asked me, “can we send in the ambulances yet?” I looked around, and realized that the debris, mostly paper, was about knee deep all over, so there was no way that any ambulance would be able to arrive. I told him, “We need to clear a path for the ambulances, can you send a bulldozer or something?” Let’s just say I didn’t get a positive reply. But there was some hippy-looking construction worker who was nearby, and he said “I can help with that.” Five minutes later, he arrived with a Bobcat, and started plowing the street, piling up paper in these huge mounds, like they’re snowdrifts. Later on he told me that he hot-wired the Bobcat, and stole it from a construction site he saw a few blocks away.


Undicisettembre: Were there many episodes like that, of regular folks risking a lot, just to help out?

Emil Chynn: Yes. There were hundreds of episodes like that every day. People were literally falling over themselves to help out in any way they could. There were people digging in the rubble with their bare hands, “on the pile” is what we called it, searching for survivors. Everyone was so dedicated, and generous, and giving. It’s what made being there tolerable, because amidst all the death and destruction from all that evil, you could still also feel the kindness and humanity of all the volunteers and first responders. Everybody was just pitching in, doing their part, without thought of pay, or glory, or anything selfish. I was nice to be a part of that.

I was interviewed on some network TV station the next day, and was asked if the first responders could use anything, and I mentioned that we needed masks, because there was so much dust in the air it was sometimes uncomfortable breathing. The next day, somehow, hundreds, if not thousands of masks arrived. It’s like the entire country wanted to help us help those people at Ground Zero.


Undicisettembre: What can you tell us about the victims at Ground Zero? What were their conditions?

Emil Chynn: They were bloody with lacerations because all the glass blew out. I didn’t see many people with major trauma or severe concussions or stuff like that – unfortunately, those people were probably all dead. Most people either had injuries that weren't that major, or they were dead. We were expecting people to come in missing a leg or an arm or something like that, but that wasn’t the case.

In retrospect, that was because of the way the buildings collapsed – they went straight down, and compacted themselves, rather than falling over. So if you were inside the buildings when they collapsed, you were dead, whereas if you were a block away, you were basically fine.


Undicisettembre: What happened in the next days? How long were you there?

Emil Chynn: I volunteered at Ground Zero for nearly one week straight, working between 12 and 18 hours per day. The first day was totally chaotic and you didn't get any real visibility until the afternoon, when all the particulate matter settled down and you got normal visibility and could see at least a block. Before then you couldn’t really see much of anything, so you didn’t realize the scope of the situation. That’s when you saw both towers had collapsed, and there was another skyscraper nearby with part of one of the towers embedded in it, and by then WTC7 had also collapsed.

There were ambulances pulling in and out, evacuating trauma victims, a lot of whom were first responders with relatively minor injuries (like broken bones). At that point, it was somewhat more organized, with cop cars pulling up with cops inside, rather than abandoned cop cars on fire.

But again, we were expecting major trauma victims to arrive at our triage center, but no victims were arriving. By that evening, all of us healthcare workers were starting to realize that there were going to be very, very few survivors. That was really sad, and also disappointing: you work so hard all day, preparing to help people – and we did help hundreds of people with minor trauma like abrasions and lacerations and fractures – but we didn’t help one person on the major trauma side.

FEMA didn't arrive until the second or third day. Of course, NYPD and FDNY was there from the start. At midday on 9/11, I already saw guys with FBI jackets, and even ATF, which I thought odd, but maybe there was an ATF base nearby. I never saw a single FEMA jacket until the second or third day. Not that I blame FEMA, because pre-9/11, FEMA was only involved in natural disasters like hurricanes or floods for which you have more warning, like at least a day or so. So FEMA probably needs a couple of days to prepare a fast response for a natural disaster. But in the case of 9/11, there was zero warning, because it was not a natural disaster – it was man-made.


Undicisettembre: Doctors are rarely mentioned among the heroes of that day. How do you explain that? What do you think about it?

Emil Chynn: First of all, I want to make clear that everyone there, like all the firemen and policemen, were very dedicated and professional, as well as humble – no one was trying to get credit for anything because we were all there on a pure humanitarian mission.

That said, it’s unfair that the vast majority of healthcare workers who were there on 9/11 were not only “first responders” but true volunteers – they weren’t going down there as part of their jobs, and they weren’t getting paid. This leads to even more unfairness, although it’s really nobody’s fault.

If you developed a medical problem while at Ground Zero, and were a cop or firefighter, you would get lifetime disability and lifetime pay, because you were on the job, and your disability was “work related.” However, if you were a true volunteer, you would get none of that. It’s not like I think that the lifetime benefits of city employees from their work at Ground Zero are unfair. Of course that’s fair – they risked their lives, and lost friends, protecting all of us.

But what about the true volunteers, like the healthcare workers, and myself?

I never had any respiratory issues before 9/11. At Dartmouth, I briefly raced on the cycling team, which was a club sport back then. When I was a medical student at Columbia, I ran the NY Marathon in 3:36, which was a pretty respectable time, especially since I didn’t really get to train, because they were working me like a dog. So I was always in top cardiovascular shape.

After volunteering at Ground Zero for nearly a week, working 12-18 hour days, I developed asthma about a month or two afterward, for the first time, and I’ve had that since, and will have that the rest of my life. But I received no disability for this, and that’s why I’ve had to work every day of my life since. On the positive side, that’s how I’ve managed to treat over 20,000 LASEK patients!


Undicisettembre: Did you medical volunteers receive any recognition at all?

Emil Chynn: A few months after 9/11, I got a call from someone saying they were organizing a tribute to first responders at Yankee Stadium, they were inviting cops and firefighters and their families, and wanted me and the other medical volunteers that day to participate. I was briefly happy, as I thought that finally we would at least be properly recognized. (The only free meal I was offered for my service was at a place called Bar 6 across from my apartment in the West Village, and when I showed up a month later for dinner, the owner reneged on his promise of a “thank-you dinner”.)

Well, that happiness lasted about 5 seconds. Because the NYC official calling then said, “We would like to ask you if you would be willing to provide free medical services that night, in case someone at the Stadium has a heart attack or something.” I hung up the phone on him.

Look, as a doctor it’s not like I need or want the free dinner. But some fair recognition for the hundreds of medical workers who were true volunteers at Ground Zero would be nice.


Undicisettembre: Did you have psychological consequences after 9/11?

Emil Chynn: I'm a surgeon and when you are a surgeon you learn how to block a lot of stuff out – this is a necessity to do your job properly. I have the largest Refractive Surgery fellowship program in the US, so I train a lot of doctors on how to be eye surgeons – at least 20 doctors from over a dozen different countries over the past 15 years.

Right now I'm training a doctor who's very good at treating patients medically, but she gets very nervous in the operating room: so nervous she sometimes she says she cannot proceed. I tell her “What do you mean you cannot proceed? You are a surgeon – you must proceed!” Eye surgery is different from other kind of surgeries because the patient is awake (we just anesthetize their eyeball), so in that sense it’s harder than most other kinds of surgery. Like, I’ve scrubbed in on neurosurgery when I was at Columbia, but those patients are unconscious.

So eye surgeons are operating on people’s eyes while they’re awake and fully alert! So that means, to be an excellent eye surgeon, you must get good at always being in control, no matter what. I've done 30,000 cases of different types of surgery: mostly laser vision correction but also “real surgery” like corneal transplants. I think almost all good surgeons (as opposed to all doctors) would be good in a war-like setting, like 9/11 was, because we have to deal with blood and sometimes death or blindness routinely.

Having said that, after 9/11 I thought I was perfectly fine for a couple of months, and thought I would happily not have any PTSD, but then I started not be able to sleep. I went to psychological counseling provided by New York City and NYU (I was a part-time MBA student at the time), and went once or twice a week for three months. It was very helpful. You cannot speak freely with nonprofessionals, because there are too many things going on and you don't want to talk about this with a relative, say with your mom, because she would get very upset for me. I think anybody who is in a very stressful situation should seek some counseling,


Undicisettembre: Has 9/11 given you a new insight into being a doctor?

Emil Chynn: I was already taking trauma call for Manhattan Eye and Ear and for New York Eye and Ear, and even though I was just teaching residents how to sew up ruptured eyeballs, it is often part of other major trauma. But this is part of your job as a surgeon, so it probably doesn’t affect you that much as a person, because you perceive it as somewhat normal.

But 9/11 was not at all normal or acceptable because it was an intentional act, not an accident. So you tend to dwell on that far longer than another kind of accidental trauma. It’s like grieving for a relative that was killed in a car accident, versus one who was murdered. The latter is much worse.

Being the first doctor to arrive at Ground Zero on 9/11 changed me as a person, by giving me a new perspective on life, in terms of what’s a big thing, and what’s a small thing. After 9/11, everything is a small thing.

I’m not going to lie and say that I don’t get upset about small things, because I am a perfectionist, am known as a perfectionist, and that’s why people choose me for LASEK, and why I can get most of my patients seeing better than 20/20.

I would say that volunteering at 9/11 for a week, enduring incredibly challenging and even scary conditions, has made me impervious to getting rattled by anything. It’s given me strength – or more accurately, given me total confidence that I will be able to perform at a very high level, under any condition, no matter what. That kind of confidence is not normal for civilians, probably only something that soldiers who have gone through combat can understand. So 9/11 was my combat.


Undicisettembre: What do you think about conspiracy theories that claim that 9/11 was an inside job?

Emil Chynn: This is ridiculous and those people are nuts! I am very logical and rational. If you apply Occam's razor: the simplest answer is usually correct. These conspiracy theorists drive me nuts. They say there were explosives hidden in the WTC 7, for example, and that building came down because of that. What about the 1,000 gallons of diesel oil? Why invoke some hidden explosives? Plus, I was born in NYC, and was in WTC 7 before it burnt to the ground. There is no way anyone could plant shaped charges throughout that building and not be detected. That’s impossible. Or have these people forgotten that the NYC Emergency Command and Control was on the 23rd Floor?


Undicisettembre: Did you get a chance to see World Trade Center 7? Was is burning? As you know conspiracy theorists say that the fire inside WTC 7 was not enough to make it collapse.

Emil Chynn: Yes, it was burning. What do they mean with “not enough”? Are they going to qualify how much each building should burn? It's so stupid.


Undicisettembre: Have you been to the 9/11 Memorial Museum yet?

Emil Chynn: Yes. A couple of months ago, because someone wanted to interview me for the museum. I think they did a remarkable job. I was reading all of the controversy about portraying Muslims unfairly. I think they consciously made good efforts not to portray Islam or Muslims negatively.

For instance, there is a simulation where you hear the cockpit recording of United 93. If you pay attention, they only play voices in English of the pilot and the air traffic control. They purposely cut out the part where the terrorists speak and say “God is Great!” in Arabic. They were very conscious to present things so that it doesn't represent a religion or a race negatively. They did a remarkably good job. I challenge anyone who thinks they could do it better, given all the constraints.

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World Trade Center: intervista con il medico Emil Chynn

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Tra i soccorritori dell'11/9, oltre a pompieri e poliziotti, anche i medici che hanno prestato il proprio servizio a Ground Zero occupano un posto di rilievo. Nonostante siano di rado menzionati hanno contribuito considerevolmente a curare i feriti e a prestare i soccorsi anche agli altri soccorritori.

Undicisettembre offre oggi ai suoi lettori la testimonianza diretta del medico chirurgo Emil Chynn, che nel suo corso di studi ha conseguito anche un MBA, che fu il primo medico ad arrivare a Ground Zero ed organizzò il primo centro di smistamento per i feriti vicino al luogo del disastro. Il dottor Chynn è anche il proprietario dello studio Park Avenue SafeSight di New York.

Le immagini a corredo di questo articolo sono state fornite da Emil Chynn, che ringraziamo per la sua disponibilità e cortesia.


Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto generale di ciò che hai visto e vissuto quel giorno?

Emil Chynn: Sono stato il primo medico ad arrivare a Ground Zero l'11/9; quando arrivai sembrava una zona di guerra. A quel tempo vivevo sulla West 12th Street, che è circa a un miglio di distanza dal WTC. Ricordo che mentre andavo al lavoro tutta la gente guardava verso le Torri Gemelle, che erano state entrambe colpite ed erano in fiamme. Decisi di andare anche io là per aiutare.

Non era una cosa folle come può sembrare. Ero stato coinvolto anche nel 1993, quando i terroristi avevano fatto esplodere un autobomba nel parcheggio di una delle Torri. Al tempo lavoravo al Saint Vincent's Hospital e stavo per terminare il turno quando i capi ci dissero di restare in ospedale perché eravamo il Centro Traumatologico più vicino al WTC. Ciò nonostante ci vollero almeno quattro ore prima che le prime vittime arrivassero con le ambulanze per via di ritardi logistici (come far arrivare le ambulanze downtown, smistare i pazienti a riportarli ad uptown). Quindi pensai che sarebbe stato molto più utile se questa volta fossi andato sulla scena per accelerare il processo, quindi mi diressi verso downtown.

Inizialmente provai a prendere un taxi, ma fu impossibile. Anzitutto perché erano tutti occupati. Secondo, puoi immaginare la reazione del tassista libero che trovai quando gli chiesi di portarmi al WTC. Per risparmiare tempo andai con i rollerblade verso il WTC indossando il camice da lavoro. Quando oltrepassai Canal Street, c'erano circa 30 centimetri di carta a terra, quindi tolsi i rollerblade e continuai a piedi. Qualche isolato oltre, circa a Worth Street, si cominciava a vedere del materiale in fiamme con la gente che ti correva accanto cercando di mettersi in salvo andando a nord. Quando arrivai a Chambers Street fu veramente inquietante; non c'era nessuno per le strade, e c'erano ambulanze abbandonate e camion dei pompieri in fiamme. Una macchina della polizia esplose accanto a me. Sembrava un film post apocalittico sulla Terza Guerra Mondiale.

Vicino a dove pensavo che si trovasse il WTC incontrai altri operatori sanitari coraggiosi o stupidi come ero io, che erano anche loro disorientati. La visibilità era di circa 6 metri per via di tutta la polvere e del fumo e della cenere che c'era nell'aria; era letteralmente buio come al tramonto a Ground Zero, anche se era una giornata bellissima e perfettamente assolata su alla 12esima strada. Pensavamo di esserci persi perché non trovavamo il WTC, e non è facile non vedere due palazzi di oltre 100 piani, anche in tutto quel fumo. Ricordo di aver girato attorno all'isolato con un'infermiera, un ragazzo dell'EMT, e una studentessa di fisioterapia o qualcosa del genere guardando in alto come i turisti a Times Square, ma incapaci di trovare le Torri Gemelle. Finalmente l'uomo dell'EMT disse: “Credo che quella sia la Torre, ragazzi” indicando una piccola pila di macerie di circa 30 metri. Gli risposi “Sei matto? Come può un palazzo di oltre 100 piani essere ridotto a qualcosa di circa 4 piani?” e quindi girammo attorno all'isolato un'altra volta. Devi capire che quando ci eravamo incamminati entrambe le torri erano in fiamme ma ancora in piedi. Non avevamo accesso alla TV o alla radio e downtown i telefoni cellulari non funzionavano. Quindi una persona che stava guardando la CNN in Giappone sapeva ciò che stava succedendo meglio di noi che eravamo a pochi metri.

Infine capimmo che aveva ragione, quindi ci sedemmo e guardammo la pila di macerie. Non so cosa stessero pensando gli altri, perché eravamo tutti in silenzio. Ero intontito dallo shock emotivo, pensavo all'enormità di quella situazione, la pura distruzione che stavamo guardando e tutte le persone che dovevano essere morte. La studentessa di PT iniziò a piangere, ma in silenzio.


Undicisettembre: Perché non c'erano ancora i servizi professionali di soccorso quando sei arrivato?

Emil Chynn: Molte settimane dopo l'11/9, quando tornai a lavorare come chirurgo LASEK, capii perché e c'erano molte ragioni. Anzitutto il Centro di Comando e Controllo per le emergenze di tutta la città di New York per coincidenza era stato tragicamente posto al WTC7. Un mese prima dell'11/9 avevo quasi firmato un contratto di affitto per spostare il mio centro LASEK nella zona commerciale di una delle Torri, ma cambiai idea perché il costo era troppo alto, quindi evitai una simile tragica decisione. Sfortunatamente, il WTC7 era stato colpito dai detriti dei crolli delle Torri 1 e 2 che avevano incendiato il palazzo. Non aiutò il fatto che avessero generatori di backup per fornire elettricità al Centro di Comando al 23esimo piano del WTC7, oltre a un serbatoio di quasi 4000 litri di gasolio per alimentare il generatore, che pure prese fuoco. Quindi questo tolse molte risorse alla risposta all'emergenza.

Inoltre devi capire che prima dell'11/9 gli Stati Uniti non erano mai stati attaccati sul suolo nazionale e quest'attacco avvenne prima che il terrorismo fosse riconosciuto come come una minaccia per il mondo. Quindi è comprensibile che la Polizia e altre agenzie governative non fossero preparate, perché non era mai successo prima.


Undicisettembre: Raccontaci qualcosa su ciò che avete fatto tu e gli altri soccorritori quel giorno.

Emil Chynn: Beh, arrivai molto presto e puoi immaginare il carico emotivo che i crolli di entrambe le torri ebbe su tutti i poliziotti e i pompieri. Ne vidi alcuni seduti a piangere. Fu ancora più duro che vedere un camion dei pompieri in fiamme, perché sono persone incredibilmente tenaci, quindi è veramente sconcertante vederli piangere. Ovviamente, contrariamente a loro, non persi amici o colleghi quel giorno, o probabilmente avrei lavorato peggio di come ho fatto.

Dopo che la studentessa si riprese, così come noi altri, il nostro piccolo gruppo decise che avremmo dovuto allestire un centro di smistamento, visto che era piuttosto ovvio che non ci fosse nessun centro medico organizzato sulla scena quel giorno. Non con i pompieri che piangevano e i poliziotti che quando chiedevamo dove avremmo dovuto prendere istruzioni rispondevano “Non ne ho idea. Ne so quanto te.”

Quindi prendemmo il controllo del negozio più vicino che stesse ancora in piedi e che sembrasse strutturalmente solido, cioè che non avesse grossi pezzi di WTC conficcati. Fu il Burger King dall'altro lato della strada, che aveva quasi tutte le sue vetrate frontali distrutte ma almeno non stava bruciando. Sgombrammo il Burger King e anche se la maggioranza dei posti non aveva acqua corrente, il Burger King l'aveva, forse perché era un ristorante o qualcosa del genere. C'erano un paio di ambulanze in giro senza personale. Tuttora non so cosa sia successo a quelle persone, forse morirono durante il crollo o forse erano corsi in salvo mentre accadeva. Chi lo sa. Tutto ciò che sapevamo era che avevamo disperatamente bisogno degli attrezzi, quindi saccheggiammo quelle ambulanze e prendemmo le flebo e i kit per i traumi.


Undicisettembre: Ti coordinasti o mettesti in contatto con agenzie governative in quei momenti?

Emil Chynn: Beh, dopo aver allestito un centro di smistamento temporaneo e pronto soccorso, ricordo che un pompiere mi passò una ricetrasmittente per farmi parlare con il suo Comandante di Battaglione o qualcosa del genere che mi chiese “Possiamo già mandare le ambulanze?” Guardai in giro e capii che le macerie, soprattutto carta, arrivavano all'altezza del ginocchio, quindi non c'era modo che le ambulanze potessero arrivare. Gli dissi “Ci serve un percorso sgombro per le ambulanze, ci puoi mandare un bulldozer o qualcosa del genere?” Diciamo solo che non ho avuto una risposta positiva. Ma c'era un operaio che sembrava un hippy nelle vicinanze che disse “Posso aiutarti io.” Cinque minuti dopo arrivò con un Bobcat, e iniziò a sgombrare la strada ammucchiando la carta in enormi cumuli, come dei banchi di neve. In seguito mi disse che aveva fatto partire il Bobcat collegando i fili e lo aveva rubato da un sito di costruzioni a pochi isolati di distanza.


Undicisettembre: Ci sono stati molti episodi del genere, con persone comuni che correvano rischi pur di aiutare gli altri?

Emil Chynn: Si. Ci furono centinaia di episodi di questo tipo ogni giorno. La gente letteralmente si calpestava per aiutare come poteva. C'erano persone che scavavano con le mani “sulla pila”, come la chiamavamo, alla ricerca di sopravvissuti. Erano tutti così assorti e generosi e solerti. E' stato ciò che ha reso tollerabile il fatto di essere lì, perché in mezzo a tutta quella morte e alla distruzione causata da tutta quella malvagità si sentiva ancora la gentilezza e l'umanità dei volontari e dei primi soccorritori. Tutti stavano scavando, facendo la loro parte, senza pensare alla paga, alla gloria o ad alcunché di egoista. Fu bello esserne parte.

Fui intervistato da qualche canale televisivo quel giorno mi chiesero se i primi soccorritori avevano a disposizione qualche apparato, ho risposto che avremmo avuto bisogno di mascherine perché c'era così tanta polvere nell'aria che era faticoso respirare. Il giorno dopo, in qualche modo, arrivarono centinaia se non migliaia di mascherine. Era come se l'intera nazione volesse venire ai aiutare quelle persone a Ground Zero.


Undicisettembre: Cosa puoi dirci delle vittime a Ground Zero? In che condizioni erano?

Emil Chynn: Erano insanguinati con lacerazioni per via di tutto il vetro che era esploso. Non vidi molte persone con traumi importanti o con traumi cranici o cose del genere; sfortunatamente quelli erano probabilmente tutti morti. La maggior parte delle persone aveva ferite non gravi oppure era morta. Ci aspettavamo persone senza una gamba o senza un braccio o qualcosa del genere, ma non succedeva.

Ripensandoci, fu per via di come crollarono i palazzi: andarono giù in verticale e si compattarono invece di cadere di lato. Quindi se eri nel palazzo durante il crollo eri morto, ma se eri a un isolato di distanza eri incolume.


Undicisettembre: Cosa è successo nei giorni seguenti? Per quanto tempo sei rimasto lì?

Emil Chynn: Andai come volontario a Ground Zero per circa una settimana di seguito, lavorando da 12 a 18 ore al giorno. Il primo giorno fu completamente caotico e non c'era visibilità fino al pomeriggio, quando tutto il particolato si era depositato e c'era visibilità normale e si vedeva almeno per un isolato. Prima non si vedeva nulla, quindi non si capiva l'enormità della situazione. Fu allora che vedemmo che entrambe le torri erano crollate e c'era un altro grattacielo nelle vicinanze in cui era entrato un pezzo delle torri e a quell'ora anche il WTC7 era già crollato.

Arrivavano le ambulanze, portando via chi aveva dei traumi, molti di questi erano primi soccorritori con traumi di minore entità (come ossa rotte). A quel punto i soccorsi erano più ordinati, con auto della polizia che arrivavano invece che essere abbandonate e incendiate.

Ma di nuovo, ci aspettavamo che arrivassero vittime con grossi traumi al centro di smistamento ma non arrivava nessuna vittima. Alla sera noi operatori sanitari iniziammo a capire che ci sarebbero stati ben pochi sopravvissuti. Fu molto triste e anche deludente: lavorammo duramente tutto il giorno preparandoci ad aiutare la gente, e aiutammo davvero centinaia di persone con traumi di minore entità come abrasioni o lacerazioni o fratture, ma non aiutammo nessuno con grossi traumi.

La FEMA non arrivò fino al secondo o terzo giorno. Ovviamente la Polizia e i pompieri erano lì dall'inizio. A mezzogiorno dell'11/9 vidi già persone che le divise dell'FBI e anche dell'ATF, il che mi sembrò strano, ma forse c'era una sede dell'ATF nelle vicinanze. Non vidi divise della FEMA fino al secondo o il terzo giorno. Non li sto incolpando, perché prima dell'11/9 la FEMA interveniva solo nei disastri naturali come uragani o inondazioni, per i quali esiste più preavviso, almeno di uno o due giorni. Quindi la FEMA probabilmente ha bisogno di un paio di giorni di preavviso per preparare una rapida risposta a un disastro naturale. Ma nel caso dell'11/9 non ci fu preavviso, perché non fu un evento naturale ma causato dall'uomo.


Undicisettembre: I medici sono raramente menzionati tra gli eroi di quel giorno. Come te lo spieghi? Cosa ne pensi?

Emil Chynn: Anzitutto voglio chiarire che tutti quelli che erano lì, come poliziotti o pompieri, misero il massimo dell'impegno e della professionalità, e furono umili; nessuno cercava di avere credito per quello che succedeva perché eravamo in una missione puramente umanitaria.

Detto ciò è ingiusto che la maggior parte degli operatori sanitari che era lì l'11/9 non era solo un “primo soccorritore” ma veri volontari; non andarono là nell'ambito del loro lavoro e non furono pagati per farlo. E questo porta a un'altra ulteriore ingiustizia, anche se in realtà non è colpa di nessuno.

Se un pompiere o un poliziotto subiva un danno di carattere medico a Ground Zero otteneva l'invalidità permanente e e un indennizzo permanente, perché era il suo lavoro e la disabilità era legata al lavoro. Invece i veri volontari non hanno avuto nulla di tutto ciò. Non voglio dire che i sussidi permanenti che hanno ricevuto i dipendenti della città per il loro impegno a Ground Zero siano ingiusti. Ovviamente sono giusti, hanno rischiato la vita e perso degli amici per proteggere tutti noi.

Ma i veri volontari, come gli operatori sanitari e io stesso?

Non ho mai avuto problemi respiratori prima dell'11/9. A Dartmouth, per un certo periodo gareggiai per la squadra di ciclismo, che era una società sportiva al tempo. Quando ero uno studente di medicina alla Columbia, feci la maratona di New York in 3:36, che fu un buon risultato visto che non potevo allenarmi molto dato che mi facevano lavorare come un cane. Quindi sono sempre stato al massimo della forma cardiovascolare.

Dopo aver lavorato da volontario a Ground Zero per quasi una settimana per 12 o 18 ore al giorno mi è venuta l'asma uno o due mesi dopo, per la prima volta, e da allora ce l'ho e l'avrò per il resto della mia vita. Ma non ho avuto riconosciuta la disabilità per questo, ed è per questo che ho dovuto lavorare ogni giorno della mia vita da allora. Il lato positivo è che è così che ho potuto trattare più di 20.000 pazienti con la tecnologia LASEK!


Undicisettembre: Voi volontari medici avete avuto un riconoscimento di qualunque tipo?

Emil Chynn: Alcuni mesi dopo l'11/9 ricevetti una telefonata da qualcuno che mi disse che stavano organizzando un tributo ai primi soccorritori allo Yankee Stadium, invitavano poliziotti e pompieri e le loro famiglie e volevano che partecipassi anche io e altri medici volontari. Per un po' fui contento, pensando che finalmente ci avrebbero dato la giusta riconoscenza (l'unico pasto che mi fu offerto per il servizio che ho prestato è stato a un posto chiamato Bar 6 di fronte al mio appartamento nel West Village, e quando ci sono andato un mese dopo per cena il proprietario ha ritirato la sua proposta di una cena di ringraziamento).

Beh, la felicità durò circa 5 secondi. Perché l'ufficiale di New York che mi aveva chiamato mi disse “Volevamo chiederti se sei disposto a prestare servizio medico quella sera, in caso qualcuno allo Stadio abbia problemi di cuore o qualcosa del genere.” Attaccai il telefono.

Vedi, da medico non è che ho bisogno o voglio la cena gratis. Ma un giusto riconoscimento per le centinaia di operatori sanitari che sono stati veri volontari a Ground Zero sarebbe bello.


Undicisettembre: Hai avuto conseguenze psicologiche dopo l'11/9?

Emil Chynn: Sono un chirurgo e quando sei un chirurgo impari a tenere lontane molte cose, è una necessità nel fare bene il nostro lavoro. Gestisco il più grande programma di formazione per studenti con borsa di studio in Chirurgia Refrattiva negli USA, quindi formo molti dottori su come diventare chirurghi oculari, almeno 20 medici da una dozzina di nazioni diverse negli ultimi 15 anni.

Proprio adesso sto formando una dottoressa che è molto brava a trattare i pazienti medicalmente ma diventa molto nervosa in sala operatoria: così nervosa che alle volte dice che non può procedere. Le dico “Come non puoi procedere? Sei un chirurgo: devi procedere!” La chirurgia oculare è diversa dagli altri tipi di chirurgia perché il paziente è sveglio (gli anestetizziamo solo il bulbo oculare), quindi in questo senso è più difficile di altri tipi di chirurgia. Per esempio, ho fatto pratica nella neurochirurgia quando ero alla Columbia, ma quei pazienti non sono coscienti.

Dunque i chirurghi oculari operano gli occhi delle persone quando sono sveglie e pienamente vigili! Quindi per essere un eccellente chirurgo devi essere bravo ad avere sempre il controllo della situazione, qualunque cosa succeda. Ho trattato 30.000 casi di tipo diverso: principalmente correzione laser ma anche “vera chirurgia” come il trapianto di cornea. Credo che quasi tutti i bravi chirurghi (a differenza di altri tipi di medici) sarebbero bravi in situazioni di guerra, come l'11/9, perché affrontiamo il sangue e a volte la morte o la cecità ogni giorno.

Detto ciò, dopo l'11/9 sono stato perfettamente bene per un paio di mesi e pensavo felicemente di non soffrire di stress post traumatico, ma poi ho iniziato a non riuscire a dormire. Ho fatto della terapia psicologia che mi fu offerta dalla città di New York e dalla New York University (ero studente di un MBA part time al tempo) e sono andato una o due volte a settimana a fare la terapia per tre mesi. Fu molto utile. Non puoi parlare liberamente con i non professionisti, perché ci sono troppe cose che accadono e non vuoi parlare di questo con un parente, ad esempio con tua madre, perché si preoccuperebbe molto per me. Credo che ogni persona che si trovi in una situazione di stress dovrebbe fare della terapia.


Undicisettembre: L'11/9 ti ha dato una nuova visione dell'essere medico?

Emil Chynn: Lavoravo già per i casi di trauma per l'ospedale Manhattan Eye and Ear e per il New York Eye and Ear, e anche se stavo solo insegnando agli interni come ricucire un bulbo oculare danneggiato, questo era spesso parte di traumi più grandi. Ma questa è una parte del nostro lavoro da chirurghi, quindi non lascia conseguenze sulla persona, perché è percepito come una cosa normale.

Ma l'11/9 non è stato affatto una cosa normale o accettabile perché è stato intenzionale e non un incidente. Quindi tendi a pensarci molto di più che ad altri tipi di trauma accidentale. È come dolersi di un parente morto in un incidente d'auto piuttosto che di uno che è stato ucciso. Il secondo caso è molto peggiore.

Essere stato il primo medico a essere arrivato a Ground Zero l'11/9 mi ha cambiato come persona perché mi ha dato una nuova prospettiva sulla vita, in termini di ciò che è importante e ciò che non lo è. Dopo l'11/9 tutto mi sembra piccolo.

Non voglio mentire e dire che non mi preoccupo delle cose piccole, perché sono un perfezionista, sono noto come un perfezionista ed è per questo che la gente sceglie me per il LASEK, e perché riesco a portare la maggior parte dei miei pazienti a vedere meglio di 20/20.

Direi che essere stato un volontario l'11/9 per una settimana, sopportando condizioni incredibilmente difficili e anche spaventose, ha fatto sì che ora nulla riesce più a spaventarmi. Mi ha dato forza, o più precisamente mi ha dato totale fiducia nel fatto di essere in grado di lavorare a livelli molto alti in qualunque condizione, qualunque cosa accada. Quel livello di fiducia non è normale per i civili, probabilmente è qualcosa che solo quei soldati che sono andati in battaglia possono capire. E l'11/9 è stato la mia battaglia.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto che sostengono che l'11/9 sia stato un "inside job"?

Emil Chynn: È ridicolo e quelle persone sono pazze! Sono molto logico e razionale. Se applichi il Rasoio di Occam la risposta più semplice è di solito quella corretta. I complottisti mi fanno impazzire. Ad esempio dicono che c'erano esplosivi del WTC7 e che il palazzo è crollato per via di questi esplosivi. E che dire invece dei 10.000 litri di combustibile? Perché mai pensare a esplosivi nascosti? Inoltre io sono nato a New York ed ero stato nel WTC7 prima che crollasse per via degli incendi. Non c'è modo di mettere delle cariche cave nel palazzo senza essere visti. È impossibile. O questa gente si è dimenticata che il Centro di Comando e Controllo per le emergenze di New York era al ventitreesimo piano?


Undicisettembre: Hai avuto modo di vedere il World Trade Center 7? Stava bruciando? Come sai, i complottisti dicono che gli incendi nel WTC7 non erano sufficienti a farlo crollare

Emil Chynn: Si, stava bruciando. Ma cosa vogliono dire con “non erano sufficienti”? Vogliono valutare quando debba bruciare ciascun palazzo? È così stupido.


Undicisettembre: Sei già stato al 9/11 Memorial Museum?

Emil Chynn: Si. Un paio di mesi fa, perché qualcuno ha voluto intervistarmi per il museo. Credo che abbiano fatto un ottimo lavoro. Ho letto della polemica sul fatto di non rappresentare i musulmani in modo ingiusto. Credo che abbiamo intenzionalmente fatto molti sforzi per non rappresentare l'Islam o i musulmani negativamente.

Per esempio, c'è una simulazione dove si sente la registrazione della cabina di pilotaggio di United 93. Se fai attenzione, ci sono solo le voci in inglese del pilota e del controllo del traffico aereo. Hanno intenzionalmente tolto le parti in cui i terroristi parlano e urlano “Dio è grande!” in arabo. Sono stati molto coscienziosi nel presentare le cose in modo da non rappresentare una religione o una razza negativamente. Hanno fatto un ottimo lavoro. Sfido a dire che avrebbero potuto farlo meglio, visti tutti i vincoli.

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