2015/12/20

Purgatory Ironworks smentisce i complottisti

di Hammer

Il 15 dicembre del 2015 l’azienda americana Purgatory Ironworks, con sede a Morgan nello stato della Georgia, ha pubblicato sul proprio canale YouTube un video in cui il fondatore dell'azienda, Trenton Tye, smentisce con una prova pratica l'asserzione complottista secondo cui il calore sviluppato dal carburante avio quando brucia non è sufficiente a far cedere l'acciaio perché questo fonde a una temperatura molto maggiore.

Tye esordisce dicendo che è stato spinto a realizzare questa prova pratica sentendo i complottisti dire che le Torri Gemelle non possono essere crollate a causa del calore prodotto dagli incendi perché il carburante avio brucia a 800 gradi Celsius (1500 gradi Fahrenheit) mentre l’acciaio fonde a 1500 gradi Celsius (2700 gradi Fahrenheit).

Per dimostrare che non serve fondere l’acciaio affinché questo ceda Tye prende una barra d'acciaio conforme allo standard A36, cioè quello utilizzato per le costruzioni, e mostra come questa possa essere usata come leva per sollevare a un’estremità un’incudine di circa 125 chilogrammi (250 libbre). Quindi prende dal forno metallurgico una barra identica che è stata scaldata a 980 gradi Celsius (1800 gradi Fahreneit), cioè poco più della temperatura a cui brucia il carburante avio ma comunque una temperatura compatibile con un incendio al chiuso come quello del WTC, e mostra, battendolo sull’incudine, che il materiale è incandescente ma non fuso. Tuttavia infilando la punta incandescente della barra nel foro dell'incudine mostra come questa possa essere piegata spingendola semplicemente con il mignolo e poi la piega di nuovo ripetutamente senza alcuna fatica. La frase con cui descrive quanto avviene è lapidaria "It's a freaking noodle" (traduzione: "E' un dannato spaghetto".)

E ancora più lapidaria è la frase con cui chiude il video: "Your argument is invalid, get over it. Find a job." (traduzione: "La vostra argomentazione è sbagliata, accettatelo. Trovatevi un lavoro.")

2015/12/14

Il ventesimo dirottatore

di Hammer

Il commando che condusse gli attentati dell'11/9 era formato da 19 terroristi suddivisi in tre gruppi di cinque persone e uno, quello che dirottò il volo United 93, composto da soli quattro uomini. Nel gruppo guidato da Ziad Jarrah mancava quindi il quinto terrorista e fin dal 2001 si sono susseguite numerose ipotesi su chi fosse nelle intenzioni originali di al-Qaeda il ventesimo dirottatore.

Negli anni le ricostruzioni giornalistiche hanno abusato dell'espressione il ventesimo dirottatore e il terrorista più famoso a cui è stato attribuito tale ruolo è Zacarias Moussaoui (foto accanto), arrestato nel Minnesota il 16 agosto del 2001 per aver violato le norme sull'immigrazione. Tuttavia Moussaoui era stato addestrato da pilota e quindi il suo ruolo non sarebbe stato quello di ventesimo dirottatore inteso come quarto muscle hijacker di United 93; al contrario era stato individuato come possibile sostituto di Ziad Jarrah nel caso in cui questi si fosse ritirato dal commando per via di malumori interni, come confermato dal 9/11 Commission Report; lo stesso Osama bin Laden, in un messaggio audio emesso il 23 maggio del 2006, smentì che Moussaoui fosse uno dei venti terroristi che avrebbero dovuto condurre gli attacchi.

Il ruolo di ventesimo dirottatore fu attribuito anche allo yemenita Ramzi Binalshibh, ma anche questi avrebbe dovuto essere uno dei possibili piloti; infatti fece richiesta per l'iscrizione a scuole di volo negli USA ma non poté entrare negli Stati Uniti perché gli fu negato il visto quattro volte (il 17 maggio, il 15 giugno, il 14 agosto e il 15 settembre del 2000, come riportato nell'atto d'accusa contro Moussaoui) per via dello scetticismo nei confronti dei cittadini yemeniti in particolare quando la richiesta veniva fatta da un altro stato (la Germania, in questo caso) come descritto di nuovo dal 9/11 Commission Report.

Trovandosi quindi nell'impossibilità di prendere parte all'attentato, Binalshibh assunse il nuovo ruolo di coordinatore tra i terroristi che erano entrati negli USA e Khalid Sheikh Mohammed e quindi neanche Binalshibh era il designato ventesimo dirottatore.

Nel 2006 al-Qaeda stessa indicò chi avrebbe dovuto essere il ventesimo dirottatore; secondo quanto riportato dalla BBC e dalla CNN l'organizzazione fondata da Osama bin Laden pubblicò un messaggio online e un video in cui sostenne che Fawaz al-Nashimi (foto accanto) sarebbe stato il quarto muscle hijacker di United 93. Tuttavia non vengono chiariti i motivi per cui al-Nashimi non prese parte agli attacchi. L'uomo è morto nel 2004 in uno scontro a fuoco con le forze saudite a Khobar a seguito di un attentato perpetrato da un gruppo legato ad al-Qaeda contro le sedi di alcune aziende petrolifere.

Il governo americano non si è mai pronunciato ufficialmente sulla credibilità di questa attribuzione e si tratta probabilmente solo di propaganda per glorificare un terrorista morto, perché gli indizi che indicano un'altra persona come il ventesimo dirottatore sono molto più solidi; infatti secondo le autorità americane il vero ventesimo dirottatore sarebbe Mohammed al-Qahtani. L'uomo, un saudita nato nel 1975 (o nel 79 secondo altre fonti), tentò di entrare negli USA all'aeroporto di Orlando il 4 agosto 2001 arrivando da Dubai dopo uno scalo a Londra, ma gli fu negato il permesso all'ingresso dall'agente José Meléndez-Pérez, che fu anche ascoltato dalla 9/11 Commission.

La testimonianza di Melendez-Pérez riporta che al-Qahtani non parlava inglese e quindi fu necessario un interprete per interrogarlo. L'agente gli chiese perché non avesse un biglietto aereo di ritorno né una prenotazione in albergo, ma al-Qahtani divenne aggressivo e puntando il dito all'agente gli disse che non sapeva ancora da quale aeroporto sarebbe ripartito dagli Stati Uniti. L'uomo aggiunse che un amico lo avrebbe raggiunto in America nel giro di tre o quattro giorni e questo amico sapeva dove si sarebbero spostati all'interno degli USA, L'agente gli chiese quanto tempo intendeva restare e quale fosse il motivo del viaggio, il terrorista rispose che sarebbe rimasto solo sei giorni per una vacanza. A quel punto fu chiaro che la sua storia non reggeva perché avrebbe dovuto aspettare il misterioso amico per circa la metà della sua permanenza negli Stati Uniti.

Melendez-Pérez gli chiese quindi dove avrebbe alloggiato e al-Qahtani (foto accanto) rispose vagamente che avrebbe alloggiato in un albergo e che un altro amico era venuto a prenderlo all'aeroporto. L'agente gli chiese il nome dell'amico che lo avrebbe prelevato e l'uomo cambiò versione dicendo che avrebbe telefonato a qualcuno affinché venisse a prenderlo, ma si rifiutò di darne il numero all'agente. Al-Qahtani si mostrò aggressivo e indisponente per tutto il colloquio, che durò circa un'ora e mezza.

Considerando che l'uomo, oltre a non saper l'inglese, aveva con sé solo 2800 dollari e nessuna carta di credito, Mendelez-Pèrez in accordo con il proprio superiore gli negò il permesso all'ingresso e lo accompagnò personalmente al gate, dove prese un volo della Virgin Airlines (la stessa con cui era arrivato) per Londra dove avrebbe preso un altro per Dubai.

Ad attendere al-Qahtani all'aeroporto di Orlando c'era Mohamed Atta. Nel libro The Black Banners l'ex agente dell'FBI Ali Soufan spiega come fu possibile verificare questa circostanza: quel giorno da un telefono a pagamento dell'aeroporto di Orlando furono effettuate cinque telefonate al terrorista saudita Mustafa al-Hawsawi con una tessera telefonica prepagata acquistata con la carta di credito di Atta; inoltre un'automobile noleggiata con la medesima carta di credito entrò nel parcheggio alle 16:30 e ne uscì alle 21:04. Il fatto che Atta si trovasse all'aeroporto di Orlando ad attendere l'arrivo di al-Qahtani è riportato anche dal documento Prisoner 63 pubblicato da WikiLeaks nell'ambito dei Guantanamo Files.

Al-Qahtani fu catturato nel dicembre del 2001 durante la battaglia di Tora Bora e poi imprigionato a Guantanamo, dove è tuttora detenuto.

2015/12/02

World Trade Center: professore di ingegneria civile e scienza dei materiali risponde a Beyond Misinformation di AE911

di Paolo Attivissimo. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2015/12/03 18:50.

A ottobre scorso l’associazione AE911 (Architects and Engineers for 9/11 Truth) ha pubblicato un opuscolo autoprodotto, Beyond Misinformation, disponibile soltanto su ordinazione a pagamento, che illustra le tesi alternative dell’associazione sugli eventi dell’11 settembre a New York.

Questa pubblicazione ha destato un certo interesse nei media perché è prodotta da un’associazione che afferma di avere oltre 2300 architetti e ingegneri fra i propri aderenti e perché il comitato di revisione dell’opuscolo di 50 pagine include due architetti e due professori emeriti di ingegneria civile (va detto che Undicisettembre ha accertato che molti dei membri di AE911 sono studenti o ingegneri idraulici, elettronici o comunque di altro campo non pertinente alle strutture di edifici). L'autore di Beyond Misinformation, Ted Walter, si qualifica invece soltanto come direttore della strategia e dello sviluppo dell’associazione, senza alcun accenno a qualifiche tecniche pertinenti alla materia trattata.

Zdenek Bazant, professore di ingegneria civile e scienza dei materiali alla Northwestern University in Illinois, ha risposto alle argomentazioni tecniche dell'opuscolo con una dichiarazione in inglese che include, fra l'altro, un rimando a un archivio pubblico di oltre 800 sue pubblicazioni scientifiche scaricabili. Fra queste pubblicazioni, Bazant segnala in particolare i seguenti quattro articoli, tutti appunto disponibili in formato PDF scaricabile:

– Why Did the World Trade Center Collapse?—Simple Analysis (documento 405), di Bazant e Yong Zhou (Graduate Research Assistant, Northwestern University), pubblicato nel Journal of Engineering Mechanics dell’ASCE a gennaio 2002 e seguito da una discussione pubblicata nel JEM a luglio 2003, che “mostra chiaramente che gli impatti degli aerei, da soli, erano sufficienti a causare il crollo completo, sospinto esclusivamente dalla gravità, e che la progressione del crollo doveva essere essenzialmente verticale”;

– Mechanics of Progressive Collapse: Learning from World Trade Center and Building Demolitions (documento 466) di Bazant e Mathieu Verdure (Visiting Fellow, Ecole Polytechnique, Palaiseau, Francia), pubblicato nel Journal of Engineering Mechanics dell’ASCE a marzo 2007, con relativa discussione (documento D25) pubblicata nel JEM a ottobre 2008, che “deriva le equazioni differenziali che governano la modalità di crollo verticale con accrezione della massa, triturazione dei solai in cemento, dissipazione plastica dell'energia nell'acciaio, espulsione dinamica di aria, ed eiezione dinamica di frammenti”;

– What Did and Did Not Cause Collapse of World Trade Center Twin Towers in New York? (documento 476), di Bazant e Jia-Liang Le (Graduate Research Assistant, Northwestern University), Frank R. Greening (Engineering Consultant), David B. Benson (Professor Emeritus, School of Electrical Engineering and Computer Science, Washington State University), pubblicato nel Journal of Engineering Mechanics dell’ASCE a ottobre 2008, con relativa discussione (documento D27) pubblicata nel JEM a luglio 2010, che “confuta tutte le argomentazioni principali dei profani che credono in un complotto di qualche genere (comprese le argomentazioni riguardanti le temperature elevate)”;

– Why the Observed Motion History of World Trade Center Towers Is Smooth (documento 499), di Jia-Liang Le (Assistant Professor, Department of Civil Engineering, University of Minnesota) e Bazant, pubblicato nel Journal of Engineering Mechanics dell’ASCE a gennaio 2011 e seguito da una discussione (documento D28, ottobre 2012); insieme alle discussioni, questo articolo “confuta le critiche ulteriori e gli equivoci affermati dai profani dopo la pubblicazione di What Did and Did Not Cause Collapse of World Trade Center Twin Towers in New York?”. Bazant nota che quest’ultimo suo articolo è stato “citato, anche se frainteso e male interpretato, nell’opuscolo Beyond Misinformation diffuso a ottobre 2015 da Architects and Engineers for 9/11 Truth.”

Questi suoi articoli, spiega Bazant,

“forniscono spiegazioni completamente razionali e matematicamente fondate per tutti gli eventi che furono osservati e confutano tutte le teorie erronee che sono state proposte. La credibilità di queste spiegazioni si basa sul fatto che

(a) si basano su principi universalmente accettati di meccanica strutturale, dinamica strutturale e meccanica del continuo,

(b) sono ampiamente accettate presso l'Engineering Mechanics Institute (EMI, Istituto di Meccanica Ingegneristica) e presso lo Structural Engineering Institute (SEI, Istituto di Ingegneria Strutturale) della American Society of Civil Engineers (ASCE, Società Americana degli Ingegneri Civili), presso la Applied Mechanics Division (AMD, Divisione di Meccanica Applicata) della American Society of Mechanical Engineers (ASME, Società Americana degli Ingegneri Meccanici), presso l'American Institute of Steel Construction (AISC, Istituto Americano delle Costruzioni in Acciaio), presso la Society of Engineering Science (SES, Società di Scienza dell'Ingegneria) e presso la International Union of Theoretical and Applied Mechanics (IUTAM, Unione Internazionale di Meccanica Teorica e Applicata), senza alcuna obiezione da nessuna di queste organizzazioni, e

(c) non sono in disaccordo, in nessun aspetto, con l’analisi dettagliata degli incendi e del collasso dei piani colpiti dagli aerei effettuata presso il National Institute of Standards and Technology (NIST, Istituto Nazionale degli Standard e della Tecnologia) sotto la direzione del Dott. Shyam Sunder.”

Va notato che nonostante Beyond Misinformation sia elegantemente confezionato e riccamente illustrato e impaginato, resta un documento autoprodotto, senza alcuna validazione o revisione esterna. Pertanto il numero di articoli a sostegno delle tesi alternative validati e pubblicati su riviste tecniche è ancora fermo allo stesso valore di 14 anni fa: zero.


Nota: la dichiarazione di Bazant accenna all’esistenza di due ulteriori pubblicazioni di discussione tecnica, etichettate D20 e D28, che però al momento non sono presenti nell'archivio pubblico. Undicisettembre ha contattato Bazant chiedendo di renderle disponibili; se ci sarà risposta positiva, questo articolo verrà aggiornato per includere i rispettivi link.

Aggiornamento (2015/12/03): Il professor Bazant ha risposto fornendo a Undicisettembre le due discussioni e dicendo che verranno aggiunte all’archivio pubblico a breve. Per ora sono disponibili su Attivissimo.net qui e qui.

2015/11/30

L’ISIS inneggia all’11/9 e minaccia nuovi attacchi

di Hammer

Nel corso del 2015 l’ISIS ha pubblicato su Internet due video in cui inneggia agli attentati dell’11/9 e minaccia nuovi attacchi sul suolo americano.

Il primo è stato pubblicato nel mese di aprile, si intitola We Will Burn America e al momento in cui scriviamo è disponibile a questo indirizzo, tuttavia ne sconsigliamo la visione perché mostra immagini orribili di decapitazioni di massa e di quelle dei giornalisti americani James Foley e Steven Sotloff oltre alla morte del pilota giordano Moaz al-Kasasbeh, bruciato vivo in una gabbia.

Il filmato, narrato in arabo con sottotitoli in inglese, mostra anche immagini della devastazione dell’11/9 e loda quanto compiuto da al-Qaeda, sostenendo che i gruppi jihadisti siano cresciuti da allora e dispongano oggi di mezzi migliori per portare avanti i propri attacchi. Il video sostiene quindi che l'attacco verso i membri europei della coalizione guidata dagli USA è già iniziato con gli attentati di Parigi contro il giornale Charlie Hebdo, perpetrato dai terroristi francesi Said e Cherif Kouachi, e contro un negozio kosher, compiuto dal terrorista Amedy Coulibaly; inoltre, secondo il video, anche l'America subirà lo stesso trattamento e verrà interamente bruciata, la jihad ha già iniziato a spostarsi verso gli Stati Uniti con la sparatoria al Parlamento Canadese operata da Michael Zehaf-Bibeau.

Il video si conclude con la celebrazione degli attacchi informatici compiuti dal gruppo Cyber Caliphate, legato all'ISIS, ai danni di alcuni media francesi e degli account Twitter di U.S. Central Command, Newsweek e International Business Times.

Contestualmente alla pubblicazione del video l'ISIS ha lanciato l'hashtag #WeWillBurnUSAgain e alcuni estremisti e simpatizzanti dello Stato Islamico lo hanno utilizzato  per pubblicare su Twitter inquietanti fotomontaggi che mostrano obiettivi americani, come la Statua della Libertà, il Campidoglio o la Casa Bianca avvolti dalle fiamme. Esempi di queste immagini sono stati pubblicati dal New York Post, dal sito della ricercatrice Pamela Geller e dal blog di SITE Intelligence Group.

Un secondo video dello stesso tenore è stato pubblicato anche in occasione dell’anniversario dell’11/9. Il filmato, intitolato We Are Back in America, si apre lodando di nuovo le violazioni di sicurezza informatica operate da Cyber Caliphate ed esagerandone i successi: le scritte in sovrimpressione, con grossolani errori di inglese, sostengono che gli hacker abbiano violato le reti di NASA e Casa Bianca, cosa che ovviamente non è successa.

Anche in questo secondo video vengono mostrate le immagini delle Torri Gemelle in fiamme e di Osama bin Laden, di cui viene anche riportata una frase che invita i musulmani di tutto il mondo alla lotta contro americani, ebrei e cristiani; poco dopo l'ISIS minaccia un nuovo attacco sul suolo americano con la frase: “We will repeat September 11 and we will send cars full of explosives and suicide bombers.” (la traduzione in italiano è “Ripeteremo l'11/9 e invieremo auto piene di esplosivi e attentatori suicidi”). Il filmato è disponibile a questo indirizzo ma di nuovo ne sconsigliamo la visione per via delle immagini brutali; il video si distingue anche per il canto di sottofondo in inglese che loda i soldati di Allah con un linguaggio perfettamente comprensibile e non in arabo come nei precedenti.

Nonostante i rapporti tra ISIS e al-Qaeda non siano per nulla buoni, anche lo Stato Islamico loda quanto compiuto nel 2001 dall'organizzazione guidata da Osama bin Laden. Ci chiediamo se i complottisti pensino che l'ISIS sia parte della cospirazione o che i suoi leader siano tanto stupidi da confondere un inside job per un attentato terroristico.

2015/11/09

Il misterioso incidente occorso al SEAL Team 6

di Hammer

Secondo molte fonti complottiste i membri del SEAL Team 6 che compirono la missione che uccise Osama bin Laden sarebbero morti in un misterioso incidente il 6 agosto del 2011, quando un Boeing CH-47 Chinook militare fu abbattuto nella provincia di Vardak da un gruppo di Talebani. Tra i 38 passeggeri vi erano infatti 15 membri del SEAL Team 6.

La prima cosa che va notata riguardo a questa teoria è che è autocontraddittoria: se i militari che uccisero bin Laden sono stati eliminati in quanto testimoni scomodi, allora la missione che uccise il terrorista saudita si è svolta veramente e quindi non capiamo cosa i complottisti vogliano dimostrare con questa teoria.

Se questa spiegazione dettata dal buon senso non dovesse essere sufficiente, basta analizzare qual è la struttura del SEAL Team 6 per capire che banalmente i morti nell'incidente del Chinook sono altre persone rispetto a quelle che uccisero bin Laden. Contrariamente a quanto i complottisti pensano, il SEAL Team 6 non è un gruppuscolo di poche decine di persone e ogni incidente che colpisce questa squadra non coinvolge necessariamente tutti i membri del gruppo stesso.

Come riportato da varie fonti (tra cui due articoli del New York Times, intitolati SEAL Team 6: A Secret History of Quiet Killings and Blurred Lines e Inside SEAL Team 6), il Team 6 è composto da quattro squadroni d'assalto (Red Squadron, Blue Squadron, Silver Squadron e Gold Squadron) a cui si aggiungono il Black Squadron, che ha compiti di intelligence, sorveglianza e spionaggio (da solo conta oltre cento elementi ed è l'unico ad ammettere la presenza di donne) e il Gray Squadron, che ha il compito di guidare i mezzi di trasporto modificati apposta per il Team 6. In ultimo completa la formazione il Green Team, che è quello in cui vengono fatte la selezione e l'addestramento degli uomini che poi finiranno in uno degli squadroni.

I libri No Easy Day, scritto dal Navy SEAL Matt Bissonnette con lo pseudonimo di Mark Owen, e SEAL TEAM 6 di M. Clement Hall e un articolo del Navy Times riportano che ognuno dei quattro squadroni è diviso in tre truppe, guidate da un comandante, che a loro volta sono divise in squadre di circa sei elementi coordinate da un tenente. In totale i quattro squadroni di assalto comprendono circa 300 uomini.


La testimonianza di Matt Bissonnette riporta che gli uomini impiegati nella missione che uccise bin Laden erano 24; Rob O'Neill (al tempo nascosto sotto lo pseudonimo The shooter) e il Navy Times completano l'informazione aggiungendo che lo squadrone a cui appartenevano i militari era il Red Squadron. Questo dettaglio è stato confermato da un altro membro del Team, intervistato da Peter Bergen.

Al contrario, secondo varie fonti giornalistiche come USA Today o il New York Times, i militari morti nell'incidente del Chinook appartenevano al Gold Squadron e lo stesso giorno dell'abbattimento alcune fonti del Pentagono smentirono che tra i SEAL morti ci fosse qualcuno di quelli che avevano partecipato alla missione di Abbottabad; la notizia fu riportata tra gli altri da CBC News e dal Los Angeles Times. Dell'abbattimento del Chinook parla anche il secondo libro di Bissonnette, intitolato No Hero, senza però aggiungere dettagli significativi.

Nonostante bastino una ricerca di dieci minuti e un po' di buon senso a smentire questa ennesima teoria complottista, chi vuole trovare dei misteri laddove non ci sono non impiega neanche pochi minuti per verificare se la propria ipotesi sia fondata o no. Purtroppo è il medesimo copione a cui i complottisti ci hanno abituato da oltre un decennio.

2015/10/19

World Trade Center: an interview with survivor Jim Campbell

by Hammer. An Italian translation is available here.

Today Undicisettembre offers its readers the account of survivor Jim Campbell, who on 9/11 was in New York for a business trip and was on the 64th floor of the South Tower when the first plane hit.

Campbell's account not only provides further insight into the events of that day but also provides important details on how security worked in the World Trade Center, confirming once again that it would have been impossible for any conspirators to place explosives without being noticed.

We wish to thank Jim Campbell for his kindness and willingness to share his story.


Undicisettembre: Can you give us a general account of what you saw and experienced on that day?

Jim Campbell: I flew to New York the night before and stayed across the street from the Twin Towers, I stayed up till one o'clock checking email and doing stuff, set the alarm for 6:15. The next morning I woke up and I went to the mall below the Twin Towers, I had a bagel and cream cheese and watched everybody streaming through, I ended up making my way to the lobby of both towers. When you go through the lobby you had to get your picture taken and they were giving you a card with your picture and the date and what floors you were supposed to be on, with that card you could go to the elevators and go to whatever floor you were designated to. They really had good security at the World Trade Center. I went up to the 64th floor of the South Tower, I talked to the receptionist and she brought me to the conference room where my meeting was meant to begin at 8 o'clock, I think we started a little bit late like 8:05.

I was looking out of the windows and watching New York, it was probably the best view I've even seen: the Brooklyn Bridge to the right, the Empire State Building, Central Park. It was an amazing view! We proceeded with our meeting and we were kind of at the end, wrapping up our decisions at 8:52 or 8:53 when I heard a jet engine very loud, and then a crash and an explosion. We looked at each other and out of the window and the sky was filled with paper. We were looking at the east side of the North Tower and from there it didn't look as bad as from the north side, which I've seen afterward, because there were maybe 14 or 15 broken windows with flames in them. Morgan Stanley had been trained that if anything happened to either tower we had to get out, so Sandy, the woman I was with, began running around the floor telling everybody to get out and go down. So I picked up my stuff and followed her, I actually left my computer there thinking we'd come back like in a fire drill.

So we started going down the stairs, but it was like a fire drill, people were laughing and joking. When we were at the 30th floor our tower got hit, the whole building swayed about 10 feet and it began rocking back and forth and settled back in. It swayed for about seven or eight seconds or so. At the point everybody got pretty freaked out and people started walking faster and it got very quicker to get down. We got down to the mall below the towers and there were policemen and Port Authority officers were pushing us around to get us out, everyone was streaming out as they were pushing us up to the stairs that took us to the lobby level which overlooked the roof of the mall. It looked like a war zone, there were pieces of yellow fiberglass from the airplane, there were shoes, there was a pile of ooze that looked like a person pulled inside-out. They kept us away from the windows and marching to walk out. We ended up at the City Hall which is one block away, we were thousands of people just standing there and looking up while both towers were on fire.

This was the first I heard that the towers had been hit by airplanes because the woman in front of me was on the 44th floor of the north tower and looking out of the window when she saw the plane fly right above her. At that point people began to jump and I made the decision not to watch that, so I walked away around City Hall, which is a big complex, and I walked into a store to get a coke, I put my cup under the coke machine to get ice and when I did that the whole building shook and the South Tower came down. I came out of the store, looked around the street and I could smell the debris and the dust. I continued to walk towards west and that was when the firemen were staging, they had firetrucks up and down the road with a single line of firemen walking towards the Towers: that was an amazing sight.

For some reason I thought I should get back to my hotel but the road was blocked, they wouldn't let you get back there. I stood on West End and spent ten to fifteen minutes in line for a phone booth because cellphones were not working, and that was when the North Tower fell. I watched it fall and I proceeded to walk north. I arrived in midtown Manhattan and as I was walking there were cars with the radio on and doors open with a circle of people listening, they were talking about another plane coming in New York, and a plane in D.C. We didn't know what was true and what was not.

There were cars with the radio on and people listening every quarter or third of mile. I ended up in a bar called Barney Macs which had two payphones, I got a beer and called my wife first to tell her I was fine and I asked her to locate Nate, an employee of mine who was in New York, and inform him of where I was. Then I called my company to tell them also where I was. I spent the rest of the day there, running the company, trying to deal with what was going on, trying to figure out the rest of my day, calling the people I was going to see to tell them I could not see them now.


Undicisettembre: Where did you stay that night?

Jim Campbell: We walked around and found a little hotel that had a room I shared with Nate. We got a room there but they only had vacancy for one night so the next night we walked to Times Square to check in at the Marriott and we spent there the next two nights.


Undicisettembre: How long did you stay in New York before going home?

Jim Campbell: Till Friday morning when they opened the trains so you could get out of the city. There was a couple that I knew in New Jersey, so I took a train to New Jersey and they picked me up and I went to their house. But at that time I realized I had to make progress towards home, I called the airport to see if I could get a car, the only car they had was a small one. But that was okay for me. They drove me to the airport, the woman at the car rental asked me if I wanted an upgrade and I said of course, she ended up giving me a Cadillac, so I could drive across the country with no miles or drop-off charge; I don't think she understood I would be driving to San Francisco. So I got the car and began to go west. I made New Jersey, Pennsylvania and stopped for the first night in Ohio.


Undicisettembre: Going back to 9/11, what are your thoughts about the firefighters and the rescuers who risked their lives to save others?

Jim Campbell: That was one of the most amazing things I've ever seen. I've heard about things like this in the past, my uncle was on the USS Arizona in Pearl Harbor, he survived the initial attack and his commander asked for volunteers to go down to flood the ammo area. My uncle went down and never came back up. So I've heard about heroism like that but I had never seen it, so the firemen were amazing. Some of them were kids probably between 20 and 22 years old, and some of them were veterans.

When I moved to Tucson, one of the first relationships that I made was with the head of the Fire Union, on the anniversary we put twin lights on a mountain here [pictured left] and we did the tenth anniversary there as well. I've kept in touch with them and I've been supporting them here.

Before 9/11 I thought being a firefighter was a pretty simple job with seven days on and seven days off. But watching them marching forward and punching forward while the other building had already fallen was the most amazing thing I've ever seen.


Undicisettembre: Did you suffer from post traumatic stress?

Jim Campbell: I did for about a week. It took me three and half days to get to San Francisco and in those days when I woke up in the morning and took a shower I would cry, I didn't know why I was crying, I was just crying. The emotions were under my skin.

On my way home I stopped at the Notre Dame Cathedral and while walking back to my car I saw a Fire Station striped in black, there were two firemen hopping on a truck and I walked to them. They said “What can we do for you?” and I said “I am coming from New York, I was in the World Trade Center, I watched your brothers walk in into the buildings and it was the most amazing thing I've ever seen. I just wanted to say thank you.” I had tears rolling down my face, I looked at them and they were both crying.

When I came back to San Francisco the tears went on for four or five days, but at night I had very bizarre dreams, like dark dreams. One of the things that helped me get through it was writing down my story. At the time I was running a company of 150 people, so when I got back to the company instead of telling my story to everybody over and over and over again I sent out my written story so whenever I talked to somebody that gave me the opportunity to talk to them about how I was, because I didn't have to tell them the story. That really helped me.


Undicisettembre: How long did it take to get back to normalcy?

Jim Campbell: I picked up my life and moved. I quit my job and moved with my family to another town. So there was no going back, it was moving forward. For one year I did not do anything, I did house remodeling for the new house. I didn't restart working until the summer of 2003. As soon as I began to work I started to get used to going to work and come home afterward. I took me a while to get to where I thought I landed.


Undicisettembre: What do you think about conspiracy theories that claim that 9/11 was an inside job?

Jim Campbell: I have friends and one of my employees that talk about that, it frustrates me. I read almost every book about 9/11, the Commission Report, the New York Times for a year, the Popular Mechanics book and the fact of the matter is if you were there you saw and felt what happened: there were no explosives in the buildings. No small airplane crashed into the Pentagon.

I tend to ignore these people.


Undicisettembre: You said that while entering the WTC they were taking a picture of you. So this means that if there was a conspiracy also the doorman must be part of it because no one can have planted explosives without being detected while entering.

Jim Campbell: Yes, you have to have an ID card. So that guy must also be part of the plot and Port Authority who lost many officers must be part of the conspiracy, because they were responsible for security, which makes no sense at all.


Undicisettembre: Did you ever try to debate these people you know that believe conspiracy theories?

Jim Campbell: I did. But it's hard to debate because they have no facts. You can try to tell them about the temperature of the steel, I'm an engineer so I can try to explain them that the weight above that part of the steel gets to the point where it collapses and what the momentum does after that, but it doesn't matter with them. They are only able to say “Bush or Cheney or the FBI or Wall Street did it.”

It's hard to argue. They believe so much what they say that they are always going to believe what they please. I've had those discussions, but they were frustrating to me, so I try to ignore them.


Undicisettembre: Having witnessed the second collapse, can you confirm there were no explosions during the collapse?

Jim Campbell: Yes. You can actually see the top of the building tilted above where the plane had hit, and then the building started to collapse upon itself. As an engineer it's pretty obvious to me that a part of the floor structure failed and then all of a sudden you have all this weight coming down. It can be very clearly seen.


Undicisettembre: Do you think the country is still living in fear or has it regained its standing in the world?

Jim Campbell: 9/11 brought the nation and the western world together. I think George W. Bush did a good job bringing the nation together. Now I don't agree with what is being done and I don't feel safe, I fear the Middle East might fall apart and ISIS is getting stronger and stronger.

I think the nation is split around that and that can be a huge part of the upcoming elections. We have to make a decision about what kind of nation we want to be.

World Trade Center: intervista con il sopravvissuto Jim Campbell

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Undicisettembre offre oggi ai suoi lettori il racconto del sopravvissuto Jim Campbell, che l'11/9 si trovava a New York per un viaggio di lavoro ed era al sessantaquattresimo piano della Torre Sud al momento del primo schianto.

Il racconto di Campbell non solo fornisce un ulteriore tassello per capire cosa è successo quel giorno ma fornisce anche dettagli importanti su come funzionava la sicurezza al World Trade Center, confermando nuovamente che sarebbe stato impossibile per eventuali cospiratori andare a posizionare esplosivi senza essere notati.

Ringraziamo Jim Campbell per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto generale di cosa hai visto e vissuto quel giorno?

Jim Campbell: Ero arrivato a New York in aereo la sera precedente e alloggiavo sull'altro lato della strada rispetto alle Torri Gemelle. Ero rimasto sveglio fino all'una di notte a controllare le email e fare altro, quindi avevo puntato la sveglia per le 6:15. La mattina seguente mi svegliai e andai al centro commerciale sotto le Torri Gemelle, presi un bagel con del formaggio spalmabile e guardai le persone che passavano, quindi camminai verso il lobby [l'atrio d'ingresso] di entrambe le torri. Quando attraversavi il lobby ti veniva fatta una foto e ti davano una tessera di riconoscimento con la tua foto, la data e i piani ai quali avresti dovuto accedere; con quella tessera potevi andare agli ascensori e andare a qualunque piano ti fosse stato assegnato. La sicurezza al World Trade Center era veramente buona. Salii al sessantaquattresimo piano della Torre Sud, parlai con la receptionist e lei mi portò alla sala dove la mia riunione avrebbe dovuto iniziare alle 8:00. Credo che iniziammo leggermente in ritardo, forse alle 8:05.

Guardai fuori dalla finestra e contemplai New York, probabilmente era la miglior visuale che avessi mai visto: il ponte di Brooklyn a destra, l'Empire State Building, Central Park. Era una vista stupenda! Procedemmo con la nostra riunione ed eravamo quasi alla fine, riassumendo le decisioni che avevamo preso alle 8:52 o 8:53, quando sentii molto forte il motore di un aereo, quindi uno schianto e un'esplosione. Ci guardammo in faccia e poi fuori dalla finestra: il cielo era pieno di carta. Vedevamo il lato est della Torre Nord e da lì non sembrava che la situazione fosse così grave come dal lato nord, che vidi in seguito, perché c'erano forse 14 o 15 finestre rotte con del fuoco all'interno. La Morgan Stanley era preparata, in modo che se fosse successo qualcosa a una delle due torri avremmo dovuto uscire, e quindi Sandy, la donna che era con me, iniziò a correre per tutto il piano urlando a tutti di uscire e andare giù. Quindi presi le mie cose e la seguii; in realtà lasciai lì il mio computer pensando che saremmo tornati, come in un’esercitazione antincendio.

Così iniziammo a scendere le scale, ma era come in un’esercitazione, le persone ridevano e scherzavano. Quando ci trovammo al trentesimo piano la nostra torre fu colpita, tutto il palazzo si spostò di due o tre metri e iniziò a oscillare avanti e indietro e quindi si fermò. Dondolò per circa 7 o 8 secondi. A quel punto tutti erano in preda al panico e la gente iniziò a camminare più velocemente e la discesa accelerò molto. Arrivammo al centro commerciale sotto le torri e lì c'erano poliziotti e ufficiali della Port Authority che ci indicavano la via in modo da farci uscire; tutti stavano uscendo dall'edificio mentre loro ci mandavano verso le scale che ci avrebbero portato al livello del lobby che si affacciava sul tetto del centro commerciale. Sembrava una zona di guerra, c'erano pezzi di vetroresina gialla dell'aereo, c'erano scarpe, c'era una pila di poltiglia che sembrava una persona rivoltata, con le interiora di fuori. Ci tenevano lontani dalle finestre e in continuo movimento per uscire. Arrivammo al municipio, che era a un isolato di distanza, eravamo migliaia di persone semplicemente lì in piedi a guardare in alto mentre entrambe le torri bruciavano.

Fu allora che sentii per la prima volta che le torri erano state colpite da aerei, perché la donna davanti a me era al quarantaquattresimo piano della Torre Nord e stava guardando fuori dalla finestra quando vide l'aereo che le volava proprio sopra. A quel punto qualcuno cominciò a gettarsi dall'edificio e io decisi di non guardare, quindi camminai intorno al municipio, che è un grosso complesso, ed entrai in un negozio per prendere una Coca Cola. Misi il mio bicchiere sotto l'erogatore per prendere del ghiaccio e quando lo feci l'intero palazzo tremò e la Torre Sud crollò. Uscii dal negozio, mi guardai intorno nella via e sentii l'odore della polvere e delle macerie. Continuai a camminare verso ovest ed era lì che i pompieri si raggruppavano, avevano camion lungo tutta la strada e c'era una colonna di pompieri che camminavano verso le Torri: fu una cosa incredibile da vedere.

Per qualche ragione pensai che avrei dovuto tornare al mio hotel, ma la strada era bloccata e non facevano avvicinare. Rimasi al West End e passai 10 o 15 minuti in coda a una cabina telefonica perché i cellulari non funzionano, e fu allora che la Torre Nord crollò. La vidi crollare e continuai a camminare verso nord. Arrivai a Midtown e mentre camminavo c'erano le auto parcheggiate con le radio accese e le portiere aperte e una cerchia di persone che ascoltavano, si parlava di un altro aereo che stava arrivando a New York e di un aereo su Washington. Non sapevamo cosa fosse vero e cosa no.

C'erano automobili con la radio accesa e persone che ascoltavano ogni quattro o cinquecento metri. Arrivai in un bar chiamato Barney Macs che aveva due telefoni a pagamento, presi una birra e chiamai anzitutto mia moglie per dirle che stavo bene e le chiesi di individuare dove fosse Nate, un mio dipendente che si trovava a New York, e di dirgli dove mi trovavo. Quindi chiamai la mia azienda per dire anche a loro dov'ero. Trascorsi il resto della giornata lì, a dirigere l'azienda, cercando di gestire ciò che stava succedendo, cercando di capire cosa avrei dovuto fare per il resto della giornata, chiamando le persone che avrei dovuto vedere per dir loro che in quel momento non avrei potuto.


Undicisettembre: Dove rimanesti quella notte?

Jim Campbell: Camminammo in giro e trovammo un piccolo hotel che aveva una stanza che condivisi con Nate. Prendemmo una stanza lì, ma avevano posto solo per una notte e quindi la sera seguente camminammo fino a Times Square e passammo le due notti successive al Marriott.


Undicisettembre: Quanto sei rimasto a New York prima di tornare a casa?

Jim Campbell: Fino a venerdì mattina, quando ripartirono i treni e fu possibile uscire dalla città. C'era una coppia che conoscevo nel New Jersey, quindi presi un treno fino al New Jersey e mi vennero a prendere e mi portarono a casa loro. A quel punto capii che avrei dovuto muovermi verso casa, chiamai l'aeroporto per sapere se potevo prendere un'auto, ne avevano solo una piccola. Ma mi andava bene. Mi portarono in aeroporto, la donna all'autonoleggio mi chiese se ne volessi una più grande e dissi ovviamente di sì; mi diede una Cadillac, così potei attraversare tutta la nazione senza costi aggiuntivi per il chilometraggio o per la restituzione in un luogo diverso; non credo che avesse capito che avrei guidato fino a San Francisco. Quindi presi l'auto e cominciai ad andare verso ovest. Attraversai il New Jersey, la Pennsylvania e mi fermai per la prima notte nell’Ohio.


Undicisettembre: Tornando all’11/9, cosa pensi dei pompieri e dei soccorritori che hanno rischiato le proprie vite per salvare gli altri?

Jim Campbell: Fu una delle cose più incredibili che io abbia mai visto. Ho sentito cose del genere in passato, mio zio era sulla USS Arizona a Pearl Harbor, sopravvisse all'attacco iniziale e il suo comandante chiese a tutti i volontari di scendere ad allagare la zona dove c'erano le munizioni. Mio zio scese e non tornò mai più. Quindi avevo sentito parlare di eroismo come questo, ma non lo avevo mai visto, quindi per me i pompieri furono incredibili. Alcuni di loro erano molto giovani, probabilmente tra 20 e 22 anni, e altri erano veterani.

Quando mi trasferii a Tucson, uno dei primi contatti che stabilìi fu con il comandante dei pompieri; per l'anniversario ponemmo due luci gemelle su una montagna [foto a sinistra N.d.R.] e celebrammo lì anche il decimo anniversario. Sono rimasto in contatto con loro e li aiuto tuttora.

Prima dell'11/9 pensavo che fare il pompiere fosse un lavoro piuttosto semplice, con 7 giorni di lavoro e 7 giorni a casa. Ma guardarli avanzare e continuare mentre l'altro palazzo era già caduto fu la cosa più straordinaria che avessi mai visto.


Undicisettembre: Hai sofferto di stress post traumatico?

Jim Campbell: Sì, per circa una settimana. Mi ci vollero tre giorni e mezzo per arrivare a San Francisco e in quei giorni quando mi svegliavo la mattina e mi facevo la doccia mi mettevo a piangere, non sapevo perché piangessi, piangevo e basta. Le emozioni erano molto vive.

Sulla via di casa mi fermai alla cattedrale di Notre Dame e mentre camminavo per tornare alla mia auto vidi una stazione dei pompieri con degli striscioni neri; c'erano due pompieri che stavano salendo su un camion e mi avvicinai a loro. Mi dissero: “Possiamo fare qualcosa per te?” e io risposi “Arrivo da New York, ero nel World Trade Center, ho visto i vostri fratelli entrare nei palazzi ed è stata la cosa più incredibile che abbia mai visto. Volevo solo ringraziarvi.” Avevo le lacrime agli occhi, lì guardai e anche loro stavano piangendo.

Quando arrivai a San Francisco piansi ancora per quattro o cinque giorni, ma la notte facevo sogni strani e cupi. Una delle cose chi mi aiutò a superare questo momento fu scrivere la mia storia. A quel tempo dirigevo un'azienda di 150 persone, per cui quando tornai in azienda invece di raccontare la mia storia a tutti più e più volte inviai la mia storia scritta; così quando parlavo con qualcuno avevo l’opportunità di parlare di come stavo, perché non dovevo raccontare la storia. Questo mi aiutò molto.


Undicisettembre: Quanto tempo ti ci è voluto per tornare alla normalità?

Jim Campbell: Presi la mia vita e mi mossi in avanti. Lasciai il mio lavoro e mi trasferii con la mia famiglia in un'altra città. Indietro non si tornava, fu un andare avanti. Per un anno non feci nulla, mi occupai del rinnovamento della casa nuova. Non ricominciai a lavorare fino all'estate del 2003. Appena ricominciai a lavorare iniziai ad abituarmi al lavoro e a venire a casa alla sera. Mi ci volle un po' per arrivare al punto di pensare di essermi stabilito.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie di complotto secondo cui l’11/9 fu un autoattentato?

Jim Campbell: Ho degli amici e un dipendente che ne parlano, lo trovo frustrante. Ho letto ogni libro sull'11/9, il Commission Report, il New York Times per un anno, il libro di Popular Mechanics e il dato di fatto è che se eri lì hai visto e sentito ciò che è successo: non c'erano esplosivi nei palazzi. Non fu un piccolo aereo che si schiantò contro il Pentagono.

Tendo a ignorare queste persone.


Undicisettembre: Prima hai detto che quando entravi al World Trade Center ti facevano una foto. Questo significa che se c’è stato un complotto, allora anche il personale all'ingresso ne deve far parte, perché nessuno può essere entrato a piazzare gli esplosivi senza essere visto.

Jim Campbell: Sì, dovevi avere una tessera di riconoscimento. Quindi anche quell'uomo avrebbe dovuto far parte del complotto e anche la Port Authority, che ha perso molti uomini, deve pure esserne parte, perché erano i responsabili della sicurezza, il che non ha alcun senso.


Undicisettembre: Hai mai provato a discutere con queste persone che conosci che credono alle teorie del complotto?

Jim Campbell: Sì. Ma è difficile discuterci perché non presentano fatti. Puoi provare a spiegare loro della temperatura dell’acciaio: io sono un ingegnere, quindi posso provare a spiegare loro che il peso sopra a quella parte di acciaio arriva al punto in cui crolla e ciò che l'inerzia fa da lì in avanti, ma con loro non ha alcuna importanza. Sono solo capaci di dire “Sono stati Bush o Cheney o l’FBI o Wall Street.”

È difficile discuterci. Credono così tanto in ciò che dicono che crederanno sempre a ciò che gli fa comodo. Ho avuto queste discussioni, ma le ho trovate frustranti, quindi tendo a ignorarli.


Undicisettembre: Avendo visto con i tuoi occhi il secondo crollo, puoi confermare che non ci furono esplosioni durante il crollo?

Jim Campbell: Sì. In realtà si vede bene che la sommità del palazzo si è inclinata sopra a dove l'aereo aveva colpito, e quindi il palazzo ha iniziato a crollare su se stesso. Da ingegnere, per me è piuttosto ovvio che una parte della struttura dei solai ha ceduto e quindi improvvisamente c’è tutto questo peso che scende. Si vede molto bene.


Undicisettembre: Credi che la nazione viva ancora nella paura o ha secondo te recuperato la sua posizione mondiale?

Jim Campbell: L'11/9 ha unito la nazione e il mondo occidentale. Credo che George Bush abbia fatto un buon lavoro nell’unire la nazione. Ora non concordo con ciò che viene fatto e non mi sento al sicuro, temo che il Medioriente possa esplodere e che l’ISIS stia diventando sempre più forte.

Credo che la nazione sia divisa su questo punto e può essere una grossa parte delle prossime elezioni. Dobbiamo decidere che tipo di nazione vogliamo essere.