2015/09/10

World Trade Center: intervista con il poliziotto Daniel Rodriguez

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

In occasione dell'anniversario degli attentati dell'11/9 Undicisettembre offre ai propri lettori il racconto personale del poliziotto Daniel Rodriguez che nel 2001 era già noto da tempo come il "poliziotto cantante" perché accostava la professione di poliziotto a quella di musicista di successo.

Il racconto di Rodriguez è molto toccante proprio perché ha messo entrambe le sue professionalità nel servire la nazione e nel dare il proprio contributo alla reazione agli attacchi.

Ringraziamo Daniel Rodriguez per la sua cortesia e per il suo aiuto.


Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto generale di cosa hai visto e vissuto quella mattina?

Daniel Rodriguez: Era una mattina limpida e in cielo non c'era una nuvola. Abitavo a Staten Island e lavoravo per il Patrol Borough Manhattan South che copre la zona sud di Manhattan. Il mio turno iniziava poco dopo quello dei miei colleghi e mentre stavo attraversando il Ponte di Verrazzano per andare al lavoro notai che c'era molto traffico, il che non era normale a quell'ora del mattino. Quando arrivai a metà del ponte tutto si bloccò, stavo pensando alla mia giornata e a quello che avrei fatto al lavoro e ricordo di aver visto della cenere che fluttuava nell'aria e pensai: “Da dove viene quella cenere in mezzo al fiume Hudson?”

Guardai a sinistra per vedere da dove veniva la cenere e vidi la prima Torre che bruciava; era molto vicino a dove lavoravo e sapevo che i miei colleghi erano già lì. Stavo cercando di muovermi nel traffico ma era molto intenso e proprio in quel momento un convoglio di mezzi di emergenza, molte auto della polizia, un furgone della polizia e un paio di auto senza contrassegni stavano attraversando il ponte. Feci un cenno a una delle auto, mostrai il mio distintivo e mi lasciarono un po' di spazio per entrare nel convoglio. Stavo superando il traffico e la polizia aveva isolato la corsia preferenziale per i veicoli pluripasseggeri (HOV, High Occupancy Vehicle), riservandola ai veicoli d'emergenza, che portava a Manhattan attraverso il Battery Tunnel. La mia intenzione era di uscire dal Battery Tunnel e girare a destra per andare al World Trade Center e cercare la mia squadra. Ricordo di aver visto la luce del Battery Tunnel mentre uscivo, avevo messo la freccia a destra e appena prima di svoltare qualcosa mi disse di far sapere a qualcuno dove stavo andando; faceva parte dell'addestramento della polizia, la prima cosa che dici alla radio è la tua posizione. Quindi proprio all'ultimo momento, invece di girare a destra, andai verso il One Police Plaza. Quella svolta a sinistra mi salvò la vita, perché se avessi svoltato a destra sarei stato dentro una delle Torri quando crollarono anziché essere fuori.

Quindi andai al One Police Plaza, chiesi a un ispettore dove avrei dovuto andare e mi mandarono al municipio perché là c'era un'unità di comando mobile. Il mio ispettore, la persona per cui lavoravo abitualmente, arrivò là; gli dissi: “Sapevi che sarei venuto qui?” e lui mi disse: “No, semplicemente anch'io sono venuto qui.”

Entrambe le torri stavano bruciando e sapevamo a questo punto che erano stati due aerei a colpirle; non lo sapevo mentre attraversavo il Ponte di Verrazzano. Al One Police Plaza una delle guardie di sicurezza mi disse: “Dan, è stato un aereo. È passato proprio sopra la mia testa.” Stava parlando del secondo aereo.

E così noi eravamo al municipio e decidemmo di andare verso le Torri. Quando eravamo a circa un isolato di distanza la prima torre ci crollò attorno. Non si può descrivere, fu orribile. Mi sembrava di essere in un sogno, pensavo che quelli fossero i miei ultimi istanti. Pensai “È la fine”, quindi mi riconciliai con Dio e pensai alla mia famiglia.

Vidi tutto l'orrore di quel giorno e la grande nuvola di cenere grigia che copriva la città. Tornammo al centro di comando mobile, chiudemmo tutte le bocche di ventilazione e portammo dentro tutte le persone che c'erano intorno, attendendo la fine. In quei momenti tutti pregavano e basta. Quando fu chiaro che non era la fine, uscimmo e tornammo a lavorare; iniziammo a mandare le persone via dall'isola di Manhattan attraverso il Ponte di Brooklyn.

C'era cenere ovunque, non avevo mai visto nulla del genere prima di allora. C'era gente gravemente ferita e che si nascondeva sotto le auto per cercare di sfuggire alla cenere. Un attimo dopo iniziammo a sentire le chiamate via radio, che erano la cosa più spaventosa che si potesse sentire: ufficiali di polizia intrappolati, ufficiali di polizia che erano rimasti sotto le macerie e che chiedevano aiuto. Era davvero difficile da ascoltare.

A quel punto dissi al mio ispettore: “La seconda Torre sta per crollare” e ricordo di aver visto l'antenna che iniziava a oscillare e la seconda torre crollò; rivivemmo lo stesso orrore di nuovo. Questa volta eravamo un po' più preparati, ci mettemmo in salvo più velocemente e ci assicurammo di poter mettere in salvo più persone possibile.

Sono un cantante da tutta la vita, faccio il cantante professionista da quando ho 12 anni, ho fatto il mio debutto a 17 anni, ho cantato in teatro a 20 anni, sono stato un attore e un regista. Mi sono sempre considerato anzitutto un musicista, quindi quando diventai poliziotto fu perché era una buona opportunità con un buono stipendio e una buona pensione. Quindi quando crollò la seconda torre pensai di nuovo che ci sarebbe crollata addoddosopra di noi, mi volsi per un istante per correre e il mio ispettore era dall'altra parte della recinzione al municipio. Il mio pensiero fu “Se questo deve essere il mio ultimo istante, voglio che mia moglie e la mia famiglia sappiano che ero al mio posto, dove dovevo essere.” Volevo essere trovato accanto al mio ispettore. In quel momento ero un cantante da una vita ma anche un poliziotto di New York e quel giuramento di proteggere e servire che avevo fatto prese un significato del tutto nuovo.

Passammo il resto del giorno a cercare di mandare le persone via dall'isola e a cercare di capire cosa avremmo dovuto fare. Fu molto bello sapere che il Sindaco Giuliani stava ancora mantenendo il controllo della situazione e dando ordini; fu la cosa più importante in mezzo al caos.

Eravamo su Greenwich Street quando il WTC7 si squarciò e crollò, nel pomeriggio. Vidi crollare tre edifici. Sono cose che ti fanno capire quando i soldati soffrono di stress post traumatico.


Undicisettembre: Quanto sei rimasto lì dopo l'11/9?

Daniel Rodriguez: Sono rimasto lì un paio di mesi. Andammo a una delle prime riunioni per allestire un centro di comando dove iniziarono a parlare di cosa fare dopo.

Il giorno dopo il mondo era silenzioso. Tutti erano sotto shock e la città era completamente calma e silenziosa, non si sentiva nessuno suonare il clacson o alzare la voce, tutti camminavano intontiti. Il resto del mondo stava guardando i primi soccorritori che iniziavano quello che pensavano sarebbe stato un lavoro di salvataggio.

Il giorno successivo andai al Jacob Javits Center, perché le autorità chiesero alle persone che avevano esperienza di taglio o saldatura di presentarsi lì perché potessero essere mandate a Ground Zero per provare a iniziare il lavoro di salvataggio, e ricordo che ero lì e arrivavano tutte queste persone che si mettevano in fila per salire sugli autobus e inviavamo autobus pieni di persone.

A uno dei moli avevano allestito un centro di smistamento, con infermieri e medici che aspettavano i sopravvissuti, ma non ne arrivò nessuno. Fu una delle cose più spaventose, non c'erano sopravvissuti.


Undicisettembre: L'11/9 avesti modo di parlare con qualcuno che era uscito dalle torri?

Daniel Rodriguez: No. Quel giorno ero all'incrocio tra Vesey Street e West Street, dove era stato allestito il centro di comando mobile e un obitorio temporaneo dove portavano ogni resto che arrivava dalle Torri. Fu anche il luogo dove il Presidente Bush fece il proprio discorso.

Ero un cantante e sapevo che sarebbe arrivata per me la chiamata a fare di più; arrivò molto presto, quando il Sindaco mi chiamò per cantare e pregare per l'America. Era la prima volta che cantavo dopo l'11/9 e fu allora che mi sentii che stavo guarendo e che stavo donando una vera parte della persona che sono.


Undicisettembre: È molto interessante. Ti va di dirci di più? Questa esperienza ti ha dato una nuova visione dell'essere un cantante?

Daniel Rodriguez: Assolutamente! È tutta la vita che voglio essere un cantante. Da giovane sognavo di andare a Broadway ed essere un artista. Tutte le cose che tutti gli artisti sognano e che non c'entrano nulla con la spiritualità: soltanto essere importanti, essere famosi ed essere ricchi. Il mio sogno si fermò quando misi su famiglia e il mio mentore, che mi seguiva da quando avevo 12 anni, mi lasciò perché non pensava che avrei potuto raggiungere l'obiettivo che mi ero prefissato ora che stavo per diventare padre. Questa era la mia visione di allora, quando avevo 19 anni, ma da allora ho scoperto che allo stesso tempo stava affrontando delle gravi difficoltà nella sua vita e semplicemente non poteva continuare.

Quindi per un po' abbandonai il mio sogno, ma la musica era ancora una parte importante di me. In seguito ricominciai a cantare, ma aveva un significato più importante per me perché stavo attraversando un periodo difficile e mi legai maggiormente al lato spirituale della mia persona; chiesi a Dio di aiutarmi a tornare ad essere la persona che ero un tempo.

Da quel giorno in poi usai la mia musica come mezzo per la guarigione spirituale, ma non avevo ancora capito quale sarebbe stata la mia vera chiamata. Andavo nei club e facevo i weekend con il mio gruppo. Quando ci fu l'11/9 io ero già noto come il “poliziotto cantante” in città. Quindi quando mi chiesero di fare il “Prayer for America” e cantare in quell'occasione la mia vita cambiò. Capii che per tutta la vita mi stavo preparando con questo dono che Dio mi aveva dato per il momento in cui sarebbe stato più necessario. Iniziai una nuova vita, una vita dedicata a servire con la musica e a rappresentare, tramite la musica e facendo il “poliziotto cantante”, i miei amici che erano morti l'11/9.

Lo feci per dieci anni. Fu in occasione del decimo anniversario delll'11/9 che capii che avrei potuto fare entrambe le cose. Avrei potuto anche andare a Broadway, registrare un disco e non dovermi scusare. Questa fu la completa unione dell'uomo che ero e di quello che ero diventato dopo l'11/9. Ora mi sento molto completo.


Undicisettembre: L'11/9 ti ha dato anche una nuova visione dell'essere un poliziotto?

Daniel Rodriguez: Quel periodo è finito, mi sono congedato nel 2004, ma se sei stato un poliziotto lo resti per tutta la vita. La personalità e la formazione necessari per fare il poliziotto non mi hanno mai realmente lasciato. Qualche giorno fa una moto è caduta davanti a me ed è stata quasi investita da un autobus. Chiamai la polizia, chiamai l'EMS e iniziai a dirigere il traffico. Avevo già la situazione sotto controllo prima che la polizia arrivasse.

Quando entri in quel mondo diventa una parte di te.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo cui l'11/9 è stato un autoattentato?

Daniel Rodriguez: Non ci furono esplosioni durante i crolli e so che la figliastra di un mio amico era sul secondo aereo con la propria famiglia, che quell'aereo entrò nella Torre e che sono morti. Questa è la verità. So che ci sono persone che dicono che non erano aerei di linea quelli che colpirono le torri, ma c'erano persone su quegli aerei e non ci sono più, non erano aerei finti.

Inoltre ho incontrato il Presidente Bush varie volte e non vedo come sarebbe stato capace di fare una cosa del genere.


Undicisettembre: Hai visto il crollo del WTC7? Cosa ne pensi? Hai notato qualcosa di sospetto?

Daniel Rodriguez: Ero proprio davanti. Stava bruciando gravemente, era in fiamme e ricordo che quando crollò lo stavo guardando. I vetri s'infransero dal suolo verso l'alto, l'edificio cedette sul lato sinistro e crollò da sinistra verso destra. Da quello che vidi, posso dirti che cadde perché il calore ne compromise la stabilità e venne giù.

Non ci furono esplosioni come nelle demolizioni controllate.


Undicisettembre: L'11/9 come condiziona la tua vita quotidiana?

Daniel Rodriguez: Rivivo l'11/9 ogni giorno per via di quello che sono e perché faccio concerti, eventi e commemorazioni. Faccio costantemente anche interviste come questa. La mia vita è più concentrata su dove andrò dopo che sarò morto, non sono preoccupato di quando morirò. Ma sono stato molto fortunato perché sono stato uno dei primi ad avere una maschera. Persi molti amici, ho perso più amici dopo l'11/9 per via delle malattie di quanti ne persi quel giorno, ma io sono ancora in buona salute.

Sono stato risparmiato per una ragione.


Undicisettembre: Credi che la nazione viva ancora nella paura o pensi che abbia recuperato la propria posizione mondiale?

Daniel Rodriguez: Credo che il mondo viva nella paura. Credo che come nazione siamo preoccupati per tutte le cose che sentiamo, come l'ISIS o tutto ciò che sta accadendo. Abbiamo vissuto l'11/9 e l'attentato di Boston; credo che siamo arrivati ad accettare che qualcosa succederà. Siamo un bersaglio e siamo preparati all'idea che qualcosa possa succedere.

Ma se vai nei parchi li trovi pieni, i concerti sono pieni, non siamo chiusi in casa intimoriti. Il Yankees Stadium era tutto esaurito alla prima partita dopo l'11/9, sostanzialmente diceva “Alla faccia vostra, noi non ci nasconderemo”. Siamo una nazione e una città che si piega ma non si spezza; anzi, il mondo intero è così. Siamo più consapevoli che tutti siamo connessi con tutti gli altri e quindi stiamo cominciando ad essere più tolleranti e aperti.

2 commenti:

Gabriele Pellegrini ha detto...

Ancora un'altra testimonianza molto forte emotivamente.... Ringrazio e rinnovo la stima per il team di "undicisettembre" che ci regala da anni pezzi di memoria che ricostruiscono i fatti di quel giorno.

Hammer ha detto...

Grazie per l'apprezzamento, Gabriele.