2013/07/11

Pentagono: intervista con il sopravvissuto Dan Holdridge

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Undicisettembre ha recentemente raccolto la testimonianza di un sopravvissuto del Pentagono, Dan Holdridge (citato con il suo permesso), che lavorava nel palazzo come appaltatore.

Holdridge è anche l'autore di un interessantissimo e toccante libro in cui racconta in dettaglio la propria esperienza. Il volume si intitola Surviving September 11th e ne raccomandiamo caldamente la lettura a chiunque voglia approfondire la propria conoscenza sugli eventi di quel giorno.

Ringraziamo Dan Holdridge per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Cosa ricordi in generale di quella mattina? Puoi farci un breve racconto della tua esperienza?

Dan Holdridge: L'11 settembre 2001 era una giornata bellissima, ero al lavoro ed era un giornata normale. Ricevetti una telefonata che finì per ritardarmi e in seguito scoprii che quel ritardo mi avrebbe salvato la vita; di solito facevamo quella telefonata di audioconferenza ogni mercoledì, ma per qualche ragione quella settimana la facemmo di martedì. Quando riattaccai il telefono, la donna con cui stavo parlando mi richiamò e mi disse: “Dan, hai sentito cosa è successo a New York?” Risposi: “No” e lei mi disse: “C'è un aereo che si è schiantato contro il Trade Center a New York.” Io sono cresciuto nello stato adiacente a New York, il Connecticut. Pensai: “O mio Dio, che terribile incidente!” Iniziammo a parlare di New York e poi lei mi disse: “Dan, aspetta un minuto, un secondo aereo è appena finito dentro l'altra Torre!” Chiesi: “Un aereo piccolo o uno grande?”; disse: “Mi sembra uno grande.”

A quel tempo lavoravo dentro al Pentagono come appaltatore. Dissi: “Chiudiamo questa conversazione” e feci quello che probabilmente fecero tutti: chiamai casa, parlai con mio padre e dissi: “Papà, sembra che la nostra nazione sia in guerra.” Mi disse: “Cosa??” Risposi: “Sì, due aerei si sono schiantati contro le Twin Towers a New York. Ma non preoccuparti, io sono al Pentagono.” Quindi chiamai il mio collega Bobby Shelby e con lui scesi al Naval Command Center, che era al primo piano. Avevamo trascorso lì le due settimane precedenti per installare la rete informatica, perché era parte del nostro lavoro. Volevamo andare là per capire cosa stava succedendo nel mondo perché là avevano schermi immensi. Bobby andò avanti e disse: “Danny, ti spiace se mi fermo a fumare una sigaretta?” Gli dissi: “Okay, fai pure.” Avevo con me una cartelletta portablocco, di solito non la porto con me, aprii il browser sul cellulare e cominciai a leggere cosa stava succedendo a New York, non potevo crederci. Dopo aver letto per alcuni minuti a Bobby cosa stava succedendo dissi: “Quale sarà il prossimo? Il Pentagono?”

E poi: 3, 2, 1, BOOM!

Ci fu un'esplosione che prese me e Bobby e ci lanciò lontano. Il palazzo tremò come se dovesse crollarci addosso. Pensai che sarei morto. Mi guardai attorno, riuscii a vedere Bobby e capii che era gravemente ferito; io no, perché avevo usato la cartelletta per proteggermi la testa. Comunque fummo entrambi in grado di rialzarci e corremmo fino a un pilastro vicino, immaginammo che avrebbe retto visto che tutto il resto del palazzo attorno a noi stava venendo giù. Quando guardai verso l'esterno del Pentagono vidi una grossa palla di fuoco venire verso di noi. Corremmo verso il centro del cortile e la gente cominciava ad urlare: “Sei stato colpito. Sei stato colpito.” Non capivo cosa volesse dire, guardai in basso ed ero ricoperto di sangue e sapevo che anche Bob si era fatto molto male.

Così ci sedemmo e mi resi conto che il mio cellulare mi era caduto dalle mani; iniziai a cercare di afferrare i cellulari appesi alla cintola delle altre persone, perché volevo informare la mia famiglia che ero vivo. La gente diceva: “Prendi pure il mio telefono, ma non funziona.” Non riuscivo a chiamare. Alcuni istanti dopo il personale di sicurezza del Pentagono venne per far evacuare le persone, fummo portati a un'area dove venivano assegnate le priorità mettendo dei nastri al polso delle persone. Un nastro verde significava che stavi bene e che non eri in pericolo di vita; fu il colore che ricevetti io. Nastro giallo significava che necessitavi di cure rapidamente ma te la saresti cavata, e fu il colore che ricevette Bobby. Nastro rosso significava che necessitavi di cure immediate altrimenti saresti morto. L'ultimo era il nastro nero che veniva applicato a chi era morto.

Mentre eravamo in quest'area sentivo odore di carne bruciata, sentivo i lamenti. Eravamo parte del più orribile evento della mia vita e della storia della mia nazione. Vedevo l'esterno del Pentagono, vedevo dove l'aereo aveva colpito. C'era il buco da cui l'aereo era entrato e pregavo che la gente potesse uscirne viva. Colpirono il lato sbagliato del Pentagono, era il lato che era stato ristrutturato da poco, i muri erano nuovi e più spessi.

Iniziai a pregare che la giornata rallentasse mentre i paramedici continuavano a correre da noi e dicevano: “Andatavene via di qua perché sta arrivando un secondo aereo.” Guardai in cielo, vidi gli aerei caccia e capii che eravamo al sicuro. Il medico che ci stava bendando tornò ad aiutare altri e tutto ciò che sentivo era la gente che urlava: “Dove posso donare il sangue? Dove posso donare il sangue?”

Questo è lo spirito dell'America. Non importa quanto sia grave la tragedia, c'è sempre l'opportunità che succedano cose buone.

Quando il medico se ne andò, io e Bobby eravamo seduti al lato della strada e arrivò una donna con un grosso SUV. Abbassò il finestrino; si chiamava Erin Anderson, e disse a me e Bobby di salire in macchina perché ci avrebbe portati all'ospedale. Pensammo che fosse un miracolo, perché nessuna macchina era autorizzata a muoversi attorno al Pentagono in quel momento e lei ci caricò e ci portò all'ospedale.

All'ospedale avevo il letto accanto a quello di una donna che vide l'aereo arrivare sotto di lei, al piano sotto di lei. Avevano fatto davvero un buon lavoro nel ristrutturare quella parte nuova dell'edificio.

Bobby finì per essere trasferito in un altro ospedale, perché le ferite che aveva in testa necessitavano di un trattamento speciale. Fisicamente ora sta bene, e sto bene anch'io, ma emotivamente e mentalmente, anche se sono passati dodici anni, ti sto raccontando questa storia come se fosse ieri.


Undicisettembre: Questa persona che hai menzionato, questa Erin Anderson, è straordinaria. Immagino che tu abbia avuto la possibilità di chiederle: “Perché hai deciso di fare questo? Perché hai deciso di metterti in pericolo per aiutare degli altri?”

Dan Holdridge: Quando salii in macchina le dissi soltanto: “Grazie molte di averci caricato.” e lei si volse e mi guardò dritto negli occhi e disse: “Non so perché sono qui, sono qui per portarvi all'ospedale.” le dissi: “Mi va bene. Andiamo via di qui.” Fu come un angelo custode per me.

Da allora sono in contatto con lei, è una donna molto speciale e non potrei esserle maggiormente grato per ciò che ha fatto. Era seduta in casa e sentì di dover aiutare qualcuno e io dico sempre al pubblico delle mie conferenze che tutti abbiamo una Erin Anderson dentro di noi. Tutti abbiamo la capacità, quando succede qualcosa, di alzarci e di trovare l'eroe dentro di noi e offrire il nostro aiuto: e questo fu ciò che lei fece! Spero che gli spettatori delle mie conferenze facciano atrettanto: abbiamo talenti dati da Dio che possiamo usare ogni giorno. Non serve un altro 11/9 per trovare l'eroe dentro di noi, dobbiamo soltanto uscire a cercare chi ha bisogno di noi.


Undicisettembre: Cosa successe nei giorni seguenti? Come fu il tuo recupero?

Dan Holdridge: Fui portato a casa di un collega dove provai a riposare, ma non dormivo. Non ci riuscii per mesi. Facevo brevi sonni leggeri e mi svegliavo pensando che stesse arrivando il secondo aereo. Quando ti diagnosticano lo stress post traumatico, ti prendi una sana dose di realismo che vive con te costantemente. Ti rende ancora più grato per le persone che prestano servizio all'estero, in nazioni come l'Iraq o l'Afghanistan, perché lo stress post traumatico che ricevi da un trauma di questa grandezza vive con te per sempre. Ma i giorni successivi furono molto duri, persi la sensibilità dal mio lato sinistro per via dell'esplosione. Cercavo di capire come avrei vissuto, speravo che mi tornasse la sensibilità e andai in un ospedale vicino alla casa dei miei genitori.

Quando entrai nell'ospedale dicendo che ero un sopravvissuto dell'11/9 pensavano che io venissi da New York, perché è più vicino alla casa dei miei genitori. Quindi dicevo: “No, vengo dal DC.” e questo li affascinava e così raccontavo la mia storia ai medici. A quel punto sapevo che ci sarebbe stato un grosso cambiamento nella mia vita, perché la gente mi conosceva solo come Dan, non mi conoscevano come un sopravvissuto. Anche io dovetti capire cosa volesse dire.


Undicisettembre: Cosa pensi dei pompieri, dei poliziotti e dei paramedici che hanno rischiato le loro vite per salvare gli altri?

Dan Holdridge: Credo che siano tutti degli eroi. Ho usato un acronimo nel mio libro che probabilmente ricordi. È “Help Everyone Regardless of Outcome”: H.E.R.O. [“Aiuta tutti senza pensare alle conseguenze” NdT] Credo che sia fondamentale che il pubblico li ringrazi regolarmente, e che mostri gratitudine per ciò che fanno. Certo, sono pagati per il loro lavoro, ma mettono le proprie vite a repentaglio in modo che noi possiamo vivere al sicuro nella libertà di cui godiamo. Hanno reso fiera la nostra nazione. Rappresentano davvero ciò che l'America ha di grande.


Undicisettembre: L'11/9 come ha condizionato la tua vita quotidiana?

Dan Holdridge: Condiziona la mia vita ogni giorno. Mi ci sveglio e ci vado a dormire. Non va così male come in passato. Nel mio approccio alla vita, al lavoro e alla mia famiglia c'è un po' di 11/9 perché si basa sull'apprezzamento. Apprezzo ogni dono, ogni momento, ogni minuto. Non lo avrei mai fatto prima dell'11/9, ma adesso so quanto velocemente la vita ti può essere tolta. Per questo vado in giro a tenere conferenze, ne parlo perché la gente deve capire che tutto ciò che la vita ha da offrire deve essere basato sull'apprezzamento. Nulla è dovuto nella vita, assolutamente nulla. Quando la gente crede che qualcosa le sia dovuto, allora la negatività si insinua e succedono cose brutte. Apprezzare le cose fa sparire tutte le paure della vita, fa sparire ciò che ti causa dolore e ti focalizza su ciò che davvero è più importante.

Racconto al pubblico che per novanta minuti la mia famiglia non sapeva se fossi vivo. Se per novanta minuti stai guardando un bel film, volano come niente; ma se per novanta minuti aspetti di sapere se un tuo familiare è vivo, puoi sentire il ticchettio dell'orologio. La gente vive queste cose ogni giorno negli ospedali e molte volte è troppo tardi per dire alle persone cosa provi per loro, è troppo tardi per dire loro cosa significano nella tua vita. Quindi io spingo chiunque a ritagliarsi novanta minuti per dire alle persone cosa provi: di' loro quanto le ami, di' loro cosa significano per te.

Noi puoi mai essere sicuro che ci sia un domani. Tutti dovremmo vivere le nostre vite nell'apprezzamento di ciò che abbiamo: i doni del tempo e del momento. È in questo senso che la mia vita è veramente cambiata dopo l'11/9. Non puoi mai sapere cosa ti porterà il domani. Quando vai a un funerale è troppo tardi per riconoscere quanto una persona sia grande. Questo è ciò che capii quando tornai al Pentagono, venni a sapere di molte persone splendide che non c'erano più e giunsi alla conclusione che non voglio che questo succeda ad altri, non voglio più sentirmi come quel giorno. E spero che in qualche modo la mia condivisione di un messaggio di apprezzamento possa essere utile agli altri.


Undicisettembre: Mentre eri al Pentagono hai avuto modo di vedere il buco sulla facciata?

Dan Holdridge: Non lo vidi dall'interno, lo vidi solo dall'esterno. Dall'interno vidi solo la palla di fuoco che veniva verso di noi. Da fuori vidi ciò che la gente non vide prima che arrivasse la stampa. Vidi il buco che c'era.


Undicisettembre: Ti sembrava troppo piccolo per essere stato prodotto da un aereo di linea?

Dan Holdridge: Oh, no! Il fatto è che l'aereo si schiantò nel Pentagono a 850 chilometri orari contro un muro di cemento armato. Doveva per forza disintegrarsi, ma i rottami dell'aereo erano tutti lì: ruote, pezzi di fusoliera. La vera tragedia di quell'esperienza furono le persone che dissero che non era un aereo. Queste teorie calpestano le vite di coloro che sono morti sull'aereo o nell'edificio. Prego costantemente che le persone che credono alle teorie del complotto usino la propria energia e i propri sforzi per fare invece volontariato alle mense per i poveri, o per iniziare la raccolta dei vestiti usati della loro comunità locale, o per lavorare come lettori nelle scuole. È qui che dovrebbero investire le proprie energie invece di uscirsene con questa stupida idea che forse non era un aereo. In che modo questo è utile a qualcuno?


Undicisettembre: La mia domanda successiva è inevitabilmente sulle teorie del complotto. Cosa ne pensi?

Dan Holdridge: Se mi sanno spiegare come la fusoliera dell'American Airlines è finita nella nostra area di lavoro, sono tutt'orecchi. Tutta la fusoliera era nel parcheggio del Pentagono. Non saprei come altro spiegarlo. C'erano resti di un aereo, da dove sono arrivati?

Per me è davvero difficile dedicare del tempo a queste persone che se ne escono con queste teorie, pensano che io possa addirittura confermarle o che le loro idee valgano il mio tempo, ovviamente non è così.


Undicisettembre: Mentre eri al Pentagono qualcuno aveva dubbi sul fatto che fosse stato colpito da un aereo?

Dan Holdridge: No, assolutamente no. Avendo colleghi che si trovavano proprio sulla traiettoria da cui è arrivato l'aereo, era piuttosto evidente. In realtà la prima volta che ho sentito delle teorie del complotto è stato su internet. Spero solo che le persone che credono a queste teorie possano reindirizzare la propria energia nel rendere il mondo un posto migliore.

Non deriva nessun beneficio da queste teorie, fanno solo perdere tempo alla gente.


Undicisettembre: Pensi che la nazione viva ancora nella paura?

Dan Holdridge: Credo che vari da persona a persona. La nazione nel suo insieme è più forte. Dobbiamo essere grati per le persone che ci stanno garantendo la sicurezza, dobbiamo supportarle e ringraziarle per ciò che stanno facendo, perché è grazie a loro che siamo ancora al sicuro.

6 commenti:

brain_use ha detto...

Una delle interviste più umanamente interessanti.

Significativo questo passo:
"Colpirono il lato sbagliato del Pentagono, era il lato che era stato ristrutturato da poco, i muri erano nuovi e più spessi."

E' un'ottima interpretazione dei fatti.
Quella che da uno che non ha grilli per la testa e non inverte il senso della logica fattuale.

Anche questo passo è, per altre ragioni, molto significativo:
"Non serve un altro 11/9 per trovare l'eroe dentro di noi".

Yuri'70 ha detto...

premetto che pur credendo ridicole le tesi complottiste e che mi piace molto il suggerimento che da ai complottisti di dedicarsi ad altre attività socialmente utili, evitando di mandarli pubblicamente in altri posti più volgari,
mi suonano un pò strani questi 2 passaggi:
1) "..era il lato che era stato ristrutturato da poco, i muri erano nuovi e più spessi."
premetto che ho letto tantissima documentazione in merito ed è la prima volta che sento ciò? anche voi?

2) "...i rottami dell'aereo erano tutti lì: ruote, pezzi di fusoliera."
mi ricordo molto bene che Attivissimo ai tempi nell'apposito blog, ci aveva mostrato le foto alcuni rottami ma erano veramente pochi e che era stato difficile trovarli e identificarli (ricordo parte di un carrello ed i colori della compagnia aerea su alcuni rottami):
pertanto ritengo un forzatura dire "...i rottami dell'aereo erano tutti lì:"..
..ma si sa..tante volte per tirare l'acqua al proprio mulino, si esagera..

Hammer ha detto...

Yuri,

premetto che ho letto tantissima documentazione in merito ed è la prima volta che sento ciò? anche voi?

Assolutamente no. Anzi, questo è un dettaglio di cui siamo a conoscenza dalla nascita di Undicisettembre.


pertanto ritengo un forzatura dire "...i rottami dell'aereo erano tutti lì:".

Tieni presente che lui ha visto la scena dal vivo quindi ha visto molti più dettagli di quelli che abbiamo visto noi dalle foto. Comunque di certo non c'erano resti di missili o di aerei di altro tipo.

brain_use ha detto...

1) "..era il lato che era stato ristrutturato da poco, i muri erano nuovi e più spessi."
premetto che ho letto tantissima documentazione in merito ed è la prima volta che sento ciò? anche voi?


Anzi: a questo fatto i complottisti si rifanno spesso per sostenere che, evidentemente, il punto d'impatto era stato scelto apposta per creare meno danni. Per questo parlavo di "uno che non ha grilli per la testa".

Gabriele Pellegrini ha detto...

Riportare queste storie non sono solo raccontare le drammaticità ma sopratutto la verità di quegli attimi. E chi se non queste persone che hanno vissuto quel giorno posso dire realmente cosa è successo? Possiamo riempirci la bocca di supposizioni su supposizioni ma la verità è che non eravamo lì. Ecco perché è importante raccogliere queste testimonianze,Ringrazio la redazione e Hammer per il lavoro che svolgete sempre con professionalità e rispetto.

Hammer ha detto...

Grazie a te dell'apprezzamento, Gabriele.