2015/06/08

Seymour Hersh e le versioni alternative sulla morte di Osama

di Hammer

Il 10 maggio di quest'anno il giornalista americano Seymour Hersh ha pubblicato sul London Review of Books un articolo intitolato The Killing of Osama bin Laden in cui sostiene che la versione diffusa dalla Casa Bianca su come si è svolta la missione che ha ucciso Osama bin Laden sia fasulla e che quella che ci è stata raccontata altro non sarebbe che una messinscena.

L'articolo di Hersh è molto lungo, oltre 10.000 parole, e in estrema sintesi secondo il giornalista bin Laden sarebbe stato tenuto prigioniero dai servizi segreti pakistani per cinque anni, al termine dei quali lo resero disponibile per i Navy SEALs nel compound di Abbottabad dopo che la CIA aveva scoperto dove veniva tenuto nascosto. Secondo Hersh gli unici colpi sparati durante durante il blitz dei Navy SEALs all'interno del compound sarebbero proprio quelli che hanno ucciso Osama, perché in realtà non sarebbe avvenuto nessun vero conflitto. Inoltre l'Arabia Saudita avrebbe pagato al Pakistan il mantenimento di Osama ottenendo in cambio il silenzio pakistano sul luogo in cui era tenuto prigioniero il terrorista.

Se le parole di Hersh fossero basate su informazioni affidabili costituirebbero chiaramente una rivelazione fondamentale. Purtroppo invece l'unica fonte citata nominalmente da Hersh è Asad Durrani, che è stato direttore generale dell'ISI, il servizio segreto pakistano, nei primi anni 90, ossia circa vent'anni prima che si svolgessero i fatti di Abbottabad: si tratta quindi di una singola fonte che non ha avuto accesso diretto alle informazioni su cui si esprime e come tale ci sembra decisamente scarsa.

L'11 maggio il giornalista della CNN Peter Bergen ha pubblicato un articolo che analizza quanto sostenuto da Hersh e lo smentisce in numerosi punti definendolo una mistura di insensatezze smentite dai fatti, dai testimoni oculari e dal semplice buon senso.

Anzitutto, sostiene Bergen, il fatto che gli unici proiettili sparati nel compound di Abbottabad siano quelli che hanno ucciso Osama è falso; in quel conflitto a fuoco, infatti, sono rimaste uccise altre persone tra cui due guardie del corpo e uno dei figli del terrorista. Il fatto è riportato da entrambi i Navy SEALs che hanno partecipato alla missione e che negli anni si sono pubblicamente rivelati: Matt Bissonnette e Robert O'Neill. E se i racconti dei militari non fossero sufficienti, Bergen aggiunge anche la propria testimonianza oculare in veste di unico giornalista a cui è stato concesso di entrare nel compound dopo il raid: lui stesso notò la devastazione all'interno dell'edificio e i segni dei numerosi colpi esplosi.

In secondo luogo, prosegue Bergen, ritenere che l'Arabia Saudita abbia finanziato Osama è semplicemente risibile visti i rapporti tra il terrorista e il suo paese di origine, che gli aveva revocato la cittadinanza nel 1994; in nessun modo si spiega perché i Sauditi avrebbero dovuto avere a cuore il suo mantenimento.

E se le smentite fattuali non dovessero bastare, Bergen aggiunge una considerazione di buon senso: per quale motivo gli USA avrebbero dovuto coprire l'ISI partecipando a questa messinscena? E per quale motivo avrebbe l'ISI dovuto organizzarla considerando che sarebbe stato più semplice consegnare il prigioniero agli americani, come accaduto in passato con Khalid Shaykh Muhammad e Abu Faraj al-Libi, senza inventare coperture così complicate. Aggiungiamo anche noi una considerazione basata sul buon senso: perché mai l'ISI avrebbe dovuto architettare un piano così intricato nel quale fa francamente una misera figura che il governo pakistano ha dovuto ammettere?

L'articolo di Hersh non spiega perché Durrani sia convinto di quanto asserisce; Bergen ha anche tentato di contattare Durrani per chiedergli spiegazioni e questi ha risposto vagamente di non avere la certezza che Osama fosse prigioniero dell'ISI ma solo di non poter escludere che sia così. E questo è tutto ciò su cui si basa l'articolo di Hersh. Durrani aveva tenuto la stessa posizione pilatesca di dubbio in un'intervista rilasciata ad Al Jazeera lo scorso aprile.

Oltre a Bergen anche Rob O'Neil (il Navy SEAL che ha sparato il colpo mortale a Osama) è intervenuto sull'argomento con due interviste rilasciate a Fox News (prima e seconda). In entrambe O'Neill si mostra molto infastidito dal fatto che Hersh voglia sminuire la complessità di quanto compiuto dai SEALs e definisce l'articolo dapprima ludicrous (ridicolo) e poi insulting (offensivo). O'Neill smentisce l'asserzione che non sia avvenuto un vero conflitto a fuoco, ricordando che alcuni militari americani sono rimasti feriti e confermando che alcune guardie di Osama e uno dei figli sono rimasti uccisi. O'Neill conferma inoltre che nessun ufficiale dell'ISI li ha aiutati nella missione e condotti nel punto in cui si trovava Osama. O'Neill smentisce anche quanto sostenuto da Hersh, secondo cui il cadavere di Osama non sarebbe stato gettato in mare, il militare conferma infatti che il cadavere fu riportato in Afghanistan e poi consegnato ad altri SEALs, che O'Neill definisce friends (amici), che lo seppellirono in mare.

La teoria di Hersh su quest'ultimo punto è talmente assurda da essere inspiegabile. Il giornalista sostiene di aver saputo da due consulenti dello United States Special Operations Command che avrebbero avuto accesso a queste informazioni (Hersh non spiega come) che il cadavere di bin Laden sarebbe stato torn [...] to pieces with rifle fire, cioè ridotto in pezzi con colpi di fucile, e poi messo in un body-bag e gettato dall'elicottero sulle montagne dell'Hindu Kush. Premesso che non è chiaro come si possa ridurre a brandelli il corpo di un uomo alto quasi due metri con colpi di fucile e quanti colpi debbano essere sparati per fare ciò (francamente sembra una scena tratta da un film horror piuttosto che qualcosa di effettivamente fattibile), il buon senso suggerisce un'altra volta che si tratti di un'ipotesi assurda. Perché mai gli USA avrebbero dovuto gettare il cadavere sulle montagne e raccontare di averlo gettato in mare invece che gettarlo in mare davvero? Pratica, tra l'altro, già utilizzata in passato con il terrorista di al Qaeda Saleh Ali Saleh Nabhan.

È un vero peccato che un giornalista del calibro di Hersh sia inciampato su una storia infondata come questa e non stupisce che l'articolo in questione sia stato pubblicato dal London Review of Books e non dal ben più noto The New Yorker con cui Hersh collabora dal 1993. Resta di fatto che a quattro anni dai fatti di Abbottabad non sono stati ancora portati argomenti ragionevoli che facciano dubitare di quanto riportato dalle fonti ufficiali americane.

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